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rainer maria rilke

il cardinale (it)

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Una biografia
È il figlio della bella principessa di Ascoli. Suo padre era un avventuriero: a quei tempi si faceva chiamare marchese Pemba. Ma la principessa ama proprio questo figlio. Le ricorda un giardino di Venezia e un giorno in cui lei era più bella del solito. Perciò questo figlio deve vivere e avere un nome: Marchese di Villavenetia. Il marchese è un cattivo allievo. Ama portare il falcone sul braccio. L’insegnante una volta gli chiede (e l’insegnante non ne sa molto di caccia): «E se il falcone non fa più ritorno?»
«Allora, allora» esclama l’alunno in tono vivace «sarò io stesso a seguire le tracce della selvaggina.» E
arrossisce tutto, come se si fosse tradito. Più tardi, intorno al quindicesimo anno di età, si fa più quieto e diligente. Ama la bella contessa Giulia d’Este. La ama per un anno - poi si allontana ed è appagato da una bionda domestica - e ha dimenticato l’amore. Cominciano ora giorni turbinosi, frementi. La sua spada riposa di rado. Giunge a Venezia e non può non pensare a un giardino. Lo cerca per un anno e alla fine trova Valenzia. È alta, splendida e fiera. Non può pensare a lei come alle altre. Anzi, non la pensa affatto, la bacia. Ma lei ha un amante. Si dice addirittura che abbia un marito, ma l’amante è più pericoloso. Il marchese lo conosce da lungo tempo. Da un secolo ci sono dappertutto suoi ritratti. Sono appesi nelle sale più oscure, di solito sopra una porta, in modo che i bambini non li vedano. Hanno lo sguardo cattivo. E il marchese si sente perseguitato da quegli occhi. Il marchese li vede rispecchiati in ogni bicchiere di vino: la bassa fronte buia e misteriosa, le nere sopracciglia diritte. Egli diventa terribile. Trasale per mille sciocchezze e poi ride molto forte. Una notte che la tenda del grande letto si è mossa, salta nel Canale dalla finestra del Palazzo della Signora. Sente dei colpi ma giunge alla Piazzetta dove lo soccorrono dei pescatori.
Dieci anni dopo parte per Venezia, solo per vedere quella finestra. È di stile squisito, un’ogiva decorata, ma non sovraccarica di ornamenti. Ciò lo appaga. È ancora giovane, segretario del Cardinale Borromeo, e di nuovo riscopre Venezia. A una festa vede anche Valenzia. È rimasta proprio come allora, gli si avvicina: ma lui è cambiato, le fa un inchino profondo e si ritira assieme al Senatore Gutti per una conversazione seria. Appena prima di Pasqua diventa Cardinale. Il giorno della Risurrezione sente frusciare sulle sue spalle robuste la pesante seta violetta. Lo rallegrano i bei fanciulli che gli reggono lo strascico, lo rallegrano la luce, il fulgore, e il canto gli sale alla testa come profumo di vigneti. L’anno dopo, durante le feste pasquali, il cardinale è assente. Vive in uno dei suoi possedimenti e abbellisce i suoi giardini. Il giorno della grande domenica è preso dal progetto di un nuovo castello. Forse San-Sovin si farà convincere a costruirlo. Solo la sera uno dei favoriti ricorda che è Pasqua. Il cardinale ride. Si organizza in fretta un banchetto e vengono le ragazze da Carmagnola, due volte cinquanta ragazze.
Il cardinale è molto ospitale. Dappertutto si parla di lui. Il popolo lo considera un mago. È circondato da venti pittori, dieci scultori lavorano nei suoi parchi, e ogni poeta lo paragona a una qualche divinità. Un giorno egli riceve Valenzia. La Signora è più raggiante che mai. Ogni giorno egli dà feste in suo onore. Nel mezzo della più bella un messaggero a cavallo gli consegna una lettera. Lui la legge impallidendo, e la porge a Valenzia. La sera la Signora parte per Roma. Là, tra i cardinali, ha degli amici. Nella notte il cardinale si sveglia. Legge la lettera una volta ancora e il suo garzone preferito gli tiene vicino la fiaccola. Le ultime parole sono: il papa è morto.
Tre giorni dopo il cardinale riceve una lettera dalla vecchia contessa di Ascoli, sua madre, da Roma. È la sua prima lettera. Si congratula per qualche cosa. Lui non comprende del tutto. Ma la sera è richiamato urgentemente a Roma. Allora comprende e si propone di regalare alla madre un Giorgione.
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