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Stories / Poems

Stories by agatha christie

i pomi delle esperidi

italian

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I
Hercule Poirot considerò con aria pensosa l’uomo seduto dietro la grande scrivania di mogano. Osservò la fronte spaziosa, la bocca volgare, la linea rapace della mandibola e gli occhi penetranti, preveggenti. Dall’esame delle fattezze di un uomo come Emery Power, capì perché era diventato la grande potenza finanziaria che tutti sapevano.
E quando i suoi occhi caddero sulle lunghe mani delicate, dalla forma squisita, che erano posate sulla scrivania, capì anche perché Emery Power avesse raggiunto una notevole celebrità come grande collezionista. Era famoso sulle due sponde dell’Atlantico come "connoisseur" di opere d’arte. La sua passione per le cose artistiche andava di pari passo con quella per la storia. Non gli bastava che una cosa dovesse essere bella, pretendeva che avesse anche una tradizione alle spalle.
Emery Power stava parlando. La sua voce era sommessa, una voce garbata, chiara molto più efficace così che se avesse avuto maggior volume.
– Sono al corrente del fatto che, attualmente, non accettate di risolvere molti casi. Ma credo che accetterete questo.
– È una questione di grande importanza?
Emery Power rispose: – Di grande importanza per me.
Poirot restò in un atteggiamento curioso di sapere, con la testa leggermente piegata da una parte. Aveva l’aria di uno scricchiolo meditabondo.
L’altro continuò: – Si tratta di recuperare un’opera d’arte. Per l’esattezza, di un calice d’oro sbalzato che risale, come epoca, al Rinascimento. Si dice che fosse il calice usato dal papa Alessandro Sesto, Rodrigo Borgia. Qualche volta lo offriva a un ospite di riguardo perché ci bevesse. Generalmente, signor Poirot, quell’ospite moriva.
– Una storia interessante – mormorò Poirot.
– È sempre stato collegato alla violenza, con il passare del tempo. Più di una volta è stato rubato. Si è ucciso e assassinato per entrarne in possesso. Attraverso i secoli lo ha seguito una scia di sangue.
– A motivo del suo valore intrinseco o per altre ragioni?
– Indubbiamente il suo valore intrinseco è considerevole. La fattura è squisita (dicono che sia opera di Benvenuto Cellini). Il disegno rappresenta un albero intorno al quale è attorcigliato un serpente tempestato di gemme e le mele appese all’albero sono formate da stupendi smeraldi autentici.
Poirot mormorò con un interesse visibilmente accresciuto: – Mele?
– Gli smeraldi sono di particolare pregio, e anche i rubini del serpente, però, come è logico, il valore reale del calice è quello che gli danno le vicende storiche. È stato messo in vendita dal marchese di San Veratrino nel 1929. I collezionisti hanno fatto a gara nel far salire il prezzo, pur di strapparselo, e io sono finalmente riuscito ad assicurarmelo per una somma pari (al cambio di allora) a trentamila sterline.
Poirot alzò le sopracciglia e mormorò: – Una somma principesca davvero! Il marchese di San Veratrino è stato fortunato.
Emery Power disse: – Quando voglio un oggetto, sono disposto a pagarlo, signor Poirot.
Hercule Poirot disse sottovoce: – Conoscerete senz’altro il proverbio spagnolo che dice: "Prendi quello che vuoi, e pagalo, dice il Signore".
Per un attimo il finanziere si accigliò, un lampo di collera gli illuminò gli occhi. Disse con freddezza: – Siete anche un filosofo, signor Poirot.
– Sono arrivato all’età della riflessione, monsieur.
– Indubbiamente. Ma non sarà la riflessione a restituirmi quel calice.
– Non credete?
– Sono convinto che sarà necessaria l’azione.
Hercule Poirot annuì placidamente. – Ci sono moltissime persone che commettono questo stesso errore. Però, vi domanda scusa, signor Power, ma abbiamo fatto una digressione dall’argomento che si stava discutendo. Mi dicevate che avete acquistato il calice dal marchese di San Veratrino?
– Precisamente. Quello che devo dirvi adesso è che è stato rubato prima che entrasse effettivamente in mio possesso.
– Come mai?
– Qualcuno è riuscito a entrare nel palazzo del marchese la notte della vendita e otto o dieci pezzi di valore considerevole sono stati portati via, incluso questo calice.
– Che cosa è stato fatto dopo il furto?
Power alzò le spalle. – Naturalmente, la polizia si è incaricata delle indagini. Il furto è stato riconosciuto opera di una famosa banda internazionale di ladri. Due di loro, il francese Dubaly e l’italiano Riccovetti, sono stati catturati e processati... e parte della refurtiva è stata trovata in loro possesso.
– Ma non il calice Borgia?
– Ma non il calice Borgia. Secondo quello che ha potuto stabilire la polizia, erano tre le persone che hanno partecipato alla rapina: i due uomini di cui le ho detto adesso il nome e un terzo, un irlandese. Un certo Patrick Casey. Quest’ultimo era un esperto acrobata e si dice che il ladro che ha compiuto realmente il furto sia stato proprio lui. Dublay era il cervello della banda e studiava i colpi; Riccovetti guidava la macchina e aspettava giù che gli venisse passata la refurtiva.
– E gli oggetti rubati? Se li sono divisi fra loro tre?
– È possibile. D’altra parte, gli oggetti che sono stati recuperati erano quelli di minor valore. Sembra probabile che i pezzi più preziosi e di valore più spettacolare siano stati portati fuori dal paese di contrabbando al più presto possibile.
– Cosa mi dite del terzo uomo, Casey? Non è stato mai processato?
– Non nel senso che intendete voi. Non era più giovanissimo. I suoi muscoli non avevano più l’elasticità di un tempo. Quindici giorni dopo è caduto dal quinto piano di una casa ed è morto sul colpo.
– Dov’è successo?
– A Parigi. Stava tentando di rubare in casa del banchiere milionario, Duvaglier.
– E da allora il calice non è mai più stato visto?
– Precisamente.
– Non è mai stato posto in vendita?
– No, sono sicurissimo. E aggiungerò che non soltanto la polizia, ma anche qualche agenzia di investigatori privati è stata chiamata a farne ricerca.
– E il denaro che avevate pagato?
– Il marchese, che è una persona estremamente scrupolosa, si è offerta di rifondermi tutto visto che il calice era stato trafugato dalla sua casa.
– Ma voi non avete accettato?
– No.
– E per quale motivo?
– Vogliamo dire che preferivo che la faccenda restasse in mano mia?
– Volete dire che, accettando l’offerta del marchese, il calice, una volta ritrovato, sarebbe stato di sua proprietà mentre adesso, da un punto di vista legale, è vostro?
– Precisamente.
Poirot domandò: – Come spiegate questo atteggiamento?
Emery Power disse con un sorriso: – Vedo che avete messo nel giusto valore questo elemento. Ecco, signor Poirot, è molto semplice. Pensavo di sapere chi fosse effettivamente in possesso del calice.
– Molto interessante. E di chi si trattava?
– Di sir Reuben Rosenthal. Non soltanto è un collezionista come me ma, a quell’epoca, era anche un mio nemico personale. Eravamo stati rivali in parecchie questioni di affari... e, tutto sommato, io ne ero venuto fuori meglio di lui. La nostra animosità ha raggiunto il culmine quando si è trattato di acquistare il calice Borgia. Eravamo decisi tutti e due ad averlo. Più o meno un punto di onore, insomma. E i nostri rappresentanti si sono scontrati e battuti durante l’asta.
– Ed è stato il vostro rappresentante ad assicurarsi quel tesoro, in definitiva?
– Non proprio. Avevo preso la precauzione di procurarmi un secondo agente, il quale doveva passare per il rappresentante di un commerciante parigino. Nessuno di noi due, come potete capire, sarebbe stato disposto a cedere di fronte all’altro, ma acconsentire a far acquistare la coppa da una terza persona, con la possibilità di prendere contatti con lei successivamente, in sordina... era tutta un’altra faccenda.
– Insomma, "une petite déception".
– Precisamente.
– Che ha avuto successo... e subito dopo, sir Reuben ha scoperto di essere stato raggirato?
Power sorrise.
Fu un sorriso rivelatore.
Poirot disse: – Capisco la situazione, adesso. Credevate che sir Reuben, deciso a non considerarsi battuto, avesse commissionato deliberatamente il furto?
Emery Power alzò una mano. – Oh, no! No! Non sarebbe stato fatto in un modo così plateale. A farla breve, sarebbe successo questo: poco tempo dopo sir Reuben avrebbe acquistato un calice del Rinascimento, DI PROVENIENZA non specificata.
– La cui descrizione sarebbe stata passata alla polizia?
– Il calice non sarebbe mai stato messo in vista apertamente.
– Credete che, per sir Reuben, sarebbe stato sufficiente SAPERE di possederlo?
– Sì. Per di più, se avessi accettato l’offerta del marchese... sir Reuben avrebbe avuto la possibilità di concludere un accordo privato con lui in un secondo tempo, ottenendo così che il calice passasse legalmente in sua proprietà.
Fece una piccola pausa e poi disse: – Invece, conservandone la proprietà legale, mi restava ancora aperta qualche possibilità di recuperare quello che è mio.
– Volete dire – rispose Poirot senza tante perifrasi, – che avreste potuto combinare le cose in modo che il calice venisse rubato a sir Reuben?
– Non rubato, signor Poirot. Non avrei fatto altro che rientrare in possesso di quello che era mio.
– Però devo concludere che non ci siete riuscito?
– E per un’ottima ragione. Rosenthal non ha mai avuto in suo possesso quel calice!
– Come fate a saperlo?
– Recentemente c’è stata un’operazione di fusione di certe società nel campo petrolifero e adesso gli interessi di Rosenthal coincidono con i miei. Siamo alleati, non nemici. Gli ho parlato con franchezza di questo argomento e lui mi ha subito assicurato che il calice non è in suo possesso.
– E gli credete?
– Sì.
Poirot disse pensieroso: – Di conseguenza per quasi dieci anni ve la siete presa con uno che non c’entrava affatto?
Il finanziere rispose amaramente: – Sì, è proprio quello che ho fatto!
– E adesso... bisogna ricominciare tutto da capo?
L’altro fece segno di sì.
– Ed è a questo punto che entro io in scena? Sono il cane che mandate a fiutare su una pista fredda... anzi freddissima.
Emery Power disse asciutto: – Se il caso fosse semplice, non sarebbe stato necessario chiamare voi. Naturalmente, se pensate che sia impossibile...
Aveva toccato il tasto giusto. Hercule Poirot si raddrizzò sulla persona e disse con freddezza: – Io non accetto la parola IMPOSSIBILE, monsieur! Mi domando soltanto... questo caso è abbastanza interessante perché me ne possa occupare?
Emery Power sorrise di nuovo e disse: – Ha il suo interesse... DITE VOI QUALE SARA’ IL VOSTRO ONORARIO.
Il piccolo uomo guardò l’omone e poi disse sottovoce: – Desiderate quell’opera d’arte fino a questo punto? No, impossibile!
Emery Power disse: – Diciamo che, come voi, anch’io non accetto di essere sconfitto.
Hercule Poirot abbassò la testa e disse: – Sì... se la mettete in questo modo... capisco...
II
L’ispettore Wagstaffe non nascose il suo interesse.
– Il calice Veratrino? Sì, me ne ricordo perfettamente. Mi ero incaricato delle indagini per quella che era la nostra parte. Parlo un po’ di italiano, sapete, così sono andato a una riunione ad alto livello con loro. Da allora il calice rubato non è più ricomparso. Strano, questo.
– E la vostra spiegazione, quale sarebbe? Una vendita privata?
Wagstaffe scosse la testa. – Ho i miei dubbi. Naturalmente c’è anche questa possibilità per quanto remota... No, la mia è molto più semplice. La refurtiva è stata nascosta... e l’unica persona a sapere dove si trova è morta.
– Volete dire Casey?
– Sì. Potrebbe averla nascosta in qualche posto in Italia, oppure essere riuscito a portarla fuori di contrabbando dal paese. Ma l’ha nascosta LUI e, di qualsiasi posto si tratti, il calice è ancora lì.
Hercule Poirot sospirò. – Una teoria romantica. Perle cacciate dentro uno stampo di gesso, com’è quella storia... il "Busto di Napoleone" si intitolava, vero? Ma qui non si tratta di gemme sciolte ma di un calice, grosso, in oro massiccio. Neanche tanto facile da nascondere, si direbbe.
Wagstaffe disse con aria incerta: – Non so. Forse si potrebbe riuscire ugualmente. Magari sotto le tavole di legno di un pavimento... o qualche altro nascondiglio del genere.
– Casey aveva un posto di sua proprietà dove abitava?
– Sì... a Liverpool. – Sorrise. – Ma non c’era il calice, sotto i pavimenti di legno di quella casa. Ce ne siamo assicurati, noi!
– E la sua famiglia?
– La moglie era una brava donna... tubercolotica. Angosciata da morire per la vita che faceva suo marito. Era religiosa... una cattolica molto devota... ma non riusciva a decidersi a lasciarlo. È morta un paio di anni fa. La figlia è come lei, molto religiosa, si è fatta monaca. Il figlio invece assomiglia in tutto al padre. L’ultima volta che ho avuto sue notizie stava scontando una condanna in America.
Hercule Poirot scrisse qualcosa nel suo taccuino. AMERICA. Disse: – È possibile che il figlio di Casey conoscesse il nascondiglio?
– Non credo. A quest’ora il calice sarebbe già finito nelle mani di qualche ricettatore.
– Avrebbero anche potuto fonderlo.
– Forse. Possibilissimo, direi. Ma non so... il suo valore così alto per i collezionisti... intorno a questi maniaci del collezionismo fiorisce un giro di traffici strani... ne rimarreste sorpreso! Qualche volta – disse Wagstaffe con aria virtuosa, – penso che i collezionisti siano tutta gente che non ha un briciolo di moralità.
– Ah! Vi meravigliereste, per esempio, di sapere che sir Reuben Rosenthal è stato implicato anche lui in quelli che chiamate "traffici strani"?
Wagstaffe si mise a ridere. – Oh, niente affatto. Dicono che non abbia tanti scrupoli quando c’è di mezzo un’opera d’arte.
– E cosa mi raccontate degli altri uomini della banda?
– Riccovetti e Dublay si sono beccati tutti e due una condanna molto severa. Direi che, forse, stanno per uscire adesso.
– Dublay è francese, vero?
– Sì, era il cervello della banda.
– C’era qualcun altro?
– Sì, una ragazza... Kate la Rossa, la chiamavano. Si faceva assumere come cameriera personale da qualche signora e cercava di sapere tutto il possibile per realizzare qualche furterello... dove tenevano la roba preziosa e così via. Quando la banda si è sciolta, dev’essere partita per l’Australia.
– Nessun altro?
– Un tale che si chiamava Yougounian: lo hanno sospettato di essere d’accordo con loro. È un mercante d’arte. Faceva capo a Istanbul con il suo commercio però ha un negozio anche a Parigi. Non sono riusciti a provare niente contro di lui... ma è un’anguilla, quell’uomo. Un tipo sfuggente.
Poirot sospirò. Diede un’occhiata al taccuino che aveva in mano. Ci aveva scritto: America, Australia, Italia, Francia, Turchia... Mormorò: – Allaccerò una cintura intorno alla terra...
– Come avete detto? – disse l’ispettore Wagstaffe.
– Osservavo – rispose Hercule Poirot, – che sembra opportuno un giro del mondo.
III
Hercule Poirot aveva l’abitudine di discutere i suoi casi con il domestico, l’abilissimo Georges. Sarebbe come dire che Hercule Poirot lasciava cadere qualche osservazione a cui Georges rispondeva con la saggezza di esperto di cose del mondo acquisita nel corso della sua carriera passata al servizio di signori rispettabili.
– Se ti trovassi di fronte alla necessità di condurre delle indagini in cinque diverse parti del mondo, Georges, come faresti? – disse Poirot.
– Ecco, signore, i viaggi in aereo sono molto rapidi anche se c’è chi dice che sconvolgono lo stomaco. Io personalmente non potrei affermarlo.
– Mi chiedo – disse pensieroso Hercule Poirot, – che cosa avrebbe fatto Ercole? Oppure, molto più semplicemente, che cosa HA FATTO? La risposta, Georges, è questa: Ercole era un tipo energico e viaggiava continuamente. Però, alla fine, raccontano che si è trovato costretto a ottenere certe informazioni da Prometeo... e c’è chi dice che le ha chieste anche a Nereo.
– Davvero, signore? – disse Georges. – Non ho mai sentito parlare di questi signori. Sono agenzie turistiche, signore?
Hercule Poirot, crogiolandosi al suono della propria voce, continuò: – Il mio cliente, Emery Power, capisce una cosa sola, L’AZIONE! Ma è inutile sprecare energia con azioni non necessarie. C’è una regola d’oro da seguire nella vita, Georges: non fare mai quello che possono fare gli altri. Specialmente – aggiunse Hercule Poirot, alzandosi e andando verso la biblioteca, – quando non si bada a spese!
Dallo scaffale tirò giù una grossa cartella che portava un’etichetta con la lettera D e la spalancò alle parole: "Detective. Agenzie di. Fidate".
Il moderno Prometeo, mormorò. – Sii gentile, Georges, e copiami certi nomi e indirizzi. Hankerton, New York. Laden e Bosher, Sydney. Giovanni Mezzi, Roma. Nahum, Istanbul. Roget e Franconard, Parigi.
Fece una pausa mentre Georges finiva.
Poi disse: – E adesso, vuoi guardare i treni per Liverpool?
– Sissignore. Il signore va a Liverpool?
– Sì, purtroppo. E non è da escludere, Georges, che debba andare anche più lontano. Ma non ancora.
IV
Tre mesi dopo Hercule Poirot dall’alto di un promontorio roccioso spaziava con lo sguardo sull’Atlantico. I gabbiani si libravano in volo e poi piombavano giù precipitevolmente con lunghe grida malinconiche. L’aria era dolce e umida.
Hercule Poirot provava la sensazione, piuttosto comune fra chi veniva a Inishgowlen per la prima volta, di aver raggiunto i confini del mondo. Mai, in vita sua, aveva immaginato qualcosa di tanto remoto, desolato, abbandonato. Aveva una sua bellezza, malinconica, sinistra, la bellezza di un passato remoto e incredibile. Qui nell’ovest dell’Irlanda i romani non avevano mai marciato, non avevano mai fortificato un campo, mai costruito una strada ben progettata, pratica, utile. Era una contrada dove il buon senso e uno stile pratico e ordinato di vita non si conoscevano.
Hercule Poirot abbassò gli occhi sulle punte delle proprie scarpe di vernice e sospirò. Si sentiva dimenticato e molto, molto solo. Il suo metodo di vita, le sue abitudini, qui non venivano apprezzate.
I suoi occhi seguirono lentamente, su e giù, la linea della costa solitaria, poi tornarono a guardare il mare. Laggiù, al largo, così voleva la tradizione, c’erano le Isole dei Beati, la Terra della Giovinezza...
Mormorò a se stesso: – L’albero di Mele, i Canti e l’Oro...
D’un tratto Hercule Poirot tornò ad essere quello di sempre. L’incanto si era spezzato, e ancora una volta si ritrovò in armonia con le scarpe di vernice, e il vestito corretto ed elegante, grigio scuro, da signore.
Non molto distante aveva udito i rintocchi di una campana. La conosceva. Era un suono familiare fin dalla prima giovinezza. Si incamminò di buon passo lungo la scogliera. In dieci minuti arrivò in vista della costruzione che si trovava in cima. Un muraglione la circondava e, incassata nel muraglione, c’era una grande porta di legno, tempestata di grossi chiodi.
Hercule Poirot arrivò alla porta e bussò. C’era un robusto batacchio di ferro. Poi, con un po’ di cautela, diede uno strappo a una catenella arrugginita e una campanella stridula tintinnò oltre la porta.
Un piccolo pannello venne aperto nel legno della porta e comparve una faccia. Una faccia sospettosa, incorniciata di bianche bende inamidate. Sul labbro superiore erano visibili un paio di baffetti, ma la voce era una voce femminile, una voce da "femme formidable", come l’avrebbe definita subito Hercule Poirot.
Domandò cosa voleva. – È questo il convento di Santa Maria degli Angeli?
La donna formidabile rispose con asprezza: – E cos’altro volete che sia?
Hercule Poirot non tentò neppure di ribattere. Disse a quella specie di drago: – Vorrei vedere la Madre Superiora.
Il drago a custodia della porta non sembrava disposta a concederglielo, ma alla fine si arrese. Paletti e catenacci furono tirati, la porta si aprì ed Hercule Poirot fu accompagnato in una stanzetta nuda dove venivano ricevuti i visitatori del convento.
Poco dopo entrò, a passi tanto lievi che sembravano scivolare sul pavimento, una monaca, con il rosario che le dondolava alla cintola. Hercule Poirot era cattolico di nascita e comprendeva perfettamente l’atmosfera in cui era venuto a trovarsi.
– Chiedo scusa per essere venuto a disturbarvi, "ma mère" – disse, – ma avete qui, credo, una "religieuse" che, nel mondo, si chiamava Kate Casey.
La Madre Superiora chinò la testa e disse: – Infatti. Suor Mary Ursula, da religiosa.
Hercule Poirot disse: – È stato fatto un torto a cui bisogna riparare. Credo che suor Mary Ursula potrebbe aiutarmi. Possiede certe informazioni che potrebbero essere di valore incalcolabile.
La Madre Superiora scosse la testa. La sua faccia era placida, la voce calma e remota. Disse: – Suor Mary Ursula non può aiutarvi.
– Ma vi assicuro... – Si interruppe.
La Madre Superiora disse: – Suor Mary Ursula è morta due mesi fa.
V
Nella sala del bar dell’albergo di Jimmy Donovan, Hercule Poirot se ne stava seduto, scomodamente, contro il muro. L’albergo non era all’altezza delle sue idee in fatto di alberghi. Aveva il letto rotto, come due vetri della finestra che lasciavano filtrare quell’aria notturna verso la quale Hercule Poirot provava sempre una certa diffidenza. L’acqua calda che gli avevano portato in realtà era tiepida e il pasto che aveva consumato gli stava producendo strane, e dolorose sensazioni, nelle viscere.
Nel bar c’erano cinque uomini e parlavano tutti di politica. Per la maggior parte di quel che dicevano, Hercule Poirot non capiva niente. Comunque, non gliene importava molto.
Poco dopo si accorse che uno di quegli uomini era venuto a sedersi vicino a lui. Apparteneva a una classe leggermente diversa da quella degli altri: aveva addosso il marchio dell’uomo di città in condizioni economiche poco floride.
Disse con enorme dignità: – Sentite cossscia vi dico, scignore. Scentite... Pegeen’s Pride non sce la farà... scentite... sccommmetto che non arriva fino in fondo alla corsa, quello. Date retta a quello che v-vi dico io... scempre dovrebbero darmi r-retta. Sc-sc-sciapete chi s-sciono, sc-scignore? Ehi, dico, ma lo sc-sciapete sc-scì o no? Atlante del Sciole di Dublino... ho pass-passciato i nomi dei vincitori per tutta la sc-sctagione... Non ho detto Larry’s Girl, io? Ventisc-scinque a un -ventiscinque a uno. Sceguite Atlante e non potete scbagliare.
Hercule Poirot lo considerò con un’aria stranamente rispettosa e disse, con la voce che gli tremava: – "Mon Dieu", ma è un presagio!
VI
Qualche ora più tardi. La luna appariva a tratti, occhieggiando civettuola da dietro le nuvole. Poirot e il suo nuovo amico avevano camminato per qualche chilometro. Poirot zoppicava.
Gli era balenato che forse, a ben pensarci, c’erano altre scarpe, più adatte a una passeggiata in campagna, di quelle di vernice. Anzi, a dire la verità, Georges glielo aveva cercato di far capire molto rispettosamente. Un bel paio di scarpe robuste da marcia ecco cosa aveva detto Georges. Ma quell’idea non garbava a Hercule Poirot. Gli piaceva che i suoi piedi avessero un aspetto elegante e fossero ben calzati. Ma adesso, costretto a marciare su quel sentiero tutto sassi, si doveva render conto che c’erano ben altre scarpe...
Il suo compagno disse d’un tratto: – Il Prete ce l’avrà con me per quello che stiamo facendo? Perché non vorrei avere un peccato mortale sulla coscienza.
Hercule Poirot disse: – Non fate altro che restituire a Cesare quel che è di Cesare.
Erano arrivati al muro del convento. Atlante si preparò a fare la sua parte.
Gli sfuggì un gemito. In un tono sommesso ma vibrato si lamentò di essere completamente distrutto!
Hercule Poirot gli rispose in tono pieno di autorità: – Silenzio. Non è il peso del mondo che dovete reggere... soltanto il peso di Hercule Poirot.
VII
Atlante stava girando e rigirando fra le mani due biglietti nuovi di zecca da cinque sterline. Disse speranzoso: – Magari domattina non sarò più capace di ricordare come me le sono guadagnate. Non vorrei che padre O’Reilly se la prendesse con me.
– Dimenticate tutto, amico mio. Domani il mondo sarà vostro.
Atlante mormorò: – Su che cosa vado a puntarli? C’è Working Lad, è un gran cavallo, un cavallo magnifico! E c’è anche Sheila Boyne. Forse me la danno anche sette a uno. – Fece una pausa: – Me lo sono sognato o vi ho sentito fare il nome di un dio pagano? Ercole, avete detto, e sia gloria a Dio, c’è un Ercole che corre alle tre e mezza domani.
– Amico mio – disse Hercule Poirot, – puntate i vostri soldi su quel cavallo. Ve lo garantisco, Ercole non può sbagliare.
Ed è vero che, il giorno dopo, Ercole (proprietario il signor Rosslyn) vinse con grande sorpresa di tutti il Bonyan Stakes, quotato com’era 60 a 1.
VIII
Hercule Poirot aprì il pacco e si mise a scartare con molta abilità ciò che conteneva. Prima la robusta carta marrone, poi la bambagia, ed infine la carta velina.
Sulla scrivania, davanti a Emery Power, depose uno splendente calice d’oro. Sopra, c’era sbalzato un albero dal quale pendevano mele di verdi smeraldi.
Il finanziere respirò a fondo e disse: – Mi congratulo con voi, signor Poirot.
Hercule Poirot si inchinò.
Emery Power allungò una mano. Sfiorò il bordo del calice, passandoci tutt’intorno con un dito. Poi disse con voce profonda: – Mio!
Hercule Poirot lo confermò. – Vostro!
L’altro emise un sospiro. Si appoggiò allo schienale della seggiola. Disse con la voce dell’uomo di affari: – Dove lo avete trovato?
Hercule Poirot disse: – L’ho trovato su un altare.
Emery Power lo fissò sbarrando gli occhi.
Poirot continuò: – La figlia di Casey si era fatta monaca. Stava per prendere i voti all’epoca della morte del padre. Era una ragazza ignorante, ma piena di devozione. Il calice era stato nascosto dal padre nella casa di Liverpool. Così lei l’ha portato in convento, con il desiderio, secondo la mia opinione, di espiare i peccati paterni. Lo offrì perché fosse adoperato per la gloria di Dio. Non credo che le monache si siano mai rese conto del suo vero valore. Probabilmente lo hanno preso per un’eredità di famiglia. Ai loro occhi era un calice e come tale lo hanno usato.
Emery Power disse: – Una storia incredibile! – poi aggiunse: – Cosa vi ha fatto pensare di andar lì?
Poirot alzò le spalle. – Un lungo processo di eliminazione... forse. Mi sono basato su un elemento singolare: nessuno aveva mai tentato di sbarazzarsi di quel calice. Vedete, c’era da pensare che si trovasse in un posto dove non si dà importanza ai soliti valori materiali. Mi sono ricordato che la figlia di Patrick Casey era monaca.
Power disse con calore: – Bene, come ho già detto, mi congratulo con voi. Ditemi qual è il vostro onorario e vi preparerò un assegno.
Hercule Poirot disse: – Nessun onorario.
L’altro lo fissò senza capire. – Cosa volete dire?
– Avete mai letto le favole quando eravate bambino? Il Re di una favola diceva sempre: "Domandami quello che vuoi". Non è così?
– Allora mi STATE DOMANDANDO qualcosa?
– Sì, ma non si tratta di denaro. Solo una semplice richiesta.
– Davvero? Volete qualche informazione sul mercato borsistico?
– Quello sarebbe denaro sotto altra forma. La mia richiesta è molto più semplice.
– Qual è, dunque?
Hercule Poirot posò le mani sul calice.
– Rimandatelo al convento.
Ci fu un silenzio.
Poi Emery Power disse: – Siete completamente impazzito?
Hercule Poirot scosse la testa. – No, non sono pazzo. Guardate, voglio farvi vedere una cosa.
Afferrò il calice. Premette con l’unghia, con forza, fra le fauci spalancate del serpente attorcigliato intorno al tronco dell’albero. Nell’interno, un pezzetto piccolissimo della parete d’oro sbalzato scivolò di lato rivelando un’apertura nel manico cavo.
Poirot disse: – Vedete? Questo era un calice che papa Borgia usava per bere. Da questo piccolo foro il veleno passava nella bevanda. Lo avete detto voi stesso che la storia di questo calice è piena di orrori. Violenza e sangue e le peggiori passioni hanno sempre accompagnato il suo possesso. Potrebbe darsi che portasse del male anche a voi, a vostra volta.
– Superstizioni!
– È possibile. Ma perché eravate così ansioso di possedere questo oggetto? Non per la sua bellezza. Non per il suo valore. Avrete cento... mille cose, forse, belle e rare. Volevate dar soddisfazione al vostro orgoglio. Eravate deciso a non lasciarvi battere. "Eh bien", non siete battuto. Vincete! Il calice è entrato in vostro possesso. Ma adesso... perché non fare un grande gesto... un gesto supremo? Mandatelo di nuovo nel posto dove è rimasto in pace per quasi dieci anni. Lasciate che venga purificato, laggiù, dal male che lo ha sempre circondato. Apparteneva alla Chiesa nel passato... fate che ritorni alla Chiesa. Lasciate che venga messo di nuovo su quell’altare, purificato e assolto come ci auguriamo che le anime degli uomini vengano purificate e assolte dai loro peccati.
Si chinò in avanti.
– Permettetemi di descrivervi il posto dove l’ho trovato, il Giardino della Pace che guarda sul Mare Occidentale in direzione di un dimenticato Paradiso della Giovinezza e della Bellezza Eterna.
Continuò a parlare, descrivendo con parole semplici il fascino remoto di Inishgowlen.
Emery Power era seduto un po’ indietro, con una mano sugli occhi. Infine disse: – Sono nato sulla costa occidentale dell’Irlanda. Ne sono partito da ragazzo per andare in America.
Poirot disse dolcemente: – L’avevo sentito dire.
Il finanziere si raddrizzò sulla poltrona. I suoi occhi erano tornati ad essere perspicaci. Disse, e c’era un lieve sorriso sulle sue labbra: – Siete una strana persona, signor Poirot. Avete ottenuto quello che volevate. Portate il calice al convento e offritelo in dono a mio nome. Un dono piuttosto caro. Trentamila sterline, cosa avrò in cambio?
Poirot disse con aria grave: – Le monache diranno delle messe per la vostra anima.
Il sorriso del magnate della finanza si allargò, un sorriso avido, rapace. Disse: – Così, in fondo, potrebbe essere un investimento! Forse, il migliore che abbia mai fatto...
IX
Nel piccolo parlatorio del convento, Hercule Poirot raccontò la sua storia e restituì il calice alla Madre Superiora.
Questa mormorò: – Ditegli che lo ringraziamo e che pregheremo per lui...
Hercule Poirot disse con dolcezza: – Ha bisogno delle vostre preghiere.
– Allora è un uomo infelice?
Poirot disse: – Tanto infelice da aver dimenticato cosa significa la felicità. Tanto infelice che non sa neppure di esserlo.
La monaca disse sottovoce: – Ah, un ricco...
Hercule Poirot non disse niente... perché sapeva che non c’era niente da dire...
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