appunti: una sera (it)
(3 novembre 1899 intorno a mezzanotte)
Temo in me solo quelle contraddizioni che tendono a conciliarsi. Deve trattarsi di una strettoia della mia vita, se possono anche solo pensare di tendersi la mano, da sponda a sponda. Solo di rado dovranno aver notizia l’una dell’altra, e solo per sentito dire. Come due principi di terre lontane che all’improvviso scoprano di odiarsi perché entrambi si mettono in viaggio per chiedere la mano della stessa fanciulla. Ma la fanciulla… be’ per quale ragione rivelare tutto?
Qualche volta puoi dire: sono contento. E a chi ti conosce questo è sufficiente; senz’altro può essere partecipe della tua gioia. O, ancora, dici: sono triste e il tuo stato è in effetti una semplice tristezza che non si lascia definire altrimenti. Ma tra queste due disposizioni d’animo c’è tutta una serie di sfumature, gradazioni, sentimenti indefiniti accompagnati da toni che risuonano a lungo. Per descriverli tu dici: io sono…. no, credo tu dica piuttosto: è…
Per esempio: è sera in una stanza; davanti alle finestre un chiaro crepuscolo ravvivato dai profili incerti delle cime degli alberi. All’interno la luce ha un timbro più profondo, più silente, più squisito. C’è un gruppo di giovani uomini e la loro conversazione si è appena spenta. Se ne stanno riuniti nelle loro uniformi dagli alti alti colletti abbottonate senza cura, quasi dimentichi l’uno dell’altro. Poi all’improvviso uno fa un movimento, come per fuggire, mentre invece si volta di scatto verso il vicino, un pallido giovane biondo dai grandi occhi pensosi. «Suona qualcosa, Sascha» dice a voce troppo alta, quasi scavalcandolo. Allora anche gli altri si riscuotono, incitano il giovane triste dagli occhi pensosi al piccolo pianoforte fuori moda e gli posano sui tasti le mani accaldate. E in quella stanza estranea, in cui Dio sa perché si trovano insieme e si accalorano, il giovane avverte la presenza di chi prima di lui ha suonato quei tasti; sente… sente due mani accanto alle sue che sembrano guidarlo, ma così lievi, e immagina anche il volto cui appartengono quelle due mani. Un volto di ragazza circoscritto da linee soavi, delicate. Si staglia dall’oscurità di una finestra, come una silhouette, eppure è qualcosa di più; così, per esempio, si distingue un occhio abbassato, quasi coperto dalla cortina di una palpebra, e sopra la fronte tranquilla, in ombra fino all’attaccatura dei capelli arruffati nei quali è rimasto impigliato un alito di vento. E Sascha suona docilmente il canto della ragazza, così come vogliono i tasti. E continua, continua a suonare il canto di questa assente, di questa sconosciuta, forse già morta. E sulla stanza scende l’oscurità. Gli altri quasi si perdono nel buio perché nell’ascolto hanno abbassato il volto. Solo di tanto in tanto qua e là balena una fronte. Fin quando due loro non avvertono un brivido, sollevano gli occhi contemporaneamente e si scambiano un oscuro sguardo interrogativo.
E sempre più spesso mi accade di non poter dire: io sono… ma di dover dire: è… ma poi il più delle volte taccio.
I nostri sentimenti mi paiono tutti schermi posti innanzi alle azioni. Basta che da qualche parte sullo sfondo si levi una luce, e sulla superficie del telo si muovono ombre grandi e misteriose. E noi faremmo bene a misurare su queste i nostri sentimenti, lasciando che si distendano ampi sopra di noi solo quando sono così semplici e puri da poterli vivere nei movimenti e nelle espressioni, oppure così immaginifici e profondi da poterli raccontare come qualcosa di accaduto ai nostri avi, - una volta… in tempi strani…
Questo è il nostro progresso: il materiale non ha mai tanto peso, tanta importanza: possiamo adoperarlo e creare interi drammi, solo per divenire consapevoli di un unico sentimento, e cioè per arricchirci di un nuovo sentimento.