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Stories / Poems

Stories by agatha christie

il cinghiale d’erimanto

italian

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I
Visto che la soluzione della terza fatica di Ercole lo aveva portato in Svizzera, Hercule Poirot pensò che, trovandosi lì, tanto valeva sfruttare la situazione e andare a visitare certe località che, fino a quel giorno, gli erano rimaste sconosciute.
Passò un paio di piacevoli giornate a Chamonix, ne trascorse una o due a Montreux e infine andò ad Aldermatt, un posto che aveva sentito lodare molto da vari amici.
Tuttavia Aldermatt lo colpì spiacevolmente. Si trovava in fondo a una valle circondata da altissime montagne incappucciate di neve. Aveva la sensazione irragionevole di far fatica a respirare.
Impossibile, rimanere qui, si disse Hercule Poirot e in quel preciso momento adocchiò i piloni di una funicolare. Bisogna che salga, assolutamente.
La funicolare, come scoprì, saliva prima a Les Avines, poi a Caurouchet e infine sino a Rochers Neiges, che si trovava a tremilatrecento metri sul livello del mare.
Poirot non si proponeva di salire così in alto. Pensò che Les Avines gli sarebbe stato più che sufficiente.
Ma, in questo, faceva i calcoli senza prendere in considerazione il Caso, un elemento che ha una parte così grande nella vita. La funicolare era partita quando il bigliettario si avvicinò a Poirot chiedendogli il biglietto. Dopo averlo esaminato, lo forò con una macchinetta dall’aspetto minaccioso e glielo restituì con un inchino. Contemporaneamente al biglietto, Poirot si sentì mettere in mano un rotolino di carta.
Le sopracciglia di Hercule Poirot si alzarono lievemente verso la fronte. Subito, senza farsi notare e senza fretta, lo aprì e lo lisciò. Il foglietto conteneva un messaggio scarabocchiato rapidamente a matita:
"Impossibile sbagliarsi: quei baffi sono inconfondibili! Vi porgo il mio saluto, caro collega. Se volete, potete essermi di grande aiuto. Avrete letto di sicuro la storia dell’affaire Salley, vero? L’assassino... Marrascaud dovrebbe avere un appuntamento con alcuni uomini della sua banda a Rochers Neiges... proprio lì, fra tutti i posti che esistono al mondo! Naturalmente l’intera faccenda potrebbe essere una "blague"... per quanto, dovremmo poterci fidare delle informazioni avute... c’è sempre qualcuno che ci passa una soffiata, vero? Quindi, tenete gli occhi aperti, amico mio. Mettetevi in contatto con l’ispettore Drouet che è sul posto. Si tratta di un onest’uomo... ma non può vantarsi di possedere il brillante acume di Hercule Poirot. È importante, amico mio, che Marrascaud venga catturato... e catturato vivo. Non è un uomo... è un cinghiale... uno dei più pericolosi assassini viventi. Non ho voluto correr rischi venendovi a parlare ad Aldermatt perché potrei essere stato notato e sarete più libero di agire se vi prenderanno per un semplice turista. Buona caccia! Il vostro vecchio amico... Lementeuil."
Hercule Poirot si accarezzò i baffi con aria pensierosa. Sì, effettivamente non era possibile sbagliarsi: i baffi di Hercule Poirot erano inconfondibili. Dunque, cos’era tutta questa faccenda? Aveva letto sui giornali i particolari de "l’affaire Salley" – l’assassino a sangue freddo di un famoso allibratore parigino. L’identità dell’assassino era nota. Marrascaud faceva parte di una banda ben conosciuta che lavorava sui campi di corse. Era stato sospettato di molti altri delitti... ma questa volta la sua colpa era provata in modo inconfutabile. Se l’era squagliata andandosene dalla Francia secondo l’opinione corrente, e la polizia di ogni paese d’Europa lo stava ricercando.
Dunque sembrava che Marrascaud avesse un appuntamento a Rochers Neiges...
Hercule Poirot scosse lentamente la testa. Era perplesso. Perché Rochers Neiges si trovava nella zona delle nevi eterne. C’era un albergo, lassù, ma comunicava con il mondo solo per mezzo della funicolare, visto che era costruito su uno sperone di roccia lungo e stretto che sporgeva a picco sulla vallata sottostante.
L’albergo si apriva in giugno ma capitava di rado che ci andasse qualcuno prima di luglio e agosto. Era un posto mal fornito di entrate e di uscite – se una persona veniva inseguita fin lassù, era in trappola. Strano che una banda di criminali lo scegliesse come luogo di appuntamento. Eppure, se Lementeuil diceva di potersi fidare delle informazioni ricevute, allora, probabilmente Lementeuil aveva ragione. Hercule Poirot rispettava il "commissaire" di polizia svizzero. Sapeva che era una persona onesta, su cui fare assegnamento.
Qualche ragione sconosciuta stava conducendo Marrascaud a quel posto di ritrovo così al di fuori della vita civile.
Hercule Poirot si lasciò sfuggire un sospiro. Andare a caccia di uno spietato assassino non era certo il miglior modo di passare una vacanza piacevole. Un lavorio cerebrale fatto dalle profondità di una poltrona, ecco piuttosto il suo genere, pensò. Non quello di andare a prendere in trappola un cinghiale per le montagne.
UN CINGHIALE... Lementeuil aveva usato questo termine, per definirlo. Certo, si trattava di una coincidenza curiosa...
"La quarta fatica di Ercole. Il cinghiale d’Erimanto?" disse tra sé.
Pacatamente, senza farsi notare, cominciò a studiare con attenzione i suoi compagni di viaggio.
Sul sedile dirimpetto al suo, era seduto un turista americano. Il taglio degli abiti e del cappotto, la valigetta che aveva con sé, giù giù fino alla speranzosa cordialità e all’aria ingenua e assorta con la quale contemplava il panorama, perfino la guida che teneva in mano, tutto in lui denunciava e proclamava quello che era: un americano di provincia che visitava l’Europa per la prima volta. Fra uno o due minuti, calcolò Poirot, avrebbe cercato di attaccar discorso. Impossibile non interpretare così la sua espressione ansiosa di piacere.
Dall’altra parte della cabina un uomo alto, dall’aspetto abbastanza distinto, con i capelli brizzolati e un vistoso naso aquilino, leggeva un libro tedesco. Aveva le dita forti e flessuose del musicista o del chirurgo.
Un po’ più oltre ancora, c’erano tre uomini, tutti dello stesso genere. Uomini con le gambe arcuate e qualcosa di impalpabile nella persona e nel comportamento da cui si poteva dedurre che avessero a che fare con i cavalli. Giocavano a carte. Presto, forse, avrebbero proposto a uno sconosciuto di partecipare al gioco. In principio costui avrebbe vinto. Successivamente, la fortuna lo avrebbe abbandonato.
Non c’era niente di particolarmente insolito in quei tre uomini. L’unica cosa insolita era il posto in cui si trovavano.
Sarebbe stato logico incontrarli su un treno qualsiasi in viaggio per una riunione ippica... oppure su una di quelle navi che facevano le linee secondarie. Ma su una funicolare quasi vuota... no!
Nella carrozza c’era anche un’altra persona, una donna. Alta e bruna. Aveva un bel viso, un viso che avrebbe potuto esprimere un’intera gamma di emozioni e che invece era congelato in una strana mancanza di qualsiasi espressione. Non guardava nessuno, continuava a fissare la vallata sottostante.
Poco dopo, come Poirot si era aspettato, l’americano cominciò a chiacchierare. Disse di chiamarsi Schwartz. Era la prima volta che veniva in Europa. Lo scenario era semplicemente grandioso. Il castello di Chillon lo aveva colpito profondamente. Nella sua opinione, Parigi non era un granché come città – sopravvalutata – era andato alle Folies Bergères, al Louvre e a Nôtre Dame... e aveva notato che in nessuno di tutti quei ristoranti e caffè sapevano suonare un hot-jazz decente. Ammetteva che i Champs Elysées erano discreti e gli erano piaciute le fontane, specialmente quelle illuminate dai riflettori. Nessuno scese a Les Avines, oppure a Caurouchet. Era evidente che tutte le persone che viaggiavano sulla funicolare andavano a Rochers Neiges.
Il signor Schwartz spiegò le proprie ragioni.
– Aveva sempre desiderato, – disse, – di trovarsi lassù in alto fra le montagne coperte di neve. Tremila metri e passa era già mica male – aveva sentito dire che, a quell’altitudine, non si riusciva far diventare sodo un uovo.
Nella esuberante cordialità del suo cuore ingenuo, il signor Schwartz tentò di coinvolgere nella conversazione l’uomo alto e brizzolato che sedeva dall’altra parte della cabina, ma questo si limitò a fissarlo freddamente al di sopra del pince-nez e tornò a immergersi nel libro che stava leggendo.
Allora il signor Schwartz propose alla signora bruna di cambiar posto con lui: avrebbe goduto di una vista migliore, spiegò.
Forse non capiva l’inglese. Ad ogni modo, si accontentò semplicemente di scuotere la testa e si rannicchiò ancora di più sul suo sedile stringendo il collo di pelo del cappotto.
Il signor Schwartz mormorò a Poirot: – Mi sembra un po’ strano di trovare una donna che viaggia sola senza nessuno che si occupi di lei. Una donna, quando viaggia, ha sempre bisogno di qualcuno che si dia da fare per lei.
Ricordando certe americane, conosciute in Europa, Hercule Poirot fece capire di essere d’accordo.
Il signor Schwartz sospirò. – Trovava ostile il mondo. Eppure, – dicevano in modo significativo i suoi occhi scuri, – che male c’era a mostrarsi un po’ cordiali verso il prossimo?
II
Essere ricevuti da un direttore d’albergo correttamente abbigliato in finanziera e scarpe di vernice sembrava quasi comico in quel posto fuori dal mondo, o meglio sopra–il–mondo.
Il direttore era un bell’uomo imponente, pieno di sussiego. Si mostrò desolato, ansioso di scusarsi.
Così all’inizio della stagione... L’impianto dell’acqua calda non era in ordine... il suo albergo non funzionava ancora con il solito ritmo... Naturalmente avrebbe fatto tutto quello che poteva... Neppure la servitù era al completo, al momento... Il numero inaspettato dei visitatori lo lasciava estremamente confuso.
Tutta questa tiritera venne snocciolata in tono disinvolto e con cortesia professionale eppure Poirot ebbe l’impressione di cogliere una sfumatura di profonda inquietudine dietro quella facciata di urbanità. Quell’uomo, con tutto il suo modo di fare così sciolto, non era affatto a suo agio. Qualcosa lo preoccupava.
Il pranzo venne servito in un lungo locale che guardava sulla vallata sottostante. Il solo e unico cameriere, che rispondeva al nome di Gustave, era abile e svelto. Sfrecciava qua e là, offriva suggerimenti sul menu, esibiva come per magia la carta dei vini. I tre uomini del mondo delle corse sedevano insieme, allo stesso tavolo. Ridevano e chiacchieravano in francese con un tono di voce crescente.
– Bravo, vecchio Joseph!... E cosa mi racconti della piccola Denise, "mon vieux"?... Ti ricordi quel "sacré" cavallo che ci ha fregati tutti a Auteuil?
Tutto molto cordiale, tutto molto in carattere... e assurdamente fuori posto!
La donna con il bel volto sedeva da sola a un tavolo d’angolo. Non guardava nessuno.
Dopo pranzo, quando Poirot si era già accomodato nel salone, il direttore gli si avvicinò e si lasciò andare a qualche confidenza. Monsieur non doveva giudicare l’albergo con troppo rigore. Si era fuori stagione. Nessuno ci veniva mai prima della fine di luglio. Quella signora, monsieur l’aveva notata, forse? Arrivava ogni anno, sempre in questo periodo. Il marito si era ammazzato durante una scalata tre anni prima. Molto triste. Erano così affezionati. Lei veniva sempre quando la stagione non era ancora cominciata, per stare tranquilla. Un pellegrinaggio sacro. Il signore anziano era un celebre medico, il dottor Karl Lutz di Vienna, salito lassù, così diceva, per trovare quiete e riposo.
– C’è quiete, certo, – confermò Hercule Poirot. – E "ces messieurs" là? – e indicò i tre uomini. – Anche loro sono qui a cercare un po’ di riposo, secondo voi?
Il direttore si strinse nelle spalle. E di nuovo gli apparve negli occhi quell’espressione inquieta. Disse, senza impegnarsi: – Ah, i turisti, vogliono sempre nuove esperienze... L’altezza... quella sola è una sensazione nuova.
Non particolarmente piacevole, come sensazione, pensò Poirot. Si era accorto che il cuore gli batteva in fretta. Come un ebete, lasciò che gli frullassero nel cervello i versi di una canzoncina da bambini:
Lassù, sopra il mondo, in alto, in alto, / Come un vassoio nel ciel di cobalto.
Schwartz entrò nel salone. Quando vide Poirot gli si illuminarono gli occhi. Gli si avvicinò subito.
– Ho scambiato qualche parola con quel dottore. Parla un inglese inverosimile! È ebreo... i nazisti l’hanno sbattuto fuori dall’Austria. Sentite, per me quella gente è matta da legare! Quel dottor Lutz era un uomo famoso, da quello che ho capito... uno specialista dei nervi... psicoanalisi... roba del genere.
I suoi occhi si posarono sulla donna alta che stava contemplando, oltre la finestra, le montagne spietate. Abbassò la voce.
– Ho saputo il suo nome dal cameriere. È una certa madame Grandier. Suo marito si è ammazzato in una scalata. Ecco perché viene qui. Non so, ma non trovate? Ho l’impressione che dovremmo far qualcosa... cercare di distrarla un po’?
Hercule Poirot disse: – Se fossi in voi, non mi ci proverei.
Ma la cordialità del signor Schwartz era infaticabile.
Poirot lo vide fare i primi approcci, vide il modo spietato con cui venivano respinti. I due rimasero vicini per un attimo, stagliati contro la luce. La donna era più alta di Schwartz. Aveva la testa buttata indietro, l’espressione glaciale e severa.
Non udì quello che diceva, ma Schwartz tornò con l’aria abbattuta.
– Niente da fare – disse, e aggiunse con tristezza: – Secondo me, visto che siamo tutti esseri umani e ci troviamo qui insieme, non c’è motivo di non fare un po’ amicizia. Non siete d’accordo, signor... Sapete che non so il vostro nome?
– Il mio nome, – disse Poirot, – è Poirier. – E aggiunse: – Sono un commerciante di seterie e vengo da Lione.
– Mi permettete di darvi il mio biglietto da visita, signor Poirier? E credetemi, sarete il benvenuto se mai vi capiterà di passare per Fountain Springs.
Poirot accettò il biglietto, si batté una mano sulla tasca, mormorò: – Ahimé, al momento non ne ho qui uno dei miei...
Quella sera, quando si ritirò per andare a letto, Poirot lesse attentamente, da cima a fondo, il messaggio di Lementeuil che poi mise, ben ripiegato, nel portafoglio.
Mentre si infilava fra le coperte, si disse: – Curioso... mi chiedo se...
III
Gustave il cameriere venne a portare a Hercule Poirot la prima colazione composta di caffè e panini. Sentì il bisogno di scusarsi per il caffè.
– Monsieur capisce, vero, che a questa altitudine non è possibile avere un caffè proprio bello bollente? Disgraziatamente bolle sempre troppo presto.
Poirot mormorò: – Bisogna accettare con forza d’animo questi capricci della natura.
Gustave mormorò: – Monsieur è un filosofo.
Andò alla porta ma, invece di lasciare la camera, diede una rapida occhiata fuori poi richiuse l’uscio e tornò vicino al letto. Disse: – Monsieur Hercule Poirot? Sono Drouet, l’ispettore di polizia.
– Ah! – disse Poirot, – vi sospettavo!
Drouet abbassò la voce. – Monsieur Poirot, è successa una cosa molto grave. C’è stato un incidente alla funicolare!
– Un incidente? – Poirot si mise a sedere sul letto. – Che genere di incidente?
– Nessuno è rimasto ferito. È successo di notte. Può darsi che sia stato provocato da cause naturali... una piccola valanga che ha trascinato giù con sé rocce e macigni. Ma non è da escludere che sia stata opera degli uomini. Non sappiamo. In ogni caso, il risultato è che ci vorranno parecchi giorni per riparare la linea e, nel frattempo, siamo tagliati fuori. Così all’inizio della stagione, la neve è ancora alta ed è impossibile comunicare con la valle qui sotto.
Hercule Poirot si mise a sedere sul letto e disse in tono sommesso: – Molto interessante.
L’ispettore annuì.
– Sì – disse. – Dimostra che le informazioni del nostro "commissaire" erano esatte. Marrascaud ha un appuntamento qui e ha voluto assicurarsi che questo suo famoso "rendez–vous" non venisse interrotto.
Hercule Poirot esclamò spazientito: – Ma è assurdo!
– Ne convengo anch’io. – L’ispettore Drouet alzò le braccia al cielo. – È contro ogni comune buon senso... EPPURE È COSI’. Questo Marrascaud, sapete, è un personaggio stranissimo! Secondo me, – e fece segno di sì – con la testa, dev’essere MATTO.
Poirot disse: – Un pazzo e un assassino!
Drouet disse asciutto: – Non è divertente. Sono d’accordo.
Poirot disse lentamente: – Ma se ha un appuntamento quassù, su questo sperone di roccia coperto di neve, in cima al mondo, ne viene di conseguenza che MARRASCAUD IN PERSONA È GIA’ QUI, visto che le comunicazioni sono interrotte.
Drouet disse in tono pacato: – Lo so.
I due uomini rimasero in silenzio per uno o due minuti.
Poi Poirot domandò: – Il dottor Lutz? Potrebbe essere lui Marrascaud?
Drouet scosse la testa. – Non credo. Esiste un vero dottor Lutz... ho visto le sue fotografie sui giornali... una persona illustre e famosa. Quest’uomo assomiglia molto alle fotografie che ho visto.
– Poirot mormorò: – Se Marrascaud fosse un artista del travestimento, potrebbe recitare questa parte con successo.
– Sì, ma lo è poi? Non ho mai sentito dire che fosse così abile a cambiarsi aspetto. Non ha l’astuzia e la furberia del serpente. È un cinghiale selvatico, feroce, terribile, che carica con furia cieca.
Poirot disse: – Ciononostante...
Drouet fu subito d’accordo con lui. – Ah, sì, sta cercando di sfuggire alla giustizia e, quindi, è costretto a farsi passare per quello che non è. Di conseguenza potrebbe... anzi deve per forza aver... aver assunto, più o meno, sembianze diverse dalle proprie.
– Avete la sua descrizione?
L’altro si strinse nelle spalle.
– Sì, ma è un po’ vaga. La sua fotografia e le sue misure ufficiali, calcolate secondo il metodo Bertillon, dovevano essermi mandate su proprio oggi. So semplicemente che è un uomo sulla trentina o poco più, di altezza un po’ superiore alla media, di carnagione scura. Nessun segno caratteristico.
Poirot alzò le spalle. – Sono indicazioni che potrebbero andar bene per chiunque. E l’americano Schwartz, piuttosto?
– Stavo per domandarmelo. Gli avete parlato e mi pare di ricordare che avete anche vissuto a lungo con gli inglesi e gli americani. Alla prima occhiata sembra il solito turista americano. Il suo passaporto è in ordine. Forse può sembrare un po’ strano che abbia scelto di venire proprio in questo posto... ma gli americani, quando viaggiano, sono imprevedibili! Qual è la vostra opinione?
Hercule Poirot scosse la testa, perplesso. E disse: – A dar retta alle apparenze, comunque, si direbbe una persona innocua, un po’ troppo cordiale. Magari è uno scocciatore, ma sembra difficile considerarlo pericoloso. – E proseguì: – Però ci sono altri tre ospiti nell’albergo.
L’ispettore fece segno di sì e la sua faccia si illuminò subito, piena di interesse. – Certamente: LORO SI’ che sono i nostri tipi. Sarei disposto a scommettere, monsieur Poirot, che quei tre individui fanno perlomeno parte della banda di Marrascaud. Come minimo, sono frequentatori incalliti dell’ambiente dei cavalli e delle corse! E uno dei tre potrebbe addirittura essere Marrascaud in persona.
Hercule Poirot si mise a riflettere. Si richiamò alla memoria quelle tre facce.
Una era larga con folte sopracciglia e le guance carnose: una faccia bestiale, da suino. Un altro era scarno e smilzo con una faccia segaligna e gli occhi gelidi. Il terzo era un tipo dalla faccia pallida e flaccida, dall’aria vagamente affettata.
Sì, uno dei tre poteva certo essere Marrascaud ma, in tal caso, si presentava con insistenza un interrogativo: perché? Perché Marrascaud e due uomini della sua banda avrebbero dovuto viaggiare insieme e inerpicarsi su per il fianco di una montagna in quella specie di trappola per sorci? Si poteva organizzare un incontro in un ambiente meno pericoloso e stravagante: in un caffè, in una stazione ferroviaria, in un cinema affollato, in un giardino pubblico, in qualche posto dove esistessero uscite in abbondanza, non lì, in cima al mondo, in una località solitaria, sotto la neve.
Cercò di dividere con l’ispettore Drouet qualcuna di queste perplessità e l’altro si trovò quasi subito d’accordo con lui.
– Ma certamente, è inconcepibile, non ha senso.
– Se è un appuntamento, perché viaggiano insieme? No, niente da fare, non ha senso.
Drouet disse con aria preoccupata: – In tal caso dobbiamo prendere in esame la seconda supposizione. Questi tre uomini fanno parte della banda di Marrascaud e sono venuti a incontrarsi con Marrascaud in persona. E allora, chi è Marrascaud?
Poirot domandò: – Non potrebbe essere uno dei domestici?
Drouet si strinse nelle spalle: – La servitù, praticamente, non esiste. C’è una vecchia che cucina, e il marito, non meno vecchio di lei, che si chiama Jacques, credo che siano qui da almeno cinquant’anni! E poi c’è il cameriere di cui ho preso il posto: ecco tutto.
Poirot disse: – Il direttore: naturalmente lui sa chi siete?
– Naturalmente. Occorreva la sua collaborazione.
– Non vi ha stupito il fatto che ha l’aria preoccupata? – Disse Hercule Poirot.
Drouet parve colpito dall’osservazione. E disse pensierosamente: – Già, è vero.
– Potrebbe essere soltanto l’ansia di trovarsi coinvolto nelle manovre della polizia.
– Ma voi credete che ci sia anche dell’altro? Pensate che potrebbe... essere al corrente di qualcosa?
– E un’idea che mi ha sfiorato, tutto qui.
Drouet brontolò in tono cupo: – Chissà? – Fece una pausa e infine prosegui: – Credete che si potrebbe tentare di farlo parlare?
Poirot scosse la testa, dubbioso, e disse: – Secondo me, sarebbe meglio lasciarlo all’oscuro dei nostri sospetti. Tenetelo d’occhio, piuttosto, a basta.
Drouet fece segno di sì e si avviò verso l’uscio. – Non avete suggerimenti, monsieur Poirot? Io... io conosco la vostra reputazione. Abbiamo sentito parlare di voi qui, nel nostro paese.
Poirot disse perplesso: – Al momento non posso darne. È la RAGIONE che mi sfugge... la ragione di un appuntamento in questo posto. Anzi mi sto chiedendo che bisogno c’era addirittura, di un "rendez–vous"?
– Soldi – disse Drouet, conciso.
– Allora quel povero Salley è stato derubato, oltre che assassinato?
– Sì, portava con sé una grossa somma di denaro che è sparita.
– E il "rendez–vous" sarebbe stato organizzato per farne la spartizione, è questo che pensate?
– È l’idea più ovvia.
Poirot scosse la testa con aria poco soddisfatta. – Sì, ma perché QUI? – E continuò, meditando su ogni parola: – Il peggior posto possibile per un incontro tra criminali. Però questo è anche un posto dove si potrebbe venire per incontrare una donna....
Drouet fece un passo avanti, pieno di interesse. Disse con una vena di eccitazione nella voce: – Credete...?
– Credo – disse Poirot, – che madame Grandier sia una donna bellissima. Credo che chiunque sarebbe disposto a salire volentieri a tremila e più metri sul livello del mare per amor suo... naturalmente, cioè, se fosse stata lei a proporlo.
– Sapete che è interessante ciò che dite – osservò Drouet. – Non ho pensato che ci potesse essere una connessione fra lei e il caso di cui ci stiamo occupando. Dopo tutto, sono vari anni che ci viene, quassù.
Poirot disse amabilmente: – Sì... "e di conseguenza la sua presenza non provocherebbe commenti". Sarebbe una ragione, non trovate, per aver scelto proprio Rochers Neiges, vero?
Drouet disse tutto eccitato: – Questa sì che è un’idea, monsieur Poirot. Proverò a esaminare questa possibilità.
IV
La giornata passò senza incidenti. Per fortuna l’albergo era ben rifornito. Il direttore spiegò che non c’era motivo di preoccuparsi. I viveri erano assicurati.
Hercule Poirot fece un tentativo di conversazione con il dottor Karl Lutz ma venne respinto con un rifiuto. Il medico gli fece capire chiaramente che la psicologia era la sua professione e non aveva la minima intenzione di mettersi a discuterla con dei dilettanti. Andò a sedersi in un angolo e si mise a leggere un grosso tomo, in tedesco, sull’inconscio, buttando giù una messe abbondante di note e di appunti.
Hercule Poirot uscì e si mise a girellare senza meta intorno alle cucine. Qui attaccò discorso con il vecchio Jacques, acido e sospettoso. Sua moglie, la cuoca, rivelò una maggiore cordialità. Per fortuna, spiegò a Poirot, c’era un’abbondante riserva di scatolame, per quanto lei, personalmente, non fosse molto favorevole ai cibi in scatola. Erano maledettamente cari e poi, che nutrimento potevano dare? Il buon Dio non aveva mai avuto l’intenzione di far vivere gli uomini di scatolette.
La conversazione, a un certo punto, si spostò sull’argomento della servitù dell’albergo. Ai primi di luglio arrivavano le cameriere dei piani e altri camerieri di tavola. Ma per le tre settimane successive, non ci sarebbe stato nessuno o quasi. La gente, in quella stagione, veniva su, pranzava e poi ridiscendeva. Lei, Jacques e un cameriere se la sbrigavano senza fatica.
Poirot domandò: – C’era già un cameriere qui prima che arrivasse Gustave, o sbaglio?
– C’era infatti, ma valeva poco. Non era capace, non aveva esperienza. E niente classe.
– Da quanto tempo lavorava qui prima che venisse Gustave a sostituirlo?
– Soltanto da pochi giorni... neanche una settimana. Naturalmente è stato licenziato. E non ci siamo meravigliati. C’era da prevederlo.
Poirot mormorò: – Non ha fatto una scena? Non si è ribellato?
– Oh, no, se ne è andato abbastanza tranquillamente. In fondo, cosa poteva aspettarsi? È un buon albergo, questo. E il servizio dev’essere di buon livello.
Poirot annuì, e poi domandò: – E dove è andato?
– Quel Robert, volete dire? – Si strinse nelle spalle. – Sarà tornato di sicuro nel caffeuccio da dove veniva.
– È sceso con la funicolare?
La donna lo guardò incuriosita. – Naturalmente, monsieur. Come volevate che se ne andasse? Non c’è altro modo, qui.
Poirot chiese: – Qualcuno l’ha visto andar via?
Marito e moglie lo fissarono sbarrando gli occhi.
– Ma come! Credete forse che si dovesse andare a salutare un bestione come quello? Abbiamo gli affari nostri a cui badare.
– Già – si limitò a notare Poirot.
Si allontanò lentamente, alzando gli occhi verso la costruzione che torreggiava al di sopra della sua testa. Un grande albergo... con solo un’ala aperta, al momento. Nelle altre c’erano molte camere, chiuse, sbarrate, dov’era estremamente improbabile che entrasse qualcuno...
Girò l’angolo del caseggiato e evitò per un pelo di andare a sbattere addosso a uno dei tre giocatori di carte. Era quello con la faccia pallida e gli occhi chiari. Occhi che fissarono Poirot senza espressione. Soltanto le labbra si socchiusero mostrando i denti, come un cavallo balzano.
Poirot gli passò di fianco e proseguì. Davanti a lui c’era una figura, quella alta aggraziata di madame Grandier. Affrettò un poco il passo e la raggiunse.
Le disse: – Questo incidente alla funicolare è sgradevole. Spero, madame, che non vi abbia dato troppo disturbo?
Lei disse: – È una faccenda che mi lascia indifferente.
La sua voce era molto bassa, un contralto profondo. Non guardò Poirot. Deviò di scatto e rientrò nell’albergo da una porticina laterale.
V
Hercule Poirot andò a letto presto e venne risvegliato che era passata di poco la mezzanotte.
Qualcuno armeggiava con la serratura della porta.
Si mise a sedere, accese la luce. Contemporaneamente, la serratura cedette alle manipolazioni e la porta si spalancò. Tre uomini apparvero sulla soglia, i tre giocatori di carte.
Erano un po’ sbronzi, pensò Poirot.
Le loro facce avevano un’espressione ebete e al tempo stesso malevola. Vide il luccichio di una lama di rasoio. Quello più robusto e tarchiato avanzò di qualche passo e, quando si mise a parlare, la sua voce era solo un brontolio sordo: – Maledetto porco di un detective! – Poi proruppe in un torrente di imprecazioni.
I tre uomini vennero avanti con aria decisa verso l’altro, indifeso, a letto.
– Lo tagliuzzeremo ben bene, ragazzi. Vero, cavallini miei? Gli apriremo la faccia a rasoiate, a monsieur il detective. E non sarà il primo, stasera.
Avanzarono sicuri, con premeditazione, le lame di rasoio ebbero uno scintillio...
E poi, sensazionale nel suo schietto accento d’oltre–atlantico, una voce disse: – Mani in alto.
Quelli si girarono di scatto. Schwartz, che indossava un pigiama a righe di colori singolarmente stridenti, apparve nel vano della porta. In mano stringeva un’automatica.
– In alto le mani, gente. Ho una mira discreta, io.
Schiacciò il grilletto. Un proiettile sfiorò l’orecchio dell’omaccione e andò a incastrarsi nell’intelaiatura di legno della finestra.
Tre paia di mani si alzarono rapidamente.
Schwartz disse: – Posso chiedervi una cortesia, monsieur Poirier?
Hercule Poirot scese dal letto in un baleno, raccolse i coltelli luccicanti e passò la mano sul corpo dei tre uomini per assicurarsi che non fossero ancora armati con qualcos’altro.
Schwartz disse: – E adesso, avanti, marsch! C’è un grande armadio a muro in fondo al corridoio. Senza finestre. Proprio quello che ci vuole.
Ce li accompagnò, li spinse dentro e ce li chiuse a chiave. Poi si voltò verso Poirot con la voce tremante per una piacevole emozione: – Lo sapete, monsieur Poirier, che qualcuno si era messo a ridere, a Fountain Springs, quando avevo detto che, partendo per l’estero, volevo portarmi dietro la pistola? "Dove credi di andare?" mi domandavano. "Nella giungla?" Caro signore, posso ben dire che ride bene chi ride ultimo. Ma si è mai visto un peggior branco di canaglie?
Poirot disse: – Mio caro signor Schwartz, siete arrivato proprio al momento giusto. Avrebbe potuto essere un dramma recitato in palcoscenico! Avete tutta la mia riconoscenza.
– Figuriamoci! E adesso, che si fa? Bisognerebbe consegnare quella gente alla polizia, ma è proprio l’unica cosa che non siamo in grado di fare. Un problema spinoso. Forse faremmo meglio a consultare il direttore.
Hercule Poirot disse: – Ah... il direttore. Secondo me, prima, sarà meglio consultare il cameriere – Gustave – alias ispettore Drouet.
– Ma sì, certo... il cameriere Gustave è un poliziotto! – Schwartz lo fissò sbarrando gli occhi. – Ah, ecco perché l’hanno fatto!
– Come? Ecco perché chi ha fatto che cosa?
– Questo branco di delinquenti vi aveva messo al secondo posto in lista! Hanno già sfregiato a rasoiate Gustave!
– COME?
– Venite con me. C’è il dottore che si sta proprio occupando di lui adesso.
La camera di Drouet era piccola, all’ultimo piano. Il dottor Lutz, in vestaglia, era impegnatissimo a coprire di bende la faccia del ferito. Volto la testa mentre entravano.
– Ah! Siete voi, signor Schwartz? Brutta faccenda, questa. Che macellai! Che mostri disumani!
Drouet giaceva, immobile, gemendo fievolmente.
Schwartz domandò: – È in pericolo?
– Non morirà, se è questo che volete dire. Però non deve parlare... non deve agitarsi. Ho medicato le ferite... non c’è rischio di setticemia.
I tre uomini lasciarono insieme la stanzetta.
Schwartz disse a Poirot: – Avete detto che Gustave è un funzionario di polizia?
Hercule Poirot annuì.
– Ma cosa stava facendo qui a Rochers Neiges?
– Sta dando la caccia a un pericolosissimo criminale.
In poche parole Poirot spiegò la situazione.
Il dottor Lutz disse: – Marrascaud? Ho letto tutta la storia sul giornale. Come mi piacerebbe conoscerlo! C’è qualcosa di estremamente anormale in lui. Vorrei sapere qualche particolare sulla sua infanzia.
– Quanto a me, invece, – disse Hercule Poirot, – preferirei sapere con esattezza dove si trova in questo momento!
Schwartz disse: – Non è uno di quei tre che abbiamo chiuso a chiave nell’armadio?
Poirot disse con voce insoddisfatta: – È possibile... sì, ma non ne sono del tutto sicuro...
Tacque, abbassando gli occhi verso il tappeto, che era color camoscio, chiazzato qua e là da macchie marrone–rossicce.
Hercule Poirot disse: – Queste, secondo me, sono impronte di passi... che devono aver calpestato qualche macchia di sangue...! Vengono dalla direzione dell’ala disabitata dell’albergo. Presto... andiamo!
Lo seguirono oltre una porta a due battenti e, al di là, per un corridoio polveroso e scarsamente illuminato. Svoltarono un angolo, sempre seguendo le impronte che macchiavano la passatoia fintanto che queste non li condussero ad un uscio socchiuso.
Poirot lo spalancò del tutto ed entrò. Un’esclamazione acuta di orrore gli sfuggì dalle labbra.
Il locale era una camera da letto. Qualcuno aveva dormito nel letto e, sul tavolo, c’era un vassoio di cibo.
In mezzo al pavimento era disteso il corpo di un uomo, di altezza poco superiore alla media, che era stato aggredito con indescrivibile ferocia, selvaggiamente. Aveva una dozzina di ferite sulle braccia e sul petto: era stato picchiato a sangue alla testa e alla faccia tanto che queste apparivano tumefatte, irriconoscibili.
Schwartz proruppe in un’esclamazione semisoffocata e girò subito gli occhi come se avesse paura di sentirsi male.
Il dottor Lutz si lasciò sfuggire un mormorio inorridito in tedesco.
Schwartz disse con voce fievole: – Chi può essere? Qualcuno di voi lo conosce?
– Ho l’impressione – disse Poirot, – che qui lo conoscessero sotto il nome di Robert, un cameriere piuttosto inesperto...
Lutz si era avvicinato, e si era chinato sopra quel corpo. Indicò qualcosa con un dito.
C’era un foglio di carta puntato sul petto dell’uomo morto. Sopra vi apparivano poche parole scarabocchiate con l’inchiostro.
"Marrascaud non ucciderà più... né deruberà più i suoi amici!"
Schwartz balbettò: – Marrascaud? Dunque sarebbe Marrascaud, costui! Ma perché è finito in quest’ala disabitata? E perché dite che il suo nome e Robert?
Poirot rispose: – Era qui sotto le mentite spoglie di un cameriere... e, sotto ogni rapporto, era un pessimo cameriere. A tal punto, che nessuno è rimasto sorpreso quando lo hanno licenziato. È partito... per tornare ad Aldermatt, presumibilmente. "Però nessuno l’aveva visto andar via".
Lutz disse con la sua voce bassa e profonda: – E allora... cosa pensate che sia successo?
Poirot rispose: – Secondo me, ecco come si spiega l’espressione vagamente preoccupata che aveva il direttore. Marrascaud deve avergli offerto una lauta somma perché gli permettesse di restar qui nascosto, nella parte disabitata dell’albergo...
Poi aggiunse pensieroso: – Però il direttore non era soddisfatto. Oh, no, non era soddisfatto per niente!
– E Marrascaud ha continuato a vivere in quest’ala disabitata senza che nessuno lo sapesse? Soltanto il direttore era al corrente della sua presenza qui?
– A quanto pare! Sarebbe possibilissimo, sapete.
Il dottor Lutz disse: – E perché è stato ucciso? E chi l’ha ucciso?
Schwartz esclamò: – Questo è facile! Doveva dividere i soldi con la sua banda. Non l’ha fatto. Li ha ingannati. È venuto qui, in questo posto fuori dal mondo, per far perdere le sue tracce. Credeva che fosse l’ultima possibilità a cui avrebbero pensato E invece si sbagliava. In qualche modo, quelli l’hanno saputo e gli sono venuti dietro. – Toccò il cadavere con la punta della scarpa. – E poi hanno fatto i conti con lui... in questo modo.
Hercule Poirot mormorò: – Sì, non era affatto il tipo di appuntamento che credevamo.
Il dottor Lutz disse con voce irritabile: – Tutti questi "come" e "perché" potranno anche essere molto interessanti, però quello che mi preoccupa, adesso, è la nostra posizione. Qui abbiamo un cadavere. Io ho un ferito sulle braccia e una modesta scorta di medicamenti. E siamo tagliati fuori dal mondo! Per quanto tempo?
Schwartz aggiunse: – Non solo, ma abbiamo ANCHE tre assassini chiusi a chiave in un armadio a muro! Ecco quella che chiamerei una situazione davvero fuori dal normale!
Il dottor Lutz chiese: – E ora, cosa facciamo?
Poirot propose: – Primo, cerchiamo il direttore. Non è un delinquente, lui, soltanto un uomo avido di quattrini. Ed è anche un vigliacco. Farà tutto quello che gli diremo. Il mio buon amico Jacques e sua moglie vorranno procurarci, forse, una buona corda. I nostri tre mascalzoni dovranno essere condotti in un posto dove sia possibile tenerli sotto chiave senza rischi fino al giorno in cui arriveranno i soccorsi. Credo che la pistola del signor Schwartz potrebbe venirci molto utile nell’esecuzione del piano che sceglieremo.
Il dottor Lutz disse: – E io? Cosa faccio io?
– Voi, dottore, – rispose Poirot con aria grave, – farete tutto il possibile per il vostro paziente. Noialtri ci dedicheremo a una continua vigilanza... e aspetteremo. Non ci resta nient’altro da fare.
VI
Tre giorni dopo, finalmente, un gruppetto di uomini apparve davanti all’albergo alle prime luci dell’alba. E fu Hercule Poirot che andò ad aprire la porta dell’albergo accogliendoli con le dovute cerimonie.
– Benvenuto, "mon vieux".
Monsieur Lementeuil, commissario di polizia, afferrò Poirot per le mani. – Ah, amico mio, con quanta emozione vi saluto! Che avvenimenti straordinari... e che terribili momenti avete passato! E noi, là nella valle, la nostra ansia, i nostri timori... senza sapere niente... con la paura che qui poteva succedere qualsiasi tipo di delitto. Niente radio... nessun mezzo di comunicazione. Eliografare, quello è stato davvero un colpo di genio da parte vostra!
– No, no – disse Poirot, cercando di prendere un’aria modesta, – dopo tutto, quando le invenzioni dell’uomo non ci soccorrono più, bisogna tornare alla natura. C’è sempre il sole in cielo.
Il gruppetto entrò nell’albergo in fila indiana.
Lementeuil disse: – Non siamo aspettati?
Il suo sorriso era piuttosto forzato.
Anche Poirot sorrise e disse: – Ma, no! Tutti sono convinti che la funicolare non sia ancora stata riparata.
Lementeuil disse con una certa commozione nella voce: – Ah, è un gran giorno, questo. Non ci sono dubbi, vero, secondo voi? È proprio Marrascaud?
– È Marrascaud, certamente! Venite con me.
Salirono. Una porta si spalancò e ne uscì Schwartz in vestaglia. Sbarrò gli occhi, quando vide il gruppetto di uomini.
– Avevo sentito delle voci, – spiegò. – Chi sono?
Hercule Poirot esclamò in tono magniloquente: – I soccorsi! Sono arrivati! Venite con noi, ad accompagnarci, monsieur. È un grande momento, questo.
E si avviò su, per la rampa successiva di scale.
Schwartz disse: – State andando da Drouet? A proposito, come sta?
– Il dottor Lutz, ieri sera, ha riferito che stava migliorando.
Arrivarono alla porta della camera di Drouet.
Poirot la spalancò con un ampio gesto e annunciò: – "Ecco il vostro cinghiale, signori". Prendetelo vivo e cercate che non sfugga alla ghigliottina.
L’uomo che si trovava a letto, con la faccia ancora bendata, abbozzò il gesto di uscirne precipitosamente. Ma gli agenti lo afferrarono per le braccia prima che riuscisse a muoversi.
Schwartz gridò sbalordito: – Ma quello è Gustave, il cameriere... è l’ispettore Drouet.
– È Gustave, sì... MA NON È DROUET. Drouet era il PRIMO cameriere, quello che si chiamava Robert e che fu tenuto prigioniero nell’ala disabitata dell’albergo, quello che Marrascaud uccise la stessa notte in cui venne organizzato l’attacco contro di me.
VII
A colazione, Poirot cercò di spiegare con gentilezza l’accaduto allo sbalordito americano.
– Capirete che ci sono certe cose che si sanno – si sanno con sicurezza quando si fa una determinata professione. Per esempio, si sa qual è la differenza fra un detective e un assassino! Gustave non era un cameriere... l’ho sospettato subito... eppure, al tempo stesso, NON ERA UN POLIZIOTTO. Ho avuto a che fare con i poliziotti per tutta la vita e lo so. Potrebbe passare per un detective con una persona che non fosse del mestiere... ma non con uno che FA IL DETECTIVE ANCHE LUI! Così, mi sono insospettito subito. Quella sera non ho bevuto il caffè. L’ho buttato via. E sono stato saggio. Qualche ora più tardi è entrato un uomo nella mia camera – ed è entrato con la disinvoltura e la tranquillità di chi sa benissimo che la persona, di cui si accinge a perquisire la camera, è stata narcotizzata. Ha frugato fra la mia roba e ha trovato nel mio portafoglio la lettera... che ci avevo lasciato proprio perché gli capitasse nelle mani! La mattina dopo Gustave entra nella mia camera con il caffè. Mi saluta chiamandomi con il mio vero nome e recita la sua parte con la più grande disinvoltura del mondo. Però è ansioso... tremendamente ansioso... perché in un modo o nell’altro la polizia è riuscita a mettersi sulle sue tracce! Hanno saputo dove lui si trova: un disastro! Sconvolge tutti i suoi piani. Si trova bloccato qui come un topo in trappola.
Schwartz disse: – È stato maledettamente stupido a venirci, qui! Ma perché l’ha fatto?
Poirot rispose in tono grave: – Non così stupido come credete. Aveva bisogno, anzi la necessità impellente, di trovarsi in un posto isolato, fuori dal mondo, dove potersi incontrare con una determinata persona e dove potesse succedere una determinata cosa.
– Quale persona?
– Il dottor Lutz.
– Il dottor Lutz? È un criminale anche lui?
– Il dottor Lutz è realmente il dottor Lutz... ma non è uno specialista di malattie nervose, né tantomeno uno psicoanalista. È un chirurgo, amico mio, "un chirurgo specializzato in chirurgia estetica". Ecco perché doveva trovarsi qui con Marrascaud. Adesso è povero, perché è stato costretto a lasciare il suo paese. Gli hanno offerto un cospicuo onorario perché venisse qui a incontrarsi con un uomo a cui doveva cambiare l’aspetto esteriore con la sua abilità di chirurgo. Forse, può anche aver sospettato che quell’uomo fosse un criminale ma, se è stato così, ha preferito chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Rendetevi conto di questo: non hanno voluto rischiare di finire in una clinica in qualche paese straniero. No, qui, dove non viene nessuno, all’inizio della stagione, se non qualche raro cliente, dove il direttore è una persona che ha bisogno di denaro e che si presta a venir corrotto facilmente... ecco il posto ideale. Ma, come dicevo, le cose sono andate storte. Marrascaud è stato tradito. I tre uomini, le sue guardie del corpo, che dovevano raggiungerlo e difenderlo non erano ancora arrivate, eppure Marrascaud decise di entrare in azione subito. Il funzionario di polizia che si fa passare per cameriere viene rapito e Marrascaud "prende il suo posto". La banda fa in modo che la funicolare venga bloccata da un incidente. È una questione DI TEMPO. La sera successiva Drouet viene assassinato e un foglio di carta puntato sul suo cadavere. Si sperava di poter seppellire il corpo di Drouet facendolo passare per quello di Marrascaud, prima che si ristabiliscano le comunicazioni. Il dottor Lutz esegue il suo intervento chirurgico senza metter tempo in mezzo. Ma c’è una persona che bisogna ridurre al silenzio: Hercule Poirot. Così la banda viene mandata ad attaccarmi. Grazie a voi, amico mio...
Hercule Poirot abbozzò un garbato inchino in direzione di Schwartz il quale disse: – Dunque voi siete realmente Hercule Poirot?
– Infatti.
– E non siete mai stato ingannato da quel cadavere, neppure per un minuto?
– Certo.
– Perché non lo avete detto?
La faccia di Hercule Poirot prese improvvisamente un’espressione severa.
– Perché volevo essere ben sicuro di consegnare alla polizia il vero Marrascaud.
E sottovoce mormorò: – CATTURARE VIVO IL CINGHIALE D’ERIMANTO...
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