weekend (it)
Il rito del weekend è uno dei retaggi degli anni sessanta che ancora sopravvivono nelle nostre abitudini, feticcio pop di un decennio in cui la società del benessere sembrava offrire a tutti le proprie meraviglie, gli elettrodomestici, l'automobile, gli scooter, un lavoro pulito in città. E la pausa del fine-settimana, consuetudine delle società anglosassoni, che forse contribuiva a farci sentire un po' più ricchi, un po' più evoluti, e forse anche più alla moda. Ma, mentre nei paesi di più salde tradizioni borghesi, il weekend era soprattutto un'occasione per infilarsi i jeans o una tuta e dedicarsi al giardino, alla manutenzione della casa, al passeggiare con il cagnolino, addirittura alla lettura di un libro, da noi le smanie del weekend produssero la nevrosi di muoversi a ogni costo, con il risultato di trasformare due giorni di riposo in un vero inferno, fra code, incidenti, massacri, come ferocemente raccontò, nei modi del paradosso e della satira, Jean-Luc Godard in un film del 1969 intitolato, appunto, Week-end.
Quale atrocità si nascondeva in quel ritmo di pseudolibertà! La voglia di muoversi, di lasciare la città e i paesi, di respirare liberamente, di correre nei prati e di arrostirsi al sole delle spiagge, finiva immancabilmente con la millecento Fiat del papà che sbuffava vapore, e bisognava fermarsi ogni chilometro per permettere al radiatore di raffreddarsi, e noi bambini vestiti da giorno di festa, con la camicina bianca, il cravattino, i calzettoni al ginocchio traforati, piazzati lì sui sedili posteriori, immobili e guardati a vista per evitare di sciupare i vestitini.
Poi, più grandi, molti weekend e viaggetti con chitarre e sacchi a pelo, sull'appennino emiliano, fra i castagneti di Marola e il monte Cusna, fin dove lo sguardo lambiva, dall'altro versante, la Garfagnana e la Lunigiana. Naturalmente, in quei week-end, anche tante messe beat sui prati e sotto i castagni. Partivano le chitarre e i pifferi all'offertorio, e quanto ci si sgolava, quanto si cantava, un po' come quei cori di donne afro-americane nelle chiese protestanti.
Ma il rito del weekend lo si apprezzò soprattutto durante il servizio militare, poiché con i "trentasei" o i "quarantotto" (dal numero di ore di permesso) si poteva appunto fuggire dalla caserma e rintanarsi da qualche parte. I più tornavano a casa dalle fidanzate e dalle mamme. Nel mio giro romano si sceglieva un alberghetto dalle parti di via Frattina e ci si installava. Si dormiva tutto il giorno; poi grandi docce, aperitivi energetici in piazza Barberini, e la notte ci si fiondava nelle follie di via della Purificazione, dove c'era un localino molto chic che si chiamava Easy Going. Il giorno dopo, domenica, molti aspettavano l'ora del rientro abbronzandosi sulla spiaggia di Ostia, meta classica dei fine-settimana romani a cominciare dal weekend postimperiale del Super Eliogabalo di Alberto Arbasino.
I weekend in discoteca sono stati un'invenzione degli anni ottanta, forse più ricchi, certamente più sfrenati. Basti pensare a quei voli charter che raccoglievano nella Padania ragazzotte un po' a corto di esperienze, in due ore le scaricavano nelle megadiscoteche del Ku e del Pacha di Ibiza, e se le riprendevano quarant'otto ore dopo, finalmente soddisfatte, stravolte e sbattute. Più modestamente, noi andavamo al Carnaby di Desenzano, una discoteca enorme tra colline e campagne che d'estate si trasformavano nell'alcova naturale di tutte le coppie formatesi fra un hit di Renato Zero e uno di Patty Pravo. Poi si annegavano i dispiaceri e gli sfidanzamenti nelle pizzerie sul lungolago, aperte fino a mattino, quando i primi turisti tedeschi uscivano dagli alberghi per la passeggiata.
Il "weekend postmoderno" capitò più o meno in quel periodo: un fine-settimana della Bologna trend che, al pari di tanti altri, si annunciava con qualche festicciola, un salto in discoteca, l'inaugurazione di una mostra, amici di Roma e di Milano. E invece fu un trascorrere da un'emozione a un'altra come nessuno avrebbe immaginato: una contestazione punk alla sfilata di moda organizzata il venerdì sera da un amico fiorentino, con lanci di uova e verdure marce e i riflettori e le lampadine che scoppiavano centrate dai sassi come a un tiro a segno; una nottata nel Bronx di Borgo Panigale, con ritmi afro e Talking Heads e molti beveraggi. Poi gallerie d'arte e graffitisti e un conclusivo omicidio domenicale, come nei migliori weekend di Agatha Christie.
Per me, gli anni ottanta finirono già lì, nel 1983, durante quel fine-settimana dove, sotto l'apparenza di una fiesta mobile di ragazzi allegri, e anche scatenati, si rivelarono la follia dei rapporti, l'eccesso di certi riti e anche la paura. Dopo, fu solamente il momento dell'osservazione e della riflessione, del lavoro sul materiale più o meno autobiografico.
E oggi? Cos'è rimasto delle follie del weekend? A Londra per uno shopping? A Madrid per una processione della vergine Macarena? A Parigi per il coiffeur? A Berlino per una birra? Ad Amsterdam per un giro in bicicletta? Non saprei. Mi sembra che il nuovo modo di viaggiare, veloce e abbreviato, scoperto dalla massa degli italiani durante gli anni ottanta, ora stia mostrando i propri limiti. Di tutta quella frenesia, di quegli aeroporti, di quelle liste d'attesa e di quei disguidi, non resta che un po' di nausea. E allora? A me piace uscire dalla città e tornarmene in Emilia, alla vita del paese. Un viaggio di qualche centinaio di chilometri che mi rilassa e contribuisce a farmi restare in pace con me stesso, la mia storia, le mie origini. Anche se poi, come scriveva Thomas Bernhard a proposito delle sue abitazioni a Vienna e in campagna, non appena era in luogo desiderava quello che aveva lasciato. La felicità forse sta nell'itinerario e nello spostamento del viaggio. E anche il weekend non sarebbe così importante se, subito dopo, non ci fosse la ripresa della normalità.