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rainer maria rilke

i fratelli (it)

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A mezzogiorno i nuovi inquilini avevano fatto il loro ingresso in un appartamento al terzo piano della vecchia casa prospiciente la chiesa dei Maltesi; calata la sera, si sapeva soltanto che avevano portato mobili talmente fuor del comune per la loro grandezza, che poco era mancato non rimanessero incastrati nelle strette spirali della scala a chiocciola. La vecchia rivendugliola dagli occhi cisposi che sedeva poco lontano, sotto il portico buio, non poteva darsi pace, ripensando ai giganteschi armadi di quercia; e scongiurava i vicini di credere che si trattava di armadi «molto signorili». Questa assicurazione fece sì che una insolita irrequietezza agitasse i numerosi piccoli inquilini della casa in questione: in ogni momento sbucava da una delle porte verniciate di bianco, su cui alcuni sudici biglietti da visita erano infilati intorno a una targa di latta o di vetro, una donnetta in disordine, spiava per le scale e si stringeva vergognosa, se si imbatteva in altri curiosi che a loro volta volevano tirarsi indietro spauriti. Poi, in fine, gli animi, agitati dagli stessi sentimenti, si riconoscevano, ed inasprivano ancora di più la loro esacerbata curiosità con oscure congetture.
Ma improvvisamente, dalla stretta tromba delle scale che si alzava lungo il muro come una colonna vertebrale, la popolazione femminile fu trascinata alle finestre della corte. Giù in fondo al cortile a forma di tubo, come in fondo a un pozzo, un organetto prese a singhiozzare una melodia dello Studente povero, davanti ad alcuni monelli, venuti non si sa di dove, che eseguivano una strana danza selvaggia intorno al vecchio ubriacone. I suoni sembravano prendere consistenza come dopo un gemito affannoso, quasi fossero rutti emessi dalle rigide canne dell’organo; e nel salire parevano attaccarsi, come spire di un laccio invisibile, ai colli sporgenti per una lunghezza incredibile da tutti gli abbaini e dalle finestre di cucina, rompendo la nudità dei muri come una bizzarra decorazione architettonica.
Le comari che intrecciavano i loro saluti nel crepuscolo erano tanto simili, da confondersi una con l’altra; sembrava che i loro visi avessero preso l’indescrivibile tinta del muro; anche nel movimento e nella voce si poteva notare una così sorprendente uniformità, da farle ritenere piuttosto accessori di quella casa che singole creature libere di muoversi. Dal movimento delle teste, oscillanti tutte secondo il ritmo del misero organetto, uno avrebbe potuto credere che l’attenzione generale fosse rivolta allo strumento; in verità, però, tutti gli occhi convergevano prudentemente sulle finestre della cucina del terzo piano; qualche facile orecchio credeva addirittura di sentirne stridere il chiavistello. Infine l’organetto si esaurì con un galoppo al quale un piccolo fox terrier nero urlò l’accompagnamento, il suonatore borbottò un grazie e si trascinò via a passi pesanti. Il limpido entusiasmo dei ragazzi gli si trascinò dietro come una catena, e a un tratto tutti sentirono il silenzio e l’oscurità del sordo cortile. Proprio in questo momento di sospensione, l’agognata finestra si aprì quasi inavvertitamente, e la vecchia domestica Rosalka si affacciò. Quasi tutte le teste si ritirarono; solo una voce, sfacciata ed impaziente, gridò: «Beh, vi siete già sistemati?» La domestica Rosalka annuì e, proprio quando l’organetto ebbe ripreso a suonare, fioco, in una casa vicina, qualcosa di molto malinconico, la vecchia si mise alla nera finestra come un grande e triste uccello, e negligentemente fece cadere pezzo per pezzo, nel cortile in ascolto, la storia della vita dei suoi padroni, quasi si trattasse di bucce di patate. Per quanto nessuno, ora, fosse visibile alle finestre, non una sola delle sue larghe parole andava perduta nei muri, dai quali di tanto in tanto spuntava qualche domanda vivace.
Un’ora dopo che l’«Ave» fu suonata ai Maltesi, anche la vecchia rivendugliola sotto il portico conosceva intera la vicenda della vedova del perito forestale Josephine Wanka e dei suoi due figli; e la offriva, insieme con gli «armadi molto signorili», ai suoi ultimi clienti della giornata, lo scrivano di tribunale Jerabek ed il lacché Dvorak.
Ma forse non ci sarebbe stato bisogno della confessione generale della vecchia per soddisfare le comari, perché le tre persone trasferite dalla piccola Krummau nella capitale sembravano portare indosso i loro ricordi e le loro esperienze; bastava sfiorarle per averne un brandello. Questo, in parte dipendeva dal costume della piccola città, dove ciascuno si adorna della propria gioia e porta con sé il proprio dolore nella maniera più evidente possibile; se uno è tanto avventato da non accettare quest’uso, a costui gioia e dolore saranno strappati fuori dal nascondiglio segreto dalle mani spietate dei vicini; e gli sarà poi difficile riconoscere la sua dolce felicità o il suo silenzioso affanno nelle chiacchiere deformate dal rancore e dallo scherno. Nella famiglia Wanka, la ragione di tale franchezza poteva essere anzitutto provocata dal fatto che l’avvenimento più recente e più carico di conseguenze della loro vita pesava ancora su di loro - sebbene fosse orinai trascorso un anno da quando era accaduto. Le casigliane, in ispecie, notavano ancora sui loro volti i segni del destino, quasi le impronte della sua presa brutale; e percepivano l’angoscia pronta sempre, dal fondo della loro voce, a diffondersi improvvisamente e senza ragione su tutte le parole. E solo Zdenko, un giovane di circa vent’anni, aveva nel suo viso un’espressione seria e riservata, che valse a cattivargli rapidamente le simpatie generali ma il fatto che egli - così si era sentito dire fino dai primi giorni - fosse studente di medicina, fece si che gli si portasse, invece di simpatia, un certo sostenuto rispetto, che però lui sembrava non notare o rifiutare. Se le donne, per il loro temperamento, si tradivano continuamente, la famiglia si mostrava un po’ fredda verso i premurosi coinquilini; e da quel primo giorno erano trascorse settimane senza che una delle vicine avesse messo piede nelle stanze della signora vedova del perito forestale. In ragione, appunto, della sua difficoltà, questo a poco a poco era diventato uno scopo al quale tutti tendevano a gara, senza peritarsi di ricorrere all’astuzia: ci si recava dai Wanka perfino a tarda sera per farsi imprestare un mortaio da zucchero o un cavatappi, che si perdevano straordinariamente spesso, o magari la chiave della soffitta, - cose che per lo più venivano portate via insieme con il disappunto di non avere visto oltre la soglia del tinello.
Cotesta ostinazione senza speranza non si accordava con le prime confessioni della vecchia domestica, ed era comprensibile che uno si aspettasse, dalla sua benevola disposizione, anche il resto.
Ma anche lei sembrava farsi sempre più taciturna e diffidente: e quando la sollecitavano, tornava a ripetere la solita storia, che da lungo tempo tutti conoscevano: di quel mattino di marzo, in cui i boscaioli avevano portato a casa dalla foresta il perito forestale della riserva Joachim Wanka, ucciso dai bracconieri. Il suo viso, scuro e pieno di una immobile collera, giaceva quasi tutto all’ombra delle folte ciglia; nulla poteva più aprire i suoi pugni, neppure le lacrime che scendevano su di essi: e il perito forestale avrebbe incontrato una bella difficoltà a disserrarli il giorno del giudizio, quasi fosse rimasto tutto il tempo con le mani devotamente giunte. A questo punto la vecchia si faceva il segno della croce con l’abituale approssimazione ed assicurava che essa, molto tempo prima, aveva appreso da sogni e conosciuto da indizi tutta la disgrazia; il signor Julius Cäsar aveva ripreso ad errare per il castello di Krummau; e al castellano era accaduto di vedere seduto in una poltrona di fronte a lui l’imperatore Rudolf, con il capo appoggiato sulla palma, che guardava lontano, attraverso la notturna valle della Moldava, verso le stelle.
Chi non voleva credere a tali cose, era senz’altro disprezzato dalla vecchia Rosalka; l’incredulità al riguardo denotava, per essa, ignoranza e inesperienza, - ed era da considerare come una conseguenza. tra le tante, di quella cultura che «nella grande città» compie sempre maggiori progressi. La sera, quando la signora Wanka sembrava tenere discorsi molto seri e meditati con il figlio, Rosalka non poteva trattenersi dal fare un cenno di nascosto alla figlia Luisa, che stava inutilmente seduta insieme con loro, gli occhi spalancati e smarriti, perché entrasse in cucina; e qui la metteva in guardia dalle bocche peccaminose degli eretici che non temevano più nulla, né cimiteri né mezzanotte, forse nemmeno le due cose insieme. Dopo un poco, veniva creata quell’atmosfera che la vecchia sentiva a sé congeniale: gli oggetti circostanti, dalla rigida credenza alla tozza vasca, fino a un momento prima indifferenti, sembravano a un tratto destarsi e accostarsi sempre più alle due donne per non perdere una parola di Rosalka; sorgevano rumori come provocati da passi, e senza ragione una delle vecchie padelle di ferro rideva: «Plink!» Allora la domestica taceva: col cuore in tumulto entrambe seguivano la nota argentina, e sembrava loro che un orologio invisibile avesse battuto un’ora piena di significato. A volte la vecchia lampada, quasi fosse d’accordo con Rosalka, si spegneva proprio mentre stavano in ascolto, e la densa oscurità diventava pesante e soffocante per mille vacillanti possibilità. Luisa, che sedeva silenziosa in un cantuccio, si faceva sempre più piccola di fronte a quelle forze; sembrava che la sua persona si dissolvesse, e rimanessero solo due grandi occhi spauriti, che seguivano l’ombra con abbandonata fiducia. Allora sembrava di essere nella gran sala delle maschere del castello di Krummau dalle pareti affrescate con grandi figure fino al soffitto concavo e sonoro. Un pittore francese aveva dovuto disporre così quei gruppi carnevaleschi molte centinaia di anni prima, componendoli in una varietà tanto ricca e sorprendente che pure nelle giornate luminose - sembra sempre che sbuchino dietro ogni figura nuovi ospiti fantasticamente vestiti. A Krummau, però, noto che questo non dipende da abilità del pittore, ma dallo strano fatto che ad una certa ora i cavalieri e le dame cominciano a muoversi per ripetere lo spettacolo di quella notte lontana. Essi discendono dalle pareti, e riempiono la sala del loro scintillante brulichio. Fino a quando i colossali granatieri ai lati della porta non picchiano al suolo le alabarde: allora le file si ordinano. Un tuono rotola su di loro. Il principe Julius Cäsar, figlio naturale di Rodolfo Secondo, viene condotto dal suo nero e selvaggio attacco a sei accanto alla ripida scalinata; e neppure un attimo dopo, nero ed agile, egli è in mezzo agli ospiti, che si inchinano profondamente, simile a un cipresso in un campo di spighe ondeggianti. Poi la musica mescola gli invitati; una strana musica, che sembra nascere dal fruscio dei preziosi abiti uno contro l’altro, si leva ampia e fremente sopra la massa, come una melodia marina. Qua e là il principe divide le onde brillanti con un gesto, sparisce in esse, emerge orgoglioso da un altro angolo, le sfiora con il suo luminoso sorriso simile a un raggio di sole, lancia in mezzo ai flutti una parola chiara e gioconda, quasi un anello prezioso, che tutti cercano di afferrare. E sotto il selvaggio e confuso movimento cresce il desiderio segreto. Al fianco di un cavaliere d’argento il principe riconosce una damigella in celeste, e subito prova amore per lei, odio per il suo accompagnatore. Entrambi i sentimenti sono brucianti e veementi. Ed eccolo mutare subito in re il cavaliere d’argento: perché una porpora scende giù per la lucida corazza di quello, sempre più larga, finché il colpito non crolla silenziosamente sotto il peso del manto principesco: «Accade così a qualche re», gli dice ridendo il principe negli occhi morenti. Allora le gioconde figure, irrigidite per l’orrore, svaniscono lentamente e paurosamente sui muri che si spengono, e la sala abbandonata affiora dalle ultime onde luminose come una squallida pietraia. Soltanto Julius Cäsar è rimasto, e l’avida vampa dei suoi occhi roventi brucia i sensi della pallida damigella.
Ma quando fa per afferrarla, ella si sottrae a quegli sguardi che la incantano e fugge nella sala nera e piena di echi, il suo leggero abito di seta azzurra rimane lacerato tra le dita selvagge del principe come un brandello di luce lunare: ed egli se lo avvolge intorno al collo fino ad averne impedito il respiro. Poi prende a cercarla, brancolando nella notte - ed improvvisamente esulta. Tende l’orecchio: essa ha scoperto la piccola porta segreta; ed ora è sua, poiché da quella parte è solo un’uscita: l’angusta scala della torre, che sbocca nella piccola rotonda odorosa, - su nella torre della Moldava. Con impeto prepotente egli le è dietro, sempre dietro, non ode il suo passo spaventato, ma ad ogni giro della scala se la vede davanti come un chiarore. Infine l’afferra di nuovo - e stavolta gli rimane in mano la delicata camicina tiepida di paura, solo la camicina, fresca per le sue labbra e le sue guance. Ha le vertigini, e quando bacia la sua preda si appoggia, vacillante, al muro. Poi con tre o quattro salti da tigre piomba sulla soglia dell’ultima porta, e diventa di ghiaccio: alto contro la notte si alza, nudo, il puro e candido corpo, come se fosse fiorito sul davanzale della finestra. Entrambi rimangono immobili; poi, prima ancora che egli lo pensi possibile, due braccia delicate, quasi di fanciullo si alzano, si sollevano verso le stelle come se volessero mutarsi in ali, qualcosa si spenge davanti a lui - e contro il grande arco della finestra è solo l’urlo profondo della notte e un grido…
«Hai davvero diciott’anni?», chiese Zdenko chinandosi sulla sorellina spaventata e piangente, quasi smarrita, così piccola e timida, in fondo all’angolo della cucina.
«I tuoi vecchi fantasmi ti inseguono fin qui, fino a Praga? Oppure Rosalka li ha portati con sé nelle sue pentole e nelle sue padelle?» La vecchia fantesca voltò gli occhi stizzita. «Sì», disse incerta Luisa, «sì», e sospirò interdetta,
«prima, non appena arrivammo qui, pensai di essermene liberata. Nel vedere le chiare facciate delle case e le strade larghe, mi sentii completamente libera e contenta; invece nella Kleinseite è quasi peggio che da noi. Non è vero?» E la fanciulla si guardò lentamente in giro. Ma Zdenko se la trascinò dietro nel tinello illuminato. «È come dicevo», gridò a sua madre. «Mentre noi siamo qui a conversare, lei è di nuovo là dalla vecchia strega, tutta eccitata dalle eterne fole.»
La signora Josephine scosse lievemente il capo dalla folta chioma grigia e disse: «Quando diventerai finalmente ragionevole, bambina?» Quindi continuò a cucire tranquilla la tela bianca; nella cesta vicino a lei molto lavoro aspettava. Ma dopo un po’ la vedova abbandonò in grembo le dita sciupate dall’ago, e guardò in faccia la figlia. Luisa, abbagliata dalla viva luce della lampada, aveva chiuso gli occhi; e nel visino pallido e delicato erano ancora tracce così evidenti di terrore che la madre si spaventò. Pensò a un tratto se la fanciulla debole e gracile avrebbe mai avuto forza sufficiente per rimanere, un giorno, in piedi nella vita senza sostegno né aiuto. I miti occhi celesti della madre si velarono di lacrime, ma questo poteva forse dipendere dalla fatica, perché cucire in bianco è lavoro estenuante, e le palpebre della signora Wanka erano sempre un po’ rosse per questo. Luisa, che doveva avere sentito quello sguardo, prese, dopo un poco, ad aiutare la madre. Le donne erano ora entrambe chine sulla tela, mentre la lampada gettava dal soffitto una luce cruda sulla chioma grigia e su quella bionda. A un tratto Zdenko disse: «Non so, mi viene sempre fatto di pensare che Luisa sia rimasta così piccina per lo spavento. Veramente. Potrebbe darsi benissimo. Quando uno, fin da piccolo, vede di continuo cose grandi come lei ne ha viste - pensate soltanto al castello sulla rupe scoscesa, quegli alti cortili, i grossi cannoni sui fortini e perfino nelle sale, sedie e quadri e vasi, tutto in proporzioni gigantesche, - allora o cresce come queste cose» (la signora Wanka guardò il figlio sorridendo, e continuò alacremente a cucire) «oppure…
perde ogni coraggio di seguirle nel loro sviluppo. Perché deve pensare: io non diventerò mai così grande. E a furia di guardare e di meravigliarsi passano i giorni, ci si dimentica di se stessi e del fatto che queste cose sono, in fondo, soltanto un esempio. Non credi, Luisa?»
«Forse», assenti la sorella senza interrompere il lavoro.
«L’ho provato anch’io, da ragazzo, e capisco come possa impressionare.» Zdenko guardò nel vuoto, sopra le donne. «Ma poi, una volta, avviene la rottura; allora ci si pone in punta di piedi davanti a tutto questo, invece che in ginocchio, e quello si toglie dalla vista. Guardare oltre diventa facile. E, credetemi, questo importa. Dominare sempre tutto. Chi sta in alto è sempre il padrone. Io avevo già un chiaro presentimento di quello che rende il nostro tempo tanto smarrito ed incerto; ma ora, da quando sono in città e vedo molte persone, so per certo che sopra non abbiamo nessuno.
Voi mi direte che ciò è falso; sopra la città è il borgomastro, e sopra di lui il governatore e questi a sua volta deve alzare bene gli occhi fino al re, e il re fino all’imperatore e questi fino al papa. Il papa poi, malgrado la sua triplice corona, non arriva mai fino al buon Dio, credetemi. Io penso dipenda dal fatto che per lo più si guarda alla cosa a rovescio. A me sembra che proprio in fondo sia il buon Dio, un poco più su il papa, e così via. In cima, poi, è il popolo. Ma popolo non vuol dire una sola persona, vuole dire molti esseri che si urtano, spingono, ognuno coprendo il sole all’altro. Allora, penso, - di tanto in tanto debbono levare in alto qualcuno, non troppo in alto (ché potrebbe facilmente cadere giù dove sono il re o l’imperatore), ma in modo che possa sentire le loro spalle forti e sicure sotto di sé, e guardare intorno un poco con tranquilla riflessione, per dire ai fratelli dove sorge il sole e quanto può ancora durare, finché… e diverse altre cose. Ma…» Zdenko si coprì gli occhi con la mano. Poi si alzò di scatto: «Beh, ora smettete di tribolare e andate a dormire; è tardi. Anche la lampada sta per spegnersi». La sua voce era aspra. Solo allora notò che Luisa non sedeva più curva sulla biancheria; gli occhi di lei lo fissavano ardenti, grandi e luminosi come non mai. E’ strano, egli si vide in questi occhi; e si drizzò orgoglioso e forte come davanti a uno specchio.
Ma sua madre seguitava a cucire alacremente; e Zdenko sentì a un tratto il bisogno di avvicinarsi a lei e di baciarle le mani.
Non era stata la diffidenza a rendere la domestica Rosalka riservata e taciturna coi casigliani. Accade spesso così ai vecchi quando, lontani dalla vita angusta della loro piccola città, debbono orientarsi in un nuovo luogo: non possono adattarsi alle misure più ampie, ed è come se fossero passati da una stanzina in una sala sonora, dove le loro parole più segrete sembrano ripetute a voce alta da cori invisibili, mentre i loro gesti frequenti e vivaci sembrano dissolversi nella immensità di quello spazio indifferente. Dapprima la cosa piace per la novità ma presto la sentono come uno sforzo che, non sufficientemente compensato, agisce in maniera debilitante: e allora un bel mattino, abbandonano le mani in grembo e le parole sulla lingua. In campagna, inoltre, la gente si comporta con maggior discrezione davanti a un’azione virtuosa. Basta che uno abbia avuto, una volta, una grossa disgrazia, perché riceva fino al suo ultimo santo giorno il rispettoso compianto dei conoscenti, come una rendita vitalizia. Ma «nella grande città» - si rammaricava la vecchia - per rimanere un po’ a galla, bisognava perdere il padre almeno una volta la settimana, e cadere dalle scale o dalla finestra ogni tre settimane, Ricordava con occhi umidi la sua «posizione» a Krummau e non poteva perdonare ai suoi padroni di essersi trasferiti a Praga per render possibile a Zdenko di frequentare l’università. Gioiva malignamente che la signora del perito forestale si dovesse ora recare, un paio di volte la settimana, in case private per guadagnare qualche cosa in aggiunta alla sua piccola pensione ed allo stipendio del Principe Schwarzenberg, lavorando in bianco: quel tanto che esigeva il nuovo andamento della casa e l’educazione del figlio. Sapeva pure che la signora Wanka avrebbe fatto ogni sacrificio per Zdenko, e che aveva l’oscuro desiderio di vedere in lui «un dottore», cosa che a Rosalka sembrava l’aspirazione irragionevole di un orgoglio smodato, per cui bisognava segnarsi tre volte.
Questi sforzi della vedova erano valutati diversamente dalla signora del colonnello a riposo Meering von Meerhelm, nella cui abitazione la donna si recava una volta la settimana, e precisamente il lunedì, giorno di bucato, per rammendare la biancheria. La signora Charlotte von Meering lodava lo zelo della madre e disapprovava soltanto che Zdenko Wanka avesse scelto l’università boema invece di quella tedesca. Questo sproposito evidente costituiva una colpa che non gli si poteva perdonare. Inutilmente la vedova assicurava che tutto ciò era accaduto in ossequio alla volontà del suo povero marito, il quale era stato un buon ceco; la signora del colonnello si limitava ad abbozzare un fine sorriso: come si esprimeva con suo marito, non riusciva a «comprendere la ristrettezza di vedute di questa gente». Luisa poteva venire qualche volta a prendere sua madre e, se prometteva di parlare solo tedesco, poteva «giuocare» dieci minuti con i bambini dei Meering, un monello di quindici anni e Lizzie, più giovane di circa tre anni. Ma il risultato era, ogni volta, del tutto contrario: i due fratelli si gettavano sulla fanciulla timida e paurosa e cominciavano a spingerla e a urtarla come se fosse una cosa - fino a quando la signora von Meering non appariva sulla porta della stanza dei ragazzi proprio nel momento, per lo più, in cui Luisa, legata ad un armadio, rappresentava una vittima bianca, mentre i suoi compagni le saltellavano intorno con selvagge urla di vittoria come indiani. Non è quindi meraviglia che Luisa non gioisse punto di queste visite e fosse grata a sua madre quando le permetteva di aspettare nel vestibolo o in istrada.
Qualche volta le passava davanti il signor colonnello in persona il quale, a motivo dell’orrore che provava per il giorno di bucato, si tratteneva un poco insieme con la fanciulla. Il piccolo signore grassoccio che aveva nell’interno del petto un gran concetto dell’onore e all’esterno una grossa decorazione, soffiava con una certa compiacenza tra i suoi baffi, e iniziava sempre così la breve conversazione:
«Aspetta il signor fidanzato, gentile signorina?»
A tali parole Luisa diventava tanto rossa quanto la cattiva illuminazione della strada esigeva. Il vecchio signore gioiva di questo, di volta in volta persuadendosi sempre più del valore del suo frizzo, che ripeteva volentieri a cena alla sua Lotti, naturalmente dopo che i bambini erano andati a letto. Altrimenti, senza questo, non aveva molto da raccontare. Il suo era un temperamento trasognato, temperamento che si può anche illustrare con questo esempio. Egli pensò per più di cinque anni a cosa potesse significare l’avvertimento che gli davano di tanto in tanto dall’«alto». E finì col capirlo solo molto più tardi, quando quell’avvertimento «superiore» aveva già provocato una specie di tempesta che fece insensibilmente scivolare il signor colonnello dalla cima pericolosa di un comando reggimentale nella valle contemplativa del collocamento a riposo; dove egli ora passeggiava, trasognato come prima. Era un uomo che misurava le profondità della vita dagli orridi precipizi di vecchie storie da calendari, meravigliandosi spesso come, nonostante tutte le difficoltà, fosse potuto salire abbastanza in alto nella scala gerarchica terrena. Il suo senso della giustizia non gli permetteva di tributare a se stesso un riconoscimento sconsiderato: egli sapeva trattare ciascuno a seconda del valore e del merito individuali. Da quando aveva saputo che il defunto Wanka era stato perito forestale del Principe e che anche la signora Josephine aveva dovuto sostituire di tanto in tanto la guardarobiera del castello di Frauenberg, vedeva di buon occhio la vedova in casa sua, e sentiva spirare da questa famiglia un soffio indiretto di grazia principesca.
Quando, la sera del lunedì, la signora Wanka usciva finalmente dal portone della casa dei Meering con gli occhi stanchi, baciava la figlia, quindi le due donne si incamminavano, per lo più senza scambiare una parola, attraverso le vie movimentate della Città Nuova, verso il Ponte di Pietra. Solo quando avevano voltato dalla rumorosa Via del Ponte nello stretto e male illuminato vicolo del Ramo, la loro voce si scioglieva, e cominciavano a discorrere dolcemente e lentamente di Zdenko, come due orologi musicali che nel cuore della notte sognano timide canzoni. Nella loro conversazione era una schietta e commovente tenerezza, che suonava tanto più intima quanto meno si esprimeva in parole, ma colmava le donne, aggraziava i loro movimenti, illuminava i loro sorrisi. Dalla sera in cui gli occhi di Luisa si erano così stranamente accesi alle calde parole del fratello, questi era diventato un altro per lei, un potente; e benché l’amore della signora Wanka per suo figlio rampollasse da sorgenti più profonde, madre e figlia si comprendevano a vicenda in questo lieve e sospeso linguaggio che diceva, con molte parole, press’a poco questo: egli è diventato un altro.
Avevano ragione a parlare così. Una gioiosa irrequietezza teneva ora il giovane. L’amicizia con il bosco e la solida calma della casa paterna lo avevano colmato di doni, via via sempre di più, e quello che si voleva da lui in compenso era ridicolmente poco. Quando ripensava agli anni precedenti la morte del padre, inclinava a credere di avere vissuto un solo unico giorno che, pieno e festoso, rispuntava sempre dopo ogni notte; e questo fino al primo grande dolore, la morte violenta del caro babbo. Dietro era qualcosa di immobile e di vuoto, simile a un riposo o a un oblio. Ma in mezzo, così sentiva, si era poi spalancata una porta, una grande porta, - e ora giorni freschi e variopinti si precipitavano dentro, gli tendevano le mani in una richiesta impaziente. Quanta era la sua gratitudine per tale richiesta!
Egli era come uno che, tornato a casa, distribuisce doni da tutte le parti, cose portate da lontano, e ciascuno che le riceve è in grado di apprezzarle. Wanka aveva l’impressione che tutto il mondo vivesse delle sue tasche, e che non si lamentasse di vivere così. Lo si poteva sempre trovare in una cerchia di giovani, ai quali lanciava idee serie e facete in una variopinta confusione ed essi vi trovavano dentro abbastanza da riempire i loro giorni e le loro notti. Non notava la mancanza di uno scopo in quelle giovani teste, perché egli stesso non aveva uno scopo: ne aveva mille e credeva di raggiungere oggi questo, domani quello. Un tal genere di vita lo metteva in contatto con una grande quantità di gente, e a tutti egli si abbandonava con la stessa fiducia; se una volta si infervorava per un pensiero nuovo e singolare, credeva di doverne ringraziare le persone che gli stavano intorno diffidenti. A poco a poco diventò più calmo; ora ascoltava attentamente le obbiezioni, e riconosceva che non era in condizione di rispondere ad esse. Cominciò lentamente a comprendere che tutti i suoi entusiasmi erano brani di un grande monologo; tale consapevolezza gli chiarì le idee e lo isolò.
Ora sedeva per notti intere alla tavola riservata agli avventori abituali del Caffè Nazionale, intorno alla quale si muovevano uomini più seri e più anziani di lui, da lui creduti alla testa del popolo. Erano poeti e pittori, attori e studenti: avevano tutti, nei loro atteggiamenti, qualcosa che prima lo aveva urtato; ma ora cercava di abituarcisi. Dopo il teatro si riunivano stanchi e accigliati, - e nel salutarsi si sorridevano con compassione. Nei loro abiti si notava o una distinzione esagerata o una grossolana trascuratezza, ed era difficile riconoscere a prima vista che cosa unisse tutte quelle persone. Solo alcuni bicchieri di tscbaj o di birra di Budweis facevano capire come l’affinità fosse riposta nelle grandi parole che uscivano sempre più numerose ed impetuose dalle loro labbra, quanto più si faceva tardi. Senza dubbio, una differenza era data dal fatto che quelli vestiti alla moda, sembravano porre le loro parole davanti a sé sulla tavola, con l’avvertimento: Non toccare! , - mentre gli altri le gettavano semplicemente in aria senza badare se potevano colpire. Fu qui che Wanka senti, per la prima volta, discutere gli affari della «Nazione», che seppe della sua tribolazione e del suo bisogno, del suo tacito e intimo desiderio: e fu colto improvvisamente da vergogna, quale deve provare uno che, mentre sta ridendo, apprende che c’è un morto in casa. Pensò come potesse essere accaduto che per anni e anni nulla avesse notato di quelle miserie. Ebbe sete di sapere: ma quando si rivolse a quegli uomini, si avvide che da un pezzo parlavano, nello stesso tono, di altre cose, d’arte e simili. Vide subito che il loro fervore era solo vivacità, e che tra di loro non avevano nulla in comune, se non l’immaginazione. Allora si allontanò dal gruppo. La sera, riprese a stare a casa; si dedicò con maggiore diligenza ai suoi studi e all’università, per un certo tempo credette che tutto fosse come prima. Finché, una sera simile a quella in cui trovò Luisa in cucina coi suoi fantasmi, le sue riposte meditazioni si trasformarono, casualmente, in parole. Da allora seppe di guardare con altri occhi alla gente per istrada, nello sforzo di trovare nelle loro espressioni tracce di quel dolore dal quale il suo popolo doveva essere afflitto. Qua e là credeva di vedere veramente una figura avvilita, asservita, ma se si faceva più vicino, si avvedeva che solo il peso della povertà e della miseria gravava su quelle spalle, e non il giogo della tirannia. Tuttavia non trovava pace. Si sentiva pieno di forza, e si chiedeva ogni giorno se il suo popolo ne avesse bisogno. Diventava sempre più perplesso e scontento, non era capace di resistere né nell’aula né nel tinello, dove sedeva Luisa, aspettandolo con grandi occhi interroganti. Così, faceva lunghe passeggiate.
Una volta, in primavera, mentre camminava assorto lungo la Podskal, nell’alzare lo sguardo vide su un terreno parzialmente spianato un edificio grigio e uniforme le cui finestre vuote, quasi fossero bruciate, lo fissavano. Wanka lo ritenne una ex caserma, abbandonata per la demolizione; e, visto che il luogo non sembrava più chiuso, passò da una di quelle porte spalancate. I cortili erano pieni di telai di porte, di usci, di assi, di vecchio ciarpame: e queste cose avevano un aspetto incredibilmente triste, nella luce senza splendore del tardo pomeriggio che lento declinava. Lo studente si guardò intorno, quindi, spinto da un impulso, salì la consueta scala di legno e prese a camminare per vasti corridoi bianchi, attraverso locali imbiancati, dai soffitti bassi, dal pavimento quasi privo di assi. Salita ancora una scala, si trovò in un nuovo corridoio in cui, per essere stata la parete di fondo a metà demolita, il vento della grigia giornata entrava liberamente. Svelse qualche filo di paglia dai travicelli del soffitto e li scagliò come frecce contro il nemico. Quindi, varcata una soglia, si trovò in una angusta cella larga appena tre piedi e non molto più lunga, colmata in modo uniforme dalla scarsa luce che entrava da un’apertura provvista d’inferriata vicina al soffitto. Le pareti grigiastre erano piene di segni, che facevano pensare a strane e confuse immagini; solo dopo un momento lo studente riconobbe che quelle immagini si risolvevano veramente in parole e in figure; lesse invocazioni e bestemmie, nomi di persone e di luoghi, in mezzo a selvaggi pupazzi ghignanti, con nasi e occhi curiosamente mescolati - più pieghe e rughe eloquenti che scarabocchi. Un viso spuntava dietro un altro, smorto e tremante; il muro che sempre più si animava gli si faceva incontro come una folla capeggiata da un uomo minaccioso e adirato, dagli occhi incavati. E sopra la sua fronte era scritto in tralice: «Gesù Maria».
Ma a un tratto Wanka credette di udire pronunciare il suo nome: voltatosi pieno di spavento, quasi volesse fuggire, si scontrò violentemente con Rezek, lo studente pallido, che con uno strano sorriso d’intesa disse: «Anche questi erano artisti, no?»
Wanka, riconosciuto lo studente, lo fissava interdetto.
«Bene, dico, ognuno nel suo genere», sorrise quello. Poi proseguì seriamente: «Queste immagini - sa? - mi piacciono più di quelle che dipingono i nostri pittori e che rimano i nostri poeti. Sa cosa sono, queste? Canzoni popolari.
Non nate mille anni fa e incomprensibili dopo diecimila anni. Poesie in una lingua eterna! Si dovrebbero staccare queste pareti proprio con la cura con cui si tolgono via dalle piramidi i muri pieni di geroglifici. Bisognerebbe esporle nelle chiese; perché son sacre. Guardi qua», e posò un ossuto e vigoroso dito su un disegno che a tratti maldestri rappresentava. una piccola casa; «questo l’ha fatto il desiderio, la fede vi ha scritto sotto una preghiera, la disperazione una bestemmia, lo scherno con le unghie scorticate e sanguinanti ha disegnato intorno a tutto un pupazzo in cui la cara piccola casa ha l’aspetto di un’avida bocca spalancata. -Ha mai visto un disegno più spaventoso?»
«Andiamo», disse Wanka preso da un’improvvisa paura.
Rezek continuò. «Io vengo spesso qui», disse. «La demolizione procede così lenta. Leggo in questi muri come nell’Apocalisse. Ho trovato qui la risposta a molte domande.»
Tacquero. «Certo», soggiunse Rezek mentre uscivano dal portone, «la risposta è, in fondo, ancora una domanda. Ma una sola, sempre la stessa, e per ciò non è così terribile come le tante.»
«Che cosa è?», chiese Wanka volgendosi verso la costruzione abbandonata, che si alzava grande e nera nella sera, con le sue finestre vuote.
Rezek alzò lo sguardo: «Il vecchio carcere di San Venceslao». Si fermò per accendere una sigaretta, poi si incamminarono in silenzio verso la città.
I due giovani, che prima si conoscevano solo di vista, si trovarono insieme ogni giorno. Era più, però, un moto volitivo che un’inclinazione vera e propria a spingere Wanka verso il tetro compagno; lo tratteneva il fatto che Rezek indovinasse tutte le domande da cui era stato tormentato negli ultimi tempi, e rispondesse senza essere stato richiesto, come per caso. Zdenko, certo, non vedeva quanto queste risposte andavano oltre le sue domande; e così accadde che la sua forza e l’ingenua intelligenza della sua pura giovinezza si trovarono quasi ciecamente al servizio dell’energico agitatore, al quale dovevano giungere molto comode e gradite. L’aumentato rigore del servizio di polizia, la storia del
«Re Bohusch» ed altri fatti semipolitici avevano reso i giovani cauti e timorosi; per alcuni suoi scopi, Rezek doveva servirsi del popolino pagato, che alla prima occasione gli si rivoltava contro e lo denunciava. Ma il sogno dell’uomo tenebroso era questo: trovare dei giovani integri e di buona famiglia, i quali, convinti della giustizia della loro impresa, tendessero alla liberazione nazionale con la cieca forza del loro sentimento, e con intrepidezza giovanile perseguissero uno scopo al quale egli stesso non sempre poteva credere.
Nelle loro solite passeggiate, alle quali Luisa partecipava piena di interesse, avevano scoperto una piccola locanda pochissimo frequentata, in cima allo Hradschin. Dal suo balcone panciuto guardavano spesso le pesanti e nebbiose sere di primavera inghiottire la città, il loro fuoco consumare le cupole e le torri, prorompere folle da due occhi pensosi di finestra. Tutto il peso di questi crepuscoli pieni di presagi gravava sui tre giovani; allora l’energico Rezek, che aveva paura di tali dolci e lunghe ore, si rivolgeva alla trasognata fanciulla, dicendo con voce dura: «Lisetta, ci suoni qualcosa». Dalla nicchia in cui Luisa sedeva si levavano sussurrando come battiti d’ala i suoni di un harmonium; e le semplici canzoni popolari li rendevano ancora più soli e silenziosi. Intorno a loro si faceva sempre più buio, ed essi potevano sentirsi come gente che si accomiata, scambiando cenni, senza più riconoscersi… Finché la canzone cessava improvvisamente, e lo spengersi tremolante dell’ harmonium si fondeva col timido pianto di Luisa.
Allora Rezek ordinava: «Suoni qualcosa di più allegro…»
Ma Luisa conosceva solo qualche canzone popolare, e il fratello diceva: «Il nostro popolo non ha note allegre.
Le sue canzoni preferite sembrano vicine al pianto».
Una volta, allora, Rezek prese a camminare a gran passi in su e in giù per la piccola stanza; finalmente si fermò sul balcone, e disse:
«Il nostro popolo è come un bambino. A volte lo riconosco: il nostro odio contro i Tedeschi, in fondo, non è per nulla politico, è qualcosa - come dire? - qualcosa di umano. Il rancore non nasce dal fatto che dobbiamo dividere il nostro paese coi Tedeschi, ma dal fatto che ci troviamo a crescere sotto un popolo così adulto: per questo siamo tristi. È
la storia del bambino che cresce con i vecchi. Impara a sorridere prima ancora di aver potuto ridere».
Quando poi la cameriera ebbe acceso la lampada Rezek si sedette nel vecchio, grande seggiolone, e, con le mani gialle e nervose premute sugli occhi, cominciò, come se discorresse con se stesso: «A che serve tutto? Quando fu detto al popolo: tu sei giovane, le persone colte se ne vergognarono: e divennero rapidamente vecchie, invece di invecchiare a poco a poco. Invece di godersi un giorno dietro l’altro, hanno voluto avere un passato prossimo e uno remoto. Un manoscritto di Koeniginhof, sicuro! Non contenti di questo, hanno cercato la loro cultura all’estero, proprio là dove è più progredita - dai Francesi. E così accade che tra i Cèchi colti e il popolo ci sono in mezzo secoli. Non si comprendono più. Noi abbiamo soltanto dei vecchi e dei bambini per quanto riguarda la cultura. Abbiamo insieme il nostro principio e la nostra fine. Non possiamo durare. Questa è la nostra tragedia, non i Tedeschi».
Luisa poté vedere il volto del fratello assumere a poco a poco, mentre Rezek parlava, un’espressione di sgomento. Egli sembrava trattenersi a stento, tutte le sue aspirazioni erano tese come per un balzo.
Ma Rezek non si accorse di questo: fu a un tratto come se si destasse da un brutto sogno, e il forte accento della sua voce sembrò smentire tutto quello che aveva detto. Quella stessa sera progettò i piani più arditi, facendo ricorso senza scrupoli, con la perspicacia che gli era propria, a ogni mezzo e possibilità, sembrando così convinto degli scopi della sua infaticabile agitazione che Zdenko tornò di nuovo interamente sotto il suo influsso.
Tuttavia quella sera segnò per Wanka l’inizio di una dura lotta interiore. Egli si era sentito forte e orgoglioso della sua missione fino a quando aveva creduto di agire per un popolo giovane e sano: ora invece sapeva che questo popolo era malato di discordia intestina e che disperava di se stesso. Perse allora ogni allegria e ogni coraggio. Gli accadde come a quel temerario tenente, lanciatosi contro il nemico preponderante alla testa della sua schiera: egli sa che la sconfitta dei suoi è già decisa, e che quanto un istante prima costituiva un bell’atto di valore, ora è per lui un sacrificio inutile e disperato. Il povero giovane sentì improvvisamente in sé tante cose nuove, intatte, solitarie, impossibili a realizzare - e desiderò ardentemente di rifiorire in un’altra tranquilla primavera. Le grandi sonore parole dell’entusiasmo nazionale erano spente per lui, e più di una volta Wanka, uscito d’impeto dalle infiammate riunioni segrete, prese a errare senza scopo per le strade notturne, verso un incerto mattino. Ma la personalità di Rezek lo dominava a tal segno che egli, pur tra i suoi ripensamenti, sperava sempre da lui una via d’uscita, e non osava confessare al tenebroso compagno i dubbi crescenti. Di questo taceva con tutti. Notò la domanda ansiosa negli occhi della sua semplice mamma, e credette di superarla con la sua premurosa ed impetuosa tenerezza. Nel suo intimo era piuttosto portato verso la pallida sorellina e cercava quasi di riconoscersi in quei fugaci sguardi di puro amore.
Ora Luisa, piena di presentimenti, cominciava a capire la malinconia di Zdenko. Non sapeva certo nulla della incipiente infedeltà alla sua opera, e che egli sentiva il compito assunto come una costrizione. Ma vedeva il fratello scuotere le catene che a lei sembravano costituire la ferrea potenza di Rezek, alla quale egli sfuggiva per ritornare, scoraggiato. Già da un pezzo la figura di quel pallido uomo incombeva anche su di lei. Essa ne trovava l’immagine in ogni pensiero, e non ne era più meravigliata. Le sembrava che egli fosse dentro di lei come il crocefisso nella cella del convento. Non poteva neppure impedirgli di sorgere anche nei suoi sogni, e di diventare tutt’uno col principe tenebroso del vecchio incubo delle maschere: ora, per lei, non si chiamava più Rezek - ma Julius Cäsar. Fu a questo punto che accadde alla fanciulla qualche cosa di strano. Scene di anni lontani, sogni e figure quasi dimenticati, vermiglie parole sconosciute sentite da suo fratello e altre cose che non era capace di spiegare le fecero ressa intorno come un nuovo fantastico tempo, in cui tutte le leggi e tutti i doveri si trasformavano. Non poteva più distinguere tra realtà e sogno, e guardava a tutti i fatti della vita quotidiana nella luce di quella festa di sangue di Krummau, del suo ricordo più profondo e impressionante. Ora viveva in mezzo a figure tranquille e gioconde, e sentiva sempre più chiaramente che anche lei doveva avere una parte in quella danza segreta. Sedeva per giornate intere accanto alla finestra con un lavoro abbandonato in grembo, guardava con occhi smarriti le mura alte e nude della chiesa dei Maltesi, e meditava: «Ma quale, quale?»
I pigri, indolenti giorni estivi trascorrevano lentamente, in prossimità della festa dell’Assunzione. Una grave tristezza pesava sui Wanka. La nostalgia che i quattro avevano quasi dimenticato, tornava nuovamente ad assalirli sotto una nuova forma, inaspettata. Non guardavano più con desiderio al passato, ma nelle stanze calde, dietro le finestre dai pesanti cortinaggi, sognavano la leggera ed ariosa estate del villaggio, così vicino ai freschi boschi. Sognavano le luminose strade campestri sulle quali i giovani alberi da frutto stendono le loro ombre tanto esili da riuscire commoventi (si cammina su di esse come se si salisse una scala, da un piolo all’altro); i pesanti campi maturi che verso sera cominciano ad ondeggiare larghi e possenti, i boschetti nella cui quiete ombrosa si aprono gli stagni silenziosi, profondi non si sa quanto. Ognuno, inoltre, pensava ad una certa ora insignificante, la cui piccola felicità aveva un giorno condiviso, senza darle valore. E questo desiderio si faceva tanto più doloroso, in quanto esso non si presentava per nulla come irraggiungibile: ognuno sentiva che la serena estate del paese natio lo aspettava, rattristandosi perché nessuno si muoveva. Per esserle almeno più vicini, facevano brevi gite lungo la Moldava; la vedova del perito forestale era felice di credere alle dolci bugie campestri dei piccoli boschi dietro Kuchelbad, che la riempivano di quella inavvertibile allegria propria delle persone anziane e laboriose. Era tranquilla, raccolta in se stessa, appena sorridente, ma le rughe intorno alle labbra erano sparite -e questo conferiva al suo viso un’espressione radiosamente giovanile, quale forse non aveva avuto da sposa. Sembrava appena osservare quanto di rado Zdenko alzasse lo sguardo dal sentiero verso il paesaggio luminoso, e quanto rapidamente i fiori appassissero nelle mani calde di Luisa. La vecchia Rosalka restava a casa, stizzita, dicendo dell’estate: no, se non viene da me, io non le corro dietro. Se ne stava seduta accanto alla finestra della cucina con un vecchio libro di preghiere, e si addormentava sulla sua devozione.
A una sola persona i polverosi giorni d’agosto non sembravano pesare: a Rezek. Egli rimaneva pieno di una forza inesauribile, anzi, negli ultimi tempi, era di una giocondità sfrenata, che Wanka non poteva capire. Non sapeva che Rezek diventava sempre così quando il pericolo minacciava da vicino lui e i suoi segreti sforzi; e considerava tale mutamento come segno di buon successo.
Ma questa opinione sfumò quando Rezek, durante una passeggiata che essi combinarono a tre secondo la vecchia abitudine, propose di entrare nella «Vikárka» (un piccolo, vecchissimo albergo di faccia al duomo di San Vito).
Sedettero ad una tavola buia nell’ultima stanza, e trovarono dell’autentico vino di Melneck. Lo studente non lesinava nel bere, e la sua allegria divenne così rumorosa che alcuni avventori, dei domestici del vescovo, dovettero parteciparvi.
Rezek raccontò la leggenda della Contessa del Pane, che doveva aggirarsi nel vecchio palazzo Czernin, ma tinse di acre sarcasmo i punti salienti della narrazione, così da far mutare in modo strano e sorprendente l’effetto delle sue parole.
Ancora altre storie furono rievocate, che occhieggiavano da tutti gli angoli della buia stanza, e Zdenko raccontò come meglio seppe le leggende di Krummau, compresa quella di Julius Cäsar.
«Veramente, sarebbe affar tuo», aveva prima detto a Luisa.
Ma la fanciulla si limitò a scuotere il capo in silenzio, poi alzò il bicchiere del vino e lo tenne a lungo contro le labbra. Sorbiva con la bocca quasi chiusa, mentre i suoi occhi fissavano la bevanda, che tingeva di un riflesso vermiglio il suo viso sottile.
Ad un tratto Rezek disse: «Proprio così. Straordinario. Non c’è una rassomiglianza tra il nostro tempo ed i giorni della Guerra dei Trent’Anni?»Sotto le sue parole tremava qualche cosa. Zdenko e gli altri risero. Ma Luisa staccò lentamente il bicchiere dalla sua bocca fresca e rossa, e guardò lo studente con occhi spaventati.
Quando, più tardi, si fu sulla via del ritorno, Rezek si fermò vicino alla vecchia scalinata del castello, davanti ad un portone sul cui arco faceva bella mostra di sé uno stemma nobiliare nero e domandò: «Siete mai stati dentro?»
I fratelli fecero un cenno di diniego. «Così non conoscete la Daliborka? Vergognatevi.»
Rezek passò svelto attraverso l’usciolo del portone e Luisa, che si trovava appunto vicino a lui, scorse una corte linda, in cui riposavano le larghe e calde ombre del pomeriggio, custodite dai muri chiari. Una piccola vecchia si fece sulla porta salutando, fugò lontano da sé una frotta di galline e fece cenno ai visitatori di proseguire. In testa era Zdenko, seguito da Rezek e questi a sua volta da Luisa, perché il sentiero era così angusto da non permettere di procedere se non in fila indiana. Luisa rimaneva un po’ indietro e si guardava intorno con occhi scintillanti: ecco lì un orto ridicolmente piccolo, con poche piante di cavoli e di asparagi, che avrebbe saputo contare un bambino di sei anni; ma nel mezzo si ergeva un melo massiccio, che sembrava mostrare i suoi piccoli frutti rossi alla città vanente nella lontananza. Alcuni scalini erbosi conducevano in una parte umida e scura del pendio, in mezzo a un intrico di cespi di rose canine, che con i loro rami non volevano lasciar passare Luisa. Rezek infine si fermò, e la fanciulla udì la voce di Zdenko: «Dunque, questa è la famosa Torre della Fame. Lì dentro, costretto dalla nostalgia, il cavaliere Dalibor imparò a suonare, il violino. Fu qui, no?»
«Sì», replicò Rezek,»ma io penso sempre che egli avesse già da tempo gettato il violino. La nostalgia canta di rado.»Erano davanti al portone pesantemente ferrato della torre grigia, Luisa guardò in alto e notò che i larghi muri erano solo in parte coperti da un recente tetto di legno. Sull’orlo libero dei merli si ergeva un cardo d’argento arruffato, accanto una giovane acacia slanciata levava i suoi pallidi grappoli con tenera grazia nel cielo luminoso.
Questa fu l’ultima immagine del giorno. Il tempo diventava sempre più umido e nero, e l’aria pesante calava come una cortina davanti agli occhi della fanciulla. «Ci trova?», udì chiedere dallo studente. Egli le tese la mano. La sua voce giungeva stranamente aspra dalle incerte profondità della volta, e Luisa non fu capace di rispondergli. Trattenendo il respiro e rabbrividendo, cominciò a camminare lungo le gelide pareti; e si riprese solo quando il bagliore rossastro di un lume le venne incontro, quasi riscaldandola, dall’atrio vicino. Allora trovò i due uomini e la donna chini su qualche cosa in mezzo al locale, mentre una candela fumosa attaccata ad una fune oscillava proprio sopra le loro teste piegate.
Poi il lume, cigolando, si abbassò scivolando davanti ai tre visi, che per un secondo ne furono intensamente illuminati; scese fino al livello dei loro piedi, per calare adagio in una buia apertura circolare che si apriva sul pavimento; un ultimo riflesso guizzò in alto, poi si estinse. Allora anche Luisa si chinò, e poté vedere quanto la candela era diventata piccola, scendendo in una seconda stanza grigia, sotto la quale pareva ne cominciasse una terza, nera.
«Oh», disse Luisa.
Zdenko l’afferrò per la mano madida e tremante: «Attenzione, Luisa».
Poi la vecchia cominciò a raccontare qualcosa con una povera voce monotona che, come intimorita dalle umide pareti, ronzava intorno al timido cerchio delle quattro teste.
«I nuovi», disse la vecchia, sommessa e dolce, quasi parlasse di un caro ricordo personale, per la prima volta confidato a qualcuno, «i nuovi che erano calati qui sotto, ricevevano un pezzo di pane ed una brocca d’acqua. Sì, col pane e con l’acqua si dovevano sostentare; e sedevano lì accanto all’apertura, guardando l’altro che era giù da una settimana o due o anche più (molti uomini hanno forze così tenaci) - e moriva di fame. Beh, poi quando, in nome di Dio, era arrivata la fine, venivano calati giù…»
«Con questa fune?», motteggiò Zdenko.
La donna non si lasciò interrompere: «Venivano calati giù, e per prima cosa dovevano scaraventare giù da quell’apertura - vedono» (tutti si sporsero avanti), «il morto, cioè quello che avevano visto morir di fame».
«Qualche volta, probabilmente, avranno mezzo divorato il predecessore», irrise Rezek spietato. «Può darsi», mormorò la vecchia; e continuò la sua spiegazione, alla quale ormai aveva fatto l’abitudine. Luisa si appoggiò al fratello: È profondo?» chiese.
«Molto
profondo.»
«E nessuno può riuscirne fuori?»
«No», spiegò ora Rezek. «Il vano è a forma di bottiglia; sottile in cima, e svasato verso il fondo. Arrampicarsi in su deve essere piuttosto difficile. Del resto, sarebbe ancora oggi la cura migliore per gente troppo nutrita.»
Luisa lo sentì ridere. La custode sollevò la candela a mezz’aria, e si fece indietro. Gli altri la seguirono. Ora il fugace e timido bagliore di un fiammifero rivelava qua e là nicchie e passaggi insospettati, che un attimo dopo parevano sprofondare di nuovo, senza rumore. Cominciò come un vago movimento. La luce sospesa sopra l’apertura divenne angosciosa, e la vasta oscurità parve tutt’intorno risvegliarsi, dilatarsi e ondeggiare davanti a Luisa, assumendo i contorni di figure che diventavano sempre più grandi. Con sempre maggiore chiarezza essa riconosceva, coppia dietro coppia, personaggi che si disponevano in fila per una danza vacillante; e mentre si metteva in fila e si chinava, uno venne finalmente incontro ai suoi occhi: Julius Cäsar.
Egli era muto e nero. Il cuore le batteva in gola; spaventata, chinò lo sguardo e questo cadde, cadde in una profondità senza fine. Seppe a un tratto di essere sull’orlo della torre. Era dunque lei la damigella azzurra. Dal gelo improvviso che la colse sentì di essere senza vestiti, completamente senza vestiti. Con dita tremanti si palpò, e si sentì nuda e liscia. Allora guardò in alto: una volta notturna di stelle. E lui le stava accanto, quasi davanti, vicino al baratro.
La damigella azzurra si vendicò: questa volta lui. Alzò come un automa le mani e le calò proprio su di lui - finché non strinsero le sue spalle, - ma al momento dell’improvviso contatto, lo afferrò convulsamente, lo tirò indietro, verso di sé, lo sentì - e i suoi sensi si smarrirono in una nuova, profonda, tremante beatitudine.
Ed alla fine, così parve, la bisbetica Rosalka che trovava vani e peccaminosi gli sforzi di Zdenko e l’ambizioso desiderio di sua madre, doveva avere ragione. Giacché era certo vanità ciò che indusse il giovane a cambiare tre volte di alloggio nel corso di tre settimane; e precisamente: dalla stanzetta che guardava sui muri dei Maltesi al carcere preventivo, di lì all’ospedale e finalmente proprio al VII Cimitero di Wolschan, dove la madre gli comprò un pezzo di terreno lungo tre passi e largo due. Egli non aveva voluto di più. E tutto ciò era avvenuto così rapidamente che la donna, con la mente invecchiata, non sapeva capacitarsi di questo subitaneo e inaspettato mutamento di situazione; poteva solo scuotere il capo, camminare sempre di nuovo verso quello strano, esiguo possesso, come se non volesse capire che al nuovo proprietario piaceva star fuori. Dimenticò lavoro e cibo, e ogni tre giorni ritornava dal medico dell’ospedale il quale, da ultimo, si stancò di continuare a spiegare alla madre costernata il triste caso di infiammazione polmonare e di aggiungere che con un autunno così infame non c’era da meravigliarsene. E ogni volta che la signora Wanka, messa quasi alla porta dal medico spazientito e dai visitatori in attesa, usciva fuori nell’umida giornata grigio-perla, rinnovava il proposito di guardare bene il tempo per essere in grado di capire il «triste caso». Ma fuori invece affrettava il passo rasentando i muri, senza guardarsi intorno, e arrivava a casa ansimante per trovare Luisa sempre allo stesso posto, con gli occhi ardenti e asciutti, le mani febbricitanti. Rimanevano allora sedute una di fronte all’altra, senza accendere la lampada, senza dirsi nulla, lontanissime, finché non diventava tanto buio che si dimenticavano a vicenda. Di quando in quando una si alzava e in punta di piedi, come se l’altra non si dovesse avvedere di nulla, andava nella stanzetta da lungo tempo abbandonata e polverosa di Zdenko. Entrava circospetta: e solo quando trovava la scrivania vuota e il letto coperto, si spegneva sulle sue labbra palpitanti l’incerto sorriso di una selvaggia e sempre risorgente speranza. Quella rimasta tendeva l’orecchio: udiva la porta muoversi. E allora cominciava nella camera abbandonata un pianto sommesso e disperato. Finché un sabato la vecchia Rosalka non ripulì la piccola stanza, trattenendone la chiave. Ma inutilmente; il pianto non cessò. Esso riempiva di giorno le due stanze, mentre di notte sembrava aggirarsi per la casa come in cerca di qualcosa; e i bambini non potevano addormentarsi. Anche i grandi tenevano la luce accesa fino al mattino; perché nella vecchia casa ognuno voleva avere sott’occhio gli angoli della propria camera, e si rallegrava quando il nuovo giorno piovoso batteva alle imposte. A chi si lamentava della cosa, la domestica Rosalka giurava sulla sua anima e sul suo onore che l’unico rimedio possibile era quello di spargere l’acqua benedetta e di recitare il Paternostro; perché così accade tutte le volte che uno muore con molti desideri mondani nel cuore e senza la necessaria calma e rassegnazione. E
la gente pregava mentre era intenta a sbucciare le rape o a lavare le stoviglie, pregavano i vicini, la rivendugliola sotto il porticato. E si spruzzava acqua benedetta alle spalle delle due donne che camminavano nell’androne e nei corridoi a passi lenti e cadenzati, come dietro un carro funebre. La signora Wanka usciva spesso, si affrettava lungo qualche strada per poi ritornare subito a casa, come smarrita. Luisa invece non si muoveva dal suo posto. La sua fantasia si era spenta, e nei suoi sogni tutti i colori erano impalliditi come le giornate fuori. A volte contava le gocciole che scorrevano sui vetri della finestra, e tendeva l’orecchio: era come se davanti le scrosciasse un grosso torrente nel quale galleggiavano molte parole rotte ed incomprensibili, sempre di più - ed essa pensava: come dopo un’inondazione. Poi, improvvisamente, trasaliva come se qualcuno l’avesse chiamata e allora riprendeva a contare le molte gocciole che colavano.
In tal modo, si giunse al giorno dei morti. Allora perfino le larghe strade della Città Nuova hanno un’aria raccolta. Nei buoni negozi di fiori sono pronte ricche, superbe corone e i fiori esotici che le compongono non possono sorridere. I manifesti degli spettacoli sulle colonne sono stati tutti coperti, solo il teatro nazionale annunciava la rappresentazione del vecchio dramma funebre Il mugnaio e suo figlio, mentre nelle vetrine dei negozi d’arte, davanti alle variopinte stampe inglesi, sono poste tre, quattro, cinque buie fotografie: le illustrazioni della dolce e mesta canzone di Hermann von Gilms: «Poni sul tavolo le resede profumate…» Di buon’ora vengono accese le lanterne nel «Graben» che brilla umido, mentre continuano a passare carrozze e vetture con grandi corone di palme sulla cassetta e sul tetto; alcuni tram recano appesa, sulla colorata lanterna posteriore, una ghirlanda d’abete o semplicemente una corona di latta che non deve affrontare per la prima volta questo viaggio il giorno dei morti. Sull’inameno Zizkov sono accese, come tante funebri lune, le lampade ad arco dal collo incredibilmente lungo, mentre sotto, davanti alle porte del Parco della Morte che si estende sempre più, è una ressa di persone che hanno pianto, di persone che, con qualche fiore semiappassito in mano, si affollano verso la propria meta, di persone corrucciate che non comprendono la fretta del dolore, di persone insensibili, in festa, che ridono, che osservano e di molte altre. I sentieri sono ingombrati da chioschi, e i bambini del lungo corteo si attaccano come ganci alle lampade, ai dolci e ai giocattoli esposti, provocando sempre nuovi intoppi.
Insieme con la folla, però, e sopra di essa, si muove in pigre spire una densa e pesante esalazione di fiori tristi, di foglie appassite, di terra bagnata e di abiti umidi, in cui le parole rimangono come sospese fino all’ampio giardino pieno di luci. Nel giardino i gruppi si diramano per i singoli viali, ma ben poche persone sono ansiose di raggiungere presto la tomba che vogliono onorare. Esse vogliono vedere prima anche gli altri defunti in abito da festa e trovano molto divertente passare davanti ai sepolcri dei signori, leggere i lunghi nomi sconosciuti, gioire dei fiori che ricoprono i marmi preziosi. Poi guardare dentro le buie cappelle dagli altari splendenti, davanti ai quali una decrepita vecchina già da due giorni si sforza di rendere comprensibili al defunto, che le è completamente sconosciuto, i ben pagati Paternostri e Ave Maria dei membri superstiti della famiglia. E da questa mostra di luce e di splendore si diffonde sui visi della folla una gioia ignara e vivace che contrasta stranamente con l’aspetto mesto e abbattuto di alcune persone che si stringono timide e nere al margine della strada. Impazientite, esse urtano qua e là uno di quegli spettatori, che allora pensa: “Uccelli di morte, che cosa vogliono qui?”
Il VII campo è un po’ più libero e solitario. Qui c’è più posto, perché solo una parte del terreno cintato è occupata da fosse e sepolcri; più oltre è una terra sana e bene irrigata, che uno sente ancora capace di dare raccolte precoci, e che dalle sue forze impigrite ha confusamente tratto un giardino esuberante, selvaggio, assurdo. Questa era una buona vicinanza per il povero Zdenko Wanka, che continuava a chiudere la fila delle tombe verso il muro di sinistra, come se da allora in poi nessuno osasse morire nella grande città. Le due donne sole, madre e figlia, già da due giorni gli facevano compagnia, mentre la vecchia Rosalka veniva di tanto in tanto a raccontare al sordo dolore delle padrone la magnificenza e lo splendore degli altri sepolcri. Che il tumulo di Zdenko non volesse assumere un’aria festosa, in onta delle tante violacciocche, asteri e non-ti-scordar-di-me, era forse dovuto al fatto che, attraverso tutti quei fiori, si scopriva sempre qualche umida zolla, nella quale i semi dell’erba non avevano ancora tempo di germogliare. Era come se la fresca tomba si facesse timidamente indietro, come uno che si trova per la prima volta in una compagnia di cui non ancora conosce gli usi e le maniere. Anche le due ospiti non trovavano un preciso linguaggio per comunicare con lo Scomparso; e così il primo giorno di festa del defunto Zdenko fu ben tetro. La signora Josephine non piangeva più. Seduta su uno di quei panchetti di legno che si trovano ai piedi delle sepolture, aveva certamente dimenticato che l’ostile ed umida sera d’autunno scendeva sempre più densa su di lei. La figlia, che nel suo abitino di nero cachemire sembrava ancora più piccola e pallida del solito, osservava, senza avvedersene, la scena che si svolgeva su una tomba di faccia. Un uomo magro e patito aveva deposto proprio allora sulla sepoltura una piccola lampada azzurra ed un mazzo di mughetti; e nel suo gesto era una timida, commovente delicatezza, qualcosa del goffo garbo dei giovani innamorati.
Ma quando fu di nuovo in piedi, un bambino di tre anni gli si strinse piangendo contro la giubba nera, di cattivo taglio; allora quel gesto si interruppe bruscamente, e una commozione tremante e disperata cominciò a piegarlo. Egli la combatteva cercando gli occhi del bimbo, forse per sapere come erano gli occhi della madre o per prendere da quelli un po’ di splendore e di speranza. Ma il bimbo continuava a piangere…
Poi tra Luisa e quei due senza madre si introdusse un gruppo di giovani vestiti di nero, con la giubba nazionale, la tschamara. Erano in gran parte studenti, amici e compagni di Wanka, che venivano in quel giorno a cantare vicino alle tombe dei loro eroi e dei loro compagni, per alzarli al disopra della legge di uguaglianza che domina tra queste mura silenziose. La resistenza che ogni anno le vigili autorità opponevano alla loro impresa faceva sì che tali manifestazioni assumessero un carattere rumoroso più che affettivo, e che la foga giovanile non si contentasse di deporre discretamente il suo floreale omaggio d’amore. Così, anche ora, le fila si ordinarono per intonare davanti alla tomba di Wanka un gagliardo inno di guerra, che doveva ricordare l’amico insieme con tutte le vittime dei giorni di bufera. Doveva far piacere al fedele compagno - e Wanka era morto nella fede - sapere della perseveranza dei fratelli, doveva quasi ritrovarsi un momento in mezzo a loro, quando le parole e i desideri suoi propri si ridestavano sulla sua tomba. Però, mentre stava per essere dato il segnale di inizio, i giovani uscirono in un confuso mormorio. Provarono, a un tratto, vergogna di gridare il loro rozzo inno davanti al profondo e sacro dolore di quelle donne nere; e i migliori tra loro ebbero un presentimento dell’eternità. Deposero la grande corona, nel cui verde erano infilati i biglietti coi loro nomi, proprio ai piedi della tomba, quasi sentissero vagamente che chi aveva proceduto con loro, le mani nelle mani, fino a quel luogo, non apparteneva più del tutto a loro, almeno nel suo desiderio più vero.
E quando se ne andarono, Rezek rimase indietro. Alto e serio, con le braccia incrociate sul petto, se ne stava rigidamente immoto, il viso pallido e duro reclinato come se meditasse. Era forse l’unico a pensare che Zdenko era morto per una gioia distrutta, sebbene lui stesso potesse capirlo ben poco. Egli era un forte temperamento da Savonarola, che accendeva roghi per il paese; ad essi si accostavano giovani fiduciosi che gettavano tutta la loro ricchezza nelle fiamme: la gioia e il riso e il desiderio. Il fanatico voleva avere dietro di sé un esercito impoverito e rinunciatario, perché sapeva che non esiste arma più selvaggia della disperazione. E la sua legge trovava seguaci anche in questo docile popolo slavo che perde e rinnega se stesso con i tesori della sua indole.
Anche Luisa aveva timidamente deposto dinanzi a lui tutto quello che possedeva della sua infanzia oscura e sognante; ma egli non lo aveva neppure notato, perché essa non gli sembrava un cavaliere dell’ideale che valesse la pena di arruolare nelle sue fila. E poi Luisa aveva deposto ancora altro, qualcosa di vago, di doloroso ed esaltante, che non sapeva definire; ma Rezek non se ne era accorto, perché quello era il primo, tremante amore della fanciulla. Quando egli, ora, si accostò a Luisa, senti forse per la prima volta che non si chinava su una bambina, e il suo occhio salutò involontariamente la donna. Ma Luisa non lo capì, Rezek era per lei lontano e passato come tutto: appena un ricordo.
L’occhio dello studente, allora, si accomiatò da lei; egli si inchinò profondamente, come Luisa non gli aveva mai visto fare, e se ne andò. Era già quasi notte e Luisa non lo poté seguire con gli occhi doloranti oltre le croci vicine.
Nella notte seguita a tale giornata, non si ebbero pianti nella casa di fronte alla chiesa dei Maltesi. Ancora prima che fosse giorno chiaro, la signora Josephine si alzò, si vestì con cura maggiore del solito, e informò la figlia che si sarebbe recata dal colonnello, dopo tanto. Luisa levò gli occhi con debole meraviglia. La voce della madre le parve quella di un’altra, quando soggiunse che non aveva per nulla l’intenzione di perdere quella casa buona e signorile.
Avrebbe anche avuto piacere che Luisa la fosse andata a prendere, per farsi ricordare dai Meering. Poi la signora Wanka se ne andò: e tutta la casa parve una sola meraviglia di pietra dietro i suoi passi, rivelanti quasi lo stesso energico vigore che la donna possedeva prima della disgrazia. Cotesta rapida e subitanea ripresa dopo settimane di ininterrotto abbandono, aveva in effetti qualche cosa di sorprendente e di inquietante. La signora Josephine, nei due giorni trascorsi presso la tomba del figlio, doveva avere scoperto in sé qualche riserva di forza e di energia, della cui esistenza si era dimenticata per molti anni; e che sapesse impiegarla bene, lo dimostrava il fatto che la signora von Meering poté definire il dolore della madre come non abbastanza profondo e sentito. Si aspettava di vedere una donna affranta, e la trovò quasi irrigidita nello sforzo di riprendere coraggio; era così ben disposta a diventare affettuosa e commossa davanti al dolore eloquente, ed ora vedeva qualcosa che nel migliore dei casi si poteva chiamare dolore sordo, davanti al quale provava un forte e spiacevole imbarazzo. A questo si aggiunga inoltre la curiosità di sapere da quella sicurissima fonte quanto ci fosse di vero in quello «che si raccontava.» Il colonnello aveva riportato dal tavolo dei clienti abituali del «Luccio», in cui si chiacchierava volentieri di politica, strane voci, storie in cui entravano tutte le frasi politiche degli ultimi tempi, cariche di tali sensi che al signor Meering e consorte parve a un tratto preoccupante vedere nella loro casa il membro di una famiglia ceca tanto malfamata. Da un serio consiglio di famiglia, nel corso del quale furono equamente vagliati pro e contro, non emerse una vera decisione. La morte del giovane traviato disponeva a indulgenza il vecchio militare, ma il colpo decisivo venne dato dalla saggia considerazione che in primo luogo avrebbe avuto accesso nella casa dei Meering von Meerhelm solo la madre, in sé e per sé rispettabile, la vedova di un perito forestale del principe, e che la solerte vedova suddetta sarebbe venuta a contatto solo con la biancheria; la quale biancheria, per il fatto di trarre le proprie origini da Rumburg, era al sicuro da ogni cechizzazione, - come pure da ogni influsso democratico a motivo della corona nobiliare a cinque punte dei von Meerhelm (di dieci anni). Accadde così che la signora Josephine trovò una accoglienza molto cordiale, e che la ripresa dei vecchi lunedì destinati al bucato venisse considerata cosa naturale. La signora von Meering non rinunziò alla segreta speranza di apprendere qualche cosa di più preciso una delle prossime volte; sebbene il fatto che la rivelazione non fosse avvenuta sin dal primo incontro, l’avesse mortificata. Nel tono più sincero continuava ad assicurare la vedova della profonda partecipazione alla sua disgrazia,
«tanto più dolorosa per le particolari circostanze in cui è accaduta». Tale inciso la faceva apparire come iniziata e al corrente delle cose, ed essa la considerava come un abile attacco alla «ingrata riservatezza di quella gente».
La signora Wanka, però, non aveva notato nulla, né il disinganno della signora né il colpo col quale questa si vendicava; in quei giorni essa doveva pensare dentro di sé a tante cose; e le conseguenze della sua riflessione entrarono, in rapida successione, nella vita. Per prima cosa apparve su un giornale boemo e su uno tedesco una piccola inserzione che prometteva a un giovane distinto una camera bene ammobiliata in una zona tranquilla. Chi avesse seguito le tracce di questa promessa, si sarebbe trovato improvvisamente nella Kleinseite, avrebbe chiesto del «numero 87 bis» alla rivendugliola sotto il portico, e avrebbe ricevuto l’ampia e dettagliata risposta che tale numero era al terzo piano, dai Wanka, e che ora i Wanka volevano affittare al signore, probabilmente perché avevano avuto tante incredibili disgrazie.
Dipende ora dal fatto che il giovane distinto sia più o meno giovane e più o meno distinto per confidargli di più o di meno sul destino della famiglia del perito forestale, nell’ombra tranquilla e pettegola del porticato. Non sappiamo fino a che punto Ernst Land fosse informato quando, un giorno di novembre, corse due volte il rischio di rompersi il collo e le gambe sulla scala a spirale a noi nota dell’«87 bis». Solo dopo che diverse porte si furono chiuse indispettite davanti alla sua domanda in tedesco, egli si trovò finalmente di fronte la vecchia Rosalka, che lo squadrò con grande diffidenza. La donna avvertì subito che il giovane non le piaceva. Era «troppo tedesco» per lei. Di tanto in tanto provava questo sentimento davanti a una persona, sebbene non sapesse da che cosa fosse provocato, se da un pregio o da un difetto.
Guardò fissa quelle lenti appannate, senza riuscire, dietro, a trovare gli occhi - e si fece ripetere due volte la domanda in tedesco, sebbene l’avesse capita. Si addolcì appena quando il giovane, in un boemo molto strano, le ebbe raccontato con grandi sforzi la storia di una camera che si doveva affittare da qualche parte. Da cinque giorni Land ripeteva tale frase davanti a tutti gli usci, ed era stanco e stufo degli odori di cibo e delle maledizioni che ne aveva avuto in cambio. Poiché la signora Wanka, con la quale poté farsi capire in tedesco, non manifestò pretese esagerate e la camera gli parve tranquilla e decente, decise di rimanere. «Non faccio chiasso», disse con la sua voce un po’ timida alla fine della loro conversazione, «e lei non avrà da me alcun disturbo. Di giorno sono molto occupato, e la sera, mio Dio, si legge un po’
e…» «Prego, prego», replicò la signora Wanka anch’essa un po’ imbarazzata; e sulla porta si volse un po’ all’indietro:
«Scusi, signore, posso chiederle che cosa fa?» Pausa. «Farmacista», rispose mesto il giovane guardando i muri della chiesa dei Maltesi.
Non si disturbavano davvero a vicenda, i Wanka e il giovane praticante. Si vedevano appena. Luisa evitava d’incontrarlo; l’addolorava troppo il vedere entrare un estraneo nella camera di Zdenko e non poteva capire come sua madre avesse potuto sopportare la cosa. Non capiva più sua madre, dalla sera in cui questa le fece un lungo discorso nel quale era questione dell’eterno far niente, del dovere e del lavoro. E quando Luisa dichiarò timidamente di essere disposta ad andare in qualche casa o a lavorare in un negozio, avvenne un fatto sorprendente. «Tu devi salire più in alto, questo non è nulla per te», replicò all’incirca la vedova. «Avrei dovuto pensarci prima. Per cosa dunque hai preso lezione di pianoforte a Krummau? eri già un bel pezzo avanti. E il francese? Se dopo il nostro trasferimento a Praga non lo avessi trascurato, oggi potresti già dare lezioni.»
Luisa ascoltava: «Dare lezioni?»
«Certamente. Proprio di recente la signora del colonnello mi diceva di avere sott’occhio un buon posto per te, solo che tu sapessi trattare un po’ coi bambini e conoscessi i primi elementi del francese…» Luisa non ascoltò più il seguito. Quello che diceva sua madre era troppo nuovo e strano per lei. Ma spesso la sera, mentre la madre faceva in cucina i conti con Rosalka, a mezzo spogliata sedeva sull’orlo del letto e si sentiva infinitamente stanca e piccola; allora giungeva le mani e recitava la sua prima preghiera di bimba, credendo alle dolci parole impallidite che le dicevano di essere ancora una bimba, una piccola bimba bionda; e anelava ad aver sopra di sé qualcosa come una intima, fedele protezione. Poi sognava angeli dalle grandi ali d’oro.
Malgrado tutto questo, le cose andarono secondo la volontà della madre. Luisa prendeva lezioni di musica e di francese ogni giorno per molte ore, e le insegnanti affermavano che faceva buoni progressi. Lei non ne sapeva nulla. A poco a poco capiva di aver una volta posseduto altre cose meravigliose e favolose - molto, molto tempo prima, - e che quanto le davano ora in compenso era misero e freddo e senza alcuna bellezza. Trascorse un inverno in una ottusa e docile rassegnazione, diventando solo più pallida, più piccola, più silenziosa. Il suo passo non si udiva quasi più, e molto spesso uno dei bimbi vicini si spaventava nel trovarla in mezzo al corridoio, senza che la scala avesse fatto rumore; e il più delle volte quando la fanciulla gli tendeva le pallide mani con timida affettuosità, scappava gridando.
Esteriormente questo sembrava, dunque, un periodo del tutto tranquillo, in cui ognuno faceva il suo dovere senza molestare; tuttavia, una tacita lotta senza quartiere era fra la solerte e attiva vedova, che diventava ogni giorno più alacre, e la fanciulla rassegnata che, per la sorpresa, ancora non sapeva cosa le accadesse, e altra arma non trovava contro la dura risolutezza della madre se non quell’impercettibile e silenzioso appassire che conferiva al suo visino una bellezza così triste e commovente.
Forse Ernst Land vedeva questa bellezza, ma non la notava. Egli aveva paura delle donne, e tuttavia certe sere pensava a lei, a un’immagine di grazia e di bontà che a volte poneva le mani protettrici su di lui, a volte viveva, timida e ansiosa, della sua stessa protezione. Egli era cresciuto in città tra ristrettezze, senza fratelli, senza amici, quasi scacciato da un vecchio padre tiranno, il quale non volle aspettare che il figlio cominciasse a guadagnare. Lo tolse via dagli studi proprio quando il giovane cominciava a godere e ad apprezzare la scienza, e ritenne di avere adempiuto ad ogni suo dovere il giorno in cui Ernst fu sistemato in una farmacia. Ora egli poteva fare quello che voleva. «Il mondo è aperto davanti a te», ebbe cura di spiegare il vecchio Land con tutto il pathos di cui era capace. Pareva però che il giovane non avesse nessun desiderio di questo «mondo aperto». I suoi pensieri non sciamavano alla ricerca del nuovo e del vago; se non li controllava, per mille sentieri nascosti essi tornavano all’unica spenta bellezza della sua infanzia, per inginocchiarsi davanti a una piccola donna malinconica, di cui ricordava solo dolci canzoni slave; e che all’epoca in cui lui cominciò ad andare a scuola, si coricò in una buia stanza nel retro della casa; e qui, senza dire nulla a nessuno, morì lentamente e silenziosamente, forse impiegando un anno. Allora egli aveva quasi paura di lei, ma quando se ne fu andata così presto la cercò dappertutto, e si abituò ad attribuire sempre quanto gli accadeva di buono al tenero amore di lei, che egli credeva fosse rimasto a vigilare sui suoi giorni. Accade così ai bambini che rimangono presto orfani: essi non vogliono toccare le gioie che i loro compagni si dividono spensierati e beati, e si volgono sempre con tacita fedeltà all’unica oscura forma del loro desiderio, che in questa cornice di sacrificio commovente appare a poco a poco più chiara, più felice, maggiormente partecipe. E poiché rimangono poveri, rimangono soli; perché non tradiscono le loro gioie, non conquistano nessun compagno. In generale: colui al quale la madre non ha mostrato la strada del mondo, cerca e cerca e non può trovare una porta.
Da quando abitava dai Wanka, il giovane praticante provava a volte la sensazione di essere a casa propria.
Rimaneva volentieri nella sua stanzetta, e trascorreva le domeniche libere alla grande scrivania, perduto nelle pesanti nubi di fumo della sua pipa, a leggere vecchi libri, nelle cui pagine ingiallite dimenticava l’oggi e il domani. Che meraviglia, dunque, che non udisse un leggero colpo alla porta e che alzasse gli occhi spaventato quando un giorno Luisa entrò e rimase in piedi, timida ed esitante, dietro il denso fumo del tabacco? Essa era come un sogno nel suo abito azzurro sbiadito e disadorno, coi suoi occhi taciturni, anche perché aveva in mano dei fiori, tre piccole rose bianche che sembrava le si stringessero timidamente contro.
«Oh, la prego, mi scusi,» disse in un tedesco dal leggero accento slavo, «credevo che lei fosse già andato a mangiare… Volevo soltanto…»; gli passò davanti ed infilò le tre rose bianche dietro un piccolo ritratto a mezzo busto di Zdenko, appeso alla parete della finestra. Land lo aveva contemplato spesso. Ora vedeva come le mani della fanciulla tremassero di dolorosa tenerezza, e, tutto preso da questo spettacolo, fu incapace di dire, di fare o di pensare alcunché.
Udì ancora la fanciulla: «Il primo compleanno che non trascorre con noi», poi fu tutto come prima: egli era solo nella calma domenicale della stanzetta, ed ora avrebbe potuto probabilmente continuare a leggere. Ma non gli riuscì.
Guardava continuamente la porta come se aspettasse qualcuno; e da ultimo il fumo cominciò a infastidirlo, allora aprì la finestra e l’aria della limpida giornata di febbraio fluì dentro fresca e luminosa. Si sentì per un istante molto felice, e pensò: “Ho ricevuto ospiti di riguardo: tre rose bianche”. E sorrise come in sogno.
In settembre molti rientrano in città dalla campagna e dal mare. Non più abituati a camminare per le vie, improvvisamente si fermano, quando meno se lo aspettano, col cappello in mano come nel bosco, oppure si sorprendono a cantare ad alta voce. Questo vuol dire che i ricordi ancora non dormono in loro. E quando si incontrano uno con l’altro, sono loquaci ed espansivi. Da quei racconti sentono nascere qualcosa di simile allo splendore degli ultimi giorni pieni di attesa, che si diffonde consolante per le vie e per le piazze afose. E probabilmente i due, nell’accommiatarsi, si dicono: «Lei ha un ottimo aspetto» e «Lei è molto cambiato» sorridendosi per un momento con imbarazzo e gratitudine.
Così era tornata anche Luisa. Era stata via sin dal principio della primavera: perché esiste un paese caldo e tranquillo, dai fiori accesi che si specchiano negli stagni neri, sopra i quali trascorrono uccelli e nuvole. Bianchi sentieri si insinuano tra i tronchi di alberi alti e scuri, e trovano in questi boschi una vita silenziosa e sognante. Le figure avanzano in strane vesti, possono essere persone con visi tristi o con fresche labbra sorridenti. Succede che avresti dovuto sentir parlare di loro, e devi ricordare quando e cosa. Ma esse ti baciano, e allora riconosci amici che hai amato e dimenticato: e tu, pentito, vuoi baciarli di nuovo. Oppure a un tuo saluto i loro tratti diventano ostili, esse si ritirano nella grande, ondeggiante foresta, oppure ti investono con parole crudeli e sanguinose e vogliono che per questo tu debba donare loro il cuore. È un paese di giovani: bambini e ragazzi, fanciulle e giovani madri ballano nel paesaggio luminoso con la loro pensosa felicità, e le loro guance ardono di una gioia strana. Ma essi non si vedono uno con l’altro: perché nei loro occhi è posto solo per lo stupore. Quando sentono gli altri pellegrini lamentarsi o ridere, tendono l’orecchio e credono che siano gli uccelli o le cime o i venti. Hanno tutti una meta: la montagna di fiamme in mezzo al paese. E di lì qualcuno non trova più la via del ritorno.
Ma Luisa ritornò lentamente e sorridente, attraverso i giardini della guarigione, del paese che si chiama febbre.
Riconobbe esitando se stessa e la madre che le baciava piangendo le mani e la stanza che era come ornata dalla luce dorata e piena di settembre. Fu un ritorno festoso.
E che cosa non furono i giorni seguiti alla prima uscita! Quel continuo rivedersi e salutarsi con tutte le cose e le persone. La gente sorrideva e le cose brillavano; essa camminava come davanti a specchi scintillanti che volevano rivelarle quanto fosse diventata grande e robusta. Ma lei lo sapeva. Si sentiva forte e riposata. Senza dire nulla di questo, riprese le sue lezioni. Non aveva dimenticato nulla, e ancor prima di Natale fu in grado di dare lezioni di piano a una bambina. La piccola aveva un grande rispetto per la sua maestra, ma in realtà le loro parti erano invertite. L’amore di questo piccolo essere e la sua affezione ridestavano quotidianamente in Luisa una quantità di nuove e gioconde sensazioni; in lei era come un orecchio sempre in ascolto, per cui le domande della bimba suonavano pari a risposte piene di grazia. E in quei giorni luminosi e pieni di avvenimenti le accaddero a un tratto tante cose, che non ebbe più tempo di guardare al passato; quanto le stava dietro era simile a un unico, lontanissimo giorno, che non riusciva più a raggiungere con le sue ombre questa vita nuova e ricca.
Il giorno di Natale Luisa entrò dal praticante.
«Volevo pregarla, signor Land, di venire da noi, stasera, se non ha di meglio da fare.»
Ernst Land sorrise grato. Poi seguì lo sguardo della fanciulla, e rimase imbarazzato. Sopra il piccolo ritratto a mezzo busto di Zdenko erano tre rose bianche fresche.
Luisa gli tese le mani:
«Lo ha fatto lei?»
«Sempre….» e Land si arrabbiò di arrossire e promise in fretta che sarebbe andato.
Sulla porta la fanciulla si fermò nuovamente:
«Lei è sempre così triste, signor Land».
Land
taceva.
«A cosa pensa?» e lo sguardo con cui gli disse questo lo commosse tanto, che egli confessò col pianto nella voce:
«A
mia
madre».
La sera di Natale un’atmosfera straordinariamente festosa scese su queste persone, e nei giorni successivi non volle più abbandonare le stanze. Posava su tutte le cose come un leggero profumo di abete, anche quando la signora Josephine, colta da forte debolezza, trascorreva lunghe giornate in letto. Luisa le tolse amorevolmente di mano tutte le piccole cure domestiche, una dopo l’altra, così che alla fine la mamma non conobbe altro che un quieto giorno di festa in penombra, dietro le tendine semi-abbassate, col canto della stufa e il battito dell’orologio d’argento. La sera, una dolce conversazione si stabiliva tra le due donne, senza mai un’allusione al passato; esso tremava solo nel suono delle voci, in quella della madre come una sommessa, timida preghiera e nelle parole della fanciulla, come un limpido perdono. E
questo perdono era ancora nel pianto dirotto col quale Luisa si chinò una mattina sulla madre che, senza lotta e senza dolore, l’aveva lasciata in una pace riconciliata.
Una settimana dopo Luisa aveva ripreso le sue lezioni. Le sue giornate erano colme di una quantità di piacevoli doveri, e anche quando le notti scendevano vuote e paurose su di lei, essa sentiva che nessun pericolo le veniva più nemmeno dalle tenebre del dolore. Nel silenzio della sua guarigione aveva trovato, per la prima volta, se stessa, riconoscendosi tanto ricca, che la sua solitudine non poteva essere aumentata da quella perdita. Il cordoglio velava appena di un’ombra il suo sorriso, i suoi gesti, e non poteva più impedire il risveglio del suo essere.
L’inverno aveva continuato per tutto il febbraio di quell’anno; ma in marzo vi fu un giorno di festa - era il giorno di San Giuseppe - che rese tutti pazzi. Non soltanto perché la neve, dimenticata e disprezzata, giaceva sparsa qua e là sui colli e sui terrapieni ferroviari, ma perché sui prati ormai liberi si era disteso il verde, e dopo la notte, sui rami lunghi e spogli, amenti gialli si cullavano nel vento tiepido, bramosi di luce.
Luisa era uscita per andare a pregare nella chiesa di Loreto, alla solenne messa cantata di mezzogiorno. Ma, senza che sapesse dire come, era passata davanti al suggestivo orologio dei Cappuccini, e alzò gli occhi solo quando si ritrovò dietro il parco, in un viale largo e solitario, con le braccia aperte. Sentì quanto amava tutto quello che aveva intorno, come ogni cosa le appartenesse; sentì che il suo destino era quel lieve, gioioso crescere insieme con la sua segreta felicità e la sua dolce nostalgia - e non quanto gli uomini vogliono, sbagliando, nel loro buio istinto.
Sulla via del ritorno le vennero incontro gruppi luminosi di persone allegre; essa si fermò sorridendo, ed abbracciò con lo sguardo il paesaggio limpido e animato: non si poteva credere che tutta quella moltitudine ridente avrebbe trovato nuovamente posto nelle anguste case lassù. Perché ognuno di loro è diventato più grande, nel giorno radioso che quasi non sente sulle spalle. Ed il cielo luminoso diffonde il suo dorato splendore con tanta ricchezza e abbondanza sulle persone e cose, che queste dimenticano di avere le loro ombre di tutti i giorni e diventano luce nel paesaggio sfolgorante.
Davanti a questo quadro Luisa, non sapeva perché, pensò a Zdenko; e se a lui era mai capitato nella sua buia vita di vedersi venire incontro gli uomini così luminosi e felici.
Poi si diresse verso casa. Le ombre delle persone si allungavano grigie nelle strade fredde e deserte, ammucchiate come vestiti da fatica smessi, e sembrava che da loro uscisse un umido sentore d’inverno. Luisa rabbrividì; e al primo malizioso invito di correre da parte della ripida Bürgersteige, entrò allegramente nella strada e camminò svelta proprio come una bimba davanti agli antichi palazzi, dai tetri giganti sui portoni che la guardavano imbronciati. Ma di loro non aveva più nessuna paura.
Sulla porta di casa, Rosalka con molti gesti stava raccontando alle vicine che l’attorniavano un’importante novità, alla quale le donne mostravano di interessarsi con vivaci cenni di assenso. Non appena una di loro ebbe scorto Luisa, cominciarono tutte a chiamare e a gestire con grande impazienza. In mezzo a grida di bambini, Luisa riuscì infine ad afferrare solo una parola: visita. Ciò fu sufficiente per riempirla di stupore. Mentre saliva di corsa le scale buie, nella sua mente era un unico, immenso: «Chi?» Con questa curiosità negli occhi irruppe nella stanza dove la signora von Meering, seduta sul sofà, rigida e impettita, l’aspettava con un risentimento non dissimulato. Ma nell’incontro, più stupita della ragazza parve la signora del colonnello, che, venuta a portare le sue condoglianze per l’ultima disgrazia, non fu in grado di rivolgere neppure una delle sue belle e gentili parole di cordoglio a quella fanciulla raggiante ed affannata. Avvertì una forte e legittima indignazione verso quella salute ridente, e si sentì superflua come la volta passata. “Questa gente!” ella pensò. “Deve esser proprio di famiglia.”
Nel frattempo Luisa, dopo avere pronunciato qualche frase di scusa, chiese educatamente alla signora la ragione della sua visita. La signora von Meering si premette di furia il fazzoletto sul viso, e singhiozzò fuori da una piega: «La sua povera, povera mamma».
Come non ci fu nessuna risposta a questa commovente osservazione, la signora del colonnello alzò lo sguardo e insisté con occhi severi: «Era una donna molto rispettabile e brava».
Luisa sedeva con gli occhi bassi contemplando - così le parve - la punta del suo grazioso piede. La signora attese ancora un po’ quindi, visto che Luisa non aveva ancora cominciato a piangere, venne alla conclusione che ogni amorevolezza e ogni forma di interessamento non avrebbero sortito alcun effetto con questa ragazza insensibile. Dando a vedere di essere ormai in procinto di andarsene, soggiunse in tono amaro: «Volevo dirle soltanto questo, figliola. Lei ha pensato bene ai cambiamenti che sono diventati necessari dopo la morte della sua brava mamma?»
«Non so», replicò Luisa interdetta.
«Va da sé che lei deve immediatamente licenziare quel giovanotto, che, noto con sorpresa, abita ancora presso di lei.»
«Ma…», fece Luisa spalancando gli occhi dallo stupore. Poi un sorriso quasi birichino guizzò sul suo volto.
La signora von Meering era già sulla porta.
«Ho considerato mio dovere richiamare la sua attenzione su questo. Ma lei è libera, si capisce, di fare come vuole.»
«Sì, gentile signora, replicò Luisa con improvvisa petulanza; e si alzò sulla punta dei piedi per arrivare fino alla signora del colonnello, che sembrava diventare sempre più grande. Poi domandò sorridendo: «Non vuol riposare ancora un momento, signora?»
Ma la signora fuggiva via dall’orribile casa. Era già in cucina, dove la vecchia Rosalka le si precipitò incontro, per baciarle rispettosamente la manica della mantiglia di seta vicino al gomito. L’oltraggiata si strappò con un rapido
«Adieu» all’omaggio servile, e trovò un piccolo compenso per questo «oltraggio subìto» soltanto nell’attonita curiosità dei casigliani sulle scale e nei corridoi, nella loro bisbigliante meraviglia.
Luisa rimase un po’ in piedi a pensare. Rosalka era corsa subito alla finestra per vedere ancora qualche cosa della distinta signora che era stata in visita, essa accentuava, «da noi».
Quando tornò, aveva lo sguardo incuriosito.
Luisa non lo notò. Disse camminando avanti e indietro: «Credo che rimarremo in questa abitazione. Mi sono completamente dimenticata di parlarne con lei, Rosalka. Lei dunque, ora è al mio servizio alle vecchie condizioni.
Vuole?»
La vecchia giurò sulla sua felicità terrena ed eterna di rimanere ed accadde che, tra le lacrime, chiamasse per la prima volta la sua padrona «signorina», invece di Lisetta come era solita dal tempo dell’infanzia.
Poi Luisa bussò alla porta di Land.
Egli le venne incontro sorridendo. «Lei è una talpa», esclamò scherzosamente la fanciulla. «Sempre in camera.
Oggi deve andare fuori città! È primavera! Io sono stata fuori, lontano, lontano», e fece un gesto quasi volesse indicargli dove era la primavera. I suoi occhi brillavano, pieni di promesse. Poi continuò con tono importante, da donna di affari:
«Non voglio disturbarla, signor Land. Volevo solo informarla che continuo a tenere l’appartamento, e tutto rimane come prima, se lei è abbastanza contento della camera».
Egli cercò gli occhi di lei e poi guardò subito al suolo: «Oh», disse piano. «Io sto qui molto volentieri, credo…»
Quindi prese a fregarsi le mani.
Luisa non aveva lasciato la maniglia dell’uscio:
«Va bene», lo aiutò; e anche lei non sapeva che cosa dire.
Egli
sembrava
avere
qualcosa in cuore.
I due giovani tacevano.
Poi la fanciulla cominciò: «Vorrei tanto imparare il tedesco un po’ meglio; forse a lei può essere utile, in cambio, un po’ di boemo».
«Sì», rispose Land sospirando, «amo molto la sua lingua.»
«Venga allora, quando ha tempo, d’ora in poi», lo pregò Luisa. «Qualche libro, di là, c’è, anche tedesco.»
E sulla porta soggiunse: «Venga tutte le volte che vuole», e più piano: «Deve raccontarmi molto della sua mamma».
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