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rainer maria rilke

eppure nella morte (it)

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Il mattino d’agosto mi passò accanto nel bosco lasciando orme dorate.
Lo seguii con lo sguardo mentre ero disteso nel muschio lucente e riccioluto. Lo vidi lanciare chiari riflessi verdi sulla ghiaia d’un bianco argenteo, spargere intorno a sé cristalli di malachite. E sentii il suo passo lieve, che destava dal lungo e piacevole sonno i fiori stupiti.
Spalancai le braccia e vidi solo l’alta chioma dei larici cullarsi piano, avanti e indietro, avanti e indietro, quasi dovessero tirare a lucido il cielo azzurro. E il cielo era così chiaro!
Adesso mi piovevano negli occhi puntini argentati, fitti, sempre più fitti, finché su di essi non si stese, pesante, un fulgore pieno. Allora chiusi le palpebre. Nella mia anima era luce… e respirai a fondo, tranquillamente, il forte aroma del bosco…
Poi uno scricchiolio tra i rami. Non mi mossi. Ma in modo oscuro, indistinto, pensai: un capriolo, sicuro. E
involontariamente mi figurai il bruno animale agile e leggiadro guardarmi sorpreso, curioso e intimorito da una verde cornice di foglie con grandi occhi neri.
Di nuovo uno scricchiolio.
Ma erano passi umani.
Tornai in me. Mi levai in piedi con quella paura involontaria di chi in sogno è sorpreso da uno sconosciuto.
Ispezionai
tutt’intorno.
Niente.
Eppure… sì. Dietro i cespugli: una figura. Un uomo. Non vidi il suo volto. Porta una giacca grigia. Un cacciatore, penso. Vorrei distendermi di nuovo. Ma… non sarei più tranquillo.
Piano, come se avessi paura, mi alzo. E in quel momento un viso mi fissa, un viso contratto, sparuto, con due occhi irrequieti, ardenti… Ha una mano sollevata. E questa mano, Dio mio, questa mano tiene contro la tempia una piccola arma da fuoco…
L’uomo mi ha visto. Il braccio gli ricade inerte.
Un freddo sorriso beffardo gli increspa gli angoli della bocca segnati da rughe profonde.
Siamo l’uno di fronte all’altro, muti. I suoi occhi scintillano d’ira.
Mi faccio coraggio. Mi avvicino a lui con decisione. E a fatica, con la gola secca, stretta, dico solo una parola:
«Perché?»
E a questo punto ride. Un riso che lacera il solenne mattino azzurro. Rabbrividisco. Ma lui tace.
Così rimaniamo immobili. Alte sopra di noi stormiscono le cime.
E poi l’uomo davanti a me è scosso da un singhiozzo. E cade in ginocchio e giunge le mani venate: «Non posso vivere» balbetta «non posso… «
Lascio dar sfogo al suo dolore.
Si calma. Nasconde in tasca la pistola. E mi racconta.
A casa ha una donna. Lui ama questa donna. Ed ella è buona e premurosa.
Ma ci sono giorni in cui gli occhi di lei (ha gli occhi azzurri) sono verdi, le guance pallide, le labbra si curvano in una piega sensuale, quasi ella sorseggiasse il dolce profumo di un caro segreto.
«Allora mi chiama per cognome. Berger, dice, e di solito non lo fa mai. Poi mi sfugge e abbassa gli occhi quando la guardo, è distratta, estranea, assente.
È malata, pensavo.
Ma poi passa sempre.
Negli ultimi tempi era di nuovo così. I suoi occhi guardavano lontano senza posarsi su di me, la mano le tremava.
Quando andò nella sua stanza la seguii di soppiatto.
E attraverso una fessura la vidi piangere in ginocchio. e baciare dei fiori appassiti… baciarli con trasporto, come non aveva mai baciato me, neppure la notte delle nostre nozze!
E da allora io so. Ha amato qualcuno, qualcuno prima di me. Lo ama ancora!» Lo gridò nel bosco con il corpo scosso da tremiti. «E in giorni come questi si inebria al caldo profumo della sua felicità sfiorita. Così mi tradisce. Così lei, che dovrebbe appartenere a me solo, si getta nelle braccia di un’ombra…»
Le sue parole si spensero piano. E io mi sentii animato da sincera compassione. Lo presi sottobraccio:
«Venga». E gli parlai con tono pacato.
Lo esortai a essere sincero con la moglie e a dirle dell’afflizione che lei gli dava; e di certo lo avrebbe ripagato con lealtà. E così via. Si fece davvero più calmo.
«Vede,» dissi «la simpatia che provo per lei, signor Berger, e la quiete solitaria del bosco mi impongono di raccontarle un episodio della mia vita. Sono ormai passati anni. Amavo una ragazza. Per questa ragazza lottavo e lavoravo. E un giorno seppi: lei mi ingannava. Rimasi calmissimo. Mi inoltrai nei campi. Nella tasca interna della giacca avevo un revolver carico. Sentivo che per me non c’era altro che la… morte. Fermo, in piedi nella distesa solitaria, mi guardai intorno. Nessuno… Infilai dunque la mano nella tasca sinistra… e mentre afferro l’arma ne tiro fuori anche un foglio di carta. Meccanicamente lo guardai.
Era un breve, semplice racconto di forte accento poetico che avevo scritto una volta in un momento felice.
Ne lessi due, tre righe.
E poi mi sedetti sul prato, posai accanto a me la pistola e continuai a leggere.
Le semplici e intense parole presero a scorrere scivolando come olio nella tempesta del mio animo. Dopo mezz’ora camminavo verso la città con occhio sereno. Sapevo che c’era una cura al mio dolore. Un farmaco forte: il lavoro.
Questa è la mia storia.»
L’uomo accanto a me mi guardò con occhi sgranati, riconoscenti. Non disse nulla. Ma afferrò la mia mano destra e la strinse con entrambe le sue. Questa stretta energica già mi diceva che era rinato alla vita.
Insieme proseguimmo nel bosco. Lo sfavillio di quel giorno d’agosto riversava un senso di pace dorata nei nostri cuori sensibili e commossi. Tacevamo, ma di tanto in tanto ci scambiavamo uno sguardo come buoni vecchi amici; ci capivamo.
E più tardi chiacchierammo. Con tono leggero, del passato e del futuro, di ricordi e desideri. E le sue parole suonavano così tranquille, serene nella quiete del meriggio. Poi all’improvviso egli chiese: «E lei ha del tutto dimenticato?»
«Sì» risposi deciso.
Mi scrutò con sguardo indagatore: «Davvero?»
«Come glielo posso provare?» ribattei senza pensarci troppo.
«Come?»
Rifletté.
Poi sorrise: «È in grado di pronunciare il nome della ragazza con tutta tranquillità?»
«Certamente: Helene Croner.»
In quella, accanto a me esplose uno sparo. Berger rotola nel muschio col cranio sfracellato. Morto sul colpo.
E giorno dopo sfogliai il giornale. Nell’ultima pagina, in un angolino remoto si dava l’annuncio della morte di Berger in termini riguardosi. E trafiletto era firmato:
La vedova in lutto
Helene Berger, nata Croner
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