Korimba

Stories / Poems

Stories by august derleth

la vendetta

italian

Save as PDF
A pensarci bene, non è molto quello che so del signor Lannisfree e di sua moglie, anche se ho lavorato per lui quasi un mese.
Era un estraneo per me; vale a dire, lo era quando lasciai la città per seguirlo. L’agenzia mi aveva chiamato per chiedermi se ero disposto a lavorare in un posto isolato, in campagna.
Non si trattava di un lavoro di fattoria. Dovevo semplicemente tener compagnia a un tale a cui era stato prescritto un po’ di riposo e che non voleva trascorrere in solitudine il mese, o poco meno, prima che sua moglie andasse a raggiungerlo. Avevo bisogno di quattrini, perciò accettai. Lui era venuto all’agenzia e voleva vedermi.
«Per la verità desideravo un uomo più anziano», disse, non appena entrai e mi presentarono. «Siete di carattere malinconico?»
Risposi che non mi sembrava. Dipendeva da dove saremmo andati.
«Nella regione dei laghi lungo la costa.»
«Se di tanto in tanto potrò fare una scappata nei boschi, non mi sentirò affatto malinconico», l’assicurai.
Lui parve diventare più cordiale, sebbene avesse tuttora uno sguardo im-bronciato. Era un uomo di media statura, con una mascella decisamente volitiva e gli occhi duri.
Si capiva a prima vista che era abituato a ottenere tutto ciò che si propo-neva, e io ebbi l’impressione che gli spiacesse di doversene andare, ma che, chissà per quale ragione, dovesse partire per forza. Mi spiegò che non era molto loquace, che non era un tipo di compagnia, ma che gli occorreva qualcuno che sì prendesse cura delle piccole faccende quotidiane. E questo qualcuno doveva essere un uomo, soprattutto per salvare le convenzioni sociali, dal momento che sua moglie l’avrebbe raggiunto non appena le fosse stato possibile.
Possedeva un cottage su un lago, nel nord della regione, e saremmo stati piuttosto isolati. Ma era il mese di giugno; avrei potuto pescare, se mi piaceva, e avrei avuto tempo sufficiente per me stesso, in previsione dei suoi malumori e dei suoi mutamenti di solitudine.
Per la verità, era più che un cottage. Forse era stato costruito come tale, al principio, ma in effetti il signor Lannisfree vi aveva apportato numerose migliorie e l’aveva ingrandito, cosicché ora aveva l’aspetto di una villa mal costruita. Nell’insieme era anche accogliente, nascosto com’era dal lago, probabilmente a una distanza di duecento metri.
Ebbi una camera tutta per me, ma vidi subito che prendermi cura della casa avrebbe significato maggior lavoro di quanto mi aspettassi, perché c’erano un ampio soggiorno, una veranda a vetri sul lato sud, dove il padrone di casa intendeva lavorare (ammesso che lavorasse), tre camere da letto e una cucina, oltre a un magazzino e alla veranda aperta. La casa era abbastanza lontana dalla strada, cosicché la polvere non costituiva un problema, come avevo creduto in un primo tempo. Così, le mie mansioni erano quelle di tener pulita la villa (il signor Lannisfree cucinava), badare al giardino e tenermi a portata di mano, nel caso che il mio padrone fosse in vena di chiacchierare o di giocare a scacchi, un gioco in cui era abilissimo e che m’insegnò con un garbo insospettabile in pochi giorni.
Non mi aveva mai detto perché gli avessero ordinato quel periodo di riposo, ma sicuramente non aveva bisogno di dirlo: lo si vedeva subito che era un tipo nervoso, nonostante la sua mole. Non somigliava affatto a un avvocato, come era; somigliava più a un giocatore di calcio, e infatti saltò fuori che all’Università faceva parte della squadra di calcio.
Aveva cinquant’anni o poco più, ora, ma sembrava più giovane. Dopo un po’, mi abituai ai suoi cambiamenti d’umore ma, all’inizio, ne fui piuttosto sconcertato. La prima volta che notai qualcosa fu durante la nostra seconda giocata a scacchi, quando ormai avevo imparato a giocare senza che lui mi suggerisse quali pedine potevo spostare e quali no.
Stavo pensando a una mossa e finalmente spostai una pedina. Lui non spostò la sua. Allora lo guardai di scatto e notai che se ne stava seduto quasi immobile, la grossa testa leggermente piegata da un lato.
«Adesso tocca a voi, signor Lannisfreee», gli ricordai.
«Avete sentito niente, Jack?», mi chiese lui.
«Be’, no», risposi. «Cioè, niente tranne il grido di una strolaga, laggiù nel lago.»
«Oh, era il grido di una strolaga?»
«Sì,» risposi.
Il verso si ripeté e lui non batté ciglio; compresi allora che non era il grido della strolaga che credeva di aver udito.
«Cos’era?», domandai, incuriosito.
«Niente», tagliò corto lui, e fu tutto.
La scoperta successiva fu che il mio padrone e ospite amava aggirarsi per la casa, durante la notte. Non che l’abbia mai visto, ma molto spesso ne avevo trovato le prove. Il peggio era che, come ben presto scoprii, lui non se ne ricordava affatto, e sospettava me di sonnambulismo.
Fu circa una settimana dopo il nostro arrivo. Quel mattino il signor Lannisfree si alzò tardi e anch’io dormii più del solito. Lui si levò per primo e, dopo un po’ sentii che mi chiamava. Sembrava arrabbiato e spaventato.
Balzai dal letto e andai nel soggiorno. Tutte le camere da letto davano sul soggiorno; erano piuttosto piccole ma accoglienti, con dei buoni letti e soffici materassi. Il signor Lannisfree stava in piedi davanti alla porta della sua camera, con un viso che rivelava chiaramente come fosse furibondo o si sentisse male. Oppure tutte e due le cose.
«Siete stato voi a far questo, Jack?», mi chiese.
Vidi subito quello che intendeva. Qualcuno aveva passeggiato sul pavimento a piedi nudi, lasciando una fila di impronte umide; anche la maniglia della porta era bagnata. Sapevo di non essere uscito durante la notte; perciò voleva dire che era stato lui a camminare nel sonno, oppure che se ne era andato a fare una nuotata nel lago e non se ne ricordava.
«Può darsi che abbia camminato nel sonno», dissi, sconcertato.
«Avete anche l’abitudine di nuotare, nel sonno?», ribatté lui.
«Se uno dorme, non può saperlo», replicai.
«Su, pulite», tagliò corto.
Fu allora che scoprii qualcosa di assai strano. Il lago era una distesa d’acqua dolce, naturalmente, a circa dieci chilometri dalla costa del Maine; ma, quando tornai nel soggiorno con uno strofinaccio per asciugare le chiazze umide e mi chinai per osservarle da vicino, notai che si trattava di acqua di mare.
Sono nato a Gloucester, e l’odore dell’oceano è come una seconda natura, per me. Non dissi niente al signor Lannisfree perché pensavo che potesse seccarsi. Ma cominciai a preoccuparmi. Non ci capivo niente, e per la prima volta cominciai a desiderare che sua moglie tornasse presto, per andarmene a casa.
Lui faceva un gran parlare di sua moglie. «La signora Lannisfree ha detto, la signora Lannisfree ha fatto»: sempre lunghi discorsi sulla signora Lannisfree.
Ben presto riuscii a farmi il quadro della signora in questione, una ragazza franco-irlandese, assai più giovane del marito: quasi dieci anni, per la precisione. Gli occhi erano azzurro intenso, e i capelli neri li portava sciolti e lunghi fino alla vita, spiegò il signor Lannisfree. Secondo lui, era una bellissima donna.
In quel periodo la signora stava terminando di scrivere un libro e non poteva allontanarsi dalla località in cui aveva ambientato il suo romanzo, soprattutto per le consultazioni che poteva fare nelle biblioteche del posto.
I Lannisfree frequentavano una cerchia di artisti e scrittori, gente assai nota e di tutti i tipi. Mi parve piuttosto strano che, con tutto quello che m’aveva raccontato, lui non avesse una fotografia della moglie e glielo dissi. Il signor Lannisfree sorrise e mi spiegò che nessuna fotografia «poteva renderle giustizia»; ma aveva una piccola istantanea, che mi mostrò. Do-vetti ammettere che era una donna bellissima, anche se probabilmente la foto non le «rendeva giustizia».
«Non vedo l’ora di conoscerla», dissi.
«Non posso biasimarla; quasi tutti gli uomini lo desiderano. È sempre stata molto popolare.»
Le giornate scivolavano via lentamente. Pulizia della casa, partite a scacchi, pesca. Talvolta, Lannisfree giocava una partita dietro l’altra; pomeriggi e serate intere passate al tavolino degli scacchi. Talvolta, al contrario, dava l’impressione di non voler parlare assolutamente; allora restava seduto per ore ed ore, con le sue scartoffie d’avvocato, nel portico o in veranda, lo sguardo sperduto in direzione dei boschi o del lago. E c’erano alcune volte in cui se ne stava seduto immobile, con la testa piegata da un la-to, come se ascoltasse qualcosa.
Più d’una volta rimasi a osservarlo senza farmi vedere. Si comportava in modo strano: lanciava intorno occhiate furtive, come se si aspettasse di veder comparire qualcuno. Qualche volta, invece, mi avvicinavo rumorosa-mente, e allora lui mi rivolgeva sempre le stesse domande: «Avete visto qualcuno gironzolare da queste parti, Jack?», oppure: «Sentite camminare qualcuno?»
Io non avevo visto nessuno. Capivo che Lannisfree doveva soffrire di un forte esaurimento nervoso, e che per questo gli avevano ordinato un lungo periodo di riposo.
Andammo avanti così per alcuni giorni.
Poi accadde qualcosa che non seppi spiegarmi. Si ripeté la storia delle impronte umide sul pavimento e sulla maniglia della porta. Per la maggior parte delle volte, feci in modo di alzarmi prima di lui, in tempo per ripulire e asciugare le macchie prima che Lannisfree le vedesse; ma qualche volta capitò che lui si alzasse prima che le impronte fossero asciutte completamente. Ebbene, il signor Lannisfree non ripeté mai l’osservazione che m’aveva fatto alcuni giorni prima: guardava da un’altra parte, come se le macchie non esistessero.
Non riuscivo a togliermi quel pensiero dalla mente. Avrei voluto parlar-gli, ma ogni volta, nei suoi occhi, leggevo sempre qualcosa che m’impediva di farlo. Avrei voluto anche chiedergli come mai uscisse di notte per andare a nuotare nel lago e tornasse a casa gocciolante di acqua di mare.
Perché era acqua di mare; potevo sentire il sale sulle mani. Una volta l’assaggiai: era sale. Ormai non avevo dubbi, ma come facesse non lo sapevo, sebbene qualche volta rimanessi seduto per lunghe ore a pensarci.
C’era un ruscello che correva dal lago fino all’oceano; si trasformava in un piccolo fiume, prima di sfociare nell’Atlantico, ma naturalmente il ruscello era d’acqua dolce.
Pensai che la cosa migliore fosse quella di coglierlo sul fatto. Così, ideai il mio piano e per tutta la notte non dormii, ma rimasi sveglio nella mia camera con le orecchie tese. Non l’avevo sentito uscire, ma l’udii chiaramente ritornare. Lo sentii attraversare l’anticamera, camminando il più silenziosamente possibile; e stavo per saltar fuori e coglierlo di sorpresa, quando d’un tratto mi giunse una voce strana.
«Roger», chiamò la voce. «Roger!»
Era una voce di donna, quella che chiamava il signor Lannisfree e, a giudicare dalla vicinanza del suono, la misteriosa visitatrice doveva trovar-si davanti alla camera da letto di lui. Lo chiamava con voce urgente, ansio-sa, in cui affiorava una nota di comando.
«Roger!» La voce si era trasformata in un rauco sussurro. «Roger!»
C’era qualcosa di agghiacciante, in quel suono. A momenti sembrava che la voce implorasse, per diventare autoritaria subito dopo, e infine certi momenti sembrava perfino che piangesse. Un’impressione terribile. Pensai che per tutto il tempo del suo soggiorno laggiù, in attesa della moglie, il signor Lannisfree avesse una relazione con un’altra donna. Ecco ciò che pensai.
Perciò, quella notte, non uscii dalla mia camera, ma rimasi ad ascoltare, dietro la porta, in attesa che lui rispondesse. Ma lui non rispose una sola volta: rimase nella sua stanza, inquieto e agitato, e un paio di volte lo sentii gemere, come se fosse in preda a un brutto sogno.
Il mattino dopo, c’erano di nuovo le impronte e la maniglia della porta era bagnata. Osservai da vicino accuratamente le chiazze e vidi che una non era molto confusa: sembrava un’impronta di donna. Ripulii il pavimento prima che Lannisfree uscisse dalla sua camera e, quando lui si fece vedere, la impronte erano asciutte.
Quel mattino il signor Lannisfree aveva un brutto aspetto, come se avesse dormito male.
«Avete sentito niente stanotte, Jack?», mi chiese.
Naturalmente, non volevo pensasse che avessi sentito qualcosa, nel caso avesse una tresca con qualche ragazza del vicinato. Perciò gli dissi che non avevo sentito niente.
«Non mi avete chiamato, per caso?», insisté lui.
«Non mi pare, a meno che non abbia parlato nel sonno», risposi. «Dicono che talvolta parlo nel sonno… ma non ricordo.»
«No, di solito non parlate nel sonno.»
Non riuscivo a capire che cosa fosse capace di vedere in un’altra donna, con una moglie bella come la sua, e cercavo di immaginare che cosa ne avrebbe fatto dall’«altra», quando la signora Lannisfree fosse arrivata alla villa. D’accordo, ora sapevo da dove venivano quelle impronte, anche se non riuscivo a spiegarmi l’odore del mare. Probabilmente la donna abitava da qualche parte sul lago, veniva a nuoto fino alla riva ed entrava in casa.
Questo giustificava ogni cosa… tranne l’odore del mare. Continuai a rimu-ginare così intensamente su quel pensiero che non potei fare a meno di parlare.
«Signor Lannisfree, c’è qualche corso d’acqua salata, da queste parti?»
«No, finché non si risale la costa.»
«Sicuro?»
«Conosco perfettamente questa regione. Potrei attraversarla a occhi chiusi. Perché?»
«Perché…» In quel momento ebbi la sensazione di essere un perfetto imbecille. «Perché l’impronta sulla maniglia della vostra porta e le chiazze umide sul pavimento sono di acqua salata.»
Lui arrossì, poi divenne pallidissimo.
«Queste sono maledette sciocchezze», sibilò fra i denti.
Andai in cucina, presi lo straccio che avevo adoperato per asciugare le chiazze e glielo tenni sotto il naso.
«Sentite un po’», dissi.
Lui annusò, mi guardò con una smorfia di disgusto e infine scosse la testa.
«Puzza di acqua di mare», insistei.
«È colpa della vostra immaginazione, Jack. Mettete via quella roba e non parliamone più.»
Lo accontentai. Ma questo non cambiava niente. Quello strofinaccio era inzuppato di acqua di mare. Quando fu asciutto, vi si notava una leggera crosta di sale. So distinguere l’acqua di mare al gusto, al tatto e all’odore.
Sono nato a Gloucester, ripeto, e un ragazzo di Gloucester ce l’ha nel sangue, il salmastro. Non posso sbagliare. Non dico di essere infallibile, ma in questo caso non potevo sbagliare. Quella era acqua di mare, oppure io non avevo mai assaggiato né toccato l’acqua del mare.
Per tutta la giornata, il signor Lannisfree rimase silenzioso e di cattivo umore. Non lavorò, e l’unica volta che mi rivolse la parola fu quando mi avvicinai a lui e lo trovai seduto davanti al suo orologio da polso aperto, che fissava la minuscola fotografia della moglie.
«Desidero che non parliate di questa storia alla signora Lannisfree, quando arriverà», disse.
«Benissimo, non le dirò niente», lo rassicurai.
Quella notte tutto ebbe fine.
Era una splendida notte di luna piena, con qualche nuvola che il vento agitava nel cielo, e un meraviglioso profumo di pino nell’aria, una di quelle notti in cui non si vorrebbe mai andare a letto. Infatti, restammo alzati più del solito; giocammo due partite a scacchi, ma il signor Lannisfree sembrava disfatto. Finalmente, verso le undici, ce ne andammo a letto.
Ero stanco ma non avevo sonno. E provavo la stessa sensazione che qualche volta ci prende, quando si sa che deve accadere qualcosa. Ero certo che la donna sarebbe ritornata, e quella notte ero deciso ad aprire la porta e parlarle. Così rimasi disteso sul letto, perfettamente sveglio. Sentii che il vecchio orologio sulla mensola del caminetto in soggiorno batteva dodici colpi, poi uno, e poi ancora due.
E finalmente udii la porta che s’apriva, la stessa della notte precedente.
Ora che ci penso; credo che fosse la stessa ora. Seguì un fruscio di passi smorzati sul pavimento, provenienti dalla porta esterna; i passi attraversa-rono il soggiorno, poi si fermarono davanti alla porta della camera di Lannisfree. E poi di nuovo quella voce, la stessa della notte scorsa.
«Roger!», chiamò la donna. «Roger!»
Mi avvicinai alla porta della mia camera e l’aprii. Poi guardai fuori.
Lei era in piedi, a dieci passi da me, e mi voltava la schiena. Era davanti alla porta del signor Lannisfree. Ma rimasi sorpreso… più di quanto imma-ginassi. Mi aspettavo di vederla in costume da bagno, e invece non lo era.
Indossava abiti da viaggio, una specie di completo sportivo, simile a quelli che portano le donne per andare in ufficio. Dalla porta della mia camera potevo vedere che aveva avuto un incidente, poiché l’abito era inzuppato.
Mi feci avanti nel corridoio e dissi: «Perché non entrate?»
Lei si girò lentamente. Sentii un brivido di gelo serpeggiarmi in tutto il corpo. La donna non parlò, ma rimase immobile a guardarmi. Poi fece un passo avanti e il suo volto fu illuminato da una lama di chiaro di luna. Mi accorsi allora che era la signora Lannisfree.
«Scusate, signora Lannisfree», mormorai.
«Dov’è Roger?»
«Lo sapete che è là dentro», dissi, indicandole la porta.
«La porta è chiusa a chiave.»
«Posso darvi la mia chiave.»
«Grazie.»
Andai a prendere la chiave e gliela diedi. La sua mano era di ghiaccio e mi accorsi che le battevano i denti. Quando le tesi la chiave, ebbi modo di vederle gli occhi. Non erano come gli occhi nell’istantanea che il signor Lannisfree teneva nella cassa del suo orologio. Sembrava che non mi ve-dessero affatto: guardavano fisso attraverso il mio corpo e parevano ap-puntati su qualche cosa. Lei non li batté una sola volta, né distolse lo sguardo: seguitava a guardare fisso davanti a sé. Poi prese la chiave e si gi-rò verso la serratura, trafficando con la serratura. Mi sentivo quasi soffocare per l’odore di acqua di mare, tanto era forte; e mi parve che penetrasse anche sotto la porta della mia camera, quando vi ritornai.
Fu in quel momento che sentii l’urlo del signor Lannisfree. Uno solo. Un grido terribile. Non credevo che rimanesse tanto sorpreso per il ritorno improvviso della moglie. Lannisfree urlò il nome di lei: «Myra!» Poi, silenzio.
Ora mi giungevano dei rumori ovattati; pensai che la donna si togliesse gli abiti inzuppati ma, dopo un po’, la sentii uscire da quella stanza, fuori dalla casa. Aprii la finestra e gettai un’occhiata fuori; la luna era ancora al-ta e lucente, ma io non riuscivo a vedere niente. Andai sulla veranda e allora scorsi la donna che si avviava attraverso i boschi, in direzione del ruscello, allontanandosi dal lago. Non s’era tolta gli abiti bagnati, ma camminava diritta, in direzione della luna, con il viso e le mani inondate di luna.
Quella notte non potei dormire, perché aspettavo che lei tornasse; e il mattino dopo, sul pavimento del soggiorno, c’erano ancora le impronte umide e la maniglia della porta del signor Lannisfree era bagnata.
Asciugai le macchie e aspettai che lui si alzasse. Ma Lannisfree non si fece vedere. Alla fine, poiché non rispondeva ai miei ripetuti colpi alla porta, entrai nella stanza e lo trovai com’era quando arrivò lo sceriffo: morto nel suo letto, con quella lunga ciocca di capelli neri avvolta intorno al collo, così stretta che l’aveva soffocato.
Questo avvenne esattamente sei ore dopo che avevo visto la signora Lannisfree.
Ecco perché non ci credo, quando affermano che il signor Lannisfree aveva portato sua moglie al largo della costa del Maine, circa un mese prima, l’aveva spinta in acqua e l’aveva annegata perché era geloso dell’uomo di cui si diceva che la signora Lannisfree fosse innamorata. Non ci credo anche se hanno ritrovato il corpo della donna, perché io l’ho vista come vedo voi ora, con il viso e le mani illuminate dalla luna, che camminava nel bosco in direzione del mare.
Save as PDF