KorimbaDonate

Robots  ROMs  Stories  Books

AuthorsStories

rainer maria rilke

una morta (it)

Save as PDF
Schizzo psicologico
San Remo, marzo 189. .
Mio buon, buon Alfred!
Il mio silenzio è stato lungo. Perdonami! Devo oggi rispondere in una volta a tre tue care lettere. Te ne ringrazio. Mi hanno fatto bene. La tenera, sentita premura che traspare dalle tue parole è come balsamo. E io sono così solo e stanco. È curioso, il mio dolore. Sono sfinito, le mie membra sono come squassate; ma ci sono ore in cui questa scintilla che chiamano vita manda ancora un bagliore. Diviene fiamma. Divampa con lingue di fuoco e io sento forza, salute, fiducia!… Sciocchezze. Il dottore… non voglio parlare del dottore. Ma qualche volta sto molto male. Fatico a respirare, sai, la… Allora qualche volta sento quanto l’aria è pesante. Terribilmente pesante, ti dico. E questa tosse.
Striscia lenta su per il petto e poi all’improvviso balza in alto e mi afferra alla gola…
Siedo sulla veranda di casa. L’aria azzurra è come una carezza che sale tiepida dal mare, umida, intessuta d’oro.
Cespugli odorosi innalzano la loro ode su per il pendio. Un paesaggio ricolmo di felicità, luce, vita. E io guardo con occhi spalancati quell’azzurro pieno, vibrante; e i miei pensieri… I miei pensieri tornano ora sempre più spesso a un avvenimento che finora ho tenuto nascosto nel cuore. Sarà passato un anno. Tu sai che in primavera avevo trascorso qualche tempo in una di quelle piccole stazioni termali della Boemia che si prendono a frequentare in maggio. A quell’epoca ero in salute, o almeno pensavo di esserlo. Lì mi accadde una cosa che sprofondò il mio animo in quella malinconia che tu mi rimproveri nelle mie lettere e che ovviamente sei portato ad attribuire alla malattia. È stato… ma lo vedrai tu stesso. Nelle mie ore migliori ti ho scritto un breve resoconto. Con te non voglio avere segreti. Non voglio morire senza… Del resto, nessuno può sapere quando morirà! Oggi o domani, mentre il sole splende ancora così chiaro, e l’aria così limpida e azzurra… Ecco che arriva… Follie!
Salutami i tuoi! Scrivi presto. Dio ti protegga!
Il tuo Gaudolf
Mi trovavo a W. da tre giorni. C’erano ancora poche persone. Si potevano attraversare i boschi di conifere sicuri di non incontrare nessuno al di fuori di qualche contadino deferente. I boschi sono la mia gioia. Al mattino presto, dopo un leggero spuntino, salivo per il viottolo venato di radici, giravo a destra e a sinistra, e presto mi perdevo nella foresta ricca di vita. Mi allietavano la vista le vigorose felci, ai piedi delle quali, come sotto un baldacchino di malachite, troneggiavano caste principesse floreali, osservavo la progenie di minuscoli animaletti che popolavano il tappeto di muschio e che con zelo operoso si affrettavano qua e là, e i miei occhi radiosi seguivano il malizioso scoiattolo che con balzi audaci univa ramo con ramo per poi nascondersi, spaventato dal passo del viandante, nella cima più alta degli abeti svettanti. Solo nel tardo pomeriggio facevo ritorno dalle mie escursioni dopo aver riacquistato le forze in un casolare di contadini con un pasto piuttosto robusto.
Durante queste passeggiate solitarie avevo incontrato già due volte una ragazza. Una ragazza strana.
Camminava sempre sola e nel momento in cui mi passava davanti sollevava gli enormi occhi grigi e mi osservava con sguardo tranquillo e un po’ velato. Chi ha visto quegli occhi non può dimenticarli. Vi era un che di smarrito, una serietà ultraterrena. È così che Gabriel Max dipinge le sue penitenti e i suoi santi. Teneva le labbra serrate e ciò conferiva al suo volto diafano una durezza, una… Non so come accadde; questo viso mi stava dinanzi agli occhi quando la notte mi svegliavo nella stanza d’albergo a me estranea. Si levava presso la porta, là dove la maniglia riluceva al bagliore del lume da notte, e io vedevo la serietà di quel volto e la sua figura slanciata nell’aderente, semplice abito di panno, camminare lenta verso di me. Sentivo i brividi…
Anche lei alloggiava là. Insieme ai genitori, disse l’albergatore; fece poi una faccia furba e tacque all’improvviso, come se dietro i suoi denti giallastri ci fosse una parola cui non volesse lasciare libero sfogo. Ma poi si rassicurò. Si chinò verso di me: «Non lo dirà a nessuno, vero, signor. . La signorina è un po’, sa come si dice, non del tutto sana di mente. . lei…» Il suo fiume di parole non si sarebbe fermato tanto presto se non l’avesse interrotto l’arrivo di un nuovo ospite.
Non dissi altro e andai. Che fosse vero? Quegli occhi…
Dovevo conoscere questa creatura. Decisi perciò di partecipare al pranzo comune degli ospiti. Fui agevolato da un caso favorevole. Mi capitò di prendere posto proprio accanto al padre della giovane, un anziano burocrate dai tratti del volto dolci e bonari. Fu lui stesso ad avviare la conversazione. Accanto a lui era seduta la ragazza e vicino a lei la madre. Potevano sentire quel che noi dicevamo. Parlammo di W. in generale. Loro venivano da una piccola cittadina della Bassa Sassonia, dove il padre, così credo, ricopriva la carica di consigliere municipale. Erano qui per via della figlia, che doveva sottoporsi all’idroterapia. La madre lo confermò con poche parole. Fu qui che appresi il suo nome: Felice. Mi rivolsi alla figlia: «Le piace qui, signorina?» Ella non rispose e diresse lo sguardo oltre la mia persona, come se i suoi profondi occhi grigi trapassassero la materia. La madre le sussurrò qualcosa che non capii. Ella scosse il capo.
La madre dovette incoraggiarla di nuovo. Felice disse piano, pianissimo, ma con voce morbida, elegante, come un bambino cui sia stata suggerita una frase: «Sì, grazie». Il consigliere si premurò di avvilupparmi in una conversazione sulle opere di canalizzazione; il pranzo era terminato. Mi alzai. La madre aveva gli occhi lucidi di lacrime. Fece un cenno al marito. Dopo che i pochi ospiti ebbero lasciato la stanza, questi mi trasse in disparte nel vano della finestra.
«Signore» disse con voce tremante «la nostra povera figliola soffre da anni di una malattia cerebrale; perdoni il suo strano comportamento. Viaggiamo da una stazione termale all’altra. Spero che lei non abbia a fraintendere la mia fiducia. Povera figliola!» Lottava con le lacrime «Un delirio atroce, incredibile…» Entrò il locandiere e ci si fece vicino.
L’anziano signore ammutolì. Mi strinse la mano tanto da farmi male e abbandonò la sala con passi risonanti e stanchi.
Parlai poi con Felice. Andò così. Durante una delle mie solitarie passeggiate mattutine la incontrai di nuovo.
Come sempre procedeva per il suo cammino, e quando si accorse della mia presenza levò lo sguardo e si fermò. Per un istante mi fissò senza muoversi; poi il suo volto si contrasse come per un ricordo improvviso. Con chiarezza pronunciò le parole che mi aveva detto di recente: «Sì, grazie»… Trasalii. Ecco dunque! Ma mi ripresi subito ed esclamai: «Anche lei, come me, signorina Felice, ama recarsi in solitudine nel bosco, lo splendido bosco». «Lo splendido bosco» ripeté con voce quasi spenta. Ma il suo petto si sollevò sotto il vestito grigio e nei suoi occhi fluttuò un’onda di luce e colore.
Poi proseguì, e io accanto a lei. Non parlammo. Io mi abbandonai alla solennità del bosco e al fascino misterioso di quella bella e giovane creatura che camminava seria accanto a me. Sul ciglio del sentiero cresceva rigoglioso un piccolo fiore di campo. Lo colsi e lo porsi alla ragazza. Lei lo prese, lo osservò con sguardo triste e poi, come ubbidendo a un malumore momentaneo, strappò il sottile stelo verde, che gemette piano. Poi Felice si schermì allontanandosi da me e lasciato il sentiero sparì tra i fitti e alti fusti. Potei ancora distinguere l’abito grigio nella luce cangiante tra gli enormi alberi scuri, finché non si sottrasse del tutto al mio sguardo.
Così qualche volta ci incontrammo. Sembrava fidarsi di me. Faceva un lieve cenno di assenso quando lodavo ammirato il paesaggio o decantavo lo squisito aroma dell’aria che odorava d’abete. Già questo mi appagava. In una delle nostre passeggiate le dissi: «Signorina Felice, vede come i fiori sbocciano lieti, sente il canto degli uccelli, la voce delle sorgenti… Tutto esorta alla letizia, e lei è così triste?» Quando sollevai lo sguardo mi accorsi che la ragazza mi guardava con occhi sgranati e interrogativi; poi si coprì il volto con le mani e cominciò a piangere, un pianto che mi addolorò profondamente. Quel giorno non scambiammo più una parola.
Da allora passò una settimana. Inutilmente, nelle mie peregrinazioni, sperai nel caro, abituale incontro; Felice non si mostrò neanche in sala da pranzo. Era leggermente indisposta, disse il consigliere; e la madre aveva gli occhi rossi.
Finalmente ci incontrammo di nuovo. Mi si avvicinò dicendo: «Lei oggi mi ha chiesto… o forse non oggi…»
Sentivo il suo imbarazzo, aveva perso la concezione del tempo… «Le ho chiesto» completai, «Signorina Felice, perché è così triste?» Non dimenticherò mai ciò che seguì. La ragazza fece un passo indietro, sollevò il capo, tutta la sua figura parve farsi più alta, enorme, gli occhi assunsero una fissità glaciale, e attraverso le labbra ceree, immobili, spirò un soffio: «Io sono morta». Istintivamente arretrai. E mentre ora lei con passi impercettibili si muoveva lenta verso di me, mi parve davvero che da quella figura promanasse un tanfo di muffa, freddo, terribile. Avrei voluto gridare come un bambino. Mi feci coraggio. Un brivido mi passò per la schiena. Non dicemmo una sola parola. Tuttavia la seguii. La condussi fino al suo appartamento. Il mio animo era in tumulto. Dovevo avere la febbre. Per tutta la notte mi tormentarono sogni confusi. Al mattino mi svegliai spossato, stordito, la testa pesante.
Ora ci vedevamo più spesso. Sovente sedevamo per ore l’uno accanto all’altra su un sedile muscoso; le narravo delle storie. Lei ascoltava con attenzione vigile, quasi scrupolosa. Io mi studiavo di rincuorarla il più possibile raccontandole eventi lieti. Poi lei mi diceva: «Tu», da qualche giorno faceva uso di questa parola confidenziale «ne sei sicuro?» E quando io rispondevo di sì: «Certo, quelli erano esseri umani, esseri umani viventi davvero, ma io sono morta, morta da tanto tempo…» Allora potevo dire quel che volevo: lei rimaneva silenziosa, e seria.
Una volta che mi aveva interrotto ancora con quelle terribili parole osai chiederle: «Felice, quando sei morta?».
«Quando?» ripeté e i suoi occhi assunsero quella fissità, il suo corpo si allungò… Poi però si riscosse, si sedette al mio fianco e con fiducia infantile, commovente, mi disse: «Se lo so io, devi saperlo anche tu: ero bambina, una bambinetta, sai. Una di quelle bambine che giocano con le bambole, con la palla e che gioiscono dei fiori. Sono passati molti anni, molte migliaia di anni. Non avevo fratelli, ma qualche allegro, vivace compagno di giochi: Maria, quella di Bergers» lo disse con voce sommessa e prese a contare sulle dita come fanno i bambini, «Elsa, Lene, Gretchen, Kurt, Hans»; sull’ultimo nome esitò e poi scoppiò in singhiozzi violenti. A fatica riuscii a calmarla. Poi riprese a sorridere. «La mamma» disse con l’espressione rapita di un bambino «mi ha sempre dato cose bellissime, bamboline, piccole così, sai, con le scarpe vere e i capelli biondi, però». sul suo volto passò un’ombra cupa «allora ero ancora viva mentre ora, ora sono morta da migliaia di anni, migliaia di anni.» Le sue parole si spensero piano. Sentii un brivido.
Ma Felice proseguì: «Giocavamo sempre insieme. Tutti noi bambini. Raccoglievamo fiori… fiori…» Parve riflettere; poi scosse il capo: «Devo, dirtelo. Era autunno. Un giorno grigio, grigio, pesava sul mondo. Devi rimanere a casa, dice la mamma. Ma il ticchettio dell’orologio è così solitario; e i libri illustrati li ho visti tante di quelle volte, tante… e la mamma va in cucina. Io sguscio in giardino. È facile che veda qualcuno dei compagni di gioco… Ecco!
Accanto ai cespugli c’è Hans. I miei passi schiacciano il terreno inzuppato; non deve sentirmi. Pst!… ecco, in punta di piedi… così, così… dietro il cespuglio… una pioggia sottile mi entra negli occhi. Hans non si accorge di me. Ha in mano qualcosa. Guardo bene: un uccello, un grazioso uccellino. Ma cosa sta facendo? Lo starà accarezzando, penso. Ma sento pigolare. Pii’pii… lo senti?» Mi afferrò la mano. «Sembra che abbia paura; e l’aria era così grigia, e io scosto i rami. . e poi… e poi…» Felice era balzata in piedi, buttava fuori le parole presa da un’agitazione trafelata e i suoi occhi fissavano un punto, quasi che il ragazzo si trovasse lì. «Vedi, vedi, con i pollici preme la gola al povero uccellino, che grida e agita le ali. Ma Hans ride, lo vedi, guarda come ride. E continua a premere… e io voglio gridare ma non posso, non posso… L’uccellino, spalanca il becco… poi la testolina ricade giù… allora, allora, tremo tutta» qui si portò le mani al cuore «e poi, poi… io… sono morta.» Le sue parole si spensero. Si lasciò cadere accanto a me sulla panchina. Aveva gli occhi chiusi. Nessun respiro le sollevava il petto… era ferma accanto a me, un’immagine terribile della pallida, pallida morte…
Sedevamo insieme sulla panchina muscosa. Era uno di quei splendidi giorni di inizio estate in cui il mondo pare un grande inno sonoro intonato alla bellezza del puro incanto della vita. Il bosco era simile a un tempio sulle cui forti colonne posasse il tetto infinito nel suo nitido azzurro; il vento muoveva i rami con il suo tenero respiro e dall’abetaia si levava come incenso carezzevole un seducente profumo. Silenzio. Fu come se sul viottolo dai cigli muscosi passasse davanti a noi, solitaria, una divinità benigna, mite, benefica, a cui gli uomini avessero dimenticato di offrire sacrifici. Credo che in fondo al mio animo, giù in fondo, si destò una preghiera, una preghiera a questa ignota, sovraumana creatura del bosco, che si fece strada fino alle mie labbra. La implorai di risvegliare dal suo terribile, grigio ottenebramento l’incantevole fanciulla accanto a me, affinché attorno a sé potesse avvertire e sentire con gioia l’ode della vita vivente e preziosa… Avevo parlato ad alta voce? La ragazza posò delicatamente la sua mano sulla mia e mi lanciò uno sguardo così triste, che il mio cuore ebbro di gioia ebbe un balzo improvviso… Mi si strinse la gola. Volevo dire qualcosa, una parola incoraggiante, consolatoria. Ma mi si spense sulle labbra. Tacevamo. Davanti a noi si stendeva il grande bosco inondato di sole. Sul terreno muscoso bagliori di luce guizzavano allegri con furia scatenata e si perdevano lontano nel buio dei tronchi in penombra. Fissai il sentiero davanti a me. Dall’abetaia veniva saltellando verso di noi un vispo uccellino. Balzò sul ghiaino del viottolo, si bagnò le piume grige sul greto sabbioso intriso di sole incandescente, e venne verso di noi fino ai nostri piedi. Notai che Felice seguiva con attenzione la graziosa bestiola, e i suoi lineamenti si facevano pian piano più distesi. Sì, era vero, rideva… Non l’avevo mai vista così. Ricordai di avere in tasca ancora qualche briciola che ora sparsi sul terreno all’ospite fiducioso; questi le raccoglieva col becco, voltava il capino a destra e a sinistra e poi lo piegava di nuovo fino a terra. La ragazza seduta al mio fianco mi posò con cautela la mano sulla spalla e si volse verso di me. La guardai negli occhi. Ma ecco che non c’erano più quei tristi veli a nascondere le grigie stelle profonde; queste rilucevano di una tale indicibile felicità che fui preso da una sorta di incantevole, folle giubilo: «Felice» gridai «tu vivi» e con beato struggimento strinsi a me la donna tremante. Lei taceva.
Rimase avvinghiata a me, poi si staccò e con sguardo limpido, colmo di profonda riconoscenza salutò il cielo, la luce, il sole e l’esistenza, si rigettò tra le mie braccia e pianse, la testa sulla mia spalla, lacrime liberatorie di gioia. Tornammo indietro felici come bambini e non ci fu fine alla gioia quando i genitori preoccupati si accorsero dell’incantevole miracolo.
Felice
era
guarita.
Lasciami raccontare dei giorni che seguirono; lasciami terminare brevemente. Fu un periodo di felicità inesprimibile. Dovrei conoscere la lingua del cielo, per descriverne la letizia. Vedere quella leggiadra creatura che con gioia infantile salutava lo scorrere della vita, e che gustava con cuore tremante e occhi sfavillanti le piccole gioie naturali a cui siamo avvezzi e trascuriamo con indifferenza, e che ora con timore virginale sentiva germogliare nell’animo innocente il sacro mistero dell’amore mai prima provato…..
Il terribile spettro di cui sono vittima e di cui temo la vicinanza fin dall’infanzia, mi si presentò allora per la prima volta, Stavo male, sputavo sangue. Il dottore scosse il capo: a sud, a sud. A lungo non ne feci parola a Felice, che era divenuta la mia fidanzata. Alla fine una volta la tosse mi colse in sua presenza. Le feci cenno di andare. Allora si impensierì. Rimase. Quando mi fui rimesso dall’attacco lo ammisi: che non sarei mai potuto tornare a casa, che… chi lo sa… Lei singhiozzava tra le mie braccia. Anch’io piansi. Ci separammo che era tardi! Una serata orribile! Quando la accompagnai alla porta era già buio. E là, mentre era in piedi davanti a me, sui grandi occhi profondi come la marea si stese di nuovo quel soffio nebbioso di terribile fissità, la sua figura parve dilatarsi, la sua mano tra le mie si fece gelida e da lei sembrò promanare un tanfo di muffa…
Fu quella l’ultima volta che ci vedemmo. Il giorno seguente partii. Il consigliere mi attendeva presso la carrozza. Felice mi mandava una breve lettera. La presi con me, lo pregai di porgerle il mio ultimo saluto e alla fine mi staccai dalle braccia dell’anziano signore. Volevo leggere le righe di Felice quando sarei stato nella vettura. Ero ancora troppo agitato. Presi posto in treno. Quando terminò l’andirivieni dei viaggiatori e rimasi da solo nello scompartimento presi il prezioso tesoro. Lessi solo le parole… «Stai bene, io devo morire per la seconda volta!»… Fui colto da un presentimento orribile. Dovevo tornare indietro. I minuti trascorsi fino alla stazione successiva mi parvero un’eternità.
Finalmente! «Quando parte il prossimo treno?» «Tra due ore!» In quel momento il capostazione mi si avvicinò: È lei il signor M… ?»… Annuii, parlare non potevo. Lo vedo estrarre un telegramma. Lo apro meccanicamente: «Felice è scivolata nel lago, è tutto finito. Dio ci dia la forza…»
Save as PDF