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rainer maria rilke

maschere (it)

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Uno schizzo a colori
Erano strani tempi quelli in cui il pallido imperatore Rudolf, che ogni giorno invecchiava di anni, seduto nel Hradschin, perdeva regni e conquistava stelle. A quell’epoca accadeva che un uomo semplice, in qualche stradina angusta, lasciasse il lavoro per ascoltare il giorno, o che un vecchio sedesse a lungo nel suo giardino presso le porte della città con lo sguardo fisso incontro alla sera, o che un cane si svegliasse a mezzanotte e senza una ragione né pericolo, ululasse fino a quando non fosse spuntato un pallido mattino. Ma dalla massa ottusa emergevano qua e là uomini superiori, come rivestiti del bagliore fiammante dei giorni che incombono angosciosi. E la loro ombra gravava pesante sul loro tempo.
Così era il figlio solitario dell’imperatore: Julius Cäsar. Era come se tutti i sogni che suo padre, nei rigidi panni della corte spagnola aveva potuto soltanto sognare in segreto, lui dovesse… viverli: così era.
Accadde nella cittadella di Krummau, che dai Rosenberger era passata agli Asburgo. Ancor oggi c’è il salone delle maschere, le cui pareti sono rese vive dagli affreschi di grandi figure variopinte. Dietro ogni coppia sembra muoversene un’altra e un’altra ancora, paggi e buffoni si fanno largo ossequiosi e faceti attraverso la folla e i granatieri ai lati delle porte fanno ancor oggi una certa impressione. Ovviamente la gente tesse le lodi dell’antico, sconosciuto pittore. Ma io, senza volere mortificare il defunto, so che il movimento della composizione non è merito suo, ma dipende dal fatto che le figure non sono mai completamente rigide. Devono tutte sempre risvegliarsi per festeggiare quell’unica notte. Ma ecco che questa incominciò:
Cavalieri e dame riempiono il salone scintillante con il loro radioso brulichio. Finché gli enormi granatieri ai lati della porta non battono le alabarde sul pavimento. A quel punto le file si riordinano. Un frastuono rimbomba su di loro. Con il suo tiro trainato da sei indomiti cavalli neri Julius Cäsar è giunto dinanzi alla lunga scalinata e neanche un attimo dopo è già in piedi, snello e bruno, in mezzo agli ospiti. Come un cipresso in un campo di spighe mosse dal vento. Poi la musica rimescola la folla; una musica sconosciuta che sembra nascere dallo sfiorarsi dei preziosi abiti e si solleva dalla folla crescendo ampia e fremente come la melodia di un mare. Qua e là il nero principe divide con un cenno i docili flutti, in essi scompare, riemerge in un altro posto, nero, sopra gli ospiti sfavillanti - lascia scivolare su di loro il suo sorriso luminoso come un raggio di sole smarrito - e appoggiato a una colonna lancia tra le onde, come un gioiello, una limpida parola regale. Tutti si affrettano a ghermirla. E tra il via vai eccitato e sempre più tumultuoso monta piano l’intimo desiderio. Accanto a un cavaliere argenteo il principe riconosce una pallida signorina in blu, e subito sente amore per la blu e odio per l’argenteo. Ed entrambi in lui sono rapidi e ardenti. Si avvicina alla coppia. Ma guarda! Ha fatto del cavaliere un re? Sulla lucida armatura scorre infatti del rosso porpora in macchie di sangue sempre più grandi fino a quando il cavaliere non crolla senza una parola tra le pieghe del mantello principesco. «Capita talvolta a qualche re!» ride il nero fissandolo negli occhi agonizzanti. Allora gli ospiti festosi impietriscono dal raccapriccio e ancor prima di dimenticare il sorriso riprendono il loro posto sulle pareti che vanno pian piano perdendo colore, e nuda come una terra rocciosa la sala abbandonata emerge dalle sue ultime onde luminose.
Rimane solo Julius Cäsar e il desiderio infocato dei suoi occhi indocili brucia i sensi alla giovane tremante. Ma come fa per afferrarla ella si divincola dai suoi sguardi incalzanti e fugge nella nera sala che risuona dei suoi passi; un brandello del suo leggero vestito di seta blu rimane, come un raggio di luna, tra le avide mani del principe. Lui se lo avvolge attorno al collo e lo stringe. Poi prende a cercarla nella notte, e ora esulta. La sente: lei ha scoperto la piccola porta segreta e lui ora sa: adesso è sua. Perché da lì c’è un’unica via: la stretta scala a chiocciola che porta in alto alla piccola, profumata camera rotonda della torre moldava. Con furia sicura e baldanzosa le è alle spalle, sempre alle spalle, e non ascolta i suoi passi impauriti, ma la indovina come un fulgore dinanzi a sé a ogni svolta della scala. Ecco che la riafferra e adesso ha in mano la camiciola delicata, tiepida di paura, che però alle sue labbra e alle sue gote sembra fresca. Ma è solo la camiciola; ha le vertigini, e nel baciare la sua preda si appoggia esitante alla parete. Poi con tre, quattro balzi da tigre emerge sulla soglia della stanza della torre e… rimane impietrito; in alto, davanti alla notte si staglia, nudo, il puro corpo bianco, come sbocciato nel vano della finestra. Rimangono immobili entrambi. Ma poi, prima che egli possa pensare, due braccia luminose, sgomente come quelle di un fanciullo, si staccano dalla figura verso le stelle come volessero farsi ali; davanti a lui qualcosa si spegne e nell’arco slanciato della finestra non rimane che la cupa notte ululante e un grido.
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