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Stories / Poems

Stories by cordwainer smith

nancy

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Due uomini squadrarono il tenente Gordon Greene quando entrò nella stanza. L'aiutante era un personaggio insignificante. Il generale no. Era il comandante generale e sedeva alla sua scrivania, posta ad angolo retto rispetto alla stanza. Come forma di particolare cortesia, il generale teneva le persiane accostate, così che la luce non battesse direttamente negli occhi dell'interlocutore.
A quell'epoca il comandante generale era Wenzel Wallenstein, il primo uomo che mai si fosse avventurato nelle più remote profondità dello spazio. Né lui né altri, fino ad allora, aveva raggiunto una stella. Lui però era arrivato dove nessuno prima di lui si era spinto.
Wallenstein appariva vecchio, anche se la somma dei suoi anni non era poi tanto elevata. Aveva meno di novant'anni, in un'epoca in cui mediamente si giungeva a centocinquanta. Wallenstein sembrava più vecchio della sua età per una certa aria di sofferenza, derivata da tensione mentale più che da ansia o competitività o da cattiva salute.
La tensione percepibile in lui era di una qualità più sottile, provocata da una particolare sensibilità che generava sofferenza.
E in ogni caso era reale.
Wallenstein aveva raggiunto una posizione di forza e il giovane ufficiale si meravigliò di trovare come, al suo primo incontro con il comandante in capo, la sua prima reazione emotiva fosse di immediata simpatia nei confronti dell'uomo che comandava l'intera organizzazione.
- Come vi chiamate?
- Gordon Greene - rispose l'ufficiale.
- È sempre stato questo il vostro nome?
- No, signore.
- E qual è il vostro nome originario?
- Giordano Verdi.
- Per quale motivo l'avete cambiato? Verdi è un nome importante.
- È difficile da pronunciare, signore. Ho cercato di fare del mio meglio.
- Io, il mio nome me lo sono tenuto - replicò il vecchio generale. - Credo sia questione di gusti.
Il giovane ufficiale alzò la mano sinistra col palmo in fuori nel nuovo saluto introdotto dagli psicologi. Sapeva che per il momento si poteva sorvolare su questi formalismi militari, ma che agli ufficiali di grado inferiore doveva comunque essere dato il permesso per rivolgersi alla pari ai superiori. In ogni caso, conoscendo il saluto e date le circostanze, non si fidò a ignorarlo.
Il generale rispose all'istante: mano sinistra alzata, palmo in fuori.
Quel vecchio viso triste, stanco, tirato e saggio non cambiò espressione. Il generale era all'erta. Amichevole, seguiva automaticamente con gli occhi le mosse del tenente, il quale, per parte sua, era certo che dietro a quegli occhi altro non c'era se non un universo di intimi problemi.
Questa volta il tenente riprese a parlare in tono confidenziale.
- Dal momento che sono stato convocato qui, generale, significa che avete in mente qualcosa di particolare che mi riguarda? Se è così, signore, vi avverto che sono stato dichiarato psicologicamente instabile. Al settore medico difficilmente si sbagliano, quindi devo essere stato mandato qui per errore.
Il generale sorrise. Un sorriso meccanico, più una contrazione muscolare che un fluire spontaneo di emozioni.
- Quando ne avremo parlato, tenente, saprete quali sono i miei progetti. Avrò al mio fianco un altro uomo e questo vi darà un'idea di cosa vi attende. Sapete bene di aver fatto domanda per esser inviato nello spazio e che, a questo punto, per quanto mi riguarda, la domanda è stata accolta. La questione è un'altra adesso: "Lo desiderate sul serio"? Ve la sentite di impegnarvi? Per riassumere: è questo tutto quello che volevate?
- Sì, signore - rispose il tenente.
- Non era necessario farlo per iscritto. Bastava, entro certi limiti, chiedere a me. Non esageriamo con la psicologia. Non ce n'è bisogno, non è così?
Il generale rivolse al giovane ufficiale un sorriso impacciato.
Poi fece un cenno all'aiutante, il quale balzò sull'attenti.
Wallenstein ordinò: - Fatelo entrare.
- Sì, signore - rispose l'aiutante.
E aspettarono. Con passo veloce, elastico e vigoroso, un curioso esemplare di tenente entrò nella stanza.
Gordon Greene non si era mai imbattuto in tipi del genere. Il tenente era vecchio, parecchio più vecchio del generale. Aveva un viso allegro e privo di rughe dal quale sprigionava un senso di felicità, di calma e di una visione serena della vita. Sull'uniforme portava le tre più alte decorazioni militari, e nonostante l'importanza di queste onorificenze lui era ancora e solo tenente.
Greene non riusciva a capire. Non sapeva chi fosse quell'uomo. Per un uomo giovane il grado di tenente rientrava nella normalità, ma non era così per un uomo di oltre settant'anni. A quell'età si era colonnelli, o si era andati in pensione o si era finiti.
O si era ritornati alla vita civile.
Lo spazio era un gioco per gente giovane.
Greene sbarrò gli occhi quando vide il generale alzarsi in piedi, in segno di rispetto verso il suo coetaneo ma non pari grado. E il generale non era certo il tipo di persona che infrangesse le regole della gerarchia militare.
- Sedetevi, signore - ingiunse lo strano personaggio. Il generale obbedì.
- Ora, cosa desiderate da me? Volete parlare ancora una volta di quella faccenda, di Nancy?
- La faccenda di Nancy? - domandò il generale con aria stranita.
- Sì, signore. È la stessa storia che ho già raccontato a questi giovanotti. L'avete udita voi come l'ho udita io, inutile fingere. - Lo strano tenente poi proseguì: - Mi chiamo Karl Vonder - Ieyen. Avete mai sentito parlare di me?
- No, signore - rispose il giovane tenente.
- Allora dovete solo aspettare - disse il vecchio tenente.
- Non prendertela, Karl - replicò il generale. - Oltre a te un sacco d'altra gente ha avuto dei problemi. Io sono andato, ho fatto le stesse cose che hai fatto tu, e ora sono un generale. Potresti almeno farmi la cortesia d'invidiarmi.
- Non v'invidio, generale. Ciascuno di noi ha fatto la propria parte. Voi sapete dove avete fallito o almeno lo credete, io so che cosa ho avuto e ne sono sicuro.
L'anziano tenente distolse la propria attenzione dal comandante in capo, si voltò e si rivolse al giovane: - Voi siete in procinto di recarvi nello spazio e noi vi infliggiamo una commedia. Il generale non ha avuto Nancy e non ha chiesto Nancy. Non ha chiesto aiuto. È uscito nell'iperspazio e ce l'ha fatta, per tre anni. Tre milioni di anni forse è più vicino alla realtà che tre anni, credo. È passato attraverso l'inferno e ne è uscito. Guardatelo, la sua è la faccia del successo. Un completo, maledetto successo. Se ne sta qui seduto, esausto, stanco e ferito, in apparenza. E guardate me con attenzione, tenente. Io sono un fallimento, sono ancora un tenente, e il Servizio Spaziale mi tiene così.
Il comandante in capo non proferì parola, così Vonderleyen proseguì: - Oh, credo che quando sarà il momento mi manderanno in pensione col grado di generale. Ma non mi sento ancora pronto per questo. Desidero restare nel Servizio Spaziale più di qualsiasi altra cosa. Non ho interessi fuori da qui. L'ho voluto io.
- Voluto cosa, signore? - osò chiedere Greene.
- Io ho trovato Nancy, non lui - fu la risposta. - È così semplice!
Il generale intervenne nella conversazione. - Non è così grave, né così semplice, tenente Greene. Sembra che qualcosa non vada per il verso giusto oggi, per Vonderleyen. La storia è quella di cui vi dobbiamo parlare e su cui voi dovrete esprimere la vostra opinione. Non ci sono regole particolari per proporla.
Il generale guardò il tenente Greene in modo penetrante.
- Siete a conoscenza di che cosa è stato fatto al vostro cervello?
- No, signore.
- E del virus sokta sapete qualcosa?
- Di che cosa, signore?
- Il virus sokta. Sokta è un'antica parola che trae origine dal Chosenmal, la lingua dell'antica Corea, un paese a ovest del Giappone. Significa "probabile", ed è una "probabilità" che vi abbiamo inserito nella testa. Si tratta di un cristallo infinitesimale. È lì. Sulla nave, in effetti, c'è un 'apparecchiatura, di dimensioni ridotte per non sprecare spazio che ha la risonanza per innescare il virus. Se il sokta viene innescato, voi diventerete come Vonderleyen, in caso contrario come me, sempre che siate ancora vivo. Potreste non sopravvivere e non ritornare, nel qual caso quello di cui stiamo parlando è puramente accademico.
Il giovane si fece forza e domandò: - Che cosa c'entro io? Perché tutte queste storie?
- Non vi diremo più di tanto, e la ragione è che non vale la pena parlarne.
- Volete dire che non potete, signore?
Il generale scrollò la testa con saggezza mista a tristezza.
- No, la mia è stata una perdita, la sua una vittoria, e in qualche modo tutta questa faccenda supera le possibilità di una discussione.
A questo punto, mentre mio cugino molti anni più tardi mi raccontava quella storia, gli domandai: - Bene, Gordon, se ti avevano detto che non potevano parlarne, tu come puoi farlo?
- Sono ubriaco - mi rispose. - Quanto tempo pensi mi ci sia voluto per arrivare a questa decisione? Non lo ripeterò una seconda volta, chiaro? In ogni caso tu sei mio cugino, dunque non conti. Inoltre ho promesso a Nancy che non ne avrei parlato ad anima viva.
- Chi è Nancy - volli sapere.
- Nancy è il nucleo di tutto. Questo è il succo della storia. Ed è questo ciò che quelle povere vecchie cariatidi, là in quell'ufficio, cercavano di dirmi. Non lo sapevano. A uno dei due Nancy si rivelò, all'altro no.
- Ma Nancy una persona in carne e ossa?
Allora lui proseguì il suo racconto.
Fu un colloquio aspro, chiaro, assoluto, semplice, diretto. Non c'erano alternative. Era sottinteso che Wallenstein desiderava che Greene ritornasse vivo. In effetti esisteva una direttiva del comando spaziale che disponeva, nel caso la missione fosse fallita, il recupero dell'uomo vivo, anziché lasciarlo diventare un eroe morto. I piloti non erano poi tanto numerosi, e se si fosse sparsa la voce che si trattava di spedizioni suicide, il morale sarebbe precipitato in maniera preoccupante.
Tutto si articolava su questioni psicologiche, e prima che Greene uscisse dalla stanza era più confuso di quando ci era entrato.
Continuavano a dirgli, ciascuno secondo il proprio stile - il generale allegro, il vecchio tenente con l'aria cupa - che si trattava di una faccenda seria. Durante il colloquio, il vecchio generale arcigno appariva di buon umore, e così il tenente dall'aria contenta continuava a essere molto comprensivo.
Greene stesso si era meravigliato per il proprio atteggiamento amichevole nei confronti del comandante generale e per l'indifferenza che provava per il vecchio tenente fallito. La sua comprensione avrebbe dovuto essere ribaltata.
Dopo aver percorso duecento milioni di chilometri nello spazio, quattro mesi più tardi in tempo normale, la durata di quattro vite secondo lo spazio tempo terrestre, Greene scoprì di che cosa avevano parlato. Si trattava di un vecchio insegnamento di psicologia. Gli uomini morivano se restavano completamente soli, quindi le navi spaziali erano progettate in modo che a bordo ci fosse posto per due persone. In ogni nave poi, oltre ai due componenti dell'equipaggio e a una quantità di nastri registrati, c'erano anche degli animaletti. Si trattava in questo caso di una coppia di criceti che, ovviamente, erano stati sterilizzati per evitare il problema dei piccoli da nutrire. Tuttavia costituivano una famigliola per ricordare, in miniatura, la gioia di vivere sulla Terra.
Quella Terra che era tanto lontana.
Fu a questo punto che il secondo pilota morì.
I timori di Greene divennero realtà, e lui capì immediatamente di che cosa avevano parlato quel giorno nell'ufficio del generale.
I criceti erano la sua sola speranza. Cominciò ad avvicinare il viso alla gabbia e a parlare, attribuendo loro una qualche forma di sensibilità, nel tentativo di stabilire un rapporto che sembrasse il più possibile simile a quello tra esseri umani.
Come se così potesse illudersi di appartenere ancora a un gruppo di vivi e non fosse invece abbandonato nel silenzio lacerante che era là fuori, oltre la sottile parete di metallo. Non c'era niente altro da fare che vagare come un animale in gabbia, in un meccanismo che non avrebbe mai capito.
Il tempo cessò di esistere. Stava impazzendo e si rendeva conto che solo con l'addestramento sarebbe riuscito a sopravvivere alla demenza parziale. Inoltre si rese conto che l'insicurezza di carattere che gli aveva fatto dubitare di poter essere idoneo per il Servizio Spaziale, probabilmente ora contribuiva ad alimentare la speranza che lo aveva condotto fino al momento attuale.
I suoi pensieri continuavano a tornare a Nancy e al virus sokta.
Che cosa gli avevano detto, allora?
Gli avevano detto che poteva evocare Nancy, chiunque fosse Nancy. Nancy non era un suo vezzeggiativo. Eppure, in un modo o nell'altro il virus agiva. Bastava solo che girasse la testa in una certa direzione, premesse una volta il pulsante di innesco sulla parete, e la missione sarebbe fallita, mentre lui, felice, sarebbe tornato a casa vivo.
Non riusciva a capire perché gli toccasse una scelta di quel genere.
Gli sembrava che fossero trascorsi tremila anni da quando aveva inviato l'ultima comunicazione al Servizio Spaziale. Non sapeva che cosa poteva succedere. Ovviamente, quel vecchio Vonderleyen, o come diavolo si chiamava era ancora vivo. Altrettanto ovvio che lo fosse anche il generale. Il generale ce l'aveva fatta. Il tenente no.
E adesso, a duecento milioni di chilometri di distanza nello spazio, toccava al tenente Greene fare la propria scelta. E la fece, prendendo la decisione di far fallire la missione. Poi, per quando l'astronave fosse tornata sulla Terra, registrò sulle apparecchiature di bordo un sémplicissimo messaggio in favore dell'uomo che aveva fallito, un messaggio che si concludeva con un appello alla giustizia.
- …e così, signori, ho deciso di premere il pulsante. Non so che rapporto ci sia con Nancy. Non ho alcuna idea di come agisce il virus sokta, salvo il fatto che mi farà fallire. E ne sono desolato. Sono inoltre dispiaciuto per la debolezza umana che mi ha condotto a questo. La debolezza umana, signori, e voi l'avete contemplata. E a questo proposito devo dire che, non io ho fallito, ma il Servizio Spaziale che mi ha dato l'autorizzazione per poter fallire. Signori, perdonate l'amarezza di questo addio, ma non posso fare altro.
Terminò la registrazione, sbatté gli occhi, gettò un'ultima occhiata ai criceti chiedendosi cosa sarebbe stato di loro mentre il virus sokta agiva, schiacciò il pulsante e si appoggiò in avanti.
Non successe niente. Schiacciò di nuovo il pulsante.
La nave fu pervasa da uno strano odore che non riusciva a definire. Non sapeva che cosa fosse.
Di colpo, gli arrivò da lontano una folata di fieno tagliato di fresco, mista a un sottile aroma di gerani e forse anche di rose. Gli ricordava l'odore tipico della fattoria dove pochi anni prima aveva trascorso l'estate. Era il profumo di sua madre che dalla veranda lo chiamava per il pranzo e di lui stesso, abbastanza adulto ormai per dimostrare comprensione verso sua madre e abbastanza bambino da accorrere gioioso verso la voce familiare.
Pensò: "Se questo è tutto l'effetto che fa il virus, posso accettarlo e continuare a lavorare come prima".
E aggiunse: "A duecento milioni di chilometri nello spazio, con una coppia di criceti come alternativa ad anni di solitudine, qualche allucinazione non mi farà male".
Il portello si aprì.
Non poteva aprirsi.
Ma si aprì lo stesso.
A questo punto Greene era spaventato come mai gli era successo prima. "Sono pazzo, sono pazzo" pensò, strabuzzando gli occhi verso il portello aperto.
Una ragazza entrò e gli rivolse un saluto. - Salve. Mi conosci, non è vero?
- No, no, signorina, chi siete? - balbettò Greene.
La ragazza non rispose. Se ne stava lì in piedi, sorridendogli.
Indossava una gonna blu di tessuto leggero, larga, a righe verticali, con un corpetto e una fascia del medesimo tessuto, e una camicetta molto semplice. Non c'era proprio niente di strano nel suo aspetto e non sembrava per niente una creautra dello spazio esterno.
Si trattava di qualcuna che aveva conosciuto e conosciuto bene. E forse amata. In quel momento e in quel posto, però, non gli riusciva di ricordarsi di lei.
Lei continuava a starsene là in piedi a guardarlo. Nient'altro.
D'un tratto capì. Ma certo, quella era Nancy. Non solo la Nancy di cui aveva sentito parlare, ma la sua Nancy, quella che conosceva da sempre, senza averla mai incontrata prima.
Facendosi coraggio, le domandò: - Come faccio a sapere chi sei se non ti ho mai conosciuta? Tu sei quella Nancy che conosco da una vita e che ho sempre desiderato sposare. Tu sei la ragazza di cui sono sempre stato innamorato e che non ho mai visto prima. Che buffo, Nancy. È tremendamente buffo. Non ci capisco niente, sai?
Nancy si avvicinò e gli posò una mano sulla fronte. Quella piccola mano era reale, e la sua presenza così cara, preziosa e quanto mai gradita. Lei parlò ancora: - Occorre riflettere un momento. Vedi, io non esisto, salvo che per te. In ogni modo, per te io sono la cosa più reale che mai ci sia stata. Ecco cos'è il virus sokta caro. Sono io. Io sono te.
Lui la fissava.
Avrebbe potuto essere infelice, ma non si sentiva infelice, perché ora era contento che lei fosse lì.
- Che vuoi dire? Che tu sei stata creata dal virus? Che sono pazzo? Che ho le allucinazioni?
Nancy scrollò la testa facendo ondeggiare i graziosi riccioli.
- Non è quello. Io personifico semplicemente tutte le ragazze che hai desiderato, sono la somma delle tue illusioni, ma io sono anche te perché sono profondamente dentro di te. Io rappresento tutto quello che la tua mente non può aver incontrato nella vita, tutto quello che puoi aver avuto paura di prendere. Ora sono qui e intendo restarci. E per tutto il tempo che staremo qui, in questa nave, andrà tutto bene.
A questo punto, mio cugino cominciò a piangere. Prese un fiasco di vino e si versò una generosa dose di vino rosso corposo, continuando a piangere. Poi, con la testa appoggiata sul tavolo e guardandomi da sotto in su, proseguì: - È passato molto tempo, eppure ricordo perfettamente come mi parlava. E ora capisco perché loro dicevano che non se ne poteva parlare. Bisogna essersi presi una bella sbornia per avere il coraggio di raccontare che potendo vivere un'autentica, splendida vita, si era preferito lasciar perdere tutto, non è vero?
- È vero - risposi per fargli coraggio.
Nancy si diede subito da fare, risistemando l'ambiente della nave, i criceti. Controllò la documentazione, sostituì le decorazioni. Mai il lavoro si era svolto meglio.
Ma la casa che il tenente e Nancy si erano preparati per loro era un tantino diversa. C'era profumo di pane appena sfornato e c'era odore di vento, e qualche volta si sentiva il ticchettio della pioggia, benché la pioggia più vicina si trovasse a 2400 milioni di chilometri di distanza e contro il freddo metallo della nave raschiasse solo il gelido silenzio dello spazio.
Vivevano assieme. Non occorse loro molto tempo per abituarsi l'uno all'altra.
Lui era nato come Giordano Verdi, e aveva dei pregiudizi.
E anche per loro arrivò il momento di diventare più intimi di due amanti.
- Tesoro, non è possibile continuare in questo modo. Anche se siamo nello spazio, anche se tu non sei che un'illusione, tu sei sufficientemente reale per me. Vuoi sposarmi? - disse lui un giorno.
Le si illuminarono gli occhi e su quelle labbra stupende comparve un sorriso radioso. - Naturalmente - fu la risposta.
Si abbracciarono e lui le fece scorrere le dita sulle spalle. La teneva contro di sé e ne sentiva le costole, mentre i suoi capelli gli sfioravano le guance. Questo era reale. Più reale della vita stessa. Però qualche sciocco gli aveva detto che si trattava di un virus, che Nancy non esisteva. Ma allora, si chiese, se quella non era Nancy, cos'era?
La lasciò un momento e, colmo d'amore e di felicità, cominciò a leggere il libro delle preghiere, chiedendole di dare le risposte.
- Ritengo di essere io il comandante e dunque ho celebrato il nostro matrimonio, non è così, Nancy?
Il matrimonio andò a gonfie vele. La nave seguiva un'orbita simile a quella di una cometa. E continuò il suo percorso fino a che il sole non fu che un puntolino e le interferenze provocate dal sistema solare non disturbavano minimamente gli strumenti di bordo.
Un giorno Nancy gli si avvicinò e gli disse: - Credo che a questo punto tu abbia capito perché la tua missione è stata un fallimento.
- No - le rispose.
Guardandolo seriamente lei proseguì: - Penso con la tua testa, vivo nel tuo corpo. Se tu muori su questa nave, muoio anch'io. Fin che vivrai tu, vivrò anch'io staccata da te. Buffo, no?
- Buffo - disse lui mentre dentro di sé sentiva crescere una pena già nota eppure nuova.
- Ti posso almeno parlare di quello che so, dal momento che uso una parte della tua mente. Capisco di esistere anche senza di te. Ritengo però di essere in grado di identificare il tuo addestramento tecnico e di averne, in qualche modo, captato il significato, benché non ne senta la mancanza. Io possiedo le cognizioni che tu pensi e vuoi che io abbia. Ma ti accorgi di cosa sta succedendo? Stiamo usando il nostro cervello al cinquanta per cento delle sue reali possibilità, invece di sfruttarlo solo per un decimo. Usi tutta la tua immaginazione per rendermi vera. Tutti i tuoi pensieri si concentrano sulla mia esistenza. Io ne ho bisogno, proprio come desidero essere amata, però nessuno si occupa dei servizi di emergenza e tanto meno del Servizio Spaziale. Tu ti limiti a compiere le operazioni indispensabili e basta. Credi che io valga tutto questo?
- Direi di sì, tesoro. Tu meriti tutto quello che un uomo può offrire all'innamorata, all'amore, alla moglie e alla vera compagna.
- Ma non capisci? Sto prendendo tutto il meglio di te. Riversi tutto in me, e quando la nave sarà ritornata indietro, non avrò più motivo di esistere.
In qualche modo lui si rendeva conto che la droga faceva effetto. Era consapevole di quanto gli capitava mentre guardava la sua adorata Nancy dai lucidi capelli e si accorgeva che quei capelli non avevano bisogno di essere curati e pettinati. E si accorgeva anche che sulla nave non c'era stato posto per gli abiti che lei indossava. Eppure lei continuava a cambiarli con entusiasmo, con fascino e seduzione, giorno per giorno. Lui mangiava cibi che sapeva che non potevano essere sulla nave. Niente di tutto questo gli dava fastidio. E ora non poteva permettere che il pensiero di perdere Nancy stessa lo turbasse. Dentro di sé aveva rifiutato qualunque altro pensiero e si era arreso all'idea che dopotutto non si trattasse di un'allucinazione.
Questo era troppo. Passandole le dita tra i capelli, mormorò: - So di essere pazzo, tesoro, come so che non esisti…
- Ma io esisto. Io sono te. Io sono una parte di Gordon Greene come sono sicura di averti sposato. Finché tu vivrai io non cesserò di esistere perché quando sarai ritornato a casa, tesoro, io svanirò, scomparirò nella profondità della tua mente, ma io vivrò nei tuoi pensieri finché tu sarai vivo. Tu non potrai perdermi e io non potrò lasciarti, e tu non potrai dimenticarmi. Non potrò scappare se non dalle tue labbra. È questa la ragione dei loro discorsi. È questo il motivo di una cosa così strana.
- Ed è qui che ora so di aver sbagliato - insisté Gordon con caparbietà. - Ti amo e so che sei un fantasma e che scomparirai. So che ci stiamo avviando a una fine, ma non m'importa. Sarò felice solo se starò con te. Non ho bisogno di bere. Non prenderei mai droghe. Eppure la felicità è qui.
Continuarono a occuparsi dei lavoretti domestici. Eseguirono il controllo dei diagrammi, immagazzinarono le registrazioni, registrarono qualche sciocchezza sui nastri che sarebbero rimasti nella nave. Poi abbrustolirono su un gran fuoco batuffoli di zucchero candito. Il fuoco ardeva in un elegante caminetto che non esisteva. Le fiamme non dovevano bruciare ma bruciavano. Non c'erano batuffoli di zucchero candito sulla nave ma li abbrustolirono lo stesso, divertendosi molto.
Vivevano così, immersi nella magia, e non c'era rabbia, ansia, o disperazione che potesse alterare quella magia.
Erano davvero molto felici.
Perfino i criceti ne erano consci e se ne stavano puliti e tranquilli, mangiando volentieri e vincendo la nausea spaziale. E guardando con curiosità il loro padrone.
Lui ne fece uscire uno, quello col naso bruno, consentendogli di scorrazzare per l'abitacolo. Gli parlò anche. - Ti difendi bene, poverino. Un vero soldato, nato per lo spazio e costretto a servire qui la tua ferma.
Una sola volta Nancy parlò del loro futuro, dicendo: - Sai che non potremo avere figli. Il sokta non lo prevede. Dovrai averne dei tuoi, e quando questo avverrà, se sposerai un'altra sarà piuttosto buffo con me sempre lì sullo sfondo. E ci sarò.
Fecero un'inversione di rotta e tornarono verso la Terra.
Quando passò attraverso il cancello, un ufficiale medico dall'aria arcigna gli gettò un'occhiata penetrante e lo apostrofò: - Oh, pensavamo che sarebbe successo.
- Che cosa, signore? - rispose un paffuto e raggiante tenente Greene.
- Hai preso Nancy - rispose il colonnello.
- Sì, signore. Ve la porto fuori.
- Vediamola - disse il colonnello.
Greene rientrò nel razzo. Si guardò intorno ma non c'era traccia di Nancy. Si avvicinò al portello, sbigottito e sconvolto.
- Colonnello, non mi sembra di vederla, ma sono sicuro che dev'essere qui da qualche parte.
Il colonnello gli rivolse uno strano e stanco sorriso di comprensione. - Lei sarà sempre in giro da qualche parte, tenente. Avete svolto la minima parte del vostro incarico. Non so se dovremmo scoraggiare le persone come voi. Immagino sappiate che non avrete nessun avanzamento di grado. Vi spetta solo una decorazione: Missione Compiuta. Questa missione è stata un successo, nessuno si era spinto così lontano prima. A proposito, c'è Vonderleyen che vi aspetta, dice di conoscervi. Dobbiamo portarvi in ospedale per un controllo nel caso foste in stato di shock.
- All'ospedale - disse mio cugino - non mi fu riscontrato nessun caso di shock.
Non sentiva la mancanza di Nancy. Come avrebbe potuto, dal momento che lei non se n'era mai andata? Lei era sempre lì, proprio dietro l'angolo, o dietro la porta, o a cinque minuti da lì.
A colazione sapeva che l'avrebbe vista per pranzo. A pranzo che sarebbe comparsa nel pomeriggio. Verso sera sapeva che avrebbero cenato insieme.
Sapeva di essere completamente pazzo.
Sapeva benissimo che non esisteva nessuna Nancy e che non era mai esistita. Pensava che avrebbe dovuto odiare il virus sokta per quello che gli era capitato, ma non fu così.
L'effetto che Nancy produsse fu il suo sacrificio in una speranza senza fine, la promessa di qualcosa che non sarebbe mai stato possibile perdere… e la promessa di qualcosa che non si può perdere è spesso migliore di una realtà che può essere persa.
E quello fu tutto. Gli chiesero di emettere un parere di condanna sull'uso della droga sokta, e questa fu la sua risposta: - Chi io? Rinunciare a Nancy? Non siate sciocchi.
- Ma se non esiste - disse qualcuno.
- Questo è quello che credete voi - fu la risposta di mio cugino, il tenente Greene.
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