una poco di buono
italian
Odo, Petra, la sua afflizione
e ascolto il triste concerto
che fanno, suonando a morto
la campana e il cannone.
«Cos’è questa roba, Fermín?».
«Un’ode patriottica».
«Sì, questo lo so».
«Solo che io al posto di “patria” ho messo “Petra”».
«Me ne sono accorta».
Guardai il viceispettore come se me lo vedessi davanti per la prima volta. Negli ultimi tempi i capelli gli erano diventati quasi tutti bianchi, e i baffi pure. Ma gli occhi gli brillavano di malizia come a un adolescente. Spandeva un forte odore di caffè.
«È così che si sente, oggi, come un vecchio poeta, Garzón?».
«Io? Per niente! Ho un’energia che spacca i muri».
«Ottenuta a forza di caffeina, se l’olfatto non m’inganna».
Tolse il braccio destro da dietro la schiena e mi porse un bicchiere di carta colmo di caffè.
«Stavo giusto aspettando che mi desse dell’egoista e dell’insensibile perché non avevo pensato a lei, ma tra un po’ mi brucio le dita con questo coso».
Gli strappai di mano il gradito omaggio e sollevai il coperchio. Che buon odore ha il caffè! Sa di promessa mattutina, di incoraggiamento e di conforto, di chiacchiera tra amici. Basta entrare in un bar a metà mattina: espresso, macchiato, ristretto, lungo, doppio, cappuccino, con ghiaccio, con zucchero bianco, zucchero di canna, dolcificante... Per gran parte della popolazione questa è la sola scelta concessa in una lunga giornata. Di lì tutti traggono le forze per inalberare la bandiera della volontà, pronti a uccidere pur di difenderla, se necessario.
Garzón mi strappò alle mie meditazioni sul caffè:
«Ispettore, non vedo nessuna reazione ai versi che le ho recitato».
«Cosa si aspettava, un applauso?».
«Poteva almeno pensare che l’afflizione e il cannone e le campane a morto volessero dire qualcosa, no? Un’investigatrice che non deduce, che investigatrice è?».
«A quest’ora del mattino non sono abbastanza sveglia per le deduzioni. Vuoti il sacco, Fermín».
Alle prime luci dell’alba uno sportivo che faceva jogging sulla salita della Rabassada aveva trovato il cadavere di una donna, nel fosso lungo la strada. E visto che la faccenda sembrava opera della criminalità organizzata, il caso era stato affidato alla Policía Nacional, e al nostro commissariato, per poi finire, più precisamente, a Garzón e a me.
«E parlare prima, Garzón?».
«C’è tempo. Il medico legale e il magistrato sono stati avvisati solo adesso. E sul posto ci sono quelli della Policía Urbana. È tutto sotto controllo. Finisca il suo caffè».
«Solo lei è capace di declamare versi in queste situazioni» brontolai mentre volavo a mettermi il cappotto.
Tirava un vento gelido, e forse per questo, guardando le cosce scoperte della donna, sentii un brivido percorrermi la spina dorsale. Emisi addirittura un piccolo gemito. Non mi sono mai abituata al drastico spettacolo della morte violenta. Comunque fosse, il freddo mi entrò nelle ossa, e lì se ne restò, acquattato, mentre osservavo il cadavere. Non c’era niente, in apparenza, che si potesse considerare una novità: gettata su un fianco, con la gonna corta rialzata fino a mostrare le mutandine, una donna dal fisico tozzo, che aveva tutta l’aria di essere una prostituta, giaceva tristemente a terra. È facile essere vittime quando si lavora in strada. La sequela di omicidi commessi nel mondo della prostituzione, che da tempo riempiva le cronache dei giornali, si allungava senza che nessuno fosse capace di fermarla. Forse anche quella donna si era ribellata ai suoi sfruttatori, e loro, dalle minacce, erano passati ai fatti.
Il giudice e il medico stavano discutendo. Mi avvicinai per capire di che cosa si trattasse.
«Ci sarà da fare l’autopsia ed esaminare ogni dettaglio con cura, ma così, a naso, direi che questa donna è morta da almeno due giorni».
«Eppure, come le dico, è ben strano che un corpo venga abbandonato tanto tempo dopo la morte» replicò il giudice.
Entrambi mi guardarono. Mi strinsi nelle spalle e mostrai i palmi, vuoti di ogni opinione.
«Posso vederla?» domandai, per dimostrare che ogni domanda sarebbe stata prematura.
Garzón si accovacciò accanto a me e osservammo da vicino il corpo: capelli di un biondo furioso, ottenuto con prodotti da supermercato, occhi impiastricciati di matita nera e rimmel, monili di bassa bigiotteria, camicetta leopardata e zatteroni. Non dava l’idea di far parte della serie di prostitute uccise, e certo non per lo scarso gusto nel vestire, ma perché doveva essere già ampiamente al di sopra dei cinquant’anni, mentre le vittime del racket raramente arrivavano ai trenta. E poi, a dirla tutta, non era affatto attraente, mentre la bellezza di quelle ragazze, tutte del tipo nordico, era stata molto commentata dappertutto.
Il commissario Coronas, secondo una logica squisitamente poliziesca, non aveva voluto escludere un legame di quella donna con la rete di sfruttamento, e aveva messo il caso nelle nostre mani. Eppure fin da subito ebbi la certezza che quello fosse un episodio a sé. Niente a che vedere con nessuna organizzazione criminale.
Ma ormai eravamo lì, davanti a un corpo senza vita buttato come uno straccio.
«Sembra una bambola rotta» mi disse Garzón sottovoce.
«Sì, la bambola vecchia e brutta da cui le bambine non vogliono separarsi».
«E invece questa l’hanno tolta di mezzo senza tanti complimenti. Poveretta, è orribile».
Era vero, davanti a quel cadavere era difficile perfino provare pietà. Tutto era così grottesco: il fisico, l’abbigliamento, la posizione. Mi sforzai di provare dei sentimenti. Anche lei meritava pietà: una prostituta quasi sessantenne, priva dei mezzi necessari non solo per smettere di fare la vita ma anche per sistemarsi in modo più decente. Avvertire una fitta di pena mi fece sentire meglio. Non mi piace indagare su un omicidio senza provare una certa compassione per la vittima; e anche per l’assassino, alla fine, quando riusciamo a prenderlo.
Le tracce trovate vicino al corpo erano scarse: un mozzicone di sigaretta, un bioccolo di lana rossa... Tutto fu debitamente raccolto e sistemato nelle apposite buste, senza la minima convinzione che potesse servire. Difficile sapere da quanto tempo quei reperti erano lì. E il fatto che il corpo fosse stato portato in macchina non permetteva di risalire alla scena del delitto, che è sempre un’importante fonte di indizi. Come se non bastasse, i due giorni trascorsi dalla morte avrebbero reso meno affidabile l’autopsia. Testimoni? Difficile che ce ne fossero, praticamente impossibile, in pieno inverno, lungo una strada fuori mano, nelle ultime ore della notte. Insomma, avevamo tutto contro. Ma volli farmi coraggio. «Ne hai scalate di montagne più impervie» mi dissi, e prima di ragionarci su per capire se fosse vero o no, tirai la manica al mio collega perché si unisse al gruppo, a presenziare alla rimozione del corpo.
Che la nostra vittima fosse una prostituta qualsiasi, della quale si poteva escludere a priori l’appartenenza a quel vistoso quanto triste caso di tratta delle bianche, non favoriva la celerità delle indagini. Nell’attesa del referto dell’autopsia, la nostra squadra, composta da Garzón, Yolanda, Sonia ed io, cominciò a fare il giro di tutti i baracci malfamati della città, di tutti i posti frequentati da confidenti e marioli con la lingua lunga, mostrando la triste fotografia della defunta. I luoghi storici della prostituzione cittadina furono il nostro campo di battaglia per una settimana. Sono imprese, queste, che richiedono pazienza e buona volontà, perché le persone da sentire sono molte, e non sempre facili da trattare. La buona volontà non ci mancava, ma quanto a pazienza eravamo messi molto peggio, almeno per quanto riguardava me. Come diavolo era possibile che nessuno, assolutamente nessuno, avesse mai visto quella falena bionda dal corpo a barilotto? Nemmeno una collega che avesse notato la sua assenza, né un lenone di bassa lega, né il padrone di un bar dove andasse a ripararsi dal freddo o a confortarsi, né un cavolo di parente, anche lontano? Che fenomeno era mai quello? Lo sbocciare di un fiore spontaneo ed effimero che non lascia nemmeno un ricordo del suo passaggio sulla terra?
Le mie due giovani agenti tentarono a modo loro delle ipotesi a partire dagli abiti e dall’aspetto della signora.
«La faccia non ha espressione perché è morta da un pezzo» disse Yolanda. «Certo, poveraccia, che poteva truccarsi un po’ meglio. Guarda che ombretto».
«Il malva va di moda» obiettò Sonia.
«E questo che c’entra? Voglio dire che è dato malissimo, sembra messo a casaccio. È chiaro che, oltre a non essere bella, non ci teneva per niente».
«Be’, su questo non sono d’accordo, deve aver usato prodotti di qualità, se dopo due giorni si vedono ancora».
Sperai che non ne venisse fuori una di quelle discussioni inutili cui tante volte mi era toccato assistere. Mi interessavano di più i commenti sugli abiti, che cominciarono a esaminare manipolando con i guanti le buste di plastica trasparente:
«Il top leopardato dev’essere dei cinesi» disse Sonia con smorfia di disgusto. «Da nessun’altra parte si trova roba così orrenda. Guardate l’etichetta».
«Luxury Fashion. Made in PRC. Cosa vuol dire?».
«Popular Republic of China» declamò la ragazza, felice di segnare un punto a suo favore.
«Però la gonna non è della sua misura» continuò Yolanda. «Guardate che vita stretta. La signora della fotografia non può starci, qui dentro. Per questo la cerniera era abbassata».
«L’avrà comprata così perché fosse più corta, per scoprire le gambe».
«Poteva farla allargare, almeno».
«Ma sei scema? È chiaro che la tipa non era il massimo dell’eleganza e dello stile».
Perché si beccavano sempre tra di loro, quelle due? Che cosa volevano? La nostra approvazione? La medaglia della piccola Sherlock Holmes? Le avrei volentieri prese a scarpate. Dio mio, le scarpe! Meglio che non dicessero niente sulle scarpe. Ma Yolanda era decisa a mostrare la sua sagacia:
«Portava calze di lana sopra il ginocchio, con quel freddo, e le scarpe sono di una volgarità spaventosa, anche se nuove».
«Nuove?».
«Guarda le suole» aggiunse. «Doveva averle messe per la prima volta quel giorno».
«Magari le usava solo ogni tanto» azzardò Sonia.
«Sono nuove, ti dico! Sei cieca?».
«Basta, adesso. Potete andarvene tutte e due».
Non appena furono uscite sospirai guardando il mio collega:
«Che pesantezza! E dire che di solito vanno d’accordo».
«Vogliono farsi belle davanti a lei, ispettore».
«Davanti a me?».
«Certo, lei è il loro modello, la persona a cui vogliono assomigliare».
«E io sono così rompicoglioni su certe cose, Fermín?».
Non ebbi risposta. Si limitò a guardare il soffitto atteggiando le labbra a un fischiettio distratto.
«Lasciamo perdere» continuai. «E gli effetti personali di questa disgraziata, dove diavolo sono?».
«Non ce ne sono, ispettore. Niente borsetta, niente tasche. Solo una tessera dei trasporti. Pare ce l’avesse attaccata sotto la pianta di un piede, con la calza sopra».
«Una tessera esaurita?».
«Usata a metà».
«Vedremo cosa si riuscirà a ricavarne».
Tanta lentezza cominciava a darmi sui nervi. Chiamai il giudice che istruiva le indagini e riuscii, dopo grandi insistenze, a farmi dare il nome del medico che avrebbe eseguito l’autopsia. Poi feci una cosa che non avrei mai dovuto fare: lo chiamai per sollecitare. Doveva essere giovane, perché non mi mandò al diavolo. Anzi, si scusò per il ritardo e mi fece una proposta insolita:
«Direi che questa sera verso le sette avrò finito. Se desidera può passare di qui, così le spiego a voce, no?».
Giovane? Doveva essere un lattante per non essere ancora stato contaminato dalla cafonaggine che impera nel nostro ambiente. Fui parca nei ringraziamenti per non rivelargli quanto il suo trattamento fosse eccezionale.
E in effetti, giovane lo era, e anche un bel ragazzo, francamente irresistibile in camice bianco. Sorrideva in modo cortese e si esprimeva senza sentire il bisogno di usare parole grevi.
«Da quanto tempo è in servizio?» mi interessai.
«Tre mesi» fu la conferma alle mie supposizioni.
Altri tre mesi sarebbero bastati per condurlo sulla ripida china della maleducazione. Il viceispettore gli diede una bella spinta non appena aprì bocca:
«Senta, a parte tutta la pappardella didattica, le spiace se diamo un’occhiata noi alla salma? Non sarà un bell’aperitivo, ma almeno così ci capiamo».
Il dottorino aprì la porta della sala autoptica e ci fece entrare. Su una delle lettighe c’era la nostra vittima, coperta da un lenzuolo. Il dottor Segovia, così si chiamava il bel giovane, cominciò il suo discorso:
«La morte risale a due giorni prima del ritrovamento. Presenta diverse escoriazioni al volto e alla fronte procurate dopo il decesso, probabilmente quando è stata estratta dall’auto e trascinata sull’asfalto fino al punto in cui è stata trovata».
«Il tipo non ha perso tempo. Avrà avuto una paura matta che passasse qualcuno» commentò il viceispettore.
«Non sappiamo neppure com’è morta» aggiunsi.
«Dissanguata» sentenziò il medico. Ha una coltellata profonda nello stomaco.
«Però sugli abiti non c’era sangue. Sul corpo ce n’era?».
«Un po’ intorno alla ferita. Ma solo tracce».
«Vuol dire che l’assassino ha lavato la vittima e l’ha cambiata d’abito?» chiese il viceispettore.
«Evidentemente» dissi. «Forse non voleva attirare l’attenzione quando l’ha portata fuori dal luogo dove l’ha uccisa».
«Ma come si fa a uscire in strada con un cadavere senza attirare l’attenzione?» volle sapere Segovia.
«Ci sono tanti modi: dentro un baule, oppure facendo finta che la vittima stia male, che sia ubriaca...».
«E il sangue? Dov’è finito tutto il sangue di questo corpo sventurato?» si domandò Garzón di nuovo in preda all’afflato poetico.
«C’è altro da segnalare?» chiesi, per arrivare al sodo.
«Non aveva assunto droga né alcol. Non ha nessuna caratteristica morfologica particolare. È una donna normale».
«Una prostituta» puntualizzò il mio collega.
«Questo dall’autopsia non è risultato».
Chiesi il permesso di dare uno sguardo, e a un cenno di assenso del medico alzai il lenzuolo che copriva il corpo. Una donna normale, se non fosse stato per quella tinta dei capelli giallo paglia e la lacca di un rosso vistoso che si era data alle unghie delle mani e dei piedi, con considerevole inettitudine, tanto che in molti punti usciva dai margini dell’unghia e si estendeva sulle pellicine circostanti. Il resto era come al solito: seni e ventre flaccidi, ginocchia sporgenti... le ingiurie dell’età.
«In conclusione» mormorai, «di progressi ne abbiamo fatti pochi».
«E quella tessera che aveva sotto il piede, non fornisce elementi utili?».
«Su quella non siamo ancora andati a fondo» risposi con imbarazzo. «Abbiamo esaminato gli abiti».
«È saltata fuori quando la spogliavamo, dentro una calza. Sembrava una specie di tessera della metropolitana. Dev’essere tra i reperti».
Ah, sì, la tessera dei trasporti! Correre come matti da una parte all’altra senza prestare la debita attenzione a ogni dettaglio non favorisce certo le indagini. Tornammo in commissariato ed effettivamente, come ci aveva fatto notare il medico, il nostro indizio era là.
«Certo, è una tessera dei mezzi pubblici, ma non ne ho mai vista una simile. Sonia dice che le fanno per i turisti».
Riguardai le scarpe, nere, volgarissime, due zatteroni tozzi, plasticosi. Le calze erano nere, di lana spessa. Se il corpo era stato rivestito dopo l’assassinio, quel cartoncino doveva essere finito dentro le calze per sbaglio. Una tessera dei trasporti. Un oggetto talmente comune che a stento lo si può considerare come un indizio. Lo osservai bene: «Barcelona Card» c’era scritto.
«Lei sa se questa tessera ha qualche particolarità?» chiesi a Garzón.
«Mai vista in vita mia. Io qui ci vengo a piedi, sono anni che non prendo un autobus».
«Santo cielo, Garzón, come ci siamo allontanati dalla vita del proletariato! Mi vergogno perfino a chiedere che tipo di biglietto è».
Chiamammo le ragazze, che pur essendo utenti regolari dei mezzi pubblici, non avevano mai visto quel tipo di tessera. Anche se a Sonia pareva di ricordarla in una pubblicità. Avrei fatto prima cercandola al computer.
«Basta, lasciate stare. Qui c’è tutto. La Barcelona Card è una specie di tessera onnicomprensiva per visitare la città, che permette di viaggiare su tutti i tipi di mezzi pubblici e di entrare gratis in una serie di musei e attrazioni: Museo Picasso, monumento a Colombo, Museo del Cioccolato...».
«C’è un Museo del Cioccolato a Barcellona?» mi interruppe Sonia sempre inopportuna. La guardai con occhi assassini e proseguii, scandendo bene le parole:
«Il prezzo varia in funzione dei giorni di utilizzo. Esiste da tre, da quattro e da cinque giorni».
Le due agenti si precipitarono sul cartoncino e lessero il numero scritto in grande:
«Cinque! E la vittima ne aveva già consumati due».
«Poverina, magari non ce l’ha fatta ad andare al Museo del Cioccolato» tornò a ironizzare Sonia.
Prima di mandarla a quel paese sciolsi la riunione distribuendo ordini a destra e a manca.
«Sonia e Yolanda: domani voi due continuerete il giro nell’ambiente della prostituzione. E lei, viceispettore, mi preparerà una relazione scritta su tutto quanto abbiamo fatto finora, non voglio guai con il giudice. Buonasera a tutti».
Le ragazze scapparono via subito, ma il mio collega si attardò nel mio ufficio, soltanto per dirmi:
«Se il colpevole è un turista, Petra, allora siamo fregati. Lei lo sa come si complicano le cose? Come facciamo a beccare un tizio che...».
«Basta, Fermín! Ci manca solo che lei mi sottolinei le difficoltà. È stata una giornata lunga. Voglio andarmene a casa e smetterla di pensare alle puttane assassinate».
In casa c’era Marcos, ma nessuno dei ragazzi. Mi dispiacque, la presenza dei suoi figli dà alle serate la giusta dose di confusione che aiuta a dimenticare i problemi del lavoro. Alzando gli occhi dal giornale, mio marito mi sorrise.
«Dalla tua faccia deduco che è meglio non chiederti com’è andata».
Crollai sul divano come un generale dopo la battaglia, e sbuffai, con lo sguardo al soffitto. Marcos si alzò:
«E dai tuoi gesti deduco che hai bisogno di bere qualcosa. Ti farò una sola domanda: ti va di parlare, sì o no?».
«Basta che non mi parli di puttane morte».
«No, stai tranquilla, non sono tra i miei argomenti preferiti».
Scomparve silenziosamente e un attimo dopo era di ritorno con due bicchieri di Porto.
«Grazie, caro. Ti ho mai detto che detesto fare il poliziotto?».
«Da quando ci conosciamo me lo hai detto tutti i santi giorni. Ma proprio perché ci conosciamo, non ti ho mai dato retta. Quello che fai ti piace, Petra, arrenditi all’evidenza».
«Ma ci sono delle volte che... Hai seguito il caso delle donne assassinate dal racket internazionale?».
«Non pensavo ti occupassi di questo».
«No, infatti. Quello è un caso grosso, importante, che permetterà di liberare dalla schiavitù un mucchio di ragazze belle e giovani. Il nostro è decisamente più modesto. Una vecchia prostituta, brutta e malmessa, non identificata, trovata dentro un fosso. Per di più potrebbe averla ammazzata un turista. Ti viene in mente qualcosa di più squallido?».
«Certo, non sarà un caso da prime pagine dei giornali, ma mi pare che a te della fama non sia mai importato nulla».
«Ed è vero, credimi. Ma proprio per questo mi preoccupo. Se il colpevole non salta fuori in fretta, tutta la faccenda sarà archiviata e dimenticata. A chi può importare di una povera prostituta di quell’età? Certo, a me importa. Mi fa arrabbiare, mi dà fastidio. Soprattutto perché non sarà facile scoprire chi è stato».
«Devo dirti che sei come Robin Hood?».
«Grazie, molto spiritoso! E adesso non dirò una parola di più. Parliamo dei ragazzi, piuttosto. Li hai sentiti?».
«Solo un attimo. Hugo e Teo stavano litigando per una questione che non ho capito bene. Alla fine l’unica cosa che sentivo era il rumore degli schiaffi. Naturalmente, ho riattaccato».
«E Marina?».
«Era arrabbiata. La madre non l’ha lasciata andare a una festa di compleanno».
«E tu che cosa le hai detto?».
«Niente. Si è lagnata per un po’ ma non voleva stare a sentire».
«Allegria! Sembrerebbe che parlare di puttane morte sia quasi meglio!».
«È quello che penso anch’io».
Ci preparammo un’insalata di pollo e ci sedemmo a tavola. Il silenzio cominciò a pesarmi.
«Se non parliamo di puttane o di bambini sembra che non abbiamo più niente da dirci» osservai.
«L’esperienza mi insegna che bisogna avvicinarti in modo diverso a seconda del caso di cui ti occupi. E quello di oggi non mi trova preparato».
«Non farmi sentire un mostro. Tentiamolo su di te, l’avvicinamento. Com’è andata al lavoro oggi?».
«Petra, per favore, il tuo stato d’animo viene prima. Sei tu che ti muovi tra i morti ammazzati. E la morte di un essere umano influisce sullo spirito molto più che la semplice costruzione di un edificio. L’animo di un architetto è molto più stabile».
«Sei molto comprensivo, quasi mi offendi».
«Ti offendo? Adesso sì che non ti capisco».
«È molto semplice: di qualunque cosa si parli, sembra sempre che l’argomento debba dipendere da me. E non mi piace».
Si mise a ridere, e questo è importante. Se la persona con cui stai non ti fa ridere o non riesci a farla ridere, conviene formare un terzetto o chiuderla lì. È vero che all’inizio del nostro matrimonio avevo giurato di non commentare mai con Marcos le vicende del lavoro, ma avevo rotto i voti già più di una volta, e quella sera sentivo il bisogno di farlo. Forse raccontare quella storia mi avrebbe alleggerita del peso che sentivo.
«Sai, si tratta di un caso che potrebbe rivelarsi molto complicato, di quelli in cui la vittima è un soggetto debole, che non conta niente per nessuno».
«E proprio questi sono i casi che ti stanno più a cuore».
«Non voglio far la parte della santa, però è vero che i deboli sono la mia debolezza. E quella vecchia prostituta... Pensa che nessuno ha reclamato il suo corpo, nessuno la conosceva, sembra non avesse neppure delle amiche tra quelle del suo mestiere».
«E come lo sapete che è una prostituta?».
«Portava l’uniforme d’ordinanza: abiti provocanti da pochi soldi, occhi pesantemente truccati, zatteroni...».
Lui annuì più volte, guardò il pavimento, pensieroso.
«Petra, hai mai pensato di smettere di lavorare? Forse ti sentiresti sollevata se non ti occupassi più di certe cose».
«Troppo tardi. Io le ho già viste, certe cose, e so che continuerebbero a succedere anche se non le vedessi tutti i giorni. Almeno così ho la sensazione di fare qualcosa, anche se a volte devo riconoscere la mia inettitudine».
«Tu sei una buona investigatrice, e sono sicuro che chiunque abbia ucciso quella donna la pagherà».
«Certo, Marcos. Lo prenderemo e la pagherà cara».
«Ecco, ora ti riconosco».
E lì finì la nostra chiacchierata. Meglio così, perché né lui era convinto di quello che diceva, né io avevo tutta la sicurezza in me stessa che stavo mostrando. Quindi finimmo di cenare parlando del più e del meno, e dopo un’oretta dedicata alla lettura ce ne andammo a dormire.
La mattina dopo il viceispettore Garzón mi ricevette con una salva di lamentele:
«Porca miseria, Petra! Abbiamo Yolanda e Sonia a casa a dormire, dopo aver passato tutta la notte in giro per le peggiori bettole della città. E lo sa che cos’hanno scoperto? Niente! Nessuno l’ha mai vista, quella donna. Non si sa da dov’è uscita, se è venuta dallo spazio, se si è materializzata dal nulla! Questo caso è una ciofeca, ispettore. Se non c’è un magnaccia né una puttana in grado di riconoscere quella poveraccia, mi dica lei cosa possiamo fare».
«C’è quella tessera della città. Se ha visitato qualche museo forse qualcuno può identificarla».
«Ma da quando una prostituta si compra un abbonamento ai musei della città?».
«Magari una prostituta appena arrivata da fuori, in vena di arricchirsi culturalmente. O forse il turista era l’assassino, e ha perso la tessera».
«Strano che sia finita lì».
«Mica tanto. Usi l’immaginazione. Si alzano dal letto, si rivestono in fretta e lei pesta accidentalmente la tessera caduta, che le rimane appiccicata al piede. Poi si rimette calze e scarpe e il cartoncino rimane lì. Possibile».
«Possibile ma strano».
«Comunque quella tessera ci dice che un turista ha avuto a che fare con questa storia».
«Sì, ma un turista che non è per forza l’assassino».
«Sarebbe strano se non lo fosse. È stato l’ultimo ad andare con lei, perché se la donna avesse avuto un altro cliente, la tessera le si sarebbe staccata dal piede. No, mi ascolti: è andata così. Va col turista, e le rimane attaccata al piede la tessera caduta dai pantaloni dell’uomo. Ma succede qualcosa, litigano, il tipo si infuria e la uccide. La carica in macchina e va a buttarla nel fosso, dopo averla lavata».
«E la tessera non si è staccata dal piede mentre lavava il corpo?».
«Forse non le ha tolto le calze».
«Mi pare molto tirato per i capelli, Petra».
«Lo so, viceispettore. Crede che io sia scema?».
Ci mettemmo a riflettere ciascuno per conto proprio, ma la domanda doveva essere la stessa per tutti e due: qual era la crepa in cui infilare la leva che ci avrebbe permesso di scoperchiare quel mistero? Doveva esserci. Da qualche parte c’è sempre. Di colpo mi svegliai da tutto quel pensare e inorridii della nostra immobilità.
«Si può sapere che cosa diavolo stiamo facendo?».
«Pensare, ispettore, pensare».
«E da quando la pratica investigativa consiste nel pensare?».
«Diamine, Petra, un bravo poliziotto...».
«Un bravo poliziotto è un uomo d’azione. Se i poliziotti dovessero pensare saremmo tutti dei filosofi».
«E quale sarebbe la nostra linea d’azione?».
«Di quali indizi disponiamo?».
«Di quella cavolo di tessera e basta».
«Bene, cominciamo da lì. Visiteremo tutti i musei dove lei o lui, o tutti e due insieme, possono essere stati».
«Ho difficoltà a credere che una prostituta vada per musei, e ancor di più che ci vada con un cliente, magari mano nella mano come una coppia in viaggio di nozze».
«Se la mette così, allora io trovo difficile credere che uno che va a puttane, e con una puttana di quel genere, possa aver visitato un solo museo in vita sua. Ma la natura umana riserva delle sorprese, Garzón. A Franco piaceva Charlie Chaplin, Hitler amava i cani. E noi non siamo nelle condizioni di escludere niente. Dica alle ragazze di venire subito».
«Ma, ispettore, hanno scarpinato fino all’alba, devono essere distrutte».
«Tollererò».
«Tollererà che cosa?».
«Tollererò il lavoro, certamente imperfetto, di due giovani agenti piene di sonno».
«Lei è una sfruttatrice senza pietà».
«La gioventù, Garzón, è un peccato da espiare».
Un paio d’ore dopo eravamo tutti e quattro riuniti nel mio ufficio. Le ragazze avevano gli occhi gonfi e le facce non troppo sveglie, ma si guardarono bene dall’aprir bocca per protestare.
«Vediamo» cominciai. «Qui c’è la lista dei musei che offrono l’ingresso gratuito ai possessori della famosa tessera. Ci dividiamo in due squadre. Ci presentiamo lì e mostriamo la foto della vittima al personale all’ingresso per vedere se qualcuno la riconosce. Cominceremo da quelli che ci sembrano più probabili».
Presi la lista e lessi:
«Monastero di Pedralbes».
«Poco probabile. Non me li immagino quei due a visitare monasteri» disse Garzón.
«D’accordo. Lo lasciamo per ultimo. Monumento a Colombo».
«Questo lo metta per primo. A tutti piace salire in alto per sentirsi superiori».
«Giusta osservazione, Yolanda. Ci andrete tu e Sonia, come prima cosa».
«Possiamo andare anche al Museo del Cioccolato? Muoio dalla curiosità» si inserì senza vergogna l’ineffabile Sonia.
«Va bene. Museo del Cioccolato al numero due. Torre di Collserola».
«Un altro belvedere sulla città? Doveva avere il complesso dell’uccello» fu il commento del viceispettore.
«Be’, col mestiere che faceva» rise Yolanda.
«Numero tre. Museo di Scienze Naturali».
Ci fu un momento di esitazione. Nessuno riusciva a tirar fuori una scempiaggine adatta. Alla fine si lanciò il mio collega:
«A quello ci andiamo noi, se le va. Magari può trarre insegnamento dal Big Bang».
Le due ragazze risero, mentre io lo fulminavo.
«Museo Marès».
«E che cos’è, ispettore?».
«Una volta ci sono stata» risposi. «È la casa privata di un ricco borghese catalano. È pieno di antiche sculture in pietra. Probabilmente le comprava ai preti di campagna a colpi d’assegni. Deve aver razziato mezzo patrimonio nazionale».
«Che faccia tosta! E non si può fare niente contro di lui?» esclamò Sonia piena di sacrosanta indignazione.
«Lo lasciamo per le prossime indagini, d’accordo, Sonia?» risposi fra i denti, provocando i risolini degli altri due. «Lì, comunque, ci andremo noi. Voi andrete all’Orto Botanico».
«Sì, le puttane vanno matte per i fiori. E poi la nostra vittima non era un fiore nel fango?» ironizzò Garzón.
«Noi andremo al Museo del Modernismo catalano. Voi a quello di Storia della Città, che si trova in Plaza del Rey. Poi, cosa rimane? Ah, il Museo Picasso! Direi che è il più improbabile di tutti».
«Ma pure quello di Storia non scherza! Proprio non lo vedo tanto interesse per la storia da parte di una professionista del sesso o del suo cliente» disse Yolanda con sicumera.
«Eppure il possessore della tessera li ha visitati tutti».
«Eh, magari cercava ispirazione per una scopata artistica» rise Garzón, seguito dalle ragazze. Che avessero voglia ridere in modo così stupido significava una cosa sola: l’assoluta mancanza di fiducia nella linea strategica adottata. E devo ammettere che nemmeno io confidavo troppo nel mio piano, al punto che cominciai ad arrabbiarmi:
«E va bene, signori. Siete pronti per l’esplorazione culturale della nostra bella città? Ricordatevi che con i sorveglianti e il personale della biglietteria dovrete insistere sul fatto che forse la donna era in compagnia di un signore».
«Ah, certo, un vero signore!».
Fu un sollievo mettere fine a quella riunione, e quasi un riposo dirigerci verso il primo dei nostri musei. Era una bella giornata di sole, e mescolarci ai turisti mi parve un esercizio benefico, un bagno di normalità. I visitatori dei musei sono gente pacifica e benintenzionata, che va ordinatamente a vedere quello che molti hanno visto prima di loro. Non si aspettano sorprese, si dirigono verso la conoscenza con umiltà e senso del dovere. Il mio fine non era precisamente quello, ma non importava, mi lasciai prendere dall’atmosfera e fui addirittura tentata di entrare a vedere le meraviglie esposte. Ciò non significava che quella passeggiata stesse servendo a qualcosa, oltre che a far inorridire tutti i bravi lavoratori cui mostrammo la foto del cadavere. Non ne ricavammo che una collezione di no.
Quando, ormai verso le sei di sera, entrammo al Museo Picasso avevo voglia di mettermi a piangere. Mai fino ad allora quella strategia mi era apparsa in tutta la sua assurdità. Dio, il tempo perduto da un paio di poliziotti come noi bastava a fare una vita completa di qualsiasi persona normale! Pregai il viceispettore di chiamare Sonia e Yolanda per sapere come andava. Quando lo vidi scuotere la testa capii che nemmeno loro avevano avuto risposte degne di nota. Eppure, sparando l’ultima cartuccia, domandai:
«Niente?».
«Il loro miglior bottino è la scatola di praline a un prezzo eccezionale che ha comprato Sonia al Museo del Cioccolato».
«Santo cielo!» esclamai. «Sarà meglio che ce ne andiamo tutti a casa, viceispettore».
«E il Monastero di Pedralbes? Non l’ha assegnato a nessuna delle due squadre».
«È vero. Ecco cosa ci si guadagna a fare le riunioni. Se non le convochi ti sembra di non lavorare in modo serio e democratico. E se poi le convochi ognuno dice la sua e si perdono di vista le cose più importanti».
«Lei crede che il Monastero di Pedralbes sia la cosa più importante?».
«Sinceramente no, viceispettore. Ho una gran paura che sia un altro buco nell’acqua. Perfino io mi sento inutile in questa situazione».
«Non si butti giù, ispettore. Con l’umore sotto le scarpe non si prendono gli assassini. Glielo dico io cosa faremo. A quest’ora è tardi per andare fino a Pedralbes, troveremmo il monastero chiuso. Ma domattina, prima di venire in commissariato, facciamo una scappata fin lassù. Entriamo, chiediamo, e se non ci sono novità ci compriamo qualcuna di quelle squisitezze che fanno le monache: paste di mandorla, ossi di santo, dita della Madonna, mammelle di sant’Agata... Una buona colazione non mancherà».
Lo guardai con gratitudine perché nessuno come lui sa quando è indispensabile farmi ridere. Approvai:
«Benissimo, Fermín, pasticcini del paradiso e ostie ripiene, mi ha convinta».
Arrivai a casa stanca e depressa. Trovai i miei figliastri ad aspettarmi.
«Stasera ceniamo e dormiamo qui» ci tenne a informarmi Marina. «Papà ha telefonato e dice che arriva subito».
Sveglia come un aquilotto, si accorse subito che ero a pezzi:
«Ti è successo qualcosa, Petra?».
«Sono solo molto stanca, non preoccuparti».
«Se vuoi ti preparo un whiskino. È quello che fa papà quando sei giù di corda».
È terribile rendersi conto che i bambini si accorgono di tutto e sanno tutto. Non riesco ad abituarmi, ho l’impressione di essere perennemente sotto una lente d’ingrandimento quando sono con loro.
«Credo che mi farà meglio una tazza di tè. Dove sono i tuoi fratelli?».
«Giocano una partita di non so cosa al computer. E non hanno nemmeno finito i compiti!».
«Non fare la spia, Marina. Perfino i delinquenti odiano le spie».
Lei abbassò la testa e sparì senza rispondere. Me ne andai in cucina sperando di avere il tempo di bermi il goccetto di whisky di cui, in effetti, sentivo un gran bisogno. Me ne versai un dito e lo mandai giù d’un fiato. Un tepore tranquillizzante mi salì alle guance. Non è mia abitudine portare a casa i problemi del lavoro, ma quella storia della puttana assassinata non mi abbandonava. E mi sentivo in difficoltà, colta in fallo, rosa dai rimorsi. Noi ce ne andavamo per musei mentre un maledetto stronzo di un turista si era divertito ad accoltellare una disgraziata. Forse era già oltrefrontiera, era tornato al suo paese, a dimenticare tranquillamente l’accaduto. Ma era davvero un turista? Quella tessera dei trasporti poteva essere il frutto di un caso privo del minimo rapporto col delitto. Non avevamo un solo indizio significativo, ecco qual era lo stato attuale delle indagini, e il tempo passava, allontanandoci dalla soluzione.
«Petra! Credevo che non ci fossi!».
«Marcos, Dio santo, che spavento!».
«A che cosa stavi pensando? Sono arrivato da dieci minuti, e ne ho fatto di rumore, poi sono andato a dare un’occhiata ai ragazzi...».
«Ero immersa nei miei pensieri, non ti ho sentito».
«Sai per caso cos’è successo a Marina? È di là nella sua stanza che piange, e quando le ho chiesto che cos’avesse non ha voluto rispondere. Ripete solo che lei non è una spia. Ha litigato con i gemelli?».
«Ecco, ci mancava anche questa! Lascia che le parli io da sola, per favore».
Corsi in cerca della dolente, che trovai seduta sul letto, in un mare di lacrime.
«Marina! Si può sapere come mai questo piagnisteo?».
«Io non voglio essere una spia!» ululò.
«Fammi capire, Marina, chi dice che sei una spia?».
«Tu, tu me lo hai detto!».
Il suo sconforto era enorme, e io, nel modo più stupido, avevo creato quel guaio.
«Su, Marina, smetti di piangere e ascoltami».
Lei si limitò a ridurre l’intensità del pianto. Inchiodò gli occhi a terra e abbandonò le mani in grembo. Quell’atteggiamento faceva di lei lo spettacolo più triste del mondo.
«Sei sempre stata una bambina coraggiosa: non ti spaventi facilmente, ti piace andare a scuola da sola, non credi nei fantasmi, non hai neppure paura di Hugo e Teo, che è già tutto dire. Allora perché piangi come se crollasse il mondo quando qualcuno ti dà un consiglio?».
«Tu non mi hai dato un consiglio. Tu mi hai detto di non fare la spia».
«Be’, è un modo di dire, forse sfortunato. Avrei dovuto dirti: ha senso accusare gli altri solo se ci hanno fatto qualcosa di molto grave. Altrimenti è meglio star zitti, così potremo avere il loro silenzio quando capiterà a noi di fare qualcosa che non va».
Scoprirmi capace di svelare alla mia figliastra i segreti dell’omertà mi diede un brivido. La bambina, però, cominciò a tirar su col naso come se si avviasse verso la conclusione del suo pianto rituale.
«Capisci che cosa intendo?».
«Sì» mormorò.
«Comunque, non è il caso di disperarsi. A volte le parole scottano...».
«E quello che scotta cura, lo so già».
«Allora, lavati la faccia e aiutami a preparare la cena. Faremo una tortilla di patate grande come il sole».
«Posso sbucciare le patate con quell’affare che hai comprato?».
«Ma certo, cara. Mettiamoci al lavoro».
Friggemmo la tortilla, preparammo l’insalata e tagliammo la frutta per una macedonia. Ma non dicemmo niente a nessuno sul perché avesse pianto, anche se aveva gli occhi rossi. Il miglior modo di predicare è con l’esempio. Durante la cena i litigi dei ragazzi, le arrabbiature di Marcos e un bicchiere rovesciato accidentalmente da Marina riempirono la serata di autentico calore familiare. Riuscii quasi a dimenticare che, in un cassetto all’obitorio, solo il freddo impediva di decomporsi a quella donna pateticamente truccata.
La mattina dopo un Garzón intabarrato fino agli occhi mi aspettava davanti al portone del Monastero di Pedralbes.
«Dannazione, ispettore, qui fa un freddo del diavolo!».
«Nemmeno la prossimità di un luogo sacro la induce a esprimersi in modo più misurato, Fermín».
Lui rise come un vecchio orco e ci avviammo rapidi verso la biglietteria.
«Vivere in un convento dev’essere spaventoso» rabbrividì il mio collega.
«Ho i miei dubbi, mi creda. Fare tutti i giorni le stesse cose può dare molta pace».
«Questo lo crede lei. Il freddo, le preghiere, il cibo frugale, e nemmeno una birretta ogni tanto!».
Una ragazza dietro il banco ci sorrise, e demmo inizio alla solita procedura: identificarci come agenti di polizia, chiedere quante persone lavoravano alla biglietteria e mostrare la foto della vittima. Lei reagì nel solito modo: si mostrò sorpresa, poi si spaventò e alla fine ci rispose con concentrazione e voglia di collaborare.
«Il turno del mattino lo faccio io, di pomeriggio c’è la mia collega. Ma in questa stagione non c’è molta gente, quindi se questa signora è venuta qui è probabile che ce ne ricordiamo».
Guardò bene la foto, la riguardò, la prese in mano, la girò, aggrottò la fronte e la scrutò di nuovo, e alla fine balbettò:
«Be’, sì che mi ricordo di lei. Solo che non... non vorrei sbagliarmi. E poi in questa foto, poveretta, non ha nessuna espressione...».
«Si prenda tutto il tempo che vuole e ci pensi bene» la incoraggiò il viceispettore. Lei riprese a esaminare l’immagine, annuì e finalmente disse:
«Certo, certo che è lei, me ne ricordo molto bene. Erano una coppia di francesi, di una certa età, come si vede. La signora era simpatica, parlava spagnolo anche abbastanza bene. Si è messa a fare tante domande, se le monache abitavano qui, se non uscivano mai, se ce n’erano anche di giovani, mi ha detto perfino che aveva avuto una zia suora... Alla fine, quando hanno finito la visita, è tornata qui e mi ha chiesto come mi chiamavo. Voleva salutarmi. Sembrava che le dispiacesse andarsene».
«E dice che era accompagnata?».
«Sì, da un signore, però di lui mi ricordo poco perché non ha parlato».
Gli sguardi tra me e Garzón crescevano d’intensità. Poi, come se volesse spegnere il nostro incipiente senso di trionfo, la ragazza mise le mani avanti:
«Però, capite, non posso essere del tutto sicura. C’è una cosa che non mi convince. La signora di cui parlo non era conciata così».
«Come, che cosa intende?».
«Che non era tinta di quel biondo, e neppure truccata come nella foto. E non sembrava il tipo da portare una camicetta del genere. Capisce? Non so, era una signora normale, con i capelli castani, ben sistemati, un dolcevita chiaro, cappotto grigio, gli occhiali... Come potrebbe essere mia madre, per intenderci. Erano la tipica coppia di pensionati in vacanza, non ricchi né eleganti. Gente normale, di quelli che vengono in comitiva, solo che quei due erano per conto loro».
«Ma secondo lei potrebbe essere la stessa donna?» insistei.
«Per prudenza dovrei dirvi di no, che non sono sicura al cento per cento. Però sono molto fisionomista, e so riconoscere una faccia anche se l’ho vista una sola volta. Quindi posso dire che secondo me la donna della foto è quella signora francese, solo... con un aspetto diverso, come se fosse mascherata, non so, capite».
«E se dovesse dire da che cosa è mascherata?».
Lei arrossì, era in imbarazzo.
«Be’, da poco di buono, se posso permettermi».
«A che ora finisce il suo turno?» le chiese il mio collega.
«Alle due».
«Passeremo a prenderla per andare all’obitorio. Se la sente di identificarla?».
Giunti a questo punto, molti testimoni che si sono mostrati ferrei sulle loro prime impressioni, cominciano ad accampare dubbi. La nostra bigliettaia no. Accettò stoicamente il dovere che le imponevamo.
Alle due in punto eravamo di nuovo davanti all’ingresso del monastero, e meno di mezz’ora dopo si apriva per noi il cassetto refrigerato dell’obitorio. La ragazza osservò il corpo della vittima senza battere ciglio.
«Sì, è lei» affermò con decisione. «La signora francese che è venuta al museo».
«Ne è sicura?».
«Nel modo più assoluto».
Uscimmo al freddo sole invernale.
«Ha già pranzato?» chiesi alla ragazza destando la sorpresa di Garzón.
«No, di solito mangio un panino a fine turno, ma sapendo che dovevo vedere una donna assassinata... insomma, ho preferito non rischiare. Eppure non sono rimasta per niente impressionata».
«È coraggiosa. Ma adesso abbiamo bisogno che collabori un po’ con noi».
«Devo avvertire il mio ragazzo perché non si allarmi».
«Gli dica che farà tardi per questioni di lavoro, così non si preoccupa. Gli racconterà tutto questa sera».
La nostra candidata al titolo di Testimone Ideale fu svelta a capire e chiamò brevemente il ragazzo. Poco dopo, nel mio ufficio, avevamo organizzato un picnic in piena regola: bibite, panini al prosciutto, insalata russa e un termos di caffè, il tutto fornito dalla Jarra de Oro. Mentre mangiavamo di gusto, Garzón rifiniva l’interrogatorio della teste. Le chiese di parlarci dell’accompagnatore della vittima.
«Era un tipo normale, anziano, niente di speciale, forse timido. Sembrava gli desse fastidio che la moglie fosse così comunicativa con me».
«Cercava di impedirle di parlare?».
«No, però la prendeva per il gomito e la spingeva un po’, come per chiudere il discorso. Ma questo è normale in una coppia, se uno è molto chiacchierone, l’altro è meno socievole, si imbarazza».
Perspicace, la ragazza. Davvero sveglia ed equilibrata. Mi venne voglia di chiederle se non le sarebbe piaciuto entrare in polizia. Quel che mi disse dopo rafforzò il mio impulso:
«Sinceramente, se non fosse che c’è di mezzo una signora assassinata, le direi che mi sto divertendo un mondo. Lei non immagina quant’è noioso lavorare nella biglietteria di un museo. Per questo osservo tanto i visitatori, è l’unico diversivo che ho».
«Quello che faremo adesso la divertirà ancora di più. Certamente lei sa come si fa un identikit».
«L’ho visto nei telefilm».
«Il sistema che useremo oggi è leggermente diverso. Abbiamo la fotografia della vittima, mascherata da “poco di buono”, per usare la sua espressione. Il nostro specialista la elaborerà al computer apportando i cambiamenti che lei gli indicherà. Quello che vogliamo è restituire alla signora l’aspetto che aveva quando lei l’ha vista. È chiaro?».
«Chiarissimo».
«Vada a chiamare Velázquez, viceispettore».
Mentre Garzón eseguiva l’ordine, la ragazza mi chiese:
«Ma davvero l’esperto degli identikit si chiama Velázquez?».
«No, lo chiamiamo così per la sua abilità nei ritratti. Tra colleghi dello stesso commissariato è normale usare dei soprannomi».
«E lei ne ha uno?».
«Sì, mi chiamano l’Angelo» mentii.
«Perché è molto buona».
«Qualcosa del genere».
Stupita della mia stessa sfacciataggine, accolsi con sollievo il messaggio con cui Garzón ci convocava nella stanza di Velázquez. E lo stupore non venne meno quando vidi fino a che punto la testimone e il nostro esperto riuscivano a capirsi. Lei, con sicurezza, gli dava indicazioni precise, e lui, guidato con abilità, eseguiva i cambiamenti sull’immagine con mano felice.
«No, le onde dei capelli non scendevano così tanto sulla faccia. Sì, il rossetto lo aveva, ma chiaro e poco segnato».
Mezz’ora dopo, quella prostituta datata e stereotipata si era trasformata in una normale casalinga di mezz’età. L’ispettore Ercilla, detto Velázquez, mi chiese ancora:
«Le apro gli occhi, Petra, o la lasciamo dormire il sonno eterno?».
«Provaci, se la testimone si sente in grado».
La testimone fu perfettamente in grado, e descrisse al nostro artista uno sguardo un po’ assente, come svanito, che fu stemperato dagli occhiali di tartaruga. Guardando il risultato finale, chiesi:
«È questa la donna francese che ha visto?».
Lei affermò categoricamente:
«Sì, è questa».
«Mandamelo e stampamene qualche copia, Velázquez. E adesso passiamo al ritratto di lui».
Ripresero a lavorare in tandem, anche se questa volta la ragazza era meno sicura. Eppure in meno di un’ora il nostro collega aveva costruito un identikit abbastanza caratterizzato: un uomo sulla settantina, robusto, con il collo largo e gli occhi spietati.
«Mi pare molto simile all’uomo che ho visto. Anche se al naturale non aveva quest’aria da assassino».
Velázquez si mise a ridere:
«Dev’essere per deformazione professionale. Dopo tanti anni che dipingo loschi figuri mi vengono tutti con la faccia patibolare».
Mi rivolsi ancora alla testimone:
«La domanda che le faccio ora forse non ha molto senso, ma, secondo lei, in che categoria di albergo potevano alloggiare quei due? Non le chiedo altro che la sua opinione».
«Non sono un’esperta in turismo, ispettore, ma mi pare che di solito queste coppie anziane prendono una stanza in qualche albergo modesto del centro storico».
«Che cosa le fa pensare che quei due fossero una coppia?».
«Non lo so, ispettore, ma sono cose che si sentono. Si vedeva che quel signore e quella signora avevano passato molti anni insieme. Lei non se ne accorge quando vede una coppia sposata da anni? È come se fossero un po’ annoiati l’uno dell’altra».
«Può darsi. Un’ultima cosa: ha mai pensato di studiare per diventare poliziotto? Lei ha tutte le doti per far carriera nel Corpo».
Rimase leggermente sorpresa, arrossì e poi si mise a ridere:
«Mio padre fa il vigile urbano. E mi ha sempre detto che entrare nelle forze dell’ordine è una cosa da pazzi. Orari impossibili, bassi stipendi e troppa responsabilità. A parte i rischi che si corrono».
«Suo padre è un uomo saggio» confermò il viceispettore.
«Però se uno ha tutte le qualità... Certo che ci vuole anche la vocazione» specificai.
«Ma io studio, ispettore. Sono al secondo anno di Pubblicità e pubbliche relazioni, per questo faccio un part-time al museo».
Le sorrisi.
«Quando si è bravi in una cosa, si è bravi in tutto. Le auguro molta fortuna».
Quando fummo soli, non mi sfuggì il brillio beffardo negli occhi di Garzón.
«Certo che proprio lei, mettersi a fare del proselitismo! E con quella ragazza, poi, che muore dalla voglia di girare gli spot pubblicitari della Coca-Cola!».
«Pecco d’ingenuità».
«Ci può giurare! Ma pensi un po’ se un giovane deve aver voglia di dare la caccia ai delinquenti armato di un pistolone. Adesso tutti vogliono fare qualcosa di creativo, di estetico, di elegante, o almeno qualcosa che renda un bel po’ di quattrini. Ha ragione il padre di quella ragazza, la polizia è una cosa da pazzi».
«Da pazzi romantici?».
«Da pazzi e basta».
Sorrisi con una smorfia di rammarico. Era vero, presto a nessuno sarebbe venuto in mente di scegliere il nostro mestiere per vocazione. Le forze di polizia si sarebbero trasformate in masnade di gente che non ha trovato un lavoro migliore. Gli appassionati come noi, capaci di vivere la pratica investigativa come una specie di arte rivolta al bene comune, sarebbero diventati un ricordo.
«E adesso, ispettore, che si fa?».
«Si va a caccia. Chiami Sonia e Yolanda, voglio che setaccino tutti gli alberghetti e le pensioni del Raval con questi due ritratti. E lei andrà nelle agenzie di autonoleggio. Nel frattempo io contatterò i colleghi francesi. Chissà che questa donna non sia già nell’elenco degli scomparsi».
«Non sta bene, Petra?».
«Io? Benissimo. Ci vediamo, viceispettore».
Non sapevo neppure io se gli avessi mentito dicendo che stavo bene. La verità era che sentivo crescere in me un certo malessere via via che ci addentravamo nelle indagini. La prostituta dei bassifondi si tramutava in un’amabile signora francese piena di rispettabilità e il turista assassino diventava un marito in pensione. Chi era la donna che riposava nella cella frigorifera dell’obitorio? Esercitava la prostituzione nei ritagli di tempo? Aveva una doppia personalità?
Dopo aver preso i necessari contatti con la Gendarmerie Nationale, rimasi sola nel mio ufficio a stendere il verbale per il giudice. Quella storia non aveva senso. La morta era una prostituta o una cittadina francese di mezz’età in viaggio di piacere? Forse era il momento di fare marcia indietro verso l’unico punto fermo di cui disponevamo: il cadavere. Presi l’identikit della morta elaborato dal nostro esperto e partii alla volta dell’Istituto di medicina legale.
La responsabile della sala mi riaprì il cassetto frigorifero in cui riposava la «poco di buono». La pregai di andarmi a chiamare il dottor Segovia, e quando fui sola con la salma confrontai il suo volto immobile con il ritratto che avevo in mano. Il corpo era stato lavato, quindi il trucco che aveva in faccia al momento del ritrovamento era scomparso. Le unghie erano rimaste com’erano, rozzamente dipinte, e i capelli, pettinati senza alcuna forma, avevano quel terribile color pannocchia. Mai e poi mai la donna di cui mi aveva parlato la teste, discreta e anche modesta, avrebbe osato una tinta così spaventosa, né uno smalto rosso fuoco avrebbe imbrattato le sue unghie ben curate. Per non parlare dell’abbigliamento, quello descritto da chi l’aveva vista in vita non assomigliava affatto alla tenuta da leopardessa che aveva addosso da morta. La ragazza del museo aveva visto giusto: quella poveretta era mascherata da prostituta. Ma perché? Il medico, entrando nella sala, mi fece sussultare.
«Le sta parlando, questa donna, ispettore? Dicono che i corpi ci raccontino la storia della loro morte, ma devo ammettere che io non ne ho mai trovato uno troppo eloquente. Bisogna cavargli fuori tutto con le pinze».
«Dottore, proprio a questo pensavo! Questo corpo ci dice delle cose che non abbiamo saputo ascoltare con la debita attenzione».
Gli mostrai l’identikit.
«Ecco come una testimone ricorda questa donna».
Dopo un’occhiata lui si strinse nelle spalle, come per dire che poco poteva aggiungere alle risposte che era in grado di darmi.
«Vorrei farle una domanda, dottore. Che cosa c’è di vero nella credenza che le unghie e i capelli continuano a crescere anche dopo la morte?».
Il medico si schiarì la gola. Ci mise meno di un secondo a rispondere.
«È una credenza fondata, ma esagerata. È vero che i capelli e le unghie crescono ancora per un po’, dopo il decesso, ma non pensi alla comparsa di chiome fluenti quando si apre una bara. Questo appartiene all’immaginazione, ai film dell’orrore. Si può parlare di un minimo incremento nella barba dell’uomo, per esempio. Il resto è leggenda».
«Glielo chiedo perché questa donna era truccata e vestita senza grande cura. Eppure, alla radice dei capelli non si vede la minima traccia del colore originale».
«Probabilmente si era tinta poco prima di morire».
«Ci sarebbe un modo per capire se il colore è stato applicato prima o dopo il decesso?».
«No. Le tinture per capelli agiscono sullo strato corneo esterno. Perciò non cambia nulla se la persona è morta oppure è viva».
«Quindi qualcuno potrebbe aver cambiato il colore dei capelli di questa donna quando era già cadavere?».
«Sì, ma non ci sarebbe modo di stabilirlo».
«È un peccato che non ci sia certezza».
«La medicina legale non può tutto, ispettore. La scienza ha i suoi limiti. Immagino che per questo abbiano tanto successo le religioni».
«Comunque lei mi è stato di grande aiuto, dottore».
Garzón accolse senza entusiasmo l’ipotesi che quella donna fosse stata vestita da prostituta dopo la morte.
«A che scopo?» domandò.
«Per depistare le indagini. Non si cerca allo stesso modo l’assassino di una puttana e quello di una turista».
«Già. Non servirà a niente ma è un’ipotesi. La prima, da quando ci stiamo dannando l’anima con questo fottutissimo caso».
«Mi tirano su il morale le sue imprecazioni, viceispettore. Mi danno l’idea che siamo sulla buona strada».
Ci tirò su il morale ancora di più la risposta della gendarmeria francese. Jeanne Girault, cittadina francese abitante nei pressi di Nîmes, era scomparsa proprio nelle date che corrispondevano al nostro delitto. La denuncia era stata presentata dal marito. Trattandosi di persona affetta da Alzheimer, si riteneva che avesse avuto un incidente durante una delle fughe da casa che ultimamente intraprendeva. La figlia, funzionaria al Parlamento Europeo, era stata avvertita e aveva fatto sapere che sarebbe partita immediatamente da Strasburgo per identificare il corpo.
Garzón, quando glielo comunicai, riuscì solo a dire: «Bingo!». Decisi di ignorare quell’esclamazione fuori luogo. Non era stata la fortuna ad aiutarci, ma la concatenazione di indizi che, spremuti a fondo come limoni, avevano liberato a poco a poco il loro acre succo. In ogni caso l’identificazione della vittima non bastava a rivelarci l’identità dell’assassino.
Il giorno dopo una scialba quarantenne dall’aspetto simile a quello del nostro identikit, si presentò davanti a noi in uno stato di nervosismo spaventoso. La accompagnava una segretaria del consolato francese che era andata a prenderla all’aeroporto. La procedura era semplice: prima di tutto, l’identificazione del corpo. Se si fosse trattato effettivamente di Jeanne Girault, avremmo proceduto a un interrogatorio formale.
Che ebbe luogo, dato che Martine Girault, figlia della scomparsa, riconobbe sua madre tra singhiozzi di dolore. Non solo era affranta, era assolutamente sconcertata. Che cosa ci faceva sua madre a Barcellona? Come diavolo ci era arrivata? Chiesi all’impiegata del consolato di fare da interprete per Garzón.
«Lei non sapeva che era venuta in Spagna?».
«Assolutamente no. Mio padre mi aveva detto solo che era scomparsa, che aveva fatto denuncia alla polizia e che la stavano cercando. Ci sentivamo tutti i giorni per telefono. Ma che sia rispuntata fuori a Barcellona... Ci domandiamo tutti e due come sia possibile».
«La polizia francese non aveva formulato ipotesi?».
«Questo non lo so. Immagino di no, altrimenti mio padre me ne avrebbe parlato».
«Sua madre era malata, vero?».
«Sì, soffriva di Alzheimer».
«In questo caso sembra poco probabile che potesse prendere un treno o un aereo da sola».
«Sì, non è facile spiegare...».
Presi l’identikit dell’accompagnatore della vittima e glielo porsi.
«Ha mai visto quest’uomo?».
Non solo la sua faccia cambiò espressione, anche il colore della pelle mutò. Le era persino difficile respirare in modo normale. Ci mise un momento a rispondere. Rise nervosamente.
«Ma insomma, è assurdo! Adesso dovete spiegarmi che cosa sta capitando qui!».
«Non la capisco».
«Questa immagine... be’, ricorda moltissimo mio padre. Con qualche differenza, ovviamente».
«Questo è l’identikit dell’uomo che era in compagnia di sua madre durante il suo soggiorno in città. Hanno usato i mezzi pubblici e hanno visitato diversi musei e luoghi di interesse turistico. Erano insieme, qualcuno li ha definiti come una coppia di turisti francesi».
«Chi?».
«Questo non importa. Non l’ha sorpresa che sua madre fosse tinta di biondo, quando l’ha vista poco fa?».
«Ma andiamo, ispettore, sono sconvolta, traumatizzata, cerchi di capire! Certo che ho notato i capelli di un altro colore, ma non riuscivo quasi a parlare quando l’ho vista. Pensavo che il motivo glielo avrei chiesto dopo».
«Capisco» mormorai.
Presi la fotografia della vittima al momento del ritrovamento. Gliela mostrai. Lei la osservò per un pezzo, con la bocca aperta dallo stupore.
«Ma com’è vestita?».
«Da prostituta da quattro soldi» dissi con perfetta calma.
Non sapeva come reagire, che cosa dire. Si mosse un po’ sulla sedia, a disagio. Mi guardò:
«Continuo a non capire».
«Dov’era suo padre quando sua madre è scomparsa?».
«Nella casa di campagna, come sempre».
«E lei?».
«A Strasburgo, a lavorare».
«Quindi non può avere la certezza che i suoi genitori fossero a casa».
«Ispettore, io... non so dove lei voglia arrivare con queste domande».
«Chi si occupava di sua madre?».
«Mio padre».
«Doveva essere molto penoso per lui».
«L’Alzheimer è una malattia terribile, ma mio padre adorava mia madre, amava starle vicino».
«Non ne ho dubbi, anche se con tutto l’affetto ci sono momenti in cui accudire una persona in quelle condizioni diventa molto pesante, specialmente per chi è in età avanzata».
«Sta cercando di suggerire che mio padre, stanco di badare a mia madre, l’abbia mandata a fare la puttana a Barcellona?».
«Non sto suggerendo affatto una cosa simile. In realtà non sto suggerendo niente. Può andare. Ha già un albergo?».
«Pensavo di rientrare a Strasburgo in serata».
«Mi spiace davvero, ma dovrà trattenersi un paio di giorni. Ci sono diverse formalità da sbrigare, e inoltre dovrà essere sentita dal giudice».
«Un paio di giorni? Ma io ho un lavoro importante che non posso abbandonare».
«Credevo che sarebbe volata a Nîmes per raggiungere suo padre. Sarà disperato per la tragica fine di sua moglie».
«Contavo di passare con mio padre il fine settimana, ispettore. E ora, se non ha altri doveri filiali da ricordarmi, andrò a cercarmi un albergo».
Uscì visibilmente alterata, anche se la rappresentante del consolato sembrava esserlo ancora di più. La seguì, salutandoci con imbarazzo. Garzón ed io ci scambiammo un sorriso.
«Parlerò subito col mio omologo francese» annunciai. «Bisogna che vada a fare una visitina al signor Girault».
«Crollerà subito, e canterà. Ora il punto chiave sta nel...».
«Sì, lo so. Meglio che l’ispettore francese gli parli per telefono, e non proceda subito all’arresto. Che lo lasci tranquillo in casa sua per un po’».
«Non ci sarà pericolo di fuga?».
«Possono sorvegliare la casa, semmai, ma ne dubito».
Le informazioni che ci arrivarono dalla Francia il giorno dopo furono decisive: il signor Girault aveva parlato, era bastata una minima pressione. Il movente era chiaro: non reggeva più il deterioramento fisico e mentale di sua moglie. Il piano per toglierla di mezzo si era rivelato più complesso. Aveva fatto il viaggio con lei fino a Barcellona con la propria auto, aveva preso un appartamento in affitto per una settimana e aveva fatto un po’ di turismo con la moglie come per una concessione finale, una specie di esaudimento in vita delle sue «ultime volontà», perché quando era sana amava molto viaggiare. Dopo qualche giorno l’aveva uccisa nel bagno dell’appartamento, l’aveva lavata, le aveva tinto i capelli, dipinto le unghie, le labbra e gli occhi, l’aveva rivestita con quegli abiti sguaiati, e aveva caricato il corpo in macchina, sorreggendolo come se fosse stata semisvenuta. Poi, approfittando del buio, l’aveva abbandonato lungo la strada della Rabassada. Infine era tornato all’appartamento e aveva pulito tutto per bene. Fine dell’operazione, poteva tornare a casa e denunciare la scomparsa. Il piano era buono: abitavano in campagna e difficilmente qualcuno avrebbe notato un’assenza di pochi giorni. Quanto al corpo, chi mai avrebbe collegato l’uccisione di una vecchia prostituta di Barcellona con una signora francese scomparsa nei pressi di Nîmes?
«Un delitto comunitario, Garzón. Il vecchio ha approfittato dei vantaggi dell’abolizione delle frontiere. Gli è andata male solo per quella tessera rimasta appiccicata sotto il piede della morta».
«Non può essere, ispettore. Un uomo di settant’anni non può aver fatto tutto questo da solo».
«Esatto. Anzi, secondo me un uomo che crolla tanto facilmente in un interrogatorio, non può aver messo a termine un piano così freddo e spietato».
«Ci toccherà rivedere Martine Girault. Che cos’ha fatto da ieri?».
«Secondo Yolanda e Sonia, non è uscita dall’albergo. E non ha nemmeno fatto telefonate».
«È furba. Quando i nostri colleghi francesi hanno lasciato solo il suo papà, lui l’avrà chiamata al cellulare una cinquantina di volte. Non ha mai risposto. Sa che il telefono è sotto controllo, e che suo padre non usa internet».
«Quindi non sa che ha parlato. Approfittiamone, Garzón».
«Sì, ma nel frattempo sarà meglio che arrestino il vecchio, che insistano, così magari finirà per confessare che la mente di tutto è stata sua figlia. Ci manca solo che a questo punto se ne scappi a fare il turista da un’altra parte».
«Non credo che si muova senza il consenso della figlia. Potessi interrogarlo io, quell’uomo!».
«Be’, lei ha un omologo francese, gli spieghi che cosa vuole che faccia».
«E io che ne so di com’è fatto il mio omologo francese! Potrebbe essere un legalista, uno che si fa scrupolo di seguire le procedure alla lettera».
«Sì, ha ragione. Magari non è capace di fare le porcate che facciamo noi».
«Insomma, viceispettore, non è il caso di metterla così!».
«E allora non so come metterla».
«Dica piuttosto che il mio omologo potrebbe mancare della creatività necessaria per portare a buon fine l’interrogatorio».
«E va bene, ispettore, come vuole lei!».
Chiamai di nuovo il mio benedetto omologo, l’ispettore Bondieu. Quando riuscii ad averlo al telefono mi disse che aveva già fermato Girault perché c’era rischio di fuga. Mi confermò il traffico telefonico del suo cellulare: non aveva ricevuto chiamate dal giorno dell’arrivo della figlia a Barcellona, ma ne aveva fatte lui un gran numero, senza ricevere risposta. Quando gli chiesi di poter parlare per telefono con quell’uomo, Bondieu si mise a ridere:
«Ispettore Delicado, Girault è suo o mio?».
«Questo dipenderà da dove si istruirà il processo, ma in questo momento abbiamo bisogno di sapere se sua figlia è l’istigatrice del delitto. Lei che ne pensa?».
«È difficile dirlo, nella sua confessione il padre non l’ha nemmeno nominata».
«Ha chiesto di essere messo in contatto con lei?».
«No, mai. Però sa che si trova a Barcellona».
«Piuttosto strano, no? Non chiede un contatto con la figlia quando viene interrogato, ma la chiama cento volte al cellulare. Mi lasci parlare con lui, Bondieu, la prego. Le manderò un messaggio perché abbia il tempo di prepararlo. E gli restituisca il telefono che gli ha sequestrato, almeno per la conversazione che le chiedo».
«Mia cara collega, lei sa perfettamente che fare pressione sull’interrogato fornendo dati che falsificano la realtà...».
«Mio caro amico, certo che lo so, ma so anche che di tanto in tanto è necessario dare una spintarella alla realtà perché si manifesti in tutto il suo splendore».
Udii dall’altra parte una risata complice:
«Ah, adoro questo petit côté sauvage che avete voi donne spagnole! Peccato non poterla conoscere di persona, ispettore».
«Forse in futuro, mon ami, forse in futuro».
Era venuto il momento di agire. Chiamai al cellulare Martine Girault, con una scusa in parte fasulla e in parte veritiera. Doveva venire in commissariato quel pomeriggio stesso. La parte veritiera era che doveva firmare la sua deposizione, la parte fasulla era che in Spagna, prima della firma, la deposizione doveva essere letta davanti al teste, che aveva la facoltà di introdurre, sempre oralmente, le rettifiche o le precisazioni che riteneva opportune, delle quali veniva presa nota. Questo la stupì, immagino, ma non meno delle processioni della Settimana Santa o della corsa dei tori per San Fermín. In fin dei conti si trovava in Spagna, paese geograficamente vicino, ma diversissimo per usi e mentalità. Le diedi appuntamento per le quattro, assicurandole che una volta concluse queste formalità sarebbe potuta partire. Subito dopo mandai un messaggio a Bondieu pregandolo di lasciare solo il vecchio Girault dalle quattro in poi, dopo avergli restituito il suo cellulare, avvisandolo che lo avrebbe chiamato la polizia spagnola.
La francese arrivò perfettamente puntuale e con un muso da non dirsi. Il piantone sulla porta le disse che doveva lasciare la borsa, il cappotto e tutti gli effetti personali nel suo gabbiotto.
A leggere la deposizione sarebbero state Yolanda e Sonia. Entrambe avevano ricevuto istruzioni di rallentare al massimo la lettura perché non durasse meno di mezz’ora. Non appena le vidi entrare tutte e tre nella sala degli interrogatori, corsi al gabbiotto all’ingresso, presi il cellulare di Martine dalla sua borsa e volai nel mio ufficio, dove mi aspettava Garzón. Il cuore mi saltava nel petto fino a farmi male. Ci giocavamo tutto su una sola carta, che per di più era una carta truccata.
Feci il numero del signor Girault e udii quasi subito la sua voce triste e stanca.
«Signor Girault, sono l’ispettore Petra Delicado della Policía Nacional, chiamo da Barcellona. Sua figlia Martine ha confessato il suo ruolo di complice e istigatrice nell’uccisione di sua moglie». Non ci fu risposta, solo un’accelerazione del respiro. Proseguii: «Ora sua figlia è qui con me e desidera parlarle. È molto scioccata. Perciò la prego di essere breve e sintetico nella sua comunicazione. Gliela passo».
Allontanai il telefono, mi assicurai che il registratore funzionasse a dovere, e premendomi un fazzoletto di carta sulla bocca, singhiozzai, col mio miglior accento francese:
«Papà...».
«Piccola mia, tesoro, non piangere, per favore».
Azzardai un nuovo, balbettante:
«Papà...».
«Non ti preoccupare, piccola. Hai fatto bene a dire la verità».
«Papà». L’intensità del mio singhiozzo salì.
«Non piangere, non piangere. È meglio così. Di che cosa possono accusarci, dopotutto? Al processo capiranno che lo abbiamo fatto per il suo bene, che la sola cosa che volevamo era che non soffrisse più. Tutto si sistemerà, piccola, è meglio così».
Mi schiarii la gola, tornai alla mia voce normale:
«Mi dispiace, signor Girault, il tempo concesso è terminato. La richiameremo».
Girai la testa verso Garzón, mormorando con euforia: «Bene, bene, va tutto benissimo!». E allora mi accorsi che mi guardava esterrefatto, a bocca spalancata.
«Per tutti i diavoli dell’inferno, ispettore, lei è una Sarah Bernhardt rediviva!».
«La pianti con le sciocchezze, Fermín! Cancelli da questo cellulare ogni traccia di questa conversazione e corra a rimetterlo dov’era».
Uscì come un razzo. Presi il telefono e chiamai Bondieu.
«Interroghi immediatamente il detenuto riguardo alla complicità di sua figlia, si faccia raccontare esattamente com’è andata. Ma lo faccia subito, Bondieu, subito o perderemo un’opportunità».
«La donna ha confessato?».
«Qualcosa del genere».
Un prolungato silenzio mi fece capire che Bondieu sapeva di trovarsi di fronte al peggio del mio côté sauvage. E che preferiva non indagare.
«D’accordo, Madame Delicado. La richiamerò quando avrò finito».
Mi diressi verso la sala degli interrogatori. Aprii la porta e vidi Yolanda impegnata in una lettura talmente lenta che sembrava analfabeta.
«Potete andare, ragazze».
Le due agenti uscirono, mentre una furibonda Martine Girault mi guardava con odio.
«E adesso cosa succede, ispettore? Ho dovuto sopportare l’inettitudine di queste due poliziotte decerebrate e adesso lei interrompe tutto proprio quando sembrava che avessimo finito?».
«Ho pensato che non valesse la pena continuare».
«E perché? Si può sapere?».
«Perché è molto probabile che lei voglia modificare la sua dichiarazione. Suo padre ha confessato, non solo il crimine, ma anche l’aiuto ricevuto da sua figlia. E non ha altre figlie che lei, o mi sbaglio?».
Un impeto di rabbia la paralizzò per un secondo, poi esplose:
«Non ci credo! Non credo a una parola!».
«Potrà chiederglielo lei stessa».
Aprii il computer che si trovava nella stanza. Finsi di mettermi al lavoro. Lei tollerò il silenzio e l’incertezza con sempre maggior fatica. Dopo una lunghissima mezz’ora suonò il mio cellulare. Udii la voce di Bondieu:
«Congratulazioni, cara collega. Non voglio sapere come ha fatto, ma Girault ha confermato la complicità di sua figlia nell’omicidio, e perfino che l’idea di uccidere sua moglie era venuta da lei».
«Ce l’ha ancora davanti?».
«È uscito adesso».
«Se lo faccia riportare e me lo passi, per favore».
Dopo un attimo riconobbi il tono stanco del vecchio.
«Sua figlia vuole farle una domanda, signor Girault».
Passai il telefono alla figlia, che me lo strappò di mano:
«Papà».
«Sì, tesoro, sono il tuo papà. Sei più tranquilla?».
«È vero quello che mi dicono, che hai raccontato qualcosa?».
«Ho spiegato tutto, cara, la mia parte e la tua. Adesso puoi riposare. Ma non ti faranno niente, stai calma, tutto andrà bene».
La vidi aggrapparsi al cellulare:
«Chiedi un avvocato, papà. Chiedi un avvocato e non dire nient’altro».
Chiuse lei stessa la comunicazione senza ripassarmi il telefono.
«Anch’io voglio un avvocato» protestò.
«Francese o spagnolo?» le chiesi con sarcasmo.
Due giorni dopo potemmo ascoltare la confessione completa del signor Girault. Le linee generali erano chiare da tempo: la signora Girault soffriva di una forma di demenza senile che si andava rapidamente aggravando. Suo marito non si sentiva più in grado di occuparsene. La situazione economica della famiglia non permetteva di farla ricoverare in una struttura dove fosse ben seguita e, naturalmente, la figlia Martine non era disposta a sacrificare la sua carriera professionale e la sua vita al servizio della madre malata. Aveva convinto il padre che la cosa migliore sarebbe stata evitare ulteriori sofferenze alla povera donna. Aveva ideato un piano perfetto. Quasi perfetto. I suoi genitori si sarebbero recati a Barcellona in automobile come normali turisti, e lì lei li avrebbe raggiunti per aiutare suo padre a far sparire la donna. Un appartamento in affitto per pochi giorni era l’ideale per non lasciare tracce. Venuto il giorno stabilito, una domenica, per non dover chiedere un permesso al lavoro, Martine aveva preso un aereo da Strasburgo. Uccisa la vittima, l’avevano rivestita come una puttana da quattro soldi e l’avevano lasciata in un fosso fuori città. Poi erano tornati all’appartamento per cancellare ogni traccia di sangue. La polizia di Barcellona avrebbe trovato solo il corpo di una vecchia prostituta che nessuno reclamava. Dov’era l’errore? Mi commossi a sentire questo frammento della registrazione: «Mia figlia si è molto arrabbiata quando ha saputo che ero partito prima del previsto. A mia moglie piaceva tanto viaggiare e non riuscivamo quasi mai a farlo. Visto che doveva morire, avevo deciso di farle almeno visitare delle cose belle, poverina».
«E così si è rovinato» disse Garzón, senza nessuna pietà. «Gli è finita la tessera dentro la calza della donna. Grazie a questo lo abbiamo preso, se no... A ben pensarci, ammazzare qualcuno non è difficile, ma per riuscire a farlo bene bisogna mettere da parte i sentimenti».
«Chissà! Magari, inconsciamente, quell’uomo ha lasciato lì la tessera perché potessimo arrivare a lui. A volte gli assassini che non sono molto convinti di quello che fanno seminano indizi senza volerlo».
«Tutte balle, ispettore. Quella tessera è finita lì perché nessuno se ne è accorto. Punto».
«Lei sarebbe un eccellente assassino, Fermín».
«Ah, sì? E perché?».
«Perché quanto a sentimenti è un disastro».
«Un tizio che pianta un coltello in pancia alla moglie e poi la veste da puttanone, a me non fa molta pena, dico la verità. Per non parlare della figlia, quella sì che non ha perdono».
«Dicono che il Signore tutto perdona».
«Sì, ma il Signore è lui, non io».
Andammo a berci un bicchiere alla Jarra de Oro. Il commissario Coronas ci aveva fatto i complimenti per quella miracolosa metamorfosi: tirar fuori una turista indifesa da «una poco di buono» gli era parso un gioco di prestigio sbalorditivo. Tutto era andato talmente bene che avrei dovuto sentirmi felice, eppure no, incombeva sul mio animo una nube di preoccupazione.
Quando arrivai a casa chiesi a Marcos:
«Che cosa ne faresti di me se un giorno mi ammalassi di Alzheimer?».
Lui, che ormai sapeva come si era risolto il caso, fece una faccia serafica:
«Be’, ti inviterei a fare un viaggetto alle cascate del Niagara».
«Ah, ecco».
«Dicono che è uno spettacolo che merita di essere visto almeno una volta nella vita».
«Giusto prima di morire».
Scoppiammo a ridere. Poi, molto seria, aggiunsi:
«Stasera stessa firmo un documento in cui dico che se mai mi trovano morta in giro per il mondo, la colpa è tua».
Lui, che stava già pensando ad altro, si alzò da tavola e mi chiese:
«Prendi il caffè?».