re bohusch (it)
Quando il grande attore Norinski entrò, alle tre del pomeriggio, nel Caffè Nazionale, dinanzi al Teatro Ceco, trasalì leggermente, per sorridere però subito dopo con il suo più sprezzante sorriso: nello specchio posto obliquamente di fronte alla porta, era rimasto prigioniero un lontano angolo della sala; e qui egli aveva distinto una colonna di marmo inclinata, e sotto questa colonna un uomo piccolo e gobbo i cui strani occhi in agguato sul capo deforme, fissavano la persona che entrava. La singolarità di questo sguardo, nelle cui profondità sembrava specchiarsi oscuramente qualche cosa di inaudito, era stata per l’attore causa di momentaneo spavento. Non perché egli fosse di natura particolarmente paurosa, ma a motivo del carattere profondo e pensoso proprio alla maggior parte dei grandi artisti, attraverso il quale, per così dire, ogni avvenimento deve aprirsi il cammino. Di fronte al gobbo in persona, Norinski non provava più nulla di simile. Per qualche momento non volse neppure lo sguardo sul deforme, mentre dava la mano alle altre persone intorno al tavolo con aria di inutile importanza. Quelle strette di mano richiedevano un certo tempo, perché ognuna constava, per così dire, di tre parti. Prima: la mano dell’attore risponde esitando alla supplica delle mani che gli sono tese. Seconda: la sua mano parla con espressione alla mano che stringe: avverti tutta l’importanza di questo momento?
Terzo atto e «finale», quando Norinski lascia libere con disprezzo tutte le mani: «O te misero, non avrai creduto che…»
I miserabili erano questa volta: Karás, il pallido e alto critico del Tschas, che si distingueva per un collo esageratamente lungo, e, come una volta aveva sostenuto un maligno collega ebreo, per un «pomo d’Adamo» particolarmente gentile, che accompagnava ogni boccone attraverso la solitudine della gola fino all’orlo del collo, dove non poteva più smarrirsi; quindi, di costì, scattava indietro, tutto servizievole, verso il suo posto; Schileder, il bel pittore che dipingeva cose tanto tristi; il novelliere Pátek, il poeta Machal, lo studente Rezek, che sedeva un po’ discosto, bevendo da un grosso bicchiere del tschai con molto cognac, in silenzio.
Infine Norinski parve accorgersi anche del gobbo. Rise: «Re Bohusch!», e con ironica gravità tese la mano attraverso il tavolo di marmo. Il piccolo trasalì e in fretta gli mandò incontro le sue gialle e deformi dita, così che le due mani si cercarono per l’aria come uccelli. A Bohusch ciò parve discretamente comico, e fece sentire una risata tremolante e spezzata, che interruppe impaurito quando si accorse che i butteri scomparivano dalla fronte di Norinski sotto rughe di rabbia. L’attore mormorò qualche cosa, tirò indietro la sua mano senza avere raggiunto l’altra e disse a Karás con cattivo umore:
«Che sciocchezze scrivete, mio caro? Ma questo ve lo dico io, che la prossima volta farò il mio Amleto proprio come ieri. Io recito il mio Amleto, capisci, carissimo?»
Karás deglutì disse qualche cosa della concezione formulata da altri, da persone importanti; bastava nominasse Kainz o… Lo studente Rezek vuotò in fretta il suo bicchiere e disse eccitato a Norinski:
«Carissimo, e a me che importa di un Amleto tedesco? Non vorrai pretendere che anche noi non si possa avere la nostra opinione! Shakespeare è un Tedesco? E allora, che cosa hanno a che fare con noi i Tedeschi? La mia concezione, me la formo direttamente dall’Inglese».
«Questo solo è giusto», profferì Pátek, carezzandosi con le dita ben curate la barba tagliata all’ultima moda.
«D’altra parte il tuo costume, dal punto di vista pittorico…», soggiunse il bel pittore con aria conciliante; e Norinski si voltò rapidamente verso di lui.
«Già»; sbadigliò con noncuranza. Quindi, con un tono di voce condiscendente:
«Come va il suo dramma, Machal?»
Per un istante il poeta guardò in silenzio nel suo bicchiere di assenzio, poi rispose piano e malinconico:
«È
primavera».
Tutti aspettavano ancora qualche cosa, ma il poeta parve di nuovo partito verso il pallido giardino dei suoi sogni. Rimase a guardare il bicchiere d’assenzio che crebbe sempre di più, fino a quando egli stesso non si sentì in mezzo a quella luce opalina, leggerissimo, dissolto in quella strana atmosfera. Soltanto Schileder aveva preso sul serio quella potente parola. Egli la sentiva sopra di sé, così vicina che non avrebbe potuto battere le ciglia. Dentro di sé, pensava: mio Dio, questo è vero per tutti - Che cosa ha detto, lui, di particolare? Potrei dirlo anch’io: «È…» Non ebbe il tempo di finire. Tutti ridevano, e Schileder respirò, quando dall’espressione degli altri ebbe compreso che alle parole di Machal non era stata attribuita troppa importanza.
Karás si voltò verso il poeta:
«Vuoi dire, cioè, che il tuo dramma fiorisce, no?»
Allora Machal si congedò dalla sua musa con un inchino, “Scusi!”, e lasciò malvolentieri il suo universo di opale. Ma il malinteso era troppo grave.
«No», replicò. «Volevo dire che ora sono troppo triste. Volevo dire ché questa è la stagione in cui la natura fraintende ogni sviluppo, volevo dire che sono stanco, stanco per cotesto doloroso germinare.»
«Scusami», disse il novelliere picchiando leggermente con la sua mano guantata di giallo sulla spalla del poeta,
«la cosa è possibilissima, ma non è la primavera, questa?»
E il pittore pensò: no, non è primavera.
«Nell’incantevole mese di maggio…», declamò l’attore.
«Una volta», sussurrò il poeta, e con la mano fece un gesto come per respingere quel tempo lontano, «una volta, forse, era così. Come è scritto nelle antiche poesie, la primavera è luce, amore e vita. Chi oggi ancora ci crede, mente a se stesso.» E così dicendo respirò profondamente.
«Che peccato», pensò il pittore. «Oggi non ci sono più neppure primavere.»
Ma Machal sollevò in piena luce il suo viso, chiazzato da grandi macchie rosse, e attraverso la finestra poté spingere lo sguardo proprio fin sulla gradinata del Teatro Nazionale, lungo la quale un agente di polizia andava in su e in giù. Non era proprio questo quello che avrebbe voluto mostrare ai suoi amici, tuttavia disse:
«Guardate fuori. Questa lotta con la stupida zolla incolta che ognuno di quegli esili e deboli germogli deve sostenere per arrivare alla sua estate. Qui - e si raddrizzò leggermente - un fiore inerme vuole soltanto fiorire; è l’unica cosa che può fare, può soltanto fiorire senza disturbare nessuno, e tuttavia sono tutti contro di lui: le zolle nere che lo lasciano passare solo dopo molte preghiere, i giorni che fanno cadere su di lui, a caso, caldo, pioggia, vento, e le notti, che si avvicinano lentamente, per strangolarlo con le loro gelide dita. Questa vile e triste lotta, è la primavera».
Machal rabbrividì; i suoi occhi si spensero. Re Bohusch lo guardava fissamente. Gli sembrava che nel discorso del poeta fossero molte cose ingiuste, e sentiva entro di sé molte obiezioni. Era stato tentato di alzarsi e, in piedi e pieno di gioia, di prendere la difesa della primavera, che era pur sempre piena di sole e di vittorie. Gli montavano in capo pensieri tanto belli, che sentì le guance diventargli calde, e per un istante dimenticò di respirare. Ma a che cosa sarebbe servito alzarsi? Non se ne sarebbero nemmeno accorti, perché Bohusch, seduto sull’alto sgabello di velluto, sembrava quasi più alto di quando stava in piedi. Anche la sua voce avrebbe potuto appena giungere fino a Norinski; a tali distanze essa si faceva già incerta, e svolazzava come un uccello colpito. Bohusch lo sapeva. E così tacque, stringendo le labbra che sembravano scolpite nel legno, quindi cominciò, come faceva spesso da bambino, a giocare in silenzio con molti pensieri dotati, a costruire montagne e castelli, dalle cui alte finestre i suoi sogni lo salutavano. E era tanto ricco, che poteva ogni volta erigere nuovi palazzi, dei quali nessuno somigliava al precedente, - e questo non è poco, poiché il piccolo attendeva a cotesta occupazione da più di trent’anni, all’incirca dal suo quinto anno, senza mai ripetersi.
Mentre Machal, di certo, si sentiva di nuovo calato nel suo bicchiere di assenzio, gli altri parlavano tutti insieme di cose e fatti di ogni giorno, e sopra tutto questo fluttuava la voce da basso dell’attore, con le ali aperte. Ma Bohusch, nel suo angolo, continuava l’apologia della primavera. In verità, egli la conosceva soltanto sotto l’aspetto che essa aveva nell’umida Fossa dei Cervi o al cimitero Malvasinka; una volta, da bambino, l’aveva vista nella selvaggia Schárka, e ancora oggi sentiva nel suo cuore un’eco antica e debole di quella domenica. Ma che felicità doveva essere vederla là dove essa ha la sua patria, lontano dalla città e dal suo movimento! E si sentiva irritato e ferito che quegli uomini intorno a lui, i quali avevano viaggiato in lungo e in largo, permettessero che si calunniasse la primavera.
Avrebbe dovuto dir loro questo. Ma un debole tentativo delle sue labbra si smarrì, senza lasciare traccia, nella conversazione generale, e il povero Bohusch non avrebbe saputo dire niente di più. Quasi temessero di essere traditi, i suoi pensieri fuggivano, incalzandosi veementi, dalla bella assemblea, e al loro posto una sola immagine riempiva il suo cervello, che egli esprimeva supinamente, e senza che nessuno se ne accorgesse: «Sì, babbo». Dovette trascorrere un secondo prima che il gobbo comprendesse chiaramente perché in quel momento pensava proprio a suo padre. Lo vide: nel suo immenso cappotto blu ornato di pelliccia, il cui collo sembrava confondersi con la gran barba, il padre camminava a passi lunghi e sicuri nell’alto vestibolo intonacato di luce dell’antico palazzo principesco di via dello Sperone. Il pomo d’oro del suo bastone quasi sfiorava le frange dotate pendenti dall’orlo del cappello a tre punte, sotto il quale i suoi occhi guardavano gravi e attenti. Il fanciullo malaticcio stava allora spesso in piedi dietro la porta della portineria, e attraverso una fessura guardava timidamente l’andirivieni di suo padre, che era l’uomo più alto del mondo, perfino del vecchio principe, dinanzi al quale si toglieva profondamente il cappello, senza però inchinarsi troppo. Per lontano che andasse con la memoria, Bohusch non poteva rammentarsi di un bacio e di un sorriso di quell’uomo, ma la sua statura e la sua voce appartenevano alle impressioni più vive della sua infanzia. Per questo si ricordava sempre di suo padre, quando invidiava al defunto quelle due qualità, e si diceva: “Ora entrambe, in un modo o nell’altro, sono inutilizzate; egli non ha più bisogno né di voce né di statura, e perché allora ha portato ogni cosa via con sé?” E quando il gobbo pensava così, gli accadeva sempre questo: a un tratto avvertiva che qualche cosa lo portava, trascinava via. I suoi pensieri non erano più in lui, gli correvano davanti, ed egli doveva inseguirli, per riafferrarli. Non era possibile lasciarli correre a quel modo. Senza respiro, li raggiungeva sempre allo stesso posto. Era una bella notte d’autunno, dalle nuvole che correvano via veloci. La luce fuggitiva era abbastanza paziente da permettere a Bohusch di riconoscere una lapide di marmo, sulla quale, a metà coperto da erbe selvatiche, era scritto un nome: Vitìzlav Bohusch, portiere granducale. E ogni volta che il piccolo leggeva questo, cominciava a scavare con unghie bramose nell’erba e nella terra, fino a diventare: lui sempre più stanco, e il respiro della umida terra sempre più pesante e più fresco, e le sue unghie sanguinanti a furia di graffiare sul legno liscio del grande feretro giallo. Poi vedeva se stesso inginocchiarsi sulla bara, e rimanere indeciso per qualche secondo. Fino a che non trovava sempre la stessa soluzione: si dovevano forse rompere quelle tavole picchiandoci sopra la testa, come si rompeva un vetro? Non era sempre stato deriso per la grossezza del suo cranio? Doveva, almeno, essere buono per questo, no? Crac! Le tavole cedono, naturalmente, come un vetro, e Bohusch introduce la sua mano bruciante, ritira da quella intanfita oscurità il petto del padre, ne riveste, come di una corazza, le sue timide spalle; tende ancora la mano, cerca convulsamente, si aiuta con l’altra mano, e non arriva a comprendere perché le sue due mani sanguinanti non trovano la voce del padre.
Le prime sere di primavera, nell’aria è un’umida freschezza che si posa lievemente su tutti i colori, ravvivandoli e insieme fondendoli. Le case chiare lungo il quai hanno preso quasi tutte la pallida tinta dei cielo, e soltanto le loro finestre tremano di tanto in tanto in una calda luminosità, per spegnersi, riconciliate, al crepuscolo, non appena il sole non le disturba più. Solo la torre di San Vito, allora, rimane ancora in piedi nel suo eterno grigio.
«Essa e proprio un segnale», disse Bohusch allo studente silenzioso, «che sopravvive a tutti i crepuscoli e rimane sempre uguale: intendo dire nel colore. Non è vero?»
Rezek non aveva udito nulla. Guardava verso la torre del ponte della Kleinseite, sulla quale in quel momento venivano accesi i fanali.
Bohusch
continuò:
«Conosco Praga, la mia mammina, fino in fondo al cuore… fino in fondo al cuore», ripeté come se qualcuno avesse messo in dubbio la sua affermazione, «perché quello è proprio il suo cuore, quel punto là, con il Hradschin.
Nell’intimo del cuore sono sempre le cose più segrete, e, vede, tante cose segrete si trovano in quelle vecchie case.
Debbo dirle questo, Rezek, perché lei è del posto e forse non lo sa. Ma ci sono delle vecchie cappelle, là, e che strani oggetti, Gesù, non vi si incontrano! Immagini e lampade e scrigni, non mento, Rezek, pieni di oro. E da quelle vecchie cappelle partono corridoi sotterranei che, attraversando la città, conducono lontano, forse fino a Vienna».
Rezek guardò il gobbo di traverso.
«Sull’anima mia», giurò Bohusch, e posò la mano sul petto stretto e deforme. «Io stesso non l’avrei mai creduto, no, mai. Ma un giorno ho veduto - noti in una cappella, in…»
«Dove?», chiese improvvisamente lo studente con un interesse così deciso che il piccolo trasalì di spavento.
«Vede», disse, «lei non vuol crederci. Ma in fondo alla nostra cantina si trova una depressione: scesi due gradini, ecco pararsi davanti un muro con un buco grande quel tanto che basta perché uno vi passi attraverso… così, naturalmente a carponi.»
Bohusch rise della sua risata a scatti.
«E poi?», insisté Rezek, ma con voce più calma, mentre arrotolava una sigaretta tra le agili dita.
«Per me, non ci sarei mai entrato, di sicuro. Ma la candela con la quale ero disceso, una volta mi cadde di mano e finì in mezzo a un mucchio di legna secca. Lei immaginerà il mio spavento, Rezek: una candela accesa in mezzo a un mucchio di vecchia legna secca. Infine, la ritrovo: si era spenta da sé, ma per paura io continuo a frugare: una scintilla avrebbe sempre potuto nascondersi in qualche parte. Quando, a un tratto, ecco che sprofondo più in basso con tutta la mia legna, e mi trovo dinanzi al buco. Guardo e… impossibile! Ancora una cantina? penso. Faccio luce: si tratta solo di un corridoio che conduce Iddio sa dove.»
Ora camminavano adagio lungo il quai, dirigendosi verso il Ponte di Pietra. Rezek aspirò profondamente la sua piccola e umida sigaretta, quindi disse, senza abbassare lo sguardo su Bohusch:
«Ora, naturalmente, quel buco è stato murato».
«Murato?», rise sommesso Bohusch, «Murato?» Poteva a stento trattenersi dal ridere. «E chi dovrebbe murarlo?»
«Ma lei avrà ben parlato a qualcuno della cosa.» Lo studente parve irritato. I suoi occhi scuri guardavano quel viso pallido come se volessero gettarsi sulla risposta del piccolo.
Bohusch si era appena calmato.
«Lei penserà che io abbia già raccontato la cosa a mia madre. Ma essa ha detto: ‘E cosa importa a noi di un buco, Bohusch? Rimetti la legna al posto in cui si trovava’. E io ho rimesso la legna dove si trovava. Essa ha ragione, che importanza ha per noi quel buco?»
Lo studente annui distratto, quindi disse in fretta:
«Fa ancora freddo, in aprile». Rialzò le spalle angolose, e si abbottonò il soprabito estivo, giallo e logoro, che aveva indossato durante tutto l’inverno.
«Entriamo in quel caffè? Un tschaj ci farà bene, venga.»
Fece scivolare la sua mano sotto il braccio del gobbo, e volle portarlo via con sé. Ma Bohusch protestò:
«Cosa le viene in mente, Rezek! Non trova che ci siamo stati abbastanza, al caffè?»
«Sì, ma con quelli», disse lo studente caricando di disprezzo l’ultima parola. «Io voglio conversare con lei, non con quei signori, con quegli artisti.»
«Ma che cosa dice?», si stupì Bohusch, «il nostro popolo deve andare orgoglioso di loro.»
Rezek si fermò di colpo e disse, pallidissimo:
«Sono quei signori, invece, che dovrebbero andare orgogliosi del popolo. Ma, creda, essi non sanno nulla uno dell’altro, il popolo non sa nulla di loro ed essi del popolo. Mi dica, la prego, che cosa sono? Sono dei Cèchi? Ne guardi uno qualunque. Karás scrive della nostra arte su giornali tedeschi. E la nostra arte, che cos’è? Forse canzoni, come potrebbe cantarle questo popolo giovanissimo, sano, appena destatosi? Racconti della sua forza, del suo coraggio, della sua libertà? Immagini della sua terra? Sì? Nemmeno per idea. Di tutto ciò quei signori non sanno nulla. Essi non sono di oggi, come questo popolo che è ancora infantile, pieno di desideri, e che non ha ancora realizzato nulla. Essi sono stati fatti in una sola notte. Sono già troppo maturi. Questo è molto più comodo che seguire il proprio cammino, attraverso l’oppressione che il popolo deve soffrire. Non costa molto. Si importa tutto da Parigi: gli abiti e i sentimenti, i pensieri e l’ispirazione. Ieri si era fanciulli ed oggi si è dei giovani-vecchi, senza più desideri: a un tratto si sa tutto. E l’arte segue cotesto atteggiamento. Si dipingono scene orripilanti e orge. Si cerca la prostituta nella donna, e la si esalta nei romanzi: poi, in frivole canzoni, si condanna quella prostituta per celebrare l’amore virile in strofe massicce. Infine, ecco che si è arrivati allo scopo: non si celebra più, e neppure si condanna. Si è stanchi di tutto questo, lo si è sorpassato. Si fa i mistici. Non si è più in casa propria, qui in Boemia: ognuno ha la sua patria chissà dove alle fonti della vita. Questo è buffo, non è vero? Mentre il popolo si scuote, e sente per la prima volta che è giovane e sano, sente la nuova e timida forza delle sue origini scorrere nelle vene, gli artisti profanano la sua lingua, e abusano della sua giovinezza facendo uso di un’arte malata e decadente».
Lo studente si era riscaldato nel parlare e la sua voce suonava roca. Erano sempre fermi sullo stesso posto. I passanti cominciarono a notarli, e un poliziotto guardava di tanto in tanto con diffidenza alla loro volta. Bohusch teneva alzato, in silenzio, il viso verso lo studente, che gli sembrava si levasse nella notte alto e orgoglioso quasi come, laggiù, la vecchia torre del duomo.
Con voce alterata, allora Rezek, irritato dalla curiosità della gente, disse:
«Venga dunque nel caffè».
E Bohusch, obbediente a quest’ordine, lo seguì. Non immagino neppure che avrebbe potuto dire di no. Ma quando si fermarono di nuovo sulla porta del piccolo caffè, disse timidamente:
«Mi scusi, signor Rezek, io non posso, non posso proprio. Mia madre, sa, mi aspetta, la sera; e starebbe in ansia, se non mi vedesse tornare. È fatta così: mi scusi…»
Lo studente lo interruppe:
«Allora,
l’accompagno».
Ora sembrava non avesse più freddo. Si diressero verso la Kleinseite, in silenzio. Quando passarono accanto al poliziotto, il gobbo sentì che uno sguardo scuro e diffidente accompagnava Rezek. Levò la testa; ma lo studente aveva già voltato il capo, e sputava indifferente dall’altra parte, ponendo cura, sembrava, a colpire una pietra angolare.
Bohusch pensava: egli avvertiva un’affinità tra i bei pensieri che aveva avuto nel pomeriggio, al «Nazionale», e quello che Rezek aveva detto o avrebbe ancora detto. Era la prima volta che lo sorprendeva una simile sensazione, sebbene si incontrasse spesso con lo studente; aveva sempre pensato che fosse uno sciocco. Perché? Forse perché era alquanto taciturno. Certo per la stessa ragione anche lui, Bohusch, era ritenuto un po’ semplice di spirito. Mal d’altra parte, come si era fatto bello il viso magro e brutto dello studente mentre profferiva quelle entusiaste parole! Tutto quello che nel suo viso e nei suoi gesti sembrava secco e angoloso, prendeva un accento di nobiltà: diventava severo, autoritario, risoluto. Quel giovane abbottonato fino al collo, che era cresciuto troppo presto, che era mal vestito e mal nutrito, aveva per Bohusch assunto a un tratto qualche cosa di elementare e di eterno, e mentre lo studente continuava a camminargli accanto, ebbe continua la sensazione che quel giorno era particolarmente importante: sabato, 17 aprile. Tale convinzione crebbe in lui chiara e precisa, ma come nel fondo della sua anima, mentre in superficie era il suo Io, che si inchinava e diceva a Bohusch: No, decisamente non lo ammetto, proprio non lo ammetto! Tu non hai il diritto, carissimo, di tacere su tutti i tesori che ti dono, che dono a te, Bohusch. Suvvia, fuori: parla. La gente deve sapere che sono ricco. So quello che vuoi dire: sei brutto. Ma comincia a parlare: parlare rende belli. Hai potuto vederlo tu stesso.
Promettimelo. E il povero Bohusch dette a se stesso la parola d’onore: certo, d’ora in avanti, parlerò. E Bohusch era proprio sul punto di cominciare, quando lo studente si fermò, indicando con un dito qualche cosa al di là della Moldava, sulle cui onde alte e buie guizzavano riflessi:
«Guardi laggiù il Vyschehrad, il vecchio maniero dei Libuscha, e là il Hradschin, e dietro a noi la chiesa dei teatini, tutti questi santuari. Quei signori fuggono verso il passato, come non si stancano di ripetere - ma perché non verso questo passato? Perché ci parlano sempre dell’oriente, dei crociati e del nero medioevo? E una questione artistica, dicono. No, io rispondo, è una faccenda di cuore. Non è un caso che per loro «posino» quelle cose lontane, e quanto è vicino, familiare, non dica loro nulla. Sono semplicemente degli stranieri. E il popolo cura inquieto la sua vecchia e goffa tradizione che, ad onta di ogni cura, impallidisce di nipote in nipote, così che a stento esso oggi conosce la ricchezza viva della sua patria. Certo, sarebbe cosa troppo avvilente, per quei gran signori, accompagnare il popolo dinanzi alla sua santa eredità, e dirgli, con parole nuove e chiare, l’antico valore e la sacra dignità di quel patrimonio».
Bohusch guardava con occhi sbarrati le pietre del marciapiede, e a un tratto disse come costringendosi, piano, interrotto da una tosse frequente:
«Ha ragione Rezek, ha pienamente ragione. Non sono in grado di capire troppo bene tutto questo: perché non è davvero facile, quello che lei dice. Ma ha ragione. Mi è accaduto a volte di pensare come lei. Perché si dipinge una cosa invece di un’altra. Perché si scrive in un certo modo, e non in un altro… Tuttavia, se lei mi permette di notarlo, importa poco che i poeti non ci parlino del Hradschin e dei teatini, importa poco. Io credo, vede, di conoscere mamma Praga fino al cuore, e questo senza che mai nessun poeta me ne abbia detto nulla. Basta soltanto crescere in mezzo a queste chiese e in mezzo a questi palazzi: i quali, lo sa Iddio, non hanno davvero bisogno di nessuno che parli per loro, sanno parlare da soli, solo che uno li voglia sentire. Quante storie conoscono! Una volta gliene racconterò qualcuna, carissimo.
Oppure, anche meglio, dovrà udirle raccontare da mia madre».
Rezek ebbe un movimento di impazienza. Bohusch lo notò subito, si interruppe un istante, poi:
«Mi scusi: volevo dire ancora… Sì, che non tanto per il Hradschin è peccato, quanto per il resto, quello che non esiste come passato. quelle strade e quegli uomini e specialmente i campi dietro la città e gli uomini di quei campi. Lei ha certamente visto di che si tratta: un campo, un campo senza fine, triste e grigio, e la sera sullo sfondo. E solo qualche pianta e qualche uomo, e gli alberi curvi e gli uomini pure. Oppure una di quelle cave di pietra come sono là fuori, dietro Smichov. Da un monte calvo e grigio, le piccole selci rotolano giù sul piano coperto di macerie. Il rumore che fanno arriva a essere una canzone: sotto, siedono uomini che per tutto il giorno sgrossano le pietre grigie e ne fanno piccoli cubi lisci e vedono il sole scuro attraverso gli occhiali di corno che proteggono gli occhi. I più giovani, a volte, si dimenticano e cominciano a cantare piano… oh, nessuna canzone sfrenata, ma una qualsiasi, che si adatti al ritmo dei loro lavoro, Kde domov muj o altro. Allora ascoltano tutti: ma non a lungo. Presto il giovane si avvede che la polvere delle selci è troppo irritante, deleteria per i polmoni, ed ecco che di nuovo tace. Ma lei mi scusi…»
Il piccolo guardò spaurito intorno a sé, ma si riprese quando vide che lo sguardo dello studente posava grave e attento su di lui. Egli interpretò questo come un segno di vittoria, e con maggior sicurezza di prima riprese:
«Volevo ancora dire: perché non dipingono tutto questo, perché non ne ricavano poesie? Perché è cèco, perché è così triste…»
Rezek si limitò a annuire, e disse:
«Lei crede che il popolo sia molto triste?»
Bohusch
rifletté.
«Certo», disse poi con voce esitante, «io lo conosco molto poco. Non mi spingo mai troppo lontano. Tuttavia penso di sì…»
«Perché?»
«Perché, lei chiede? E io lo so? I genitori sono tristi, anche i figli sono tristi e rimangono tali. Sanno appena camminare, e vedono dinanzi all’uscio il triste Nepomuk con il crocifisso in braccio, e il vecchio salice in riva allo stagno del villaggio e i girasoli, nei giardinetti, che si stancano così presto sotto un debole sole. Tutto questo rende allegra la gente? E poi imparano presto a odiare. I Tedeschi sono dappertutto, e bisogna odiare i Tedeschi. M dica, perché questo? L’odio rende tristi. I Tedeschi facciano quello che vogliono: tanto non capiranno il nostro paese e non potranno mai prendercelo. Ai nostri confini, sono grandi foreste e montagne, sulle quali i Tedeschi si sono installati, non è vero? Ma quelle foreste e quelle montagne si limitano a incorniciare il paese. La nostra patria è quello che è dentro, i campi, i prati e i fiumi, tutte cose che ci appartengono, come noi apparteniamo a loro con tutto quello che portiamo in noi.»
«Come schiavi», profferì con sprezzo Rezek.
«Non dica questo, la prego. Non come schiavi, ma come bambini… Forse come bambini non del tutto legittimi, non sicuri dell’eredità, almeno per il momento. Ma come bambini autentici, naturali. Lei deve sentirlo. Lo dice lei stesso: il popolo è giovanissimo e pieno di salute, quindi sarà forte e non si arrenderà. È possibile che uno o l’altro oggi porti delle catene. Questo passa. So che uno dei nostri vecchi ha scritto “Canzoni degli schiavi”; ha avuto torto. Nessun onest’uomo del nostro popolo farà rumore con le catene, di certo. Persino quando cammina le solleva attento, perché la cara terra non scorga nulla della sua miseria… Così sono da noi le persone sincere.»
Erano appena arrivati all’imbocco di via del Ponte. Passarono attraverso la folla dei passanti e presero in fretta la prima viuzza laterale. Alla luce del primo fanale, lo studente osservò il compagno con stupore non dissimulato.
Scosse il capo, parve schiacciare qualche cosa tra le labbra e disse:
«Lei è un oratore, Bohusch».
«Oh», fece il piccolo, come se gli avessero fatto un regalo.
«Proprio così, veramente. Solo che quanto ha detto dei Tedeschi, vede… Se è ragionevole, forse il popolo un giorno avrà bisogno di lei.»
«Cooosa?», fece Bohusch, e volle ridere per sorpresa e timidezza. Ma Rezek, con le labbra serrate, lo guardava con molta gravità, e taceva. Allora il gobbo si spaventò. Fattosi più vicino allo studente, sussurrò:
«Tutte cose che suppongo, da parte mia, veramente. Non so nulla forse tutto è diverso. Non potrei dirglielo con sicurezza. Non pensi male di me, signor Rezek». A un tratto si scoraggiò:
«Vede, io sono un povero diavolo. Se sapesse quanto sono povero! La mattina faccio lavoro di copiatura in redazione, la sera rimango vicino a mia madre, che è tanto vecchia e quasi cieca. Tutti i giorni così. E la domenica, quando vedo la mia Frantischka, sa dove andiamo? Al cimitero Malvasinka. Là dove sono tutte quelle croci verdi, tutte eguali. Vi sono seppelliti specialmente dei bambini, e su targhette di latta è sempre un nome qualsiasi: “Il piccolo Karel” o “La piccola Marie”, con sotto una preghiera. È là che trascorriamo la nostra domenica.
«‘Qui siamo soli, milatschku‘, dice la mia Frantischka.
«‘Sì’ dico io, ‘qui siamo soli’.
«E tuttavia so che siamo circondati dai morti. Che importa? C’è sempre qualche cosa tra noi e loro, talvolta la primavera, talvolta la neve. Ah, io sono proprio un povero diavolo».
«Via, via», rispose Rezek, in tono consolatore. Erano già arrivati davanti alla casa, sotto il tetto della quale Bohusch occupava due stanze insieme con sua madre. Lo studente sembrava avere fretta.
«Lei non è inquieto con me, signor Rezek?», pregò il gobbo.
«Ma non ne avrei nessuna ragione», disse quello con voce brusca. «Buonanotte. Ci rivediamo domani al caffè.»
«Sì, domani, forse, per quanto… sia domenica, il giorno in cui debbo vedere la mia Frantischka… Sì, buonanotte.»
Rezek, che aveva già fatto qualche passo, si voltò di scatto. Posò la sua mano agitata sulle spalle del piccolo, e sussurrò con voce priva di accento particolare, molto in fretta:
«Lei mi ha proprio incuriosito, Bohusch, davvero. Non potrebbe condurmi una volta nella sua cantina?»
«Cantina?»
«Sa, vicino a quel buco…»
«Ma certo, se vuole.»
«Bene, presto dunque; quando?»
«Quando
vuole.»
«Domattina?»
«Domattina.»
E fissarono l’ora.
Nessuno aveva veduto Bohusch accompagnare, la domenica mattina, un visitatore nella cantina della vecchia e buia casa di via San Gerolamo. Entrambi erano scesi con tante precauzioni, come se non volessero svegliare un dormiente, avevano spostato la legna, poi il visitatore, che era molto silenzioso, era entrato con la lanterna dentro il corridoio segreto. Il gobbo lo seguì con lo sguardo. L’entrata fu illuminata ancora per qualche istante, poi i raggi di luce si spensero sulle pareti, alcuni riflessi aliarono qua e là per lo spazio buio, si ferirono le ali contro i muri, e caddero morti nell’oscurità senza confini. Bohusch tese l’orecchio. I passi risuonavano lontani, sempre più lontani. A un tratto, ebbe paura. Pensò: perché fa questo? Infine non udì più nulla, e cominciò a chiamare. Le sue parole avevano uno strano suono: portavano con sé i colpi del suo cuore, che sentiva fino alla gola, e che diventavano sempre più selvaggi e veementi.
«Stia attento, Rezek! Rezek, non continui oltre! Ma che cosa fa? Non deve andare più avanti. Qui, qui. Mi sente? Gesummaria, ma dove si è cacciato? Non commetta sciocchezze, non si può mai sapere…»
Infine la luce della lanterna lo investì in pieno: la cosa fu tanto inaspettata, che il piccolo conservò ancora per un poco tutti i segni della paura, e nel suo smarrimento, parve abbastanza comico. Con un salto, Rezek gli fu vicino, ma parve appena accorgersi di lui. Una certa soddisfazione brillava nei suoi occhi scuri, ma si spense presto, e il suo viso prese l’abituale espressione chiusa, che irrigidiva ogni lineamento.
«E allora?», profferì infine Bohusch, e tolse di mano la lanterna all’altro, per essere più sicuro della luce e averla più vicina. Lo studente a un tratto gli parve stupido, quasi un po’ comico - e quando poi si accorse che, nella sua paura, aveva per tutto il tempo gridato verso un punto della parete di faccia sul quale non era nessun buco, il suo affanno si fuse, defluì, per così dire, dal suo viso, per raccogliersi in un riso sfrenato, di latta. Era adesso di un umore tale da trovare tutto gaio, e gli parve molto divertente vedere il magro compagno che ammucchiava nuovamente la legna davanti all’ingresso segreto, con aria importante e dignitosa. Nel risalire, pregò Rezek di entrare in casa sua. Sua madre vi era ancora di certo, e lo studente non avrebbe avuto a pentirsi di ascoltare belle storie, fors’anche di bere un bicchierino di gilka (perché lui, il povero Bohusch, possedeva di tali squisitezze). Lo studente si scusò brevemente: aveva affari urgenti da sbrigare, e sarebbe venuto un’altra volta. Ma quello che aveva veduto giù in basso era davvero molto interessante, e di questo lo ringraziava assai. Bohusch rimase deluso: gli sarebbe piaciuto tanto parlare. Ma Rezek non si lasciò impietosire. Salutò in fretta e, nell’allontanarsi, udì il gobbo salire di gran premura le scale e gridare, giunto che fu al primo piano, un sonoro «buongiorno» a qualcuno. Lo studente risalì in fretta via del Ponte. Era curioso a vedersi, come sempre è curioso chi si affanna in mezzo a una folla che passeggia, e la sua figura nera e slanciata sembrava avanzare poggiando sulla lenta e chiara corrente domenicale di gente che fluiva verso la chiesa di San Nicola.
Da cotesta folla festiva emerse, non molto dopo, anche la povera figura del «re Bohusch». In questa parte della città, i più lo conoscevano e sapevano il soprannome che portava, Dio sa perché, fin dai tempi in cui andava a scuola; dei ragazzi, ridacchiando, gli gridavano «re Bohusch!» dietro le spalle, che sotto il nero abito domenicale erano ancora più rotonde e brutte a vedersi. Il gobbo, tuttavia, non si scompose, camminò per un poco nella folla, quindi si voltò e, sempre sorridente, ritornò verso la vecchia città. Voleva incontrare qualcuno, si sentiva disposto a spiegare a qualcuno che la vita aveva sì anche i suoi lati cattivi, ma che in complesso era una cosa eccellente; che i Cèchi erano un magnifico popolo di patrioti, e Praga una città… («Prego, guardi soltanto questo Rudolfinum» - avrebbe detto)… una città che non aveva pari al mondo. Le maggiori probabilità di trovare qualcuno erano offerte da via Ferdinando e dal
«Graben», sui larghi marciapiedi del quale tutta la Praga moderna trascorre il pomeriggio della domenica; ed egli piegò verso quella parte, nella speranza di vedere qualcuno, fosse pure Machal o Pátek. Aveva appena finito di pensare così, che riconobbe Pátek. Lo scrittore mondano camminava appena a qualche passo da lui. Indossava un abito nuovissimo, grigio, con il quale, in certo qual modo, proteggeva la sua primavera un po’ incerta, e la piega dei suoi calzoni, che rimaneva impeccabile anche quando camminava, arrivava fino alle lucenti scarpe di vernice, che egli sapeva esibire con molta grazia. Quando Bohusch, raggiuntolo, gli rivolse la parola, Pátek portò, con gesto negligente, la mano guantata (cafè au lait, 6 3/4) all’orlo del suo basso cappello, e non parve avere un gran desiderio di accingersi a conversare. Ma Bohusch era così contento di avere trovato qualcuno, che dimenticò la sua timidezza e, senza attendere l’invito, si accompagnò allo scrittore. Pátek lanciava in basso, di tanto in tanto, qualche parola, ossia la lasciava cadere, senza curarsi se il gobbo raccoglieva o no i preziosi frammenti. Bohusch invece parlava senza cessa, e solo si riposava ogni tanto con una gran risata. Tutto gli offriva pretesto per discorrere. I suoi tratti di spirito, che non sempre erano molto felici, attiravano attenzione a destra e sinistra o irritavano, e il distinto giovane che distribuiva saluti da tutte le parti, non si sentiva punto soddisfatto della compagnia di quel «proletario fallito», come soleva chiamare Bohusch. Alla prima cantonata, finse di vedere un amico all’altro lato della strada; ammiccò per qualche istante, mormorò delle parole indistinte, e si allontanò prima che Bohusch si fosse reso conto di nulla. Il gobbo continuò a camminare, poi, dopo una decina di passi, si fermò, cercò la figura del fuggitivo in mezzo alla folla, e vide che Pátek camminava solo. Allora il riso si spense sul suo largo volto; lanciò un’ingiuria a qualcuno che nel passare lo aveva appena urtato, poi si voltò, e facendosi largo a forza di spalle, infilò una strada laterale, dove non erano sole né passanti. Aveva le lacrime agli occhi.
Pensò dapprima di andare a trovare Schileder nel suo studio; là era sempre tollerato. Anche quando il pittore era occupato, poteva rannicchiarsi con un album qualsiasi in un cantuccio della grande stanza e guardare lungo gli alti cornicioni, su cui gli oggetti più disparati, le suppellettili più avventurose armonizzavano dietro lo spesso velo di un’antica polvere. Egli era rimasto seduto là per ore e ore senza che nessuno lo scorgesse, e quando da qualche parte scopriva un pezzo di velluto o di seta multicolore, lucente nelle sue pieghe, vi lasciava gli occhi sopra, e il pittore finiva per fargliene volentieri dono. Allora saliva di furia le sue scale, smanioso di mettersi addosso quel pezzo di stoffa e di guardarsi allo specchio. Sì, il povero Bohusch giudicava il suo abito nero, del resto piuttosto vecchio, come inadatto e indegno per i giorni festivi; ancora bambino, sognava di poter andare in mezzo agli uomini indossando abiti straordinari e sontuosi. Solo per amore della cotta rossa, quando andava a scuola, aveva servito la messa solenne, e solo per amore della splendida uniforme avrebbe voluto essere soldato. Cose da parecchio passate, coteste, ed egli ora non poteva più sperare d’indossare, anche in occasione delle feste più grandi, null’altro che quell’abito nero e liso, a meno che Frantischka non decidesse, nonostante tutto, di sposarlo; per una tale festa, egli si sarebbe senza dubbio fatto fare un abito nuovo, con un largo bavero di velluto. Il panciotto ricamato di suo padre, che Bohusch si sarebbe fatto adattare, era pure tenuto in serbo per quel giorno. Non si trattava solo di una spesa inutile. E quel tempo sarebbe mai venuto?
L’ultima domenica, Bohusch aveva atteso inutilmente la sua amica. Cosa sarebbe accaduto, se anche oggi essa avesse mancato?
Nei cimiteri dei poveri, dove nessun monumento fastoso è ornato con arte misurata dalla mano di giardinieri, succede questo: la primavera, nella sua innocenza, entra, e il tintinnio del cancello rugginoso è l’ultimo rumore che essa sente. Non ha idea di dove si trovi. Ma le piace molto stare tra quelle mura tranquille, oltre le quali la vita continua vicino a quegli angiolini di lucida terracotta, che hanno le mani giunte in preghiera per lei. E chi altri pregherebbe?
Anche per i venti timidi e giovani non vi è appoggio migliore di una di quelle croci lungo le quali, quando sono abbastanza alti, possono stirarsi a destra e a sinistra, a loro talento. E poiché la primavera, nonostante tutto, si trova bene lì dentro, essa cresce prima che altrove. La piccola e scura figura di Bohusch, in ogni modo, si perdeva in mezzo allo scompiglio delle primule e degli anemoni; al di sopra di lui il vento stava in agguato su di un albero che aveva i fiori prima ancora delle foglie, e gli mandava di tanto in tanto un fiore sulle ginocchia, facendo oscillare con tanta malizia i rami graziosi, come se da un momento all’altro volesse coprire di fiori il visitatore solitario. Ma il gobbo non era disposto a comprendere. Arcigno, si toglieva via i fiori dalle maniche e guardava, al di là dell’assolata domenica, in un altro, in un diverso giorno. Anche questo accadeva in un cimitero. Tre anni avanti, all’incirca. Alcune persone vestite di nero stavano intorno alla tomba aperta. Gli uomini, che portavano con una certa distinzione grandi barbe, avevano agli angoli delle labbra quella piega esprimente, a detta dell’opinione generale, tristezza e commozione; le donne, molto meno importanti, con il fazzoletto in mano, e, al centro di questo gruppo serio, una piccola donna addolorata, dai capelli bianchi. Essa era sopraffatta dal dolore. Ogni trasalimento del suo povero corpo, ogni nota piangente della sua voce soffocata, appartenevano a quel dolore. Per questo essa aveva dimenticato tutto quello che aveva intorno, anche suo figlio, il povero Bohusch. Bohusch era molto meravigliato. Non aveva mai veduto sua madre in tali condizioni. Quanto a sé’ non era particolarmente commosso. Si chiedeva semplicemente come suo padre avesse potuto trovare posto nella bara. Il feretro non gli era parso eccezionalmente grande, e, senza dubbio, (Bohusch immaginava) suo padre doveva esservi disteso con le ginocchia un poco piegate; se al morto fosse un giorno venuta l’idea inaudita di allungare le gambe, supponeva che la cassa gialla avrebbe di sicuro ceduto, sopra e sotto. In preda a tali pensieri, egli aspettava tranquillamente che la compagnia prendesse la via del ritorno. Ma quando, ancora, la vecchia madre, scossa dai singhiozzi, continuò a non volerlo riconoscere, cominciò a impaurirsi. Non poteva capire come la piccola vecchia, che in quarant’anni di matrimonio, eccetto forse i primi due non aveva mai osato piangere per timore di suo marito, insofferente di scene, ora spendesse tutto quanto aveva risparmiato, quasi godendo come per una liberazione, e piangesse le lacrime di un anno dopo l’altro. E quindici anni non si piangono in un battibaleno. Smarrito, Bohusch faceva errare il suo sguardo da uno all’altro. Gli passavano tutti accanto, amici e compagni del defunto, e le persone di maggior finezza gli stringevano in silenzio la mano, cosa che faceva traboccare le lacrime dagli occhi della rispettiva consorte, e il cameriere di Sua Altezza profferiva in un tedesco antiquato, corretto e con accento straniero: «Non era per nulla vecchio, vostro padre». Questo, per insistere sul fatto che il defunto portiere era di un paio d’anni più anziano di lui, cameriere inglese di Sua Altezza. A ogni stretta di mano, Bohusch diventava sempre più inquieto; a un certo punto gli venne in mente che doveva essere accaduto qualche cosa di straordinario, e, spaventato dalla rigida solennità di quegli uomini, rimase parecchi passi dietro il corteo. Allora gli parve improvvisamente di sentire due braccia scendere fino a lui, e, quando alzò gli occhi, una donna giovane e bionda lo baciò sulla fronte. Bohusch sentì che essa aveva labbra fresche, e, cosa che gli fece ancor più piacere, che non piangeva. Aveva solo gli occhi molto, molto tristi. Ma quando il gobbo trovò il suo sguardo, dovette pensare a una buia foresta. A niente di terribile, solo a una buia foresta, nella quale uno potrebbe abitare benissimo. Così, quegli occhi tristi gli furono subito cari, gli occhi tristi della sua Frantischka. D’altra parte, nessuno allora conosceva quella donna, nessuno in tutto il corteo funebre conosceva il suo nome; essa si era accodata agli altri. Sulla porta del cimitero, sostavano due vecchie mendicanti, con un rosario tra le dita appassite. Erano alla loro diciassettesima: «Ave Maria…» quando Bohusch passò con la sua nuova amica, mano nella mano; allora interruppero la preghiera, e una di loro disse ghignando: «Quella là che cammina con il gobbo, era la bella del morto». E il loro riso sommesso, si mutò a poco a poco nella diciottesima «Ave Maria». Ma Bohusch non aveva udito nulla. Vide altre volte la giovane bionda, e quando essa una volta gli carezzò la fronte dicendogli: «Tu sei un ragazzo molto bravo, molto!», egli le baciò la mano, e il suo cuore batté più in fretta. Sentì un brivido corrergli per le spalle, e gli parve che nella testa gli scoppiasse ogni cosa; strinse con forza le mani una all’altra tanto da gridare per il dolore, ma, invece di gridare, aveva sussurrato:
«Tu sei la mia ragazza, non è vero?»
Allora essa aveva riso, riso clamorosamente e annuito, mentre i suoi occhi erano pieni di quella cara tristezza.
Ma questo era avvenuto molto tempo addietro, e Bohusch, che ora sedeva sotto l’albero fiorito del cimitero di Malvasinka, avrebbe posto di nuovo volentieri la stessa domanda a Frantischka. Invece guardava fisso nel rosso viso della sera, pensando: “Ora, essa non verrà più”. In lui non era neppure la più piccola speranza, e tuttavia continuava a rimanere seduto tra i tumuli e le croci, trattenuto dall’oscuro desiderio di poter rimanere lì con gli stessi diritti dei suoi molti vicini. Che cosa doveva fare per questo? Mio Dio, i suoi occhi dovevano semplicemente abbandonare quelle torri, quei tetti, quella china che svaniva dolcemente, dovevano prendere congedo dal cielo, dalla prima stella della sera, e qualche cosa che era nel profondo di lui avrebbe trovato un’ultima volta il respiro per dire: «Frantischka»; poi, più nulla.
Tutto qui: ed era tanto difficile? Doveva certo essere difficile, perché Bohusch si alzò e scese per una strada accidentata fino alla via principale. Qui incombeva una nebbia grigio-argento, che sembrava tenere le fiammelle del gas prigioniere nell’aria, così che esse non potevano diffondere in basso la loro luce sui folti gruppi di stanchi passanti che, qualche passo avanti al solitario, sembravano uscire dal regno delle ombre come fantasmi, per sprofondare subito, dietro di lui, nel nulla. E se Bohusch avesse continuato, seguendo, il suo istinto più profondo, a camminare a occhi chiusi, sarebbe certo finito nella Moldava, ancora sconvolta dal disgelo, così come una brenna stanca trova la strada della sua scuderia, a occhi chiusi. Ma Bohusch levò lo sguardo. La nebbia intorno a lui cominciò a parlare con forti accenti che via via crescevano di tono, e tutte le torri, dalle quali poco prima aveva voluto prendere congedo, alzarono con l’Ave le loro voci solenni. Fu come se, al di sopra dei tetti, dietro la spessa cortina di nebbia, cominciasse una gran festa, l’anima del gobbo si alzò a un tratto e prima che egli potesse trattenerla, salì nel mistico tripudio dell’aria. E povero Bohusch si arrestò, e la seguì cogli occhi.
Si rammentò che fra otto giorni sarebbe stata la domenica di Pasqua, e questo lo riempi di una gioia tale che si presentò sorridendo alla vecchia madre, e per tutta la sera seppe raccontare cose tanto buffe, che la signora si sentì venir meno dalle risa. Che importa se più tardi sognò che avrebbe sposato Frantischka? Egli vide tutto questo fino alle più piccole particolarità, fino agli orecchini ornati di granate che pendevano come gocce di sangue dalle orecchie della sua fidanzata. E tutto si svolse regolarmente. Le nozze ebbero luogo sotto la grande navata della chiesa di San Nicola, e Bohusch poté riconoscere perfino il prete. Fino a questo punto tutto era ragionevole, e si svolgeva alla luce del giorno.
Ma a un tratto le cose cambiarono, si fecero strane. Una ragazza molto, oh, molto molto giovane, stringeva la fidanzata che era inginocchiata, accanto a lui, dinanzi all’altare, e gridava:
«Non te lo lascio, gli voglio troppo bene!»
Gridava a gran voce, selvaggiamente, sebbene si trovasse, vi prego di notare, nella grande chiesa di San Nicola. Era naturale che il fidanzato, che del resto portava un abito nuovo con il collo di velluto rosso-scuro, volesse guardare da vicino quella ragazza che lo amava tanto. Riconobbe Carla, sorella minore di Frantischka, che egli conosceva appena, e fu molto irritato per questa interruzione. Ma quando ebbe guardato ancora con maggiore attenzione si avvide che la ragazza indossava un abito da monaca - e la gioia che provò nell’accorgersi di questo fu tale, che si destò. Dovette trascorrere un po’ di tempo prima che, seduto sul letto, prendesse pienamente coscienza. Poi calcolò quanti giorni mancavano al Giovedì Santo; e quando trovò che erano soltanto tre, Bohusch sorrise e, con quel sorriso, dormì fino al mattino, senza sogni.
La piazza del Palazzo Reale di Praga, nonostante il misero viale che l’attraversa, ha un’aspetto molto nobile.
Ciò è dovuto al fatto che essa è circondata completamente da palazzi. Più imponente di ogni altra è la larga facciata del vecchio Palazzo Reale, con la grande e candida spianata, dietro la cancellata barocca lungo la quale una sentinella instancabile cammina in su e in giù come un pendolo. La casa-madre del principe di Schwarzenberg e un’altra costruzione un po’ noiosa guardano dall’altra parte come atteggiate in una perpetua riverenza - e, a destra del castello, il palazzo dell’arcivescovo, dipinto di recente, veglia in una posa un po’ superba, sopra le piccole abitazioni dei prelati e dei canonici, che si accoccolano vicino al loro potente patrono. Solo in un angolo, di fianco al castello, dove finiscono la scalinata e l’erta di via dello Sperone, è rimasta una lacuna: lì dentro giace, in uno splendido panorama, chiusa tra il monte di San Lorenzo e il Belvedere, giace Praga, questo ricco, gigantesco poema epico dell’architettura. Pieno di luce e di vita, esso si snoda sotto gli occhi del Hradschin, e alle antiche si aggiungono sempre nuove, brillanti strofe. All’altra estremità di tale fila di case, che da una parte è limitata da questo vano luminoso, si trova una povera vecchia casa a un solo piano, che giorno dietro giorno rimane lì, con le mani davanti agli occhi, senza voler vedere nulla di tutto quello splendore. I bambini dei dintorni passano con un brivido di paura davanti al suo austero silenzio - e se uno ha parlato loro di cotesta casa, essi non dormono per tutta la notte, o fanno brutti sogni, in cui pallide monache compiono strane cose. Certo, potrebbe mettere le ali alla loro fantasia l’udire come le Barnabite, che vivono la loro muta morte in quei muri crudeli, senza mai scambiare una parola tra di loro, e senza mai potersi concedere tanto sole quanto una potrebbe trovarne nell’occhio dell’altra; che le Barnabite trascorrono le loro notti, agitate da trepide preghiere, in bare dentro le quali dopo non molto verranno seppellite nel pezzo di terra che deve trovarsi nel più profondo i quelle oscure pareti, e dove certo non entra mai primavera. L’ordine dei fratelli Barnabiti sì è estinto da molto tempo. I teschi semidistrutti dei due ultimi fratelli si trovano su un altare di pietra, nelle dimenticate catacombe funerarie di Santa Maria della Vittoria, e godono del riposo senza preghiere della marcescenza. Ma le sorelle sono più perseveranti nel dolore. Quando, circa quindici anni prima, il rugginoso riposo dei cardini della porta fu disturbato, dei vicini con i capelli bianchi, delle pinzocchere dalla memoria non del tutto attendibile, pretesero sapere che alle sette suore ancora viventi se ne era aggiunta un’altra, ma queste non erano che supposizioni discretamente infondate. Persone più giovani, viceversa, e dalla vista migliore, avevano guardato nella carrozza che portava la nuova vittima - e costoro giuravano di avere veduto una ragazza giovanissima, di una bellezza e distinzione indescrivibili, soggiungendo che era un peccato lasciare appassire quella singolare e perfetta grazia nel più terribile di tutti i conventi. E dicevano anche altre cose. Tutti questi discorsi si riferivano ai motivi che potevano avere determinato quel prematuro congedo dalla vita; su questo fatto si costruivano lunghe storie romantiche, i pugnali più diversi scintillavano sotto i più vari fuochi di Bengala, e i prìncipi più demoniaci di tutte le fole traevano possibilità di vita da quelle ipotesi. Si sapeva, naturalmente, di sicuro che dietro a questa rinuncia era un avvenimento clamoroso e terribile, e come sempre si dimenticava che forse cotesto avvenimento poteva essere stato una leggerissima pena, una di quelle delusioni profonde e silenziose capaci di conferire alle anime più delicate l’oscura consapevolezza che le cime e gli abissi della vita si sono superati e che ora non sarebbe cominciata che la vasta e monotona distesa disseminata di piccole fosse e di ridicoli monticoli, così stancante da percorrere.
L’avvenente e spossata fanciulla veniva dall’alto e buio palazzo principesco di via dello Sperone, il luogo stesso dei timidi giochi infantili di Bohusch; e il giorno in cui la carrozza chiusa condusse la principessa Aglaja verso la sua nuova solitaria dimora rappresentò anche per lui, allora adolescente, una data. Tuttavia egli non poteva neppure più immaginare l’aspetto della principessa in quel periodo; egli portava dentro di sé un’immagine di lei qual era nei giorni in cui il suo riso dorato aliava come una rondine smarrita attraverso le stanze severe per smarrirsi infine, nonostante la presenza della governante inglese rigida e terrificata, nelle libere lontananze del parco sussurrante. Qui si incontravano spesso i due fanciulli e conversavano, scherzavano, si inseguivano proprio come fanno i bambini liberi da ogni costrizione: Aglaja dalla sua governante e Bohusch dalla sua silenziosa e fedele tristezza. Poi seguirono anni in cui il figlio del portiere non vide più la compagna dei suoi giochi, diventata nel frattempo una donna; e così avvenne che nel ricordo spinse indietro la data della rinuncia di Aglaja, fino ai giorni gioiosi della loro infanzia, e provò l’impressione che il giorno più luminoso potesse mutarsi nella notte più buia, l’estate più ricca nella più squallida giornata invernale, senza transizione. Gli stava davanti un avvenimento la cui brutalità lo spaventava, e il cui significato era fatto per togliergli definitivamente la convinzione che i ricchi e i privilegiati fossero per così dire gli alleati del destino, ostile e odioso solo nei riguardi dei poveri. Un intero mannello di pregiudizi gli cadde allora di colpo dalle mani; gli era stato dato qualche cosa di una concezione del mondo, di una religione, semi che avrebbero potuto maturare in lui e fors’anche germogliare, solo che fosse stato più coraggioso. Ma quanto avrebbe potuto mutarsi in azioni che si sviluppano liberamente e solennemente da un corpo forte, nel povero gobbo prese l’aspetto di sogni variopinti e singolari, fantasie timide che riflettevano un mondo sempre più piccolo, e da ultimo non furono più che una piccola aureola intorno all’immagine della Principessa. La sua passiva riconoscenza ornò tanto a lungo cotesta immagine, che dalla carezzevole e ridente fanciulla nacque una pallida e segreta fidanzata, e dalla fidanzata una santa molto somigliante alla Vergine Maria e viva solo per esaudire i singolari voti di Bohusch e ricevere pazientemente tutte le più grandi virtù che la sua fantasia instancabile le attribuiva. E quale superiorità non era quella di Bohusch su tutti gli altri fedeli, se la sua Santa, per quanto irraggiungibile, viveva - e lo conosceva come un compagno di quell’infanzia che essa aveva dovuto, nonostante tutto, portare come un gioiello unico dietro quelle eterne barriere. Cotesto rapporto non ebbe a soffrire nessun mutamento quando il gobbo chiamò Frantischka la sua fidanzata, perché in quel periodo il processo di beatificazione di Aglaja era già tanto avanti che il suo viso raggiante era al di sopra di tutti i piccoli desideri e i sogni opprimenti. Ad essa Bohusch si dedicava solo una volta l’anno, e precisamente il Giovedì Santo, giorno in cui la chiesa dei convento delle Barnabite è aperta a tutti i visitatori. Cotesta chiesa piccola, buia e dimessa, è chiusa dietro l’altar maggiore da un muro, oltre il quale le monache assistono alle funzioni. La vigilia del Venerdì Santo, e solo in questo giorno, le voci delle monache trapelavano dolcemente da dietro il muro, scendevano come un lamento lontano sui pochi fedeli. Allora la piccola accolta tende l’orecchio, trattiene paurosa il respiro, freme; il prete, sull’altare, interrompe le sue preghiere, i chierichetti del coro guardano inquieti verso gli angoli scuri della sala, e le buie immagini sulle pareti si destano. Lo squillo acuto del campanello, all’elevazione, rompe l’incanto. Le immagini sui muri muoiono di nuovo, il sacerdote si curva sopra il calice, i fedeli si fanno indietro sui banchi, si soffiano forte il naso e sussurrano: «Le voci erano tanto deboli, chi sa se saranno ancora otto». Poi si stringono nelle spalle, sospirano e si soffiano il naso.
Così avvenne pure in quel Giovedì Santo. Bohusch si era inginocchiato in prima fila, e attendeva che la sua santa lo chiamasse. Non aveva dimenticato il tono della sua voce e credeva sempre di riconoscere il suo canto in mezzo alle altre voci lontane del coro. La coglieva e la staccava dalle altre come un filo di seta da un tessuto scolorito. Egli, per così dire, la prelevava, facendo pervenire agli altri solo il resto. Ma oggi, dalla prima nota, egli seppe: essa manca. E per quanto il suo timore cercasse di negarlo, egli sapeva: essa manca. Si piegò in avanti, e la sua paura spiava e strangolava ogni più piccolo suono, ma egli sentiva con sempre maggiore certezza: essa manca. Finalmente, in una tremenda ansietà, tese le mani in avanti, in avanti, ascoltò con la punta delle dita… Essa mancava. Allora in lui gridò qualche cosa, insieme con il campanello del chierico dette un solo grido, ed egli si abbatté sul duro banco come qualcuno abbandonato dal suo Dio.
Il pittore Schileder fu il primo a notare un grande cambiamento in Bohusch. Pensò fuggevolmente alle possibili cause di questo, ma non riuscì a spiegarlo. Anche sua moglie Mathilde non sapeva che cosa dire. Così dimenticarono cotesta sorprendente trasformazione fino a quando una mattina, subito dopo Pasqua, Pátek entrò nello studio ed esclamò:
«Che
sfacciataggine!»
Schileder depose pennello e tavolozza, osservò l’amico eccitato che, con il cappello in testa, camminava in su e in giù, poi:
«Buon giorno. Che ti accade?»
Ma il romanziere si limitò a ripetere ancora alcune volte: «Che sfacciataggine», poi si fermò e volle deporre con grandi precauzioni il suo cilindro impeccabile sopra un cumulo di cartelle polverose. Dapprima le toccò con l’indice guantato, che ritirò come se avesse toccato una stufa ardente. Con una commovente trepidazione fece oscillare il cappello tra le palme e gettò al pittore uno sguardo pieno di rimprovero.
«Da te, tutto è pieno di polvere, non si sa dove posare nulla.» Infine si vide al sicuro, sedette, e raccontò, in modo abbastanza disordinato, che veniva dal «Nazionale», dove ci si era ritrovati tutti, e si era parlato su per giù delle solite cose.
«Hai una sigaretta?», si interruppe a un tratto, e riprese solo dopo che Schileder lo ebbe accontentato. Si era dunque parlato del più e del meno. E quel… sì, quel «proletario fallito» aveva preso parte alla discussione in modo tanto insistente e presuntuoso che lui, Pátek, aveva infine ritenuto giunto il momento di dare una lezione una volta per tutte a quell’indiscreto.
«Hai del cognac?», domandò in questo istante critico. Ingoiò il cognac e disse con una smorfia, stirando le braccia e avvicinandosi alla finestra:
«E sai che cosa ha osato quell’uomo? Replicarmi. Hai capito, dunque, replicarmi. Non solo, ma mi offende. Ha la sfrontatezza di offendermi».
«Che cosa ti ha detto?», chiese il pittore.
«Non lo so.»
Schileder lo guardò con aria tanto stupita che quello subito, non senza imbarazzo, continuò:
«Ma credi che abbia tempo di rammentare tali sciocchezze? Che io mi vergognavo di lui, o qualche cosa del genere. Il fatto è… figurati: mi offende. Come non ci si dovrebbe vergognare di un uomo simile?»
L’elegante novelliere parve ancora per qualche momento vivamente indignato, ma presto cominciò a interessarsi al lavoro di Schileder, osservò diversi quadri sollevando prudentemente tra il pollice e l’indice i telai volti contro la parete. Schileder lo lasciò fare benevolmente e non fu per nulla sorpreso quando il giovane a un tratto si congedò col migliore umore del mondo. Pátek faceva sempre così. Con una breve scena, più o meno coronata da successo, egli risolveva una situazione spiacevole, se ne liberava, ci «passava sopra», come soleva dire. Questo tuttavia non impedì al gran vincitore di ripetere ancora, lo stesso mattino, per ben cinque volte la storia di Bohusch e in una luce sempre più vantaggiosa per lui - così che la quinta versione, che rimase nel boudoir di una cantante di operette moderne, conteneva la graziosa esposizione di una filosofia dualistica, il principio buono della quale si incorporava vittoriosamente nella figura mondana del narratore. E quello che tutti finirono col sapere, parte attraverso il racconto di Pátek, parte attraverso altre relazioni, recava un germe di verità: Bohusch era diventato un altro. La sua fidanzata e la sua santa lo avevano abbandonato. Scoprì allora che tanto aveva dato di sé a quelle due figure, da non essergliene rimasto in proprietà che un piccolo resto. Lottò qualche ora per sapere se avrebbe gettato quest’ultimo bene intatto nella Moldava o se il suo capitale era ancora abbastanza considerevole per essere impiegato con profitto nella banca della vita. Nel corso di cotesta riflessione, si rammentò improvvisamente di una parola che lo decise. Rezek gli aveva detto in quella memorabile sera: «Forse il popolo avrà bisogno di lei». E aveva soggiunto: «Se lei è ragionevole». E che in quel momento fosse più ragionevole di prima, Bohusch poteva giurarlo. Ed era anche più coraggioso. Pensava molto ed esprimeva quello che pensava, solo che cominciasse, in frasi un po’ complicate e passate di moda; in tali occasioni lui stesso era di sé attentissimo ascoltatore. Solo di rado, come per smemoratezza, diventava timido e taciturno. Aveva allora paura di sé, quando il vecchio Bohusch gli stava davanti con le sue fantasie leggere e dorate, simile a un fantasma, per pregarlo di ritornare nella silenziosa tristezza dei giorni passati. Ma Bohusch non si lasciava vincere.
Trascorreva tutte le sue giornate al caffè o per strada, cantava, fischiava e rideva in modo tale che le persone si voltavano a guardarlo; si fermava davanti alle vetrine, vedendo in esse specchiato solo il mobile riflesso della sua bruttezza: sembrava uno in attesa di qualche cosa che non accade tutti i iorni. Quasi istintivamente, cercò anzitutto di incontrare Rezek. Gli sembrava che dalla bocca dello studente avrebbe dovuto apprendere quello che per lui sarebbe diventato l’avvenimento. Ma non riusciva a incontrare lo studente in nessun luogo. Rezek aveva lasciato la propria abitazione senza dare un indirizzo e al «Nazionale» nessuno diceva di averlo veduto.
«È un uomo strano», sentenziò una volta Norinski.
Schileder annuì, ma il nuovo Bohusch schernì:
«È uno stupido», ridendo del suo vecchio e misero riso, che non trovò eco in quello di altri.
La sera di quello stesso giorno accadde la cosa strana. Bohusch, che trascurava sempre di più anche la vecchia madre, arrivò a casa più tardi del solito. Salì qualche gradino reggendo un fiammifero acceso. Il suo sguardo esplorava la fitta oscurità dello stretto e angoloso corridoio. Gli sembrò che la porta della cantina non fosse del tutto chiusa; si avvicinò brancolando, la tentò, l’apri cautamente e scivolò, con strana risolutezza, giù per i noti gradini. La sua figura si dissolse completamente nella umida oscurità, dalla quale gli giungevano strani, lontani rumori. Fu solo quando, avanzando sempre a tastoni lungo la fredda parete, trovò il legname spostato, e vide un debole bagliore baluginare dal corridoio segreto, solo allora ebbe paura. Ma un diverso e più forte sentimento lo costrinse ad avvicinarsi. Tese dapprima l’orecchio verso le voci che giungevano dall’altra parte; e come non poteva intendere nulla, si insinuò con un movimento involontario, la cui destrezza lo stupì, dentro l’apertura, in modo da occuparla interamente, senza avanzare oltre. Quanto subito vide fu, non lontano da lui, una grossa lanterna posata sul pavimento, che lasciava colare una morbida luce sopra i mattoni, simile a un sottile strato di liquido. Nell’orbita di cotesta luce erano dei piedi di giovani e, in mezzo al loro cerchio, quelli di una giovanetta. Lo sguardo di Bohusch si aggrappò a questa figura, scivolò lentamente lungo un abito di colore indistinto e trovò nella penombra due mani vive e luminose di adolescente, che aiutavano, in gesti vivaci, delle parole ancora incomprensibili per Bohusch. Ma egli comprendeva le mani. Capì improvvisamente che quelle mani agitate scuotevano qualche cosa, che assillavano una qualche ingiustizia con la loro giovane e santa violenza. E cominciò ad amare quelle mani. Alzò piano la testa e cercò il viso cui appartenevano quelle belle mani. Il suo sguardo impegnò una lotta rapida ostinata con le ombre gelose che cancellavano sempre di nuovo quei tratti appena intravisti, fino a quando non ne uscì vincitore. Riconobbe Carla. E allora perseverò, e il suo sguardo stupito e pieno d’ammirazione non lasciò più, sfidando l’oscurità, il bel viso entusiasta della fanciulla. Egli suggeva le parole dalle sue labbra, fino a quando esse non presero per lui quel suono particolare che avevano avuto nel suo sogno:
«Io lo amo tanto… io lo amo tanto…» Tutto questo avvenne in un baleno. E i minuti successivi portarono questo: la fanciulla parlava con voce sempre più bassa, come qualcuno che via via si allontana; le parole, che ancora poco prima irrompevano dalle sue labbra così fiere e colorate, si trascinavano nell’oscurità nude e senza scopo, avevano vergogna, e i suoi occhi vuoti rimanevano attaccati a qualche cosa, in terra, e si spegnevano lentamente. Sorse un certo movimento.
Gli sguardi degli ascoltatori seguirono i suoi, e per un secondo il grande occhio fisso di Bohusch li tenne tutti prigionieri. Solo un secondo, perché poi furono presi da terrore, si rivoltarono come schiavi ribelli, la folla si rifugiò con un mormorio di costernazione e con violente imprecazioni nelle profondità del corridoio. La luce saltò sul viso di Bohusch come un gatto giallo. Allora egli si destò e fremette.
«Rezek!»,
gridò.
«Bohusch, cane, tu ci spii!», stridette l’altro.
Bohusch stralunò gli occhi. Aveva paura dello studente.
«Tu ci spii!», ruggì quello.
«Rezek!», urlò il gobbo ancora più forte, dal fondo della sua paura. Non gli riusciva trovare altro che questo nome. Inoltre la sua positura in quello stretto buco gli riusciva dolorosa, e si sentiva prossimo a scoppiare in lacrime per la disperazione. Allora lo studente lo aiutò a rialzarsi, e subito Bohusch si pentì della sua debolezza, pensò ai suoi piani e con un accento di superiorità poco convincente, profferì:
«So tutto». (Pensava, così dicendo, alle mani eccitate della giovinetta).
«Allora, hai ascoltato», esclamò minaccioso lo studente.
Non senza timore, Bohusch osò dire:
«Rezek, suvvia, Rezek, non faccia così. Non sono anch’io uno dei vostri? Non capisco dunque tutto questo?
Anch’io sono con voi, di tutto cuore con voi».
Lo studente lo considerò a lungo con un freddo sguardo, e il gobbo si sentì inerme sotto quegli occhi penetranti e indagatori. Ripeté ancora una volta, prima di trovare le parole giuste:
«Senza di me, non avrebbe trovato questo posto».
Intendeva dire la cantina.
«Sapevo che lei ne avrebbe avuto bisogno, e per questo…», insistette con falsa malizia. .
Lo studente si lasciò ingannare. Con decisione improvvisa, disse:
«Qua la mano e… silenzio!»
Con una certa sufficienza il gobbo posò le sue corte dita nella mano del fanatico. La sua stretta di mano non accordò né accentuò nulla. Si sapeva vincitore, e cominciò a porre condizioni. Egli prese le cose dall’alto: avrebbe lì sotto, in mezzo a loro, parlato anche lui per il popolo e la libertà. Oh, aveva progetti molto importanti. Rezek doveva assicurarlo che avrebbe potuto parlare.
«Certo», disse lo studente; e ancora una volta insisté: «Silenzio».
Bohusch annuì con aria indifferente, e soggiunse:
«Allora è convenuto che parlerò qui?»
L’altro lo confermò nella sua speranza, e lo spinse verso la porta. Non temeva gran che da quel disgraziato e tanto meno si aspettava qualche cosa da lui; lo trovava solo molesto. Dal fondo della scala lo chiamò ancora. Disse per la terza volta: «Silenzio» e tese qualche cosa verso il gobbo che ghignava. Bohusch era sul punto di afferrare l’oggetto quando riconobbe che la dura e crudele mano dello studente stringeva dentro le sue dita, chiuse minacciosamente a pugno, un sottile, lungo e acuminato pugnale, sulla cui lama la luce della lanterna sembrava scorrere come pallido sangue. Per quanto Bohusch si sforzasse, non poté più trovare il suo sorriso. Si costrinse ad una smorfia disperata e, rabbrividendo, continuò a salire le scale verso il suo appartamento. Il mattino non era lontano.
Da allora, Bohusch non dormì più di notte. Trascorreva il suo tempo in attesa che Rezek lo chiamasse, e pensava a quello che allora avrebbe potuto dire. Quante, quante cose! Il più sottile, nella sua fantasia, si univa al più grossolano e se a un certo momento gli sembrava che avrebbe dovuto parlare sul modo di aiutare i poveri orfanelli a entrare nella vita, un istante dopo era convinto che avrebbe consigliato a quelli là sotto, avrebbe loro comandato di distruggere chiese e palazzi. Sì, anzi tutto le chiese. Ma, qualunque fosse l’argomento dei suoi discorsi, egli si vedeva sempre al centro di quel gruppo, come il signore al quale la bella Carla e molti, forti giovani obbedivano rispettosamente e ciecamente. Egli si sentiva come una persona rimasta a lungo disconosciuta, che finalmente riacquistava la sua vera personalità; camminava attraverso l’immensità del suo tempo, in cui giorno e notte si erano confusi in un grigio crepuscolo uniforme, animato dal desiderio di piegare tutti a fermare la loro attenzione su di lui. La sua Santa infedele si era vilmente difesa dal suo amore e dalla sua vendetta dietro i muri eterni; ma a Frantischka, cui presto sarebbe giunta notizia della sua gloria per bocca di Carla, egli voleva offrire la possibilità di chiedere perdono.
Rimase a lungo in forse se dovesse recarsi a trovarla, e finalmente scrisse alla sua indegna amata una lettera, impiegando tre giorni e due notti. La meticolosa e leggiadra calligrafia impiegatizia era diventata, su quelle pagine, mossa e come disordinata. La maggior parte delle lettere sembravano insolenti caricature dello scrivente, lettere che affermassero la loro buffoneria per mezzo di strani costumi e camuffamenti e, una dietro le spalle dell’altra, si schernissero e irridessero. Nella prima parte di questo lungo scritto il gobbo assicurava Frantischka, proprio secondo lo stile dei sovrani medioevali, dei suoi benevoli e graziosi sentimenti nei di lei riguardi; nella seconda, con infiniti e complicati giri di frase egli parlava dell’importanza della sua missione segreta; e nella terza proponeva: «Considerato tuttavia che la enorme importanza e il grande segreto del mio compito mi mettono, con mio profondo rammarico, nell’impossibilità più assoluta di farti partecipare all’assemblea che deve contribuire a preparare la libertà del mio popolo e la mia propria gloria, io ti invito a venire a casa mia il…. (e qui era indicata una data prossima) verso le sei o le sette di sera. Davanti a te e a mia madre allora parlerò, dicendo quanto potrò dire senza passare per traditore, non di gente che non temo, ma della nostra splendida, alta e giusta causa…» Il lungo invito era firmato, e sembrava che la penna troppo stanca avesse scritto per caso: «Re Bohusch, dato da Praga».
Quando il gobbo ebbe riletto ancora una volta la lettera, dovette sorridere e fu quasi sul punto di distruggere i fogli. Poi pensò: “No, almeno mi prendo un bel divertimento, questo di sicuro”. Sigillò la lettera e la portò di persona alla posta. Quando la ebbe sentita cadere nel fondo della buca, tirò un respiro di sollievo.
Frantischka non aveva risposto; ma, a dire il vero, Bohusch non aspettava nessuna risposta. Era persuaso che sarebbe venuta e che, quasi umiliata, avrebbe trovato il nuovo Bohusch, l’amicizia del quale ora le sarebbe certo parsa come un grande e immeritato dono. Egli l’avrebbe perdonata dopo molte esitazioni; poi la domenica non sarebbero certo più andati al cimitero di Malvasinka, ma da qualche parte, liberamente, tra la gente dei giardini pubblici o del centro.
Bohusch pensava rapidamente a tutto questo, nelle rare pause in cui non lo occupava il grande pensiero diventato adesso la sua unica cura, la sua vita. Era ormai una fatica estenuante pensare d’un tratto a tutte quelle cose importanti sulle quali si era gradatamente soffermato nei suoi poveri anni, comprenderle tutte con un solo colpo d’occhio e poi esprimerle con ordine. In lui era una tale ressa di opinioni, ricordi, propositi, che uno sciame compatto voleva sempre fuggir via dalle sue labbra, selvaggio e inesorabile come una folla che si precipiti fuori da un teatro in fiamme. Poi Bohusch atteggiava il volto a severità, e con aria di importanza comandava:
«Piano, uno dopo l’altro. Ognuno a suo tempo».
E proprio in tali occasioni avveniva che tutta la folla sparisse improvvisamente, che se ne scorresse via e che Bohusch si sentisse d’un tratto il cervello vuoto e fosse incapace di pensare o di dire qualche cosa. Tuttavia, quando aveva bevuto qualche bicchierino di tschaj, quella folla variopinta appariva di nuovo; il gobbo allora rideva e si allietava fino a riempirsi gli occhi di lacrime. Il suo modo di vivere, intanto, era diventato ancora più agitato. Leggeva molti giornali, vecchi libri, riempiva interi quaderni dei suoi ridicoli caratteri, e dormiva in mezzo a coteste occupazioni, poco importa se di giorno o di notte, in un caffè o in una chiesa, raramente a casa, dormiva di un breve sonno inquieto, dal quale usciva ben presto come spaventato.
Giunse così il mattino del giorno in cui Bohusch aveva promesso a sua madre e a Frantischka, che non erano in grado di poter assistere al suo vero trionfo, di fare il suo discorso dinanzi a loro. Aveva trascorso la notte in diversi caffè e bettole, e ora scivolava via indebolito, stanco per la veglia, lungo le case, guardando con aria ebete e indifferente nella fitta e rossastra nebbia di quel mattino di primavera. Poche erano le persone che incontrava. Vicino alla «Torre delle Polveri» lo incrociarono due domestiche che reggevano, ridendo e chiacchierando, grandi panieri; i loro occhi erano freschi e ben desti, gli abiti e i grembiuli avevano ancora la rigidezza degli indumenti nuovi. Un poco più oltre, lo superarono due soldati di fanteria. Essi camminavano energicamente, il loro passo risuonava vivace sul selciato, i bottoni delle loro uniformi rubavano al sole i primi raggi lanciandoli sfacciatamente negli occhi assonnati di Bohusch.
Poi un insolente garzone di fornaio fischiò in faccia al gobbo e gli fece dietro una gran risata; un vigile canticchiò tra sé qualche cosa, mentre le piume del suo cappello ondeggiavano lievi. Si udì il rumore di imposte che si aprivano, i vetri delle finestre si concessero interi al sole e dardeggiarono bianche fiamme.
Il gobbo si trascinava pallido ed esausto attraverso questo fresco e gaio risveglio di tutte le cose, con la camicia tutta gualcita, gli abiti insudiciati, e sembrava un orribile rospo velenoso che uno scopre in mezzo a una aiuola profumata. D’altra parte, di tutto questo splendore, egli notò solo che lo disturbava; sapeva appena che era mattina, e primavera. Tuttavia, quanto più il mattino avanzava, tanto più dava nell’occhio un’agitazione di cui erano in preda tutti.
Persone che a quell’ora si salutavano ogni giorno senza parole, si fermavano, con visi preoccupati o stupiti, alzavano le spalle e si stringevano infine la mano con una certa gratitudine convenzionale, per arrestarsi poi di nuovo dieci passi più oltre. Evidentemente, si sentiva il bisogno di comunicarsi a vicenda qualche cosa che riguardava e interessava tutti.
All’angolo di via Ferdinando, un fattorino leggeva, in mezzo a un gruppo di uomini e di domestiche, un passo del Tscheky Curir; più oltre, un vecchio signore che usciva da un caffè, diceva in tedesco alla persona con cui si accompagnava: «Sono gente molto, molto pericolosa. Si dovrebbe…» Ma quello che si doveva, Bohusch non riuscì più a capirlo. Il signore proseguì per la sua strada sicuro, all’apparenza, di sé, con le sue scarpe lucidissime, e il giovane accanto a lui annuiva ad ogni parola, la confermava nel modo più rispettoso; sembrava fosse proprio della stessa opinione. Quando Bohusch arrivò nei pressi del «Nazionale», riconobbe, dietro una finestra, Norinski che, con il suo solito, eroico modo, sembrava raccontare qualche cosa agli altri che non si vedevano. Bohusch esitò un poco. Quindi, invece di entrare, proseguì per la sua strada, verso la sua abitazione. Era stanco.
Norinski, nel frattempo, era giunto alla fine. Con un gesto noncurante bevette il suo caffè - avrebbe potuto essere benissimo una coppa di veleno - e disse con importanza: «Nessuno di voi potrà dire che io non sono un buon Cèco. E non trascurerò nessuna occasione per convincere del contrario quei miserabili di Tedeschi. Che se ne avvicini a me uno solo, e gliela farò vedere io. Ma non dovete gonfiare troppo queste storie. Non è niente, si tratta solo di bambinate, potete credermi».
Poi si alzò, dimenticò di pagare la sua consumazione, elargì le sue prodighe strette di mano a tre fasi, e a testa alta si diresse verso il guardaroba. Gli amici rimasti si raccolsero ancora più strettamente, e Karás cominciò a leggere le varie e brevissime notizie dei giornali riguardanti l’incidente. Tutte, all’incirca, dicevano la stessa cosa: in seguito alla denuncia di una cameriera, la polizia era giunta a scoprire un’associazione di giovani, studenti e operai, che tenevano riunioni segrete nella cantina di una casa in via San Girolamo: riunioni in cui discorsi di alto tradimento erano all’ordine del giorno. Era interessante sottolineare come a coteste riunioni avevano preso parte anche ragazze. Giornali filo-tedeschi si rallegravano della distruzione di quello scellerato covo di delinquenti, e si rammaricavano che, per l’ostinato silenzio dei cospiratori chiusi in prigione, il vero animatore di cotesta congiura non fosse ancora, fino a quel momento, nelle mani della Pubblica Sicurezza; ma grazie alle acute ed accurate indagini degli agenti, la cosa non poteva tardare.
Infine, i giornali più tedeschi aggiungevano ancora di augurarsi che quei giovani criminali e traditori sarebbero stati finalmente puniti in modo esemplare, e che si sarebbe proceduto nei loro riguardi con durezza spietata. Queste erano le notizie lette al «Nazionale». Schileder era vivamente indignato: disse qualche cosa sul coraggio di quei giovani che non facevano solo dei bei discorsi, ma volevano anche agire. Non era in grado di esprimere tutto questo come avrebbe voluto, e tacque intimidito, quando si avvide di non incontrare un’approvazione troppo sentita. Tutti gli amici, certo, accennarono per un momento di sì con il capo, e gettarono qualche paroletta, come vile elemosina, nella mano della Giustizia. Ma in definitiva - si guardarono intorno - visto che si era soli in modo tanto allettante, ci si poteva anche scambiare qualche confessione. Pátek condannò seccamente quel romanticismo stantio, che non sarebbe più stato ammissibile neppure in un romanzo, e il poeta Machal, che aveva solo un’idea molto nebulosa di quanto era accaduto, sbadigliò, obiettando, tra due tentativi di sbadiglio, che tutta la faccenda gli sembrava brutale, terribilmente brutale.
Karás, che giorno per giorno si sentiva sempre più cosmopolita, tenne un più lungo discorso, durante il quale il suo pomo d’Adamo saliva e scendeva come una raganella dilaniata da dubbi. Esteriormente, finì per concludere, che, uno doveva mostrarsi a tutti i costi dell’idea che quei giovani erano non solo dei martiri della loro idea, ma pure gli eroi caduti di una causa nazionale: ma che, quanto a sé, non poteva fare a meno di condannare tali puerilità (disse proprio così: puerilità) di ragazzetti di primo pelo. Si sapeva fin troppo bene che uno avrebbe potuto riconquistare i propri diritti attraverso una grande attività nazionale nella vita e sulla scena politica (era questa un’espressione che Karás usava volentieri pure sui suoi giornali) piuttosto che attraverso tali balordaggini. Aveva ancora qualche frase di riserva, ma si interruppe improvvisamente. Non sapeva neppure lui perché. Gli altri alzarono lo sguardo, e videro che Rezek stava in piedi davanti a loro. Lo studente, dal pallido viso, su cui ardevano gli occhi scuri, parve non vedesse le mani tese verso di lui. Forse gli erano arrivate all’orecchio le ultime parole del critico, ma non rispose nulla, sedette calmo al suo posto abituale e bevette il suo tschaj. Un leggero tremito agitava le sue dure mani. Nessuno osava parlare. Infine Pátek cominciò a parlate di un nuovo libro, e gli artisti si dimenticarono nella discussione che seguì. Si trattava di una novella di stile maupassantiano che un giovane collega voleva far pubblicare. Esistevano ancora alcune difficoltà sul prezzo di stampa e su altre questioni editoriali, e ci si domandava se era il caso di venire in soccorso dell’autore. Il potente Karás non era molto disposto a farlo. Allora Pátek, indignato, gridò:
«Ma, insomma, si tratta di una questione nazionale!»
Rezek si alzò con un sorriso glaciale:
«Siete dei Cèchi?», domandò.
Tutti tacquero e si guardarono imbarazzati. Schileder si era alzato.
«Siete dei Cèchi?», ripeté lo studente.
Karás lo calmò:
«Che le prende, Rezek? Vuol provocarci?»
«Ma voi siete maturi, non è vero?», continuò lo studente. «Maturi e pronti.»
«È ubriaco», sussurrò sprezzante Machal.
Rezek serrò i pugni. Ma si trattenne.
«So che voi siete abituati a considerare una giusta collera come una volgare ubriachezza. Lo so. Ma voglio dirvi, ancora, che il popolo non è maturo, e se voi vi sentite tanto pronti, siete suoi nemici, siete traditori.»
«Io sono ufficiale», disse Pátek con voce esitante e si fece avanti.
Rezek gli mise un pugno sotto il naso, poi, senza dire una parola, gli passò davanti e uscì dalla sala.
Bohusch non poteva contare di vedere Frantischka prima delle sei o delle sette, come aveva fissato nella sua lettera: tuttavia, alle tre già si chiedeva perché la ragazza non fosse ancora giunta, verso le quattro fu sul punto di andarla a cercare, - e vi rinunciò malvolentieri per orgoglio o per qualche altra ragione. Con le mani dietro il dorso, andava e veniva dentro la piccola stanza, dove un numero eccessivo di suppellettile vecchissima, venuta dall’alloggio del portiere, rendeva difficile cotesto andirivieni, e si fermava solo di tanto in tanto davanti alla finestra, vicino alla quale una piccola vecchia era seduta, cucendo.
«Mamma», profferì finalmente con voce tormentata, «devi andarla a prendere!»
La vecchia annuì, si tolse i grandi occhiali dal naso, e annuì nuovamente. Essa non ci ripensò un istante: naturalmente, doveva andare a cercare Frantischka. Sostituì alla cuffia il cappello e si gettò sulle spalle oblique un bello scialle giallo.
«Puoi dire che passavi là proprio per. . Ah, mio Dio, che passavi là proprio per caso. No? Perché non potresti passare là per caso? Passa tanta gente là davanti.»
Bohusch rise d’un riso spezzato.
«Dì su, dunque», continuò con una collera impaziente, «è possibile?»
La madre annuì, intimidita.
«Sai, prima voglio andare alla chiesa vicina. Potrò allora dire di essere venuta dalla chiesa…»
Essa esitò ancora. Ma Bohusch, nel frattempo, stava pensando a tutt’altra cosa. Quasi non vedeva più la vecchia, e stupì a un tratto, quando, cessato il suo andirivieni, se la trovò davanti. Lo scialle giallo, nel sole pomeridiano, era di una crudezza insopportabile. Si guardarono un poco tacendo, queste due piccole, misere creature, poi la vecchia trotterellò verso la porta seguitando ad accennare di sì con il capo. Improvvisamente Bohusch le si accostò:
«Maminko», disse, e la sua voce era come quella di un fanciullo malato. E la vecchia donna impaurita comprese. Crebbe, diventò ricca, diventò madre. Tutto questo divenne per una parola. La paura in lei si fece a un tratto bontà e mentre un istante prima sembrava ancora così inerme, fu potente, ora che aprì teneramente le braccia: e per Bohusch fu come un ritorno. Egli appoggiò la sua grande, pesante, confusa testa al suo petto, chiuse gli occhi brucianti, e affondò in questo infinito, profondo amore. Taceva. Poi qualche cosa cominciò a piangere dietro di lui. Sentì distintamente che cominciava. Doveva essere in qualche parte ben profonda del suo essere, tanto era debole. E non faceva male. Aprì gli occhi, curioso: voleva vedere dove quella cosa piangeva. E vide che non era dentro di lui, a piangere: era sua madre che piangeva. Allora Bohusch non poté più abbassare le palpebre: dietro a queste attendevano lacrime, molte lacrime. Fu come se nella stanza ci fosse una festa. Le cose intorno alle due povere creature acquistarono uno splendore quale non avevano mai avuto, neppure nei loro giorni più belli. Ogni vasetto, ogni bicchierino sul rigido scaffale ebbe d’un tratto la sua luce e se ne vantò e volle giocare alla stella. È facile immaginare quanta luce dovesse essere in quella stanza.
Poi l’orologio suonò cautamente, quasi si rammaricasse di doverlo fare. Tuttavia suonò cinque volte, e la madre se ne andò.
«Dove vai?», si informò inquieto il gobbo.
«Debbo andare a prendere Frantischka.» Allora Bohusch ricordò tutto. Esitò, poi disse quasi triste:
«Sì, certo, devi andare a prendere Frantischka…»
Fu
l’addio.
Quando Bohusch fu solo, riprese il suo febbrile e ossessivo andirivieni. Qua e là, passando, ordinava qualche cosa, toglieva la polvere dal piano del tavolo, dimenticò, senza volere, se stesso, mettendosi a riordinare i suoi libri e le sue carte. Questo movimento lo aveva accalorato. E quando trovò il suo viso accaldato nell’angolo di uno specchio, si stupì: sulle spalle portava lo scialle giallo-crudo di sua madre. Era buffo. Volle ridere, ma se ne dimenticò subito, e con involontari movimenti di piacere, drappeggiò ancora una volta le sue spalle nelle morbide pieghe. Si sentiva stanco, e si lasciò cadere, pesante e con le braccia abbandonate, nel solito posticino sui cuscini a fiori del rigido divano, che con la tavola ovale occupava proprio il centro della stanza. Meditava e meditava. Il povero e festoso divano gemette sotto di lui. Allora balzò in piedi e, carezzate con una certa tenerezza le foderine a uncinetto, sedette su una seggiola accanto. Il suo viso, che a volte poteva sembrare infantile, invecchiava di minuto in minuto sotto l’influsso della sua convulsa riflessione: sembrava, addirittura, come roso dalle rughe, che strisciavano sulla sua superficie e vi affondavano come vermi su un frutto malato. Sapeva dunque tutto quello che avrebbe detto? Una indistinta paura incombeva su di lui. Si sentiva così abbandonato, in preda alla vertigine come uno abbandonato in cima a un’alta torre. Brancolava in cerca di un punto fermo. E l’istante successivo egli immaginò di guastare l’ordine, il gaio ordine della stanza, perché attendeva su quella seggiola. La sua temerarietà lo spaventò. Si ritirò sempre più indietro e finì col raggomitolarsi su una seggiolina dalle alte gambe nell’angolo della stanza vicino alla porta. Allora si sentì più calmo. Pensò: “Sì, è già passato, ho già detto tutto” e tuttavia sapeva che aveva solo pianto, e che un pianto è cosa ben diversa da un discorso. Ma per orgoglio si ostinò: «Ho detto tutto, la mamma lo sa… e tu pure», soggiunse a voce alta, cercando gli occhi del gatto giallo che gli si accostava lentamente e astutamente dall’altro angolo. Non si udiva nessun artiglio stridere sul bruno e lucido pavimento. L’animale si avvicinò senza rumore, si fece grande, sempre più grande - e quando fu tanto grande che Bohusch non poteva più vedere dietro di lui la piccola e festosa stanza, il gobbo già dormiva. E senza dubbio sognava.
Perché, con una voce che sembrava venire da lontano, disse:
«È questo, credimi, Rezek, è questo il segreto: il pittore deve dipingere il popolo e dirgli: tu sei bello».
Il capo gli cadde in avanti, e lo risollevò a fatica.
«Il poeta deve cantare il popolo e dirgli: tu sei bello.»
Sospirò in sogno: «Essere belli, è questo che bisogna».
Poi un sorriso cominciò agli angoli delle sue labbra, un buono e pio sorriso, che crebbe sul viso del dormiente e lo rese giovane. Sospirò ancora: «Non tradirò mai», poi il suo sogno divenne tanto profondo che nessuna parola giunse più alle sue labbra.
La porta si aprì. Ma il gobbo alzò gli occhi solo quando Rezek lo teneva già stretto per il collo e gli urlava sul viso: «Hai tenuto il segreto?» Il gobbo sentì questa parola avvampargli contro la guancia. Le sue mani si difesero convulse, ma i suoi occhi ancora non capivano. Ancora sorridevano. Sorrisero al terribile vendicatore fino a quando non morirono. Allora lo scialle giallo scivolò sul povero corpo e coprì Bohusch con il suo segreto.