un mattino (it)
Tra le rocce del castello di Arco e il Dosso di Romarzolo, una dorsale che si inoltra verso il Lago di Garda come un drago che si risveglia assetato, ci sono tre villaggi. Portano lo stesso nome; erano talmente poveri che nessuno di loro fu abbastanza forte da separarsi durevolmente dai vicini. Ai confini del primo villaggio c’è una chiesa, bianca e nuova, eppure già il primo terzo delle sue pareti è sporco come un abito frusto. È stata costruita per tutti e tre i villaggi, benché gli abitanti del paesino più lontano preferiscano pregare e confessarsi dai frati mendicanti nell’antichissimo chiostro di Santa Maria delle Grazie. Al limitare del secondo villaggio c’è una locanda che il pomeriggio è frequentata dai villeggianti di Arco e dunque già solo per questo subisce l’influsso degli stranieri: un edificio luminoso con insegne, terrazze e piccoli vasi di oleandri, talvolta contrassegnato perfino da una bandiera. Accanto troneggia un enorme mulino a vapore con numerose finestre che nasconde le casupole e la loro fetta di cielo. Appartiene al locandiere e rappresenta null’altro che l’odioso denaro degli ospiti delle terme di Arco con cui, a caro prezzo, gli pagano il suo acido vin santo. E
chiunque viene qui beve, scrive una qualche arguzia nell’unto registro degli ospiti, chiede alla cameriera il suo nome e senza saperlo aggiunge una pietra all’enorme mulino che ogni anno raggiunge un’altra casupola.
So per caso che il primo villaggio, quello con la chiesetta comune, si chiama Chiarano. Credevo di conoscere bene le sue poche e misere case; perché proprio da lì un condotto di scolo pavimentato porta diritto nell’uliveto che, curvo e argentato, nasconde i pendii sullo sfondo. Un giorno di marzo, di primo mattino, pensai di percorrere questa strada. La sottile nebbia vibrante già racchiudeva il sole intero, che sembrava così più vicino di quando è ben in vista in qualche punto nel cielo, e attraverso la nebbia dopo un attimo avevo già riconosciuto le prime chiare olive, e i tronchi e le foglie dello stesso pallore quasi sbiadito. Ma all’improvviso mi ritrovai davanti un muro che partendo da chissà dove sbarrava la strada per intero. Piegai dunque a sinistra. Ero così ben disposto verso il mattino. Eppure avevo la sensazione che, percorrendo quel nuovo viottolo, sarei già dovuto arrivare alla fine del villaggio. Invece mi si parò dinanzi di nuovo questo rozzo vecchio muro di pietra, vacillante nella nebbia, quasi trafelato, come se si fosse sforzato di precedermi per un’altra strada. E di nuovo piegai a sinistra. Giunsi a un’ampia e buia porta ad arco su cui pendeva ancora una ghirlanda, l’insegna di una «vendita di vino». Ma era appassita. Nel cortile c’erano sedie, stipiti di porte e finestre divelte da temporali o da ragazzi, e attraverso le porte vuote lo sguardo si spingeva entro un buio abbandono.
Oltre il cortile, al termine di un andito piuttosto lungo e oscuro c’era un secondo portale, davanti al quale passava ora una ragazza o una donna. Snella, nel nero abito che queste contadine portano quasi ogni giorno. Quando in fretta anch’io lasciai la casa, la persi a sinistra nella nebbia. Proseguii in questa direzione. Adesso, ora a destra ora a sinistra, si dipartivano anguste stradine come se le case si fossero spostate lateralmente, e comparvero numerose donne e ragazze somiglianti alla prima: camminavano senza parlarsi, tutte dietro a quella. Per un istante scorsi un giovane, limpido volto, degli occhi ben desti, d’un profondo luccichio interiore, una stretta fronte bruna, su cui si muovevano liberi e leggeri i neri capelli; poi scese rapida la nebbia, come una cortina, e si udirono solo risuonare, da qualche parte, gli zoccoli di legno.
All’improvviso mi fermai e dalla nebbia sottile, come da morbidi capelli arruffati, liberai qualcosa: una fontana con i bordi in pietra, anzi, addirittura con una figura in rilievo: una piccola colonna di pietra corrosa dedicata a Maria, sovrastata da un pesante tetto circolare; ma questa colonna non era che l’inizio. Era l’angolo di una chiesetta. Sulle pareti esterne c’erano ancora i resti di antichi affreschi che forse rappresentavano l’Ultima Cena, e a lato della porta d’ingresso si potevano riconoscere la testa e le braccia, e un frammento delle prodi gambe di San Cristoforo che guada le acque, in grandi dimensioni, cosa che la figura del santo sembrava leggermente piegarsi, non solo per il peso del bambin Gesù, ma anche per paura del tetto troppo vicino. Questo tetto era stato accomodato in modo appena sufficiente. Doveva avere molte commessure e crepe perché sulle ragazze e sulle donne che ora sedevano all’interno nei banchi, dall’alto si diffondeva un bagliore, tante piccole luci che dai capelli ricadevano sulle spalle e lì si trattenevano proprio come i petali di una grande rosa che palpita piano. L’altare era quasi buio; le candele di cattiva qualità e troppo sottili diffondevano una luce malata e sussultavano inquiete davanti ai dipinti anneriti. Un vecchietto leggeva il vangelo in una pianeta di taffettà azzurro pallido. Se ne stava tranquillo, volgendo alle donne le celesti spalle tornite, come se dormisse, e solo il capo dai bianchi capelli tremava alle parole del vangelo. Forse era solo l’effetto della luce delle candele.
Quando mi voltai indietro la piazza era limpida e la nebbia era ormai solo un fuggevole bagliore bagnato sulle pietre. Camminai per due o tre stradine. Solo adesso nelle case si muovevano gli uomini, si sentivano imprecazioni, e qua e là si levava un canto roco. Ma le voci erano ancora appesantite dal sonno. Un ragazzo dal volto arrossato cacciò un asino dalla stalla. Un vecchio continuava a gridare in tono stizzito: «Gita! Gita!». Ma nessuno rispondeva.
Ma io sapevo dov’era Gita. Ho ben visto dove sono le donne prima che gli uomini si sveglino.
Subito dopo mi trovai sotto gli olivi. Dal bosco lanciai uno sguardo alle mie spalle. Di nuovo le povere capanne dai tetti decrepiti, dai muri scrostati, le finestre vuote e i rossi grembiali ad asciugare sulle ringhiere che ammiccano piano nel vento del mattino. Ai margini l’orribile, bianca chiesa nuova, in cui la domenica mattina, alle nove viene detta la messa solenne. Forse la piccola chiesetta si farebbe buia e cadente se sapesse di questa rivale. Ma c’è un’ora, prima dello spuntare del giorno, che è come fosse l’unica chiesa al mondo. E lì dentro nessuna delle donne direbbe alla vicina della nuova chiesa. Sono anzi tutte silenziose, come se nessuna sapesse dell’altra. E anche il vecchio sacerdote non sa se ci sia o no della gente. Legge il vangelo e solo di rado, quando sente nei piedi il freddo della pietra pensa: “Eppure ieri c’era un tappeto…” Ma sono passati cinquant’anni da quando sui gradini era disteso un tappeto.
Non sono più andato a Chiarano per paura di non trovare più questa piccola chiesa.