KorimbaDonate

Robots  ROMs  Stories  Books

AuthorsStories

rainer maria rilke

il riso di pán mráz (it)

Save as PDF
Alla storia di Pán Václav Mráz è da aggiungere quanto segue:
Che cosa il signor Mráz abbia fatto sino al suo quarantesimo anno, non è possibile precisare. D’altra parte, è indifferente. In ogni caso, non aveva menato vita da prodigo, perché alla detta età acquistò il castello e la proprietà di Vesin, con annessi e connessi, da un certo conte di Bubna-Bubna, indebitato fino agli occhi.
Le vecchie ragazze, che attesero nei loro bianchi abiti da fanciulle il nuovo padrone davanti al portone del castello, non vi raccontano oggi le cose di venti anni fa: però, quasi fosse accaduto ieri, sanno che Pán Mráz sputò dritto davanti a sé quando nella carrozza gli fu presentato il gran mazzo di rose colte nel giardino del Pastore. Ciò, d’altronde, avvenne per caso e senza nessuna cattiva intenzione.
Il giorno dopo, il nuovo padrone attraversò tutte le stanze del vetusto castello, senza arrestarsi in nessuna. Si soffermò soltanto davanti ad una rigida e solenne seggiola stile impero, per riderle in faccia. Quei tavolinetti dalle gambe corte, quei pomposi camini con piccole pendole addormentate, e i tanti oscuri quadri, tutto ciò pareva divertire molto il signor Mráz, mentre correva davanti all’amministratore trafelato. Ma nel pallido salone grigio-argento, perse il buon umore. Gli specchi affamati, da tanto tempo in attesa di un ospite, cominciarono a gettarsi l’un l’altro il capo rosso del signor Mráz come una grossa mela matura, continuando petulanti nel gioco finché Pán Václav chiuse la porta con ira dietro di sé, e ordinò che quest’ala del castello con i suoi mobili ridicoli e le sue inutili stanze rimanesse chiusa per sempre.
E
così
fu.
Il signor Mráz occupò l’appartamento prima tenuto dall’amministratore, dove erano seggiole pesanti e grandi tavoli lisci. Qui venne pure preparato il letto matrimoniale di quercia. Per un poco Pán Mráz si coricò solo tra le vaste lenzuola, poi, una sera, si spostò un poco a destra per far posto alla rispettabile Aloisia Mráz, nata Hanus.
Andò così: le governanti, sa Iddio se rubano: per questo è bene avere una padrona di casa virtuosa e vigilante.
Ed Aloisia Hanus possedeva tali requisiti, sembra. Poi, ogni castello ha bisogno di un erede. Nell’inventario, questo non era previsto. Bisognava dunque, fabbricarlo. Pán Václav ritenne che il partito migliore sarebbe stato quello di chiederlo a Aloisia: essa era bionda, sana e robusta come una contadina, proprio quanto desiderava il signor Mráz.
Ma la buona Aloisia non seppe disimpegnarsi convenientemente. Dapprima partorì una cosa tanto piccola che Pán Mráz la perdeva continuamente di vista, e mentre ci si meravigliava di come quella cosa ridicola potesse vivere, la moglie stessa morì. E allora, si capisce, ritornarono in auge le governanti.
Pán Mráz non ha dimenticato questa doppia delusione. Egli si adagia nelle ampie poltrone e non si alza se non quando riceve visite. Cosa che non avviene spesso. Fa portare il vino e parla con accento debole e sfiduciato di politica, come di una cosa molto triste. Non finisce nessuna frase, e si adira se il visitatore la completa in maniera errata.
Dopo un poco entra un alto ed esile ragazzo.
«Vieni, saluta il signore!», grida Pán Mráz. Quindi, rivolto all’ospite:
«Mi scusi, questo è mio figlio. Già, non dovrei dirlo. Crederebbe che ha diciotto anni? Dico diciotto anni. Non abbia soggezione: gliene darebbe quindici, al più, lo so. Guardi queste braccia, prego. Václav, hai diciotto anni. Non te ne vergogni?»
Quindi manda via il figlio. «Mi preoccupa molto», brontola, «non è buono a nulla. E se oggi dovessi chiudere gli occhi…»
Una volta, un ospite gli disse:
«Cosa vuol mai, caro signor Mráz: se il futuro la inquieta realmente, Dio mio, lei è ancora giovane, provi ancora una volta, si sposi…»
«Cosa?», urlò il signor Mráz; e il visitatore si congedò quando più in fretta poté.
Ma non trascorsero quindici giorni che Pán Václav indossò l’abito nero e partì per Skrben.
Gli Skrbenskys sono di antichissima nobiltà e muoiono in silenzio di fame nel loro ultimo possedimento. Di qui toglie il signor Mráz la minore delle figlie, la contessina Sita. Le altre la invidiano, perché Mráz è molto ricco. Le nozze vengono rapidamente celebrate senza nessuna pompa.
Soltanto a casa il signor Mráz si accorge quanto pallida e delicata sia Sita. Dapprima teme di rompere la contessina. Poi pensa: «Se esiste la giustizia, mi deve regalare un vero gigante». E attende.
Ma al mondo non c’è giustizia, si vede.
La signora Sita rimane simile a un bimbo. Soltanto i suoi occhi assumono un’espressione di grande meraviglia.
Del resto, non accade nulla. Essa si aggira instancabile per il parco, per il cortile, per la casa. Bisogna cercarla ad ogni istante. Un giorno non si presenta neppure a tavola. «Proprio come se non avessi moglie!» grida il signor Mráz. In questo periodo incanutì rapidamente e prese a camminare con difficoltà.
Tuttavia, un pomeriggio si pose egli stesso in cerca di Sita. Un domestico lo indirizza nell’ala del castello, di solito sempre chiusa.
Sulle sue leggere pantofole il signor Václav scivola attraverso la penombra profumata di quelle stanze oziose, scivola arcigno davanti ai pomposi camini e alle seggiole solenni, perché non è di umore da ridere.
Infine, sulla soglia del salone grigio-argento dove sono tanti specchi, si arresta meravigliato. Nonostante l’oscurità incipiente, riconosce in essi: la signora Sita e suo figlio, il pallido Václav. Siedono molto lontani uno dall’altro, immobili sulle seggiole di seta chiara. Si guardano in silenzio. Si potrebbe pensare che abbiano sempre taciuto. Aspettano. Strano.
«E… ?», pensa il signor Mráz, facendo seguire ad ogni parola un interrogativo «E… ?» Finché non perde la pazienza.
«Prego, prego», urla gonfio d’ira, «non si disturbino, i signori…» Suo figlio si alza tremando e guarda verso la porta, ma Pán Mráz gli ordina di rimanere.
Allora, nei lunghi pomeriggi ha trovato qualche cosa da fare. Ogni volta che si sente depresso scivola sulle sue pantofole silenziose attraverso tutte le stanze addormentate, fino al salottino degli specchi. Avviene che gli altri due non ci siano ancora: egli li manda a prendere.
«Mia moglie e il signorino!», urla al domestico.
Quindi
debbono
sedere uno in faccia all’altro, sulle stesse seggiole, come l’altra volta. «Non vi disturbate per me» tuona il signor Václav adagiandosi comodamente in un’ampia poltrona comitale. Talvolta sembra che dorma, o almeno il suo respiro lo fa credere. Ha, invece, gli occhi socchiusi, e osserva. A poco a poco si è abituato alla penombra.
Ora vede molto meglio della prima volta.
Egli osserva come gli occhi di entrambi si sfuggano per incontrarsi di nuovo, stanchi e abbandonati, in ogni specchio. Non gli sfugge che ognuno ha paura di cadere negli occhi dell’altro, come in un abisso senza fondo: e che, ciò nonostante, indugiano continuamente sull’orlo: che giocano con il pericolo. A un tratto li afferra la vertigine: allora chiudono insieme gli occhi, come due che saltino dall’alto di una torre…
A questo punto il signor Mráz ride e ride. Dopo tanto, può infine tornare a ridere. Buon segno; diventerà certo molto vecchio.
Save as PDF