nella vita (it)
Il signor revisore è curvo sulla scrivania come il braccio di un lampione con una palla di vetro opaco all’estremità.
Egli è applicato, e non è poco essere applicato quando si ha di fronte un collega simile.
Fortunatamente le scrivanie sono provviste di un’alzata - ed è possibile ripararsi dietro di essa come dietro un parapetto. Il revisore ha abbassato la zucca pelata sulle cifre - e le parole dell’impiegato penetrano, sopra di lui, nella carta governativa della «rete ferroviaria d’Europa» appesa al muro.
Il giovane, che sta per l’ultima volta nella cancelleria, ha perso, è evidente, ogni rispetto per la sacra persona dello Stato. Si permette tutto. Ora, per esempio, dice:
«… in verità, signor Knieman, meglio essere spazzino che stare qui a coprirsi a poco a poco di polvere. Guardi, la prego, queste pareti, a destra, a sinistra: uno vi sta in mezzo come dentro un vecchio libro: il segnalibro smarrito del signor predecessore, che si è addormentato a questo punto».
«17850», dice il revisore Knieman scansando l’immensa pagina del libro catastale, che gli passa davanti come una vela.
«Lei mi dirà che non si rimane sempre semplice impiegato», interpreta l’altro questo gesto. «Si diventa capo-ufficio, revisore, forse persino ispettore, cioè uno è tolto dal libraccio e messo in un volume dal taglio dorato, dal Fornaretto di Venezia ai Promessi Sposi. Ma io le dico: si rimane segnalibro; al massimo, in tempo di promozione, si porta scritto: “Non ti scordar di me”.
«Tante grazie. Sono troppo malleabile, per quest’uso. Debbo uscire fuori…»
«Sì», geme il revisore indifferente, riprendendo ancora una volta l’addizione dal basso, poiché ha sbagliato.
«Là è mattino, mezzogiorno e sera», fantastica il giovane. «Qui esistono tali cose? Dalle otto alle tre, che cosa ha lei, qui? E che cosa rimane di tutto il giorno? Appena uno scampolo di qualche metro, liquidazione a prezzi ridotti.
Non basta a nulla, neppure un panciotto ci si potrebbe fare. Ma là fuori: là c’è luce e aria, colori e libertà…»
«Dove?», chiede il revisore diffidente, seguitando a contare.
«Nella vita», magnifica l’altro.
«Giovanotto, giovanotto», geme il signor Knieman - e continua a contare.
Ma il giovanotto non può smettere. Oggi è poeta, poeta di un sol giorno: sentimentale e un poco alla vecchia moda, senza il pudore e la semplicità dei veri poeti; ma si entusiasma di se stesso. È come una candela sulla quale uno bruci una lettera d’amore - e sogna:
«Questi giardini, in primavera, hanno qualche cosa di commovente. Intendo i giardinetti dei cortili su cui guardano le finestre delle cucine, sempre una sopra l’altra. Dappertutto si canta, sugli alberi e sulle finestre, per i viali e nei mercati.
«Ha mai sentito cantare qualche cosa, qui, signor revisore? No, glielo dico io, non ha mai sentito. E le piazze, le piazze: là sono rigide statue solenni e intorno tanta gente che si eleva al pensiero dei grandi uomini. Lei non si è mai fermato davanti a quegli immortali, non ha tempo per elevarsi.» L’impiegato alza lo sguardo. Sulla fronte curva cammina lentamente una grossa mosca, senza che il revisore se ne mostri infastidito. Il giovane pensa: “Fino a che punto è morto…” e questo fatto lo innervosisce.
«Per l’amor di Dio, si scacci almeno la mosca dalla fronte! Mi faccia il favore.»Il signor Knieman fa un gesto meccanico con le gialle mani avvizzite e conta: «12473».
Allora l’altro si riprende.
Con un raggiante sorriso prosegue:
«E ci sono strade, là fuori, strade…» Pausa. «Basta solo seguirle. Ad ogni istante sfiorate una fanciulla bionda e luminosa che sorride come se le si dovesse dare del tu. E dietro le finestre esse stanno solo aspettando, pestano i piedini dall’impazienza e attendono la felicità. Uno si mostra, e basta che pensi: “Io sono la felicità” per esserla davvero. Gioco di destrezza! Io le dico, caro signor Knieman, che bisogna volere; questo è tutto. La mattina presto, quando si alza, si ordini: ‘Io sono l’Imperatore d’Europa’. Vedrà se non lo diventa.»
«Che cosa?» sospira il revisore sporgendosi un poco al di sopra dell’alzata. L’altro ride benevolo su quel viso d’uccello spaurito e rugoso, e, ringalluzzito:
«Sì, è così là fuori…»Il vecchio impiegato torna a immergersi nei suoi in-folio, ma poco dopo, inquieto, s’informa: «Dove?»
«Dove?», fa l’impiegato. «Ma nella vita.»
Il signor Knieman pensa: “Me lo saprai dire”. Perché egli ha esperienza. Ha avuto il vaiolo e la scarlattina, e ha fatto la Prima Comunione. Sorride con superiorità, e questo sorriso è come una fiammella sul braccio del lampione. Ora che qualche cosa sta per trasparire, per la prima volta ci si accorge quanto sia impolverato quel globo di vetro.
Il giovane dall’altra parte non si lascia sconcertare. Oggi egli pubblica se stesso per intero: Opere Complete.
Così, continua:
«Pensi a un giorno d’estate. Non sembra interminabile? E questo, tuttavia, non è nulla, perché l’estate ha molti giorni. E nessuno è uguale all’altro, ognuno è di per sé un miracolo. Fuori sono tanti miracoli, tutti per noi. Se non li vediamo, di chi la colpa? Sediamo qui per fare una cosa più assennata. Scriviamo numeri. ‘Trasporto di carbone nel mese di dicembre’ scriviamo, e fuori è la vita. ‘Vagone 7185’, e fuori è la felicità.
«Per me, divento agricoltore, contadino. Bisogna lavorare a cose che il buon Dio conosce. Lei crede che Egli possa vedere dentro questo buio cortile? Si guasterebbe l’umore per dieci feste di seguito!
«E poi, lei non deve dimenticare: fuori tutto è movimento, su e giù, avanti e dietro, come a un ballo. Nessuno ha i piedi addormentati; nessuno si sente il cuore oppresso nel petto. Non si dovrebbero chiamare: ‘Modi di vita sedentari’, ma ‘Modi di morte sedentari’, perché questo è un suicidio. Ed io non ho ancora nessuna voglia di morire. Ho intenzione di fumare ancora, prima, qualche sigaretta in buona compagnia. Perché fuori non è come qui, fuori tutto è permesso: anche fumare.»
Il capo del revisore, durante questo discorso, è lentamente emerso, e giace ora, con la mascella inferiore protesa, sopra una cartella, «Atti della letteratura B», come un brutto fermacarte. Scuote pensoso il capo: «Nella vita?»
«Nella vita», conferma il giovane gravemente, ed ha le guance ardenti.
«È ben vero: si brancola un poco intorno alla porta, non ci si trova subito nella vita. E poi rappresenta anche un pericolo, questa vita. Essa è insieme cima e abisso, isola e mare, tutto. Tutto! Capisce il significato di ciò? Questo vuol dire: sera di Natale, ceppo. Oh, non si hanno neppure mani a sufficienza per contenere tutti i doni, non occhi abbastanza per ammirarli, si è poveri davanti a tanta ricchezza.»
«Nella vita.» Questa volta, senza punto interrogativo. E la povera voce del vecchio imita senza volere il giubilo dell’altra. Il revisore stupisce del suono della propria voce, e tenta ancora, cautamente, come uno che impara una lingua:
«Nella vita».
Attraverso il duplice suono la parola diventa forte come un giuramento o una preghiera.
Il giovane sente la solennità del momento: sembra, a un tratto, di essere in mezzo a un bosco, tutto è silenzio.
Egli pensa a sua madre, e la vede com’è la domenica: nella cuffia lilla, con gli occhi un poco rossi per la predica, ma sorridente…
Nonostante i baffi biondi egli ha ora un viso da bimbo, e sembra tanto candido che il revisore sa: «No, non mente».
Il revisore attende ancora qualche cosa. Ma siccome l’impiegato tace, si siede cauto, chiude il libro e guarda a lungo il foglio bianco-sporco di carta assorbente che serve come cartella.
Tre grandi, vecchie macchie trattengono il suo sguardo.
Infine lo distoglie, e volge il capo verso la finestra, davanti alla quale non è altro che un muro grigio e sopra, in alto, una striscia di sole.
Il signor Knieman pensa: «Bene, bene, la vita non è dunque così».
Lungo il grigio muro del cortile salgono tre lune arancione.
Sono strani astri, che scendono come sgorbi neri sulla mappa polverosa e tornano, fatti di nuovo arancione, a risalire.
Il revisore, improvvisamente, si impaurisce: «Tre lune rosse, che mondo è questo?»
«Un triste mondo, signor revisore.»
Dopo un poco il revisore si alza e chiama l’usciere a voce tanto alta che l’impiegato si sgomenta.
«Knizek!»
Deve trattarsi di cosa molto urgente.
«Knizek!»
«Mi metta qui sotto un foglio di carta assorbente.»