generazioni (it)
Le nostre stanze, il giovedì sanno di pomodoro, la domenica di oca arrosto, e ogni lunedì di bucato. Così sono i giorni: il rosso, il grasso, e il saponoso. Inoltre vi sono i giorni dietro la porta di vetro; o, più precisamente, un giorno unico fatto di frescura, seta e legno di sandalo. La luce, là dentro, è filtrata, tenue, calma, argentea; fuliggine, temporali, rumori e mosche non vi entrano come nelle altre stanze. E tuttavia, a isolarla, è solo la porta a vetri; ma questa è pari a venti porte di bronzo o come un ponte infinito o come un fiume con una chiatta malsicura da riva a riva.
Di rado qualcuno passa dall’altra parte - e, a poco a poco, nel buio del crepuscolo, - riconosce sopra il divano, grandi, in cornice dorata, il nonno e la nonna. Sono due ritratti a mezzo busto, stretti, ovali: ma di entrambi si vedono le mani, nonostante la difficoltà che questo abbia dovuto comportare. Come se, senza queste mani dietro le quali hanno vissuto pianamente e modestamente tutti i loro giorni, non potessero diventare ritratti. Queste mani avevano avuto la vita e il lavoro, la nostalgia e le preoccupazioni, erano state giovani e coraggiose, e sono diventate stanche e vecchie, mentre essi stessi erano soltanto quieti e reverenti spettatori di tale destino. Le loro espressioni rimanevano inoperose da qualche parte, lontano dalla vita, e non avevano da fare altro che diventare a poco a poco una simile all’altra. E nelle cornici dorate sopra il divano sembrano fratello e sorella. Ma ecco levarsi le loro mani davanti ai neri abiti domenicali, e tradirli.
Una contratta, brutale, dice: «Così è la vita».
L’altra esangue, timida, piena di tenerezza, dice: «Sette figli».
A un tratto ecco lì il biondo nipote, che ode le mani e pensa: “Questa mano è come il babbo” - intende quella dura, piena di cicatrici. E davanti a quella pallida, sente: come la mamma è questa. La somiglianza è grande, il fanciullo sa che i genitori non amano vedersi così, perciò vengono di rado in salotto.
Essi stanno bene nelle stanze piene di luce e nel succedersi dei giorni ora rossi di pomodori, ora maleodoranti di soda. Perché questa è la vita. E tutto rimane attaccato nei loro tratti come un tempo nelle mani dei nonni. Essi sono delle mani - e null’altro.
Dietro la porta vetrata sono strani pensieri. Gli alti specchi offuscati ripetono continuamente, come se lo dovessero imparare a memoria: il nonno, la nonna. Naturalmente tutt’intorno stanno, riverenti, le rigide seggiole; come se fossero appena state presentate una all’altra e scambiassero le prime frasi: «Molto lieto» o «Pensa di trattenersi qui molto?» o qualche cosa di altrettanto gentile. Poi si tacciono del tutto, dicono: «Prego…» - quando l’orologio a suoneria comincia: «Trigilligin…» e canta con il suo filo di voce appassita un minuetto.
Il canto rimane un poco sopra le cose per poi infiltrarsi negli specchi scuri, e riposare dentro di loro come argento in mare.
In un angolo sta in piedi il nipotino: sembra un personaggio di Van Dyck. Egli vorrebbe avere un nome da potersi cantare con l’orologio perché improvvisamente sente: non lotta e malattia, e neppure le preoccupazioni e il pane quotidiano e il giorno di bucato e tutto il resto che vive là fuori, con noi, nelle strette stanze: la vita reale è come questo Trigilligin… Essa può prendere e donare, può chiamarti re o mendicante, farti profondo o triste, ma non può deformare il viso con i segni della paura o dell’ira e neppure, perdona, nonno, può fare delle mani dure e sformate come le tue.
Tutto ciò era soltanto un vago e oscuro sentimento nell’animo del biondo fanciullo. Quasi un fondale contro cui stessero come soldatini di piombo altri pensieri infantili. Ma egli tuttavia lo provava, e, forse, una volta, lo visse.