papaveri (it)
Non aveva proprio nessuno al mondo, la piccola Antje. Era orfana. Toccava alla gente del villaggio prendersi cura della sua educazione. Educazione?
Be’, che andasse a scuola. Per il resto, nessuno si occupava di lei. Il contadino della cascina rossa le dava da mangiare. Per compassione. Se non arrivava per tempo… nulla di male, ai ragazzi spettava un boccone in più. Questa piccola mendicante era per loro una spina nell’occhio. Già solo per quell’unico boccone.
Anche a scuola le cose non andavano bene. Quando il maestro la interrogava, qualcosa l’avrebbe pur saputa; ma appena faceva per dirla gli altri ridevano, lei incominciava a piangere e gli altri ridevano ancora di più. Alla fine, smise di andarci. Nessuno sentì la sua mancanza.
E adesso, forse, bighellonava tutto il giorno? Niente affatto. Di buon’ora era già seduta sul limitare del campo di papaveri e lavorava a maglia.
Ecco,
quello lo aveva imparato dalla mamma. La povera buona mamma! Certo, procedeva lentamente col lungo ferro appuntito e il piccolo dito maldestro! Eppure procedeva. E non era nemmeno sola.
Tutt’intorno a lei, sul ciglio del fossato, era seduta un’intera corte. Semplici bamboline di… fiori di papavero.
Più grandi e più piccole. Scarlatte e brune. La più bella era la regina. Troneggiava su una piccola pietra ruvida, che brillava e splendeva al sole come oro puro.
E in questa nobile cerchia ci si divertiva in vario modo. Antje stava seduta molto seria e raccontava delle storie alla regina. Oh, se ne sapeva! Di Biancaneve, di nani e giganti, di spiriti e coboldi. La regina ascoltava e le sue rosse dame di corte scuotevano il capo di qua e di là.
Quando lei aveva raccontato abbastanza, le bamboline dovevano tutte ballare. Sempre a due a due. Solo la regina rimaneva seduta a osservare le danze. Poi tutte - l’intera corte - tornavano a sedersi. Ma la regina era molto severa. Se a una delle damine di corte capitava di cadere, non aveva pietà: doveva morire. Allora Piccola Antje raccoglieva la condannata e le trapassava il bel corpo col ferro da calza… ancora… ancora…
Oggi Piccola Antje sferruzzava più laboriosa che mai. Quando sollevò lo sguardo dal lavoro si accorse che le dame di corte, perfino la regina, erano diventate vecchie e già tutte appassite. Certo, se ne stavano sedute là tutto il giorno, e il sole aveva picchiato forte. Ora, rossa sfera incandescente, si posava già sui monti azzurrini.
La densa, vibrante quiete della sera gravava sul campo di papaveri. L’aria era silenziosa, tanto silenziosa che si sarebbe potuto sentire il battito del cuore di Antje… se il suo cuore non fosse stato così piccolo da battere pianissimo.
Antje non voleva ancora tornare a casa. Era molto più bello qui che da quella contadina a lei estranea, nell’angusta soffitta dove l’attendevano sempre delle botte. E lei aveva tanta paura delle botte! La mamma non l’aveva picchiata mai, mai.
Le si riempirono gli occhi di lacrime. Si senti all’improvviso così abbandonata nel grande, vasto mondo.
Scendevano cocenti sulle guance pallide e delicate. Non aveva altro che le sue… bamboline.
Sì, voleva prenderne di nuove… belle fresche. Voleva metterle ancora a sedere davanti a sé e raccontar loro le fiabe. Non piangeva più. Mentre in fretta raccoglieva le damine morte, sulla bocca infantile guizzò perfino una specie di sorriso.
Con la mano sinistra prese anche il lavoro. Nella destra teneva i papaveri appassiti. Così si addentrò nel campo, là dove fiorivano i fiori più belli e più grandi.
«Questo sarà una regina» gridò esultante mentre si chinava per cogliere un fiore magnifico.
Sentì allora alle sue spalle aspre invettive. Il ragazzo di guardia al campo veniva verso di lei agitando un grosso bastone. Antje lanciò un grido, si rimise in piedi e prese a correre a più non posso per i campi. Dietro di sé udiva i passi del guardiano farsi sempre più vicini.
Correva e correva. Aveva le guance paonazze. Ansimava per lo sforzo e la paura. Nella sinistra continuava a stringere convulsamente la calza, nella destra aveva ancora i papaveri.
Ora il ragazzo era molto vicino.
Raccolse tutte le sue forze. Premette le braccia contro il petto… in quel mentre inciampò in una zolla. Cadde.
Un grido.
Poi rimase distesa immobile.
Il guardiano si chinò su di lei imprecando; con rudezza afferrò la piccola per il braccio e sollevò il bastone. Ma lo lasciò cadere subito.
Sui fiori e sulla mano della bambina stillava qualcosa di rosso… voltò il corpicino. La bambina non si mosse.
Sotto il misero grembiule consunto il sangue sgorgava sul petto.
Il ferro da calza si era conficcato nel cuore. Gli occhi azzurri erano aperti. Sulle labbra ancora la smorfia di paura e di terrore.
Piccola Antje era morta.
Ma intorno i papaveri variopinti si piegavano sulla loro povera amica e sussurravano piano nel soffio della sera.