il sacrificio (it)
Di’. Hai mai percorso una strada di campagna della Boemia centrale in un mattino di settembre inoltrato? Il cielo basso, gravido di nebbia, opprimente, sembra una tettoia grigia e sporca infilzata sopra gli ippocastani sbiaditi e vizzi che delimitano la strada color nocciola aggrinzita dai solchi profondi delle ruote. Il rosso sole ha avviluppato il volto ebbro di vapori in uno spesso velo; qualche raggio smarrito guizza sopra la parete di nubi e filetta la mota della strada di sottili strisce gialle. Un vento stizzoso continua a far mulinare le foglie gialle e disperde in vortici il sottile fumo che striscia dai tetti lontani del villaggio: è un’immagine di mestizia indicibile, indescrivibile, sconsolata. Quando vi penso avverto un dolore grande vicino al cuore. Qualcosa trasale, e strappa, strappa, fino a quando non mi bruciano gli occhi di lacrime…
Si desta in me lo stesso sentimento quando penso alla povera donna di cui mi accingo a narrare la storia.
Ascolta!
I poeti cantano l’amore; e deve pur avere un suo potere. È un raggio di sole che trasfigura, dicono alcuni, è un veleno che inebria, dicono altri. E a dire il vero i suoi effetti sono simili a quelli del gas, esilarante che il medico somministra al malato tremebondo prima di una difficile operazione; il sofferente dimentica il lancinante dolore. Anche Agnes aveva dimenticato ogni pena… da settimane. Da quando era diventata la moglie di Hermann. Erano state davvero settimane? Non s’era trattato piuttosto di un unico istante spumeggiante di gioia e di indescrivibile felicità? Quel tempo in cui nel cuore femminile si levano, come elfi dai fiori baciati dalla luna, milioni di sensazioni nuove, dolci, misteriose, in cui anche la virginale fanciulla freme stupita dinanzi alla pienezza dei sentimenti che riposano nel suo animo e in cui il suo occhio risplende come una promessa divina: sacra, eterna, liberatrice.
In quel tempo nessuna domanda oscura il suo cuore, nessuna preoccupazione, nessuna paura annuvola lo specchio della sua anima. Vive un unico, grande, radioso presente, che non conosce passato, che non trema dinanzi al futuro.
E quella donna trasfigurata rinchiuse nel suo cuore immacolato la dolce ebbrezza delle prime, incantevoli settimane… e la portò con sé negli anni che vennero.
Due anni. Tutto era cambiato. Hermann era freddo e severo, impassibile e assente. Il suo impetuoso temperamento d’artista aveva sorbito in fretta la spuma dell’entusiasmo amoroso, e ora la moglie era per lui nulla più che un calice colmo di una bevanda insipida, stantia.
Lei lo sapeva; la sbornia era passata. Lo vedeva con chiarezza terribile. Sapeva che il sorriso di lui era compassione, i suoi rari complimenti pietà, abitudine il suo bacio che la sfiorava senza vita.
Lei sapeva, e perdonava.
Ma sapeva anche che egli non ne aveva colpa. Ciò che lei era in grado di dargli, glielo aveva dato. Lui non poteva aspettarsi di più. Lo stesso amore, la stessa tenerezza giorno dopo giorno, nello stesso modo. E questo non doveva reprimere e tormentare il suo temperamento d’artista?
Come le era venuto questo pensiero?
All’inizio non volle crederci. Eppure, eppure, quanto più ci pensava tanto più le appariva naturale, ovvio, anzi necessario.
E vi si abituò.
Non
era
più
questo a tormentarla.
Ma un altro tormento non la abbandonava.
Hermann era così buono.
Sapeva che lui non sarebbe mai stato capace di dirle: Va’ via! Tu mi tieni in catene! Mi sei d’impaccio. Va’!
E tuttavia, nel suo intimo più profondo, con lo stesso sbigottimento con cui un moribondo che ancora non abbia perso la conoscenza avverte presa della morte, ella sentiva che in questo modo lui si sarebbe rovinato. Che questi vincoli avrebbero inibito la sua forza creativa, avrebbero distrutto la freschezza del suo spirito. Che oggi o domani al posto dei vivaci e mutevoli pensieri sarebbe subentrata quella tetra indolenza intellettuale che s’impossessa di quei giovani seppelliti in seminario dal desiderio bigotto della madre.
Questo sentimento non la abbandonò più.
La accompagnava nelle sue poche incombenze quotidiane e sedeva al suo letto nelle infinite notti insonni.
E durante una di queste maturò una decisione.
All’inizio la fece tremare.
Chiuse
gli
occhi.
Ma quella decisione maturava e maturava.
Non era un proposito sano, benefico.
Crebbe come un’ulcera orrenda che il dottore rintuzza con linimenti e fasciature, e che adesso esplode all’interno, ancora più virulenta.
E un mattino assolato si fece coraggio.
«Hermann?»
Hermann si volse verso di lei lentamente.
«Vorrei confidarti una cosa…»
«Confidarmi?
Dai…»
«Avvicinati» e gli posò lieve il braccio intorno al collo sussurrando in fretta mentre arrossiva violentemente:
«Hermann! Sento… so… che presto ti darò… una vita… in dono… in sacrificio…»
L’uomo sollevò il capo sorpreso.
«Una vita… un figlio!» gridò esultante di gioia.
Agnes
rabbrividì.
Ma Hermann l’attirò a sé piano e affettuosamente.
«Così si realizzerà il mio desiderio… il nostro desiderio…» le disse carezzevole.
La sua povera moglie non fu capace di pronunciare una sola parola.
Un’ora più tardi, mentre era seduto nel suo studio d’un tratto gli venne in mente: che strane parole aveva usato per dirglielo: in dono… in sacrificio… una vita; perché aveva aggiunto «in sacrificio»? Ma se ne dimenticò subito.
Sembrò quasi che quelle settimane dovessero tornare; quelle settimane limpide, assolate.
Hermann era tutto attenzioni e amore.
Il suo bacio più caldo, le sue parole più affettuose.
Fu come un balsamo per la terribile decisione. Così pensò Agnes all’inizio. Eppure no. Tutto quello era per la terza creatura che lui attendeva con speranza, il bambino, e se…
Sì, i sentimenti di Hermann si erano spenti; questo era solo… il giorno dei morti del suo amore.
Lui era così buono.
Sì, e per questo lei doveva liberarlo. Liberarlo da lei stessa.
Un freddo mattino d’autunno. Hermann, seduto nello studio, aveva brividi di freddo. Mentre dipingeva stringeva tra i denti una sigaretta. Il fumo pungente gli saliva negli occhi e glieli faceva socchiudere in continuazione.
Fuori non era ancora del tutto chiaro. Nell’aria fluttuava una pioggerellina grigioperla.
Il lavoro non andava avanti.
All’improvviso tese l’orecchio.
Rumori
nell’anticamera.
Voci rozze, grossolane.
Un istante dopo il vecchio domestico si precipitò dentro.
«Gesù Maria» gridò torcendosi le mani.
Hermann fece un balzo.
Quattro uomini stavano portando attraverso l’ampio portone una cassa nera.
«Della squadra di soccorso» brontolò uno con tono impersonale.
Un altro sollevò il nero telo di cuoio.
Agnes era distesa, bianca e rigida.
I capelli intrisi d’acqua le avevano fatto reclinare la testa di lato.
I vestiti grondanti le aderivano addosso.
La sua fronte risplendeva come trasfigurata.
Hermann rimase in piedi immobile.
D’un tratto i suoi lineamenti si contrassero: una vita… dare… sacrificare…
Perse i sensi e cadde.