Korimba

Stories / Poems

Stories by catherine cooke

il cavaliere vampiro

italian

Save as PDF
La sposa di Lord Wilmar fu sedotta da un vampiro proprio la vigilia del giorno del suo matrimonio. Quando si mise a letto per il parto e il bambino nacque, la levatrice lo portò via velocemente prima che la donna potesse vederlo e le disse che era nato morto. Natalya pianse per la perdita. I preti e suo marito le dissero che era stato il volere di Dio, argomentazione che però non servì a consolarla. Lord Wilmar le disse che era forte e giovane e che avrebbe partorito molti splendidi figli. Non si trattava di un pensiero molto piacevole a così breve distanza dal suo primo doloroso travaglio, ma lei aveva temuto che lui sarebbe stato in collera con lei, e fu felice per la sua goffa preoccupazione.
Le grida del piccolo vennero facilmente smorzate e assomigliarono più agli striduli e acuti versi di un pipistrello che non ai furiosi vagiti di un neonato. La levatrice provò soltanto un po' di paura, ma nessun senso di colpa mentre si affrettava attraverso la foresta al tramonto con il quieto vagito monotono nel sacco. Se la madre avesse visto il bambino, avrebbe desiderato tenerlo. Le sue sottili fattezze e i riccioli neri e umidi promettevano grande bellezza. Ma i preti lo avrebbero appena degnato di uno sguardo e avrebbero ordinato la morte del bambino come figlio del Diavolo. Il padre del bimbo non era però né Lord Wilmar né il Diavolo, solamente il vampiro della grotta nella foresta avrebbe infatti potuto generare un figlio del genere.
Quando la donna raggiunse la grotta, appoggiò il bambino su di una pietra piatta che stava di fronte all'entrata. Le ultime ombre del fogliame, proiettate dalla luce del sole, erano ora sfocate e prive di forma. Era buio e freddo, e il coraggio di lei era praticamente svanito.
- Qui c'è tuo figlio, vecchia sanguisuga - disse con voce astiosa per mascherarne il tremito. - Uccidilo oppure tienilo, come preferisci. La madre non lo ha mai visto e lo crede morto. Io ho già dimenticato lui, te, e questa notte.
Credette di vedere un pallido viso all'imboccatura della caverna. Non aspettò per vederne di più, si voltò e corse via.
Il nome del vampiro era stato Alburno, cinquecento anni prima, quando era Signore nel castello. La sua discendenza si era estinta da molto tempo, ma lui viveva comodamente nella sua tomba oltre il muro ovest. Non era un assassino, ma produceva splendidi sogni alle fanciulle del villaggio e faceva perdere la strada ai taglialegna e ai cacciatori nella foresta. Il vampiro aveva pochi nemici, fino a due anni prima, quando Wilmar e gli altri invasori erano arrivati con nuove leggi e austeri preti. Venne quindi sorpreso e cacciato a notte fonda per essere certi che non potesse tornare alla sua tomba per riposarsi. Wilmar aveva ordinato ai preti di consacrare il terreno. Ci fu una terribile caccia e un inseguimento al termine del quale il vampiro si trovò quasi esposto alla luce dell'alba sulle rive di un ruscello, ma riuscì a salvarsi incuneandosi in una tana di tasso per sfuggire al sole.
Da quella volta aveva fatto di quella caverna la sua casa. Avrebbe lasciato il paese, se avesse voluto, ma era il suo suolo natio e lui vi era legato. Così viveva tranquillamente, sapendo che Wilmar e i suoi preti temevano la foresta e le sue leggende. Gli abitanti del villaggio avrebbero saputo dove trovarlo, ma lo lasciavano in pace, forse per rispetto alla sua età e alle storie su di lui che li avevano tanto spaventati da bambini.
La sua visita a Natalya di quella notte era stata la vendetta più terribile che aveva osato tentare. Aveva pensato di attaccarla, di succhiarle il sangue fino a farla svenire, forse perfino di portarsela via nella foresta. Ma lei era così terribilmente giovane e affascinante che lui l'aveva presa tra le braccia e, con un qualche dolce sortilegio, l'aveva amata come può fare un essere umano. Questo era il risultato.
Il vampiro si chinò sopra il bimbo così piccino e lo sollevò con le mani esangui dalle lunghe dita. Inizialmente pensò che il piccolo fosse avvolto in una coperta di pelle grigia, poi aprì le fasce e scoprì trattarsi di ali. Ali di pipistrello, come quelle che spuntavano a lui quando si trasformava nel suo aspetto preferito. Grandi abbastanza da poter sostenere il peso del bambino in volo, queste si incurvavano fuori dalla schiena di un piccolo corpo umano perfettamente formato.
- Tua madre deve essere una maga almeno per metà - disse il vampiro con una voce che sembrava il fruscio della pioggia sulle foglie. - Altrimenti, non si sarebbe mai eccitata con me e non avrebbe potuto metterti al mondo. Mi chiedo cosa direbbe Wilmar se lo immaginasse. - Rise con un suono simile a un mantice, aria nell'aria, senza tono o risonanza. Aveva perduto la sua gradevole voce umana quando era morto di una febbre devastante: la sua era la voce di un morto, fatta di aria rubata, che correva lungo una rigida e secca gola.
- Ti chiamerò Stefan - sibilò il vampiro al bambino che non poteva ancora comprendere le sue parole. Era stato il nome del suo figlio mortale, che era mancato, vecchio, quattrocentocinquanta anni prima.
Tenne il neonato sul petto freddo e avvolse un mantello attorno ad entrambi. Non poteva volare come pipistrello o correre con zampe di lupo tenendo il piccolo in braccio e così camminò verso una fattoria che conosceva, al limitare della foresta, dove una giovane madre dormiva coi seni gonfi di latte. Il vampiro e il piccolo bevvero tutto quello di cui avevano bisogno e lasciarono la donna che sognava il nobile Tocco di un amante.
La vallata, retta da Lord Wilmar, era sempre stata un luogo semi-magico, con folte foreste da una parte e alte montagne dietro di esse. Le montagne erano ancora selvagge. Nessun prete aveva ancora dato ai loro picchi e dirupi nomi di santi e così le stirpi magiche si erano ritirate lì. Giovani principi elfi cavalcavano ancora, a volte, attraverso i boschi e adescavano le ragazze del villaggio e le giovani donne che raccoglievano bacche o fascine di legna.
Quando Stefan ebbe cinque anni e imparò a usare le ali, vide che cosa succedeva ai bambini nati da queste unioni. Una notte udì un debole vagito e si posò su un albero per guardare. Un neonato con orecchie appuntite, occhi verde chiaro e capelli biondo-cenere giaceva fasciato ed indifeso sul margine di un sentiero, che Stefan sapeva essere molto frequentato da bestie feroci.
Il bambino corse da suo padre e lo pregò di salvare il piccolo e tenerlo come beniamino. Il vampiro gli rispose gentilmente che loro non potevano fare niente altro che lasciare quel neonato al suo destino. Era già abbastanza difficile nascondere lui, con le ali da pipistrello, agli occhi umani nei boschi scuri. Ci sarebbero stati ancora molti di questi derelitti… i preti si rifiutavano infatti di battezzare qualunque infante mostrasse sangue magico e le madri non avevano altra scelta se non abbandonare questi loro figli.
Stefan sapeva di essere una creatura magica, un bambino con ali da pipistrello, la cui pelle bruciava se toccata dai raggi del sole, uno che non poteva toccare l'acqua corrente senza provare dolore. Sentiva una intensa comunione coi bimbi abbandonati e un odio per i preti che li chiamavano figli del Diavolo. Sognava di guidare, un giorno, una armata di elfi e di fate per vendicarsi ripulendo la vallata con la distruzione del crudele Lord Wilmar e della sua stirpe. Spesso si recava a vedere quei bambini, dopo che era morto il primo, e a volte tirava sassi ai lupi per tenerli lontani. Sicuramente i padri dovevano sapere cosa stesse loro accadendo, tuttavia, nel corso degli anni, mai alcun principe elfo si era avvicinato per salvarne uno.
A volte l'aspetto magico si presentava nei bambini mezzo-sangue solamente quando questi arrivavano alla pubertà. Occasionalmente giovani e giovanette venivano scoperti e lapidati a morte, visto che non potevano più essere semplicemente abbandonati nella foresta. Gli abitanti del villaggio potevano anche essere riluttanti a rivoltarsi contro quei ragazzini che avevano conosciuto per tutta la vita, ma i preti dicevano loro che tutto il male della zona doveva essere addebitato ai figli del Demonio che vivevano fra loro.
Da quando erano arrivati gli invasori, la vita era grigia e dura nei villaggi. Le messi crescevano e le mucche partorivano, ma mai così abbondantemente come avevano fatto un tempo, quando la fertilità aveva magicamente animato le festività primaverili. La gente aveva paura di recarsi nella foresta e non aveva più osato andare in montagna per la caccia invernale: gli elfi erano incolleriti, si diceva, e avrebbero attaccato i viaggiatori uccidendoli o legandoli con incantesimi antichi. Per un solo spirito pericoloso avevano un nome: il Cavaliere Pipistrello. Era apparso una sera su un ponticello della strada della foresta per esigere oro e beni da un gruppetto di preti. Aveva lasciato loro, nel buio, solamente i muli; avevano vagato per giorni nei boschi prima di riuscire a emergerne nuovamente. Dei soldati cavalcarono nella foresta per cacciare il cavaliere, che indossava una cotta di maglia fatata che copriva perfino la punta delle sue ali con scaglie che tintinnavano dolcemente. Alcuni tornarono sconfitti. Altri non fecero mai ritorno.
I nobili, i preti e i ricchi mercanti ambulanti temevano molto il Cavaliere dalle ali di Pipistrello. I poveri del villaggio sussurravano che lui volasse tra le loro case durante le ore piccole prima dell'alba e lasciasse la refurtiva delle sue razzie. Oro che essi non osavano spendere, gioielli che non osavano indossare… un giorno però forse avrebbero potuto usare i suoi doni. Sognavano un liberatore che sollevasse il grigiore e riportasse gli splendidi colori che avevano un tempo riempito le loro vite.
Quando cominciò il dolore sotto le scapole, Ileya drizzò faticosamente la schiena e guardò il secchio di piccole e malaticce rape che aveva sradicato nel pomeriggio nell'appezzamento di terreno di famiglia al limitare della foresta. Era il giorno del suo quattordicesimo compleanno, il diciottesimo anno del regno di Wilmar. Sua madre l'aveva baciata quella mattina e le aveva chiesto se si sentiva bene e Ileya si era meravigliata della preoccupazione che si avvertiva nella sua voce.
Le lunghe ombre della foresta si allungavano sopra lo sporco e le erbacce del cortile sassoso, e si distendevano per ridurre i deboli e inclinati raggi di luce solare che rimanevano. Ileya avvolse lo scialle sulle trecce attorcigliate, odiando il caldo soffocante della lana attorno al viso e al collo: ora era una donna, doveva raccogliere i capelli e tenerli coperti se c'era qualcuno in giro. Si alzò e gemette mentre la schiena le si inarcava per il dolore come se avesse delle frecce incastrate sotto le ossa. Cercò di sollevare il secchio con le rape e cadde sulle ginocchia, guardando la tetra foresta attraverso le lacrime, che rendevano liquide le sagome degli alberi, come alghe che si agitano nell'acqua di uno stagno.
Sua madre quella mattina Taveva guardata come se avesse visto un fantasma, con una antica paura che Ileya ricordava confusamente dalla sua infanzia. Tuttavia Ileya non capì finché non sentì il robusto tessuto premere contro il vestito di lana e spaccare la stoffa in due grandi squarci lungo la schiena. Le ali si spiegarono, umide come un pulcino che esce dal guscio; alla luce del tramonto erano traslucenti, filtravano la luce crepuscolare in motivi brillanti di farfalla sul terreno di fronte a lei.
Il dolore era svanito, ma lei pianse amaramente mentre, inciampando sui piedi, scompariva nella foresta. Le graziose e fragili ali le pendevano umide sul vestito e sulle braccia e strascinavano le punte nel fango dietro di lei mentre correva. Era già buio fra gli alberi e Ileya vedeva lupi dietro ad ogni tronco e lamentosi fantasmi gelosi che la abbrancavano da ogni siepe. Pensava a vampiri e demoni e folletti arroganti con visi sottili e occhi chiari. Uno di questi esseri doveva aver sedotto sua madre quindici anni prima e averla lasciata a domandarsi, dopo, se sua figlia era stata concepita con le rudi carezze di suo marito o con un ricordo di piacere sui margini di un torrente della foresta.
Stefan desiderava avere un destriero da cavaliere, un grosso stallone nero con staffe e sella ingioiellate e una alta, orgogliosa testa ornata da una maschera corazzata con corna ai lati delle orecchie. Avrebbe potuto acquistare un tale cavallo con i soldi presi ai viandanti, ma le tracce di un cavallo sono troppo facili da seguire all'interno della foresta e i posti in cui mangia e dorme non possono essere nascosti in pochi istanti. Così Stefan camminava a piedi lungo il suo sentiero segreto aspettando il tramonto.
La sua armatura squamata tintinnava mentre Stefan procedeva, come l'acqua sulle pietre, leggero e flessibile; quando era andato dagli elfi delle montagne due anni prima, gli avevano fabbricato l'armatura come se si stessero silenziosamente scusando. Si erano infatti rifiutati di ingaggiar battaglia contro lord Wilmar senza darne alcuna giustificazione, sebbene Stefan avesse pensato che temessero la nuova magia umana dei preti. Suo padre il vampiro era stato cacciato dalla sua dimora a causa di questa magia. Stefan aveva dato agli elfi dei codardi mosso da amara intransigenza giovanile e si era infilato la nuova armatura giurando che avrebbe condotto da solo la sua guerra.
Dopo due anni era ancora solo. Aveva pensato di trovare alleati nei villaggi con elargizioni di oro, ma i contadini nei boschi si facevano ancora il segno della croce e gridavano esorcismi se lo incontravano sul cammino. Di giorno l'armatura lo proteggeva dal sole e dalle armi dei soldati di Lord Wilmar e di notte, quando la toglieva per volare, poteva avere la meglio su ogni spada di uomo, combattendo dall'alto. Non era però abbastanza; non era quello che aveva promesso agli elfi che avrebbe fatto.
I suoi passi erano felpati sul terreno ricoperto di muschio della foresta quando la notte lo avvolgeva e la sua vista calava e l'udito gli si acutizzava. Gli alberi frusciavano a causa dei gufi che si svegliavano. Lui si chinò per toccare un fiore notturno e lo sentì sbocciare sotto le dita. Un ceppo di funghi fosforescenti luccicava contro la radice di un albero e lui ne colse quattro dalla cima del mazzo per mangiarli prima di andare a riposare.
Quando si avvicinò al ruscello e alla grotta del vampiro, il singhiozzo di una donna si alzò distintamente sopra gli altri suoni dell'acqua corrente e lo stormire delle foglie nella brezza. Stefan ascoltò per un istante in silenzio. Poi, con il più leggero sfiorare delle scaglie dell'armatura, strisciò sulla cima della sponda del fiume Fidel, dove vide la ragazza pronta a buttarsi tra le pietre dove l'acqua scorreva più in profondità.
Le ali erano la cosa di lei che più chiaramente riusciva a distinguere, e pensò che dovesse essere una fata. Ma nessuna fata era stata così vicina ai villaggi da dieci anni e più e nessuna fata avrebbe cercato di affogarsi nel fiume, un gesto estremamente inutile per un'immortale. Immaginò quindi che si trattasse di uno di quei ragazzi mezzo-sangue, con un attributo magico manifestatosi all'improvviso, che era scappato nella foresta e aveva scelto di suicidarsi.
Le indifese e sottili facce di bambini in fasce gli sfilarono nella mente, così come il ricordo di una lapidazione che aveva visto in lontananza dai margini della foresta: quella volta la vittima era stato un bambino legato fra due pali. Il vampiro aveva detto che avrebbe solamente messo in pericolo se stesso cercando di salvare uno qualsiasi di loro. Stefan scese dal terreno erboso verso la ghiaia, la ragazza si voltò con uno scintillio delle ali e occhi luccicanti di lacrime.
- Non devi buttarti - disse lui. - Potresti essere la prima a salvarti. Se vieni con me… - Avrebbe cominciato a dirle che l'avrebbe portata fra gli elfi che l'avrebbero trattata come una sorella, ma la ragazza emise un debole, spaventato grido di terrore e si gettò nella turbinosa acqua scura.
Venne trascinata dalla corrente come una foglia, con le delicate ali che si spiegavano istintivamente per impedirle di affondare, le rocce però la ferivano quando vi sbatteva contro, le onde dalle creste spumose le facevano finire ripetutamente la faccia nel fiume. Non gridò aiuto.
Stefan aveva imparato presto a temere l'acqua corrente. Non aveva mai guadato un fiume, mai bevuto dalle sue sponde, mai si era bagnato in uno di essi; aveva sempre contato su una ferma polla di acqua sorgiva situata dietro la caverna del vampiro. Ora tuttavia correva lungo le rive del fiume, armeggiando con le dita a cercare i ganci su entrambi i lati dell'armatura, incespicando su radici di alberi e saltellando da un piede all'altro per togliersi gli stivali corazzati e strattonando le ali dagli involucri con una violenza tale da far volare le due metà separate dell'armatura nella foresta.
Quando fu libero, spiegò le sue ali alla massima apertura e balzò nell'aria notturna, sbattendo due, tre volte, finché si rese conto di aver spiccato il volo, poi, raccogliendole nuovamente indietro, si tuffò nell'ultimo posto in cui aveva visto affondare la fanciulla.
L'acqua ghermì Stefan e il suo corpo divenne rigido per i crampi e per il freddo tanto che, per lo shock, quasi sentì lo stimolo di respirare; il movimento della corrente turbinosa lo faceva sentire malato e confuso ma riuscì a stento a tenere gli occhi aperti per cercare la ragazza. Lei non era lì. Tornò in superficie e sbatté le ali inzuppate; su una sponda del fiume, dove la corrente turbinava e rallentava, c'era un groviglio di alberi sradicati e di vive radici. Si tuffò in quel punto e la trovò. Il suo debole ma pesante corpo era trattenuto sott'acqua e aveva rotto il bordo di uscita di un'ala traslucente che sbatteva nella corrente. Stefan si tenne sotto con una mano aggrappandosi alla radice di un albero e allontanò i rami dalla ragazza. Lei scivolò via, liberata, per continuare a scorrere ma lui cominciò a nuotare per prenderla con tutte e due le braccia. Con le sue ali spinse entrambi verso il margine del fiume e mise i piedi a terra trascinando la ragazza sulla ghiaia della sponda.
Il chiaro di luna si affacciò, filtrando attraverso una breccia del denso fogliame della foresta presso il fiume. La ragazza alata giaceva a faccia in giù e Stefan si inginocchiò su di lei, le premette la schiena, la alzò e la scosse, le afferrò le braccia e le spostò avanti e indietro come remi. La corrente dell'acqua aveva indebolito la sua forza e lui a tratti sudava e poi tremava. Però l'aveva salvata: lei non doveva morire.
Le ali di lei sbatterono violentemente e colpirono Stefan sul viso. Lui le sedette accanto massaggiandosi la guancia. La ragazza vomitò acqua del fiume e ansimò per riuscire a respirare; quando il suo stato confusionale si attenuò un poco, Stefan la sollevò fra le braccia e la portò su, verso le zolle erbose della foresta, sulla cima della sponda. Lei mugolò per il dolore quando lui la riappoggiò a terra e lui potè vedere l'ala piegata che cominciava a gonfiarsi e i tagli e le abrasioni sulle braccia e sulle gambe dove lei non era coperta dal pesante vestito di lana.
Era molto giovane, di costituzione sottile ma certamente non fragile come le donne elfe che Stefan aveva visto. Le sue ali da farfalla sembravano troppo delicate per poter reggere il suo peso. Erano l'unica cosa veramente bella di lei; il viso era infatti scarno e gli occhi incavati come se non si fosse mai nutrita bene e i suoi capelli scuri ed intrecciati erano opachi e non brillavano sotto il chiaro di luna. Tuttavia a lui sembrava molto preziosa.
Le si inginocchiò accanto, respingendo le pesanti ondate di dolore che lo facevano quasi svenire. - Non potevo lasciarti morire - le disse. - Mi dispiace.
- Sei tu quello di cui parlano, il demone dei boschi. - Ora lei sembrava troppo esaurita per potere aver paura. - Prima sembravi d'argento, con le scaglie.
- Ho tolto l'armatura per seguirti. Pensi di riuscire a camminare?
Stefan l'aiutò ad alzarsi in piedi e la condusse lungo il sentiero erboso verso la caverna del vampiro.
Albern mostrò al figlio come raddrizzare l'ala piegata e curare le abrasioni e gli disse che il riposo era l'unica cura per il dolore procuratogli dall'acqua corrente. Il vampiro era un gentiluomo, a modo suo, e Stefan non ebbe bisogno di dirgli che Ileya non poteva rifornirlo di sangue; così lui cacciò di notte e dormì di giorno e lasciò i due fuoricasta da soli.
Dopo tre giorni Ileya non ricordava più cosa si provava a voler morire. Ascoltava i sogni di Stefan di rovesciare Lord Wilmar e riportare la magia nella vallata. I sogni di lei erano più modesti… un semplice girare per le montagne in cerca di un posto in cui vivere in pace. Ma non poteva lasciare i suoi genitori a domandarsi se fosse ancora viva: così, quando si fu ripresa Stefan indossò la sua armatura per accompagnarla al limite della foresta. Lei indossò il vecchio vestito con uno spesso scialle attorno alla testa e alle spalle, con le ali strettamente ripiegate sotto la stoffa. Raggiunsero la radura al tramonto.
- Devi andare solamente nella casa dei tuoi genitori e non parlare con nessun altro, io ti aspetterò al limitare della foresta - disse lui. Si baciarono all'ombra delle foglie e si separarono.
Heya attraversò i campi, lenta e ingobbita come una vecchia, facendo scappare un coniglio e tre corvi. La casa dei suoi genitori era buia e deserta, la piazza del villaggio era invece illuminata di torce nel crepuscolo e lei poteva sentire cantare e battere i piedi. Erano andati alla festa sebbene la loro figlia si fosse persa e forse fosse morta nella foresta.
Gettò uno sguardo indietro alla scura fila di alberi e non vide alcun bagliore di armatura fatata, ma sapeva che Stefan era ancora lì. Le ali delicate sulla sua schiena si agitarono e vibrarono con l'avanzare della notte, lei le serrò nuovamente e strinse più strettamente lo scialle sulle spalle. Doveva a suo padre e a sua madre almeno un breve addio. Sarebbe partita non appena li avesse trovati nella piazza.
Di fronte al portico di pietra della chiesa turbinavano sottane e battevano mani nell'aria fumosa mentre i giovanotti e le ragazze danzavano per festeggiare un matrimonio che Lord Wilmar aveva appena celebrato. Ileya aggirò la folla da dietro, ricordando di aver aspettato con impazienza quel giorno: dovevano essere sposate cinque coppie e battezzati sei bambini durante la visita del signore al villaggio.
Wilmar stava eretto come un pilastro sui gradini della chiesa con tre dèi suoi soldati e due preti. Ileya si nascose dietro un muro per evitare; lo sguardo dei suoi severi occhi azzurri, quasi potessero vedere attraverso i suoi vestiti e marchiarla come mezzosangue da una tale distanza nel crepuscolo. Aveva paura di essere riconosciuta da tutti quelli che conosceva; tutti ormai dovevano sapere della sua scomparsa. Se ne era andata via da tre giorni.
Alla fine vide il viso di sua madre voltarsi verso di lei fuori dalla folla e gli occhi spalancarsi. Ileya fece cenno col capo di tacere e seguirla ma sua madre urlò il suo nome e le corse incontro con mezzo villaggio che le turbinava dietro.
- Dove sei stata, Ileya? Pensavo che tu fossi sicuramente morta, presa dal vampiro o dai lupi o dal Demonio-Pipistrello nella foresta… - Sua madre l'abbracciò e cominciò a piangere.
- Che cosa è successo, ragazza? - Suo padre la guardò torvamente facendosi avanti da un gruppo di uomini. - Hai imparato come far scendere la pioggia dal cielo, o fare il fuoco o a camminare senza essere vista? Non negare. Tua madre ha confessato ieri che ti ha concepito con uno dei demoni della foresta.
Ileya si voltò per correre, ma la gente ora la circondava. - Si vede il cambiamento dalla faccia, guardate - disse uno dei preti. - C'è una luce nei suoi occhi che non viene da Dio.
- Oh, bambina mia, perché sei tornata? - sussurrò sua madre mentre suo marito la spingeva da parte.
- Stefan! - gridò Ileya. - Stefan, aiutami! - Il fabbro e un prete la presero, la afferrarono per le braccia e Lord Wilmar scese lentamente attraverso i danzatori ammutoliti. Il circolo attorno ad Ileya si aprì per lasciarlo passare.
- Che segno è stato trovato in lei? - chiese guardando freddamente Ileya. Lei sentì le gambe indebolirsi e le ali cominciarono a sbattere per la paura.
- Sulla schiena lì, si muove qualcosa - disse il prete. Le tolsero lo Scialle e le strapparono il dietro del vestito. Con un fremito frusciarne le ali di Ileya si spiegarono e si aprirono come vetro colorato dietro di lei, riflettendo la luce delle torce fumose. Alcuni nella folla pensarono alla bellezza intravista sui sentieri della foresta quando erano giovani, più di una donna ansimò e distolse lo sguardo per amari ricordi di magia. Lord Wilmar ordinò che venisse rinchiusa nella bottega del fabbro fino all'alba, quando sarebbe stata lapidata.
- Lasciatela andare - disse una voce giovane ma glaciale, e nel medesimo istante una freccia ronzò come un'ape vicino alla testa di Ileya per andarsi a conficcare nella spalla del Signore mentre questi si voltava per rifugiarsi dietro ad una guardia. Wilmar vacillò e si afferrò il braccio e il prete che teneva Ileya avanzò con orrore. Lei sfuggì alla presa del fabbro.
Stefan brillava di rosso e arancione alla luce delle torce, proprio come un demone nella sua ardente armatura. Le ali gli stavano spalancate sopra le spalle gettando ombre frastagliate che cadevano sui visi della folla. Abbassò l'arco e estrasse una sottile spada e Ileya lesse nei suoi occhi la supplica di scappare e lasciarlo.
I soldati caricarono ignorando Ileya e, prima che la gente del suo villaggio potesse ricordarsi di trattenerla, lei balzò nell'aria sbattendo velocemente le ali come un martin pescatore. Si sforzò di arrivare oltre le cime dei tetti e poi guardò giù dall'altezza del campanile. I suoi nuovi muscoli della schiena cominciarono a farle male per lo sforzo insolito. Ma riuscì a volare. Vide Stefan bloccato da un mare di bastoni e lance. Non poteva scappare per unirsi a lei; il sole era appena tramontato e lui indossava ancora la sua armatura.
- Uccidete la strega! - urlò un prete e uno dei soldati prese un arco e cominciò a fissare una freccia sulla corda. Sospirando, Ileya si gettò attraverso l'aria sopra le fattorie oltre i campi, sulle cime degli alberi nella foresta notturna. Sentì dire dietro di sé che il Cavaliere dalle Ali di Pipistrello sarebbe stato portato al castello per esser processato e sarebbe poi stato messo al rogo la mattina seguente per il suo tentativo di uccidere Lord Wilmar.
La caverna del vampiro era buia e vuota quando Ileya atterrò vicino ad essa ansimando per lo sforzo del lungo volo. Riusciva a sentire le lontane grida degli abitanti del villaggio che la ricercavano nella foresta. Non poteva rimanere lì, e non sapeva dove altro andare. Le ali le tremavano sulle spalle; sedette su una roccia piatta fuori dalla caverna fissando i riflessi ondeggianti della luna sul fiume che scorreva vicino, giù oltre la scarpata. Desiderò ora di essere morta lì.
Passò molto tempo, forse ore, prima che un lupo che correva su tre zampe si accostasse vacillante nella radura illuminata dalla luna. Ileya lo guardò rannicchiarsi di fronte alla caverna per trasformarsi nel vampiro Albern, nudo e ferito per una freccia alla coscia. - La foresta è piena di pazzi stanotte - sibilò il vampiro con la sua voce roca. - Sono stato fortunato di essere stato colpito dalla freccia di un soldato di Wilmar con la punta metallica. - La afferrò con le dita dalle lunghe unghie e se la estrasse dalla gamba. Non uscì sangue.
- Stanno cercando me - disse Ileya rauca per il pianto. - Lord Wilmar è ferito e hanno fatto prigioniero Stefan. Lo bruceranno sul rogo nel mattino.
Mentre si alzava, il vampiro voltò il suo viso pallido e immobile verso di lei. - Il sole del mattino lo ucciderà prima del fuoco. Lo hanno portato al castello?
- Sì, ha colpito Lord Wilmar per salvare me. Io lo amo e lui ora morrà.
- Devi andare da lui. - Il vampiro non poteva volare da pipistrello con un'ala ferita e la distanza era troppo grande per lui per percorrerla sotto sembianze umane ed essere di ritorno alla caverna allo spuntar del sole. Se Ileya avesse volato con la velocità del vento, avrebbe potuto raggiungere il castello di Lord Wilmar una o due ore prima dell'alba. Albern aveva visitato i sotterranei e le prigioni del castello per cinquecento anni. Le poteva indicare come raggiungere il prigioniero e dove le guardie della prigione tenessero le chiavi.
Ileya volò quindi con speranza disperata, sforzando gli occhi nel chiaro di luna, per riuscire ad avvistare i punti di riferimento che il vampiro le aveva descritto, non osando fermarsi a riposare per paura di non arrivare in tempo. Il bruciore nei suoi muscoli era come una fiamma nel corpo e le sue ali sbattevano sempre più lentamente intanto che si avvicinava al castello.
L'acqua del fossato di fronte al portone chiodato rifletteva le torce fiammeggianti come se stormi di scintille ne sfiorassero la superfìcie. Alti bastioni in rovina dominavano il muro di cinta e al centro un antico ceppo si innalzava su un cumulo, fatto a mano, di terra e di pietre. Il cielo del primo mattino era buio a parte un vago grigiore a est, e Ileya cadde su una gamba quando raggiunse il terreno nelle ombre delle tombe sgretolate sul fianco della collina dietro al castello.
Prima che arrivassero gli invasori, gli abitanti del villaggio avevano seppellito i loro morti lontano dai posti in cui abitavano i vivi per paura dei fantasmi e di creature come Albern. Ora i pavimenti di lastroni delle chiese coprivano i morti inquieti e la magia dei preti sembrava sufficiente a tenerli legati alle loro tombe. Ileya avanzò a fatica attraverso una cancellata di ferro all'interno del cimitero incustodito, pensando malinconicamente alla descrizione del vampiro della sua comoda, vecchia tomba. Ora era tutto terreno consacrato e lui non poteva più tornarci, forse se ne erano andati anche gli altri spiriti che un tempo stavano lì.
I rovi circondavano le pietre spezzate della cappella che mostrava lo stemma di Lord Albern e i convolvoli allungati di piante rampicanti avevano spalancato il pesante portone. Non c'erano topi o scarafaggi lì dove l'uomo non si era mai decomposto. Solo spessa polvere e cumuli di foglie portate dal vento premevano contro il sarcofago di pietra della bara di Albern. Ileya spazzò via le ostie consacrate e ignorò una croce che era stata recentemente infìssa nel coperchio. La sua forza si era talmente affievolita che riuscì a malapena ad alzare la lastra di un centimetro e a spostarla su un angolo.
Nella terra sul fondo della bara c'era l'impronta di un corpo umano, pressata, ormai tanto indurita quanto gli strati di roccia col passare dei giorni e dei secoli. Su un lato c'era una maniglia di bronzo e Ileya la afferrò e la sollevò. La dura terra si alzò con il fondo della bara e sotto si aprì una cavità simile a una bocca nera. Una scala di legno marcito sporgeva di fianco ad essa e c'era un tirante ruotante da appoggiare contro la sezione basale della bara per mantenerla aperta. Questo era il modo in cui Albern era entrato e uscito dal castello.
Le ali di lei si richiusero attorno al corpo e Ileya si arrampicò nella fredda oscurità del condotto. Non avrebbe mai trovato il coraggio di scendere nella nera terra senza l'immagine del suo amore che teneva nel cuore e il pensiero che sarebbe sicuramente morto se lei non lo avesse raggiunto prima del boia. Antichi tunnel di pietra e stanze coperte di muffa conducevano verso le prigioni del castello; perfino prima del regno di Albern erano servite a nascondere armi e viveri e a offrire rifugio per il Signore e la sua gente nel caso in cui la fortezza fosse stata presa dai nemici.
Ileya raggiunse infine un posto in cui il fumo di una torcia da parete si dirigeva verso una sottile fessura sul fianco del tunnel. Guardò attraverso lo spiraglio e vide l'armatura e le armi di un deposito di guardie. Albern le aveva spiegato come spingere in un punto della parete e la porta si aprì all'indietro giusto quel poco che le permise di infilarsi dentro. La fermò con una cassetta di dardi per balestre, poi prese da un gancio sulla parete un mantello da guardia da buttarsi sulle ali e sulle sporche trecce. Vicino alla porta stava appeso un mazzo di chiavi. Lo prese.
Non si era nemmeno permessa di immaginare che Stefan fosse stato portato in una torre o in una sala centrale; ora però queste paure le si affollavano dentro, mentre osservava le guardie di pattuglia e strisciava di cella in cella. Lord Wilmar aveva pochi prigionieri. Gli uomini che vide sembravano gli stessi soldati del signore, imprigionati per ubriachezza o per qualche infrazione al codice militare. Stefan era appeso contro una parte nella cella più profonda, ancora nella sua armatura fatata, sospeso a braccia aperte con manette che stavano strette attorno ai guantoni squamati. Le ali erano spalancate rigidamente contro le pietre.
Ileya aprì la porta e si infilò nella scura cella, la richiuse serrando la cerniera metallica sopra lo spioncino vicino alla maniglia. - Amore mio… - Si avvicinò a lui.
- Ileya? Come… come sei arrivata fino a qui? Ti prenderanno: devi andar via di corsa… - Tirò debolmente le catene.
- Sei ferito? - Lo abbracciò attorno alla vita.
- Mi ronza la testa dove mi hanno colpito - disse lui. Lei poteva vedere soltanto i suoi occhi attraverso le fessure dell'elmo. - Non mi sento più le spalle. Come hai fatto ad entrare nel castello? Non riesco a credere che tu sia qui.
- Il vampiro mi ha insegnato la strada. Devo sbrigarmi. Una di queste chiavi aprirà le catene. - Si allungò sulla punta dei piedi, sbattendo un po' le ali per mantenersi in equilibrio.
Lui voltò la testa incappucciata per guardare mentre lei provava tutte le chiavi nei lucchetti delle manette. - Dovremo scappare sulle montagne. Wilmar ci potrebbe inseguire perfino lì… - Divenne più calmo. Poi mormorò. - No. Dobbiamo liberarci di lui. Ileya, richiudi il lucchetto.
- Come? - Lei aveva trovato finalmente la chiave giusta.
- Lascia le manette - disse lui lentamente. - Scioglimi i ganci dell'armatura, sotto le costole da entrambi i lati, così potrò toglierla velocemente con uno scossone delle ali. Poi vai. Torna da dove sei venuta e aspettami nella foresta con Albern.
Lei tornò a terra sentendosi stanca e svuotata. - Vuoi tentare di uccidere Lord Wilmar?
- Devo. Aspettami, Ileya. Tornerò da te, lo giuro.
Il sole del mattino portò lentamente colore sugli alti bastioni e l'oscurità cominciò a ritirarsi dal cortile. Stefan osservava, dal punto in cui stava legato, ascoltando il mormorio della folla che si era radunata per vedere arrostire il Cavaliere dalle Ali di Pipistrello all'interno della sua diabolica armatura. Durante il breve processo la sera prima, Lord Wilmar aveva ordinato ai soldati di togliergliela, ma nessuno di loro era riuscito a trovarne i ganci. Avevano provato nuovamente quella mattina, fallendo. Così l'avevano legato fisso fra due pali, con braccia e ali aperte, ma solamente la sua armatura era, in realtà, legata dalle corde.
Il trono di Lord Wilmar fu portato in un punto nel centro del cortile di fronte a Stefan e quattro preti stavano in piedi dietro di lui. Stefan sentì i primi raggi del sole colpire la sua armatura, un gran calore gli avvolse le gambe e si rese conto che i soldati avevano appiccato il fuoco alla pira di sterpi e rovi. Spinse leggermente le corde che lo tenevano legato e sentì le due metà dell'armatura cominciare ad aprirsi. Il sole lo avrebbe ferito, lo sapeva, ma se avesse agito molto velocemente e fosse poi scappato in un posto buio, avrebbe forse potuto incontrare Ileya quella notte stessa nella foresta. Almeno lei sarebbe stata salva. Con Wilmar morto, lei e gli altri bambini mezzo-sangue non sarebbero stati più trucidati per la loro bellezza.
Lord Wilmar camminò nella luce solare, accompagnato dal suono di una tromba stridente che colpì le orecchie di Stefan, seguito da un soldato che portava una lunga picca con una lama ricurva. Col collo rigido, un sorriso truce, il signore, l'invasore, si pose sulla sua sedia di stato e si sporse in avanti per guardare l'esecuzione del suo nemico; Portava una benda bordata d'oro sul braccio ferito e aveva gli occhi cerchiati di nero. Sembrava non avesse dormito bene la notte precedente.
Ora dormirai, pensò Stefan. Fletté le ali in un potente battito e la magica armatura squamata si divise in due, davanti e dietro, e cadde attraverso il fumo. Stefan udì urla e grida di soldati, ma liberò anche i piedi dagli stretti stivali squamati e si sporse in avanti, per volare oltre le fiamme che si alzavano, verso Lord Wilmar. Il sole lo bruciò, lo carbonizzò: sentì vesciche aprirsi sulla pelle perfino sotto le sue vesti di seta e le sue ali anche emettevano fili di fumo che si ispessivano mentre volava. La vista gli si oscurò, ma poteva ancora vedere il trono del signore, mentre Wilmar si alzava in piedi attonito. Poi si tuffò, balzando giù per strappare la lunga picca alla guardia al fianco di Wilmar. L'arma girava come una cosa viva nelle sue mani e lui la abbatté sul petto di Lord Wilmar. Sconvolto, fissando Stefan incredulo, Wilmar cadde sulle ginocchia e cominciò a morire.
Il Cavaliere dalle Ali di Pipistrello volò su nel calore logorante del sole del mattino, ora accecato, con le mani ed il viso carbonizzati e le ali in fiamme. Molte frecce sibilarono attorno a lui, Io trafissero. I forti colpi delle ali di pelle divennero sempre più deboli finché non riuscirono più a battere. Era arrivato fino alle finestre più alte della più alta torre, quando il fuoco lo avvolse.
Ileya urlò vedendolo bruciare, e si sporse da quella torre più alta in cui l'aveva aspettato da prima che venisse l'alba. Allungò il mantello da guardiano che aveva rubato nel magazzino, pensando di avvolgerci Stefan ed estinguere le fiamme, ma non riuscì a volargli vicino per l'estremo calore. Gridò il suo nome e vide il suo viso voltarsi verso di lei prima che il fuoco avvampasse e lo consumasse.
Sulle vecchie pietre della torre rimase l'impronta di una sàgoma nera: un giovane corpo maschile, piegato in un arco agonizzante con frastagliate ali distese. Non rimase niente altro. Niente altro cadde in seguito giù sul cortile, dove i soldati abbassarono gli archi e i preti si serrarono come corvi attorno al corpo di Lord Wilmar.
Ileya volò in alto verso il fumo lento, di nuovo sopra il bastione in rovina e dentro la cima della torre. Cadde in ginocchio sulle fredde pietre, incapace di respirare, incapace di piangere, stringendosi allo spesso mantello di lana che avrebbe dovuto riparare Stefan dal sole. Era stata così sicura che lui l'avrebbe raggiunta, che sarebbero scappati insieme. Lui era invece avvampato come una foglia secca bruciata dal caldo vento estivo.
Quando la gente del castello lasciò il posto dell'esecuzione, Ileya sentì le fiamme che ancora bruciavano dentro di lei. Pensò al vampiro che dormiva ignaro nella caverna della foresta. Avrebbe pianto per la perdita di suo figlio, si chiese lei, o avrebbe soltanto provato un vago senso di rammarico, come accade al termine di una bella primavera? I suoi ricordi erano talmente lunghi. Ileya aveva invece avuto solo pochi giorni.
Un centinaio di anni prima le scale di quella torre erano crollate e l'interno era quindi vuoto: nessuno si sarebbe potuto arrampicare fino a lei. Era quindi più sicuro aspettare. Quando sotto, nel cortile, fu tutto calmo, Ileya volò giù dalla torre per atterrare nelle calde ceneri della pira. Le due metà dell'armatura di Stefan scintillavano nella luce del sole, ancora fissate ai pali. Ileya le ricompose e le richiuse su entrambe le parti accarezzando le squame sulle ali molli e vuote. Volò oltre la sagoma impressa sulla parete della torre, sopra i bastioni e le antiche tombe nella brezza della foresta, stringendo sul petto l'armatura.
Non aveva altro posto dove andare se non la caverna del vampiro nella foresta e non aveva più alcun desiderio di vivere alla luce del sole. Due esseri solitari e separati, lei e Albern, potevano darsi ben poco conforto l'un l'altro. Ileya vagò di notte sotto le fresche ombre degli alberi al chiaro di luna, pensando che forse un giorno il vampiro sarebbe tornato nella sua vecchia tomba a dormire indisturbato e lei sarebbe rimasta sola nella foresta. La magia aveva ricominciato a scorrere di nuovo lentamente nel mondo, e i preti e i soldati vennero richiamati per una guerra lontana e nessun signore invasore venne spedito a prendere il posto di Wilmar.
Una notte, a mezzanotte, Ileya udì lo scampanio di cavalli elfici e aspettò curiosa sul sentiero pér vedere. Gli elfi erano tornati giù dalle montagne in gran numero, uomini e donne con visi simili al ghiaccio trasparente, belli e freddi. Gli alti cavalieri si fermarono e la guardarono con sorrisi turbati; lei si vergognò delle sue ali da mezzosangue e del suo robusto corpo umano. Incontrò nuovamente il loro sguardo e allora ricordò che quelli si erano rifiutati di seguire Stefan nella guerra contro Lord Wilmar. Lui aveva vinto la battaglia per loro. - Deve essere lei - disse un principe elfo nella sua lingua, in risposta ad una domanda postagli da un altro della sua compagnia. Smontò da cavallo e allungò la mano sottile per salutare Ileya. - Sei tu la ragazza che ha cercato di salvare il Cavaliere dalle Ali di Pipistrello? Ho sentito la leggenda. Dicono che la ragazza con le ali è bruciata nell'aria abbracciata a lui. - Sorrise divertito per le leggende umane.
- La storia è vera - disse Ileya. - Come potrei essere io quella ragazza? Lei è bruciata con lui. - Voltò le spalle al magico ospite e si avviò dentro la buia e silente foresta.
Save as PDF