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Stories / Poems

Stories by alan dean foster

lui

italian

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Lui sorse dall'abisso e dagli eoni, e non ne faceva parte. Molto, molto tempo prima, la Sua stirpe era passata dal mondo, ed era meglio così per il mondo, perché Loro erano le creature più terribili che mai avesse prodotto la Natura. Ma Lui sopravviveva, ultimo della Sua stirpe, reliquia del tempo in cui Loro avevano dominato il mondo. Era vecchio, adesso, tremendamente vecchio, ma sulla Sua stirpe la vecchiaia non influiva molto. Era rimasto solo a infestare il regno delle tenebre e delle immani pressioni, ma ora qualcosa Lo spingeva inesorabilmente a risalire, qualcosa celato all'interno del superbo motore, che era Lui stesso, Lo sospingeva verso la luce, qualcosa che né Lui né alcun altro poteva capire. Due uomini morirono.
La pioggia aveva finito di cadere e il sole brillava, quando Poplar arrivò alla Stazione. L'edificio era anonimo e semplice come la targa incassata nell'intonaco bianco.
STATI UNITI.
MINISTERO DEGLI INTERNI.
STAZIONE DI RICERCA OCEANOGRAFICA.
SAMOA AMERICANE.
Passò attraverso tutta una serie di porte e di posti di controllo, fermandosi di tanto in tanto a scambiare due parole con amici e collaboratori. Il che costituiva per lui un obbligo, oltre che un piacere, essendo il direttore della stazione. La porta che dava nei suoi uffici era socchiusa. Poplar aveva perso ormai da tempo l'abitudine di soffermarsi a rimirare le lettere dorate sul vetro smerigliato:
DR. WOODRUTH L. POPLAR.
DIRETTORE.
Si fermò invece davanti alla scrivania di Elaine. Era stata assunta qualche mese prima, e, dopo cinque anni di monotona routine, la reazione di Poplar era stata contraddittoria. Era rimasto disorientato e lo era ancora. Elaine fece ruotare il sedile e voltò le spalle alla pila di libri per guardarlo.
Elaine Shai era sui venticinque anni. I suoi lineamenti fini e delicati le avrebbero conservato un aspetto infantile anche oltre i quaranta o i cinquant'anni. Lunghi capelli ramati le scendevano lisci intorno al viso, incorniciando gli occhi azzurri, la minuscola bocca, il mento rotondo. Il corpo scattante e magnifico, in netto contrasto con la faccia, era racchiuso in un paio di jeans di cotone stampato e in una camicetta bianca che quasi non le arrivava in vita. Portava, infilato dietro l'orecchio, un gelsomino rosso che era stato appena colto.
Valeva veramente la pena di guardarla.
L'illusione che fosse un elfo svaniva appena lei apriva bocca. Parlava con un accento di Brooklyn molto marcato, che aveva lasciato molto sconcertato Poplar solo quella prima volta, quando era andato a prenderla all'aeroporto. D'allora in poi, però, anche se avesse parlato in cinese, non gli sarebbe importato. Ma la cosa continuava a sconcertarlo.
- Cosa state guardando, Tree?
- Avete adoperato un nuovo shampoo? Vi fioriscono i capelli. Lei rise, dando una toccatina al fiore. - Bello, vero? L'ho fatto passare nel vostro ufficio, perché ero stufa di vederlo fissare di continuo la porta. Strano tipo, quel vecchio. Non ha mollato un attimo il suo fagotto. Ma voi sapete meglio di me come sono questi Matai delle piccole isole, dottore. Musoni.
- Fieri, vorrete dire.
Secondo una sua disgustosa abitudine, Elaine gli gonfiò sotto il naso un palloncino con la gomma che stava masticando. Poplar aprì la porta del suo ufficio. Come sempre, riservò la prima occhiata al magnifico panorama del porto, inquadrato dalla finestra di fondo. Aveva sempre paura che un giorno o l'altro, entrando, gli si presentasse il panorama di New York come lo si vedeva dalla sua finestra all'università di Columbia. Rassicurato, si voltò a salutare l'uomo seduto davanti alla sua scrivania.
- Talofa - disse porgendogli la mano, mentre con l'altra faceva rapidamente scorrere le lettere e i fogli che ingombravano la scrivania.
- Salve, dottor Poplar. Mi chiamo Ha'apu. - La stretta di mano del vecchio era forte e salda. Quando Poplar si mise a sedere, l'altro lo imitò. Il direttore fissò l'uomo di fronte a lui. Non era poi così vecchio come poteva sembrare a prima vista. Quella faccia che pareva uscita da un quadro di Gauguin, segnata dal tempo e bruciata dal sole, poteva avere tanto quaranta che settanta primavere. Le poche rughe che la segnavano erano simili alle sculture ornamentali di una bella casa, poste strategicamente qua e là, per sottolinearne il carattere, per accontentare gli occhi. I capelli tagliati corti erano spruzzati di bianco. Il Matai aveva una corporatura tozza e robusta. Fasci di muscoli sodi si tendevano quando muoveva le braccia. Era alto uno e settantacinque, come Poplar.
- Sono venuto da lontano per vedervi, dottor Poplar.
- Lo immagino, e tutto da solo, anche, se quello che mi hanno detto è vero. Ne sono lusingato. - Passò al suo miglior stile paternalistico - direttoriale, che era piuttosto penoso: - Come vanno le cose a Tafahi?
Il vecchio capo scosse lentamente la testa. - Non bene, da quando Lui è venuto.
- Mi dispiace molto - disse Poplar, in tono comprensivo, augurandosi che la sua fosse una convincente dimostrazione di sincerità. Dentro di sé se ne infischiava di come andavano le cose a Tafahi. - Ma chi è questo "Lui"?
- Ho sentito alla televisione che siete un Dottore del Mare. È vero?
Poplar sfoderò un sorriso condiscendente. - Non posso curare le tempeste o far migliorare la pesca, se è questo che volete dire. - I documentari educativi della televisione avevano fatto miracoli, arrivando fin nelle più remote isole della Polinesia e della Melanesia, e istruendo così tutti gli indigeni del Pacifico. Stavolta fu Ha'apu a sorridere. - Sotto questo aspetto mi permetto di pensare che siamo più esperti noi di voi. - Tornò serio. - Con Dottore del Mare intendo dire che la vostra professione, la vostra stessa vita è studiare la natura dell'oceano e delle creature che lo abitano e perché Tangaroa fa quello che fa.
- È una definizione più che esatta - disse il direttore. Pensò che lo stesso dio del mare l'avrebbe approvata, e la sua stima per l'intelligenza del vecchio salì di parecchi punti.
- Lo credo anch'io - disse soddisfatto Ha'apu. - Volevo solo essere sicuro di avere capito. La mia mente impiega più tempo di una volta a pensare le cose. Quello che vi ho portato a vedere - e indicò il fagottello che teneva in grembo - può essere capito e creduto solo da una persona come voi.
- Certo, certo - disse Poplar, dando un'occhiata furtiva all'orologio. Non vedeva l'ora che il vecchio capo arrivasse al nocciolo, così poi lui avrebbe potuto discutere, rifiutare educatamente e suggerirgli con le debite maniere di rivolgersi al normale mercato per turisti, giù in città vicino al mare. Dopo di che avrebbe potuto mettersi al lavoro. Certamente gli avrebbe detto che aveva trovato quella nuova e bellissima conchiglia e che… Ma non voleva essere scortese facendogli fretta. I Matai erano permalosi, e lui non era certo famoso per i suoi modi diplomatici. Ha'apu stava armeggiando intorno al fagotto di tela, strettamente legato con una cordicella.
- Ma prima dovete promettermi che sarete molto prudente quando ne parlerete, perché non vogliamo un'invasione di curiosi.
Poplar pensò al rombante jet di linea che era passato poco prima sulle loro teste, pieno zeppo di turisti avidi di curiosare e di ficcare il naso dappertutto, e approvò l'atteggiamento del Matai: dopo tutto non era uno sprovveduto.
- Ve lo prometto, Matai. Ha'apu continuò a disfare i nodi. - Conoscete Niuhi?
- Certamente. - Guardò il mucchietto di tela e spago con rinnovato interesse. Una buona scultura di Niuhi sarebbe stata qualcosa di diverso. Almeno non era una delle solite "tiki" o canoe.
- E allora conoscerete questo - disse solennemente Ha'apu e tirò fuori un oggetto di forma irregolare che depose con precauzione sulla scrivania avanti al direttore. Poplar lo fissò a lungo prima di riconoscerlo per quello che era. E quando capì, gli ci volle un altro minuto per convincersene. Allungò lentamente la mano a prendere l'oggetto. Un rapido esame, qualche colpetto con le nocche lo persuasero che era autentico e on un'abile imitazione. E poi on era il genere di cosa che si potesse imitare facilmente. E poi ancora, anche l'ultimo degli isolani avrebbe saputo che Lui non si sarebbe lasciato ingannare. Lo sollevò per guardarlo meglio. - Per tutti gli dèi e i pesciolini - mormorò sbalordito.
Non era una scultura.
Era un dente, per quanto credibile potesse sembrare, di forma perfettamente triangolare.
Poplar prese un righello dal assetto e lo misurò: oltre diciotto centimetri di lunghezza, quasi quattordici di larghezza alla base e più di cinque di spessore. La base era leggermente curva, nel punto in cui il dente s'incastrava nella mascella. I lati, taglientissimi, erano seghettati. Lo fissò molto, molto tempo, facendo scorrere leggermente il dito lungo i margini affilati come rasoi. Per maggior sicurezza lo esaminò con una lente d'ingrandimento. Niente da eccepire: era proprio autentico.
- Dove l'avete preso, Ha'apu? E ce ne sono altri? - chiese piano.
- Questo è stato tirato fuori dal legno di un pao - pao - disse il Matai, con un lieve sorriso. - Ce n'è un altro.
Poplar impiegò mezzo minuto a collegare queste parole con quanto il capo gli aveva detto prima e a intuirne i sottintesi.
- Insomma, Ha'apu - disse, appoggiandosi allo schienale della sedia - vorreste cercare di convincermi che questo dente viene dalla bocca di un Grande Squalo Bianco vivente?
Scegliendo con cura le parole, il capo rispose: - Il dottore è molto sicuro di sé. Circa tre settimane fa due giovani del mio villaggio sono andati a pescare in una zona in cui andiamo molto di rado, piuttosto lontana da Tafahi. La pesca è migliore in altri posti, anche più vicini a casa, ma loro erano due giovani avventurosi. Non hanno fatto ritorno, neanche dopo che era calata la notte.
"Tutti gli uomini del villaggio, me compreso, sono allora partiti alla loro ricerca. Non eravamo ancora preoccupati, perché sapevamo dov'erano andati. Forse la loro imbarcazione era rimasta danneggiata o si erano fatti male tutti e due. Non c'era luna, quella notte. Per vedere lontano, sull'oceano, occorrevano le torce e le pile elettriche. Non li abbiamo più trovati.
"Quella che abbiamo trovato galleggiante vicino a una piccola scogliera e ancora ancorata al corallo è stata la metà posteriore del loro pao - pao. Era stato spezzato in due, dottor Poplar. Quel dente che adesso tenete in mano era conficcato nella fiancata del relitto. La televisione dice che in molte isole sopravvivono ancora le antiche credenze. Io sono l'uomo più istruito del mio villaggio, e sono orgoglioso della mia cultura. Ma questo mi ha spaventato. Viviamo da troppo tempo con il mare per avere dei dubbi sulla sua provenienza. Ci siamo perciò allontanati remando a una velocità che ci avrebbe fatto vincere le Olimpiadi.
"Il giorno dopo c'era molta calma a Tafahi. La pesca, la nostra occupazione quotidiana, era diventata improvvisamente impopolare. Avevo fatto notare che forse avremmo potuto trovare i corpi o… parte di essi, ma nessuno ha voluto tornare a quella scogliera. Ci andai da solo. È un piccolo atollo, piccolissimo, tanto che non compare se non sulle mappe più dettagliate. Così almeno credo. Era il posto dov'erano andati a pescare i due giovani. Credo che verso nord - est il fondale scenda molto in fretta.
Poplar annuì. - L'estremità nord della fossa delle Kermadec - Tonga arriva fin lì. In qualche punto il fondo marino scende a perpendicolo fino a una profondità di, vediamo, seimila… seimilacinquecento metri e anche più.
- Proprio così, dottore. Il sole non si vede più là in fondo. Ed è lì che Lui vive. Ancorai il mio pao - pao a ridosso della piccola scogliera, al riparo dai marosi che si rompevano sul lato opposto. Nello stesso punto dove i due giovani avevano gettato l'àncora. Nuotare non era difficile, malgrado una leggera corrente.
- Se pensavate di poter incontrare il Grande Squalo Bianco che si aggirava da quelle parti, perché ci siete andato? - chiese Poplar.
Il capo si strinse nelle spalle.
- Nella mia famiglia siamo stati capi e tuffatori per tante generazioni che la mia genealogia vi annoierebbe, dottore. Io conosco Niuhi e lo rispetto. Andavo cauto. Comunque, qualcuno doveva pur farlo. Non fui costretto a nuotare né troppo a lungo né troppo in profondità. Avevo solo maschera e pinne, e non usavo zavorra. Rispetto anche l'età, la mia compresa.
"Mangiare quel poco che avevo portato con me non mi prese, molto tempo. Il pomeriggio era lungo, il sole piacevole. Mi tuffai di nuovo. Avevo ormai rinunciato alle ricerche e stavo tornando, verso la barca, quando mi accorsi di una macchia nera sull'acqua, alla mia sinistra. Andava alla mia stessa velocità. L'acqua era limpida, perciò doveva essere molto lontano se non lo distinguevo bene. Mi seguì sempre alla stessa distanza finché non raggiunsi la barca. Malgrado la lontananza, sapevo che era Lui.
- Possibile? Era davvero…
Poplar lasciò in sospeso la domanda.
Ha'apu scosse la testa. - I miei occhi sono ancora giovani. Era Lui. Non potevo essere sicuro che Lui stesse fissando proprio me. Anzi ne dubitavo. Mantenni la stessa velocità. Un improvviso cambio nella bracciata avrebbe potuto attirare la Sua attenzione. Ma fui felice quando riuscii a issarmi nella barca e respirai liberamente.
"Aspettai a lungo, sempre attento, non osando lasciare il piccolo riparo della scogliera. Una volta sola, quando ero ormai lontano, mi sembrò di vedere una pinna fendere la superficie. Se era una pinna, era più alta di un uomo, dottore. Ma poteva anche non essere una pinna. Era molto lontana e il sole stava tramontando.
"Confesso sinceramente di avere provato una paura, come poche volte in vita mia. Trovarmi solo sul mare con Lui era già abbastanza tremendo. Ma l'idea di essere raggiunto da Lui nel buio avrebbe fatto gelare il sangue a un dio. Allora seppi che la leggenda era vera.
- Quale leggenda? - chiese Poplar.
- Chiunque vede Lui cambia per sempre, dottore. La sua anima diventa diversa perché Lui gliene porta via una piccola parte. Il resto rimane alterato per sempre.
- Alterato in che modo? - chiese Poplar. Pensava fosse meglio dare un po' di corda al vecchio, anche se a lui interessava il dente, non il folklore locale.
- Dipende dall'individuo - rispose il vecchio Matai, pensoso. - Per me, il mare non sarà mai più il grande amico della mia gioventù. Cavalco le sue onde e guardo nei suoi abissi con esitazione, ormai, perché Lui può venire a prendermi in qualsiasi giorno, in qualsiasi ora. La mia gente è persino rimasta sorpresa nel rivedermi. Nessuno si aspettava che tornassi.
Poplar ci pensò su un momento. - È una storia difficile da mandare giù. Direi quasi incredibile.
- Strano che siate proprio voi a dirlo, dottore del mare - sorrise Ha'apu - ma non vi biasimo. Venite con me, con una buona barca e l'attrezzatura da sub, e io vi mostrerò quello che resta del pao - pao dei nostri due giovani. E poi vi porterò nel punto dove ho visto Lui, se ne avrete il coraggio. Lui può essere già tornato negli abissi. Deve venire su molto di rado, altrimenti L'avrebbero visto prima. Ha senz'altro avuto una ragione per farlo.
Il plurilaureato dottor Poplar prese in seria considerazione la proposta. La leggenda era tutta una balla, naturalmente, ma il dente… Cercò d'immaginarsi il proprietario, e un brivido gli corse lungo la spina dorsale. La storia del cambiamento dell'anima era ridicola! … paura di un pesce!
- Questo dente potrebbe essere molto, molto vecchio, sapete. Ne sono già stati trovati altri ed erano come nuovi. Sebbene - dovette inghiottire e si maledì per questo - mai di tali dimensioni. A detta degli esperti queste creature si sono estinte in tempi assai lontani.
- Creature? Lui è unico - disse con fermezza Ha'apu.
- E poi potreste avere simulato i danni alla barca - insisté Poplar.
- A che scopo?
- Non lo so! - Era irritato, perché si sentiva in preda a un terrore irrazionale. Dio santissimo, quel bestione probabilmente non esisteva e, se anche fosse esistito, per un incredibile caso, non era che un qualsiasi pesce! - Ma forse - continuò - l'avete fatto per attirare quei turisti che dite di disprezzare oppure per avere l'occasione di provare gratis una muta da sub. O, più semplicemente, per attirare l'attenzione su voi stesso… chissà! Ma io non posso correre questo rischio. - Tornò a guardare il dente.
- Proprio non posso, accidenti a voi, Io sapete… Dove abitate, qui a Tutuila?
- Presso amici.
- E va bene. Abbiamo un palo di cabinati, qui alla stazione. In questo momento nessuno li adopera. Sono attraccati all'estremità del Molo Tre. Quello che prenderemo è il "Vatai", non potete sbagliare. L'altro, l'"Aku - Aku", è più grosso e ha una passerella volante. Troviamoci, diciamo, domattina alle dieci al molo. Se arrivate prima, assicurate la vostra barca alla poppa.
Fingendo indifferenza, smise di girarsi il dente tra le mani, ma dentro di sé tremava per la tensione.
- Posso tenerlo? - Sapeva quello che chiedeva, ma lo sapeva anche il capo?
- Ce n'è un altro incastrato nel pao - pao. Sì, questo potete tenerlo, per i vostri figli, per ricordargli di quando eravate giovane.
- Non ho figli. Non sono sposato, Ha'apu.
- Peccato. L'altro dente deve restare presso di noi. Non sarà… disse, in risposta alla domanda inespressa - … mai messo in vendita.
Poplar vedeva già il suo nome scritto a lettere cubitali sulle copertine di tutte le riviste scientifiche del mondo e, sotto, la sua foto con in mano il più grande dente di Carcharodon megalodon mai trovato. Forse, avrebbe potuto far aggiungere anche una foto di Ha'apu. Si chinò sulla scrivania e cominciò a scartabellare tra le carte.
- Arrivederci a domani, allora, Matai Ha'apu.
- Tofa, dottore del mare Poplar. - Il capo raccolse il suo fagotto e uscì silenziosamente.
Poplar si mise a fare l'elenco di quello che gli sarebbe servito, oltre alla normale attrezzatura di bordo del "Vatai". Pensava di restare assente una settimana, se non due. Così si sarebbe almeno liberato per un po' dell'ufficio.
Entrò Elaine che andò a sedersi sulla scrivania. Questo pose fine a qualsiasi tentativo di lavoro. Quando poi lei si accorse del dente, per poco non inghiottì la gomma da masticare.
- Santiddio, che roba è?
- Ditemelo voi, che siete laureanda in biologia marina - rispose lui, e glielo porse.
Elaine lo esaminò attentamente, e gli occhi birichini le si spalancarono. - È uno scherzo. Sembra il dente di un Grande Squalo Bianco. Ma è assurdo.
- Lo era anche il celacanto, quando ricomparve nel 1938 - ribatté calmo Poplar.
- Ma non può essere un carcarodonte! - protestò lei.
- È tre volte troppo grande.
- Per un Carcharodon carcharias sì, ma non per un Carcharodon megalodon.
Si mise a frugare fra i libri ammucchiati nell'angolo tra scrivania, sedia e muro. Quando assumevano le parti lui d'insegnante, lei di studentessa, Poplar si sentiva a suo agio con Elaine.
- Volete alludere all'antenato del Grande Squalo Bianco? - chiese lei. - Be', potrebbe anche darsi. - Diede un'altra occhiata a quella specie di arma micidiale che stringeva in mano. - Mi ricordo che ne è stato trovato uno in Georgia, grande la metà di questo. E pochi anni fa ne è venuto alla luce uno sui quindici centimetri. Rapportandolo ai dati relativi al Grande Squalo Bianco dei nostri tempi, il carcharias, questo dente dovrebbe appartenere a uno squalo lungo trenta metri. Un po' difficile da credere.
- È difficile anche credere che uno squalo attacchi un'imbarcazione. Però ci sono state decine di incidenti di questo tipo, tutti autentici, dovuti a squali. Erano per lo più Grandi Bianchi, che hanno assalito piccole barche, sia ai tropici sia nelle nostre acque territoriali. La Morte Bianca, la chiamano. Lo spunto per una vera storia alla Moby Dick, solo dieci volte peggio. Per non parlare delle millenarie leggende sui serpenti di mare.
- Credete che uno di questi bestioni sia sopravvissuto fino ai nostri giorni?
Poplar stava sfogliando un ponderoso volume. - È quello che pensa il capo, solo che per lui è un dio, non uno squalo. Il Grande Bianco preferisce i mammiferi marini ai pesci. Probabilmente i suoi giganteschi antenati si cibavano delle prime, lente balene. Poi le balene assunsero una forma più aerodinamica, e allora arrivò l'uomo a fare strage delle più lente. D'altra parte, il mare non avrebbe potuto mantenerne troppi, di questi mostri. Un'orca assassina per colazione non è gran che per un megalodonte!
- Un mangiatore di uomini grande come una balena azzurra! - Elaine scosse la bella testa. - Un vero incubo per i sub!
- Il Matai che mi ha portato questo dente ha detto che ce n'è un altro, e che forse ce ne sono ancora.
- Basta così… credete che potrebbe essere un buon argomento per la mia tesi?
- Be' - sorrise lui - il capo ha detto anche che secondo la leggenda chiunque. Lo vede cambia e non torna mai più come prima. Non ci resta che andare sul posto e cercare di scoprirlo di persona.
- Che bello!
- Partiremo domani mattina con il "Vatai", verso le dieci. E adesso, andate a preparare i bagagli. - Lei era già arrivata alla porta. I motivi del suo entusiasmo, però, erano diversi da quelli che pensava Poplar.
I turisti si sbracciavano a salutarli dall'Hotel Balcony, che era stato costruito nel punto in cui la magnifica baia di Pago Pago sfocia nel mare aperto. Elaine fece scivolare giù dalla spalla il suo lava lava e salutò in risposta, con civetteria. Poplar, al timone, la guardò con aria di disapprovazione.
- Proprio perché da quarant'anni le indigene nude non sono più di moda, non c'è alcun motivo che siate costretta a rinverdire la tradizione, a tutto beneficio di quei grassi venditori d'auto usate di Des Moines.
- Uffa! Dato quello che gli fanno pagare per stare in quel canile di calcestruzzo, i poveretti avranno pur diritto a qualche divertimento!
- Con gli omaggi della Brooklyn bassa - mormorò Poplar, ridendo amaro. Girò noi con forza la ruota del timone e si mise in rotta per sud - sud - ovest. I due motori diesel ronzavano all'unisono sotto il ponte.
Il monte Rainmaker, avvolto in un manto di nubi dorate, li guardava dall'alto dei suoi cinquecentotrenta metri anche dopo che Tutuila era scomparsa alla vista. Il viaggio si svolse senza inconvenienti, a parte il fatto che Elaine insisteva nel dormire completamente nuda e aveva l'infantile abitudine di scalciare via le lenzuola. Poplar pensava regolarmente di alzarsi e di rimettergliele a Dosto, ma ogni volta esitava. Il gesto poteva essere interpretato male.
Ha'apu era palesemente compiaciuto per la situazione, e non c'era niente che Poplar potesse fare per ovviarvi. Be', se lei voleva esibirsi, lui avrebbe fatto finta di niente. Era evidente che Elaine cercava di attirare la sua attenzione, ma lui non gliela voleva dare per vinta. Così, fino a quando non si addormentò, rimase a fissare la nuda parete della cabina che lo separava dal mare. E anche l'altra parete rimase parimenti intatta. Come la maggioranza delle piccole e poco elevate isole del Pacifico, Tafahi era invisibile fino a che non le si arrivava quasi a ridosso, e allora spuntava come un turacciolo sulla superficie dell'oceano. La sabbia bianca della spiaggia splendeva al sole del tramonto, così come l'aveva creata la natura, senza alcun apporto della civiltà… lattine di birra, sandali rotti, cartine di caramelle, contenitori di plastica, sacchetti di carta vuoti…
Il varco nella scogliera per entrare nella piccola laguna era ampio e sgombro, e Poplar non ebbe problemi nel portare il "Vatai" nelle acque interne. Ha'apu saltò a bordo del suo pao - pao, la piccola vela strettamente arrotolata, e remò fino alla spiaggia. Poplar ed Elaine lo seguirono nel canotto a motore del "Vatai".
- Non siamo venuti qui solo a cercare denti, Elaine - disse lui. Lei lo guardò, in attesa del resto. - Ha'apu pensa… so che sembra assurdo… che il mostro stia ancora nuotando qui attorno, da qualche parte a est di qui. A quanto pare, si è portato via due pescatori insieme alla metà davanti della loro barca. Con tutta probabilità si tratta di un abile trucco, escogitato dalla gente del villaggio per motivi che ancora non so… commerciali, forse.
- Capisco - rispose lei. - State attento a non investire qualche barca locale mentre attraccate.
A giudicare dalla nessuna sorpresa dimostrata, si sarebbe pensato che Elaine fosse diretta a una festicciola o a una nuotata nella laguna.
I rapporti con gli isolani furono cordialissimi fin dal primo momento. Poplar aveva cozzato con il canotto contro un pao - pao in secca e tutti e due si erano rovesciati nell'acqua bassa. Da bravi uomini di mare, gli indigeni riservarono a Poplar la stessa simpatia che avrebbero riservato a un idiota.
Quando Ha'apu poté finalmente separarsi dai suoi familiari più prossimi e Poplar ed Elaine si furono asciugati, il Matai fece loro cenno di avviarsi verso l'interno.
- I resti del pao - pao sono davanti alla mia capanna, dottore. Tafahi era ben lungi dall'essere una delle isole maggiori, ma era abbastanza estesa da mantenere una popolazione discretamente numerosa. Un'antenna televisiva a modulazione di frequenza svettava come uno spaventapasseri al di sopra delle palme da cocco più alte. Usciva da una capanna più grande delle altre che serviva da scuola, chiesa e municipio insieme.
Se i danni al pao - pao erano stati fatti di proposito, doveva trattarsi dell'opera di un esperto. Poplar s'inginocchiò a lato del relitto e passò le mani sui bordi seghettati dello spacco. Profonde incisioni triangolari, ognuna più larga del suo pugno, spiccavano nette lungo tutta la parte irregolarmente squarciata. Sembrava che lo scafo fosse stato veramente addentato, oppure, se i segni erano stati fatti ad arte per indicare un attacco proveniente dalla sinistra…
- Il primo dente era conficcato qui. - Ha'apu s'inginocchiò accanto a Poplar per indicargli un bel buco; sulla chiglia. - E l'altro qui… - Indicò il punto, e Poplar vide l'altro dente grande quanto quello rimasto nel sub ufficio, ancora incastrato nel legno del pao - pao.
- Li ha perduti Lui, come succede a Nihui e ai suoi cugini quando attaccano oggetti solidi - spiegò Ha'apu.
- Sì, sì - convenne Poplar, assorto nell'esame. - E se ne portano sempre appresso qualcuno di riserva. Non credo che l'antenato faccia eccezione. - Socchiuse gli occhi al sole calante. Era cominciato lo sfoggio di luci del tramonto, spettacolo quotidiano nei Mari del Sud. - Si sta facendo tardi. Non ho nessuna fretta di andare stasera stessa alla scogliera. Ci vogliono due ore per arrivarci, avete detto?
Ha'apu annuì. - Con la vostra barca, sì.
Poplar rimase un po' sorpreso. Si era aspettato che il Matai, alla sua domanda, trovasse qualche scusa, o rispondesse evasivamente. Si alzò, ripulì i calzoni dalla sabbia e disse: - Allora, se ci trovate una sistemazione, passeremo la notte qui. Siamo stanchi di dormire a bordo. Riposeremo meglio a terra.
- Sono d'accordo - disse Elaine, a voce più alta del necessario.
Il Matai annuì. - Certo, vi prepareremo una capanna.
- Con "due" materassi - aggiunse Poplar.
- Perché dovremmo fare altrimenti, dottor Poplar? - disse Ha'apu. Se il vecchio capo faceva del sarcasmo, lo nascondeva molto bene. Ma si allontanò scuotendo leggermente la testa e borbottando tra sé in samoano.
Non fu colpa dell'ambiente estraneo né del terreno duro sotto la stuoia intrecciata se quella notte Poplar dormì male. In molte altre situazioni analoghe aveva sempre dormito profondamente. Quando, verso mezzanotte, fu svegliato da un improvviso scossone, trattenne il respiro per la paura. I suoi sogni erano stati popolati di strane sagome affusolate, con grandi bocche che parevano voragini nere. Ma era solo Elaine che l'aveva urtato. Si era girata nel sonno e gli era finita addosso. Non la respinse, per pura cortesia, ma la vicinanza di lei gli rese molto difficile riprendere il sonno interrotto.
La cosa non gli piacque e, quando si svegliò definitivamente, il mattino dopo, era coperto di sudore.
- Questo non è forse il posto esatto, però ci siamo vicino - disse Ha'apu. - Lo riconosco dagli alberi.
Giacché la minuscola "isola" poteva a malapena reggere cinque o sei palme, di cui solo un paio di misura normale, Poplar fu sicuro che il vecchio capo aveva trovato il posto.
Si erano ancorati sottovento all'atollo, tanto piccolo che potevano vedere i marosi infrangersi sui coralli dalla parte del mare. Poplar non perdeva d'occhio il vecchio capo, mentre aiutava Elaine a indossare la muta subacquea, ma Ha'apu non dava ancora segno di volerlo trattenere dal tuffarsi. Poplar pensò che, se era uno scherzo, andava troppo per le lunghe. Le bombole che avevano portato erano ultimo modello e avevano aria per più di un'ora. Elaine controllò il regolatore di Poplar, e lui controllò quello di lei. Presero ciascuno uno stocco anti - squalo, ma poi Poplar passò il proprio a Elaine per avere le mani libere per la macchina fotografica. Era lei che si sarebbe occupata di qualunque cosa li avesse infastiditi.
A poppa del "Vatai" c'era una piattaforma d'immersione a pelo d'acqua, da cui Elaine si gettò in mare con un tuffo. Lui la seguì con maggior cautela, tenendo stretta la preziosa macchina.
Ambedue indossavano solo la parte superiore della muta termica. L'acqua dell'oceano contro le gambe nude dava una piacevole sensazione di frescura. Erano le correnti più fredde che risalivano dalle profondità della fossa oceanica, segno evidente che lì la termoclina arrivava fin quasi in superficie e che, di conseguenza, gli abitanti degli abissi avrebbero potuto risalire anch'essi. Ad ogni modo, era piacevole e rinfrescante dopo il viaggio.
Pensoso, Ha'apu li guardò immergersi.
L'acqua all'interno della laguna era limpida come cristallo, ma anche all'esterno la visibilità era ottima in tutte le direzioni. Il mondo sottomarino aveva per Poplar lo stesso fascino che alla sua prima immersione, anni prima. Era scomparso in gran parte il sen so di mistero, ma le meraviglie erano rimaste intatte. Nei primi minuti, mentre nuotavano paralleli alla scogliera, Poplar - non poté fare a meno di guardarsi ansiosamente alle spalle e in ogni altra direzione. Ma, dopo cinque minuti, rinunciò.
Solo una cernia di modeste dimensioni gli tagliò la strada, e a quel momento il pungolo anti - squalo gli pendeva ormai mollemente dalla cintura. Si fermarono sovente a scattare foto. Anche se si trattava di una gita di piacere, sarebbe stato bene riportare alla stazione qualcosa che giustificasse il denaro e il tempo impiegati. Tornarono sul "Vatai" con dieci minuti di anticipo. Poplar aveva fame ed era un po' deluso. La piccola scogliera si era rivelata eccezionale solo nella sua mediocrità. Ne aveva viste a centinaia di uguali nel corso dei suoi viaggi nel Pacifico e nei Caraibi, e non si sentiva di restare lì ancora cinque o sei giorni.
C'era poco da dire. Lo stavano prendendo in giro. Se Ha'apu voleva servirsi dei due denti per ottenere un esame gratuito della zona di pesca (probabilmente sfruttata ormai da troppi anni dall'intero villaggio), il piano aveva funzionato a meraviglia. Poplar ci era cascato in pieno.
- Avete visto qualcosa? - chiese cortesemente Ha'apu, aiutando Elaine a sfilarsi le bombole.
- Ho preso un paio di buone foto di una murena piuttosto grossa. A parte ciò, Ha'apu, c'è molta più vita nel mare allargo dei porti di Pago Pago e di Apia.
- Li ha spaventati tutti Lui - commentò il capo, con aria di chi la sa lunga.
Forse avrete migliore fortuna la prossima volta.
- Certo - disse Poplar seccamente, versandosi un bicchiere di tè.
Dopo tre giorni le già scarse attrazioni della più che normalissima scogliera corallina avevano finito con l'annoiare Poplar. Perfino il piacere di nuotare in un'acqua così limpida e luminosa gli riusciva noioso come un lavoro di routine. Elaine, invece, sembrava godersela, tanto che ancora in ogni crepaccio c'era qualche nuova forma di vita che la deliziava. Quanto a lui, ne aveva a sazietà di vedere pesci angelo, coralli - cervello, molluschi giganti, pesci trombetta, e così via, all'infinito. Non c'era niente che non avrebbe potuto vedere, con molta minore fatica, nei fondali cintati della stazione oceanografica. Infatti, a eccezione di un pacifico incontro con un pesce - pietra velenoso, quei tre giorni erano stati eccitanti quanto un tuffo in una piscina d'albergo a Pago Pago.
- Probabilmente Lui si farà vedere questo pomeriggio - disse Ha'apu.
- D'accordo, d'accordo - disse Poplar, irritato. Era arrivato il momento di dire il fatto suo al vecchio capo, di cercare di scoprire quale fosse il suo vero scopo, e poi di tornarsene a casa. Nel corso di tre lunghe immersioni aveva avvistato esattamente tre squali: due piccole verdesche e un "pinna bianca"… un esemplare lungo due metri, che se l'era filata verso l'alto mare prima che lui avesse fatto in tempo a mettere a fuoco l'obiettivo. Tre pesci come tanti altri. Aveva perciò deciso di tornarsene a casa l'indomani. È vero, aveva promesso al Matai di rimanere per una settimana, ma più lunga era la sosta, più lavoro da sbrigare al suo ritorno si sarebbe accumulato in ufficio e, anche se si era ormai adattato al ritmo di vita samoano e non era più vittima delle scartoffie come negli Stati Uniti, le vecchie abitudini sono dure a morire. Infine, come direttore aveva sempre certe responsabilità.
Stava andando alla deriva rasente il fondo, a circa mezzo miglio dalla barca. Aveva inquadrato nell'obbiettivo un bellissimo verme di mare, nero e giallo, con il corpo simile a un fiore completamente aperto. Era la prima creatura davvero fuori del comune che avesse visto dopo il loro arrivo. Una foto perfetta… L'esposimetro scattò a metà per un improvviso calo di luce.
Maledizione, e poi ancora maledizione! Ci voleva anche questa! Poplar borbottò rabbiosamente, aspettandosi di vedere Elaine intenta a sguazzare felice un po' sopra e davanti a lui. Le aveva detto almeno dieci volte di non coprirgli la luce, quando stava fotografando, ma forse lei stava divertendosi a giocargli uno scherzetto. Era qualcos'altro che nascondeva il sole!
Per un secondo Poplar, nonostante l'esperienza, e l'addestramento, e le lauree… smise di pensare. Era tornato ai tempi della sua infanzia, quando la notte si rannicchiava nel letto, con le coperte strette strette intorno al mento, fissando i vestiti posati sulla spalliera della sedia. È impossibile, da adulti, immaginare quali terrificanti forme e figure sono in grado di evocare abiti e sedie e buio nella mente di un bambino! Il terrore gli immobilizzò i muscoli, e il cuore gli batté pazzamente nel petto.
Sopra la sua testa il Carcharodon megalodon scivolava maestoso nell'acqua limpida. L'enorme coda batteva con cadenza ipnotica a destra e a sinistra, la grande pinna pettorale tagliava l'acqua come quella di un aliscafo. Poplar si girò e vide Elaine che si lasciava andare alla deriva a poca distanza. La tirò per un braccio. Lei lo ignorò. Poplar la tirò più forte. Come in sogno lei si voltò a guardarlo. Lui accennò in direzione della barca. Elaine annuì e lo seguì pigramente, un po' nuotando, un po' lasciandosi trainare. Una frase di Cousteau balenò alla mente di Poplar che cercò di nuotare più veloce: "Gli squali intuiscono istintivamente quando un pesce, o altro animale, è in difficoltà".
Elaine si liberò dalla sua stretta, fece un cenno in risposta alla sua espressione preoccupata e prese a nuotare a bracciate regolari per proprio conto. Sulle prime sembrò che il mostro non li avesse notati. Nuotava poco avanti di loro, muovendosi senza sforzo apparente. Un'unica, gigantesca distesa di cartilagini, denti, nervi e muscoli. Poplar lo fissava, ormai certo che Ha'apu aveva detto la verità. Quello era più di un pesce, più di uno squalo: lo si intuiva, e pareva che anche l'oceano lo sapesse.
Planava pigramente verso di loro come un enorme uccello. Terrorizzato, Poplar si girò di scattò per incitare a gesti Elaine. Lo squalo stava fra loro e la barca. Cercare di superarlo in velocità sarebbe stato come cercare di superare in velocità un lampo. Poplar aveva notato una lunga fessura nella parete della scogliera. Di solito in quegli anfratti si annidano murene, conchiglie giganti e animali velenosi come il pesce - pietra. Ma in quel momento, al confronto, gli sembravano tutti animali domestici, innocui come cagnolini. La loro ritirata fu spettacolare: si misero a nuotare come forsennati, sperando che a Lui non intèressasse una preda tanto meschina. Qualunque motivo avesse, ad ogni modo, il Suo atteggiamento non diventò aggressivo. I due raggiunsero la sicurezza della scogliera e s'infilarono nel profondo e largo crepaccio, dove avevano anche spazio per muoversi e per nuotare.
Ma Lui veniva dritto verso di loro, e Poplar, addossato alla parete di corallo, resistette all'impulso di scavarla con le unghie, perché sul momento aveva creduto che il mostro tentasse di addentarli, corallo compreso. Sembrava infatti abbastanza grosso da inghiottire metà atollo in un solo boccone.
All'ultimo istante Lui virò bruscamente a destra. Per una frazione di secondo Poplar ebbe modo di scorgerne la bocca semiaperta, una caverna scura, grande abbastanza da ingoiare un camion, con le molteplici file di denti lunghi diciotto centimetri. Passò anche un enorme occhio nero, un concentrato di cattiveria immersa in una pozza d'odio al calor rosso. Poi arrivò un lunghissima, interminabile parete grigia, ruvida come carta vetrata… più scura della pelle del Grande Squalo Bianco, rilevò una parte della mente di Poplar ancora limpida… ed era passato.
Si lasciò andare a galleggiare nell'acqua. Elaine lo toccò. Attraverso la maschera, lui vide l'espressione terrorizzata di lei e si chiese se anche lui dimostrasse altrettanto terrore.
Intanto la grande massa grigia aveva compiuto un cerchio completo e stava iniziando un lento pattugliamento della scogliera. Non che fosse tanto furbo da capire che li teneva imbottigliati, in questo modo. Gli piaceva la zona, ecco tutto. Loro due, però, erano comunque con le spalle al muro.
Se il bastione corallino avesse avuto un camino con uno sbocco in superficie, avrebbero potuto risalirlo a nuoto e, nonostante le onde che vi si frangevano contro, sarebbero stati più al sicuro sugli scogli affioranti che nell'acqua con Lui. Ma l'anfratto era chiuso in alto e per raggiungere la superficie avrebbero dovuto abbandonare il loro rifugio.
I minuti passavano. Poplar ed Elaine si guardavano senza vedersi, ognuno completamente assorto nei propri pensieri. Si erano trovati a faccia a faccia con un terrore i cui effetti psicologici erano ancora più sconvolgenti dei suoi aspetti reali. Quella perfetta macchina di morte, unica nel suo genere, non apparteneva al mondo degli uomini, piccoli e deboli al suo confronto e altrettanto insignificanti dei mezzi di distruzione che avevano inventato.
Poplar, sempre in preda a quell'inesprimibile terrore, guardò l'ora. L'aria nelle bombole era quasi, finita. Entro pochi minuti avrebbero dovuto passare in riserva. Elaine tornò a toccarlo e mosse le mani nel gergo dei sub. Poplar era sempre immobile, paralizzato. Lei lo scosse per le spalle con frenesia, ma lui non aveva modo di comunicarle nel linguaggio dei segni il problema appena sorto. Woodruth Poplar, detto "Woody", era un vigliacco, fisicamente e moralmente. Lo sapeva, ma aveva sempre finto di ignorano, dedicandosi al lavoro e assumendo un atteggiamento ironico.
Elaine stava cercando di sfibbiarsi le bombole. Questo lo sbloccò. La prese per le braccia e gliele tenne strette lungo i fianchi, finché lei non annuì, di nuovo calma. Facendo ricorso a ogni grammo di coraggio di cui disponeva, Poplar si affacciò all'imboccatura dell'anfratto. Sbirciò, si spinse un po' fuori. "Lui" era scomparso. Guardò in tutte le direzioni. Niente.
Chiamò Elaine con un cenno. Il megalodonte, stupido come tutti gli squali, doveva essersi allontanato in cerca di una preda che si comportasse in modo normale, e non sparisse, confondendosi nel duro e indigesto corallo.
Poplar armò il suo bastone da squali… gesto che gli sembrò pietosamente inutile. Elaine lo imitò. Lui aveva le mani che gli tremavano talmente che riuscì a sistemare la carica solo al secondo tentativo. Il mostro era lungo almeno trenta metri e pesava più tonnellate di quante Poplar osasse pensare. La sua arma poteva tutt'al più fargli il solletico. Provava tuttavia un senso di sicurezza, stringendola sotto il braccio. Si staccò dalla scogliera con una spinta e, tirandosi dietro Elaine, cominciò a nuotare verso il "Vatai". Dopo essersi guardato intorno un'altra volta, fece cenno a Elaine di passargli davanti e di tenersi, come lui, il più vicino possibile all'ammasso corallino, nella speranza che, agli occhi miopi dello squalo, le loro sagome si confondessero con lo sfondo grigiastro.
Mentre risalivano verso la superficie, abbandonando la protezione della barriera, Poplar si sentiva stranamente calmo. Che bestione! Trenta e più metri di pura forza e di grazia. Peccato non essere riuscito a fotografarlo almeno una volta. Accidenti, neanche una sola foto… A sostegno delle sue affermazioni avrebbe avuto solo la testimonianza di Elaine, che non valeva niente per una rivista seria come il Journal of Marine Biology, e un paio di denti di cui gli esperti avrebbero dubitato, come aveva fatto lui in principio. Gli veniva quasi da piangere!
La chiglia ricurva del "Vatai" comparve all'improvviso sopra le loro teste, con il cavo dell'àncora che dondolava appena nelle acque calme. La piattaforma scendeva a tratti sotto il pelo delle onde. Poplar guardò con rimpianto la macchina fotografica… Una forma inconfondibile, un siluro color lavagna, stava arrivando velocissimo alle loro spalle. Questa volta non si trattava di un pigro inseguimento, ma di un attacco deciso, mortale. La luce del sole si rifletteva sui denti capaci di spezzare una lastra d'acciaio.
Nuotavano adesso per salvarsi la pelle. Il panico travolse Poplar, e i muscoli gli diventarono molli come gelatina. Solo un fiotto di adrenalina gli diede la forza di continuare a nuotare nell'acqua quasi trasparente.
No, non ce l'avrebbero mai fatta… "Lui" non era un pesce, era il diavolo in persona, era Belzebù, era il concentrato di tutti i mostri e di tutti i terrori che avevano tormentato le notti della sua infanzia.
Elaine stava perdendo terreno. Poplar rallentò.
Maledizione, doveva convincersi che era soltanto un pesce!
Si voltò e aspettò finché Elaine non l'ebbe di nuovo superato, lanciandogli un'occhiata colma di terrore. Lui si sentiva calmissimo, rilassato, con l'animo in pace nell'acqua deliziosamente fresca. In quel momento la sua maggiore preoccupazione era di non avere alcuna foto da inviare al Journal. Peccato. Poi non ci fu più fondale marino, non ci fu più scogliera, né luce filtrata del sole. Siamo soli io e "Lui", pensò Poplar.
Scalciò l'acqua con tutta l'energia di cui disponevano ancora le sue gambe e urtò qualcosa con la sinistra. Per un brevissimo attimo scorse un occhio osceno, grosso come un piatto, e una gola nera, profonda come un pozzo. Lo squalo lo toccò, e lui rispose istintivamente infilzandolo con il bastone. Nello stesso momento perse i sensi.
Dubitava, nonostante i chiari riferimenti contenuti nella Bibbia, che il Cielo, in Paradiso, fosse azzurro, ma non aveva voglia di stare a discutere. Provava un senso di costrizione alla gola che non era un nodo di paura. Elaine gli stava aggrappata al collo e piangeva.
Lui aveva l'impressione di aver inghiottito un turacciolo.
- Per amor di Dio, lasciami respirare! - riuscì finalmente a mormorare con voce roca. Lei si staccò.
- Maledetto, maledetto! Mi hai fatto prendere una paura d'inferno. Incosciente… tu… - balbettò lei, tirando su col naso. Aveva i capelli umidi e arruffati ed era bellissima. - Sono scappata via e ti ho lasciato solo. - Le lacrime le impedirono di continuare, e lei ricadde singhiozzando sul suo petto.
- Mi dispiace. Scusami se ti ho mancato di riguardo. Senti, sposarmi? Credi che così potrò rimediare? - Si spostò, sentendo sotto di sé la morbidezza del materassino su cui l'avevano deposto. Qualcuno gli aveva tolto maschera e bombole. Lei si alzò e rimase a fissarlo, muta. Poi, chissà perché, riprese a piangere dirottamente. Gli avevano anche sfilato le pinne. Agitò le dita dei piedi, ma solo quelle del sinistro risposero all'impulso.
Con fatica si mise seduto e vide che la gamba destra gli terminava alla caviglia in un bozzolo di bende e sangue secco.
- Cos'è successo? - chiese, con una. voce che non gli sembrava la sua, rivolgendosi al vecchio Matai che era sempre rimasto in disparte a osservarlo. Sapeva di fare una domanda assurda, ma in quel momento era talmente stordito che non trovava di meglio da dire.
- Lui non è riuscito a prendervi, dottore del mare Poplar. Forse, così vicino alla superficie, il sole l'ha accecato all'ultimo momento. Forse gli siete sfuggito sotto il fondo della barca.
- Vallo a raccontare a qualcun altro - disse Poplar, in tono accusatore. Si meravigliava di non sentire dolore, ma il merito doveva essere della cassetta del pronto soccorso del "Vatai".
- No, dottor Poplar, è vero. Tangaroa sa perché.
Poplar scoppiò improvvisamente a ridere; Elaine lo guardò preoccupata, ma lui la rassicurò: - No, non sono impazzito, Laine, almeno credo. Mi è venuto in mente che non potrò andare in giro con una gamba di legno come il capitano Achab, dato che ho perso solo un pezzo di piede. Che scherzo da prete!
- Non c'è niente da ridere - balbettò lei, sforzandosi di sorridergli. - Come farai a tenere il passo di parata quando ci sposeremo?
Lui rise ancora, poi batté il pugno sul tavolato. - Appena tornati a Tutuila, vado alla base della Marina a farmi prestare una barca più grossa e gli arpioni. Torneremo qui, e…
- Poplar - lo interruppe Ha'apu, con voce pacata - nessuno vi crederà. Quelli della Marina rideranno di voi e vi prenderanno in giro.
- Be', in un modo o nell'altro troverò i soldi per noleggiare una nave abbastanza grossa da rimorchiarlo. Perdio, lo voglio vedere, prima o poi, imbalsamato al Museo Smithsoniano!
- Dovranno costruirgli un'ala apposta - disse sorridendo Elaine.
- Già. E tu sta' attenta a non metterti a pescare alla lenza, intanto che torniamo. Non voglio perderti.
- E dopo che saremo tornati? - fece lei, di rimando, fissandolo con intenzione.
- Neanche allora, ecco. Mai più, ti dico. Ehi, sai una cosa? Muoio di fame.
- Sei rimasto privo di sensi per cinque ore. Vado a prepararti qualcosa - disse lei, e scese sottocoperta.
- Adesso siete come me, dottore, perché Lo avete guardato. E Lui vi ha cambiato, e voi non siete più come eravate prima. Lui si è preso un pezzo della vostra anima.
- Sentite, Ha'apu, non voglio offendervi parlando contro la vostra religione, ma quello era soltanto un pesce. Un enorme, mostruoso pesce, ma solo un pesce. Io sono lo stesso dottore del mare di prima, e voi siete lo stesso Matai, e posso dirmi fortunato di averci rimesso un pezzo di piede, e basta. Capito?
- Certo, certo, dottor Poplar. - Ha'apu si voltò, allontanandosi lungo il ponte. Cambiato, ma guarda un po'! Strisciando, si portò fino al parapetto di poppa a guardare giù nell'acqua chiara. C'erano solo dei pesciolini, ingranditi e distorti dalla trasparenza del mare, che nuotavano pigramente. Rabbrividì appena appena. Avrebbe comunque sposato Elaine, questo era certo. E se qualche pericolo l'avesse mai minacciata, lui si sarebbe fatto avanti a difenderla. È questo che avrebbe fatto, no?
Ha'apu avviò i motori e il "Vatai" si mosse.
Be', l'avrebbe fatto, sì o no?
Forse Lui conosceva la risposta.
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