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Stories / Poems

Stories by alessandro asprea

nel cuore dei dragoons

italian

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Le tracce riprendevano oltre la sorgente.
Patrick Cavanaugh sostò seduto sui talloni, le briglie del cavallo in mano. Intorno tutto taceva. Una leggera brezza si era infilata nel canyon e agitava le foglie dei frassini e delle querce che coprivano il fondovalle. L’acqua fluiva piano piano da sottoterra, silenziosa e limpida, colmando la piccola polla. La superficie leggermente increspata brillava sotto i raggi del sole cocente che filtravano tra la scarna vegetazione; qualche foglia morta e ingiallita galleggiava muovendosi appena.
L’ombra dell’impronta di una mano sullo scabro granito ancora non si era asciugata completamente.
L’Apache aveva bevuto. Ed era vicino.
Una cicala prese a stridere in lontananza, poi un’altra parve risponderle. Pat non si mosse ancora. Alzò lo sguardo e scrutò gli accidentati declivi delle Dragoon Mountains.
L’Apache sapeva di essere inseguito e per questo si stava infilando in quelle forre nascoste? O invece era davvero diretto lì? E se era vera la seconda ipotesi, che cosa stava cercando?
Il cavallo allungò il muso verso l’acqua e Pat lo carezzò sul collo, riflettendo. Sul tappeto di foglie secche che copriva la pista per un breve tratto, le tracce si percepivano appena. Poi sparivano nel folto. L’Apache poteva essere dovunque, anche a pochi passi da lì. Intrufolarsi in quel ginepraio era pericoloso. E quelle orme così visibili erano un invito troppo ovvio. Un Apache non avrebbe mai lasciato una traccia così evidente... Forse era sicuro di essere solo, oppure quella era l’esca di una trappola in cui attirare l’inseguitore.
Pat Cavanaugh aveva vissuto troppo a lungo in quei luoghi ed era stato troppo a contatto con gli indiani di ogni genere per non aver imparato a dar retta al suo sesto senso. E adesso il sesto senso gli diceva di attendere e di cambiare rotta.
Con un unico e fluido movimento si rialzò, quindi si allontanò dalla sorgente tirandosi dietro il cavallo. In quell’intrico di cespugli e bassi alberelli non avrebbe nemmeno potuto cavalcare spedito e avrebbe pure fatto molto rumore. Compiendo un largo giro, abbandonò la pista e la macchia del fondovalle e guadagnò un po’ di quota per avere una visuale più ampia sul territorio che stava attraversando. Alle pendici di un’altura sconnessa punteggiata di piante di yucca, smontò, lasciò il cavallo dietro un grosso macigno e si sedette di nuovo sui talloni. Con un filo d’erba tra i denti, studiò attentamente le strane conformazioni rocciose, le ombre annidate nelle strette forre piene di arbusti, il crinale deserto e vuoto.
Non si udiva nulla, non si vedeva anima viva.
C’era forse un accampamento apache nascosto tra quelle montagne? Non gli risultava. Ma se fosse stato così, avrebbe voluto dire che stava andandosi a cacciare dentro un maledetto guaio. In quel periodo le bande apache spadroneggiavano ovunque, le fughe dalla riserva di San Carlos erano all’ordine del giorno, i raid contro avamposti e fattorie quotidiani. L’ultimo grosso evento era stata la fuga di Nantiatish e i suoi Western Apache, che se ne erano andati verso il Mogollon Rim. Attraversare il sud dell’Arizona di quei tempi voleva dire rischiare seriamente di rimetterci la cotenna. Figurarsi se ci si addentrava nei territori più impervi e più sacri...
Pat Cavanaugh conosceva l’Apache che stava inseguendo. Si chiamava Nah-bay ed era uno scout Chiricahua. In passato, quando ancora era poco più di un ragazzo, era stato insieme a Cochise e con lui si era arreso al generale Crook proprio sui Dragoons. Rimanendo fedele al suo capo, non aveva mai fatto parte delle bande che erano fuggite dalle riserve. Da quando poi era stato arruolato nel corpo degli scout di Fort Bowie, il suo stato di servizio era rimasto immacolato e nessuno aveva mai avuto da ridire sul suo operato o sulla sua lealtà all’esercito degli Stati Uniti... Eppure adesso era in fuga in mezzo a quei monti. Non solo, ma aveva lasciato dietro di sé qualcosa per cui non sarebbe stato perdonato.
* * *
Fort Bowie giaceva tranquillo presso Apache Pass, tra le Dos Cabezas e le Chiricahua Mountains. L’alba era imminente. Una soffusa luce pallida scopriva il profilo delle brulle alture circostanti, una leggera brezza faceva fremere l’erba ingiallita che copriva l’arido terreno. I bassi edifici in pietra e calce formavano un vago rettangolo, ancora deserto e silenzioso, al centro del quale una bandiera americana sventolava pigra in cima ad un’asta. In quel momento soltanto due soldati erano di servizio: la sentinella che piantonava il quartier generale e il trombettiere, che si stava recando verso la bandiera per intonare la consueta sveglia mattutina. Fu quest’ultimo ad accorgersi della polvere dietro una gobba del terreno, in direzione di Apache Pass. E subito si chiese chi se ne stesse galoppando via in quella maniera... Perché quella era polvere provocata dagli zoccoli di un cavallo lanciato al galoppo. Il giovane soldato non era certo un veterano, ma almeno alcune cose le aveva imparate alla svelta.
Cambiò direzione e puntò verso gli stallaggi. Se qualcuno se ne stava andando via al galoppo, allora doveva mancare un cavallo e se avesse riconosciuto quale cavallo mancava, avrebbe potuto anche immaginare chi era il fuggitivo... O almeno così provò a ragionare col suo semplice cervello di contadinotto cresciuto tra i campi di cotone della Georgia.
Dentro le stalle era buio e l’aria chiusa odorava di fieno e di sterco. Uno stivale sbucava da sotto della paglia subito a ridosso dell’entrata. Il trombettiere si chinò incuriosito e vide a chi apparteneva lo stivale: ad uno dei diversi civili che avevano riparato a Fort Bowie in cerca di protezione dai raid indiani nel territorio. Il trombettiere non conosceva il nome di quell’uomo, ma una cosa poteva dirla senz’altro...
Era morto stecchito.
* * *
Patrick Cavanaugh entrò nell’ufficio del maggiore Cromwell e si tolse il cappello sgorato di sudore.
«Maggiore...»
«Ah, Cavanaugh, sedetevi.»
Il maggiore fece cenno alla sedia davanti alla sua scrivania, ma Cavanaugh declinò l’invito con un semplice gesto della mano. Allora anche il maggiore si alzò.
«So che dovevate andarvene oggi» iniziò.
«Devo recarmi a Fort Apache» precisò Pat.
«Mi dispiace informarvi che dovrete rimandare i vostri piani.»
«Mi dispiace ricordarvi che io non prendo ordini da voi...»
«Stavolta facciamo un’eccezione. I vostri superiori acconsentono a passarvi sotto il mio comando.» Gli allungò un telegramma. «Questa è la risposta appena giunta da Fort Apache.»
Grane all’orizzonte, pensò Pat scorrendo velocemente le due righe in cui gli comunicavano che doveva mettersi a disposizione del maggiore. L’uccisione di quell’uomo stava stravolgendo tutto quanto. Dalle attività del forte fino alla sua vita lavorativa e personale. A Fort Apache, infatti, doveva concludere un’indagine ministeriale su certi traffici illeciti presso la riserva (un giro di tangenti e di contrabbando delle scorte federali destinate agli indiani); inoltre avrebbe potuto finalmente rincontrare la sua bella Sue Ann, che da troppo tempo non vedeva né sentiva.
«Ho bisogno di voi» aggiunse il maggiore con una specie di supplica nel tono di voce. «Non ho altri uomini da mandare dietro quello sciagurato e voi conoscete il territorio molto meglio di chiunque. Inoltre conoscete lo scout Nah-bay e forse non vi sarà difficile convincerlo con le buone a rientrare e ad affrontare il processo.»
Cavanaugh commiserò fra sé la sciocca ingenuità del maggiore, ma non fece commenti.
«Mi hanno detto che lo scout si sarebbe diretto a sud...»
«Le tracce prendono per Apache Pass e puntano verso sud-ovest» confermò Pat.
«Voglio quel maledetto assassino, Cavanaugh. E lo voglio al più presto.»
«Maggiore...»
Pat tergiversò prudentemente. Sapeva che ciò che stava per dire non sarebbe stato gradito, ma non poteva fare a meno di dirlo.
«Non avrei intenzione di mollare la mia indagine nemmeno per un attimo. La seguo da mesi e posso concluderla alla svelta non appena arrivo a Fort Apache... Per di più non spargerò una sola lacrima per quel lestofante fatto secco da Nah-bay.»
«Maledizione, Cavanaugh!» Il pugno del maggiore si abbatté sulla scrivania e fece ribaltare il calamaio con la lunga penna d’oca. «Risparmiatemi le vostre considerazioni sul signor Murchison!»
«Non chiamatelo signore, fareste un torto a chi signore lo è veramente.»
Il tono sprezzante di Cavanaugh spazientì ulteriormente il maggiore Cromwell, che, maledicendo strane entità note soltanto a lui, si mise a pulire il piano della scrivania con un foglio di carta appallottolato. «State passando il limite! Il fatto che quell’uomo non riscuotesse le vostre simpatie non vi dà alcun diritto di...»
«Non è questione di simpatia, maggiore.»
Due sere prima, nel saloon del forte, Cavanaugh aveva avuto a che ridire con Murchison e il maggiore ne era perfettamente al corrente. Quello che però non sapeva era il motivo per cui i due erano quasi venuti alle mani.
«Quell’uomo era un ladro e una carogna. Recentemente, a Fort Grant, aveva testimoniato contro il figlio di un esponente dei Mimbreños, sostenendo di averlo visto rubare dei cavalli.»
«E allora?»
«Non era vero. Quel ragazzo non aveva rubato niente, ma lo hanno condannato e impiccato lo stesso e nessuno, invece, è mai andato a chiedere a Murchison da dove venissero i cavalli che lui rivendeva all’esercito.»
«Queste sono insinuazioni gratuite! Oppure siete a conoscenza di fatti che dimostrano ciò che dite?»
«Niente che possa valere come prova in un tribunale, presumo. Solo forti sospetti e una certezza: quel ragazzo era sicuramente innocente e la testimonianza di un bastardo come Murchison non dovrebbe essere nemmeno presa in considerazione da un giudice.»
Il maggiore sbuffò. Conosceva Cavanaugh: ottimo elemento, guida eccezionale e grande investigatore per conto del BIA sul malaffare che girava intorno alle riserve... Ma con troppe opinioni personali che sbandierava troppo spesso ai quattro venti.
«D’accordo, Cavanaugh, lasciamo perdere questa storia. Adesso la priorità è trovare e catturare Nah-bay. Non possiamo tollerare che un altro scout se ne vada a far proseliti fra i giovani della riserva come quell’altro...»
«Non credo stavolta sia niente del genere, signore.»
Il maggiore reclinò appena la testa, esibendo una leggera chierica che compensava con le lunghe basette e la folta barba. Trasse un profondo respiro, come se stesse sopportando un tremendo dolore fisico. Quando rialzò gli occhi, lo sguardo era severo.
«Ne ho piene le scatole della vostra supponenza. Qui non passa giorno senza che qualche Chiricahua lasci la riserva e senza che qualche scout cambi casacca all’ultimo momento... Vi siete forse dimenticato della battaglia di Cibecue Creek?»
«No, signore.»
L’anno prima, durante quella battaglia, tre scout apache avevano deliberatamente aperto il fuoco contro i soldati dell’esercito, atto per il quale erano stati processati e poi impiccati. Pat non era stato parte in causa, ma conosceva bene la vicenda.
«Se cominciano a disertare in massa anche gli scout, da questo macello non ne usciamo più... Spero lo comprendiate.»
Cavanaugh esibì uno stanco sorriso. «Mi sforzerò di farlo, signore.»
«Forse ci siamo fidati troppo di questa gente» rifletté ancora il maggiore. «Non appena ne hanno occasione, ti sparano a tradimento!»
Pat non replicò.
Il maggiore gli voltò le spalle e puntò l’indice sulla mappa appesa al muro dietro la scrivania. «Forse il nostro uomo sta correndo ad unirsi a Nantiatish. Forse il suo andare a sud è soltanto un modo per confonderci le idee...»
Il Mogollon Rim, dove si diceva si fossero rifugiati l’ex scout Nantiatish e i suoi Western Apache, era in effetti dalla parte opposta rispetto alla direzione presa da Nah-bay. Cavanaugh conosceva quel territorio come le sue tasche, perciò dette solo una distratta occhiata ai luoghi indicati dal dito di Cromwell.
«È un’ipotesi» commentò laconico.
Il maggiore si volse di scatto, ma disse calmo: «Che però non vi convince, vero?».
«No, infatti.»
«Allora sentiamo quale sarebbe la vostra, di ipotesi.»
Pat spostò il peso del corpo da una gamba all’altra. «Sinceramente, maggiore, non ho alcuna ipotesi. Mi limito a considerare che lo scout Nah-bay è sempre stato leale, un soldato irreprensibile a detta di chiunque... E voi dovreste ben saperlo.»
«Certo, lo so benissimo. Ma lo stesso si poteva dire di Nantiatish e forse anche di quei tre che poi hanno impiccato per tradimento... E adesso il tuo bravo Nah-bay ha accoltellato un uomo e ha lasciato senza motivo il forte, guarda caso poco tempo dopo la fuga di altri scout da San Carlos...»
Non si poteva negare che il maggiore non avesse infilato i fatti nella giusta sequenza cronologica. Cavanaugh tacque.
«Se da qualche parte c’è un grosso raduno di fuoriusciti a cui si stanno unendo Nah-bay e altri scout, dobbiamo saperlo e va scongiurato. Sfortunatamente, qui siamo troppo pochi per mettersi ad inseguire ogni singolo scout che se la fila, abbiamo già il nostro bel daffare a sorvegliare il territorio e a rincorrere gli ostili tra qui e il confine, dannazione.»
Cavanaugh annuì. «Ho ben compreso di non avere molte alternative, signore.»
Sorriso vincente del maggiore. «Esatto. Quindi, se vi stanno a cuore le sorti dei vostri amici, fareste meglio a non discutere troppo e a riportarmi indietro quel maledetto indiano!»
«Sissignore.»
* * *
I Dragoons sono montagne remote e impervie, che sbucano dal piatto deserto come un grumo di rocce granitiche sagomate in forme bizzarre, dove la scarna vegetazione spinosa e coriacea fa il paio con le buche piene di serpenti a sonagli.
Patrick Cavanaugh era giusto in mezzo a quel territorio arido e selvaggio. E intorno non vedeva altro che un infinito intrico di rocce e cespugli. Le tracce dell’Apache erano sparite. L’ultima l’aveva vista poco oltre il margine della macchia, su una roccia levigata e obliqua: un semplice graffio lasciato da uno degli zoccoli ferrati del cavallo. Poco oltre, quattro ferri di cavallo giacevano in un groviglio di ocotillos.
Le cicale frinivano, incessanti, sotto il sole del pomeriggio. Il cielo limpido era vuoto, l’aria ferma e le montagne intorno silenziose e minacciose. Cavanaugh rimase immobile a lungo. I suoi vestiti di tela grezza e pelle di cervo lo mimetizzavano tra l’ocra delle rocce e dell’erba secca e il verde scuro dei cespugli del deserto. Anche il suo cavallo, un baio dal pelo ambrato, si confondeva con l’ambiente; abituato agli inseguimenti, non muoveva un muscolo se il suo padrone restava fermo in quel modo.
Pat rifletteva sulla direzione da intraprendere. L’indiano si era sempre mosso verso monte, scegliendo fin dall’inizio il terreno più scomodo. Al di là di una piccola radura in cui crescevano due alte yucca, Pat notò un passaggio fra alcuni massi tondeggianti che sembrava condurre in quota fino ad un crinale spezzato. Oltre di esso doveva aprirsi un altro canyon...
Decise che non gli restava che tentare la sorte. Si alzò, rimontò a cavallo e lo spinse in quella direzione, stando ben attento a non far troppo rumore fra i viluppi spinosi o sulle rocce, dove i ferri degli zoccoli potevano tintinnare sonoramente.
Alla fine del pomeriggio, dopo un lento e infruttuoso girovagare, si affacciò sopra una vasta conca rocciosa in cui basse querce crescevano tra macigni di ogni forma e dimensione. Fermo in sella, osservò attentamente il terreno sottostante e fu preso da un momento di sconforto.
Laggiù non c’era niente. Nessun segno di presenza umana.
Aveva scommesso e aveva perso. L’Apache si era volatilizzato. L’aveva condotto in quel ginepraio e in quel ginepraio l’aveva lasciato con un palmo di naso. E chissà ormai dove si era cacciato.
Bella fregatura. Pat si dette dell’idiota per essersi fatto giocare in quel modo.
Smontato da cavallo, sedette su un masso, si tolse il cappello e si deterse il sudore con la bandana. Asciugò la fascia interna del cappello e, tartassandosi il pizzo alla D’Artagnan, rifletté su tutta quella faccenda.
Cosa diavolo stava cercando l’Apache in mezzo a quelle montagne? Ci si era diretto senza fare alcuna deviazione e senza mai fermarsi. Ed era stato veloce. Nel tratto prima di arrivare ai Dragoons, non si era nemmeno curato di nascondere le tracce. Anche per quel motivo, Pat si era persuaso che la meta di Nah-bay dovesse trovarsi tra quei monti... Ma perché? D’accordo, quello era parte dell’antico territorio degli Apache Chiricahua e adesso era pure consacrato dal fatto che da qualche parte vi si trovava la tomba del grande capo Cochise. Inoltre, è indubbiamente un ottimo posto dove nascondersi, soprattutto se hai appena tagliato la gola ad un uomo bianco in un forte militare. Ma se quelli erano i motivi, allora perché non fuggire verso le Chiricahua Mountains, che erano più vicine a Fort Bowie e meno difficili da raggiungere? Per arrivare ai Dragoons, invece, Nah-bay aveva dovuto attraversare al galoppo un lungo tratto di oltre cinquanta miglia, piatto e privo di ripari, col serio rischio di schiantare il cavallo e farsi beccare allo scoperto.
Doveva esserci qualche altra spiegazione per quel comportamento. E l’unica che a Pat veniva in mente era che nei Dragoons Nah-bay dovesse incontrare qualcuno. Chissà chi e chissà perché. Eppure, in quella desolazione non sembrava esserci niente e nessuno...
O almeno di questo fu convinto fino a quando udì uno sparo... E un altro ancora. E poi un intero concerto di fucileria.
Cavanaugh si alzò di scatto e si rimise il cappello. Il baio aveva le orecchie dritte e guardava verso sud-ovest. In effetti, gli spari provenivano da qualche parte al di là di una piccola cresta rocciosa che chiudeva la conca da quel lato. Pat localizzò meglio la direzione della sparatoria, montò in sella e individuò una via per raggiungere un punto di osservazione lungo il crinale. Il terreno era ingombro di macigni e cespugli spinosi. Tuttavia, c’erano alcuni passaggi praticabili e, senza dover abbassarsi troppo nella conca, Pat riuscì a costeggiarne il versante e a portarsi sul crinale successivo.
Le fucilate proseguivano, anche se più alternate. Pat le ascoltò attentamente e stimò che dovessero essere almeno in quattro o cinque a sparare. E tra loro c’era sicuramente Nah-bay, poiché riconobbe l’inconfondibile voce del vecchio Sharps d’ordinanza con cui lo scout andava sempre in giro.
Legò il cavallo ad un palo verde, lasciandogli la briglia lunga in modo che potesse pascolare, sfoderò il suo Winchester e si arrampicò fra i roccioni, senza badare al terriccio che smuoveva e ai ciottoli che ogni tanto scivolavano sotto gli stivali. Per ora non correva il rischio che gli altri sentissero il rumore dei suoi passi.
Faceva ancora caldo, le rocce riverberavano il calore assorbito durante la torrida giornata, nell’aria si percepiva il vago aroma dei cespugli del deserto. Cavanaugh aggirò un macigno enorme, strisciando sulla sua superficie come una lucertola. Sentì il bruciore della pietra arroventata sulla schiena, ma non se ne curò. Poco oltre sembrava aprirsi una buona visuale e Pat si fermò per non correre il rischio di stagliarsi contro il cielo.
Scorgeva le cime delle montagne al di là del canyon e tra esse individuò una particolare formazione rocciosa che da lì a poco avrebbero iniziato a chiamare Rockfellow Dome. Gli spari provenivano invece da qualche punto più a valle. Buon per lui: questo gli consentiva di approfittare della posizione più elevata, perché non intendeva rivelare la sua presenza finché non avesse capito cosa diavolo stava succedendo.
Ripiegò di qualche passo per togliersi dallo scoperto, quindi si chinò e avanzò adagio lungo il crinale, sfruttando la copertura dei cespugli che ingombravano i passaggi tra un macigno e l’altro. Era contro sole, perciò c’era pure il rischio che qualche riflesso sul fucile tradisse la sua presenza. Attento adesso a non far rumore, raccolse del terriccio e sporcò la canna del Winchester, in modo da renderla più opaca. Tenendo bassa l’arma per non esporla al sole, svalicò il crinale e sostò ad ascoltare.
Gli spari erano cessati.
Quel silenzio che era calato non gli piacque per niente.
Si spostò ancora, cauto, scivolando dietro un pinnacolo roccioso, poi si accucciò al riparo di alcuni bassi palo verde e sbirciò verso il fondo del canyon. Il pendio sotto di lui era praticabile, ma piuttosto ripido e ingombro di massi e cespugli. Giù in fondo, ai margini di una radura circondata da palo verde e mesquite, c’era un wickiup, la tipica capanna degli indiani del Sudovest. Poco distanti, tre figure in abiti civili, disposte a semicerchio, si muovevano furtive al riparo di alcuni macigni sparpagliati sul terreno erboso chiazzato da cespugli di salvia. Guardavano verso la capanna, che all’apparenza sembrava deserta, e la tenevano sotto tiro. Pat vagò febbrilmente con lo sguardo per localizzare Nah-bay, ma non riuscì a scorgere altri esseri umani.
All’improvviso, un grido di donna si levò forte e disperato, subito seguito da quello di un bambino. Le grida provenivano dall’interno della capanna. L’eco le propagò nel deserto altrimenti divenuto silenzioso. Uno sparo si sovrappose violentemente ad altre urla, poi un uomo grosso e barbuto uscì dalla capanna trascinando malamente per un braccio una donna indiana. Nell’altra mano aveva un fucile. La donna urlava e si divincolava, mentre dentro la capanna il bambino attaccò a piangere a dirotto. I tre uomini nascosti tra le rocce si alzarono.
Uno di loro parlò: «Bel colpo, Buck!».
Il tipo grosso, che evidentemente si chiamava Buck, puntò il fucile sulla donna e urlò: «Vieni a prendertela adesso, la tua sgualdrina!».
Cavanaugh suppose si stesse rivolgendo a Nah-bay, che però ancora non si vedeva. L’eco del vocione di Buck rimbalzò tra le rocce, mescolandosi alle grida della donna e al pianto del bambino. La donna gridava spesso “mai’áee» (“coyote”), “gu’lìzh’i” (“puzzola”) e altri insulti in dialetto Chiricahua. Pat li capiva, perché conosceva abbastanza quella lingua, ma il tizio chiamato Buck evidentemente no. Altrimenti forse non si sarebbe limitato a strattonarla.
«Sta’ zitta, puttana!» urlò, quasi stritolandole il braccio.
La donna scalciava furiosamente e l’uomo, benché robusto, faceva fatica a tenerla ferma. La polvere sollevata da quell’agitarsi vorticava intorno, il bambino pareva dovesse strozzarsi dal pianto da un momento all’altro, gli uomini si guardavano intorno, occhi in alto, come se il loro nemico fosse annidato tra le rocce sovrastanti la radura.
Gli echi degli insulti della donna si susseguivano, perdendosi tra le aride forre di quelle montagne, ma Buck seguitò a rivolgersi all’Apache nascosto chissà dove.
«Vieni fuori o li ammazzo, lei e quel bastardino che frigna là dentro!»
Cavanaugh non aveva idea di chi fossero quegli uomini. Né aveva mai saputo che Nah-bay avesse una moglie e perfino un figlio. Cosa poi ci facessero isolati in quel buco in mezzo ai Dragoons era un altro mistero su cui adesso non poteva soffermarsi. Doveva agire, e alla svelta. Quei tizi là sotto sembravano decisi e per nulla turbati dal dover far fuori una donna e un bambino. E questo, per Patrick Cavanaugh, era più che sufficiente per decidere da che parte stare.
Imbracciò il Winchester e prese la mira. Era un tiro complicato. Dall’alto in basso, almeno centocinquanta metri buoni, col sole quasi sull’orizzonte... E la donna a pochi centimetri dal suo bersaglio.
«E va bene!» sentì gridare in inglese un attimo prima di premere il grilletto.
Il suo indice si bloccò. Scorse la figura dell’Apache tra le rocce alla sua destra, più in basso rispetto a dove si trovava lui. Nah-bay era apparso come dal nulla e non era vestito come uno scout dell’esercito, bensì come un vero Apache. I lunghi capelli lisci e corvini gli piovevano sulle spalle, sostenuti sulla fronte da una fascia rossa. I mocassini in pelle di cervo dalla tipica punta rivolta all’insù erano alti fino al ginocchio. Sopra il perizoma, la casacca color verde sbiadito era legata in vita da una cinta modello militare. Nessuna pistola in vista. Tenendo lo Sharps sopra la testa, Nah-bay iniziò a scendere il roccioso versante.
Buck spostò appena il fucile e lo piantò alla testa della donna. «Niente scherzi, muso rosso!»
Nah-bay continuò a scendere, agile e leggero come soltanto un Apache avrebbe potuto fare su un terreno accidentato come quello. Guadagnò in breve tempo il fondo del canyon e lì si fermò. Gli altri tre si erano voltati e lo tenevano sotto tiro. Cavanaugh scrutava attentamente le loro mosse, pronto a cogliere il momento giusto per intervenire. Con quel fucile puntato alla testa della donna, non si poteva correre rischi.
Nah-bay gettò il fucile in avanti. Lo Sharps tonfò in terra, sollevando uno sbuffo di polvere. L’Apache rimase fermo, le braccia lungo i fianchi, a guardare Buck.
Che gli disse: «Vieni avanti, lentamente».
La donna, che si era acquietata per un po’, riprese a strillare. Disse al suo uomo di non fare quello che gli stavano ordinando, di non arrendersi e di non preoccuparsi di lei.
Nah-bay non le rispose. Si limitò ad avanzare piano. Il bimbo seguitava a piangere.
Quando l’Apache stava per passare vicino al punto in cui era caduto lo Sharps, Buck realizzò il potenziale pericolo e commise l’errore di ruotare istintivamente il fucile.
«Attento a quel che fai...»
Fu l’attimo che la donna stava chiaramente aspettando. Addentò con rabbia il polso di Buck, che cacciò un urlo e alzò il braccio per sottrarsi al morso. La donna, gridando selvaggiamente, fu svelta ad alzarsi e a piantargli un violento calcio nei testicoli. Buck si piegò in due mugolando di dolore.
«Maledetta puttana!» riuscì a ringhiare.
Cavanaugh vide Nah-bay correre verso il suo fucile, mentre la donna scappava allontanandosi da Buck. Uno degli tre uomini sparò e la mancò. Nah-bay si tuffò sullo Sharps e da terra fece subito fuoco. L’uomo che aveva appena sparato crollò, trapassato in pieno. Gli altri due spararono contro Nah-bay, ma l’Apache era già rotolato velocemente dietro una piccola roccia e le pallottole sollevarono soltanto sbuffi di terriccio. Buck intanto si era ripreso e, benché ancora piegato in due, stava ruotando il fucile tenendolo con una mano sola. Cavanaugh realizzò che lo puntava contro la schiena della donna che correva tra i mesquite. Rapido, imbracciò il Winchester, ma Buck sparò prima e la donna, evidentemente colpita, gridò e balzò oltre una gobba del terreno, sparendo alla vista.
Nah-bay si era accorto di tutto. Urlò il nome di sua moglie – Tah-das-te - e si alzò di scatto. I due uomini di fronte a lui, un po’ sorpresi da quella mossa inattesa, gli spararono ancora e lo mancarono entrambi. Nah-bay invece non sbagliò: ne colpì uno in pieno, che fu scaraventato contro le rocce dal potente calibro 50, poi ricaricò velocemente e ferì il secondo ad un braccio. Quello piroettò mollando il fucile, ma non cadde. Nah-bay accorciò la distanza, infilando una nuova cartuccia in canna, mentre l’altro si teneva il braccio ferito. Quando vide l’indiano avvicinarglisi velocemente, sbarrò gli occhi e lo si udì supplicare: «No, aspetta...!».
Nah-bay gli sparò in faccia, senza alcuna pietà; la testa gli esplose come un melone e quello si accasciò senza un fiato. Buck, intanto, col fucile spianato, stava correndo verso il punto dove era scomparsa la donna. La fucilata di Cavanaugh lo bloccò, disorientandolo. Cavanaugh non aveva sparato per uccidere, perché voleva quell’uomo vivo. Quello comprese subito che c’era qualcun altro che sparava dall’alto e girò lo sguardo intorno. Cavanaugh esplose un altro colpo, che si piantò tra gli stivali di Buck, quindi si alzò per farsi vedere. Anche Nah-bay guardava in alto, mentre si spostava agilmente. Ma non sembrava intendesse modificare i suoi piani. Infatti si posizionò e puntò il fucile contro Buck, con l’evidente obbiettivo di accopparlo.
«Fermi tutti!» urlò allora Cavanaugh.
L’eco della sua voce sovrastò quelle degli spari, ormai lontane, e persino il pianto del bambino, che continuava senza sosta.
«Una mossa e sparo per uccidere!» urlò ancora Cavanaugh. «Gettate le armi e rimanete dove siete!»
Nah-bay lo aveva localizzato, mentre Buck ancora vagava con lo sguardo lungo il fianco della montagna, senza riuscire ad individuare la persona che lo teneva sotto tiro.
«Chi diavolo sei?!» urlò di rimando.
«Getta il fucile!»
Se non lo fa entro tre secondi gli sparo in fronte, pensò Cavanaugh. Però non solo quello non lo fece, ma improvvisamente spiccò pure una corsa verso la capanna poco distante.
Sorpreso da quel movimento incredibilmente agile per un uomo di quella stazza, Cavanaugh non fece in tempo a sparare prima che l’uomo riuscisse a riparare nella capanna. Nah-bay invece sparò immediatamente, ma lo mancò, quindi dovette tuffarsi al riparo di alcuni massi perché da dentro la capanna Buck iniziò subito a rispondere al fuoco.
«Maledizione...» borbottò Cavavaugh, gettandosi giù lungo il pendio.
Nella capanna c’era il bambino, che ancora strillava, e non era difficile immaginare quale sarebbe stata la prossima mossa di Buck.
«Maledizione...» ripeté Cavanaugh fra sé.
La discesa era difficoltosa. Rocce, sassi e grovigli di cespugli ostacolavano il cammino e a Cavanaugh sembrò di impiegare un tempo interminabile per arrivare in fondo. Concentrato com’era a non spezzarsi una caviglia, perse di vista la scena. Gli spari erano cessati, per cui non aveva la più pallida idea di cosa stesse succedendo. Udiva soltanto il disperato pianto del bambino.
Quando finalmente raggiunse il fondo del canyon, sentì il vocione di Buck prorompere dall’interno della capanna.
«Ehi, là fuori! Se volete rivedere vivo il marmocchio, mollate le armi e levatevi dai piedi! Tutti quanti, chiunque siate!»
Ovvia reazione. Cavanaugh sostò in piedi accanto ad un mesquite che lo nascondeva in parte alla vista. I corpi dei tre uomini uccisi da Nah-bay giacevano scomposti nell’erba, tra chiazze di sangue scuro, e tutto lasciava credere che non vi fosse nessun altro a parte Buck. Tuttavia Pat reputò fosse meglio essere prudenti e non esporsi troppo, perciò rimase al riparo del mesquite e si guardò intorno con cura, finché non fu sicuro che non ci fossero altri uomini in giro. Localizzò anche il nascondiglio di Nah-bay e capì subito che Nah-bay aveva a sua volta localizzato lui. Gli fece un gesto per farsi riconoscere e lo scout gli rispose con un vago cenno della mano.
Cavanaugh stava per muoversi e raggiungerlo, quando improvvisamente il bambino smise di piangere e Buck comparve sulla soglia del wickiup tenendolo in braccio. Gli serrava la bocca con una manaccia, mentre con l’altra gli puntava addosso una pistola. Cavanaugh realizzò che il bambino era davvero piccolo: doveva avere appena qualche settimana. Vedere quella creatura totalmente indifesa in mano a quell’energumeno e con una pistola affondata nel pancino, gli fece rivoltare le viscere.
L’apertura della capanna era esattamente di fronte al nascondiglio di Nah-bay e Buck guardava in quella direzione. Cavanugh si trovava alla sua sinistra, ad una distanza di diverse decine di metri. Buck non poteva vederlo senza voltare la testa, mentre Cavanaugh lo vedeva bene, benché gli desse il fianco. E Buck teneva il bambino proprio su quel lato, col braccio sinistro. Un tiro da lì era perciò improponibile. Cavanaugh per il momento dovette reprimere la prepotente voglia di spappolare la testa a quel bestione.
«Maledizione...» disse ancora fra sé.
Buck fece due passi in avanti, baldanzoso. «Allora, indiano... Lo rivuoi il tuo sporco marmocchio?»
Il bambino in realtà piangeva ancora, ma era soffocato dalla mano di Buck, quindi si udiva solo un flebile mugolio. Cavanaugh si chiese se così non sarebbe morto lo stesso.
«Allora?» latrò ancora Buck. «E dico anche all’altra carogna...»
Nah-bay si alzò di scatto e gettò il fucile.
Ghigno feroce di Buck. «Bravo, muso rosso... Adesso fatti vedere tu» urlò poi, evidentemente a beneficio di Cavanaugh.
Cavanaugh sapeva bene di non avere alternative. Maledicendo se stesso e un sacco di altre cose, alzò il fucile sopra la testa e avanzò allo scoperto.
«D’accordo, eccomi... Lascia andare quel bambino.»
Buck si voltò nella direzione da cui proveniva la voce e finalmente vide Cavanaugh. «Vieni avanti e getta il fucile.»
«Lascia andare il bambino, dannazione, lo stai soffocando!»
«Me ne frego di questo stronzetto!»
Cavanugh vide l’Apache irrigidirsi e temette un suo gesto avventato. «Fermo, Nah-bay!» lo bloccò subito. «Pensiamo prima al bambino...»
«Tu intanto pensa a buttare lontano il fucile e a tenere alte le mani» ordinò Buck.
Cavanaugh eseguì. Il fucile sprofondò in un cespuglio di salvia.
«Chi diavolo sei?»
«Mi chiamo Patrick Cavanaugh. Stavo inseguendo Nah-bay, devo riportarlo a Fort Bowie.»
Nah-bay lo trafisse con lo sguardo, ma non disse niente.
«Cavanaugh, uh?» Buck parve scorrere un immaginario archivio nella sua testa. «Forse ti conosco. E forse mi si offre una bella occasione per togliere qualche altro dannato serpente dalla faccia della terra. Tu... Raccatta il fucile e sparagli.»
L’aveva detto a Nah-bay. L’Apache lo guardò interrogativamente.
«Hai sentito? Raccogli il fucile e spara al bastardo che ti inseguiva... O preferisci che a crepare sia il tuo schifoso bamboccio?»
«Che diavolo è tutta questa storia?» domandò Cavanaugh per prendere tempo.
«Questo non deve interessarti.» Buck riportò lo sguardo su Nah-bay. «Avanti, che aspetti... Ammazzalo, o io ammazzo il tuo pargoletto.»
«Fai una carognata del genere e da questa buca non esci vivo nemmeno tu» disse Cavanaugh con tono glaciale.
«Può darsi, ma di sicuro ci sarà un muso rosso in meno. E non credo che il paparino preferisca il bianco che lo stava inseguendo al suo figlioletto... O sbaglio?» Guardò con scherno l’Apache, che lo fissava imperturbabile. «Forza, fallo fuori e forse potrai riavere tuo figlio vivo.»
Nah-bay gettò una rapida occhiata a Cavanaugh, quindi guardò il suo Sharps in terra a pochi passi da lui, infine si riportò su Buck. Che fece il gesto di premere la canna della pistola ancor di più nel pancino del bambino.
Cavanaugh, sempre con le braccia ben discoste dal corpo, guardava Nah-bay cercando una via d’uscita a quella situazione. Il sole stava scomparendo dietro le montagne e le ombre calavano nel canyon, rendendo quel luogo ancor più deserto e solitario. In alto sui crinali, i raggi dorati del tramonto accendevano le lucide foglie dei pini e delle querce. Si udì lo stridulo verso di un rapace, la cui eco si dissolse tra le vette.
«Sto perdendo la pazienza» avvertì Buck.
Nah-bay si mosse cautamente e raccolse il fucile. Buck ghignò, mettendo in mostra una serie di denti cariati. Adesso Cavanaugh era di fronte ad uno Sharps armato e puntato. Lo sguardo dell’Apache sembrava impassibile, ma i lievi spasmi dei muscoli del volto tradivano la tensione e il timore per la sorte del figlio in braccio a quell’energumeno.
«Spara!» urlò Buck.
L’Apache spostò gli occhi su di lui, ma la sua espressione era cambiata. Scaraventò il fucile a terra, all’improvviso, sotto lo sguardo stupefatto di Buck e di Cavanaugh.
I denti cariati di Buck sparirono. «Sei uno sciocco, muso rosso.»
Si staccò il bambino dal petto, tenendolo per la coperta in cui era avvolto. Il bambino, liberato dalla manaccia che gli ostruiva la bocca, esplose di nuovo in un pianto disperato. La pistola di Buck puntava sempre al suo ombelico.
«Non hai più un erede, stronzo.»
Avrebbe sparato di sicuro. Ma prima che lo facesse, un urlo si alzò alle sue spalle e la donna gli si avventò contro fracassandogli una lastra di pietra sulla testa. Buck cadde in ginocchio, mollando pistola e bambino, che finirono entrambi nella polvere. Nah-bay si tuffò verso il fucile e lo stesso fece Cavanaugh. Buck però era robusto e quella lastra di pietra era troppo sottile perché gli potesse aver fatto male sul serio. Benché inginocchiato e con una ferita sanguinante alla testa, riuscì velocemente ad afferrare la caviglia della donna prima che lei arrivasse al bambino.
«Maledetta sgualdrina!» farfugliò.
La tirò in terra, sguainò un coltello e stava per affondarglielo in un fianco quando si avvide della sua pistola comparsa come per magia in mano alla donna, che adesso gliela puntava dritto tra gli occhi. La guardò sorpreso per un attimo che parve infinito, prima che la faccia gli esplodesse trapassata dal calibro 45 sparato da pochi centimetri di distanza. Poi, senza nemmeno un sospiro, si accasciò sul ventre ansante della donna, lordandole di sangue il vestito in pelle di cervo.
* * *
La capanna bruciava. Alte spire si sfilacciavano nel quieto imbrunire, diffondendo un caldo tepore e illuminando le rocce intorno, come se ci fosse un secondo tramonto. Dentro la capanna, quattro corpi finivano in cenere e fumo per sempre.
«Mi dispiace per il vostro wickiup» disse Cavanaugh, in inglese.
«I wickiup si possono ricostruire» replicò Nah-bay nella stesse lingua e con un’ottima pronuncia.
Cavanaugh guardò la donna. Nonostante la ferita alla spalla, i lunghi capelli arruffati e il vestito stracciato e sporco del sangue di un bandito, splendeva di una bellezza selvaggia e materna al tempo stesso. Tra le sue braccia, il bambino aveva finalmente smesso di piangere e respirava tranquillo.
«Dimmi la verità, Nah-bay... Tu sapevi di essere inseguito.»
Nah-bay fece quello che per un Apache era il massimo del sorriso. «Lo sapevo. E pensavo di doverti uccidere... Ma tu sei scaltro. Per fortuna. Perché, alla fine, sei arrivato in tempo.»
«A quanto pare... Adesso, però, voglio sapere tutto. Lo sai che ho l’ordine di ricondurti indietro.»
L’Apache lo fissò intensamente e rispose: «Lo so. E so anche che non lo farai».
Pat sorrise e tacque.
«Oltre che scaltro, so che sei un uomo valoroso e leale, Ca-va-noh» riprese Nah-bay, scandendo seccamente il suo nome. «Perciò fai pure le tue domande.»
«Cosa volevano quegli uomini da te?»
«Volevano che li conducessi al giacimento.»
«Quale giacimento?»
«Quello con l’oro.»
Cavanaugh non aveva mai sentito parlare di oro in quella zona, dove al più si era cercato ed estratto argento durante la febbre degli anni ‘70.
«C’è un giacimento d’oro qui nei Dragoons?»
Nah-bay annuì. «Soltanto io conosco il luogo in cui si trova. Fu Cochise a rivelarmelo, prima di morire, e mi fece giurare che avrei mantenuto quel segreto. Purtroppo, anche nel nostro popolo ci sono spie e persone malvagie e qualcuno deve aver rivelato a questi uomini che io sapevo dell’esistenza di un giacimento d’oro...»
Nah-bay tacque brevemente e Cavanaugh ne approfittò per chiedere: «Perché la tua donna vive in mezzo a queste montagne?».
Nah-bay lo fissò strano, come se quella domanda lo avesse in qualche modo offeso. «Queste montagne sono da sempre la nostra casa. Non ho mai voluto che mia moglie vivesse in una riserva dei bianchi. Io sono rimasto leale alla mia gente e anche al corpo degli scout, ma non sono mai stato uno dei vostri e mai lo sarò... E nemmeno Tah-das-te lo è. Lei nemmeno parla la vostra lingua.»
La donna guardò Cavanaugh come se invece avesse compreso benissimo cosa suo marito avesse detto.
«Lei ha vissuto con i suoi parenti in questa zona fino a quando non li hanno costretti tutti ad andare a San Carlos... San Carlos non è un bel posto. Allora l’ho fatta scappare, l’ho riportata qui e le ho detto di rimanerci fino a quando non l’avessi raggiunta.»
«Quindi avevi comunque intenzione di lasciare gli scout...»
«Sì.»
Cavanaugh guardò il piccolo, serenamente addormentato sul seno della madre. Nah-bay seguì il suo sguardo e continuò: «Era già deciso. Prima che mia moglie mi donasse un figlio... Un fratello di mio padre è passato da queste parti insieme al suo clan, dopo aver abbandonato San Carlos, per fare visita a mia moglie. Usen ha voluto che arrivasse giusto in tempo, quando lei stava per partorire. Così mi hanno fatto sapere che ero diventato padre. Allora dovevo venire qui».
«Ma sono arrivati prima quelli» soggiunse Cavanaugh, accennando alla pira di fuoco. «Murchison era della partita ed è stato lui a ricattarti.»
Nah-bay annuì. «Ha detto che sapevano dove stava mia moglie. Ha detto che sapevano anche del bambino. Ha detto che dovevo guidarli al giacimento, altrimenti i suoi compagni avrebbero ucciso tutta la mia famiglia. Ma poi non ha più detto niente.»
Difficile farlo con la gola sgozzata, pensò Cavanaugh. Nah-bay aveva avuto coraggio. Far secco Murchison e galoppare contro quei banditi significava mettere in pericolo l’incolumità della sua donna e del bambino. Come in effetti era successo. Ma con quella donna, si trovò a riflettere Cavanaugh, certi rischi si potevano correre, perdiana. E allora non poté fare a meno di pensare alla sua, di donna, che avrebbe finalmente incontrato a Fort Apache...
«Adesso noi andiamo, Ca-va-noh» disse Nah-bay. «Kaa’ tis dai.»
La traduzione letterale di quel saluto significava grossomodo “ci rincontreremo”, ma Cavanaugh sapeva che in realtà si trattava di un addio. Come sapeva che di quella storia non avrebbe mai rivelato niente a nessuno. Con buona pace del maggiore Cromwell.
Cavanaugh strinse la mano a Nah-bay e fece un cenno alla donna. «Suerte.»
Nah-bay e la sua famiglia si incamminarono in silenzio, tirandosi dietro due cavalli con poche cose appese. Pat rimase ad osservarli finché non furono inghiottiti dal ventre selvaggio dei monti Dragoon.
* * *
«Come sarebbe a dire che è morto?»
Il maggiore era balzato su dalla sedia, mani sul tavolo e barba sporgente.
«Mi pare molto chiaro» ribatté Cavanaugh tranquillo, rigirandosi il cappello tra le mani. «Morto significa morto. Bruciato con tutta la capanna.»
«Che diavolo ci faceva in una capanna in mezzo ai Dragoons?»
«Ne so quanto voi, maggiore.»
«E quegli altri tizi, chi accidenti erano?»
«Buio fitto anche qui. Io ho fatto in tempo soltanto ad assistere alla fase finale della sparatoria, dove evidentemente si sono ammazzati a vicenda. Poi la capanna ha preso fuoco... Chissà, forse qualche scintilla del focolare all’interno... Sapete come sono fatte le capanne degli Apache, tutta roba che può bruciare in un attimo.»
Il maggiore picchiò un pugno sul tavolo, ma stavolta il calamaio non si rovesciò. «Maledizione, così sarà impossibile sapere perché quel maledetto indiano ha ammazzato Murchison ed è scappato.»
«Credo che dovremo farcene una ragione, signore.»
Imperturbabile, Cavanaugh. Il maggiore lo squadrò come a volergli sondare l’anima, ma lo sguardo calmo di Cavanaugh lo placò e forse lo convinse della storia.
«Beh, immagino abbiate ragione, una volta tanto» disse con un mezzo sorriso.
Pat si mise il cappello in testa. «Ora posso considerarmi libero di riprendere il mio lavoro?»
Il maggiore sedette pesantemente sulla sedia, come se d’un tratto si sentisse molto stanco, e annuì. «Certo, andate pure.»
Patrick Cavanaugh si congedò con un rapido saluto militare, poi prese la porta e uscì nel sole del pomeriggio. La bandiera penzolava inerte in cima all’asta al centro del piazzale. Pat lo attraversò a grandi falcate, infilò nello stallaggio, sellò il suo baio e partì al trotto. Scese dalla collina zigzagando tra le yucca e imboccò la pista di Apache Pass, mentre Fort Bowie scompariva rapidamente alle sue spalle. Giunto nel fondovalle, spronò il cavallo al galoppo. Non voleva perdere altro tempo. Sue Ann lo stava aspettando.
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