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Stories / Poems

Stories by damon knight

t'ho visto

italian

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Tu ne hai cinque e ti nascondi in un posto che solo tu conosci. Ti coprono polveri di corteccia, piccoli rami ti sfregano, e sei sudata fradicia e hai caldo, molto caldo. Tra le foglie del pioppo sospira il vento. Dal visore che hai tra le mani proviene un debole fischio costante e poi una voce: - Lorie, ti vedo… Sei sotto il granaio e ti mangi una mela! - Silenzio. - Lorie, vieni fuori, ti vedo. - Un'altra voce. - Hai ragione, è là dentro. - Ancora un momento e poi imbronciata dice: - Oh, sì, sì.
Ti agiti un po', alzando il visore per puntarlo giù lungo la collina. Mentre fai girare la levetta col pollice, quella brillante immagine corre verso di te, con gli alberi che si tuffano nella rossa oscurità e svaniscono, e anche le case per i cowboys, e alla fine ti vedi Bruce in piedi accanto al recinto della vacche e dei tori, a guardare nel suo visore, voltandosi lentamente. Ti dà la schiena e così sai di essere protetta e ti tiri su.e ti metti a sedere. Con un frullo d'ali una ghiandaia passa e si posa su un grosso ramo. E tu adesso puoi vedere con i tuoi occhi Bruce, una macchia blu oltre le grigie paurose mura di quelle case. Si sta girando verso di te, nel visore, e tu ti appiattisci di nuovo. Un'altra voce:; - Ragazzi, venite e andate a lavarvi subito e poi a tavola.
- Ma giochiamo a nascondino. Possiamo star qui un altro quarto d'ora?
- Ti prego zia Ellie!
- No, venite subito qui… dopo cena avrete tutto il tempo che vorrete.
E Bruce: - Uffa, sì, sì. Fuori tutti, liberi tutti. - E ancora una volta loro non t'hanno trovata. Il tuo posticino segreto è ancora e sempre tuo.
Chiamatelo Smith. Era il presidente d'una compagnia che portava il suo nome e che si era meritato più di cento brevetti nel campo della strumentazione scientifica. Ne aveva sessanta, di anni, ed era vedovo. Nel 1978 la sua unica figlia e il marito erano rimasti uccisi in un incidente aereo. E ormai aveva un socio che controllava il settore operativo. Smith passava moltissimo tempo nel suo laboratorio personale. Nella primavera del 1990 stava lavorando a un intensifìcatore d'immagine sconcertante se non enigmatico tanto era perfetto. Lo teneva sempre sul tavolo dà lavoro, puntato su una profonda struttura a ombre sistemata in mezzo alla stanza. E alle spalle di quella scatola c'era un quadrante attraversato da delle strisce nere, verdi, rosse e blu. La sola sorgente d'illuminazione era un solitario bulbo da dieci watt appeso dietro la scatola delle ombre. La luce riflessa dal quadrante non veniva neanche registrata dal suo misuratore e comunque l'immagine sullo schermo del suo intensifìcatore era nitida e brillante. Quando variava gli input alle varie componenti in un certo schema, quell'immagine splendente svaniva e veniva sostituita da ombre, come lo spettro di un'altra immagine. Aveva collegato in monitor ogni canale della televisione, aveva schermato l'intensificatore contro le radiofrequenze e quegli spettri persistevano. Incrementare l'illuminazione non li rendeva più chiari. Erano forme vagamente rettilinee senza una sequenza coerente. A volte, raramente, un'immagine sfocata in movimento li attraversava spostandosi lentamente.
Smith fece un versaccio disgustato. Aprì le morse che tenevano fermo 1 intensifìcatore e lo sollevò delicatamente, cercando l'interruttore di corrente con l'altra mano. Di solito non lo toccava mai. Mentre muoveva l'intensificatore, le immagini spettrali si erano spostate. Adesso ballavano e danzavano insieme ai lenti movimenti della mano. Smith le contemplò per un istante senza fiatare. Tenendo stretto il filo, si voltò con calma. Le immagini spettrali giravano come una giostra, svanivano, riapparivano. Si voltò dall'altra parte. La giostra girò su se stessa.
Con cura Smith appoggiò sul tavolo da lavoro il suo compagno. E si guardò tremare le mani. Quella cosa l'aveva tenuta sempre sul tavolo agganciata da una morsa. - Gesù onnipotente, come si fa a essere così! - esclamò rivolto a quella stanza vuota.
Ne hai sei, quasi sette e ti stanno autorizzando a usare per la prima volta il visore, quello grande. Sei appollaiato su un cuscino della poltrona in pelle davanti alla consolle. Tuo fratello che te ne ha appena fatto vedere i controlli con aria annoiata e superiore se n'è uscito ora dalla stanza dicendoti: - Tutto a posto, se ne sai così tanto, veditela da te.
Effettivamente i controlli su questa macchina non ti sono familiari. I visori piccoli che hai usato per tutta la vita hanno una sola levetta, quella del 'più vicino-più lontano'… Per muoverli su/giù o a destra/sinistra, non devi far altro che puntarli dove vuoi. Questa macchina ha dei piccoli orologi e degli occhiettini con dei numeri e pulsanti e bottoni da schiacciare e tu non ne capisci molto ma sai che a qualcosa servono e non t'importa. 11 controllo principale è un regolo di metallo, proprio davanti a te, e ha una levetta grigia di plastica in cima. Consumata da anni e anni di maneggiamenti: nella tua manina sembra calda e ti ricorda un po' una saponetta. La consolle ha un piacevole odore elettrico ma il grande schermo, più alto di te, è silenzioso e buio. Senti battere il tuo cuoricino nel tuo petto di bambina. Afferri quella manopola più saldamente e la sposti un po' in avanti. Lo schermo si illumina, e tu rotoli via in un'altra stanza come se avessi delle enormi ruote silenziose, e poltrone e tavolini diventano delle rossastre silhouettes che rinculano, sobbalzano e scompaiono intorno a te quando ci passi vicino. E per un istante hai le vertigini perché quando noti i numeri rossi saltare sulla consolle alla tua sinistra è come se tutta la casa, massiccia e da capogiro, ci passasse attraverso. Ed eccoti fluttuare fuori dalla finestra con lo stesso movimento regolare, su attraverso il pascolo illuminato dal sole dove due cavalli da sella alzano la testa verso di te. E poi ci sono i campi e le stoppie che se ne fuggono via e ormai adesso sotto di te splende come un fiume grigio-argento la strada della prigione. Tu abbassi la leva e ti avvicini e ti getti giù in una picchiata vertiginosa. E ora ti lanci lungo la strada, e raggiunto e superato un camion giallo, manovri la leva come un volante. Sulle prime vagoli tra gli alberi scuri ai lati della strada e una volta la terra si snoda sussultando sopra di te in un caos di rosse sagome contorte. Ma adesso ormai stai imparando e tagli veleggiando sugli incroci, insegui una lontana collina e finalmente eccoti arrivata sulla grande strada e voli a est, superando tutte le altre macchine e correndo a razzo verso il grande mondo dei tuoi sogni.
Ci vollero sei settimane a Smith per migliorare quanto basta l'efficienza del suo intensificatore d'immagine e per fare sparire il fantasma. Quando ci riuscì, le immagini sullo schermo si fecero istantanee. Riconoscibili. Era un'inquadratura dell'ufficio di Jack McCranie: il quadro era ancora sporco, ma sufficientemente nitido da far apprezzare a Smith l'espressione sulla faccia di Jack.
Se ne stava appoggiato in poltrona, le mani dietro la testa. Accanto a lui c'era Peg Spatola in un abito porpora, con in mano una valigetta aperta. Era lì che parlava e McCranie l'ascoltava. Che errore visto che Peg non sarebbe tornata da Cleveland prima di una settimana.
Smith agguantò il telefono e fece con forza il numero di McCranie.
- Sì Tom?
- Jack, Peg è lì?
- No, perché? Tom, è a Cleveland.
- Ah, sì?!
McCranie parve imbarazzato. - Qualcosa non va?
Sullo schermo invece aveva girato la poltrona e si era messo a parlare a Peg, gesticolando con bruschi movimenti del braccio come se tagliasse la carne.
- No, niente - disse Smith. - Tutto per il meglio, Jack, ti ringrazio. - Interruppe la comunicazione. Qualche istante ancora e si concentrò sui controlli a forma di cestello dell'intensificatore e ne cambiò leggermente la registrazione. Sullo schermo, Peg si voltò e tornò sui suoi passi fuori dall'ufficio. Quando Smith girò la manopola dall'altra parte, lei ripetè queste azioni nell'altro senso. Poi manovrò un po' a caso gli altri controlli e fissò l'inquadratura sul calendario della scrivania di Jack. Venerdì 15 giugno… già una settimana.
Smith chiuse a chiave l'intensificatore e tutti i suoi appunti, se ne andò a casa e passò il resto di quella giornata a pensare.
Per la fine di luglio aveva rifinito e miniaturizzato la sua invenzione e ne aveva esteso la gamma della sensitività all'infrarosso. Passò gran parte di quell'agosto, invece di andare in vacanza, a cercare vari metodi per scoprire e riconoscere i suoni con l'intensificatore. Méttendo a fuoco l'intèrno della laringe di un'annunciatrice e usando l'infrarosso, riuscì a convertire le vibrazioni visibili delle corde vocali in suoni di buona qualità, ma non rimase soddisfatto. Dedicò del tempo a lavorare sulle vibrazioni raccolte dai vetri delle finestre e sulle cornici dei quadri e fece dei bravi esperimenti coi diaframmi in sistemi d'annuncio, intercom e telefoni. Arrivò tenacemente a ottobre senza fermarsi e alja fine realizzò un sistema che avrebbe ottenuto dei suoni metallici come di latta, ma perfettamente riconoscibili da ogni superficie vibrante… una parete, un pavimento e anche dalle guance o dalla fronte dell'annunciatrice.
Riprogettò integralmente la sua invenzione, costruì un prototipo e lo provò. Poi lo smontò, Io riprogettò e ne costruì un altro. Arrivò a Natale prima di arrendersi. Chiuse ancora una volta a chiave l'intensificatore e tutti i suoi piani, progetti e appunti.
A casa passò le ferie a fare degli esperimenti con adesivi commerciali, li lasciò asciugare e tagliò la carta in rettangoli. Numerò questi rettangoli, li incollò su alcune buste da lettera, che gettò in parte in un mucchio. Ne raccolse altre in mazzette che assicurò con delle fascette elastiche. Poi dispose liberamente quelle mazzette e quelle cataste e le esaminò a intervalli regolari. Alcune delle etichette si arricciavano e si staccavano ventisei ore dopo senza lasciare tracce notevoli. Allora ne sfornò delle altre, e su sei di esse batté il suo indirizzo di casa. Su ognuna delle sei buste batté l'indirizzo dell'ufficio e dopo lo coprì con una sola etichetta. Affrancò le buste e le infilò in una cassetta postale. Tutte e sei, tranne le etichette, gli vennero consegnate in ufficio tre giorni più tardi.
Con l'arrivo dell'anno nuovo, disse al socio che voleva vendere tutto e ritirarsi. Discussero la cosa in termini generali.
Servendosi di un falso nome e di un numero di casella postale diverso dal suo, Smith scrisse a Boston a un commissionàrio con il quale non aveva mai avuto dei contatti. Imbucò la lettera dopo aver coperto il suo indirizzo con una delle etichette sulle quali aveva battuto un indirizzo inesistente. Durante il viaggio l'etichetta si staccò e la lettera venne consegnata. Quando il commissionario rispose, Smith era sul chi va là e lesse la lettera mentre una segretaria la batteva. L'agente seguì le sue istruzioni e spedì la risposta in una busta senza l'indirizzo del mittente. Il proprietario della casella postale la rispedì indietro con la scritta 'non risulta a questo indirizzo'. La lettera finì all'ufficio giacenze e venne restituita in tempo ma, nel frattempo, Smith aveva riconosciuto la lettera e, allo stesso modo, aveva imbucato una gran quantità di denaro. Nelle lettere successive istruì l'agente di sollecitare delle offerte per le sue proposte, delle quali allegava i piani, soprattutto dal settore del'industria elettronica, senza trascurare quello dei rivestimenti in plastica e le costruzioni navali. A un secondo commissionario a New York, al quale scrisse allo stesso modo, ordinò diecimila copie di un libretto d'istruzioni a quattro colori.
Verso la fine di febbraio si comprò una casa e il diritto a vendere congegni elettronici e altro in una cittadina sui monti Adirondack (Stato di New York). In marzo cedette al socio la sua parte d'interessi nella compagnia, ripulì il suo laboratorio e partì. Vendette anche l'appartamento che aveva in un condominio a Manhattan e la villetta estiva del Connecticut, si trasferì nella nuova casa e divenne anonimo.
Ne hai già tredici e per la prima volta vai a cacciare là volpe insieme ai ragazzi più grandi. Ti hanno mandata in quel campo a nord, il posto peggiore, ma tu sai che ti conviene accettare.
- È in quell'avvallamento.
- Là vedo, è nel ruscello e risale la corrente.
Tu giri il visore, e ti metti a correre tra le chiazze d'ombra e un brillar di foglie: ed ecco quell'avvallamento e la volpe lì davanti a te che trotterella nelle acque poco profonde, i piedi in germogli d'acqua luminosa.
- Ken e Neil, scendete e precedetelo al capanno alla sorgente. Wanda, tu Tim e Jean restate dove siete. Tutti gli altri risalgano la corrente ma stiano indietro finché lo dirò io.
È Leigh, la più grande. Tu giri il visore, riesci a scorgere Bobby che scende di corsa dalla collina attraverso i boschi, coi lunghi capelli al vento. Poi un ritorno nella piccola conca: quella volpe se n'è andata.
- Sta passando lassù e punta dietro al silos!
- Okay, tenetevi tutti ai lati e sparpaglietevi. Jim, ce la farete tu e Eddie a bloccarla prima che sparisca nei boschi.
- Tenteremo. Eccola là!
E la caccia s'allontana da te, come già sapevi che sarebbe accaduto, ma presto anche tu sarai più grande, almeno come Neil e Jim. E ti troverai in mezzo alle cose e solo allora comincerai a vivere.
Dopo parecchi collaudi ed errori, Smith ha trovato Dallas il 22 novembre 1963 e il Dealey Plaza alle 12.25. Ha sotto gli occhi il corteo presidenziale che converge sulla Elm Street. Kennedy si abbatte in avanti e si pòrta le mani alla gola. Smith preme un bottone per registrare l'attimo fuggente. Scruta dietro al corteo e punta sul sesto piano del Book Depository Building: scopre quella finestra. Non c'è nessuno dietro alla barricata di grosse scatole di cartone: la stanza è vuota. Smith esamina le camere accanto e non trova niente. Prova al piano di sotto. Un uomo è inginocchiato a una finestra aperta e impugna un'arma molto potente. Smith lo fotografa. Poi ritorna sul corteo e guarda attentamente mentre il secondo colpo stronca il Presidente. E si sente gelare per un po' e poi di riprende e studia i palazzi circostanti: trova un secondo tiratore scelto su un tetto. Lo fotografa.
Un terzo sparo, un quarto e l'ultimo spazza via una tempia del Presidente. Smith congela l'azione in una registrazione, scopre due uomini armati su un rialzo erboso e uno punta la sua arma protetto da una superfamiliare, mentre l'altro è in ginocchio tra gli arbusti. Li fotografa. Subito dopo stacca la corrente, resta a sedere per un lungo attimo e infine se ne va in uno dei servizi, si inginocchia sul gabinetto e vomita.
Il visore è la tua babysitter, la tua televisione, il tuo telefono (le linee telefoniche sono sempre lì, ma vengono usate solamente come strumenti di segnalazione; quando sai che qualcuno ha voglia di parlarti, metti a.fuoco su di lui il tuo visore); la tua biblioteca, la tua scuola. Prima della pubertà scruti anche tu gli altri che hanno già il sesso, ma non ci sono problemi e soddisfi facilmente anche tu la tua curiostà. Da quando un cugino più grande ti ha iniziato a quattordici anni, t'interessa molto di più farlo da te. L'insegnante che ha cura di te e controlla i tuoi studi a volte ti suggerisce qualcosa, ma tu cresci e ti fai grande e lui ti lascia ai tuoi strumenti. Ti appassiona intensamente la preistoria africana, il teatro europeo e la civiltà delle formiche su Epsilon Eridani IV. Tra breve anche tu farai la tua scelta.
Porto di New York, 4 novembre 1872… una fredda giornata burrascosa. Uno dei due alberi è ancorato alla fonda. Sulla poppa si leggono queste lettere: MARY CELESTE. Smith sposta in avanti il controllo orario. Un tremolio nell'oscurità, di nuovo luce e la nave è sparita. Si mette a cercarla e la ritrova armata di vele leggere a ridosso di Sandy Hook. Maneggiando insieme i controlli del tempo e dello spazio, la segue verso est attraverso i bagliori del sole nella tempesta… la perde, la ritrova di nuovo e conta i giorni mentre procede. Più si sposta a est e maggiore è il suo sforzo per inclinare lo strumento verso il basso, mentre l'immagine della nave si curva e s'inclina allontanandosi da lui. A causa dell'angolatura non ce la fa più a tenere in vista la nave da una certa distanza, ma deve starle alle costole. 21 e 22 novembre: tempeste violente. La nave è sbattuta in cielo dalle ondate e quando ricade è visibile solo a intermittenza. Gli ci vogliono cinque ore per attraversare due giorni di tempo reale. Il 23 è più calmo, ma con il 24 esplode un altro fortunale. Smith si sfrega gli occhi, perde di vista la nave, la ritrova ancora dopo dieci minuti di ricerca.
La burrasca si esaurisce nella mattina del 26. Il sole è luminoso, il mare quasi assolutamente calmo. Smith riesce a vedere qualcosa: delle figure sul ponte, piegate sulle scure sezioni incrociate dello scafo. Un marinaio sta calando un cavo, altri due abbassano una vela triangolare tra l'albero prodiero e il bompresso, un quarto è alla barra. Un gruppetto di persone se ne sta appoggiato a dritta, alla balaustra. Una di loro è una donna.
Subito dopo lo sguardo gli casca su una figura che corre, si fa avanti sullo schermo e scompare. Ora gli uomini stanno abbassando una scialuppa sulla fiancata. Hanno tolto la balaustra che giace sul ponte. Gli uomini si calano nella scialuppa e si mettono ai remi. Smith li sente gridarsi delle cose ma non riesce a intendere le parole.
Per questo Smith ritorna sulla nave: il ponte è vuoto. Fa un tuffo sotto per dare un'occhiata alla stiva, piena di barilotti, prima di passare alla cabina del pilota e al castello prodiero. Tutto a posto… nessun segno di esplosioni, incendi o tracce di violenza. Quando risolleva lo sguardo, vede le vele gonfiarsi e tendersi al vento. U mare sta montando. Smith va in cerca della scialuppa ma è già passato del tempo e non riesce a trovarla. Ritorna alla nave e rovescia invertendolo il controllo orario, lo repleizza ed ecco di nuovo ai loro posti gli uomini sul ponte. Studia ancora il gruppo alla balaustra: si accorge per la prima volta che la donna ha un bambino in braccio. Il bambino si agita e va a finire oltre il parapetto. Smith sente strillare la donna. In un attimo anche lei è oltre la transenna e cade in mare.
Per questo Smith osserva attentamente gli uomini correre a calare la lancia. Mentre si allontanano, ha la fortuna di avvicinarsi quanto basta per vederli e ascoltarli. Uno grida: - Dio mio chi è al timone? - Un altro, un tipo con la barba e una faccia da museo delle cere, gli ribatte: - Non pensarci… rema! - Fissano il mare a occhi bassi. Un attimo dopo alza lo sguardo. Poi tocca a un altro. La Mary Celeste, tre delle quattro vele stese sull'albero prodiero, scivola via lentamente finché scompare.
Smith non riattraversa da un capo all'altro queUa scena per rivedere sparire in mare un bambino e una madre. Ma altri lo fanno.
Il modello di produzione era pronto per salpare in settembre.
Era una versione semplificata del prototipo, con solo due controlli, uno per lo spazio, uno per il tèmpo. Il raggio d'azione dello strumento era limitato a un migliaio di miglia. Da nessuna parte, sulla custodia dello strumento o nel libretto delle istruzioni, c'era un numero di brevetto o era indicato il tipo di brevetto. Smith lo aveva chiamato Ozo, forse perché gli sembrava un nome dal suono vagamente giapponese. Il libretto lo descriveva come un visore a distanza e forniva chiare e semplici istruzioni per l'uso. Una frase era piuttosto ermetica: "Mantenere a zero il controllo orario". Una frase tipo: "Vernice fresca. Non toccare".
Durante la settimana del 23 settembre, settemila Ozo vennero spediti agli indirizzi in Canada e negli Stati Uniti forniti da Smith: cinquecento a industriali e fornitori del settore elettronico. Seimila, una trentina in scatoloni 'Pronta consegna', alle TV delle maggior città. Il resto a dei cittadini privati scelti a caso. I libretti con le istruzioni erano in buste sigillate impacchettate insieme a ogni intensificatore. Altri tremila finirono in Europa, Sud e Centro America e in Medio Oriente.
Alcune TV private che ricevettero gli Ozo in scatola li tirarono fuori quello stesso giorno e li misero in vendita a prezzi varianti dai 49.95 ai 125 dollari. Il giorno dopo avevano già cominciato a parlarne e all'ora di chiusura dei negozi tre giorni dopo tutte le scorte erano state vendute. Quasi tutti quelli che li presero, per posta o acquistandoli nei punti-vendita, li usarono per spiare i vicini di casa e godersi quel che faceva la gente in albergo.
Smith fece le consegne di Ozo nei primi giorni della settimana, se ne portò uno a casa e affidò al direttore delle vendite il compito di fissare un prezzo a quel lotto. Non si preoccupò di usare il modello di produzione ma cominciò subito a impiantare un altro prototipo. I controlli erano calibrati al centesimo di secondo e sul millimetro e un timer gli avrebbe consentito di fermare una scena. Poteva andare avanti o tornare indietro ai ritmi voluti. Ordinò anche dei congegni a orologeria a una ditta di forniture astronomiche.
Un ufficiale d'altro grado dei servizi segreti dell'esercito, osservando la prima dimostrazione dell'Ozo al Pentagono, esclamò: - Dio mio, questo arnese ci farà smantellare mezzo Pentagono… non ci resta che sguinzagliare degli intercettori quando li vedremo premere quel bottone.
- Per-fortuna il Senatore Burkhart non ti sta ascoltando - gli disse un altro ufficiale. Ma il pomeriggio seguente tutti ne erano al corrente.
Un sacerdote battista a Luisville fu il primo ad aprire la caccia contro gli impianti di produzione degli Ozo. Un mese più tardi, mentre le cause civili e penali contro tutti i trasgressori erano ancora in pendenza, vennero largamente distribuiti nella zona dei nastri che mostravano ognuno di loro impegnato in attività compromettenti o apparentemente comiche.
Vennero individuati i commissionari che avevano evaso gli ordini per i primi Ozo e furono costretti ad abbandonare la città. Le fabbriche vennero bombardate e incendiate ma altre ne presero il posto.
I primi Ozo, anzi il primo, fu introdotto di nascosto in Unione Sovietica dalla Germania Occidentale da Katerina Belov, membro di un gruppo dissidente a Mosca, che se ne servì per documentare le azioni illegali del governo. La Belov e altri due membri del gruppo furono arrestati, imprigionati e torturati. Ma a quell'ora oltre quaranta Ozo erano nelle mani dei dissidenti.
Sei lì che guardi un vecchio film Bob e Ted e Carol e Alice. Le battute ti sembrano infantili e prive di fantasia. E l'occasionale seminudità delle attrici non t'interessa più di tanto. Ti colpiscono e ti divertono soprattutto le ritrosie civettuole, le occhiate di sottecchi, i sorrisi, le smorfie allusive a cose che non appariranno mai sullo schermo. Capisci al volo che non hanno mai visto nessuno tranne i loro più intimi amici senza vestiti, che non hanno mai visto un adulto pisciare o cagare e sarebbero imbarazzati o disgustati se lo facessero. Come mai i ragazzini dicono "pipì" e "pupù" e poi ridacchiano? Hai letto a scuola dei libri difficili sui tabù delle "funzioni del corpo" ma perché diavolo cagare dovrebbe essere peggio che starnutire?
Cora Zickwolfe, che viveva in un remota area riirale dell'Arizona e con il marito che andava su e giù da Tucsun, stabilì insieme alla sua più immediata vicina, Phyllis Meli, che tutte e due tenessero un Ozo puntato sulla lavagnetta in cucina. Sulla lavagnetta doveva esserci un biglietto con su scritto "Ok". Se c'erano problemi e lei non poteva usare il telefono, avrebbe buttato giù qualcosa sul biglietto. Oppure, se le rimaneva del tempo, ne avrebbe scritto un altro.
Nell'aprile del 1992, circa all'ora in cui suo marito era solito tornare a casa, un maniaco le irruppe in casa e s'impadronì della signora Zickwolfe prima che lei trovasse il tempo di afferrare la lavagnetta. La trascinò pesantemente in camera da letto e la costrinse a spogliarsi. Quelli della polizia di stato sopraggiunsero in un quarto d'ora e Cora non ebbe più modo di parlare a quella sua amica, Pbyllis.
Nei dieci anni tra il 1992 e il 2002 si registrano oltre seicento miglioramenti tecnici e nuovi contributi per l'Ozo. Il più importante riguardò il sistema di alimentazione elettrica realizzata mediante il punteggio sull'interno del Sole delTOzo regolato su una stretta apertura. Non meno prestigiosi furono il sistema delle unità di servizio sui satelliti in orbita stazionaria e un meccanismo a rintracciamento computerizzato che avrebbe messo a fuoco l'Ozo su qualunque soggetto.
Utilizzando il rintracciatore, un entomologo a Città del Messico sta studiando la linea ancestrale di un'ape mellifera. Ogni dieci secondi le immagini sbocciano e sfioriscono: il rintracciatore risale dalla regina all'uovo e subito dopo dall'uovo alla regina e poi ancora dalla regina che lo ha deposto all'uovo. Si è sorbito decine di migliaia di generazioni. In duemila ore,, a partire dall'ape del Paleocene, ha compito un lungo viaggio a ritroso su nel Cretaceo. A determinati intervalli si ferma per seguire l'ape nei tempi reali e poi riprende a spingere sull'acceleratore. II tipo di alveare diventa più piccolo, più primitivo. Per ridursi semplicemente a un grappolo di cellule rotonde. E l'ape è diversa. Somiglia a una vespa. E l'entomologo guarda e ammira e non pensa neanche più a mangiare o a respirare.
Nello studio di tua madre, dopo la sua morte, trovi un'elaborata mappa dei suoi antenati e di quelli di tuo padre. Ricomponi scrupolosamente la programmazione, ti ecciti e senza fretta passi in rassegna un po' a caso alcune delle tipologie. Torni indietro nel tempo… Prima la linea femminile, poi la maschile: un insegnante di biologia a Boston, una suffragetta, un mercante di granaglie, una cantante, un fattore olandese a New York, un marinaio britannico, un musicista tedesco. I loro volti splendono sullo schermo, occhi luminosi, guance fluenti di vita. Un giorno prima o poi anche tu sarai solamente una serie di immagini in uno schermo.
Smith è in osservazione del pianeta Marte. Il meccanismo a orologeria che fa ruotare l'Ozo per inseguire il pianeta, anche quando è sotto l'orizzonte, gli permette agevolmente di puntare a fuoco l'obiettivo sulla superficie, ma questa immediatezza non gli piace. Preferisce appostarsi in.una posizione a centinaia di migliaia lontano e poi lentamente s'avvicina per godersi la progressione a disco di quella rossa brace, che dopo un po' si trasforma in un pallone giallo illuminato dal Sole sospeso nell'oscurità. Adesso sì che si gode i connotati di superficie: la Syrtis Maior e Thoth-Nepenthes rivolti verso Utopia e la calotte gelata in un lungo collo d'oca.
Nitida e chiara gli arriva l'immagine ingrandita ipnoticamente, senza tremori o distorsioni atmosferiche. Nell'emisfero nord è estate: immensa e buia è invece Utopia. Il pianeta riempie lo schermo e Smith si sposta più a nord sopra il deserto craterato distante ancora centinaia di miglia. Una tempesta di polvere e sabbia simile a un giallo velo oscura il collo ricurvo di Thoth-Nepenthes.
E già eccolo oltre, in movimento, ài limiti estremi della calotta di ghiaccio. Riappare il profilo d'orlo del pianeta. Smith fluttua come su un deltaplano sopra la buia superficie cosparsa di rosa e grigio-violetto. E adesso riesce a vedere bene la struttura butterata e nodosa di Marte e seleziona in visione delle piante. E si muove in deriva tra i grigi fustelli nocchiuti, tra le foglie dai corni violacei. Vede delle curiose forme anomale che gli ricordano vescicole gonfie d'aria o dei grotteschi germogli in fiore. Finalmente, all'estremità dello schermo, salta fuori qualcosa di nero e allungato. Smith lo segue all'istante, lo individua e lo porta al centro dello schermo enormemente ingrandito: uno scarafaggio peloso dal corpo ricoperto da grossi peli neri simili a spine. Si regge su sei paia di gambe snodare, agita come onde delle antenne e apre a chiude continuamente la bocca. E a quaranta milioni di miglia dalla Terra quattro occhi splendenti si fissano nei suoi.
A Smith i capelli si fecero col tempo più bianchi e sfoltiti.
Prima del crollo del 1992 offrì dei ricchi contributi alla Croce Rossa Internazionale e alle organizzazioni volontarie in Europa, Asia e Africa. Periodicamente ma sempre da solo si sbronzò violentemente. Dal 1993 al 1996 smise di leggere i giornali.
Prese nota con dura delle coordinate dell'incidente aereo in cui aveva perso la vita la figlia e il marito ma non le utilizzò mai.
A intervalli, mentre si vestiva o si ammirava nello specchio del bagno, restava lì a fissarsi come attraverso una camera invisibile.
E sollevava un dito. Nei suoi ultimi anni scrìsse anche delle poesie.
Il suo nome lo conosciamo. Dei fanatici della ricerca, usando avanzate tecniche di sondaggio, hanno inseguito le sue lettere attraverso il sistema postale e sono riusciti a trovarlo ma a quell'ora Smith non c'era più. Era morto.
Il mondo intero è rimasto in pace per più di una generazione. Il crìmine è quasi del tutto dimenticato. L'energia pura ha arricchito il mondo e la popolazione è stabile, anche se nuove scoperte hanno spazzato già moltissime malattie. Chiunque può fare quello che più gli piace, a meno che i suoi vicini non la disapprovino ma, dopo tutto, le loro opinioni sono quasi sempre le stesse.
Ne hai quaranta di anni, sei una studiosa molto rispettata alla quale servono pochi giorni per riprendere in esame la tua vita, come fa molta gente alla tua età. Hai visto tua madre e tuo padre fare l'amore quella notte quando ti concepirono. Ti sei vista crescere nel corpo di tua madre, dapprima tutta rossa come un girino, poi identica a un pulcino in embrione e infine una bambinella dalla testa così grossa che dà i calci e si dimena. Ti sei goduta il momento del parto e il primo attimo di vita quando la tua testolina sporca di sangue è venuta alla luce. Ti'sei goduta te stessa piccina caracollante nella tua tutina nella cameretta riservata ai bambini con la peretta di plastica gialla in mano. Adesso invece ormai ti rivedi nascosta dietro quell'albero caduto sulla collina e capisci anche tu che non ci sono posti segreti. E oltre a te nel futuro-fantasma sai che qualcuno ti guarda come tu ti guardi. E oltre a lui c'è un altro che ti guarda e poi un altro e un altro…
Per sempre.
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