unico (it)
La signora Sophie versò il tè a suo figlio. La sua mano esile e fine tremava leggermente. Il malato le sedeva di fronte nella poltrona di gobelin, e taceva. Solo le sue mani bianche vivevano una loro vita febbrile sui braccioli scuri. La signora Sophie posò sulla tavola la teiera d’argento che sembrava raccogliere tutta la luce della stanza immersa nel crepuscolo, e si lisciò i bianchi capelli. Poi sedette nel profondo seggiolone, in mezzo al fruscio dell’abito di seta. Con un tenero sorriso guardò dalla parte del figlio ma senza notare le pallide guance del giovane malato di cuore né il leggero tremito delle sue narici simile al battito delle ali di una farfalla vicina a morire; sentiva soltanto che ora egli era di nuovo a casa dopo tanti anni, che poteva posargli sulla fronte le mani colme di intatto amore e indovinare, con occhi ansiosi, i suoi desideri dai suoi sguardi. Aveva completamente dimenticato che il figlio era tornato a lei a causa della sua grave malattia. Ringraziava Iddio di poterlo proteggere, ed era contenta di saperlo fuori dei grandi, selvaggi tracciati delle tempeste e delle correnti - e di custodirlo in un luogo dove egli, privo di volontà, era esclusivo possesso del suo amore. Questo sentimento si diffondeva sul suo viso come un calmo splendore, e la trasfigurava. Gli occhi grandi e offuscati di Gerhard, che sembravano rivolti verso l’infinito, scrutavano invece l’assorta beatitudine che spirava dai lineamenti di lei. La sua anima malata e angosciata spiava questo sorriso, indovinandone l’intensità. Il giovane pensava: la mamma è così. Ringrazia Iddio che io sono tornato, ma io sono tornato per morire. Ringrazia Iddio che io non sia più esposto a pericoli - quando la vita è un solo pericolo. Essa ringrazia Iddio per me e per la mia vita - ed io sono un frutto precocemente avvizzito e bacato. La mamma è così.
Le tazze da tè cantarono una canzone argentina e la signora Sophie disse, togliendosi dalle sue fantasticherie:
«Tutto è ancora come un tempo, vero? Neppure una seggiola spostata. Anche i quadri sono appesi come tu avevi indicato. Sul tuo letto “Il violinista” di Hans Thoma. Ti piaceva tanto, da ragazzo. Ti piace ancora?» Il malato annuì appena.
«Che cosa suona? Lo sai? Io credo che suoni la tua canzone preferita.»
Il giovane respirò in fretta: «Suona la mia fanciullezza, suona la tristezza e la rinunzia».
Aveva parlato a voce bassa. Le tazze cantarono ancora.
Spaventata, la signora Sophie domandò: «Non ami la tua fanciullezza, Gerhard?» Il malato la guardò gravemente: «L’amo? Oh sì. L’amo come si ama una bugia che fa diventare felici o un sogno in cui eravamo re, o una bontà che ci rende schiavi. Amo queste stanze nelle quali essa ha abitato, e la tua voce che era il suo desiderio. Amo tutte le strade per le quali mi hai condotto, queste dolci silenti strade intorno alla vita fino al tuo Dio».
La signora Sophie fece un movimento tale che il cucchiaio cadde bruscamente sul piattino.
Quindi disse freddamente: «Ti ho educato nella devozione».
Gerhard sorrise appena: «Cos’è la devozione? Gioia per le chiese buie e per gli alberi di Natale illuminati, la gratitudine per la vita quotidiana, tranquilla, non turbata da alcuna tempesta, amore che ha smarrito la strada e procede a tentoni verso l’infinito. Un desiderio che giunge le mani invece di spiegare le ali».
Il malato sprofondò il capo nello scuro cuscino. Di lui si vedeva solo il mento dalla barba rada e sbiadita, e l’esile collo con i tendini tesi. La signora Sophie allacciò nervosamente con le dita sottili il nero colletto di trina; nella sua voce era una grande tenerezza, quando chiese:
«Mi rimproveri, Gerhard?»
Il giovane non si mosse; solo le sue mani si alzarono lentamente. «No, mamma.»
«Tu parli così…», disse ansiosa la vecchia signora.
Gerhard abbassò lentamente il capo ed essi si guardarono negli occhi.
«Io te ne debbo ringraziare. Tu mi hai fatto avanzare in mezzo ai miracoli, sempre più addentro e sempre più addentro. Mi hai condotto così addentro alla tua fede, che ho impiegato i dieci anni trascorsi lontano da te per ritrovare la via.»
La signora Sophie si piegò in avanti sulla seggiola, come per non perdere una parola.
Il malato continuò a parlare in un tono infinitamente dolce. . Ogni singola parola sembrava chiedere scusa:
«Mamma, devi saperlo, questi dieci anni sono stati per me un ritorno senza conforto. Sono diventato così stanco, per questo. Tuttavia dovrei ringraziartene - se non fossi tanto malato. Ora che sono all’inizio, - e debbo morire.
È come se non avessi mai vissuto, giacché non ho trovato nulla nella vita. Un essere condotto per una via sbagliata per quindici anni, e che poi per altri dieci si è battuto per tornare al punto di partenza: questo sono io».
«Gerhard!», implorò la signora Sophie; e le sue mani tremarono, piegandosi in un gesto di impotenza, «Fai peccato.»
Ma il figlio continuò profondamente assorto: «Essere all’inizio e dovere morire, è triste». I suoi occhi erano così pieni di malinconia, che la signora si premette le mani sul volto e prese a singhiozzare.
Gerhard tacque, e i suoi occhi si posarono per caso sul ritratto del padre appeso vicino alla finestra, dai tratti ancora riconoscibili nella luce del crepuscolo. Poteva appena ricordarsi di suo padre, perché era ancora un bambino quando quello aveva abbandonato il paese per una donna straniera. Il malato rifletté e poi disse: «Credo di esserti, ora, anche più lontano ed estraneo di lui».
La signora Sophie premette il fine fazzoletto di batista sugli occhi, e per la stanza si diffuse un leggerissimo profumo di fine lavanda; quindi chiese decisa: «Chi?»
«Il babbo!», rispose Gerhard.
La vecchia gli lanciò, spaventata, uno sguardo con gli occhi scintillanti, mentre le sue labbra, in un tremito convulso, tentavano di replicare. Ma non trovò parola. Sentì improvvisamente di dovere difendere qualche cosa che era stato minacciato da suo figlio, qualche cosa che viveva profondamente in lei, che la fortificava e la benediceva e aveva maggiori diritti di suo figlio. In questo momento avrebbe preferito fuggire. Alzò timidamente lo sguardo. Vedeva ora gli stanchi occhi chiusi del malato, e la sua bocca affaticata per le molte parole. La povera, commovente impotenza di lui la incatenava. Involontariamente essa li mise entrambi uno accanto all’altro, nel suo spirito: il Dio in lei, che Gerhard aveva minacciato, e suo figlio debole e infelice. Così rimase.
Le settimane seguenti furono tutte una sommessa e segreta lotta che la signora Sophie cercava di rendere meno aspra sommergendo sempre più nell’intimo il suo Dio ed evitando di farlo incontrare con suo figlio. Il suo modo di fare parve acquistasse una fretta angosciosa, una certa timida circospezione che toglieva sicurezza ad ogni suo movimento.
Quando recitava la preghiera serale chiudeva l’uscio, e quando cominciava il suono dell’Ave andava in qualche camera buia e lì tremando, si faceva il consueto segno di croce. Prima di pranzo, limitò l’invocazione alla quale era abituata sin dalla fanciullezza ad un fugace pensiero a Dio, e ogni volta temeva che Gerhard potesse trovarlo nei suoi occhi. Una continua paura incombeva su di lei come qualcosa di estraneo, e lo strano cambiamento non era affatto sfuggito allo sguardo attento del malato. Quasi inconsciamente egli indagava sui motivi che potevano averlo provocato, stancandosi in congetture. Diventò irritabile e amaro, parlava spesso del «ritorno», ma non più in tono di dolce e melanconica rinunzia come la prima volta. Allora la signora Sophie cominciò ad aver paura per il suo Dio nella stessa misura che per il malato: essa amava entrambi, e sapeva che la battaglia decisiva doveva uccidere uno di loro. In queste settimane angosciose il potente e grande Iddio che l’aveva guidata e protetta fin dai giorni della sua infanzia era diventato un Dio molto piccolo e timido, che era proprietà sua e che essa doveva difendere e proteggere come un uccellino caduto giù dal nido. Quando ebbe coscienza di questo, si spaventò. Senti ad un tratto come il suo Dio, continuando a rimanere celato, diventava sempre più misero e incerto e piccolo; e tremava per il giorno in cui si sarebbe annullato senza resistenza, in silenzio, come si spenge una lampada per difetto di olio. E al tempo stesso sentì che senza questo Dio essa sarebbe stata come una foglia morta e che doveva, prima che fosse troppo tardi, trarlo fuori dalla sua sepoltura alla chiara luce.
Perciò una volta, mentre Gerhard sedeva di nuovo di fronte a lei nel crepuscolo, essa disse:
«Credo in Dio. Egli ti guarirà».
La sua voce risuonò timidamente ed essa ripeté con maggior forza: «Credo in Dio».
Allora il malato si alzò e le si avvicinò a fatica. Egli avanzava come uno che vuole prendere qualcosa, e la signora Sophie tremò sotto il suo sguardo. Tremò davanti alle sue mani malate, e vide come egli ponesse le dita fredde e dure sulla gola del suo Dio, per strozzarlo. Ed essa implorò pietà per lui, da suo figlio. Gerhard si fermò davanti a lei.
Essa gemette, come difendendosi da una maledizione: «Io credo in Dio».
Gerhard le stava davanti, con le mani tremanti.
Egli annuì: «Sì»; poi, come se ripetesse le parole di un altro, disse: «…. ma il tuo Dio non può togliermi la malattia. Io non l’ho da lui; me l’ha data mio padre».
La madre lo guardò inorridita.
Egli sostenne il suo sguardo. Ma diventava sempre più debole e stanco. Lasciò cadere la sua esile mano, trascinò a sé una sedia, sedette. I loro sguardi allora si incontrarono ed essi pensarono: “Siamo così lontani l’uno dall’altra”.
Si somigliavano molto, ma era già tardi, e non potevano distinguere i loro lineamenti. Rimasero dunque seduti, e il malato pensava: “Dunque io sarò completamente solo, per questo breve tempo. Le nostre labbra non potranno più donarsi nulla ed essa non sorriderà più: i suoi baci appartengono al suo Dio, e le sue parole sono di una lingua sconosciuta. Sarò, dunque, completamente solo. Ma essa ha il suo Dio”.
Tacquero.
Poi la madre disse - e fu come se mandasse le sue parole attraverso un largo fiume mugghiante, da una sponda all’altra:
«Le sue lettere erano terribili. Ha fame. Ho mandato del denaro a tuo padre - scusa».
Egli esultò: «L’ho fatto anch’io».
I loro occhi si trovarono pieni della stessa luce di gratitudine.
Tutte le distanze svanirono.
E le loro mani si unirono affettuosamente come quelle di due creature che vogliono aiutarsi l’un l’altra.