primavera incantata (it)
«Strani ospiti intrattiene il nostro Iddio»: era questa la frase preferita dello studente Vinzenz Viktor Karsky, da lui invariabilmente pronunciata, quando era il caso e quando no, con un certo tono di superiorità, forse perché, in segreto, annoverava se stesso in quella categoria di «strani ospiti». I compagni da gran tempo lo dicevano un tipo originale, apprezzavano la sua cordialità, che spesso confinava con il sentimentalismo, si rallegravano della sua gaiezza, lo lasciavano solo quando era triste, e tolleravano indulgenti la sua «superiorità».
La superiorità di Vinzenz Viktor Karsky consisteva in questo: nel trovare un nome suonante per tutto quello che faceva o tralasciava, e nel posare, senza vantarsi, azione su azione, come uno che con pietre innalza un muro destinato a durare per l’eternità.
Dopo una buona colazione parlava volentieri di letteratura, senza mai biasimare o rimproverare, ma tributando ai libri preferiti un’approvazione più o meno fervida. Questo suonava come un’altissima sanzione. Quanto ai libri che non gli sembravano buoni, in genere era solito non leggerli fino in fondo; non ne faceva mai parola, anche se altri li esaltava.
D’altro lato non era chiuso con gli amici, raccontava tutte le sue esperienze, anche quelle intime, con una franchezza adorabile e non si adombrava quando gli chiedevano se aveva fatto un nuovo tentativo d’innalzare a sé una
«figlia del popolo». Correva voce, infatti, che Vinzenz Viktor Karsky avesse talvolta fatto di tali tentativi.
A questo proposito i suoi occhi azzurro-cupo e la sua voce carezzevole potevano contribuire a qualche successo. Tuttavia, egli sembrava volere aumentare instancabilmente il numero di questi successi convertendo, con il fervore di un fondatore di religione, un numero infinito di fanciulle alla sua teoria della felicità. Ogni tanto, la sera, un compagno lo incontrava mentre esercitava il suo ufficio d’insegnante stringendo leggermente sotto braccio una compagna bionda o bruna. La piccola, allora, di solito rideva con tutto il viso, ma Karsky assumeva una espressione solenne, come per dire: «Instancabilmente al servizio dell’umanità».
Un compagno una volta gli raccontò che uno di loro «ci era rimasto» - ed ora doveva sposare «l’allieva» in mezzo a tutto il caro parentado; il peripatetico istitutore onusto di allori alzò le larghe spalle e disse quasi sprezzante:
«Sì, sì… ma “strani ospiti intrattiene il nostro Iddio”».
Il più strano, però, in Karsky era la presenza di qualche cosa di cui neppure i suoi più intimi amici sapevano nulla. Egli ne taceva anche quasi davanti a se stesso, perché non sapeva come chiamarla; e tuttavia vi pensava, d’estate, quando solitario camminava al tramonto per una bianca strada e quando il vento invernale si calava nel camino della sua tacita stanza e le truppe dei fiocchi di neve davano l’assalto alla finestra serrata; perfino nella penombra della birreria in mezzo al crocchio di amici. Allora il bicchiere rimaneva intatto dinanzi a lui; i suoi occhi erano fissi, quasi privi di sguardo, come in un bagliore lontano, e le sue bianche mani si giungevano involontariamente, quasi gli fosse nata in cuore una preghiera, per puro caso, come a uno vien fatto di ridere e di sbadigliare.
Quando la primavera fa il suo ingresso in una piccola città, è una festa. Come gemme dalla prigione dei rami, fanciulle con il capo d’oro irrompono fuori dalle opprimenti stanze invernali e girano per la campagna, quasi portate dal tiepido e volubile vento che agita capelli e gonnelle e getta loro in grembo i primi fiori di ciliegio. E con la gioia che proverebbero nel ritrovare, dopo una lunga malattia, un vecchio balocco, riconoscono felici ogni cosa e salutano con giubilo ogni cespuglio, facendosi raccontare dal ruscello esultante che cosa ha fatto durante quel periodo. E che delizia correre traverso i prati verzicanti che con timida dolcezza solleticano i piedini nudi, correre incontro alla prima argentina, che, disegnando perplessa ampi giri sopra la spoglia siepe di sambuco, si perde nell’azzurro pallido e infinito!
La vita si agita dappertutto: sotto il tetto, sui rossi fili telegrafici - e perfino in cima alla torre della chiesa, proprio sopra la vecchia campana brontolona, è un appuntamento di rondini.
I bimbi guardano a occhi spalancati come gli uccelli migratori ritrovano i vecchi e amati nidi, il babbo toglie al rosaio le stuoie, e la mamma ai piccoli impazienti le tiepide brachette di flanella.
Anche i nonni oltrepassano timidamente la soglia fregandosi le mani vizze, socchiudono gli occhi nella luce cangiante, si chiamano «vecchietti» e non vogliono mostrare di essere felici e commossi. Ma i loro occhi vanno oltre, ed entrambi pensano: “Ancora una primavera”.
“Uscire in una giornata come questa senza un fiore in mano è un peccato”, aveva pensato lo studente Karsky.
Perciò nella destra stringeva un ramo odoroso, quasi dovesse fare da réclame alla primavera. Con passo rapido e lieve, come per sfuggire prima alla bocca nera e sbadigliante dei portone dall’alito umido, passò attraverso le strade grigie ed antiche; ammiccò al padrone della sua birreria, che troneggiava con un grasso sorriso sull’ampio ingresso del locale, fece cenno con il capo ai bambini che al suono della campana di mezzogiorno irrompevano fuori dalla scuola opprimente. Dapprima andavano composti a due a due, ma a venti passi dal portone lo sciame si divideva in rivi innumerevoli, così lo studente non poté fare a meno di pensare a quei razzi che salgono in cielo con una miriade di minuscole stelle e sfere. Sorridente, una canzone in cuore, egli traversava quel quartiere periferico della cittadina fatto di comode casette di foggia rustica e di bianche ville costruite di recente, circondate da giardinetti. Davanti ad una delle ultime case, si rallegrò alla vista degli alti pergolati che nei loro tralci lievemente oscillanti già brillavano di un verde tenero, presentimento di futuro splendore. Due ciliegi fioriti rendevano l’ingresso simile a un arco di trionfo innalzato in onore della primavera - e i fiori rosa-pallido sembravano scrivervi sopra un luminoso benvenuto.
A un tratto Karsky trasalì: proprio in mezzo a quella gloria di fiori vide due occhi di un azzurro cupo che, smarriti in un dolce sogno, guardavano assorti lontano. Soltanto ora si era accorto di quegli occhi - e fu per lui come se il cielo lo guardasse traverso gli alberi fioriti. Si avvicinò e stupì. Una bionda e pallida fanciulla era rannicchiata su una sdraia coperta di pallidi fiori; le sue bianche mani, che sembravano protendersi verso qualche cosa di indefinito, spiccavano luminose e diafane sulla coperta verde-cupo avvolta intorno alle gambe. Il colore delle sue labbra era di un rosso tenue come quello dei fiori appena schiusi - e un lieve sorriso la illuminava. Così sorride un bimbo che la notte di Natale si è addormentato abbracciando il nuovo cavallo di legno. Tanto bello e soave era quel viso pallido e raggiante che allo studente vennero in mente vecchie favole cui da tanto, tanto tempo non aveva più pensato. E involontariamente si fermò, come si sarebbe potuto fermare davanti a una madonna, pieno il cuore di quella ardente e sconfinata gratitudine che prova talvolta chi ha disimparato a pregare. Poi il suo sguardo incontrò quello della fanciulla. Si fissarono - e quasi inconsciamente lo studente lanciò il ramoscello fiorito oltre la siepe, in modo che cadesse sul grembo della pallida fanciulla. Le bianche ed esili mani si protesero con dolce impazienza verso il profumato messaggio - e Karsky godette con delizioso tremore il luminoso ringraziamento espresso dagli occhi di quella creatura. Quindi proseguì attraverso i campi. Solamente quando fu ben lontano e su di sé aveva l’alto cielo con il suo solenne silenzio, solo allora si accorse che aveva fino a quel momento cantato una vecchia e gentile canzone popolare.
“Anch’io me lo sono spesso augurato”, pensava lo studente Karsky; “essere malato per tutto un inverno, e all’arrivo della primavera ritornare lentamente in vita. Sedere davanti all’uscio con occhi stupiti e sentirsi perfettamente riposato, con in cuore una gratitudine infantile per il sole e l’esistenza. Tutti si mostrano amabili e affettuosi, la mamma viene ad ogni istante a baciare la fronte del convalescente, i fratelli giocano tutti in cerchio, cantando fino al tramonto.”
Così pensava perché il suo pensiero tornava di continuo ad Helene, la bionda fanciulla malata, che, immersa in strani sogni, sedeva sotto il ciliegio. Quante volte non interrompeva il suo lavoro per correre da lei, pallida e taciturna!
Due creature che vivono la stessa felicità si trovano presto. La piccola malata e Vinzenz Viktor si inebriavano della fresca e odorosa aria primaverile, e le loro anime risuonavano dello stesso giubilo. Egli sedeva accanto alla fanciulla narrandole mille storie con voce dolce e carezzevole. Lui stesso sentiva quello che diceva come stranamente nuovo, ed ascoltava con deliziata meraviglia le proprie parole, piene e mature come quelle di una rivelazione. E quanto annunciava doveva essere realmente importante, perché anche la madre di Helene, una donna dai capelli bianchi, ben pratica, si vedeva, delle cose del mondo, stava spesso ad ascoltarlo quasi con devozione, e una volta disse con un sorriso impercettibile:
«Lei dovrebbe essere un poeta, signor Karsky».
Ma i compagni scuotevano pensosi il capo. Karsky appariva di rado nelle loro riunioni serali; le volte in cui veniva, rimaneva silenzioso, senza udire né i loro scherzi né le loro domande; alla luce delle lampade sorrideva soltanto, come se avesse l’orecchio rivolto a una lontana e diletta canzone. Non parlava più neppure di letteratura, non voleva leggere nulla e, quando uno lo strappava bruscamente ai suoi pensieri, subito rispondeva:
«Vi prego, strani ospiti intrattiene il nostro Iddio».
Gli studenti erano ormai, perciò, d’accordo, che il buon Karsky apparteneva ai più strani di quella categoria; perché anche della sua superiorità egli non lasciava scorgere più nulla, e le fanciulle sentivano la mancanza del suo amichevole insegnamento. Era diventato un enigma per tutti. A volte lo si incontrava per via, la sera: guardava fisso dinanzi a sé, come preoccupato soltanto di portare il più presto possibile nella sua stanza solitaria lo strano ed estatico splendore dei suoi occhi, per metterlo al sicuro da tutto il mondo.
«Che bel nome il tuo, Helene», sussurrò Karsky con voce sommessa, come confidandole un segreto.
Helene sorrise: «Lo zio grida sempre, perché dice che così debbono chiamarsi soltanto le principesse e le regine».
«Anche tu sei una regina. Non vedi che hai in capo una corona d’oro? Le tue mani sono come gigli, ed io credo che il Signore si sia perfino risolto a tagliuzzare il suo diletto cielo per farti gli occhi.»
«Sognatore», protestò la piccola malata con uno sguardo di gratitudine.
«Potessi dipingerti!», sospirò lo studente. Poi tacquero entrambi. Le loro mani si ritrovarono involontariamente, ed ebbero l’impressione che avanzasse alla loro volta, attraverso il giardino in ascolto, una figura, un dio o una fata. Le loro anime erano abbandonate in una attesa piena di incanto. I loro sguardi assetati si incontrarono come due farfalle, e si baciarono.
Allora disse Karsky, e la sua voce era come un lontano stormire di betulle:
«Tutto questo è come un sogno. Tu mi hai incantato. Con quel ramoscello fiorito ti ho dato tutto me stesso. Ora tutto è diverso. Non so neppure io che cosa fosse, prima. Non provo nessun dolore, nessun disagio, mai un desiderio.
Così ho sempre immaginato la beatitudine, l’oltretomba…»
«Hai paura di morire?»
«Di morire sì. Ma non della morte.»
Helene gli posò pianamente la pallida mano sulla fronte. Egli senti quanto era fredda:
«Rientra», l’ammonì con dolcezza.
«Non ho freddo, e la primavera è così bella.»
Helene disse questo con una profonda nostalgia, e le sue parole risuonarono come una canzone.
I ciliegi non erano più in fiore ed Helene sedeva sotto il pergolato, dove l’ombra era più folta e più fresca.
Vinzenz Viktor era venuto a salutarla: egli trascorreva le vacanze estive presso i suoi vecchi genitori, in riva ad un mare lontano. Parlarono come sempre di questo e di quello, di sogni e di ricordi. Ma nessuno pensava al futuro. Il visino di Helene era più pallido del solito, i suoi occhi più grandi e profondi, le sue mani si muovevano leggere sulla coperta verde. E quando lo studente si alzò e prese quelle mani nelle sue, delicatamente, come qualche cosa di fragile, Helene disse piano:
«Baciami!»
E il giovane si chinò, e con labbra fresche e pure sfiorò la fronte e le labbra della fanciulla. Come una benedizione egli bevette il caldo alito di quella casta bocca - e gli ritornò in mente una scena della sua lontana infanzia: quando sua madre, una volta, lo sollevò fino a una miracolosa immagine della Madonna.
Si allontanò, fortificato, senza dolore, nella penombra del pergolato. Si voltò ancora una volta, fece un cenno col capo alla pallida fanciulla che, con uno strano sorriso sulle labbra, lo seguiva cogli occhi - e gettò una rosa oltre la siepe. Lo sguardo di Helene accompagnò, pieno di desiderio, il fiore lungo la sua traiettoria. Ma questo le cadde ai piedi. La fanciulla malata si curvò a fatica; strinse la rosa tra le mani giunte e protese le labbra a baciare le foglie vellutate: ma Karsky non poté vederla.
Con le mani giunte egli camminava attraverso la vampa estiva.
Quando entrò nella sua tacita stanza, sì gettò sulla vecchia poltrona e guardò fuori, nel sole. Le mosche ronzavano dietro la bianca cortina - e un germoglio si era affacciato sul davanzale. Fu allora che allo studente venne per caso in mente che essi non si erano detti: «Arrivederci».
Abbronzato dal sole, Karsky aveva fatto ritorno, dopo le vacanze, nella piccola città. Attraversò meccanicamente le vecchie strade senza gettare uno sguardo alla facciata delle case che la pallida luce autunnale tingeva di viola. Era la prima strada che percorreva dal suo ritorno, e tuttavia camminava come uno che compie sempre il medesimo tratto. Infine, attraversato l’alto cancello, entrò nel tacito cimitero - e anche qui prosegui sicuro tra tumuli e cappelle. Si fermò davanti a una verde tomba - e sulla semplice croce lesse: Helene. Aveva sentito che doveva trovarsi là. Un malinconico sorriso gli tremò agli angoli della bocca.
A un tratto pensò: “Com’è avara sua madre!” Sulla tomba della fanciulla era posta, accanto a dei fiori secchi, una brutta corona di latta. Lo studente prese delle rose e copri interamente il crudo metallo. Poi tornò via, il cuore limpido come la rossa sera di primo autunno che con tanta solennità scendeva su ogni cosa.
Un’ora dopo Karsky era nella sua birreria abituale. I vecchi amici lo stringevano da ogni parte, e a un loro ordine imperioso narrò i viaggi compiuti in estate. Parlando delle gite alpine, ritrovò la sua vecchia superiorità. Fu bevuto alla sua salute.
«Ma ascolta», usci a un tratto a dire un amico, «che ti era capitato, prima delle vacanze? Eri tutto… Avanti, vuota il sacco!»
Con un furtivo sorriso, Karsky rispose: «Beh, strani ospiti…»
«intrattiene il nostro Iddio!» completarono in coro gli altri. «Lo sappiamo.»
Dopo qualche minuto quando più nessuno si attendeva una risposta, con molta gravità soggiunse:
«Credetemi, l’importante è avere una volta tanto, nella vita, una primavera incantata, che vi accumuli in petto tanta luce, tanto splendore da dorare tutti i giorni a venire…»
Ognuno prestava orecchio come in attesa, ancora, di qualche cosa. Ma Karsky, gli occhi lucenti, taceva, Nessuno lo aveva capito, ma era come se su tutti incombesse un incantesimo; finché il più giovane bevette d’un fiato quanto gli rimaneva nel bicchiere, picchiò sul tavolo e gridò:
«Ragazzi, non mi diventate sentimentali! Via, vi invito tutti da me; si sta meglio di qui, e poi verranno anche delle ragazze. Tu vieni?» rivolgendosi a Karsky.
«Volentieri», rispose quello tranquillamente. E bevette adagio tutto il contenuto del bicchiere.