la lezione di ginnastica (it)
Scuola militare di Santa Severina. Palestra. La classe, in piedi nelle chiare bluse di tessuto grezzo, è disposta su due file sotto i grandi lampadari a gas. L’insegnante di ginnastica, un giovane ufficiale dal duro viso bruno e dagli occhi beffardi, ha ordinato esercizi a corpo libero e adesso sta distribuendo le squadre. «Prima squadra alla sbarra, seconda squadra alle parallele, terza squadra al cavallo, quarta alla pertica. Rompere le righe!» E rapidi, sulle leggere scarpe dalle suole in gomma, i ragazzi si sparpagliano. Alcuni rimangono in piedi in mezzo alla sala, esitanti, quasi restii. Sono quelli della quarta squadra, i ginnasti peggiori, che non amano volteggiare agli attrezzi e sono già stanchi per quelle venti flessioni sulle ginocchia, un po’ trafelati e ansimanti.
Uno soltanto, che in occasioni di questo tipo era solito rimanere ultimo, Karl Gruber, è già alle pertiche, sistemate in un angolo piuttosto in ombra della sala, appena prima della nicchia dove sono appese le giacche delle uniformi. Ha afferrato la pertica più vicina spingendola avanti con forza insolita, tanto che essa oscilla sul posto. Gruber neanche stacca le mani dalla pertica, balza su e vi rimane appeso, piuttosto in alto, le gambe istintivamente intrecciate all’estremità della stanga che in genere non riusciva mai ad afferrare. In questa posizione rimane in attesa degli altri e sembra osservare con speciale divertimento l’irritazione sorpresa del piccolo sottufficiale polacco che gli grida di saltare giù. Ma questa volta Gruber è addirittura disubbidiente e Jastersky, il biondo sottufficiale, alla fine urla: «Allora, Gruber, o viene giù o si arrampica! Altrimenti riferirò al signor tenente…». E a quel punto Gruber incomincia ad arrampicarsi, sulle prime con precipitazione impetuosa, sollevando leggermente le gambe, lo sguardo puntato verso l’alto, valutando con una certa apprensione lo smisurato tratto che ancora incombe su di lui. Poi i suoi movimenti si fanno più lenti, e quasi egli assaporasse ogni presa come qualcosa di nuovo, di piacevole, si tira su più alto di quanto si faccia di solito. Non si cura dell’inquietudine del sottufficiale, peraltro preoccupato, continua ad arrampicarsi, lo sguardo sempre puntato in alto, quasi avesse scoperto una via d’uscita nel soffitto della sala e anelasse raggiungerla.
L’intera squadra lo segue con gli occhi e già, qua e là, qualcuno delle altre squadre volge l’attenzione all’arrampicatore che in genere, a fatica e ansimando saliva con viso arrossato e occhi torbidi appena un terzo della pertica. «Bravo, Gruber» gli grida qualcuno della prima squadra. Allora molti rivolgono lo sguardo in alto e per un attimo sulla sala cala il silenzio - ma proprio nell’istante in cui tutti gli occhi sono incollati alla figura di Gruber là sotto il soffitto, egli fa un gesto come per scuoterlo; e poiché questo evidentemente non gli riesce, egli fissa tutti quegli sguardi lassù al nudo gancio di ferro, e si precipita giù per la liscia pertica tanto che tutti stanno ancora guardando in alto mentre lui da un pezzo, con la testa che gli gira e il volto accaldato, è ormai a terra e si guarda i palmi delle mani con occhi stranamente annebbiati. A quel punto, ora l’uno ora l’altro dei compagni che gli sono più vicini gli chiedono cosa gli sia preso oggi.
«Non vorrai mica entrare nella prima squadra?» Gruber ride e sembra voler rispondere qualcosa, ma ci pensa su e abbassa rapido gli occhi. E poi, quando riprendono il fracasso e il baccano, si ritira piano nella nicchia, si mette a sedere, si guarda attorno impaurito, e respira profondamente, due volte, rapido, e ride di nuovo, e vuol dire qualcosa…
ma già più nessuno si cura di lui. Solo Jerome, anche lui nella quarta squadra, vede che Gruber si osserva di nuovo le mani, chino su di esse come qualcuno che voglia decifrare una lettera a una luce fioca. E dopo un istante gli si fa vicino e chiede: «Ti sei fatto male?» Gruber trasale. «Cosa?» risponde con la sua solita voce che si fa strada tra la saliva. «Fa’
vedere.» Jerome prende una mano di Gruber e la piega verso la luce. È un po’ escoriata sui polpastrelli. «Sai, ho un rimedio per queste» dice Jerome, il quale riceve sempre cerotti inglesi da casa. «Più tardi vieni da me.» Ma è come se Gruber non avesse udito; guarda diritto dentro la palestra ma è come se vedesse qualcosa di indistinto, forse non dentro la sala, forse fuori, oltre le finestre, benché sia buio, sia tardi e sia autunno.
In quel momento il sottufficiale grida con i suoi modi arroganti: «Gruber!». Gruber rimane immobile, solo i suoi piedi, distesi davanti a lui, scivolano leggermente in avanti, rigidi e maldestri, sul lucido parquet. «Gruber» urla il sottufficiale con la voce in falsetto. Poi attende un istante e con tono rapido e secco, senza guardare l’interpellato esclama: «Si presenti dopo la lezione… Io le…» E la lezione prosegue. «Gruber» dice Jerome chinandosi verso il compagno che si appoggia sempre più indietro nella nicchia. «Tocca di nuovo a te arrampicarti sulla pertica; dai, prova, se no Jastersky ti pianterà di nuovo una storia, lo sai…» Gruber annuisce. Ma invece di alzarsi in piedi, all’improvviso chiude gli occhi e scivola sotto le parole di Jerome, come se un’onda lo trasportasse, via, scivola lentamente e in silenzio giù, sempre più giù, scivola dal suo posto, e Jerome sa cosa è accaduto solo quando sente la testa di Gruber urtare contro il legno del sedile e poi cadere in avanti…
«Gruber» esclama con voce roca. Sulle prime non se ne accorge nessuno. E Jerome rimane in piedi confuso, con le mani penzoloni e chiama: «Gruber, Gruber». Non gli passa per la mente di rialzarlo. Poi riceve uno spintone, qualcuno gli dice: «Caprone!», un altro lo allontana, e lui li guarda mentre sollevano il ragazzo immobile. Lo portano via, chissà dove, probabilmente nella camera accanto. Il tenente accorre in un balzo. A voce alta e dura impartisce brevi comandi. I suoi ordini tagliano secchi il vocio dei numerosi ragazzi. Qua e là si vede ancora qualche movimento, un’oscillazione su un attrezzo, un lieve balzo, il riso tardivo di qualcuno che non sa cosa sia successo. Poi domande concitate: «Cosa, cosa? Chi, Gruber? Dove?» E domande sempre più numerose. Poi qualcuno esclama ad alta voce:
«Svenuto». E il capoplotone Jastersky accorre col volto arrossato dietro il tenente e con voce malevola, tremante di rabbia, grida: «Un simulatore, signor tenente, un simulatore!» Il tenente non gli bada nemmeno. Guarda dritto davanti a sé, si mordicchia la barba così che il mento severo si profila ancora più angoloso ed energico, e di tanto in tanto impartisce qualche stringata istruzione. I quattro allievi che trasportano Gruber scompaiono nella stanza insieme al tenente. Sono di ritorno subito dopo. Un attendente attraversa la sala. I quattro vengono guardati con tanto d’occhi e incalzati di domande: «Che aspetto ha, che gli succede? È già rinvenuto?» Nessuno di loro in realtà sa nulla. Ma già il tenente sta chiamando: che la lezione prosegua; e cede il comando al foriere Goldstein. Si riprendono dunque gli esercizi alle parallele, alla sbarra e i ragazzi piccoli e robusti della terza sezione procedono lentamente con entrambe le gambe divaricate sopra l’alto cavallo. Eppure tutti i movimenti sono diversi da prima; come se su di loro si fosse posato un silenzio fatto di ascolto. Le oscillazioni alla sbarra si interrompono all’improvviso e alle parallele si fanno solo piccoli e semplici esercizi. Le voci sono meno confuse e il brusio che ne viene è più sottile, come se tutti sussurrassero sempre una sola parola «Sss… sss… sss…» Il piccolo, astuto Krix sta intanto origliando alla porta della camera. Il sottufficiale della seconda squadra lo caccia via alzando il braccio come per dargli uno sculaccione. Krix balza indietro con scatto felino e un lampo malizioso negli occhi. Ne sa già abbastanza. E un istante dopo, mentre nessuno lo guarda, comunica a Pawlowitsch: «È venuto il medico del reggimento». Be’, si sa com’è Pawlowitsch; con la sua grande impudenza attraversa la sala di squadra in squadra dicendo a voce abbastanza alta: «C’è dentro il medico del reggimento». E sembra che anche i sottufficiali prestino interesse a questa notizia. Gli sguardi si volgono sempre più spesso verso la porta, gli esercizi si fanno sempre più lenti; e un ragazzino dagli occhi neri è rimasto accovacciato sul cavallo, a bocca aperta e con lo sguardo fisso alla camera. Nell’aria sembra gravare un’atmosfera paralizzante. I più forti della prima squadra fanno, è vero, ancora qualche sforzo, anzi, danno di piglio, roteano le gambe; e Pombert, il vigoroso tirolese, piega il braccio e osserva i suoi muscoli prendere forma grandi e tesi attraverso la blusa. Ebbene, il piccolo, flessibile Baum fa addirittura ancora qualche giro sulle braccia alla sbarra, e d’un tratto questo movimento irruento è l’unico in tutta la sala, un grande cerchio vibrante che ha in sé qualcosa di sinistro nel silenzio generale. E, con una spinta, il piccolo ragazzo balza a terra, si lascia cadere controvoglia sulle ginocchia e ha sul volto come un’espressione di disprezzo. Ma alla fine anche i suoi piccoli occhi ottusi rimangono fissi alla porta della camera. Ora si sentono il canto delle fiammelle a gas e il ticchettio dell’orologio alla parete. E poi il suono acuto della campana che batte le ore.
Oggi ha un timbro estraneo e singolare; per di più cessa bruscamente, si interrompe nel bel mezzo del discorso. Ma il foriere Goldstein conosce il suo dovere. Esclama: «In fila!» Nessuno lo ascolta. Nessuno riesce a rammentare che senso questa parola avesse… prima. Prima quando? «In fila!» gracchia irritato il foriere e subito gli altri sottufficiali gridano con lui: «In fila, in fila!» E anche qualche allievo dice come a se stesso, come in sogno: «In fila, in fila». Ma in sostanza tutti sanno che devono attendere ancora qualcosa. La porta si sta già aprendo; per un istante nulla; poi il tenente Wehl esce e ha gli occhi spalancati e furibondi e il suo passo è deciso. Marcia come per una sfilata e dice con voce roca: «In fila». Con indicibile rapidità sono tutti in riga. Nessuno si muove. Come in presenza del comandante supremo dell’artiglieria. E ora il comando: «Attenti!» Pausa, e poi, con tono secco e duro: «Il vostro compagno Gruber è appena deceduto. Attacco di cuore. Marsch!» Pausa.
Solo dopo un po’ la voce dell’allievo di servizio, sottile e flebile: «A sinistra. In marcia: compagnia, marsch!»
Senza mantenere il passo, lentamente la classe si dirige verso la porta. Jerome è ultimo. Nessuno si guarda intorno. Dal corridoio l’aria viene incontro ai ragazzi calda e umida. Uno di loro dice che sa di acido fenico. Pombert fa ad alta voce una battuta volgare a proposito del cattivo odore. Nessuno ride. Jerome all’improvviso si sente afferrare per il braccio, come se gli si fosse attaccato qualcuno. Gli si è agganciato Krix. Ha gli occhi che lampeggiano e i denti che brillano come se volesse mordere. «Io l’ho visto» sussurra trafelato stringendo il braccio di Jerome mentre dentro di lui è una risata che lo scuote avanti e indietro. Non riesce quasi a proseguire: «È tutto nudo, e smunto, e lungo disteso. E alle piante dei piedi ha un sigillo…» E poi ridacchia, una risatina acuta e stridente, e si morde affondando la testa nella manica di Jerome.