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rainer maria rilke

il giorno dei morti (it)

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Tante Babette trasse ancora un profondo sospiro. Il primo sole occhieggiò, come un nipotino impertinente, traverso le tende di tulle di un bianco abbagliante, prese il raggio più lungo, lo posò dapprima, come una piuma d’oro, sopra la cuffia bianca, poi sopra la fronte madida della vecchia, quindi prese a tremolare e ad agitarsi senza tregua intorno agli occhi, alle labbra, al naso, finché la zia non ebbe emesso quel profondo sospiro, fissando la finestra con suoi occhi timidi e rossi. Aaah! essa si stirò, e sbadigliò di benessere. Nonostante la pigrizia, nel suono di quello sbadiglio era qualche cosa di risoluto. Era come lo svolazzo che si traccia in fondo a un lavoro compiuto e ben riuscito.
Aaah!
Essa richiuse gli occhi e giacque con l’espressione di uno che ha appena ingoiato un cucchiaino di caffè zuccherato o proferito una cattiveria andata a segno. La camera era luminosa e tranquilla. Il sole impertinente vi gettava raggi in numero sempre maggiore, e questi si piantavano come lance vibranti sulle bianche assi del pavimento e sugli splendenti tavolinetti impero, mentre qualche invisibile coboldo glieli respingeva dalla specchiera in pieno viso.
Come una lontana musica guerriera, un’orchestra di mosche ronzava accanto ai vetri, in mezzo al luminoso movimento di quel gaio lancio di giavellotti. Quel leggero sussurro penetrava nel leggero dormiveglia della buona zia, mentre le fresche onde di un riflesso primaverile cancellavano via via tutte le rughe dai suoi tratti sorridenti. Ed essa sembrava veramente giovane, quando con un movimento abbastanza energico si pose a sedere sul letto, guardandosi intorno. Ogni cosa aveva un che di splendente, di nuovo, ed essa se ne rallegrava. Un delicato profumo di giacinti spirava dai fiori sul davanzale, mescolandosi al sentore di lavanda dei cuscini. La vecchia zitella gettò un rapido sguardo all’oleografia della Madonna, dalle ombre che splendevano di un orribile verde in piena luce. Le sue mani magre e dure tracciarono un rapido segno di croce, e, subito dopo, essa rimproverò il canarino addormentato nella gabbia sospesa in cima alla finestra, perché, nonostante la bella mattinata, ancora non voleva cantare. Di ritorno dalla finestra, il suo sguardo si posò sul canapè. Disposti in bell’ordine, là sopra giacevano, uno accanto all’altro, un cappello fasciato da un ampio crespo nero che in pieghe pesanti cadeva giù dalla spalliera come un torrente notturno, un paio di guanti neri, ognuno a sé, come irriducibili nemici, un vecchio libro di preghiere ancora più nero; e, più lontano, due candidi fazzoletti splendevano, in mezzo a tutto quel nero, come una coppia di cavalli bianchi davanti al carro funebre di una giovinetta.
La zia considerò ogni cosa con occhi stupiti, e tutte le rughe riapparvero, come neri bruchi, sul suo vecchio viso. Per qualche istante calcolò: lunedì 12, martedì 13, mercoledì 14, giovedì 15, venerdì 16. Quindi, con un movimento del capo stanco e rassegnato, constatò: oggi è proprio il 16 aprile, venerdì settimo anniversario della morte del mio povero fratello, ispettore-capo di finanza Johann August Erdmanner. Era di tre anni più anziano di lei, e morendo nel pieno delle sue forze a cinquant’anni, munito dei conforti religiosi, aveva lasciato una vedova inconsolabile e due figli ancora in giovane età. Era morto di pomeriggio, alle quattro, proprio quando tutti gli altri erano andati a bere un goccio di caffè. E la stanza illuminata dalla luce mattutina scomparve allo sguardo della vecchia signora. Le tornò in mente Johannes buonanima, magro e incartapecorito, e la giovane vedova, che gli aveva vissuto vicino cinque anni soltanto, e il dottore dal viso paonazzo. E Hermine, la vedova, a sostenere ancora oggi che a quel signore non piaceva il vino! E la suora, che sapeva fare tanto bene le carte, disponendole a forma di croce! Sì, veramente le carte le dicevano proprio ogni cosa! Il giorno dopo, tutto era stato così bello. Colonne intere sui giornali, visite, i visi gravi e bagnati di lacrime, la misera corona del padrone di casa e tutte le altre, belle. Sì, aveva avuto dei bei funerali, il signor ispettore Johann August Erdmanner. E ogni anno veniva degnamente commemorato l’anniversario della sua morte. Alle dieci tutta la famiglia, in lutto stretto, si trovava nella chiesa dell’Assunzione: tutti avevano guanti neri, gote bianche e occhi rossi; per tutto il giorno parlavano con voce bassa e rauca, come se avessero continuamente il singhiozzo e si facevano solenni cenni con il capo. Quando entravano nella cupa chiesa, ringraziavano le vecchie donne che cercavano di tenere aperti i battenti recalcitranti delle porte, con una voce agitata dall’emozione, e lasciavano immersi i loro brutti guanti neri tanto a lungo nell’acqua benedetta, che ogni segno della croce lasciava sui loro volti intimiditi e rassegnati, tracce nere. I fazzoletti bianchi, stretti fra le dita, sembravano in attesa, quasi desiderassero posarsi su occhi pieni di lacrime. E
il loro desiderio trovava spesso appagamento. Perfino sul fresco volto del sacerdote si disegnavano alcune rughe dolorose intorno alle labbra strette; sembrava raccogliesse con la lingua riluttante i resti di una bevanda amara dagli angoli della bocca. E quando poi scendeva i gradini dell’oscuro altare e giù in basso si inginocchiava di colpo come un budino smontato, mentre, accompagnato dal sillabare del rosso ministrante sillabava con voce profonda: «Preghiamo…»
di tutta la compagnia non sembrava scorgere altro che un confuso gomitolo di velo e crespo neri. La commozione era passata come un treno sopra i sopravvissuti, ed essi erano sparsi tra i lucidi banchi come mutilati tra i binari.
Così erano andate le cose per sei anni di seguito, e la vecchia zia, sul cuscino olezzante di lavanda, sapeva che così sarebbero andate per la settima volta, esattamente così.
Essa gettò sul quadrante di madreperla della rigida pendola impero uno sguardo disperato, come se quella fosse sul punto di suonare la sua ultima ora. Essa volle alzarsi; ma dopo un brusco movimento le sue mani scivolarono prive di forza giù dal bianco, soffice letto come da un massiccio iceberg. Essa risentì alle reni e alle spalle i violenti dolori che per alcune settimane non si erano presentati. Un brivido le percorse la schiena, mentre il capo le si fece pesante e le si copri di sudore.
Gemette, pallidissima. Così, proprio così’ era morta sua madre, la mattina di una bella giornata, dopo una brutta notte. E la vecchia ricordò che essa pure non aveva chiuso occhio, in quest’ultima notte. Un sudore freddo le uscì fuori da tutti i pori. Si rammentò come la suora che sapeva fare le carte tanto bene, aveva dovuto asciugare la fronte tante volte, durante le sue ultime ore, al suo povero fratello. Era davvero questa la sua volta? Con un gesto convulso, essa giunse le mani sopra la coperta bianca.
Il canarino riprendeva instancabile i suoi gorgheggi. I giacinti sembravano stanchi, mentre si allungava la luce chiara e pallida, si stendeva fredda sul pavimento.
La zia Babette cominciò ad appisolarsi. Ma le venne in mente: com’era morto suo padre? Corrugò la fronte, tanto fu intenso lo sforzo per ricordare. Infine trasse un respiro dì sollievo: lo avevano portato a casa. Era caduto, colpito da sincope, in mezzo alla strada. E pensò: “Ma è una grazia… così in letto…”
E non si mosse più.
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