Korimba

Stories / Poems

Stories by charles grandison finney

il bracchetto nero

italian

Save as PDF
Una domenica mattina di maggio il signor Charles prese coscienza per la prima volta dell'esistenza della bestia. La sua bambina più piccola entrò di corsa, come al solito senza fiato, e annunciò che in giardino c'era un grande cane nero.
Il signor Charles disse "sciocchezze" e continuò a sbarbarsi. Sapeva che i cancelli del cortile erano chiusi; li aveva chiusi lui di persona. E lo disse a sua figlia.
- Ma questo cane non usa i cancelli - gridò lei. - Lui ha saltato il muro.
Di nuovo il signor Charles disse "sciocchezze", perché il muro era alto quasi due metri e loro vivevano lì da cinque anni e in tutto quel tempo non aveva mai visto un cane saltarlo.
- Ma lui l'ha fatto - insistette la bambina. - E adesso sta uccidendo delle cose. - La bambina corse fuori a dare un'altra occhiata.
Un istante dopo lanciò uno strillo. - È sul muro del cortile! Ha preso un uccello! Vieni a vedere!
Il signor Charles spense il rasoio elettrico, disse alcune cose non adatte per una bambina, e uscì a guardare.
Il signor Charles vide, o credette di vedere, poiché portava lenti trifocali a volte guardava dalla lente sbagliata, una macchia nera sfocata sul muro del cortile. Corse sul muro e poi scomparve. - Guarda! - disse sua figlia. - È saltato giù e se n'è andato. E ha lasciato cadere l'uccellino.
- Bene - disse il signor Charles. - Investigheremo dopo. È ora di andare a messa.
E, ultimati i preparativi, la famiglia Charles si stipò nella Hillman Minx e partì. E il signor Charles non pensò più alla macchia nera o al cane nero che aveva visto.
Quel pomerìggio lui e la moglie decisero di sedersi nel giardino mentre le figlie guardavano la televisione. I loro due cagnolini decisero di accompagnarli. Il piccolo terrier si addormentò. Il bassotto invece scavò una buca accanto al melograno in fiore. Il signor Charles e la moglie si misero a parlare del più e del meno: di televisione, di acquisti, della necessità di far revisionare la Minx.
Il bassotto smise di scavare e cominciò a curiosare nel cortile, fiutando siepi e cespugli. Poi scomparve dietro una macchia di oleandri e dopo un po' riapparve tenendo qualcosa in bocca. Che portò alla signora Charles.
- Oh! - gridò lei. - Snorkel! Come hai potuto!
- Lui non c'entra - disse il signor Charles. - L'ha solo trovato. L'ha ucciso quell'altro cane. Me l'ha detto Roberta.
- Un altro cane? - disse lei. - Che altro cane? Non vorrai dire questo poltronaccio per caso. - E indicò Mac, il terrier che dormiva.
- No - disse il signor Charles. - Era uno strano cane. Un cane grande e nero. È balzato oltre il muro del cortile e ha ucciso quest'uccellino. Poi è risaltato sul muretto e se n'è andato.
- Mai sentita una cosa del genere - disse la moglie. - L'hai visto veramente tu o te ne ha parlato Roberta?
- Io ho visto una chiazza scura - disse il signor Charles. - Ma Roberta l'ha visto bene. E l'ha visto anche mentre uccideva l'uccellino. Sul momento non le ho creduto, ma l'uccello è qui e così la storia dev'essere vera.
Pochi giorni dopo il signor Charles era di nuovo in giardino, appoggiato allo steccato, e stava parlando col suo vicino, il.signor George, che viveva nella casa accanto.
Il signor George era fuori di sé. Ai suoi piedi giaceva il corpo del suo gatto siamese. Era stato morsicato a morte.
- È stato un grosso bracco nero - disse il signor George. - Ha saltato il muro, ha chiuso il gatto in un angolo e l'ha ucciso. Poi ha fatto un salto sulla cima del muretto, è andato avanti e indietro per un po', poi è balzato giù ed è scomparso. E tutto così in fretta che non ho potuto intervenire.
- Lo so - disse il signor Charles. - È successo anche qui. Solo che da noi quella cosa ha ucciso un uccello. Anche tu l'hai visto come una macchia scura?
- Una macchia? Certo che no! L'ho visto bene, era un grosso bracco nero. Di solito hanno un'aria gentile. Questo invece no. Era un bruto. Penso di mettergli un po' di carne avvelenata sulla cima del muro. Se gli piace tanto andarsene su e giù sui muretti dei giardini, forse prima o poi ritornerà e troverà la carne. E questo dovrebbe fargliela smettere.
Ne nacque una situazione grottesca. Ogni volta che il signor Charles incontrava un conoscente, il soggetto cadeva subito sul bracchetto nero. Se il tizio a cui il signor Charles si rivolgeva non l'aveva visto di persona, conosceva però un vicino che l'aveva visto, un vicino il cui cortiletto era stato visitato dalla bestia, dove quel bestione aveva ucciso qualcosa, un coniglio, un gatto, un cucciolo di cane, un uccellino e una volta anche un tasso. Una famiglia lungo la strada teneva in giardino un piccolo tasso. Il cane nero era saltato oltre il muretto, aveva sorpreso il tasso che dormiva accanto all'ingresso della sua tana e l'aveva ucciso.
Ma a parte quello che aveva detto il suo vicino, il signor George, il signor Charles ben presto constatò che né lui né nessun altro aveva visto distintamente quel cane nero. In genere, le persone con cui parlava concordavano nel dire ehe era un bracco, un segugio o un cane del genere, ma un tizio insistette che era un barboncino e un altro si ostinò a ripetere che era un airedale nero. Alami usarono la parola che il signor Charles aveva usato per primo per descriverlo: una macchia nera e confusa. Tutti si trovarono d'accordo che era nera e di averla veduta camminare sui muretti dei loro giardinetti. E a dimostrazione che quella cosa fosse reale, macchia nera o no, c'erano tutti quegli animali morti che confermavano che quelle visite erano state fatte.
Questi abitanti di Manacle vivevano in un quartiere suburbano. Le case erano quasi del tutto uguali; gli abitanti quasi del tutto identici: gente del ceto-medio con impieghi da ceto-medio. I loro ragazzi frequentavano la scuola distrettuale da ceto-medio. Era un quartiere pieno di persone amichevoli e tolleranti.
Tutto lì era routine e anche del tipo piuttosto mediocre. Ma era un posto comodo e piacevole dove vivere e il livello di vita era probabilmente uno dei più alti se non il più alto mai raggiunto da un gruppo d'Homo sapiens da quando questo bipede aveva cominciato a camminare sulla faccia della Terra.
Nelle strade non sciamavano orde di straccioni. Ai confini del quartiere non si aggiravano eserciti di teppisti. Non mancavano i servizi di prima necessità né i lussi della vita, né si doveva lottare per averli. Se la gente di quel quartiere suburbano voleva l'acqua, le bastava aprire un rubinetto. Se voleva calore, azionava un termostato. Se voleva il fresco, accendeva il condizionatore d'aria. Se voleva la luce, premeva un pulsante. Se voleva parlare a un amico o a un parente in Europa o nei confini nazionali, alzava una cornetta. Se voleva andare da qualche parte ci andava in automobile e a velocità variabili da cinquanta a centotrenta chilometri all'ora, o saliva su un aereo su cui volava a mille chilometri orari e oltre. E tutto questo potevano permetterselo, e lo facevano, senza chiedere permesso a nessuno. Non avevano neanche bisogno di domestiche; l'elettricità faceva per loro quello che nessuno staff di collaboratori o collaboratrici domestiche avrebbe mai fatto.
E adesso sembrava strano, incredibilmente strano, che un cane nero, un bracchetto nero (o una macchia nera), saltasse sui muretti dei loro giardini e uccidesse le creature che amavano.
Dapprima diverse persone misero in atto vari espedienti per cercare di catturare il bracchetto e mandarlo dove non potesse far danno. Il signor George, l'immediato vicino del signor Charles, concesse al signor Charles di parlargli a cuore aperto del suo progetto della carne avvelenata, poiché il signor Charles sosteneva che avrebbero potuto anche colpire una creatura innocente, magari un bambino. Allora, poiché il signor George era un uomo dalla mentalità tecnica, escogitò un aggeggio da accalappiacani che sistemò sul muretto del suo giardino. L'idea era di prendere il cane al laccio.
Un altro vicino altrettanto ingegnoso costruì una grande casetta per cani con la porta a scatto, e usò come esca del cibo per cani di prima scelta. La sua idea era quella di prendere in trappola quel cane.
Un terzo, entusiasta del tiro con l'arco, prese la sua arma e si appostò nel viottolo nelle ore più strane. La sua idea era quella d'infilzare quel cane.
Nessuno di questi espedienti funzionò.
La bestia nera visitò il muro del giardino sul quale era sistemato il laccio, mangiò l'esca, fece scattare la molla ma non venne acchiappato.
Visitò la casetta per cani, si mangiò l'esca, fece scattare la porta ma non cadde nella trappola.
Si mostrò all'entusiasta del tiro con l'arco, offrendo un buon bersaglio alla sua freccia, ma non rimase trafìtta.
Nel frattempo continuò a depredare. E se qualcuno disponeva altre e più sofisticate trappole, in un giorno o due queste venivano portate alla luce o fatte a pezzi; e tutti dicevano che a farlo era stato quel cane.
A volte passavano giorni senza notizie fresche di altri danni, ma presto o tardi, inevitabilmente, qualcuno finiva per vedere quella macchia nera sul muretto del suo giardino e, accanto ad essa, la preda che il bracchetto aveva ucciso.
Il signor Charles e il signor George sollecitarono un incontro informale, un consiglio dei saggi come venne chiamato, fra quanti avevano patito danni da quella macchia scura. Pensavano che, unendo i loro sforzi, avrebbero potuto concettualizzare uno scopo, concretizzare un programma, finalizzare un metodo operativo e finalizzare il destino del bracchetto nero. Dopo tutto, altri insediamenti umani, altre comunità civilizzate erano stati attaccati da orrori che si erano intrufolati fra loro, e ce l'avevano fatta, grazie a una drastica azione comune, sconfìggerli. Come, sostennero il signor George e il signor Charles, loro stessi ce l'avrebbero fatta.
L'incontro si svolse nel cortiletto del signor George e vi parteciparono una dozzina fra i più anziani. La discussione durò a lungo e raggiunse toni da seduta parlamentare ma alla fine si calmò e si giunse a un accordo: l'unica cosa da farsi era sparare al bracchetto.
Era contro la legge sparare nella zona, ma gli anziani pensavano di riuscire a coinvolgere il commissario di polizia o il sindaco e i consiglieri o chiunque volesse far rispettare il divieto, almeno per il tempo sufficiente a realizzare il loro proposito. E così il signor George e il signor Charles vennero eletti a conferire col sindaco e col commissario di polizia per chiedere l'autorizzazione a organizzare una caccia al cane nei loro vialetti.
Ma l'autorizzazione venne immediatamente rifiutata. Esisteva, sottolineò il commissario, un'organizzazione che offriva una soluzione perfettamente logica al problema prospettatogli. C'era già il Rifugio Cittadino per gli Animali, un eufemismo che stava per canile. Come mai, chiese loro, il signor George e il signor Charles non ci si erano subito rivolti?
Risposero di non averci pensato. Comunque, poiché era stato loro ricordato decisero di farlo.
E lo fecero. Il direttore del canile li ascoltò, ridacchiò e disse che avrebbe mandato un uomo. Poi volle sapere a che ora e in quali giorni era più probabile che il bracchetto si facesse vedere.
I due risposero protestando che quella bestiaccia non operava a orari stabiliti. A volte spuntava all'alba, a volte a mezzogiorno, a volte verso l'ora di cena. E non si poteva dire se appariva il lunedì o il giovedì.
- Stavo solo cercando di fissare dei limiti - disse il direttore.
L'accalappiacani arrivò con la sua camionetta con la gabbia metallica, attrezzato col laccio speciale, guanti pesanti e un fucile da 410 a una sola canna. Era un giovane, con stivali e cappello da cowboy, e un'aria efficiente.
Quando arrivò il signor Charles era al lavoro, ma la moglie gli riferì cos'era successo.
- Ha gironzolato per un po' qui intorno - gli raccontò. - Tutti i cani del vicinato abbaiavano come matti, come se volessero avvisare il bracchetto. Lui si è arrabbiato, e la signora Betty si è impietosita e l'ha invitato da lei per una lattina di birra. Lui si è bevuta la lattina e poi ha fatto delle proposte alla signora Betty. Lei l'ha cacciato di casa e ha chiamato il Rifugio Cittadino per gli Animali peryfare rapporto. Ma prima di formare il numero del canile ha sentito sparare e allora è uscita per vedere cos'era successo. Lui aveva appena sparato al Wiemaraner della signora Stella. La signora Stella corsa fuori urlando. E anch'io. Voglio dire, sono corsa fuori. Ma io non urlavo. L'accalappiacani ha detto che forse aveva commesso un errore. Quel Wiemaraner, ha insistito, sembrava nero, nerissimo gli stava ringhiando contro quando gli ha sparato, ma adesso che era morto non gli sembrava più tanto nero.
Il signor Charles stava per dire qualcosa ma la moglie lo interruppe. - Aspetta, non ho ancora finito. Mentre stava accadendo tutto questo, il bracchetto nero, quello vero capisci, è saltato nel giardino della signora Wilhelmina e ha ucciso il suo piccolo chihuahua. Poi ha passeggiato su e giù per un poco sul muretto prima di scomparire. La signora Wilhelmina si è sentita male. È venuto il dottore e le ha dato un sedativo. Naturalmente l'accalappiacani era ancora dalla signora Stella per chiarire il caso del Wiemaraner quando è successo tutto questo, e quindi non ne ha saputo niente.
Così stavano le cose. Il bracchetto nero era ancora a caccia di prede. Tutto quello che avevano fatto o cercato di fare quei saggi suburbani si era ironicamente rivolto contro di loro.
Due giorni dopo, la piccola Margarita, una bambina che abitava in quella strada, venne morsicata due volte da un cane mentre stava giocando in cortile. I morsi non erano molto gravi, solo dei segni sulla pelle, e, a parte Margarita, nessuno aveva visto il cane. Lei disse che era grosso e scuro e tutti dissero che doveva essere stato il bracchetto. Tutti convennero che quel cane doveva avere la rabbia: era l'unica spiegazione possibile per il suo modo d'agire.
Ma i conti non tornavano: i cani rabbiosi morivano molto rapidamente e quel bracchetto era nei paraggi da giorni e giorni. Comunque il bracchetto poteva essere diventato rabbioso negli ultimi tempi, e forse perciò aveva morsicato Margarita.
Costei, tra l'altro, ricevette subito delle cure mediche, e il giorno seguente stava di nuovo bene. Ma tutti insistevano sul fatto che il cane che l'aveva morsicata era il bracchetto nero; logicamente vennero raddoppiati gli sforzi per catturare quel bruto.
Si riunì un altro consiglio dei saggi. E costoro decisero di non rivolgersi alla polizia né tanto meno all'accalappiacani. Ci avrebbero pensato loro questa volta.
Il signor James; che da ragazzo era stato un buon cacciatore, stabilì il modus operandi. Si sarebbero nascosti, mimetizzati come fanno i cacciatori di anatre, per attendere l'arrivo del bracchetto nero, e l'avrebbero eliminato.
Una mimetizzazione sicura, disse il signor James, dev'essere qualcosa che si amalgama col paesaggio; per questo i nascondigli per anatre sono fatti di giunchi e arbusti, cose che le anatre vedono da sempre e di cui non hanno timore.
Ma per quella bestiaccia la cosa non avrebbe funzionato. Dovevano usare le automobili. Il bracchetto ne aveva sempre viste tante e ci aveva fatto l'abitudine.
I saggi, disse il signor James, sarebbero rimasti a sedere nelle loro automobili nei vicoli o sotto le piante dove di solito le parcheggiavano, e lì avrebbero atteso il bracchetto. Al suo arrivo, chi l'avesse visto per primo gli avrebbe sparato. Così doveva andare, la polizia avrebbe solo piantato grane.
Il signor James assegnò a certuni di stare di guardia e all'erta nelle loro auto in certe ore del giorno, stabilendo turni così da coprire l'intero arco della giornata. Il piano sembrava perfetto.
Il primo turno del signor Charles era alle 5 e 30 del pomeriggio. Rilevò il signor Paul, che era rimasto a sedere in macchina nel viottolo fin dalle quattro. Il signor Charles prese come posto d'osservazione la sua macchina, preferendola a quella del signor Paul. L'aveva parcheggiata solo a pochi passi dietro l'altra.
Il signor Paul rimproverò il signor Charles perché era in ritardo, gli consegnò la pistola, una piccola Remington automatica calibro 22, gli riferì di non aver notato niente a parte un gruppetto di ragazzi e nugoli di innocui cagnetti; osservò che la signora Betty, quella delle proposte oscene dell'accalappiacani, indossava solo calzoncini e reggiseno, dichiarò che quella guardia al cane era una vera idiozia, diffidò il signor Charles dallo sparare senza essersi prima accertato cosa ci fosse davanti al mirino, annunciò che andava a prendere un drink, invocò dal cielo una maledizione su quel bracchetto nero e concluse dicendo che quella era la sua unica puntata alla roulette della guardia al cane perché non aveva più voglia di perderci del tempo. L'ora e mezza trascorsa a sedere in macchina era stato solo tempo sprecato, e adesso voleva finirla per sempre.
Il signor Charles s'infilò in macchina, posò la piccola Remington sulle ginocchia e cominciò a leggere le Poesie scelte di Dylan Thomas. Era un tardo pomeriggio veramente bello. I ragazzi e le ragazze giocavano, gli uccelli cantavano, e così via. Anche il bardo gallese cantava, ma non affascinava il signor Charles, che depose il libro e, per mancanza di qualcosa di meglio da fare, si concentrò sullo specchietto retrovisore.
A causa di qualche insolita proprietà dell'atmosfera, lo specchietto produceva un effetto d'ingrandimento. Gli oggetti che vi si vedevano erano grandi e chiari, quasi come quelli di uno schermo Vista vision di un drive-in. Il signor Charles lo fece ruotare, inquadrando diverse scene.
L'attrazione principale gli parve essere costituita dalla signora Betty con quei suoi calzoncini e il bikini. Stava appendendo i panni sullo stenditoio, e nel guardarla il signor Charles non si potè impedire di pensare all'accalappiacani e al suo vibrante momento di tentazione. La signora Betty era bruna.
Istantaneamente il signor Charles pensò che non c'erano prove che quel bracchetto nero fosse un maschio. Nessuno aveva vistò quella cosa chiaramente o da vicino. Che strano, rifletté il signor Charles, se fosse stata la signora Betty quella bestiaccia. Se proprio lei, in certe ore sconsacrate, si trasformava in quell'animale e faceva quello che faceva. Il signor Charles la studiò attentamente nello specchietto retrovisore e l'osservò mentre si sistemava il bikini sul seno. Nei suoi movimenti si notava qualcosa di decisamente animalesco. Sono fuori strada, si disse il signor Charles; i miei pensieri stanno sbandando un po' troppo. Ma continuò a tenere lo specchietto fisso su di lei.
Adesso si trovava dietro lo stenditoio ad appendere delle salviette, e una di quelle era appesa male e tutto quello che lui riusciva a vedere della signora Betty erano le gambe. Il resto del corpo era nascosto dall'asciugamano. Vista così, dava l'impressione di non avere niente addosso. Subito dopo appese un lenzuolo e il signor Charles poteva vedere solamente i suoi piedi nudi. Poi uscì dal campo dello specchietto e lui non riuscì più a vederla.
Manovrò lo specchietto per farla rientrare sullo schermo, ma al suo posto inquadrò una macchia scura, quasi nera. Era lontana, giù lungo il viottolo, e si muoveva. Il signor Charles era tormentato, per così dire, tra il tentare di osservare la macchia e il cercare di inquadrare di nuovo la signora Betty. Manovrò più vigorosamente lo specchietto e perse l'orientamento. L'unica cosa visibile adesso era la sua faccia. Con una curiosissima espressione.
Sentì qualcosa che graffiava sopra di lui e fu subito consapevole che qualcosa era saltato sul tetto dell'auto e stava cercando di tenersi in equilibrio. Il viottolo era deserto. La signora Betty era scomparsa. Il signor Charles era completamente solo nella sua auto, con una Remington.22 automatica e un libro di poesie di Dylan Thomas. E qualcosa grattava e graffiava e si muoveva scompostamente sopra di lui, sul tetto dell'auto.
Una goccia di bava, o forse di schiuma, cadde sul vetro del parabrezza. Quella cosa sul tetto dell'auto stava sbavando e quel gocciolone di bava era piovuto dalla sua bocca.
Poi una sagoma nera simile a un grosso blocco di carbone cadde sul cofano dell'auto, agitandosi e dimenandosi. Riuscì a rimettersi in piedi e fissò il signor Charles attraverso il parabrezza. Aveva orribili occhi gialli. Il signor Charles non poteva sparare attraverso il parabrezza. Era troppo atterrito per scivolare fuori dall'auto e cercare di sparargli stando in precario equilibrio. I finestrini della macchina erano aperti. Questione di secondi e quella cosa nera avrebbe scoperto che erano aperti e si sarebbe scagliata su di lui.
Non lontano di lì, altri uomini, seduti come lui nelle loro auto, stavano all'erta.
Sapeva che doveva dare l'allarme.
Premette la mano sul clacson e suonò a lungo e con forza.
Quel suono acuto lo svegliò. A quanto sembrava, si era addormentato mentre leggeva una poesia. Sul cofano dell'auto non c'era nessuna bestia nera. E nel viottolo non c'era nessuna macchia nera. Quando la signora Betty si rialzò per vedere cos'era tutto quel baccano indossava un modesto vestitino da brava donna di casa e aveva l'aspetto di sempre, quello di una distinta casalinga.
Evidentemente il signor Charles si era assopito su un testo poetico molto criptico e aveva dormito profondamente. Il resto se l'era sognato: come si dice di solito gli incubi diurni sono i peggiori di tutti.
Il giorno dopo i saggi del quartiere decisero di smetterla con la sorveglianza. Nessuno aveva veduto niente. E tutti si sentivano un po' stralunati. Anche parecchi altri si erano addormentati. Uno di loro, sfiduciato, chiese a chi si era assopito se aveva fatto brutti sogni. Ci risero tutti sopra, ma le loro battute sembravano alquanto artificiose. Il signor Charles ebbe anche il cattivo gusto di chiedere, a quello sfiduciato cui aveva dato il cambio, se si fosse sognato la signora Betty. Questi guardò a lungo il signor Charles prima di rispondergli di no. E anche gli altri che si erano addormentati fissarono a lungo il signor Charles.
Riportarono a terra il problema del bracchetto, o almeno ci riportarono "un" bracchetto. Quel cane in realtà era una grossa cagna nera e aveva partorito una cucciolata in una conduttura delle fogne in un punto al confine al lotto. Alcuni ragazzi del vicinato, giocando in quel rigagnolo d'acqua, la videro mentre entrava di corsa nella conduttura con un piccione in bocca. Lo dissero al gruppo dei saggi e loro telefonarono al canile. Questa volta giunse un altro accalappiacani, che sparò alla cagna nera quando lei lo attaccò, e si portò via i cuccioli.
Gli anziani saggi conclusero che quel cane aveva compiuto le incursioni nelle loro case per nutrire i suoi cuccioli, e che aveva ucciso quanto le si parava dinnanzi nei loro giardini. E questa fu una conclusione soddisfacente per tutti.
Infinitamente meno soddisfacente fu quello che accadde subito dopo questa conclusione. Il signor Charles, quando lavò la sua auto, trovò sul tetto i segni delle zampe e delle unghiate di un cane.
Save as PDF