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Stories / Poems

Stories by damon knight

una storia possibile

italian

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Fu il più dannato dicembre che avessi mai visto a New York. Del resto, qualunque sia il tempo, Manhattan ha sempre la peggio: in estate si scoppia di caldo, e d'inverno ci si trova immersi nella neve e nel fango fino alle caviglie. Sul litorale, invece, gli inverni sono più miti.
Ero arrivato dalla Pennsylvania il giorno prima in treno, e durante il viaggio eravamo rimasti bloccati due volte perché avevano dovuto sgombrare i binari. Ma quando uscii dall'albergo a piedi quella sera, il sabato dopo Natale, sembrava di essere ancora ai primi di ottobre. C'era poca poltiglia nelle strade, i marciapiedi erano asciutti, e l'aria frizzante ma non gelida, portava con sé appena un accenno di neve.
Ero in ritardo, altrimenti sarei tornato in camera per togliermi le soprascarpe. Le detesto, e forse questo è uno dei motivi per cui mi sono trasferito in campagna. Laggiù, almeno, posso portare ciabatte per una metà dell'anno e galosce per tutto il resto, senza vie di mezzo. Mi tolsi i guanti, slegai la sciarpa e respirai a pieni polmoni mentre camminavo fino all'angolo dove speravo di trovare un taxi.
Incominciai a chiedermi se era stata davvero una bella idea quella di trasferirmi a più di cento chilometri dalla città solo perché odiavo le soprascarpe.
Le strade non sembravano troppo affollate e trovai un taxi senza difficoltà. Nessuno aveva l'aria di andare di fretta: era come se di colpo tutta la gente di New York si fosse seduta da qualche parte, a casa o al bar, e non sentisse la minima necessità di muoversi.
- Sentite - dissi al taxista - questa è sempre New York, vero?
Lui si voltò a guardarmi. - Eh?
- Dove è finita tutta la gente? - domandai. - E che ne è stato del solito tempo marcio?
Annuì. - Boh! Ho capito che cosa volete dire. Comico, eh? Tempo matto!
- Quando è successo?
- Eh?
- Ho detto, quando è incominciato?
- Verso le tre. Ho guardato fuori dalla finestra e m'è venuto un colpo. C'era il sole! Cristo, sapete cosa ne penso?
- Che è colpa delle bombe atomiche - risposi.
- Indovinato. Penso che siano proprio le bombe atomiche. - Si fermò davanti all'ingresso di un albergo e girò l'insegna sul tettuccio.
Nell'atrio, un cartello a forma di freccia indicava il Club Medusa.
Si può definire il Club Medusa come un'associazione di scrittori professionisti di fantascienza. Nemmeno due di loro riuscirebbero a mettersi d'accordo su ciò che intendono per fantascienza, né su qualsiasi altro argomento, ma tutti la scrivono, l'hanno scritta o pretendono di poterla scrivere e di averci comunque a che fare.
Il Club organizza in genere tre tipi di riunioni, anzi due e mezzo. Una per parlare di politica, l'altra per bere, e la terza… be' anche la terza è per bere, ma di più. Di regola ci si incontra a casa di qualche socio, quella di Preacher Flatt o di Ray Alvarez, ad esempio. Ma tutti gli anni, appena dopo Natale, il Club affitta la sala da ballo di un albergo e invita i soci alla tradizionale festa danzante. Io non sono un socio molto corretto, l'ultima volta che ho pagato la mia quota è stato nel millenovecentocinquanta.
Rod Pfehl (la P è muta come in Psmith) stava fermo sulla soglia con in mano un rotolo di biglietti da un dollaro.
- Sono il tesoriere - disse, tutto contento. - Sgancia.
O lo era davvero, o aveva recitato la sua parte tanto bene da raggirare una gran quantità di gente. Pagai e gironzolando pigramente non senza distribuire la mia parte di saluti, incominciai a cercare qualcosa di alcolico.
Tom Q. Jones mi oltrepassò in fretta, con in mano una grossa macchina fotografica. Era molto insolito. Jones lavorava come capo dell'Ufficio Progetti di una ditta produttrice di apparecchi radiotelevisivi d'avanguardia e aveva venduto, immagino, circa due milioni di parole nel campo della fantascienza. Ebbene, quella era la prima volta che lo vedevo in movimento e con in mano qualcosa che non fosse whisky e soda.
Tra la folla riconobbi Punchy Carrol, una brunetta vestita di rosso, il vecchio Duchamp, con la solita pipa tra i denti, e anche Leigh MacKean, con il suo pallido viso da nordica e l'aria meditabonda e pazza come doveva essere quella del Cavaliere Bianco. C'era anche un ammiratore, un certo Harry Nonsocosa che si aggiustava nervosamente la montatura di corno degli occhiali e si guardava in giro scrutando tutto e tutti con la massima attenzione. Era una festa di Natale e quindi c'erano anche un sacco di facce tra le più strane sulla Terra.
La maggior parte di costoro erano probabilmente amici di qualche socio, ma non si poteva dirlo con certezza. Una volta, proprio a una festa del Club Medusa, scorsi un tizio insignificante che sembrava un impiegato di banca e che se ne stava seduto in disparte senza parlare con nessuno. Alla fine si scoprì che era Dorrance Canning, un mio vecchio idolo; aveva scritto la serie La donna che dormì e altre splendide storie quando io portavo ancora i pantaloncini corti.
C'erano due baristi in giacca azzurra e ogni bevanda costava ottantacinque centesimi. Un'altra ragione per cui mi sono trasferito in campagna è che là, per divertirsi si spende meno. Recuperai un Tom Collins e controllai amorevolmente che non se ne versasse una sola goccia mentre mi allontanavo dal banco aggirando due ampi fondoschiena fasciati di satin. Mi imbattei di nuovo in Jones. Lui mi fece scattare un flash proprio sotto il naso, borbottò qualcosa ridacchiando e filò via intanto che io ero ancora completamente accecato.
Qualcun altro, con una macchia giallo limone al posto della testa, mi strinse la mano e mi salutò. Non lo ascoltai neppure. Ero appena riuscito a ricostruire ciò che aveva borbottato Jones, e cioè: "Non c'è pellicola dentro"!.
Poco più in là, qualcuno cadde con un tonfo sul pavimento incerato; ci fu una piccola esplosione di grida e di risate, mi sentii spintonare e riuscii a mettere in salvo solo una parte del mio Tom Collins. Mi sembrava di aver intravisto Art Greymbergen, il mìo editore preferito, ma prima che potessi in qualche modo avvicinarmi a lui Punchy Carrol, con la sua voce chiara e squillante, attirò l'attenzione dei presenti.
- Lo spettacolo sta per iniziare. Accomodatevi ai vostri posti, per favore.
La gente incominciò a spostarsi lentamente verso il lato del salone dove era sistemato il palco per l'orchestra.
Consultai l'orologio, poi tirai fuori di tasca il foglietto ciclostilato con il programma della festa. Annunciava in tono giocoso che lo spettacolo sarebbe iniziato alla dieci. Lo erano in quel preciso momento.
Non riuscivo a crederci. Da anni lo spettacolo era imperniato su Bill Plass, e Bill non arrivava mai, lì come in qualsiasi altro posto, con meno di due ore di ritardo.
Eppure, quando fui vicino al palco, alzai lo sguardo e lo vidi lì. Sfoggiava il suo largo sorriso alla Charlie Chaplin e metteva in mostra i denti come un manovratore di fuochi d'artificio. Mi vide, mi salutò con un cenno della mano e poi continuò a parlare con Asa Akimisov, Dottore in Filosofia. Ripeto, AKIMISOV. Da non confondere con gli Akimesian o gli Akimisov.
Forse erano proprio le bombe atomiche. Occupai una sedia libera con una buona vista sul palco e una anche migliore su una favolosa brunetta vestita di blu.
Akimisov si piazzò al centro del palco e incominciò a raccontare barzellette. Era dimagrito di nuovo, di almeno quindici chili, e il collo gli spuntava dal colletto della camicia simile a un cuore di palma conservato. Asa, dopo Plass naturalmente, era l'uomo più divertente del Medusa. Da notare che mentre Plass scrive roba umoristica per professione, Akimisov sforna ogni anno la fantascienza più pesante e cerebrale che io abbia mai letto. Eppure, quando lo incontri in giro ti fa morire dal ridere.
È una teoria che rimugino da tempo e che, prima o poi, metterò per iscritto. Gli scrittori, molto spesso, tendono a dimostrare sulla carta una personalità del tutto opposta a quella che possiedono in realtà. Come ogni buona teoria, anche questa ha le sue brave eccezioni. Tom Q. Jones, per esempio, che stava ancora lampeggiando con il suo flash da un lato del palco. Si potrebbe mettere lui e la roba che ha pubblicato in un unico pacco e non ci sarebbe alcuna differenza.
Lo spettacolo era di buon livello, soprattutto considerando che ci trovavamo al Club Medusa. Ned Burgeon, con barbetta pepe e sale e smoking azzurro - cielo, suonò la sua famosa chitarra a ventun corde; poi una brunetta che non conoscevo intonò una canzone con voce calda e forte da contralto. Seguì uno sketch con Punchy Carrol nelle vesti di un animale immaginario, L. Vague Duchamp in quelle di uno sconcertato astronauta e B.U. Jadrys, il lituano per eccellenza, che faceva la parte di un bigliettaio sulla linea ferroviaria per Long Island. Infine Bill Plass prese la parola per il suo solito, attesissimo monologo.
Non lo dico per campanilismo, in fondo il Medusa mi sta bene solo una volta all'anno e non di più, ma Bill è un vero genio comico. Manda letteralmente il pubblico a pancia a terra e, a volte, mi domando perché un tipo come lui debba sprecare il suo tempo a scrivere fantascienza.
Anche quella volta Bill non deluse le aspettative. Gli spettatori erano ancora piegati in due per il gran ridere quando, verso la fine, lui alzò gli occhi dal foglietto di appunti e improvvisò una battuta salace e non divertentissima su una certa persona presente in sala. Ci fu un mormorio di imbarazzo. L'interessato si irrigidì e fece per alzarsi, poi tutto venne sommerso da una nuova ondata di risate. Bill sembrava confuso. Chinò lo sguardo sul discorso preparato, concluse il monologo e ottenne il solito boato di applausi.
Anch'io feci la mia parte, ma non mi sentivo tranquillo. Bill sarebbe stato capace di incantare un serpente e di strappargli i sonagli; se avesse voluto prendere il dottorato in ciarlataneria o darsi alla coltivazione delle noci, oppure occuparsi delle azioni per le miniere canadesi, sarebbe sicuramente diventato milionario. Insomma, la gaffe di cui era stato protagonista contrastava con il suo spirito sottile e affascinante. Tuttavia, Dio solo sapeva che cosa poteva essergli successo nei mesi in cui io ero rimasto lontano da New York…
Akimisov, in qualità di cerimoniere, doveva concludere in bellezza la serata. Ringraziò tutti, si inchinò, sorrise e, mentre si raddrizzava, gli caddero i pantaloni.
Quando raggiunsi i camerini ci trovai Bill occupato a scusarsi con il socio che era rimasto vittima di quella sua stupida battuta. Le sue parole avrebbero ammansito una tigre con il mal di denti. C'era anche Akimisov, che si reggeva i pantaloni con espressione sbigottita.
Anche quella faccenda non mi era per niente chiara, tanto più che non credevo affatto che Asa potesse scendere così in basso per ottenere una risata. I pantaloni erano larghi e lui proprio il tipo d'uomo che portava sia la cintura sia le bretelle.
Infatti non mi ero sbagliato. Tuttavia, dalle prime indagini risultò che la cintura era uscita dalla fibbia, e che tutti i bottoni delle bretelle erano saltati via contemporaneamente. Vennero sguinzagliati dei volonterosi che gli trovassero una cintura adatta.
Io tornai a gironzolare nell'atrio e mi diressi di nuovo al bar per farmi riempire il bicchiere.
Quando ne riemersi, scorsi in un angolo quella stessa brunetta in abito da sera blu che avevo già adocchiato prima dello spettacolo. Stava chiacchierando con Larry Bagsby. Poi, all'improvviso, lanciò un urlo, si coprì il seno con una mano e con l'altra mollò a Larry un gran ceffone, proprio sull'orecchio. Ma era ingiusta. Potevo testimoniare che lui non aveva nessuna colpa, si era limitato soltanto a guardare. Le spalline dell'abito da sera, messe in tensione dal seno piuttosto prosperoso della ragazza, erano semplicemente saltate. Proprio come le bretelle di Akimisov.
Sempre più curioso. Il rumore attorno a me aumentava di ritmo e di volume, proprio come succede nei film western all'interno del saloon, appena prima che qualcuno rovesci il primo tavolo. Alla mia destra si udì un tonfo, seguito subito da uno strillo; un altro dei presenti doveva essere finito a terra. Avvertii un rumore di bicchieri infranti, un altro piccolo coro di strilli e poi un altro tonfo. Continuò così per un po'. La gente incominciava ad agitarsi e a chiedersi che cosa stesse succedendo.
Me lo chiedevo anch'io, così mi misi a cercare Ray Alvarez. Si può sempre contare su di lui per trovare una buona risposta, o per inventare una spiegazione plausibile.
Tom Q. Jones mi passò ancora una volta di fianco, facendo lampeggiare la sua macchina fotografica di reporter degli anni cinquanta. Solo quando la folla lo inghiottì di nuovo mi resi conto che non cambiava mai la lampadina del flash tra uno scatto e l'altro.
Qualche anno prima c'era stata la storia del mastice "simpatico", poi era venuto il turno del purgante e quest'anno toccava alle lampadine per flash eterne, usate su una macchina senza pellicola.
Ned Burgeon mi oltrepassò di gran carriera. La smorfia che aveva dipinta sul viso gli avvicinava pericolosamente le basette al mozzicone di sigaretta, acceso, che gli pendeva dalle labbra. Ned si portava dietro la custodia della chitarra come se quell'aggeggio potesse salvarlo da un naufragio. Duchamp, invece, era in un angolo in disparte. Chiacchierava con un tizio che non conoscevo e agitava la sua pipa con enfasi.
Non è sempre così, ma a volte ho la netta sensazione che gli scrittori di fantascienza siano tutti o troppo alti o troppo bassi. Scorsi H. Drene Pfeiffer, che sembrava sui trampoli, Ray Bolgerish, con un'incredibile giacca a quadri nello stesso tessuto usato per le coperte dei cavalli, e infine Will Kubatius seguito dal massiccio Don W. Gamble junior. Abbassai lo sguardo. Schiacciati come sandwich tra i giganti dovevano esserci almeno una mezza dozzina di persone che avrei rivisto volentieri. Se non proprio Alvarez, almeno Bill Plass o suo fratello Horty, Jerry Thaw, Bagsby, Preachert Flatt con quella sua aria da scimmietta finta…
Niente da fare. Già ai bassi livelli non c'era nessuno, a parte un ragazzino di circa dieci anni entrato per sbaglio e l'ammiratore con il dono dell'ubiquità, Harry Vattelapesca, quello con gli occhiali e tutti quei capelli. Virai di bordo e cercai di aprirmi la strada in un'altra direzione.
Ci fu un nuovo rumore di vetri infranti, più forte questa volta, cui seguì un altissimo coro di strilli. Tra le voci di donna captai anche un paio di esclamazioni maschili, forti e irritate.
La folla cominciava ad assottigliarsi e molti degli intervenuti, in gruppetti sparsi, si dirigevano con noncuranza verso il guardaroba. Una bionda graziosa si fece largo tra la gente con espressione preoccupata. Non mi ci volle molto per capirne il motivo. La gonna del suo abito da sera si alzò di colpo, fluttuando nell'aria e lasciandone le gambe scoperte. La ragazza strillò, tentò di trattenere giù il vestito con entrambe le mani e poi si allontanò in fretta avviandosi all'uscita. Un attimo più tardi capitò la stessa cosa a una ragazza alta alla mia sinistra.
Era troppo. Alzai gli occhi per caso e mi accorsi che il grande lampadario appeso nel centro del salone incominciava a oscillare dolcemente e a tintinnare, aumentando via via di velocità. Mi spostai anch'io più rapidamente, domandando a tutti quelli che conoscevo se avevano visto Ray.
A un certo punto mi sentii chiamare e mi girai. Era lui. Stava in piedi sul pianoforte a coda e dominava tutta la sala, come avrebbe fatto il grande generale Cortez. Mi arrampicai al suo fianco. Duchamp, una volta, aveva descritto Alvarez come un ometto basso e grinzoso, con un'aria di assonnata tranquillità. Ebbene, si sbagliava. Ray è nervosissimo e insonne quasi come un puma affamato.
- Ciao - disse, guardandomi di traverso.
- Ciao. Cosa pensi che sia?
- Magari una discontinuità locale nel plenum quadridimensionale che stiamo attraversando - rispose, parlando in tono rapido e deciso. - Oppure un caso di poltergeist. Sai che è perfettamente possibile. - Mi guardò, sfidandomi a negarlo.
- Credi?
- Potrebbe essere.
- Accidenti, penso che tu abbia ragione - replicai. L'unico modo di tener buono Alvarez quando dice delle fesserie è quello di dargli ragione. Altrimenti è capace di discutere fino al giorno del giudizio universale soltanto per provare che è in grado di farlo.
- Mmmm - grugnì, adottando un'espressione pensierosa e aguzzando lo sguardo. - No, non credo.
- No?
- No - ribadì lui, convinto. - Hai fatto caso a come questa cosa sembra muoversi nella stanza? - Mi indicò una rissa che era appena scoppiata a pochi metri da noi e poi una ragazza che strillava tenendosi il vestito in prossimità del bar. - C'è una specie di ritmo irregolare in tutto questo - commentò, illustrandomi ciò che pensava con ampi gesti della mano. - Succede una cosa, poi un'altra… Ecco, ora si avvicina di più…
Una grassona, amica di chissà quale socio, indietreggiò insieme al marito e venne ad appoggiarsi, tremante, al bordo del pianoforte, proprio sotto di noi.
Sentivo le dita molto strane. O forse, era il Tom Collins nel bicchiere, che stava diventando sempre più caldo. Bollente, diavolo! Cacciai un urlo, lo lasciai cadere e mi succhiai le dita. Il bicchiere andò a rovesciarsi proprio sul cappellino fiorato della grassona, facendole la doccia. La donna squittì, girò su se stessa, scivolò sul pavimento bagnato e cadde tra la braccia di un pelosissimo agente letterario. Il marito fece due passi per andare a reclamarla e tornò subito indietro con un occhio nero. Salì sullo sgabello del piano ma gli si scucirono i pantaloni sul di dietro, così scese di nuovo a terra mascherandosi lo strappo con le mani.
- Ora si sposta nel mezzo - annunciò Ray, imperturbabile. - Potrebbe anche essere un poltergeist, dopotutto. Non me la sento di escluderlo. Però ho anche il sospetto che si tratti di qualcos'altro.
Io ero scettico. Intanto era appena entrato un tizio che aveva tutta l'aria di essere il direttore dell'albergo. Si guardava intorno e sembrava furioso. Gli si avvicinò Punchy Carrol, sfoderando tutte le sue arti femminili nel tentativo di calmarlo. Lui, dopo meno di un secondo, accettò di starla a sentire. Conosco Punchy fin da quando era una ragazzotta ingenua appena giunta da Filadelfia, e ho imparato a non sottovalutarla. Ero assolutamente certo che il direttore si sarebbe lasciato convincere a non chiamare la polizia. Almeno per il momento.
Guardai sul pavimento per caso. Poi osservai meglio. In mezzo al liquido rovesciato erano ben visibili dei pezzettini di ghiaccio. Naturalmente potevano essere dei frammenti dei cubetti che si trovavano nel Tom Collins ma… Vidi addirittura dei ghiaccioli sui pezzi di vetro.
Bollente in fondo e ghiacciato in alto!
- Ray - dissi. - Mi sta venendo in mente qualcosa… Il diavoletto di Maxwell, accidenti! - Gli indicai i pezzetti di vetro ghiacciati. - Potrebbe essere… No, mi sbaglio. Non può spiegare tutto ciò che sta succedendo.
Lui capì ogni cosa alla prima occhiata. - Ma certo! - Fece schioccare le dita e poi mi puntò addosso i suoi occhi da gatto. - Maxwell aveva ipotizzato la teoria della pompa di calore perfetta. E avrebbe funzionato di sicuro; bastava trovare quel famoso demone, come lo chiamava lui, capace di spedire tutte le molecole calde da una parte e tutte quelle fredde dall'altra. Quell'aggeggio doveva essere di dimensioni microscopiche.
- Lo so - lo interruppi io. - Ma…
- D'accordo. Te lo stavo solo spiegando.
Erano particolari che conoscevo già. In pratica, c'era qualcuno in sala che aveva il potere di cambiare i livelli di probabilità. Voglio dire, tutte le molecole di aria sotto la gonna di una signora potevano improvvisamente decidere di spostarsi in blocco nella medesima direzione. Oppure, tutte le molecole di un angolo di pavimento potevano perdere il loro attrito superficiale. Era solo improbabile. Ma se si riusciva a renderlo probabile, allora non c'erano più limiti. Si poteva obbligare un onestissimo dado a dare migliaia di sei tutti di seguito. Si poteva far funzionare un'auto senza motore, ordinare la pioggia o il bel tempo, ridurre l'indice dei delitti a zero, fare in modo che il solito demagogo non venisse rieletto…
Be', volevo assolutamente scoprire se tutto questo rispondeva a verità. Ma non era semplice, soprattutto perché ero rimasto fuori dal giro per parecchio tempo. Ray, invece, conosceva tutto e tutti.
- Distanziatevi! - tuonò una voce baritonale. Era Samwitz, in piedi su una panca, all'altro lato della sala. Kosmo Samwitz, detto Usignolo Ardente, era un ragazzo simpatico, faceva parte del direttivo e, in genere si dava molto da fare. In ogni caso, nemmeno l'ampio salone di quell'albergo era in grado di contenere la sua voce.
- Dovete distanziarvi - continuò a insistere. - State lontani l'uno dall'altro. Forse così riusciremo a evitare le risse.
La gente gli obbedì. In fondo, i suoi ordini erano sensati, e poi nessuno sarebbe riuscito a sopportare che lui continuasse a strillare in quel modo ancora per molto.
- Così va bene. Ecco, così - approvò lui. - Adesso dichiaro aperta la riunione. Chiunque voglia esporci qualche ipotesi sulla natura di questi fenomeni…
Mi parve che Ray volesse scendere dal pianoforte per partecipare alla riunione. Lui adora le procedure parlamentari più della vita stessa.
Decisi di prevenirlo. - Scendiamo con gli altri, Ray. Dubito che da quassù si possa capire qualcosa.
Ray si irrigidì. - Vai tu, se ci tieni - replicò in tono tranquillo. - Io rimango qui dove posso tenere le cose sotto controllo.
Il lampadario descriveva ora ampi cerchi maestosi, suscitando commenti preoccupati e una gran confusione. Tuttavia, la riunione proseguiva. In particolare si stava discutendo se confermare la presidenza di Samwitz per acclamazione, oppure eleggere un presidente nel solito modo. Secondo me, la discussione sarebbe durata per almeno un'altra mezz'ora.
- Ray - dissi - se ti faccio una domanda, prometti di dirmi la verità?
- Dipende. - Sogghignò.
- Sei tu che manovri tutto quanto?
Lui gettò indietro la testa e rise. - No, che diamine! Non sono io! - Mi guardò con aria furba, ghignando ancora. - È per questo che sei venuto a cercarmi?
Lo ammisi umilmente. - Era solo un'idea stupida - dichiarai. - Ma nessuno di quelli che conosciamo sarebbe in grado di fare una cosa simile.
- Non so… - socchiuse gli occhi, pensieroso.
- Oh! Andiamo, Ray!
Parve offeso. - Perché no? Abbiamo dei cervelloni qui al Medusa, lo sai. C'è Gamble, laureato in fisica nucleare. E poi Don Bierce, Duchamp…
- Sì, lo so - dissi. - Ma dove avrebbero potuto imparare una cosa simile, secondo te?
- Potrebbero averla scoperta - rispose lui, con convinzione.
- Vuoi dire come Balmer e Phog Relapse che facevano gli esperimenti di Michelson in cantina e poi hanno scoperto che esiste un impulso di corrente di etere, solo che è rivolto verso il basso?
Ray andò in collera. - No, per la miseria! Non…
- O come Lobbard che ha inventato la Scatiologia?
- Pfui! No! Come Watt, Edison, Galileo - enumerò contandoli sulle dita con enfasi. - Goodyear, Morse, Whitney…
Intanto, in sala, l'assemblea aveva impiegato meno di cinque minuti per confermare Samwitz presidente. Forse era merito del lampadario. Dovrebbero metterne uno in tutte le camere parlamentari.
Il presidente diede la parola a Punchy che, con voce soave, riferì all'assemblea il primo punto all'ordine del giorno. Si accettavano ipotesi sui fenomeni in corso.
Il primo a farsi avanti fu Werner Kley. Fece un discorso magnifico, infarcito di brontolìi teutonici, ma il succo era che lui, di tutta la faccenda, non ne sapeva molto di più di un coniglio. In ogni caso, suggerì di scattare delle fotografie.
Da più parti si levò il nome di Tom Q. Jones e, finalmente, lui si fece avanti, con la macchina fotografica in mano e il solito ritornello sulle labbra. - Non c'è pellicola dentro!
Qualcuno fu spedito a cercare una pellicola. Qualcun altro trotterellò fuori per telefonare a reporter e cameramen, e altri tre o quattro, con l'aria di chi ha importanti affari da sbrigare, si diressero alla toilette degli uomini.
Ray tentava contemporaneamente di attirare l'attenzione di Samwitz e di spiegare a me, in staccato a parte, quante grandi invenzioni della nostra epoca fossero dovute agli sforzi di dilettanti, capaci magari di fare esperimenti in solaio.
- Ma guardati intorno! - gli risposi. - Vedi nessuno con qualche aggeggio speciale? Dove lo nascondono? E come possono manovrarlo? - Era questo che non mi convinceva.
Ray sbuffò. - Possono tenerlo nascosto in un posto qualsiasi. Nella chitarra di Burgeon, nella ventiquattr'ore di Gamble… Signor presidente!
In quel momento stava parlando Duchamp, ma avevo la netta sensazione che, dopo di lui, Samwitz avrebbe dato la parola a Ray. Mi chinai verso di lui.
- Ray, ascolta. Se qualcuno avesse scoperto una cosa come questa… non la terrebbe per sé, vero?
- Perché no? Tu non lo faresti, almeno per un po'? - Mi regalò una delle sue smorfie indecifrabili. - Io avrei parecchie cosette da fare, se possedessi un simile potere.
Anch'io questo era il punto. - Già - osservai, con un sospiro. - Speravo che saremmo riusciti a individuarlo prima di tutti gli altri, ma è solo un'illusione.
Ray mi guardò di traverso. - Non dovrebbe essere così difficile - commentò, strascicando le parole.
- Sai chi è?
Fece un'altra smorfia e mi guardò per vedere come reagivo. - Ho solo qualche idea - disse infine.
- Su chi?
Domanda sbagliata. Scrollò la testa con espressione tipo sarebbe troppo facile.
In sala, intanto, qualcuno cadde con un tonfo. Poco dopo, un altro seguì la stessa sorte.
- Sedetevi sul pavimento! - urlò Ray. Tutti gli obbedirono, accovacciandosi cautamente come vecchie signore a un picnic. La riunione guadagnò ancora in velocità.
Mi sedetti anch'io, sul bordo del pianoforte con le gambe a penzoloni. Ray, invece, rimase in piedi sfidando tutti gli elementi.
- Ho capito - affermai, guardando in altro verso di lui. - Sai chi è ma non vuoi dirmelo. - Scrollai le spalle. - Del resto, perché dovresti?
- Va bene - borbottò lui, in tono condiscendente. - Vediamo di arrivarci insieme. Dov'eri tu, quando è cominciato?
- Al bar.
- Chi altro c'era? Cerca di ricordare esattamente.
Ci pensai. - Art Greymbergen. Fred Balester. C'era anche Gamble…
- D'accordo. Quindi lui è eliminato, e anche tu per inciso, dal momento che è iniziato da questa parte. Quadra, fin qui?
- Certo.
- Mmmm… È successo qualcosa ad Akimisov.
- E anche a Plass - gli suggerii. - Quella stupida gaffe.
Ray fece un gesto come per dire che Plass non c'entrava per niente. Sembrava perplesso. Giù in basso il dibattito continuava. Punchy Carrol e Leigh MacKean sostenevano a spada tratta la teoria della psicocinesi, ma erano apertamente contestate dal piccolo e gufesco Burncloth.
- Sono in troppi! - esclamai, scoraggiato. - Non riusciremo mai a…
- Ti dico che è semplicissimo! - tagliò corto Ray. Si rimise a contare sulle dita. - Burgeon, Kely, Duchamp, Bierce, Burncloth, MacKean, Jibless e Jones. Sono otto.
- E se fosse uno dei visitatori? - obiettai.
Lui scrollò il capo. - Ne dubito molto. Deve proprio essere tra questi otto. Io mi prendo Key, Bierce, Jibless e MacKean; tu tieni d'occhio gli altri quattro. Sono sicuro che prima o poi faranno un palso falso.
Incominciai a tenerli d'occhio, senza mollarli un solo istante.
Intanto, giù in sala, alcuni si alzarono e incominciarono a prendersi per il bavero. Un'ondata di malumori, pensai. Oppure di bollenti spiriti. A un certo punto Tom Q. Jones fece un salto, gridò, e ripiombò di nuovo a sedere, con espressione sbigottita.
- Visto niente? - mi chiese Ray.
Io scossi la testa. Dov'era finito, mi domandai, il buon vecchio cameratismo fantascientifico? Se ci fossi stato io al posto del fortunato avrei distribuito a tutti, o almeno ad alcuni, impieghi, immobili, cose varie. Magari loro non mi avrebbero dimostrato nemmeno un briciolo di riconoscenza. Vecchi mangiapane a tradimento…
Dopo una lunga pausa di tranquillità, l'agitazione crebbe di colpo. Percepii un aumento di tensione. Chiunque stesse manovrando il gioco stava stancandosi delle piccole cose.
Dalla custodia della chitarra di Burgeon scaturì un rumore stridulo e insopportabile; sembrava un enorme banjo con la raucedine. Ned sobbalzò, lasciò cadere il mozzicone di sigaretta, aprì la custodia e probabilmente fermò le corde con la mano. Il rumore cessò. L'episodio, mi dissi, poteva essere sufficiente a scagionarlo.
Cercai di guardare la faccenda da un altro punto di vista. Che tipo poteva essere l'individuo che sprecava un potere come quello in ragazzate, e per di più alla festa di Natale del Medusa? Non certo una persona come Jibless, pensai scartandolo immediatamente. Lui ha sempre detestato i buffoni. Nemmeno Bierce era tipo da perdere il suo tempo in quel modo, ma non si poteva mai dire. A volte sono proprio le menti più semplici che inventano storie complicatissime. Duchamp era troppo serio. Ma ne ero proprio sicuro? MacKean era un enigma. Gamble? Forse. Burgeon? Jones? Potevano essere anche loro, pensai, ma non ne ero convinto.
Osservai di nuovo Ray e lo scartai mentalmente per la terza o quarta volta. Ray Alvarez era un uomo d'onore, anche se seguiva delle regole tutte sue; avrebbe potuto prendermi in giro e divertirsi alle mie spalle, ma non mi avrebbe mai mentito in modo così spudorato.
Avevo la sensazione che la risposta fosse proprio lì, sotto il mio naso. Solo che non riuscivo a individuarla.
L'assemblea, intanto, era finalmente giunta alla conclusione che qualcuno in sala fosse responsabile di tutte quelle assurdità. Il che dimostra l'inefficienza delle commissioni.
Un'idea pazzesca mi balenò nella mente all'improvviso. Afferrai Ray per la manica. - Ray, mi sono appena ricordato del tempo! L'aria asciutta, il sole e tutto il resto. Supponiamo che sia un fenomeno locale.
Sgranò gli occhi e annuì, con un certa riluttanza. Poi si irrigidì e schioccò le dita per chiamare un tizio acquattato proprio sotto di noi. Era l'ammiratore onnipresente, quel certo Harry Vattelapesca. Io non sapevo nemmeno che fosse lì. Del resto era compito di Alvarez tenere tutto sotto controllo.
Il ragazzo si avvicinò e Ray gli mise in mano qualche moneta. - Ecco qualche spiccio, Harry. Corri fuori e chiama il Servizio di Informazioni Metereologiche. Fatti dire se questo improvviso bel tempo è un fenomeno locale, e anche quali zone sono interessate. Hai capito?
Harry annuì e se ne andò in fretta. Un paio di minuti dopo era già di ritorno. - Ho telefonato - annunciò. - Dicono che si tratta di un fenomeno locale. Riguarda solo Manhattan e Queens.
Sentii un rumore secco. Poi, prima di accorgermene, scivolai dal bordo del piano dov'ero rimasto seduto fino ad allora e franai rovinosamente sui tasti. Non ci feci nemmeno caso e mi aggrappai in modo convulso ai pantaloni di Alvarez.
- Ray, chiunque sia, non è detto che debba manovrare tutto da questa stanza - osservai, cercando di rimettermi in piedi. - Gamble, per esempio, non vive fuori città?
Dalle finestre aperte sul cortile provennero grida di allarme. La stanza fu improvvisamente invasa da una marea di gatti. Fulvi, neri, striati, soriani bianchi con i nastrini al collo, siamesi lunatici…
Subito dopo arrivarono i cani. Un'ondata indistinguibile di dorsi balzellanti, orecchie che sventolavano e fauci spalancate. In meno di un secondo la stanza si trasformò in una scena degna dell'inferno dantesco.
Vidi di sfuggita un terrier che rincorreva due gatti, i quali cercavano di salvarsi scalando la schiena di Samwitz; Duchamp, con la pipa ancora in bocca, era bocconi sul pavimento, semisommerso da una marea in bianco e nero. Poco più in là, Tom Q. Jones tentava inutilmente di rialzarsi e crollava di schianto sulla povera Leigh MacKean che gli si era aggrappata.
Ray mi tirò la manica e indicò qualcuno sul lato opposto della sala. Gamble, in piedi contro la parete, stava ritto come un vichingo sulla tolda della nave e roteava la massiccia borsa da avvocato colpendo al volo cani e gatti senza distinzione. Due signore erano strisciate ai suoi piedi in cerca di protezione e lui sembrava divertirsi un mondo.
Poi la borsa esplose, proprio come succede nei film. Volò in alto e sparpagliò attorno un turbine di fogli manoscritti, camicie, calzini e chissà cos'altro.
La marea pelosa si diresse alla parete dove si aprivano le finestre e venne risucchiata fuori, tra miagolii e ululati. In sala, nel silenzio attonito che rimase, si udì qualcuno ridere piano. Non riuscii a localizzarlo e, a quanto pare, non ci riuscì nemmeno Ray. Intanto, i nasi graffiati non si contavano.
Samwitz non aveva lasciato la sua poltrona di presidente, la folla si era assottigliata parecchio ma gli otto personaggi sospetti, grazie al cielo, erano ancora tutti lì. Leigh MacKean, piuttosto rintronata, stava seduta sulle ginocchia di uno sconosciuto, Werner Kley si tastava il naso insanguinato e Tom Q. Jones, con la macchina fotografica appesa al collo e l'espressione circospetta, camminava carponi verso l'uscita.
Raggiunse la porta di ingresso e si eclissò. Un istante più tardi, dal corridoio giunse un coro di urla femminili, subito seguito dal fragore assordante di un gong.
Ray e io ci guardammo, fulminati da un'improvvisa ispirazione.
- Tom abita a Queens! - esclamò lui.
Scesi inciampando dal palco, ma Ray fu più veloce. Prese la rincorsa e si fece largo tra la folla a forza di gomitate. Quando io raggiunsi la porta, lui non si vedeva già più.
Il corridoio era ostruito da un branco di ciccione, impolverate dalla testa ai piedi. Una di loro stava ancora strillando. Faticai a oltrepassarle e andai a inciampare contro uno di quei cilindri pieni di sabbia e di mozziconi di sigaretta, rovesciato per terra, come tutti gli altri.
Piombai in strada giusto in tempo per vedere Ray che chiudeva la portiera di un taxi.
Non ebbi nemmeno il fiato di gridare. Vidi la sua faccia allegra accanto a quella di Tom Q. Jones e poi capii che stavano lottando per il possesso della macchina fotografica. Prima che potessi vedere altro, il taxi si dileguò nel traffico e io rimasi fermo sul marciapiede come un idiota a fissare i fari di posizione allontanarsi e poi scomparire.
Poco dopo, camminando senza meta nell'aria gelida che precedeva l'alba, mi resi conto che non ero solo. Qualcuno seguiva il mio passo con la massima discrezione, senza fiatare. Sbirciai e riconobbi Harry Vattelapesca.
Lui capì che lo avevo notato. - Che razza di festa! - osservò.
Gli risposi con un grugnito.
- Era proprio comico, quello che è successo in corridoio.
- Non ho visto.
- Quel tale è piombato sul gruppo di ciccione alla velocità della luce. Camminava a quattro zampe e loro lo avranno scambiato per un cane impazzito, immagino.
Proseguii per un altro paio di metri, poi mi fermai e lo guardai bene. - Tutto qui? Non ha fatto altro? - ringhiai.
- No.
- Ma figuriamoci! - esclamai, con esasperazione crescente. Mi sforzai di calmarmi. - Devi aver visto male - gli feci notare. - Tom ha prodotto quel rumore di gong e poi…
- Ah, sì? È stato lui? - si stupì Harry. Sollevò una mano e si aggiustò nervosamente la stanghetta degli occhiali.
Avvertii un piccolo strappo sul davanti della camicia. Guardai giù e vidi la cravatta scivolare via. Istintivamente cercai di afferrarla, ma quella si scansò, librandosi per aria e oscillando come un cobra. Poi, dopo un ultimo guizzo, cadde sul marciapiede.
Harry mi mostrò la mano aperta. C'era un filo che saliva su per la manica, con un morsetto alla fine. Fu allora che notai due minuscoli anelli di metallo, fissati dietro la montatura delle sue lenti.
Il ragazzo tirò fuori di tasca anche l'altra mano. Stringeva fra le dita un minuscolo congegno con i fili aggrovigliati, un certo numero di pile, una coppia di tubi e tre manopole di sintonia.
Rimasi completamente senza fiato. Come avevo fatto a dimenticarmi degli ammiratori. Magari sedicenni, con l'acne, la forfora e le unghie nere. E con tutto il loro meraviglioso, terribile entusiasmo. Erano capaci di sgobbare come negri su esperimenti missilistici nel giardino di casa, costruivano congegni pazzeschi che il più delle volte non funzionavano e pubblicavano cattiva narrativa e poesia anche peggiore su riviste fotocopiate… Che idiota ero stato!
- Non volevo dirlo a nessuno - affermò lui. - Ma se mi avessero guardato, almeno una volta, se ne sarebbero accorti subito…. - Sembrava sconsolato. Sbatté le palpebre e ricominciò a parlare, in tono umile. - Questa invenzione mi spaventa. Che cosa dovrei farne, secondo voi?
Mi si contrassero le dita. - Be'… - Fui costretto a schiarirmi la gola. - Bisognerebbe pensarci bene, Harry. Se vuoi, posso…
Indietreggiò con noncuranza non appena mossi un passo verso di lui. - Ci ho già pensato - mi confidò. - A dire la verità, non ho fatto altro. Non dormo da due giorni, e prima avevo lavorato anche venti ore di seguito per metterlo a punto. Ho preso persino delle compresse di caffeina. Scusate, vi ho interrotto. Che cosa fareste voi, se foste nei miei panni? - Aveva l'aria di rammaricarsi perché non era così.
Deglutii. - Ci andrei piano - risposi. - Si possono combinare un sacco di guai con…
Mi interruppe, con un improvviso lampo diabolico negli occhi.
- L'uomo che possiede un aggeggio simile può diventare parecchio importante, vero? - Sogghignò. - Vi piacerebbe vedere la mia faccia su tutti i francobolli?
Rabbrividii, mio malgrado. - Be'…
- Non preoccupatevi! - rise lui. - Ho cose più importanti da fare, prima.
- Harry… - Quasi mi inchinai. - Se posso avere detto qualcosa…
- Non avete detto proprio niente. - Mi lanciò un'occhiata che mi auguro di non ricevere mai più in vita mia. - Colpo grosso! - esclamò infine.
Cercai di afferrarlo ma lui fu più veloce. Balzò indietro, ricacciandosi in tasca il congegno con una mano e annaspando verso gli occhiali con l'altra. Vidi chiaramente i suoi piedi staccarsi dall'asfalto sul marciapiede. Stava sospeso a mezz'aria come un miraggio, galleggiando all'indietro verso l'alto appena un po' più veloce di quanto potevo correre io.
La sua voce arrivò dall'alto, chiara e sottile. - Vi manderò una cartolina da…
Persi l'ultima parte. Ad ogni modo non poteva essere ciò che mi era sembrato.
Proprio un mese più tardi, ci fu il rapporto di Palomar a proposito di strane luci apparse sul contorno scuro di Marte. Ogni lettore di fantascienza, immagino, ebbe lo stesso pensiero: le orme fresche di uno sconosciuto vagabondo stellare sulla polvere antica, le sue mani su comandi interspaziali non ancora familiari per l'uomo.
Nessuno immaginò, come me, la montatura di corno di un certo paio di occhiali e le lenti scintillanti nella notte marziana…
Andai in auto fino a Milford per guardare nel telescopio che Ham Jibless si era costruito in casa. Non riuscii a scorgere le luci, naturalmente, ma potei vedere quel dannato pianeta che splendeva laggiù, rosso e odioso, lontano sessanta milioni di chilometri, con il suo eterno ghigno stampato sulla faccia. Ah, ah! Non riuscirete a prendermi!
Mi è giunta voce che da allora le riunioni del Medusa, per chissà quale ragione, sono state sempre meno frequentate. I maligni parlano di un improvviso attacco di diffidenza collettiva tra i soci.
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