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rainer maria rilke

gli ultimi (it)

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La luce declina sempre più nel piccolo appartamento d’affitto in cui sono mobili tanto pesanti, incomprensibili.
Ma il crepuscolo comprende tutto. Egli sa che il passato è quanto si conserva nelle sedie, negli armadi e nei quadri e che le piccole stanze al terzo piano vanno esenti da questo strano passato, come uomini il cui viso ha ereditato da un antenato il nome di un sentimento che essi, con il loro cuore più debole, non possono sopportare.
Le due finestre introducono la rossa sera che passa sopra i tetti e, accostandosi piano, trova ad accoglierla le cose in attesa. Più lieto d’ogni altra l’accoglie l’esile cassettone ornato di colonne, simile a un piccolo altare, sorridendole con tutto l’argento e gli specchi che porta su di sé.
Marie Holzer sta in piedi davanti a questo cassettone. Essa solleva nella sera delle piccole miniature posate accanto ai massicci candelabri e le osserva attentamente una per una. Il suo giovane e chiaro viso è serio e pensoso. Per un poco si volta verso una signora che siede accanto a lei vicino alla finestra guardando dritto davanti a sé, senza che i suoi grandi occhi trattengano nulla. E così Marie Holzer, può tranquillamente fissarla, come se anche lei fosse un quadro: quel volto, cui non si osa dare un’età, sebbene non sia più giovane, quella bocca sottile che, agitata da dolorosi ricordi, vince un dolore invisibile, quei neri capelli di cui si crede sapere che sono pesanti. E soprattutto la distinzione di quella fragile, calma figura, la dignità di quelle nere spalle, sulle quali il semplice abito posa come un manto.
Il grazioso orologio quasi nascosto tra le finestre, alza ora la sua voce tremante e scandisce con solennità sei colpi, accentuandone ciascuno in maniera diversa. Marie Holzer lo lascia parlare, e aspetta ancora il rumore con cui il silenzio diviso si richiude dietro l’ultimo colpo. Poi dice:
«Strano».
Riprende un ritratto dal cassettone e ripete:
«Strano».
Allora la donna alla finestra, allarmata:
«Ha detto qualche cosa, Marie?»
La ragazza posa la miniatura al suo posto, prima di rispondere.
«Detto? Veramente no… Soltanto, è così strano.»
La signora guarda di sfuggita oltre il cielo serotino e chiede piano:
«Che cosa dunque, bambina?»
«Che qui da voi si diventi così diversi. Così stranamente commossi. Ci si trova sempre qui come se fosse la prima volta. Non si finisce di stupire.»
Pausa. Essa piega indietro e in alto le braccia in atteggiamento infantile per adagiarvi dentro il capo, come si può fare durante un bel sogno, che si gode profondamente con tutti i sensi. Anche i suoi occhi sono chiusi, quando continua:
«E questo avviene qui, in mezzo alla città, in cima a questa grande e volgare casa d’affitto in cui vivono uomini
‘positivi’ e mediocri. Sopra di loro è questa cosa singolare. Essi l’hanno, per così dire, sul capo, e non ne dubitano neppure».
Lascia cadere le braccia:
«Vede, signora Malcorn, che si diano cose simili…»
«Ma che cosa, propriamente, bambina?»
«Tutto: questi quadri e queste cose, e lei, signora Malcorn e Harald, sì anche Harald.»
La signora Malcorn scuote piano il capo:
«Perché gli esseri solitari sono così diversi da…»
«Esseri solitari? Sì, forse. Ma non solo questo.»
Marie Holzer va verso l’altra finestra. E poi:
«Lei non è proprio sola. Vive in mezzo a molta gente, soltanto non in mezzo a noi, a noi di tutti i giorni. Lei ha tanti ritratti, qui. Spesso mi ha detto chi sono tutte queste persone. Queste tristi donne e questi solenni signori. Ed io so pure che sono morti da tanto. Alcuni da duecento anni, altri ancora prima. Morti in pace, ma lei non sa che tutte queste sono solo immagini?»
Come inquieta per la leggera paura che la domanda della ragazza esprime da sé, la signora Malcorn si alza e si avvicina a Marie. E mentre le tiene una mano posata sulla spalla, Marie le accarezza piano l’altra.
«Lei è così fragile, così pallida. Come se tante creature vivessero della sua vita.»
Pausa.
«Tutte
queste…»
Il timido gesto con cui Marie indica la stanza si distingue appena, tanto si è fatto buio. E nel silenzio si sente rumoreggiare fuori la tempesta.
Ma a questo punto, a voce alta e con altro tono, Marie Holzer comincia:
«Lei deve aversi riguardo, signora Malcorn. Oh, perdoni se parlo così. A volte mi sento più vecchia della sua sorella maggiore».
«E dire che è tanto giovane…», sorride la signora Malcorn, baciandola in fronte.
«Sì, sono giovane. E sono lieta di questo. Sento in me tanta forza. Vorrei fare tante cose.»
E nelle sue mani è tanta impazienza, come se volesse sollecitare quanto procede troppo piano.
Ma la signora Malcorn si ricorda:
«Questo lo ha sempre detto anche Harald: ‘Ho in me tanta forza’».
«Ed egli l’ha! È questo che ci ha riuniti! Spinti uno verso l’altro! Questo senso di forza.»
E Marie seguita a raccontare, senza interruzione:
«Proprio quando l’ho sentito parlare la prima volta, nella riunione. Molti avevano parlato prima di lui. Ancora lo ricordo; si trattava dell’organizzazione di una società di soccorso per gli inabili al lavoro, le loro mogli, i loro figli.
Gli altri avevano trattato la cosa aridamente e superficialmente. Sembrava che fossero sazi e conoscessero i dolori per sentito dire. Si era stanchi, quando arrivò lui. Fu come una tempesta. Come un destarsi al chiarore di un incendio. Non si trattava più della sistemazione di alcuni di quei poveri uomini; fu come se, a un tratto, dovessimo far posto ad una nuova razza, in mezzo a noi».
Marie Holzer respirò profondamente e fece un gesto come per posare qualche cosa nel buio, su cui fissare i suoi chiari occhi estasiati.
«Sempre così me lo vedo davanti, signora Malcorn. Era diventato grande, grande. E la sua voce pendeva sopra gli indecisi come una spada.»
«Uomini di poca fede!», gridava. «Uomini di poca fede!» E allora la sua fede scese in me. Quella fede di un bimbo o di un martire. Aveva alzato le mani e sembrava sollevasse in aria qualche cosa che ci accecava. Le nostre ombre si fecero a un tratto pesanti, caddero da noi, e noi eravamo là: luce della sua luce, cuore del suo cuore…»
Nell’estasi del ricordo Marie cerca qualche cosa di dicibile, e non si accorge che la signora Malcorn nasconde il viso in ascolto tra le mani. Infine seguita a raccontare.
«… e poi, quando tutti se ne andavano, io mi spinsi avanti. Con i gomiti, con i pugni, come potevo. Se qualcuno mi avesse trattenuto, lo avrei strozzato. Vicino a lui. Non sembrava stanco. Solo più calmo, più grave. Non potei dire nulla, neppure una sillaba. Avevo il pianto in gola. Mi girava la testa. Tesi la mano verso di lui, a caso. Egli la prese e la scaldò tra le sue. E la trattenne. E chiese:
«‘Mi vuoi aiutare?’
«Allora, finalmente, potei piangere; non avevo mai pianto così, neppure quando morì mia madre. Ma allora… E
faceva così bene!»
A questo punto la interrompe un violento singhiozzo. Nell’accostarsi alla donna che piange si fa quasi materna, posa leggermente il braccio sulle sue spalle agitate e prega:
«Ma… Questa è gioia, nevvero signora Malcorn?»
Essa sente che l’altra fa un movimento affermativo.
«Dunque
vede…»
«Ma anche paura.» E la signora Malcorn frena le lacrime.
«Come?»
«Prima non era così. Prima mi stava molto vicino. . -. Prima rimaneva volentieri in casa…»
«Sì, vede», dice Marie con la sua voce sonora, «lei dovrebbe essere generosa. Egli ha ricchezza per molti. Tutti abbisognano di qualche cosa da lui. Egli è l’anima di tutto. Capisce questo?»
«Sì», dice la signora Malcorn come i bambini puniti dicono: «Sì».
«Egli è più ricco di tutti noi: non le toglie nulla, anche se regala a cento altri. Lo sa, questo?»
Lo
stesso
sì.
«Egli è un re…»
«Ma mi sfugge.» Nonostante il gesto di diniego di Marie, la fragile donna insiste:
«Sì, sì, mi sfugge, Marie. Sfugge me e questa stanza e soprattutto…»
«Ma,
carissima…»
La signora Malcorn preme il viso contro il forte petto agitato della fanciulla e si lamenta, come vergognosa di se stessa:
«Oh, perché mi odia?»
«Per l’amor di Dio, signora Malcorn, lei fa peccato! Ma non sa come Harald parla di lei?… Come di un sogno.
Come di una fiaba, della più bella fiaba che si è udita da bimbi e si ritrova in ogni cosa bella, sempre.»
Ora la voce di Marie è dolce, morbida.
«Davvero?» La signora Malcorn alza timidamente gli occhi gonfi di pianto.
«Come di un gioiello che si è riposto nel luogo più sicuro, come di un giorno di festa.»
«Oh,
basta,
basta!»
«Io l’avevo già cara, signora Malcorn, molto, molto tempo prima che Harald mi conducesse da lei. Molto tempo prima che la conoscessi. Da dove poteva essermi venuto questo affetto?»
Felice e impaziente, la fragile donna prega:
«Che cosa le ha raccontato di me?»
«Oh, tutto. Della sua fanciullezza. Come erano i giorni. E quello che lei la sera gli leggeva. E che abito lei indossava per andare in chiesa…»
«Quello nero guarnito di pizzi, non è vero?»
«Proprio quello. Spesso cominciava a parlare di questo per strada. Così, a un tratto. La sua voce era del tutto diversa, allora, più calda…»
«Non è vero? La sua voce può diventare strana…»
«Sì: come se venisse da lontano…»
Pausa.
«Vede, Marie, una volta Harald era come questa voce. Prima che di lui si impadronisse la cosa estranea, nuova, inquieta che io non capisco…»
«Prima che egli diventasse un uomo, signora Malcorn. Prima che assumesse su di sé una professione, un dovere, prima che saltasse nella vita, signora Malcorn.»
«Sì», annuisce tristemente la signora Malcorn. «Nella vita…»
«Oh, non tema per lui. Egli è un uomo che la vita l’ha sopra di sé. Non v’è nessun pericolo per lui. Egli l’ha indossata come un mantello, come un mantello di porpora…»
«La vita?», chiede l’altra sorpresa.
«La vita moderna, sì. Questo impetuoso divenire di ogni giorno. Questa furia di una tempesta di primavera: tutte le energie rivolte a un solo oggetto. Oh, lei non può credere quanto essa è cara, non appena ci si è dentro. Come ci si sente una cosa sola con essa…»
«Sa questo per propria esperienza, Marie?»
«Sì, signora Malcorn. Io le appartengo tutta intera. Il destino mi ha gettato proprio nel suo mezzo. Per tempo, quando mia madre morì: il destino e il desiderio…»
«Desiderio
di
cosa?»
«Di
potere.»
«Di
potere?»
«Sì, su di sé e sul dolore.»
Pausa.
«Ha molto amato sua madre?»
«Oh, sì. Ma eravamo molto povere. Non abbiamo avuto il tempo di dircelo. Credo che essa non l’abbia mai saputo.»
Pausa.
Marie Holzer sente avvicinarsi un’inquietudine. E dice in fretta, come uno che si è promesso di non essere triste:
«Ma non vogliamo accendere la lampada?»
«Sì, certo, Marie. Harald a quest’ora dovrebbe essere già di ritorno.»
«Oh, lei sa come succede.»
«Non sono lei sei e mezzo?»
Marie ha acceso la lampada laggiù sul cassettone e la porta sul tavolino davanti al sofà, dove si è soliti sedere la sera.
«Avrà incontrato qualcuno», la tranquillizza, e il suo viso che si china sopra la lampada prova che essa non è preoccupata. «Oppure è andato a prendere qualche cosa in biblioteca.»
Essa è lieta di avere trovato una giustificazione per il ritardatario.
Ma la signora Malcorn comprende diversamente:
«Quei libri», si lamenta, «tutti quei grossi libri!»
Marie
sorride:
«Sì, sono la sua vecchia passione».
«E legge fino a ore così tarde. Ogni notte fino all’una o alle due.»
«Egli vive due vite. Una tutta di fuori, ed una profondamente affondata nel passato. Questo lo rende così… così forte…»
La signora Malcorn, che ancora non è entrata nel cerchio della lampada, sta da qualche parte nel buio, tra le cose. Sembra non abbia udito l’ultima spiegazione.
«Spesso vado furtivamente fino al suo uscio e guardo attraverso le fessure: sempre, ancora, luce. Non mi azzardo a chiamare. Ma sento sempre…»
«Sì, egli legge volentieri a voce alta», dice Marie con leggerezza; e, tirate le tende alle finestre, porta con questo a termine la sera. Il cerchio della lampada diventa tranquillo e rotondo.
Ma la signora Malcorn sussurra come se fosse un segreto:
«Tosse».
«Mah», fa la Holzer, «dipende anche dal tempo.»
«No, non è così. Lo fa già da molto, e la tosse è così paurosamente cupa…»
Allora anche Marie è spaventata, smarrita. Ma solo un momento. Poi si scuote.
«Anche lei, però, signora Malcorn! Prendere sempre tutto dal verso peggiore.» Essa comprende che si deve dire subito qualche cosa di scherzoso, ad ogni costo: «Se lei dovesse parlare davanti a cinque, seicento uomini in una sala calda, fumosa, e per due, tre ore di seguito…»
La signora Malcorn si avventura nella luce.
«Crede
veramente,
Marie?»
«Certo, signora Malcorn. Pensi un istante. Ma perché lei possa essere tranquilla del tutto, lo convincerò a recarsi da un medico.»
«Come sarebbe bene…»
«Sì, per la sua tranquillità. Non sarà impresa facile, con lui. Sa Iddio quanto malvolentieri si concede del tempo per sé. Ma tenterò.»
«Egli fa tutto ciò che lei vuole, Marie…»
«Oh, siamo buoni compagni. E le cose si bilanciano, tra noi. Del resto, egli è tanto al di sopra di me, in tutto.»
Pausa.
«Molto spesso ho paura di questo.»
«Paura?»
«Egli sente tutto in un modo! Spesso, quando siamo in mezzo alla gente: una parola, un gesto, uno sguardo da qualche parte, io lo scorgo appena, ma lo vedo subito in lui: è accaduto qualche cosa. Quella parola, quello sguardo, quel gesto, erano un avvenimento, qualche cosa di decisivo…»
«Come?»
«Ma è facile. Egli è maturo. Dietro a sé egli ha uno svolgimento di secoli. Sotto a lui sono generali, vescovi, forse perfino re. Uno sulle spalle dell’altro. E in cima a tutti: lui, Harald. Tutte le oscillazioni di questa larga base sono visibili in lui…»
Poi Marie Holzer parla di sé, in tutt’altro tono, quasi rudemente:
«Mio nonno era un contadino…» Dimesso ogni timore, continua, sebbene l’orologio suoni le sette. In fretta, come se non potesse essere contenta che quando tutto è detto:
«Io sono di ieri. Sono più vicina alla terra, alla creta, alla materia grezza. Sono più giovane, più giovane come cultura. Ho salute e forza. Ma la mia salute è eccessiva. La mia forza è tronfia e piena di egoismo; essa vuole andare in alto, tende a salire. Sì, sì, è così. Harald può aiutare altri. Egli lo può realmente: innalzare altri. Egli sta sopra. Egli è sempre stato sopra. Il suo aiuto è maturo, facile, bello…»
Ma la signora Malcorn si alza in fretta e passa svelta accanto a Marie e a tutte le sue parole. Essa sa già da un pezzo che Harald arriva. Ora anche Marie sente i suoi passi vicini.
«Buona sera, mamma. È molto tardi? Buona sera, Marie. Avete atteso molto? Già, un insieme d’imprevisti…»
Harald dice tutto questo in fretta, e la sua voce è rotta per la corsa. Egli si scioglie dal profondo abbraccio della madre e porge a Marie una borsa di pelle.
«Prendi, Marie. Dobbiamo guardare questa roba insieme, oggi stesso. Si tratta di ricorsi, ora vedrai…»
Improvvisamente Harald si accorge che sta in piedi e che permette a sua madre di togliergli dalle spalle il pastrano bagnato. Egli fa un gesto spaurito, come se volesse proteggere le fini mani della donna.
«Piove?», chiede la signora Malcorn preoccupata.
«C’è nebbia, una fitta nebbia. Non ci si vede a tre passi di distanza, ti penetra negli abiti e nei polmoni. Se almeno fossero finiti i giorni d’autunno!»
Frattanto Marie Holzer ha scorso rapidamente il contenuto della cartella. Volgendo i suoi occhi tranquilli e intelligenti verso Harald:
«Hai
parlato,
oggi?»
«Sì, all’Associazione degli Studenti.»
«Bene…
e…»
«Cosa?»
«Com’è
andata?»
Harald si guarda le mani che rabbrividiscono.
«Bah, come sempre, lo sai. Sei qui da molto?»
La signora Malcorn si affretta a intervenire.
«Ero così lieta di averla qui. Stavo già in pensiero per te, Harald.»
«Sì, mamma, lo sai: non sono padrone del mio tempo.»
La voce di Harald e i suoi gesti hanno ancora le misure della sala e gli riesce difficile abituarli alla piccola stanza. Perciò si volge verso Marie:
«Vogliamo scorrere questa roba?»
La Holzer scorge la delusione della madre di Harald e cerca di trattenerlo.
«No, Harald, ora voglio rivederti. Se tu ripianti gli occhi in queste brutte carte, per me sono perduti, oggi. E
anch’io ho un diritto su di essi, no?»
«Sì, sì, Marie», ed è come se Harald avesse l’impressione che abbiano escogitato qualche cosa per tormentarlo.
«Voi avete tutti un diritto su di me, lo so. Tutti, tutti, tutti…»
La signora Malcorn si spaventa:
«Vieni, siediti accanto alla stufa, devi essere intirizzito».
«Sì, sì, accanto alla stufa, sedersi sempre accanto alla stufa, dietro la stufa, se possibile…»
Poi si accosta improvvisamente a sua madre, tutto vergognoso:
«Mamma, scusami… Ogni volta mi entra dentro un’ira malvagia che non è ancora uscita. Marie sa che questo non vuol dire nulla, vero? Porto con me anche quell’ira. E qui non deve uscire, qui no, lo sa Iddio!»
Egli conduce dolcemente la signora Malcorn nel suo angolino preferito vicino alla lampada e la sua voce trova una dolcezza imprevista:
«Hai gli occhi rossi, mamma: non hai lavorato troppo anche tu? Cosa? Questo orribile rosso del tuo ricamo?…
Sì, ma deve essere proprio questo rosso, questo color sangue? Ma che cosa diventa, poi, tutto?»
La signora Malcorn non può neppur credere a tanta felicità.
«Una passatoia», dice piano, con voce tremante di commozione.
«Bene, bene», fa Harald, già lontano di nuovo, del tutto estraneo; e voltandosi verso Marie:
«È molto importante sbrigare oggi quest’affare. Arriva tanto lavoro, ora. Come se nemmeno nei cuori, adesso, facesse giorno, come fuori. Tanta miseria dappertutto. Miseria fisica, patimenti, povertà, malattia; miseria spirituale, presunzione, pregiudizi, egoismo. E in tutto: l’ostinazione, l’inerzia. La terribile, ottusa, incurabile inerzia. Questo immane giogo del passato sotto cui camminano tutti. Essi odiano i loro dolori e le loro gioie. Insignificanti, odiose sofferenze, ed una timida, falsa, paurosa felicità. Ma ci restano. Prova a tirarli fuori: si difendono. E strappali soltanto dalle loro misere abitudini: sono come scacciati e vogliono rientrare nelle case appestate del loro passato. Tutto inutile».
E dopo una pausa meditabonda:
«E accanto vi è invece quell’onesta volontà, quella rispettabile forza che non vuole dominare, che è pronta a servire e non rifugge dal minimo, più insignificante lavoro, solo che conduca al progresso. Ma tu sai, Marie, quanto io sono convinto della meta, non è vero? Tu sai da che profondità mi viene tutto questo. Tu stessa l’hai già provato una volta, no?»
«Caro, io lo riprovo ogni giorno!»
«E tu credi in me?»
«Come al sole.»
Allora Harald le prende grato la mano e chiede:
«Questo vuol dire credere ai fiori o ai frutti?»
«A entrambi. Gli uni dopo gli altri, Harald.»
«Gli uni dopo gli altri? Occorre tempo, Marie, molto tempo…»
«Siamo
giovani.»
«…
e
pazienza…»
«Tu
l’hai.»
«Lo credi tanto fermamente?»
«Perché tu hai amore, Harald.»
Tacciono entrambi. Finché Harald, come sollevato, respira:
«Ti
ringrazio».
Subito dopo cerca di tornare allegro.
«Così… tu… mamma, dimmi, posso guardare la passatoia, il tuo lavoro?»
La signora Malcorn cerca, sorridendo, di impedirglielo. Ma la passatoia è presa e svolta lentamente sotto la lampada.
«Oh, oh», fa Harald prima ancora di aver finito di stendere tutto il ricamo, «guarda Marie, noi parliamo e parliamo, ma se dovessimo mostrare quello che abbiamo fatto, hm, ci troveremmo in un bell’imbarazzo: invece mammina fa in silenzio una cosa come questa, senza dire una parola fa una cosa tanto bella. E questa diventa solo una passatoia. Soltanto una passatoia. Come ci si può dunque sbagliare? Io l’avrei presa per qualche cosa di più importante…»
Marie è curiosa:
«Oh… per. . un vestito…»
«Vestito!», ride la Holzer. «Secondo te si portano abiti simili?»
Harald alza gli occhi:
«Secondo me? Secondo me? Come suona strano ciò: secondo me. Credo sia la prima volta che sento pronunciare tali parole una dopo l’altra. Questa è come una scoperta. E tuttavia così semplice. Proprio come tutte le scoperte… Secondo Dio… secondo gli uomini… secondo te… secondo… ed ora, costruito proprio uguale: secondo me, secondo me. Già. Ma che volevo, dunque… Di che cosa stavamo parlando?» Si ricorda della sua tenerezza: «Sì, ma perché ricami questa passatoia, mamma? Vogliamo dare una festa?»
La signora Malcorn lo guarda tristemente. Ma Marie Holzer sa che partito prendere:
«Mio Dio, ogni tanto si festeggia qualche cosa. Si può festeggiare tutto. Il primo giorno di primavera e la prima neve. E se non si trova nulla, si festeggia anche la passatoia, quand’è pronta, no?».
Ma gli altri non sembrano avere udito la sua allegra spiegazione, tanto sono seri e silenziosi. Harald, distogliendosi dai suoi pensieri chiede soltanto:
«Ci vuole molto a terminare un lavoro così?»
«Se si è solerti . .», sospira la signora Malcorn.
Ma Harald va più oltre.
«Io», sorride, «non lo finirei certo mai. Sederei e ricamerei impiegando tutti quei colori scuri in mezzo ai quali ci si smarrisce. Errare sul canovaccio sempre più lontano. Dentro a un buio sempre più fitto, come in un bosco, e mai trovare la fine. Mi spaventerei, se trovassi la fine!»
Ora Harald è molto lontano dalle due donne che lo ascoltano stupite e preoccupate; non lo capiscono più. Ma egli va sempre più distante da loro. Solleva le braccia sopra gli occhi chiusi;
«… E tuttavia ho un tale desiderio di feste, di un’ora unica, straordinaria! Di rosso e di rose, di profumo e d’oro, di splendore, di splendore inaudito! Ci si dovrebbe accecare, là davanti, non vedere più nulla, dopo, mai più. Ma lo sappiamo: tutte cose che furono. E ci resta il sentimento di una prodigalità inaudita. Talvolta penso di mandare via la gente: andate tutti a casa, indossate gli abiti migliori, prendete quello che avete nei bauli, che apparteneva ai nonni, gli scialli dal caldo profumo e le pesanti spille intrecciate che sono come nodi d’oro. E i fiori che crescono nelle roste sulle vostre finestre, adoperateli una volta! Metteteli nelle mani dei vostri bimbi, perché imparino a sorridere. E poi ritornate.
Ritornate tutti!»
Ma le mani di Harald cadono scoraggiate dal suo bello e sognante gesto di benvenuto, ed egli continua con voce stanca, disillusa:
«… e se tutti ritornassero realmente, nei loro insulsi costumi domenicali, con i calzoni troppo corti e gli scialli rigidi, rotti da pieghe, odorosi di canfora, allora… allora non avremmo nulla da dirci, e ci comporteremmo come bimbi estranei, che debbono a un tratto giocare insieme…»
Pausa.
E poiché egli non aggiunge nulla, Marie Holzer, che è poco usa al silenzio, fantastica:
«Tu parli prima come un re, poi come un poeta…»
«E non sono né l’uno né l’altro…» Harald si è destato. «Ci furono molti re nella nostra stirpe, non è vero, mamma? Così dicono. In tempi di cui si è persa ogni memoria. Mille anni fa, forse…»
Marie chiude gli occhi come su un’alta torre priva di parapetto:
«Mille
anni…»
«Sì. Se tu dici il nostro nome, piano, dentro suona ancora il vecchio nome, buio, profondo, come le campane di una chiesa sommersa…»
E Harald continua, come a mezzo di una storia:
«… poi un’enorme onda si abbatte sul trono trascinando con sé l’ultimo sovrano nel profondo oblio. Là rimangono ad abitare i suoi nipoti, i suoi discendenti. Ma molto più tardi, nel medioevo, uno di loro, tuttavia, ritorna al potere. Non è vero, mamma? Ma in un altro regno, con un nome oscurato - e soltanto come piccolo re vassallo. Dopo di lui, gli altri rimangono un po’ a galla e compaiono talvolta nella storia, al tempo della Guerra dei Trent’Anni. Ma presto si stancano delle piccole discussioni e delle ostili contese e abbandonano, impotenti, il vecchio nome che cade, cade lentamente fino ai vecchi re pagani… Ed io, io entro proprio nell’anonimato».
Nessuno dice nulla. Soltanto la pendola parla, su in alto, nel suo amabile modo d’altri tempi. All’ottavo colpo Harald si ricorda di una cosa:
«Come un poeta… Chi ha detto questo? Tu, Marie? Ma tu non sei la prima! Molto prima di te una voce, nel mio profondo, mi ha detto: ‘Poeta!’ Io non ne ho colpa. Questo avveniva là dove noi non arriviamo. In quel buio dove comanda un altro… Essere artista, essere giovane! Come se questa fosse la stessa cosa, no?»
E facendosi forza, ad un tratto:
«Voi vorreste che io fossi un artista?»
Pausa.
«Di’,
mamma.»
«Rimarresti vicino me, in casa?»
«Chi sa. Non posso rispondere a questo. Forse. Forse si ha tutto in sé. Forse non c’è nulla che non si ha in sé.
Forse… E tu lo vorresti, Marie?»
«Che tu fossi un artista? Ma io credo che tu lo sia, Harald.» «Ti inganni, bambina, di sicuro. Vedi tutto ciò troppo chiaramente. Hai in te tanta luce per ogni cosa. Non sono artista. Forse avrei potuto esserlo. Avrei potuto rimanere, sebbene non lo fossi ancora. È troppo tardi.»
E tutto eccitato si accosta a Marie:
«Prima hai detto che io ho l’amore, Marie. Ma l’ho, poi? Non l’ho sperperato, dissipato a piene mani? Da due, tre anni in qua che altro è stata la mia vita se non uno sciupio d’amore? Come posso disporne quando sono centinaia a tenerlo? E se lo richiedo loro, che cosa debbo fare con quest’amore che reca le tracce di cento mani convulse, che è diventato logoro, vecchio, appassito? E questo non dopo la sua estate. Oh no! Non ho aspettato che fosse maturo. L’ho gettato agli affamati come un frutto verde: ‘Tenete, tenete!… ‘e tuttavia essi non se ne saziarono né furono guariti.
Perché quella volta venisti a tendermi la mano, Marie? Allora ero ancora in tempo. Avrei ancora potuto salvare e risparmiare. Non voglio accusarti, no! Soltanto, non devi chiamarmi ‘artista’. È come uno scherno…»
E comincia a tossire piano, così che gli occhi della signora Malcorn diventano fissi e paurosi. Ma Marie Holzer, adesso, non bada a ciò. Sente l’obbligo di rispondere.
«Tu sei eccitato, Harald. . Non hai nessun diritto di parlare così. Tu sei passato di vittoria in vittoria. Non puoi dubitare. Sapevi quello che volevi. Debbo ricordartelo?» E senza badare al gesto di diniego di Harald: «Io ti sono grata di tutto, anche della mia sicurezza. Sei stato tu a darmela. Essa è mia. E se tu la rivolessi… non senza lotta.»
Harald sente venire la tosse, e così dice svelto e duro:
«Che parole grosse, Marie».
«Sono parole tue, che ti rendo. Tutte, anche queste: ‘Uomini di poca fede!’ Non puoi attendere la tua estate?
Non frutti smaturi, ma semi tu hai gettato in cento posti, e devi attendere cento raccolti.»
La Holzer aspetta una risposta, una parola che ripari a tutto. Ma Harald annuisce soltanto. Tutto ciò gli è adesso così indifferente. E poi teme la tosse, che viene. Sua madre non lo abbandona con lo sguardo.
Allora Marie raccoglie ancora una volta tutte le proprie forze, e le sue parole sono calde e schiette:
«Abbi coraggio, Harald! Tu sei ingiusto. Pensa: una volta hai detto testualmente: ‘Vorrei essere di gran cuore artista, ma non è ancora tempo per l’arte… ‘»
«Io ho… Scusami.» Tali parole suonano ironiche.
Ma Marie Holzer non cede:
«Una vita di dedizione non vale per dieci? Non abbiamo un dovere di cui andare molto fieri? Questo non ci fa ricchi? Non conosciamo la nostra strada. Harald? Non siamo vittoriosi? Harald, credi in noi?»
Egli deve vedere la mano che Marie Holzer gli porge. Ma ciò nonostante, le passa accanto, va da sua madre che lo attende timorosa e, ansando, dice lento:
«Io… sono… stanco…»
La Holzer vede come egli si lascia cadere nella poltrona. La piccola donna che si piega su di lui lo nasconde interamente. E non dice più nulla; non l’avrebbero neppure udita, perché Harald tossisce molto forte.
Come dev’essere triste per coloro che nell’inverno erano sani, l’arrivo della primavera. Come possono capirla, se non sono guariti? - pensa Harald, e continua a guardare il cielo che, alternando luce e ombra passa alto davanti la finestra in quel pomeriggio di precoce primavera. I suoi occhi splendenti non sono i soli a guardare, ma è tutto il viso, in cui nulla è segreto. Sotto la barba, che ricopre in disordine le labbra, è un lieve sorriso, in attesa che una parola lo porti con sé tra gli uomini. Ma Harald tace.
Solo quando la signora Malcorn entra, piano, come si cammina dove sono ammalati, e chiede:
«Già solo? Marie se ne è andata?» - egli annuisce, ma poi dice con voce distinta:
«Guarda».
Con l’intelligente comprensione dell’infermiera la signora Malcorn si volta verso le finestre, ma non scorge nulla. Allora Harald spiega:
«Le nuvole… È una vista meravigliosa; ed io per tanto tempo non l’ho veduta. Da bambino, qualche volta, e poi…»Dopo un po’ risponde alla domanda della madre:
«Marie non dovrebbe più venire. L’ho mandata via. Volevo dormire, le ho detto. Ma ero soltanto stanco, stanco di vederla. Stanco di udire sempre quelle vecchie cose. Di quelli là sotto, credo. Ed è solamente mezzo anno che non mi trovo più in mezzo a loro! Mezzo anno! In tutto questo periodo non è accaduto nulla, sembra; almeno, stando a quello che racconta Marie.»
«Vedi, essi non possono dare inizio a nulla senza di te…»
«Mia cara, anche con me essi non farebbero nulla. E poi: io non posso fare nulla con loro, veramente.» E si volta di nuovo verso le finestre come se nulla fosse più importante di quel cielo chiaro e commosso.
«Prima, non ho mai visto una cosa simile. Da tanto! Non so, mamma: forse è un effetto della malattia se uno diventa così attento a tutto, così pensoso, quasi saggio… così naturalmente saggio come si è da bambini? Non si può cambiare.»
Pausa.
Poi,
piano.
«Credi che sia troppo tardi?»
La signora Malcorn aggiusta i cuscini posati sulla spalliera della seggiola.
«Troppo tardi, Harald? Per che cosa?»
«Per cominciare. Cominciare ancora una volta, dall’infanzia. Come se questi tre anni non fossero stati. O
fossero stati una lunga malattia, da cui esco ora a poco a poco…»
Egli sente un bacio sulla fronte, e chiede:
«Non è troppo tardi?»
La signora Malcorn scuote il capo, poi si inginocchia accanto a Harald; egli le posa le sue fini e calme mani lievemente sui capelli e dice:
«Non mi sarà difficile, credo. Sono molto più vicino a quanto si trova nella fanciullezza che a quello che segue.
Ricordo tutto. Se tu volessi mettermi alla prova… Proprio tutto, di nuovo. Perfino di quella volta che portavi un abito di pizzo, fatto come di grandi nubi, di nubi di primavera. E quando piangevi spesso… Oh, so ancora tutto. E quelle brevi e facili canzoni che suonavi, le rammenti?»
La signora Malcorn abbassa ancora di più la fronte, e le mani di Harald posate sui suoi capelli scivolano in recessi più freschi. Di nuovo essa ode sopra di sé la voce dei figlio:
«… Certo, è molto tempo. E tuttavia, sento con esattezza come ora. Come se uno splendore scivolasse attraverso le ore buie, un ultimo sorriso delle cose prima del sonno: così era la tua canzone. E una volta che entrai adagio da te (tu non mi sentisti arrivare) mi chiamasti… mi chiamasti, allora… Jérôme… Strano: Jérôme, nonostante che io sia Harald… e… il babbo… si chiamasse pure Harald… Ma tu mi chiamasti allora Jérôme… E questo si addiceva tanto bene al motivo che suonavi. . era come la stessa canzone… Vedi che so ancora tutto?»
Pausa.
La signora Malcorn si alza e si costringe a dire:
«Vuoi fare una cosa per me, Harald?»
«Quello
che
vuoi.»
«Non andiamo a Skal, restiamo qui.»
Harald stupisce del tono supplichevole di queste parole.
«Ma andavamo soltanto perché tu lo volevi!»
«Sì, vedi, vicino al castello è un grande parco antico, e poi… ho scritto allo zio se voleva invitarci. Speravo che là ti saresti ristabilito prima, ma…»
Harald la interrompe in fretta:
«In verità, ti avrei pregato proprio della stessa cosa, mamma. Oggi o domani. Dapprima vedevo questo come una grande gioia. Ma le nostre stanze, qui, mi sono più care. È durante la malattia, sai, che mi sono diventate così care.
E ancora le conosco tanto poco. Stavo così di rado, prima, a casa… Ma certo, restiamo».
Smarrita e angosciata la signora Malcorn ricomincia:
«E non mi domandi perché ti ho chiesto…»
«Avrai avuto le tue ragioni, mammina… Ed io quasi credo di indovinarle: ti conosco! Ti spiace chiedere un favore allo zio, tu, così orgogliosa…»
Ma proprio con questo egli costringe la signora Malcorn a parlare. Ciecamente, quasi fuori di sé dalla vergogna, essa si strappa queste parole:
«No, Harald, io non posso mentire… davanti a te… debbo dirtelo… non è… non è per orgoglio, è per paura…»
«Paura?»
«Sì, della Dama Bianca…»
Harald ancora non comprende:
«Paura? Di Donna Walpurga? Ma… mia coraggiosa mammina: paura?»
La signora Malcorn cerca di sorridere. Pagherebbe, tuttavia, qualunque cosa, pur di sfuggire allo sguardo del figlio. L’occhio che la guarda è così grande, ed essa rimane sempre nel suo cerchio, raggiungibile dal suo dolce splendore, anche se erra tra gli oggetti. Infine essa si rannicchia davanti alla stufa per alimentare il fuoco, come se fosse lavoro urgente. E così, da questo rifugio, in ginocchio, il viso curvo sull’ardente bagliore delle fiamme rinvigorite, comincia a parlare sussurrando:
«Ricordi la leggenda di Donna Walpurga?»
«Press’a poco. Essa è stata vista in diversi castelli, no?»
«Sì, ma più di frequente a Skal.»
«Ah sì? sempre tre giorni prima che uno morisse, non è vero?»
«Già,
dicono.»
«E, stando alle cronache, questo si è avverato, cinque o sei volte. Ma se si pensa che Walpurga visse intorno alla metà del Cinquecento e che da allora si è presa il disturbo di comparire solo cinque o sei volte, si deve concludere che la maggior parte dei Malcorn sono morti senza la sua visita preliminare - a meno che essi non vivano ancora…»
«E non sai altro di lei?»
«Un tempo sapevo tutto, da ragazzo, da bimbo… ma poiché ora vivo la fanciullezza come fosse di ieri, dovrei tornare a saperlo… Aspetta: essa era la moglie del… del… conte (o allora erano ancora baroni?) No… credo… dopo ne verificheremo l’esattezza e, nel caso io abbia ragione, ti chiedo una ricompensa, no?»
Harald cerca nella sua memoria e così non si avvede che la signora Malcorn non risponde scherzosamente all’ultima domanda. Egli si aggiusta un po’ sulla sedia e cita, sicuro e preciso, il passo che interessa:
«Sigismondo Ferdinando, primo conte austriaco dei Malcorn, signore di Tschkathurn e Hallpach ecc. Figli: Ferdinando III, Apel detto lo Zoppo, Cristoforo. Cristoforo, successivamente signore di Sarnkirchen e Skal, stringe matrimonio con Walpurga, Baronessa di Indicar. . E ci siamo! Vedrai che è giusto. Sta ancora a sentire. Ora credo di ricordare nipoti e pronipoti fino al diciottesimo secolo…»
«No, no», protesta con voce rauca la signora Malcorn.
«Bah, penso anch’io che basti. Soprattutto non capisco perché ci interessiamo tanto di Donna Walpurga. Se essa non ha ancora pace…»
«Sai
perché?»
«Perché non ha pace? Evidentemente la sua storia è quella di tutte le Dame Bianche di questo mondo: peccatrici, infedeli, strozzate dallo sposo sdegnato…»
«Peccatrici, infedeli…», ripete la signora Malcorn con voce tanto incerta che Harald si guarda intorno meravigliato. Essa gli è ora vicinissima, dietro la sedia, tanto vicina che le ali delle sue parole lo sfiorano, quando chiede:
«Ti ricordi di tuo padre, Harald?»
«Appena. Aveva una folta barba bianca. Era vecchio.»
La signora Malcorn vorrebbe posare una mano sui capelli di Harald, ma la solleva invece solo fino alle spalle tanto è pesate. In questo momento Harald dice:
«Aveva mani strane, selvagge…»
«Harald!» È come un grido, ma Harald non può scorgere il viso della madre.
«Potresti pensare, Harald…», egli sente dietro di sé; e dopo, con timide pause singolarmente vuote: «… che tuo padre mi…»
Allora Harald volge il capo. La signora Malcorn guarda al di sopra di lui nel crepuscolo incipiente e grida quasi:
«… che avrebbe fatto come il conte Cristoforo?»
Dapprima Harald non capisce. Poi si protende verso la gelida mano e l’attira a sé piano. La madre, allora, gli s’inginocchia a un tratto vicino e, mentre preme le guance sul suo grembo, sente la voce di Harald passare sopra di sé; piana, grave, quasi solenne:
«Era un vecchio. Io non l’ho amato».
Essa gli bacia le mani spaventate, che si difendono dolcemente. Ma Harald già si adopera a rialzarla, e sorride:
«Vedi; sono ancora troppo debole. Ancora non va. Non riesco a sollevarti».
Poi, quando essa si è alzata con leggerezza, egli si distende di nuovo, come per un felice sonno. Il suo volto è immobile. Solo sotto il mento, sul lungo, esile collo, una piccola vena palpitante mostra il sangue che fluisce verso il cuore.
Dopo un po’ sospira profondamente, e la signora Malcorn chiede:
«Stai
bene?»
Harald non apre gli occhi: «Sì, oggi non verrà la febbre serotina…»
«Ma
ora
riposa…»
«Non
andare…»
«No, sono sempre qui.»
E nel silenzio che segue il crepuscolo finisce di consumarsi. Senza rumore le cose si ritirano dalla luce come da una chiesa le cui porte si stiano chiudendo. Si rannicchiano lungo le pareti, si scaldano le une con le altre e sprigionano un sopore che la pendola vince a fatica. All’ultimo momento, quando l’ora è per passar via inosservata, essa la chiama, rapida e chiara.
E
desta
Harald.
«Sei
lì?»
«Sì, caro. Hai bisogno di qualche cosa?»
«Non voglio dormire.»
«Dormi, invece, Harald. Ti gioverà.»
«È troppo bello, per me, dormire. Sto così bene. Quando dormo lo dimentico. Ed io vorrei sapere che sto bene.
Parliamo.»
Soltanto ora Harald si muove. Gli occhi rimangono chiusi, ma tende la sinistra e prega:
«La
mano!»
E quando il suo desiderio è esaudito:
«Questa è la tua mano… Se dovessi diventare cieco, ti riconoscerei lo stesso da questa mano… Non debbo dunque avere nessuna paura, nemmeno di diventare cieco… nemmeno se… invece, se… perché allora dovrei lasciarla andare…»
La signora Malcorn si spaventa perché comprende subito quell’«allora». Involontariamente ritira la mano.
«Oh», fa Harald, come se avesse lasciato cadere un oggetto di vetro, e sul suo viso è la paurosa tensione di udirlo tintinnare sul duro pavimento.
Ma la signora Malcorn lo calma subito.
«Sono sempre qui, Harald.»
«Sì.» Egli lascia dormire gli occhi e parla piano, come per non destarli. «Tuttavia è bene che mi sia ammalato.
Pensa: se non mi fossi ammalato, laggiù avrebbe continuato così, sempre e poi sempre, finché… Ma ora… ora posso ricostruire la mia vita dall’inizio… Infanzia? Hm. Sono stato così felice. C’era una persona che me l’ha resa così favolosamente bella! Indovinerai chi… Non proprio lieta, se per lieta intendiamo: piena di giochi e di feste. Io ero sempre solo, o, al più, solo con te. Ma era così… profonda. Non mi riesce scorgere il suo principio. Potrebbero essere stati millenni… millenni. E tuttavia è come un unico giorno non ancora finito, che io sogno non debba mai finire. Puoi immaginarlo?»
Egli non attende altra risposta che il silenzio. E dopo che si è impadronito di una lunga pausa, continua:
«Deve essere difficile, immaginarlo. Prima, lo avrei appena potuto: ma ora mi sembra naturalissimo. L’infanzia è un paese indipendente da tutto. L’unico paese in cui esistono re. Perché andare in esilio? Perché non invecchiare e maturare in questo paese? Per che ragione abituarsi a quello cui credono altri? È in ciò più verità che nelle prime, profonde convinzioni infantili? Io posso ancora ricordare… Allora ogni cosa aveva un senso particolare: vi erano innumerevoli cose. Nessuna valutata più di un’altra. Sopra ad esse era giustizia. Ognuna doveva sembrare unica, doveva essere destino: un uccello, arrivato volando nella notte per posarsi, nero e grave, sul mio albero prediletto; una pioggia d’estate che trasformava il giardino, conferendo al verde oscurità e splendore; un libro tra le cui pagine era un fiore, Dio sa di chi; un ciotolo di una forma singolarmente espressiva, tutto questo dava a credere che ne sapessi molto più dei grandi. Era come se si potesse diventare grandi e felici traverso ogni cosa, ma pure che si potesse morire in ogni cosa…»
Poi rapida, con voce diversa, la domanda:
«Non è troppo tardi? Non hai detto così?»
«Non
è
mai troppo tardi, Harald.»
«Mai? Può succedere, dunque, che se io, per esempio… Ma il dottore dice poi proprio la verità?»
«L’hai sentito tu stesso. Egli parla sempre forte e allegramente…»
Ora Harald impiega gli occhi come testimoni. Guarda fisso sua madre.
«E… sulla porta non ti dice altro?»
La signora Malcorn era preparata a questa domanda. Sostiene calma lo sguardo di Harald con un leggero, segreto rimprovero in viso.
«Scusa, mamma. Ma potrebbe essere. Ho visto spesso questo, prima, in case di malati. Ho avuto persino occasione… Ma che diremo ora a Marie?»
Egli dice questo improvvisamente.
«Cosa intendi dire?», chiede meravigliata la signora Malcorn.
«Perché non debba più venire.» «Dici sul serio?»
«Sì! Essa non avrà alcun posto nel futuro che immagino. La vita è stretta, ed io debbo cacciarvi dentro tante cose. Marie appartiene all’altra, alla vita di ogni giorno, che ho dimenticato. Non voglio mi sia ricordata. Lei invece mi rammenta il passato perfino quando non ne parla, con la sua sola presenza. Deve andarsene!»
Il tono è duro e risoluto, la signora Malcorn non afferra subito. Una quantità di domande le salgono alla bocca, che non sa formulare, e Harald è di nuovo avanti con le sue parole e lieto, come sollevato da questa decisione.
«Dipingerò… o, forse, scriverò un libro: infanzia e arte. Ho tanto fantasticato, in queste ultime settimane: te lo detterò. Non devi temere ch’io ti stanchi. Solo un paio di righe al giorno - ma compiute, belle… Una volta, forse, inventerò una canzone, e tu la suonerai. E se mi costruirò una casa, naturalmente tu dovrai abitarvi… cioè: noi, perché noi non ci separeremo mai… Non è vero? Non è vero? Di’?»
La signora Malcorn sorride distratta: «Tu sposerai…»
«Sposare?»
«Su via, una volta…»
«Credi che sposerò Marie?»
La signora Malcorn fa un cenno d’assenso. «Non ho mai pensato a questo…»
Piena di confusione, la signora Malcorn svia il discorso: «E che cosa dipingerai? Non l’hai detto».
«Dipingere?
Nuvole.»
«Sognatore!»
«Nubi di primavera! Un abito di nubi! Il tuo abito! Te!»
«Non ho più nessun abito di nubi.»
«Allora devi fartene fare un altro…»
La piccola donna sorride mesta:
«Mi resta solo ancora un vecchio abito di raso bianco, giù di moda, dell’ultimo ballo».
«Sì, bianco», fantastica Harald. «Ti dipingerò in bianco, con dei fiori. Con ardenti fiori rossi. Con fiori che non si trovano da nessuna parte. Con quei rossi… (dove li ho dunque visti? ) del tuo lavoro. Con quei fiori. Li hai inventati tu?»
«Per caso», essa sussurra diventando di brace.
«Che strano! Tu inventi fiori!» E Harald la scruta come se il viso di lei nel suo timido, pudico imbarazzo gli dovesse ricordare qualche cosa. Poi si interrompe:
«Forse è sciocco parlare così. A dire la verità, non ho mai provato a dipingere. Ma per questo non debbo tentare? Forse sono di nuovo… un inizio… Mi sembra che abbiamo sempre parlato di questo; che i Malcorn diventano sempre re… E quelli che non hanno nessun popolo sono forse i veri re…»
«Anche nell’arte puoi porti sopra un popolo…»
«Forse. Forse l’artista può formarsi il suo popolo tra tutti i popoli, lo può educare… Ma io non voglio questo; non lo vorrò mai. Io non voglio educare. Non voglio il successo, alcun successo da nessuna parte. Io voglio semplicemente: bellezza…»
«Sì», profferisce la signora Malcorn, come per se stessa.
«Ne convieni?» E Harald la guarda quasi sorpreso.
«Sì», essa risponde piano, ed osa appena alzare gli occhi.
Dopo un breve silenzio, lo sente dire:
«Come sei bella!»
Nel sentirsi guardata, rabbrividisce.
E
di
nuovo:
«Come sei bella, ora!»
Con movimenti leggerissimi, misurati, essa si alza e attende, finché egli esclama:
«Non fosti mai così bella!»
Questa volta essa non riconosce la voce del figlio.
E incerta se ne allontana e si pone nel buio, come sotto la protezione della pendola, il cui respiro le è vicinissimo.
«Come cammini! Così camminano solo fanciulle!»
Essa sta tra le due finestre, in ascolto.
Ed egli le chiede:
«Come ti chiami veramente?»
Essa non si muove, ma pensa: la febbre - e prova un grande sollievo; ma tale constatazione, nello stesso tempo, la rende triste, come se le fosse stato tolto qualche cosa di appena donato.
Egli
dice:
«Sì, non ti ho mai chiamato per nome. L’ho dimenticato.»
Per un poco essa sente il battito del proprio cuore, poi lui… di nuovo.
«Ora lo so: tu ti chiami Edel…»
Essa pensa se non è febbre, e ascolta.
«Ma come ti hanno chiamato quelli che… che… che tu hai avuto cari?»
La donna si accorge appena di rispondere con un’altra, giovane voce:
«Edel».
Egli prende il nome e lo accarezza:
«Edel, sì, devi chiamarti così. Edel: è un nome bianco, tutto bianco… Ma tu l’hai ancora, sempre, il tuo vecchio abito, l’abito di ieri e di ieri l’altro, l’abito nero, l’abito malato… Tu non sei bianca. Hai tradito il tuo nome. Ora non puoi più rinnegarlo: va, indossa il tuo abito bianco!»
Essa si appoggia al nero castello del pendolo.
«Va!»
«Domani!»
Egli non sente.
«Perché dobbiamo aspettare? La bellezza vuole scendere su noi.»
Le parole di lui la spingono verso la porta, ma essa esita ancora.
«Affrettati! Fatti bella e torna subito. Intanto qui sarà tutto festoso. Tutte le candele, tutte le lampade arderanno, quando tu tornerai, bianca Edel!»
A questo punto egli fa un movimento come se volesse alzarsi. Essa vuole andare da lui, vuole impedirglielo, vuole essere materna. Ma Harald è già in piedi, grande, forte, le braccia come ali, e le sorride.
Ora essa ubbidisce e va.
Egli la segue con sguardo beato. E sorride.
Ma il sorriso non si arresta sulle sue labbra sottili. Quando l’orologio si muove, gli cade, e Harald si copre il viso vuoto con le mani. E lo sente freddo. È solo, l’oscurità grande lo spinge nella sedia, in cui sprofonda, muto.
Così rimane, forse a lungo.
Perché quando torna in sé è notte.
I suoi occhi sono disabituati ai neri oggetti pesanti, e si aggirano paurosi nel silenzio. Improvvisamente si spalancano. Una porta si muove, ed è come se ne uscisse una luce lunare. Dinanzi alla finestra, vede: è una donna. Tutta bianca…
Allora Harald si difende con le mani magre e grida, imbruttito dallo spavento, con voce rauca:
«Ancora
no,
Walpurga!»
Qualcuno ha fatto luce.
Harald poggia sfigurato sui cuscini il capo ancora sporto in fuori, le mani abbandonate. E dinanzi a lui è la signora Malcorn nel suo abito di raso gualcito, le mani guantate. Ed essi si guardano con spavento negli occhi morti.
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