l’ora finale
italian
L’orologio sul caminetto cominciò a scandire le undici, in sordina, come se fosse spiacente per la necessità di doverlo fare. Le lunghe, sottili dita del Professor Edward Crendon fermarono la loro danza sui tasti della macchina da scrivere portatile e, per qualche secondo, quegli altri che riempivano lo studio buio e pieno di libri passarono in secondo piano mentre lui stava ascoltando dei rintocchi dell’orologio.
… cinque, sei, sette, otto…
Ancora un’altra ora, pensò Crendon con un spasmo di terrore. Solo un’altra ora da vivere.
… nove, dieci, undici.
Dolci come il soffio di una vecchia melodia, le ultime note dei rintocchi svanirono. Ancora una volta divennero dominanti i capricciosi crepitii dei tronchi che si consumavano nel camino ed il battere della pioggia che cadeva nella notte, simile a un mormorio.
Crendon rimase immobile ancora per un attimo, congelato nell’atto di dattilografare, con lo sguardo fisso all’orologio. Poi, lentamente, si rilassò, come se solo allora l’influsso dei rintocchi lo stesse abbandonando. Le sue mani scivolarono dai tasti della macchina da scrivere fino ai bordi della scrivania sulla quale era poggiata. Si appoggiò allo schienale della sedia, con il viso lungo e affilato reso amaro dalla consapevolezza della sua fine imminente.
Lui non voleva andarsene. C’erano ancora tante cose per le quali valeva la pena vivere. Non era giusto che l’esistenza dovesse finire ora, come un bocciolo che non ha ancora raggiunto il pieno della fioritura, come una canzone interrotta nel mezzo del ritornello. Un senso di ribellione si stava lentamente facendo strada dentro di lui.
Quanta parte dei suoi sentimenti fossero ispirati dalla paura, Crendon non avrebbe saputo dirlo. Sapeva che la sua fine non sarebbe stata tale nel senso letterale della parola. Sarebbe stata solo la fine dell’inizio. Il sipario si sarebbe alzato su un’altra scena. Una nuova vita sarebbe iniziata, para-gonata alla quale la sua attuale esistenza non sarebbe apparsa altro che uno momentaneo scorcio di Paradiso.
Un brivido incontrollato scosse il magro corpo di Crendon. Un eterno soggiorno all’Inferno non era una cosa piacevole a cui guardare con gioia.
Con un sforzo di volontà chiamò a raccolta il suo già debole coraggio.
Era stato fatto un patto. Quel patto doveva essere mantenuto.
Dopotutto, realizzò, tantissime cose sarebbero rimaste per sempre im-possibili se lui non avesse fatto quel patto con Satana. Malato incurabile, lui non sarebbe mai stato in grado di finire il suo libro. C’era stata l’ipoteca sulla casa. C’erano stati i conti del dottore, e ancora altri ne sarebbero arri-vati con Ellen prossima a dare alla luce Dick, il secondo e il più piccolo dei due bambini.
C’era stato un periodo in cui tutto sembrava senza speranza. L’offerta di Satana era parsa l’unica via di scampo. Crendon ripensò amaramente a co-me era stato ansioso di accettare. Guardò la cicatrice che aveva sul polso: da lì era scaturito il sangue con cui aveva siglato i termini dello scambio.
Il prezzo era stato alto, ma lui era stato liberato dalle catene della sua malattia. Era stato in grado di continuare a scrivere il suo libro. Gli editori avevano fatto delle offerte generose. Tutti i conti erano stati pagati. Ora c’era una somma soddisfacente depositata in banca, e in più Ellen e i due bambini non avrebbero avuto in futuro nessun problema grazie ai diritti d’autore del suo libro. Non avrebbe dovuto preoccuparsi per loro.
Non aveva nessun rimpianto, se non per ciò che concerneva lui stesso. I sette anni che gli erano stati garantiti erano giunti praticamente alla fine. A mezzanotte Satana sarebbe venuto a riscuotere il suo debito: l’anima di Crendon.
Sul caminetto l’orologio scandiva i secondi, incessante e inesorabile. La pioggia batteva contro le finestre dello studio come delle dita leggere che chiedessero il permesso d’entrare. Nel camino i pezzi di legno crepitavano vivacemente.
2.
Crendon si stiracchiò tornando al lavoro con rinnovata attenzione. C’era ancora molto da fare. Il capitolo conclusivo dell’ultimo volume del suo libro doveva ancora essere terminato. Pensò con soddisfazione a ciò che era già stato fatto. Il libro, uno studio in sei volumi sull’evoluzione dell’espressione letteraria dai primordi fino all’età contemporanea, si presentava come una bella cosa da lasciarsi alle spalle. Doveva essere così. Ci aveva lavorato su ritolto duramente: ci aveva profuso tutte le sue forze.
Si alzò dalla scrivania e andò verso il caminetto. Con un attizzatoio spinse i pezzi di legno indietro dove il fuoco era più vivo. Quando si raddrizzò per tornare alla sua macchina da scrivere, sentì bussare alla porta.
Era Ellen che portava un vassoio sul quale c’era una cuccuma di caffè nero, una tazza e un piattino. Posò il suo fardello sulla scrivania e si girò a sorridere a Crendon.
«Ho pensato che un po’ di caffè ti avrebbe fatto piacere, dal momento che stai lavorando ancora a quest’ora.»
Crendon le ricambiò il sorriso. Tenerezza e desiderio lo colpirono dolorosamente.
«Prenderò un po’ di caffè,» disse, sforzandosi di avere un tono normale.
La tenne stretta a sé per un attimo, poi la fece girare dolcemente verso la porta: «Ora vai a letto, Ellen, e non ti preoccupare per me. Sono già rimasto in piedi fino a tardi altre volte.»
Lei sorrise con aria colpevole.
«Mi sono preoccupata, ma non perché facevi tardi. Ti stai comportando in modo così strano in questi ultimi giorni. Dimmi, c’è qualcosa che non va?»
«Perché dovrebbe essere così? Sono solo eccitato, credo, per il fatto che oramai sono alla fine del mio libro.»
«Ma stai facendo cose strane. Non stai mangiando abbastanza, e hai perso così tanti chili. Guardati un po’. Sei ridotto pelle e ossa. È come se ti stessi riversando tutto nel tuo lavoro.»
«Ho solo fretta di finire. Non c’è niente di cui preoccuparsi.»
«Bene, sarò contenta quando avrai finito. Sarà un sollievo dopo averti visto per più di sette anni schiavizzato da quel tuo maledetto libro.» La vo-ce di Ellen si fece tesa. «Faremo quel viaggio di cui hai sempre parlato.
Hai bisogno di riposarti.»
Crendon annuì.
«Credo di sì.»
«E porteremo con noi anche i bambini.»
«Certo. I piccoli si divertiranno moltissimo. Come stanno, Ellen? Dor-mono già?»
«Come ghiri. Ed è quello che farò anch’io tra pochi minuti. Buona notte.»
«Buona notte, Ellen.»
Solo lui sapeva che era un addio. La guardò uscire con un immenso senso di pena, sapendo che non l’avrebbe mai più vista. Aveva un desiderio prorompente di richiamarla per farle passare con lui ancora qualcuno di quegli ultimi minuti, ma capì con disperazione che così non poteva essere.
C’era ancora quell’ultimo capitolo da finire. Poté solo guardare in silenzio la sua figura snella, quasi da ragazza con quel suo vestito verde, andar via senza nessuna possibilità di scampo.
La porta venne richiusa dolcemente. Crendon era solo. Improvvisamente preoccupato lanciò uno sguardo all’orologio. Erano le undici e un quarto.
Si affrettò di nuovo alla scrivania. Si versò una tazza di caffè, accese la pipa, e si rimise alacremente al lavoro.
3.
I rintocchi dell’orologio, il battere della pioggia, il crepitare dei pezzi di legno, tutto passò in secondo piano. C’era solo quell’ultimo capitolo, solo le sue dita che volavano sui tasti. Le parole gli venivano con più facilità di quanto non avessero mai fatto. Tutto ciò che aveva da dire sembrava essere lì, dentro di lui, vivo e vibrante, impaziente di trovare un’espressione. Le frasi sembravano saltar fuori dalle sue dita danzanti fino a nascere sulla carta. Crendon scriveva come non aveva mai scritto prima.
Alla fine, si abbandonò sulla sedia, esausto ma contento. Era fatta. E, in un modo o nell’altro, nonostante ciò che l’aspettava, lui provava una profonda felicità. Sebbene la vita come lui la conosceva sarebbe presto finita, una parte di sé avrebbe continuato a vivere. Non si poteva augurare miglior modo per essere ricordato.
Crendon guardò l’orologio. Cinque minuti a mezzanotte. Raccolse le pagine del suo ultimo manoscritto e le sistemò in una pila ordinata in un angolo della scrivania, mettendoci sopra un peso affinché nessuna brezza casuale potesse farli volare via. Mise un po’ d’ordine sulla scrivania, facendo scivolare in vari cassetti i suoi numerosi foglietti, pagine d’appunti, matite.
Poi caricò e accese la pipa, e si sedette ad aspettare.
Non si sentiva per nulla spaventato da ciò che stava per succedere. Era come se nell’ansia creativa della sua ultima fatica si fosse liberato dalla paura. Il suo essere sembrava pervaso da una grande calma.
Sul caminetto l’orologio batteva a ritmo accelerato; era simile ad un cuore di metallo che pompasse il sangue dei secondi attraverso le arterie del tempo. Stava piovendo più forte. Di tanto in tanto la luce dei lampi illumi-nava lo scuro rettangolo delimitato dalle finestre dello studio. I pezzi di legno nel camino si erano ridotti a pochi tizzoni incandescenti, cupi nella desolazione della cenere bianco-grigia.
L’orologio prese a battere la mezzanotte. Crendon mise da parte la pipa e si stirò.
Dall’esterno arrivò la luce di un lampo insolitamente forte, seguita dal cupo rimbombo di un tuono. A Crendon sembrò quasi un segnale. Sentì quello che poteva essere definito come un vento freddo attraversare tutta la stanza. Il fuoco nel focolare si ravvivò improvvisamente.
Si udì bussare leggermente alla porta.
«Avanti,» disse Crendon con calma.
Satana entrò veloce nello studio, scrollandosi la pioggia dal suo impermeabile e da un cappello marrone ormai fradicio. Si fermò davanti alla scrivania e si chinò a guardare Crendon.
Lui annuì gravemente.
«Il tuo contratto è scaduto, Edward Crendon, e ora ci si aspetta che tu mantenga fede ai suoi termini.»
Crendon mosse la testa con un cenno di riluttante consapevolezza. Era intento a fissare la classica cravatta rossa di Satana che nella parte superiore presentava una V fatta con i risvolti di gabardine color marrone chiaro che ora gocciolavano acqua. Aveva già dato uno sguardo agli occhi di Satana e non era rimasto entusiasta. Se non fosse stato per quegli occhi, Satana potrebbe essere stato un qualsiasi uomo appena un po’ misterioso che si aggirava nella notte per una qualche missione.
Crendon disse:
«Credo che naturalmente sia inutile chiedere ancora un altro po’ di tempo?»
«Decisamente inutile. Per il nostro contratto, Edward Crendon, devi consegnarmi la tua anima esattamente allo scadere della mezzanotte, e non un minuto più tardi.»
«Naturalmente,» disse Crendon. Sorrise senza averne voglia. «Suppongo che tu riceva spesso richieste di questo genere da parte di quelli che… di quelli che devono… andare.»
«Piuttosto spesso.»
«Senza dubbio è comprensibile. Non è facile per un debitore mandare all’aria la prima vera felicità della sua vita in cambio di una eterna prigionia all’inferno.»
«Prigionia?» Satana rise piano. «Hai scelto un termine molto carino, Edward Crendon. Ti assicuro che durante il soggiorno nel mio regno ci sa-rà ben di più che una semplice prigionia.»
«Tormento?» Crendon alzò le sue deboli spalle. «Se questo è il prezzo, non ho niente da rimpiangere. Mia moglie e i miei figli hanno tutto ciò di cui possono aver bisogno. Il mio libro è finito. Mi scuserai ne sono certo, se dico che è un buon libro. Ci ho messo tutto quello che avevo. Ci ho versato il cuore e l’anima.»
«La tua anima?» Satana gli fece eco con improvvisa durezza. Poi se ne uscì in una risatina soffocata e si rilassò. «Stai parlando metaforicamente, certo, e non in senso letterale.»
Crendon si girò a guardare l’orologio. Stava quasi per battere l’ora fatidi-ca. Era rimasto in ascolto, più o meno consciamente, per tutto il tempo in cui avevano parlato. … dieci, undici, dodici.
4.
Con un improvviso movimento felino, Satana si chinò sulla scrivania e i suoi orribili occhi si immersero in quelli di Crendon. La sua voce risuonò con un duro tono di comando.
«Vieni, Edward Crendon, vieni da me!»
C’era brama sulla faccia di Satana, sicurezza e pregustazione del prossimo trionfo. Poi, in un attimo, tutto svanì per lasciare il posto a una frenesia inarrestabile. Con un altro scatto, Satana si ritrasse dalla scrivania. I suoi terribili occhi erano pieni di rabbiosa perplessità.
«Dov’è il resto?», sibilò Satana. «Parla, Edward Crendon, dov’è il resto?
Mi hai forse preso in giro?»
«Co… cosa?»
«La tua anima! Non è tutta qui. Io devo averla tutta.»
I residui di una nebbia nera e orribile si dissiparono dagli occhi di Crendon. Lentamente comprese cosa c’era che non andava. Rise esultante.
«Vuoi, il resto della mia anima?» Crendon indicò con decisione lo spesso manoscritto che giaceva sull’angolo della scrivania. «È lì. Dopotutto, sembra che non stessi parlando metaforicamente, ma letteralmente, quando ti avevo detto di aver riversato l’anima nel mio libro.»
La frustrazione contorse il volto di Satana in una maschera di furia su-prema.
«Carta e caratteri dattiloscritti non obbediscono alla mia volontà. La parte mancante della tua anima è per sempre al di fuori della mia portata. E io devo averti tutto… o niente.»
«Allora sarà niente,» disse Crendon. «Questo manoscritto è l’ultimo di sei volumi. I miei editori mi hanno già dato degli anticipi sugli altri cinque.
Il danaro è stato già speso, e così quella parte, la più grande e la più importante, è anche al di là della mia portata. Non puoi avermi, Satana. Sono stato comprato e pagato per un altro contratto, uno che non hai nessuna speranza di rompere. Io ho già battuto e dato alle stampe il mio libro, l’ho messo al sicuro in cinque volumi, ognuno dei quali verrà pubblicato in migliaia di copie. La parte essenziale di me giace dove non corre alcun pericolo, in una tomba di carta stampata, che non ha serrature né chiavi.»
Satana si era calmato, sebbene tracce della sua furia fossero ancora visibili sul suo volto. Le sue esili spalle furono scosse da un leggero tremito.
«Non accade spesso che io perda un contratto, Edward Crendon. Quando accade, ad ogni modo, so accettare la sconfitta con classe.»
Satana cercò in una delle tasche del suo vestito e tirò fuori un quadratino di carta ripiegata. Lo guardò e quello gli si incendiò tra le mani. Poi fece cadere le ceneri sul camino.
«Il contratto non esiste più, Edward Crendon. Tu sei libero, e tutto quello che hai ottenuto è tuo per sempre.»
Con un austero cenno di saluto, Satana si rimise il cappello e si avviò al-la porta. Questa si chiuse silenziosamente dietro di lui.
Crendon rimase tranquillamente seduto, in contemplazione di un’importante scoperta. In tutte le grandi creazioni, rifletté, gli uomini mettono una parte di se stessi. Ed era proprio grazie a questo che alcuni libri e alcuni dipinti vivevano in eterno, mentre altri cadevano nel dimenticatoio. Era grazie a questo che opere famose possedevano le caratteristiche del genio.
Per fare del suo meglio, un uomo deve concedersi generosamente, deve da-re una parte del suo cuore e una gran parte della sua anima.
L’orologio batteva il tempo al suo posto sul caminetto.
Il fuoco nel camino si era spento.
Fuori, la pioggia si era fermata.
La luna brillava luminosa nel cielo stellato.