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Stories / Poems

Stories by daniel keyes

maro il pazzo

italian

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Come certa gente va a caccia di oggetti antichi o vecchi libri, setacciando magazzini di roba usata, negozi di rigattiere o sale d'aste che sanno di muffa, in cerca di articoli di valore inestimabile che altra gente ignara ha scartato, così, nello stesso modo, io scovo bambini insoliti. Essendo un avvocato, posso accedere in ottimi territori di caccia: Il Rifugio dell'Infanzia di Warwick, Il Centro Paige per Adolescenti Affetti da Turbe Emotive, e naturalmente il Tribunale Minorile.
Certe scoperte le ho fatte, e sono stato pagato profumatamente per alcuni pezzi rari. Cinquantamila dollari per una delinquentella bionda di tredici anni che aveva passato sei mesi in un riformatorio della Georgia, e il mio onorario sarebbe potuto essere il doppio se avessi avuto voglia di tirare sul prezzo coi miei clienti. Era la prima telepate autentica che avessero mai trovato.
Poi, ci fu il caso di quel mongoloide di quattordici mesi con il naso e il mento schiacciato. Arrivai dalla ragazza madre in tempo per impedirle di soffocarlo. I test, a cura dei miei clienti, dimostravano senza ombra di dubbio che il bambino era sicuramente un para - genio… un elemento che a loro interessava moltissimo. Intascai ventimila dollari, dopo averne dati cinquemila alla madre perché firmasse i documenti per l'adozione.
Ma il soggetto più strano al quale diedi la caccia, un negro diciottenne, alto, con un'espressione selvaggia nei suoi occhi mobilissimi, cambiò la mia vita. Si chiamava Maro il Matto, e mi avevano offerto mezzo milione pulito se fossi riuscito a convincerlo a firmare e ad accettare di lasciarsi trasportare nel futuro.
La prima volta che vidi Maro, c'erano tre ragazzi che lo inseguivano. Era troppo veloce per loro, e quando uno dei ragazzi lo mise con le spalle al muro Maro si voltò e con la grazia di una gazzella gli sfuggì portandosi fuori tiro.
- Maro il Matto! - lo schernì un ragazzo.
Gli altri fecero eco, intonando la stessa cantilena. - Maro il Matto! Maro il Matto!…
Lui era fermo sull'angolo a una cinquantina di metri, con le mani sui fianchi, era sudato e ansimava. Con quella posa li sfidava a farsi sotto, ma il terzetto aveva rinunciato alla caccia.
Vide che lo osservavo, o, come mi avevano informato, mi fiutò o mi sentì o mi percepì… o tutte queste cose insieme. Avvertì con tutti i suoi sensi che io ero lì. Mi avevano detto che poteva fiutare i colori al di là dello spettro visibile con la stessa facilità con cui poteva captare i colori del vestito estivo di una ragazza… e poteva vedere il suono di onde radio ad alta frequenza con la stessa acutezza con cui vedeva il latrato di un cane… ed era in grado di sentire l'odore del carbonio radioattivo con la stessa chiarezza con cui sentiva il whisky nell'alito di un barbone.
Anche se il dossier del Tribunale Minorile dimostrava che era finito in aula tre volte dall'età di nove anni per furtarelli e atti di violenza, c'era bisogno di lui nell'anno 2752, per un lavoro che nessun essere umano nato prima o dopo quella data era in grado di svolgere. Proprio per questo mi avevano incaricato di rintracciarlo. Vagavo in quella zona tra St.Nicholas e l'Ottava Avenue, chiamata comunemente dai suoi abitanti la fossa, da oltre un mese senza tanti dati sui quali basarmi, ma in quel momento ebbi la certezza che era lui il tipo che volevano.
Sbarazzatosi dèi suoi tormentatori, Maro attraversò indolente la strada verso di me, le mani sprofondate nelle tasche della salopette stinta e piena di toppe. Mi squadrò per bene e inclinò la testa di lato, come un uccellino o un cane che avesse udito degli ultrasuoni.
- Sei a posto amico?
- Be', sì - risposi. - Ci sto abbastanza bene qui.
Lui schioccò le dita. - Non rompere, amico. Non sei una testa quadra. Mi capisci benissimo. Sei uno a posto, sveglio, svelto. Liscio e ruvido come un pezzo di carta vetrata usata. - Ammiccò, socchiuse un occhio e mi fissò serio, come attraverso una lente da gioielliere. - Dammi un dollaro.
- Perché?
- Perché sono uno che pesta. Se sganci, te ne vai tutto intero. Se no… - Maro scrollò le spalle per indicare l'ineluttabilità del mio destino se non avessi pagato.
- Perché ti chiamano Maro il Matto?
Lui fissò il marciapiede, sbattendo le palpebre. - Perché lo sono. Logico no? Ehi, amico, sai di verde e di carta… sai di soldi insomma. Ti costerà due dollari, adesso.
- Perché dovrei darti dei soldi che non ti sei guadagnato?
Quando drizzò la testa, si vedeva solo il bianco dei suoi occhi, in contrasto col nero delle palpebre. Cominciò a dondolarsi avanti e indietro seguendo un ritmo silenzioso, schioccando le dita e battendo le mani quasi ascoltasse chissà quale cadenza interiore. Poi si scosse e corrugò la fronte.
- Sei uno sbirro?
- No. Sono un avvocato. - Pescai un bigliettino da visita nel taschino del panciotto e glielo porsi. - Come vedi, c'è scritto…
- So leggere - ringhiò. Studiò il biglietto e lesse le parole lentamente. - Eugene H. Denis… procuratore legale… - Mi studiò, quindi infilò in tasca il cartoncino. - Dice che sei un avvocato. Be', cosa vuoi da me?
- Ecco… se tu venissi nel mio studio, potremmo parlarne in privato.
- Possiamo parlarne qui.
Era un tipo suscettibile. Dovevo essere prudente. - Be', se preferisci così… I miei clienti hanno sentito parlare di te. Sono al corrente delle tue … ehm… doti particolari, e mi hanno autorizzato a contattarti riguardo un incarico importante. L'unica cosa che non posso divulgare, cioè che non posso dirti, sono i dettagli. A meno che tu non accetti di partire. Te ne andresti via per sempre da questa zona, e…
Mi stava osservando incuriosito, poi, prima che mi rendessi conto di cosa stesse accadendo, mi afferrò per un braccio. Cercai di liberarmi, - Che stai facendo? Cosa ti prende?
Rise, dandosi una manata sulla coscia. - Hai una fifa maledetta di me. Hai paura che voglia pestarti. - All'improvviso era apparsa una luce malvagia nei suoi occhi. - Be', lo farò proprio. Ti sbatterò i denti giù per la gola.
Chissà perché, ma capii che non scherzava. - Perché? - dissi, tentando di divincolarmi. - Non sto cercando di imbrogliarti. È una grossa occasione. Puoi fidarti di me…
Il suo pugno sinistro scattò prima che potessi schivarlo e mi centrò sulla bocca. Poi piegò il ginocchio e mi colpì all'inguine. Stramazzai in avanti, sul marciapiede. - Che… che ti succede? - balbettai col fiato mozzo. - Sei uscito di testa? Sono qui per aiutarti.
Rimase fermo in piedi, a guardarmi. Poi tossicchiò e fece una smorfia, come se sentisse il gusto del sangue che mi gocciolava dall'angolo della bocca.
- Che schifo - borbottò. - Mi fai venir vomito, smettila.
- Non picchiarmi - supplicai. - Ti sono amico. - Avevo paura dello sguardo furioso dei suoi occhi strabuzzati, eppure avevo anche paura di perderlo.
- Amico, un cavolo! - Mi mollò un calcio in un fianco. - La fiuto la paura che hai di me! Non ti fidi di me, non ti sono simpatico io. Che schifo. È come se mi passassero una lima sui denti.
- Non ho paura di te, Maro. - Cercai di soffocare la sofferenza. - Mi sei simpatico. Sono venuto a cercare proprio te. Hanno bisogno di te, e tu hai bisogno di loro…
Un altro calcio.
- Non mentire. Hai paura di me. Be', allora beccati anche…
Con la coda dell'occhio, forse, intravide un'uniforme blu, o la fiutò, o la sentì o la percepì coi polpastrelli delle sue lunghe dita. - Oh, merda! - sbottò. - Ancora sbirri.
Si drizzò, teso, come un cervo spaventato colto da un fascio di fari abbaglianti.
- Aspetta Maro! - gridai. - Non andartene. Non ti denuncerò.
Scappò.
Gli gridai: - C'è l'indirizzo sul biglietto. Vieni da me! Per te è importante!
Si girò un attimo mentre attraversava di corsa la strada. Vidi l'ampio sorriso candido dei suoi denti, un largo ghigno beffardo bianco in mezzo alla faccia nera. Adesso l'unica paura che avevo era che Maro non si facesse più vivo, pensando magari che stessi tendendogli una trappola. Ci avevo messo quasi due mesi a trovarlo, e in meno di mezz'ora lo avevo messo in fuga rovinando tutta l'operazione. Avevo commesso l'errore di avere paura di lui.
Nei tre giorni seguenti, mi tenni nei pressi del mio appartamento di Park Avenue. Non facevo che pensare a quella faccia scura lucida di sudore e a quel sorriso beffardo. Sarebbe venuto? E se fosse venuto, avrebbe accettato di trasferirsi nel futuro?
In passato gli altri elementi che avevo inviato erano stati soggetti che non creavano problemi. Non avevano fatto domande imbarazzanti, e per me non era stato necessario spiegare che io non potevo dire loro nulla riguardo il tempo, il posto, o il lavoro che li attendeva. Ma Maro, per quanto selvaggio e ribelle, era un ragazzo intelligente. Avrebbe accettato di barattare una vita e una società in cui era un ribelle e un disadattato per una vita e una società in cui sarebbe stato normale e disperatamente richiesto? Come diavolo potevo convincerlo a fidarsi di me, ad affidarmi la sua vita?
La terza notte, il battito alla finestra mi svegliò. La radiosveglia indicava le 3,45. Feci per prendere dal cassetto del comodino la mia.32 automatica, ma accantonai l'idea. Maro avrebbe fiutato il pericolo così come aveva fiutato la paura, e avrebbe reagito con violenza. Con lui non potevo fingere. Dovevo dimostrargli che mi fidavo di lui, o si sarebbe infuriato. Scesi dal letto e aprii la finestra prima di accendere la luce.
Maro si ritrasse, confondendosi per un attimo nel buio. Lo sentii che annusava.
- Entra, Maro. Non c'è nessun altro qui dentro. Ti aspettavo.
Si avvicinò adagio alla finestra, attento a tutto quanto c'era nella stanza dietro di me. Mi allontanai dalla finestra. Maro superò con un salto il davanzale e atterrò sul pavimento senza il minimo rumore.
Era la prima volta che lo guardavo da vicino, con calma. Era alto e muscoloso, coi capelli tagliati cortissimi. Aveva le unghie mangiucchiate fino a farle sanguinare, e sulle braccia si notavano lunghe cicatrici lucide. Fremeva eccitato, mentre aspettava che parlassi. Cominciai a lavorarmelo.
- Adesso ti capisco, Maro. Almeno so come sei e ti accetto per quello che sei. Per molte persone che non apprezzano le tue doti speciali, sei spaventoso. La gente detesta quello che non capisce, ed è appunto per questo che devi nasconderti e fingere di…
Maro rise e si lasciò cadere sulla mia poltrona.
- Sbaglio?
- Sbagli tanto che si sente la puzza. Forse, se tu fossi al mio posto, ti nasconderesti. Te lo fiuto dentro. Hai paura anche della tua maledetta ombra. Adesso stai annaspando per cercare le parole giuste, come un uomo che cerca di arrampicarsi fuori da una buca scivolosa. Amico, non l'hai ancora capito che io lo sento? Mi stai guardando, signor Denis, però non mi vedi. Stai recitando. E se c'è una cosa che mi dà il voltastomaco e mi fa arrabbiare al punto che potrei uccidere, è quando la gente non si fida di me.
La sua voce intensa e rabbiosa, mi aveva assorbito a tal punto che solo quando smise di parlare per fissarmi in malo modo mi resi conto in maniera traumatica che il suo atteggiamento e la sua parlata erano cambiati completamente. Non c'era più traccia del dialetto strascicato, del gergo da strada che aveva usato la prima volta che ci eravamo incontrati. Cominciò di nuovo a strabuzzare gli occhi, e vidi che stava serrando i pugni. Pensai alla pistola nel cassetto. Maro tremò e si sporse in avanti col corpo teso in sintonia col pericolo che c'era nell'aria. In quel preciso istante, mi resi conto che stavo affrontando la situazione in modo del tutto sbagliato. Decisi di fare il gioco più pericoloso… dire la verità.
- Calma - scattai. - D'accordo, hai ragione. Ho paura di te, e lo sai. È inutile che cerchi di imbrogliarti. Ho una pistola in quel cassetto, e per un attimo ho pensato che mi potesse servire per proteggermi.
Non appena ebbi pronunciato quelle parole, lui si rilassò. Piegò la testa all'indietro e torse il collo per massaggiare i muscoli. - Grazie - sospirò. - Non sapevo cosa fosse, o dove fosse, però sapevo che c'era qualcosa. Quando qualcuno mente con me o fa la commedia, mi ferisce, sento male dentro di me, in profondità. È una delle cose che il dottor Landmeer crede di poter curare. Dice che devo accettare le continue bugie e finzioni della gente… che quando mi sarò abituato sarò normale.
Il dossier del tribunale accennava al fatto che Maro avrebbe dovuto sottoporsi a visite psichiatriche, ma io non immaginavo che si stesse sottoponendo a una cura. - Questo dottor Landmeer… ci vai da parecchio tempo?
- Otto mesi. Il giudice mi ha mandato alla clinica psichiatrica, e loro mi hanno spedito dal dottor Landmeer. È falso come tutti gli altri. Anche se so che crede di aiutarmi, certe volte mi viene voglia di prenderlo per il collo perché la pianti. Mente, e finge di fidarsi di me, e crede che io non glielo veda, dentro. Mi costa mezzo dollaro la visita. Ehi, lo sai che certa gente gli dà quindici, venti dollari l'ora?
- Alcuni ne pretendono di più - riflettei ad alta voce. - Anche cinquanta o sessanta l'ora.
Maro mi fissò socchiudendo gli occhi. - Mai stato analizzato tu?
- No. Quand'ero piccolo, mio padre mi ha portato da cinque psicanalisti diversi. Alla fine ci ha rinunciato.
Rise e mi diede una manata, come se l'idea lo divertisse. - Il mio vecchio è l'esatto contrario. È un prete, e crede che sia più importante salvarmi l'anima. Comunque, ormai mi sono stufato. Il divano di Landmeer è fradicio delle chiacchiere di troppe persone, puzza. Ci vedo una sfumatura verde soldi ossessiva, e non riesco a concentrarmi bene. Comunque, Landmeer non sente niente di niente, quindi come può farmi diventare normale? Tu pensi che io sia pazzo, signor Denis?
- No.
Maro soffocò una risatina. - Sì lo pensi, invece. Mi stai rifilando delle stronzate.
- Ascolta - dissi, senza sforzarmi di nascondere che ero seccato. - Nel futuro hanno bisogno di te così come sei. Se questo tuo dottore ti cambia, a loro non servi più.
- Il futuro? - Maro spalancò gli occhi.
- Il succo dell'affare è questo. Non posso dirti molto… solo che c'è un'agenzia che opera dal futuro per trovare ragazzi particolari nati in un periodo in cui le loro doti non vengono capite. I ragazzi come te sono isolati, o presi in giro, o vengono addirittura distrutti nel loro ambiente di origine. In questo modo, invece, possono passare a una vita felice e utile, in un periodo che ha bisogno di loro.
Maro si lasciò sfuggire un fischio, lungo, sommesso e si abbandonò sulla poltrona.
- Cavolo! - esclamò. - Il dottor Landmeer vuole farmi diventare normale. Il mio vecchio vuole salvarmi l'anima. Delia vuole fare di me un vero uomo. E adesso tu capiti qui a dirmi che sono a posto così, ma che vivo nel periodo sbagliato.
Annuii. - Il senso del discorso è questo.
Si alzò e passeggiò avanti e indietro, annusando l'aria e palpandola con uno strofinio delle dita. - E tu? - chiese. - Non riesco a inquadrare la tua posizione.
Esitai un attimo, poi decisi di continuare con la verità. - Se riesco a convincerti ad accettare e a firmare un atto di rinuncia a ritornare qui, intasco mezzo milione di dollari.
Lui annusò ancora, e scosse la testa. - C'è qualcos'altro che ti sta a cuore. Non sono solo i soldi. Ti interessa dell'altro oltre ai soldi.
- Non c'è nient'altro - replicai deciso. Le sue narici fremevano di rabbia; era teso come una molla. - Nient'altro che io sappia Maro. Te lo giuro… se c'è dell'altro, non so proprio cosa possa essere.
Tornò a rilassarsi e sorrise, studiandomi attraverso le palpebre in continuo movimento. - Come ci sei finito in questo giro, signor Denis? Credevo che fossi un avvocato.
Nel tentativo urgente di farlo rilassare e di conquistarmi la sua fiducia gli raccontai senza peli sulla lingua di come avessi preferito diventare un penalista, una volta uscito dalla facoltà di giurisprudenza di Harvard, invece di unirmi a mio padre e a mio fratello ed entrare nello studio di Denis Denis, civilisti. Gli spiegai che per questa mia scelta i grossi studi legali del settore mi consideravano una specie di emarginato sociale, che per lo stesso motivo mio padre mi aveva diseredato, e che io, per la prima volta in vita mia, mi ero sentito libero, non dovendo più dipendere da lui.
- Si incontrano persone di ogni tipo quando si lavora nel ramo penale - dissi. - Probabilmente sei troppo giovane per ricordare quel caso finito in prima pagina sui giornali, circa sei anni fa… il caso di quel ragazzo su una sedia a rotelle, paralizzato dal collo in giù. Era accusato di una dozzina di furti in gioiellerie.
Maro si sporse in avanti. - Cosa? È assurdo.
- Be', non hanno mai scoperto come facesse, però lui era presente ogni volta che succedeva, e la polizia ha trovato la refurtiva nella sua stanza. Io ho assunto la sua difesa e l'ho fatto assolvere. Allora non sapevo che era davvero colpevole.
- Ma come…?
- È quello che nessun altro riusciva a capire. Ma la storia è finita sulla prima pagina dei giornali per una settimana. Qualche mese più tardi, quando la faccenda era ormai stata dimenticata, si sono messi in contatto con me dal futuro. Loro sapevano come avesse fatto, e lo volevano a tutti i costi. Quando gliene ho parlato a quattr'occhi, il ragazzo ha ammesso tutto. Certo, era paralizzato a partire dal collo fin dalla nascita, e aveva i muscoli completamente atrofizzati. Ma in lui c'era stata una compensazione. Era un telecinetico. Era sorprendente vedere come muoveva e manipolava le cose usando la mente.
- Ha accettato di andare?
- Be', all'inizio era un po' spaventato. Comprensibile. Anch'io ero sospettoso. Pensavo che quelli fossero magari dei maniaci o dei criminali con chissà quali intenzioni riguardo il ragazzo. Ma hanno mandato uno dei loro a incontrarmi. Era anche lui avvocato e mi ha dimostrato al di là di ogni dubbio che si trattava di un'operazione lecita. Quando il ragazzo ha scoperto che poteva davvero rendersi utile al mondo, non vedeva l'ora di partire. A quel punto, non avrei più potuto trattenerlo.
- Dopo quel primo contatto coi miei clienti, hanno continuato a farsi vivi di tanto in tanto, quando i loro ricercatori trovavano qualche indizio, qualche traccia di persone speciali da trasferire nel futuro. Io trovo quello che vogliono, ottengo dalla persona il consenso al trasferimento, e loro si occupano del resto. I soldi vengono sempre depositati sul mio conto. Ho concluso nove affari con loro negli ultimi cinque anni, e in pratica questo è tutto quello che so.
Maro mi aveva ascoltato curvo in avanti, senza staccarmi gli occhi dalla faccia. - E sono partiti tutti senza sapere dove andavano o come li avrebbero utilizzati?
Annuii. - Questi sono i patti. I miei clienti insistono molto su questo punto. Altrimenti, la cosa non è realizzabile legalmente. Devi fidarti di loro.
- E di te… Devo fidarmi di te. Di loro non so niente, a parte quello che mi racconti tu. Devo mettere la mia vita in mano tua. - Maro guardò il tappeto, e col bordo della scarpa tracciò delle linee nel pelo. - Sentiamo, signor Denis, tu ti fideresti tanto? Metteresti la tua vita in mano mia?
La domanda mi fece sussultare. La mia prima reazione sarebbe stata quella di rassicurarlo, però lui avrebbe capito che non era vero. - No - dissi. - Inutile che menta. Per me sei come un animale selvatico. Come potrei fidarmi?
- Allora perché lo fai, signor Denis?
- Te l'ho detto. Per i soldi.
- Balle.
- Davvero? - gridai. - Be', credi un po' quello che ti pare. Non me ne frega più niente. - Ero arrabbiato e dato che era inutile cercare di nasconderlo, mi sfogai senza problemi. - Puoi andartene di qui anche subito, se vuoi. E dimenticheremo tutta questa storia.
- Cosa cerchi, signor Denis?
- I soldi, Maro! I soldi! I soldi! - sbraitai. Ero imbestialito con lui, perché mi aveva fatto perdere il controllo. In piedi, Maro tremava mentre io urlavo, e sentii uno sconvolgimento dentro di me. Avevo le mani e le ascelle umide.
Era un'esplosione senza precedenti per me, un'ondata di collera e di risentimento, così forte che avevo voglia di coprirlo di parolacce, avevo voglia di colpirlo, di fargli male. Maro batteva i denti e aveva alzato il palmo delle mani, continuando a tremare. Ero travolto da qualcosa che attendeva di potersi scatenare, di potersi sfogare, spaccandogli la faccia.
E d'un tratto lo colpii.
Maro non abbozzò alcun tentativo di difesa. Lo colpii in faccia… una, due, tre volte, ripetutamente, e lui incassò i colpi sorridendo, spalancando gli occhi, ruotando le pupille verso l'alto… due palle bianche in contrasto con la pelle scura. Lo afferrai per la gola, e urlai: - Guardami! Guardami quando ti colpisco, bastardo! Guardami!
Poi all'improvviso come era arrivata, l'ondata si ritirò. Stanco, debole, sudato, ricaddi seduto. Ero fradicio e tremavo. Restammo in silenzio per un po'. Poi sottovoce per non turbare il silenzio, Maro disse: - Adesso potrei fidarmi un po' di te, signor Denis.
- Perché? Non sono cambiato.
- Sì, sei cambiato. Un po'. Abbastanza perché mi fidi di te un po'.
- Non basta - replicai. - Devi fidarti completamente.
Lui scosse la testa. - Mi fido per quel che sei cambiato. Non ancora completamente. Comunque, una volta che hai dato corrente, il gioco è fatto, ci sei dentro. Mai visto qualcuno attaccato a un filo sotto tensione? Non può mollarlo. Ecco, tu sei stato così per qualche minuto. Forse hai girato l'interruttore solo per impressionarmi, ma quando è girato… be', è fatta. Lo so, amico. Io ci vivo di continuo con l'interruttore girato al massimo.
- Deve essere un inferno.
- Un misto di inferno e paradiso. Per me è una specie di corto circuito, perché io tocco tutti e due i fili. Ma, a proposito del firmare e del mettermi nelle tue mani… ci vorrà del tempo.
- Quanto?
- Non capisci, signor Denis. Dipende da te… Non appena sarai disposto a fidarti di me.
Ci riflettei a lungo. Maro aveva ragione. Era semplicissimo, logico, e terrificante. Lui adesso era pronto. Ero io quello che doveva cambiare. Si sarebbe fidato di me quando fossi riuscito a fare altrettanto con lui. Dal suo punto di vista, era una pretesa perfettamene legittima.
- Non so se riuscirò a fare quello che mi chiedi, Maro. Mi piacerebbe, però non credo di riuscirci. Non sono mai stato un tipo che si fida degli altri. Sai, ho smesso di andare a confessarmi a tredici anni. La gente cercava di convincermi che i preti non rivelano mai il contenuto delle confessioni. Ma mio padre faceva grosse donazioni alla parrocchia, e ancor oggi sono convinto che ogni settimana incontrasse padre Moran per farsi raccontare le mie confessioni. Anche se so che avrebbe potuto trovare quel libro sotto il mio materasso senza che glielo dicesse padre Moran, non riesco ancora a ficcarmi in testa che avrei potuto fidarmi completamente del prete.
- Non sono capace di lasciarmi andare in questo senso, Maro. Non si tratta solo di te. È così con tutti. Io sono il classico tipo che controlla sempre che il portafoglio sia al suo posto quando urta qualcuno. La settimana scorsa stavo parlando con un giudice che conosco. Uscendo dalla stanza, lui mi ha sfiorato, e io automaticamente ho portato la mano alla tasca. Lui non ha notato niente, però per me è stato imbarazzante lo stesso. Quindi, come puoi chiedermi di fidarmi completamente di te?
Maro sorrise, e scrollò le spalle. - Uno di noi dovrà pur cedere per primo, e sei tu quello interessato alla cosa. Sei tu quello che ha più bisogno dell'altro, e scommetto che non è solo una questione di soldi. Dunque, sta a te darmi una dimostrazione. È l'unico sistema per risolvere il problema.
Restai seduto a guardarlo, mentre lui esaminava il mio appartamento. - Bel posticino, questo. Deve costare un capitale. - Annusò l'aria, inclinando la testa. - Niente donne qui, eh? Non sei nemmeno sposato.
Sospirai. - C'è mancato poco, una ventina di anni fa, quando avevo ventitré anni. Ci siamo piantati una settimana prima delle nozze.
- Pensavi che stesse dietro i soldi della tua famiglia?
- No. Di soldi ne aveva anche lei… proveniva da una vecchia e ricca famiglia del Connecticut. Ma non credevo che mi amasse davvero. Dentro di me, ero sicuro che incontrasse altri uomini. Ha mollato tutto quando ha scoperto che la spiavo. Poco male… tanto non avrebbe mai funzionato. Sono uno scapolo nato, immagino.
Maro si fermò e mi studiò a lungo. - Be', signor Denis, mi dispiace per come è finita. Comunque, per quel che mi riguarda, quello che ho detto prima vale ancora. È ora che tu ti fidi veramente di qualcuno. Tanto vale che quel qualcuno sia io.
Era l'alba quando se ne andò, e io rimasi a fissare le pareti per un pezzo. Più ci pensavo, più mi sentivo male. Come potevo fidarmi di un ragazzo del genere… proprio io? Era un'idea così strampalata che mi ci vollero tre bicchieri di bourbon prima che riuscissi a dirmi davanti allo specchio.
- Devi dimostrargli che ti fidi di lui. Devi fidarti veramente di lui. Devi assolutamente mettere la tua vita in mano sua.
Dovetti bere un altro goccetto, poi un altro ancora e lo specchio cominciò a rispondermi…
Feci dei sogni pazzeschi, naturalmente. Variazioni sul fatto di affidare la mia vita a Maro, in cui ogni volta mi tiravo indietro prima del momento decisivo. Alla fine, quando stavano per bruciare il mezzo milione di dollari, trovai il coraggio. Gli porsi una mannaia e appoggiai la testa sul ceppo. E il porco me la tagliò. Solo che la faccia cambiava al termine del sogno. Non era di Maro… era la faccia di mio padre.
Fu una parentesi nitida. Mi svegliai a mezzogiorno coi postumi della sbronza, vertigini e mal di testa, e rimasi seduto a lungo sul bordo del letto a commiserarmi e a maledirmi per la mia incapacità di fidarmi della gente. Ma in questo modo non risolvevo niente. Dovevo fidarmi di Maro, e se intendevo godermi i soldi prima della vecchiaia mi conveniva imparare in fretta.
Il primo passo dell'operazione fiducia, decisi, era cercare di conoscere Maro quanto più possibile. I nomi delle tre persone che lo conoscevano meglio li ricordai senza fatica: il dottor Landmeer, il reverendo Tyler e una ragazza di nome Delia.
Tramite una mia conoscenza presso il Centro Municipale di Igiene Mentale, appresi che il dottor Landmeer dedicava sei ore della sua attività privata a tre casi assegnatigli dal centro. Appresi anche che si occupava con estremo interesse di ricerche nel campo della psicoterapia adolescenziale.
Perché mi parlasse apertamente, dal mio amico mi feci presentare prima agli amministratori come un legale che rappresentava una importante fondazione filantropica cliente dello studio Denis Denis. Il nostro cliente, accennai, stava prendendo in considerazione l'idea di appoggiare con sostanziose donazioni qualche valido progetto di ricerca.
Mi fissarono un appuntamento con il dottor Landmeer per il giorno seguente.
Landmeer mi ricordava parecchio uno degli psicanalisti da cui mio padre mi aveva mandato da ragazzo. Era basso e tarchiato, con lenti spesse che gli distorcevano gli occhi marroni in due macchioline simili ai nodi di un'asse di pino. Mi fece entrare nella sua saletta di consultazione con grande entusiasmo.
- Il signor Williams, il nostro direttore, dice che vi interessate di psicoterapia adolescenziale, signor Denis.
- Mi è stato detto che è un ramo importante della ricerca psichiatrica - risposi. - Mi piacerebbe sapere qualcosa del lavoro svolto da uomini come voi.
- Ho sempre pensato - annuì, sedendosi sulla poltroncina di cuoio e accendendo la sua enorme pipa di schiuma - che le tecniche di lavoro con gli adolescenti siano state trascurate troppo. È su questa fase tra l'infanzia e l'età adulta che occorrono studi approfonditi. So benissimo quanto sia importante perché anch'io, naturalmente, ho attraversato questo periodo traumatico che molti ragazzi stanno vivendo adesso, e se non fosse stato per l'aiuto di un uomo che si preoccupava abbastanza di me, io stesso… Be', non è necessario che mi dilunghi sull'argomento. Posso solo dire che mi sento molto vicino a questi giovani che hanno paura e si sentono indesiderati. Ogni anno si registra un numero incredibile, assurdo, di giovani mentalmente distrutti o traumatizzati. È un crimine.
- È proprio questo il motivo per cui sono qui - dissi. - Ora se voleste parlarmi dei casi che vi sono stati affidati dal Centro Municipale… Senza fare nomi, naturalmente. Parlatemi soltanto dei loro problemi e di come reagiscono alle cure.
Landmeer mi descrisse dettagliatamente i tre casi. Io finsi di ascoltare con interesse la storia del giovane violinista che era rimasto paralizzato ad entrambe le mani quando la madre era stata abbandonata dal marito, e gli rivolsi domande provocatorie riguardo la brillante sedicenne che aveva la mania di spogliarsi in pubblico. Infine, il dottor Landmeer arrivò a illustrare il caso del ragazzo negro affetto da manie di persecuzione.
- Un ragazzo molto intelligente - disse. - Ma squilibrato. È convinto che tutti mentano sempre con lui. La prima volta che è venuto da me, ostentava tutte le caratteristiche di linguaggio e di comportamento che la gente prevenuta attribuisce ai negri… la cadenza dialettale, l'andatura strascicata, l'atteggiamento ottuso…
Annuii ricordando il mio primo incontro in strada con Maro.
- Adesso ovviamente, quando è con me, il ragazzo mette da parte quella posa - continuò Landmeer. - Lo stereotipo del negro è il suo modo di proteggersi nei suoi rapporti con la gente non di colore. Vedete, è abbastanza scaltro e sensibile da capire che la maggior parte della gente si aspetta da lui un comportamento del genere, così non gli costa tanta fatica ingannare gli altri.
Mentre Landmeer continuava a descrivere il suo paziente, ebbi modo di scoprire che Maro aveva frequentato quello studio per quasi otto mesi senza rivelare nulla delle sue particolari percezioni multisensoriali. Sapevo che Landmeer, smanioso di colpirmi con l'importanza del suo lavoro, mi avrebbe parlato di quello strano talento se ne fosse stato al corrente. Era chiaro che, pur fidandosi del dottore abbastanza da accantonare certi atteggiamenti, Maro non si fidava a sufficienza per mostrare i lati che contavano veramente della sua personalità.
Per me fu una specie di avvertimento. Adesso, in un certo senso, la cosa era diventata una gara tra me e il dottor Landmeer. Se Maro si fosse aperto completamente con lui, io lo avrei perso, e lo avrebbe perso anche l'epoca futura che aveva bisogno di Maro.
- Ditemi dottore, è vero, come ho sentito dire a proposito di casi simili, che le persone che credono di essere perseguitate sono capaci di reazioni violente?
Landmeer aspirò una boccata dalla pipa. - Bisogna sottolineare che questo mio paziente è instabile emotivamente. Ha parecchia ostilità radicata a fondo. All'età di nove anni suo padre, un prete, gli ha rivelato che era stato abbandonato dai suoi veri genitori appena nato. Il prete aveva sentito dei vagiti che provenivano da una scatola di cartone appoggiata in cima a un mucchio di rifiuti. Aprendo la scatola, aveva scoperto che dentro c'era anche un topo. Il bambino era stato salvato con una trasfusione d'emergenza… comunque ancora oggi porta delle cicatrici sulle braccia e sul resto del corpo.
- Mio Dio! Perché parlargliene? Perché dire una cosa del genere a un ragazzino di nove anni?
- Stando al ragazzo, il padre adottivo gli ha raccontato tutto in un momento di collera. Voleva dimostrare al ragazzo che era stata la Provvidenza a guidarlo nel punto dove si trovava la scatola. Credo che possiamo comprendere benissimo alcune delle ragioni dell'amarezza del mio paziente verso il mondo.
- Chi non si sentirebbe amaro dopo una scoperta simile?
Il dottore annuì. - Per rispondere alla vostra domanda… Un paziente in cui la paura e l'ostilità sono così profondamente radicate probabilmente dovrebbe essere incline alla violenza. Comunque, permettetemi di far notare che in questo caso mi sento molto fiducioso. Il ragazzo sta migliorando. Sono certo che col tempo riuscirà ad adattarsi alla società.
- Bene - dissi, alzandomi per uscire. - Vedo che il vostro lavoro coi giovani è estremamente importante. Credo che non dovrebbe essere ostacolato dalla mancanza di fondi.
Il calore e la gratitudine sul volto del dottore erano intensi, e decisi che se il mio piccolo progetto con Maro avesse avuto successo, avrei devoluto una parte della mia parcella per le ricerche di Landmeer.
In ogni caso, lasciai il suo studio più confuso e perplesso di prima. Durante la conversazione, avevo avuto l'impressione che mancasse qualcosa. Il quadro che mi aveva fornito di Maro non combaciava coi frammenti della personalità del ragazzo già in mio possesso. C'era qualcosa che non andava…
A casa del reverendo Tyler, scoprii un altro lato del carattere di Maro. Il signor Tyler si dimostrò ansioso di collaborare quando gli dissi che stavo svolgendo un'indagine per il Centro di Assistenza Infantile… un'indagine sui bambini adottati che diventavano delinquenti abituali.
- Quel ragazzo mi ha fatto sudare, signore - disse il reverendo battendo sul tavolo per sottolineare le sue affermazioni. - Ho dovuto lottare per condurlo nel gregge. Era un'anima perduta, e con la guida del Signore l'ho strappato alle grinfie del Demonio. Ha il marchio di Caino addosso, eccome. Ma gli salveremo l'anima.
- A noi del Centro, reverendo, interessa sapere com'è veramente il ragazzo. Potremmo ottenere informazioni utili che ci aiutino nell'affrontare i casi degli altri bambini di cui ci occupiamo.
Tyler scosse la testa. - È sempre stato un bambino molto emotivo. Faceva sempre il contrario di quello che gli si chiedeva di fare. Io sono un tipo mite, signor Denis… però certe volte… Sapete, quando aveva appena nove anni si è messo a litigare con un ragazzo. Lo ha preso per il collo, e nell'altra mano aveva un coltello. Io sono capitato sul posto per miracolo. Se l'Onnipotente non mi avesse spinto a intervenire, Maro avrebbe ucciso quel ragazzo.
- Come fate a sapere che lo avrebbe ucciso? Forse cercava solo di spaventarlo. Forse sapeva che voi eravate lì vicino e che lo avreste fermato in tempo.
Il reverendo Tyler assunse un'espressione rabbiosa. - Oh, ma sicuro! Voi non conoscete Maro. È sempre stato violento. Fino a qualche anno fa, nonostante i miei sforzi, mi è stato impossibile inculcargli il timore dell'Onnipotente. L'unico ostacolo tra quel coltello e il cuore di quel ragazzo è stata la mia mano guidata dalla Provvidenza. In fin dei conti, signor Denis… cosa, se non la paura dell'ira divina, impedisce alla gente di distruggersi a vicenda?
- La fiducia nel genere umano - borbottai distrattamente, pensando a che commenti avrebbe fatto Maro se mi avesse sentito.
- Come avete detto?
- Oh, nulla… stavo solo riflettendo ad alta voce.
- Be', posso garantirvi che è occorsa parecchia sofferenza personale e ispirazione per ficcare nella testa del ragazzo la paura dell'Inferno. Ma grazie al Cielo ci sto riuscendo. Ultimamente, ho scorto in Maro una tendenza all'accostamento alla religione che mi riempie di speranza.Non sarebbe grandioso se alla fine indossasse l'abito talare?
Convenni che sarebbe stato grandioso, e presi congedo dal reverendo Tyler. L'aspetto religioso non si addiceva affatto a Maro. Né l'episodio dell'aggressione con il coltello. Se Maro avesse voluto veramente accoltellare quel ragazzo… be', era sicuramente troppo svelto e astuto per lasciarsi bloccare dal reverendo. Avrebbe sentito, o visto, o fiutato il suo arrivo. La domanda dunque era: Perché non aveva ucciso il coetaneo? Purtroppo, mi mancava la risposta. Invece di capire Maro, stavo imbattendomi in un personaggio dalla natura mutevole e complessa in modo incredibile.
Non restava che un'ultima persona da vedere, quella che con ogni probabilità conosceva Maro più intimamente di chiunque altro. Sarebbe stata in grado di fornirmi la chiave per comprendere la natura del ragazzo?
Delia Brown viveva in una casa popolare tra la centoventisettesima Strada e Lenox Avenue. Dapprima non volle lasciarmi entrare nell'appartamento.
- Non sono un poliziotto, Delia. Ascolta, non devi dirmi dov'è Maro. L'ho già visto e ho parlato con il dottor Landmeer e il reverendo Tyler. Adesso vorrei parlare con te…
Lei aprì la porta ancora un po', però stringeva in mano un punteruolo. - Di cosa?
Decisi di puntare tutto sulla verità. - Della fiducia da concedere a Maro. Vuole che mi fidi di lui, quindi prima mi piacerebbe sapere qualcosa sul suo conto. E se tu sei davvero il tipo di ragazza adatta a lui, Delia, be', mi pare che non dovresti aver bisogno di quell'arnese.
Le mie parole la punsero sul vivo. Mi lanciò un'occhiata severa, poi guardò il punteruolo che aveva in mano. Lo posò sul tavolo, si staccò dalla porta e si abbandonò su una sedia mentre io aprivo.
- Allora, lo conoscete - disse. - Be', io non sono come lui. Lui è uno sciocco. Diteglielo pure, se volete.
- Così Maro, si fida della gente. Non ha paura degli altri.
Delia scrollò le spalle. - Non ha paura di nulla né di nessuno. È troppo ingenuo e semplice per avere paura. È un bambinone.
- Allora perché finge di avere paura? Perché è tanto aggressivo e violento?
- Aggressivo e violento? Maro? - Delia sgranò gli occhi, scoppiando a ridere. - Oh, santo cielo! Da come parlavate, credevo che lo conosceste bene. Figuriamoci!… È l'essere più pacifico e dolce che ci sia sulla terra. Non farebbe mai del male a nessuno.
Questa descrizione non corrispondeva minimamente al Maro che conoscevo io. Non si adattava all'immagine del ragazzo che al nostro primo incontro mi aveva colpito in faccia con un pugno e mi aveva preso a calci nelle costole. Cominciai a sentirmi una specie di stupido. Ogni volta che cercavo di afferrare la sua immagine, ecco che mi scivolava di mano come una saponetta bagnata. Nemmeno Delia lo conosceva.
Sì, nessuna delle persone che gli erano vicine lo conosceva veramente. Maro aveva nascosto a tutti l'esistenza delle sue percezioni multisensoriali, e probabilmente aveva celato con cura i lati del proprio carattere che erano in contraddizione con le diverse concezioni che queste persone avevano di lui.
- … È un bambino indifeso - stava dicendo Delia. - Devo proteggerlo da se stesso. Se non lo sgridassi continuamene, si lascerebbe calpestare e sfruttare da tutti. La scorsa settimana ha dato a uno sconosciuto l'ultimo dollaro che aveva in tasca. Pazzesco, no? A un perfetto sconosciuto! Sì, Maro ha bisogno che io badi a lui e mi prenda cura di lui. Comunque, sta migliorando. L'ho convinto a stare alla larga dalle cattive compagnie… dai ragazzi che lo influenzano e lo spingono a fare brutte cose. È tanto sempliciotto lui.
Delia mi prese la manica. - Non che m'importi, chiaro… Maro potrebbe diventare qualcosa di speciale con la donna giusta che gli sappia dare il tipo di amore giusto. E sta cambiando. Sta acquistando un po' di buon senso. Al mondo, il buon senso è tutto per un uomo. Non so che genere di lavoro vogliate offrirgli, ma vi assicuro che potete fidarvi ciecamente di lui. - Delia rise stancamente. - Signor Denis, quel ragazzo è troppo sprovveduto e ingenuo per essere disonesto. Deve ancora scoprire la verità su Babbo Natale.
Ascoltando Delia che parlava, nel vedere il nostro riflesso nello specchio polveroso della toilette, capii il segreto di Maro. Ogni particolare andò a posto. Maro con la sua insolita capacità percettiva, era in grado di cogliere i sentimenti di una persona e di sapere all'istante cosa pensasse di lui quella persona. Rifletteva semplicemente il carattere che tale persona gli attribuiva. Mimetismo protettivo.
Maro era uno specchio.
Per il dottor Landmeer, era un nevrotico di cui non bisognava fidarsi, perché Landmeer credeva che Maro fosse così; e visto che il dottore pensava di stare guarendo Maro, ecco che il ragazzo mostrava miglioramenti. Per il reverendo Tyler, Maro era stato un'anima perduta; e visto che il reverendo credeva di essere prossimo a salvarlo, ecco che Maro diventava religioso. Per Delia, che in Maro vedeva solo un giovane bisognoso di attenzioni e protezione, Maro era un tipo infantile; e dato che lei era convinta di influenzarlo positivamente nell'affrontare le asperità della vita, ecco che Maro dava segni di maturazione.
Maro era tutte quelle cose… e nessuna. Dava ad ogni persona quella parte di sé che era necessaria. Io lo avevo considerato una creatura strana, selvaggia, violenta; così lui si era mostrato strano, selvaggio e violento. Non mi fidavo di lui, e Maro rifletteva la mia diffidenza. Adesso temevo che fosse capace di uccidermi. Dunque…
Mentre tornavo nel mio appartamento, meditai su quanto avevo appreso. Indipendentemente dal fatto che gli strani poteri di Maro fossero nati nello sconvolgimento di una mutazione genetica, ormai ero quasi certo che gli eventi insoliti della sua infanzia avessero contribuito allo sviluppo di sensi tanto acuti e mutevoli. Questa era la ragione per cui Maro era così importante per loro… era un incidente di ereditarietà acuito da un particolare ambiente ostile, una combinazione forse irripetibile. Loro avevano bisogno di lui, quindi Maro doveva partire. Stava a me combinare la cosa.
Mi trovavo di fronte a uno strano ciclo. Ci si poteva fidare di Maro… Io potevo fidarmi completamente di lui… bastava che ci credessi onestamente. E non potevo fingere di crederci. Si sarebbe accorto subito della finzione, il che sarebbe stato fatale. Dovevo mettere la mia vita nelle sue mani… o lasciar perdere tutto quanto.
Maro era lo specchio. Ero io quello che doveva cambiare.
Come immaginavo, stava aspettandomi nel mio appartamento. Fumava le mie sigarette e beveva il mio whisky, i piedi appoggiati sul tavolino, un nitido riflesso del giovane spavaldo che io vedevo in lui.
Restai a guardarlo in silenzio, senza pensare, cercando solo di rilassarmi e di aprirmi in sua presenza. Sapendo com'era realmente, non avevo più paura di lui, e lui lo percepiva.
Rise. Poi, vedendo l'espressione sulla mia faccia, depose la sigaretta e si alzò, corrugando la fronte. - Ehi - disse. - Che succede? - Fiutò l'aria, se la strofinò tra le dita. Spalancò gli occhi, li chiuse, e si dondolò avanti e indietro come aveva fatto durante il nostro primo incontro.
- Sei cambiato - mormorò. C'era una sfumatura di paura nella sua voce. - Il tuo respiro… è come acqua fresca, fino in fondo… e hai un odore limpido, liscio… come il vetro. - Era confuso. - Non ho mai visto nessuno cambiare così, prima d'ora. - La sua espressione mutò… dall'amarezza al disprezzo, dalla paura alla rabbia, passò dal divertimento alla supplica alla semplicità infantile, e infine si spense. Sembrava che Maro stesse provando tutte le maschere del suo repertorio per scoprire cosa mi aspettassi da lui, per scoprire come pensavo che fosse, quale identità volessi da lui. Ma, come aveva osservato, io ero diventato acqua fresca e vetro limpido e liscio.
Tornò a sedere e attese. Avvertiva che io lo conoscevo e aspettava, per vedere cosa avrei fatto adesso. L'acqua fresca, il vetro limpido che vedeva in me dovevano diventare uno specchio. Per la prima volta in vita sua, qualcuno sarebbe diventato come voleva Maro. Qualcuno avrebbe riflesso le sue esigenze. E la cosa di cui Maro aveva avuto maggiormente bisogno negli anni della sua crescita era la fiducia.
Colsi lo spostamento del suo sguardo verso il cassetto del comodino. Sapeva che là dentro c'era la mia pistola. Sembrava che percepisse che ero pronto a fidarmi di lui, e mi stava suggerendo in che modo dimostrarglielo. Quello che dovevo fare, era chiaro. Dovevo tentare di uccidermi, contando sul fatto che Maro sarebbe intervenuto e mi avrebbe salvato.
Dentro di me provai un moto di ribellione. E se mi fossi sbagliato? E se Maro fosse stato diverso da quel che pensavo? E se non mi avesse bloccato? Era stupido, assurdo, fidarsi a tal punto di un'altra persona. Un uomo non poteva fidarsi nemmeno del proprio…
Un'immagine mi guizzò nella mente… un ricordo della mia infanzia… Mio padre ai piedi della scala. Io, cinque o sei gradini più in alto. Mio padre tende le braccia e mi invita a saltare. Dice che mi prenderà lui. Ho paura. Lui insiste… mi assicura che papà non mi lascerà cadere. Salto. Mio padre si sposta, e io urlo, cado sul pavimento. Sono indolenzito e arrabbiato. Perché mi hai mentito? Perché? … Perché …. E quella risata, le parole e la voce di mio padre, mai più dimenticate. "Così imparerai a non fidarti mai di nessuno… nemmeno di tuo padre".
Era per questo che non mi ero mai sposato, che non avevo mai amato nessuno, che non avevo mai creduto a nessuno? Era quella la paura che in tutti quegli anni mi aveva confinato nel guscio saldo e sicuro del sospetto? Era chiaro che in quell'istante la mia decisione era importante sia per me che per Maro. Se mi fossi tirato indietro, non sarei mai più riuscito a fidarmi di nessuno in vita mia.
Maro mi stava osservando. Voleva che credessi in lui.
Senza parlare, andai al cassetto, lo aprii e presi la pistola. La controllai per assicurarmi che fosse carica, poi mi girai verso Maro. Era immobile, impassibile.
- Mi fido di te. Maro - dissi. - Hai bisogno di una prova della mia fiducia. Be', anch'io ne ho bisogno. Vediamo se sono capace di concedertela… vediamo se riesco a premere questo grilletto…
Accostai la canna alla tempia destra. - Conterò fino a tre. Sono disposto a credere che mi fermerai prima che mi uccida.
Lui sorrise. - Lo farai sul serio? Forse non ti fermerò. Forse non sarò abbastanza svelto. Forse…
- Uno.
- Sei uno sciocco, signor Denis. Mezzo milione di dollari non valgono un rischio del genere. O non si tratta davvero di una semplice questione di soldi? Cos'è che vuoi dimostrare veramente?
- Due. - Il mio dito avrebbe risposto al comando? Ero proprio capace di farlo? Poi, come se le nostre menti fossero entrate in contatto per un attimo, ebbi la certezza che l'avrei fatto… e la certezza che Maro mi avrebbe salvato. Era l'unica cosa che contasse, per me. Provai una sensazione piacevole.
Maro smise di sorridere. Respirò a fondo, serrando i pugni. Aveva gli occhi spalancati.
- Tre.
Premetti il grilletto senza chiudere gli occhi.
In quell'istante tra me e l'eternità, Maro scattò. La sua mano partì come una molla e spinse da parte l'arma. La pallottola mi scalfì la fronte e si conficcò nella parete. L'esplosione bianca mi ustionò il viso. Persi i sensi.
Quando rinvenni, sentii che Maro era chino su di me. Mi aveva messo una salvietta bagnata sulla faccia. - Presto starai bene - disse. - Hai qualche bruciatura superficiale. Ho chiamato un medico.
- C'è mancato poco.
- Sei uno sciocco! - esclamò Maro, agitato, girellando avanti e indietro, battendosi un pugno sul palmo dell'altra mano. - Un maledetto sciocco. Non avresti dovuto farlo.
- Tu volevi che lo facessi. Sono contento di averlo fatto. Era importante anche per me.
Adesso Maro era coi nervi a fior di pelle. Lo sentivo muoversi ancor più nervosamente, allontanare un cuscino con un calcio. - Non avrei dovuto aspettare tanto. Non pensavo che lo avresti fatto davvero. Non lo sapevo. Prima d'ora, nessuno aveva mai creduto in me in questo modo. Era una vita che aspettavo che qualcuno si fidasse sul serio di me. Non pensavo che saresti stato proprio tu.
Annuii. - Nemmeno io lo pensavo. Da quando ero piccolo, non mi sono più fidato di nessuno. Dentro di me, in profondità, ho trovato qualcosa che credevo irrimediabilmente distrutto. Ne valeva la pena.
- Signor Denis… - Maro annusò l'aria.
- Che c'è?
- C'è qualcosa, là fuori. Lontano, eppure vicino. Musica, ma non vera musica. Nastri di suono viola chiaro e giallo - rosso, che si avvolgono attorno a me e si dissolvono. Qui vicino… eppure lontani nel futuro.
- Quelli sono il tuo posto e la tua epoca, Maro. Hanno bisogno di te, là… così come sei. E tu hai bisogno di loro. Devi fidarti di loro.
- Di te mi fido, signor Denis. Se dici che è giusto così, andrò.
- Certo. E non lo dico per i soldi, lo sai. Il mio onorario lo darò al Centro Municipale. Di soldi ne ho già a sufficienza. Vado in pensione. Questo sarà il mio ultimo lavoro per loro.
- Ci pensi tu a raccontare qualcosa al dottor Landmeer, al mio vecchio, e a Delia, da parte mia?
- Ci penso io.
Gli spiegai come contattare la segreteria telefonica e far sapere ai miei clienti che era pronto a partire. Loro gli avrebbero detto dove aspettare, e avrebbero mandato qualcuno a prenderlo. Maro mi strinse la mano a lungo.
- Signor Denis, forse ti farà piacere saperlo. Quella musica… che ho visto e sentito… Avevi ragione. Erano loro. Era una traccia per farmi capire per cosa hanno bisogno di me.
- Puoi spiegarmi?
- Non è molto chiaro, signor Denis. Ma ho visto un'immagine con una quantità enorme di gente. Non si capiscono assolutamente, e nessuno sa cosa vogliano gli altri. Sembra che le parole abbiano perso qualsiasi significato. Come… come quello che è successo nel Vecchio Testamento quando hanno costruito la Torre di Babele. C'è una gran confusione. Credo che abbiano bisogno di me perché li aiuti a parlarsi, a fidarsi… e a fare la pace.
- Sono contento che tu me lo abbia detto, Maro. Mi fa sentire meglio.
- Addio, signor Denis.
- Addio.
Aspettai finché non sentii la porta chiudersi, poi mi levai la salvietta dalla faccia e mi girai a sedere sull'orlo del letto. Frugai in tasca, trovai l'accendino e lo accesi, tenendolo davanti alla faccia. Un calore intensissimo… un crepitio, e l'odore acre di capelli bruciacchiati, di sopracciglia strinate. Ma niente luce.
Fu allora che compresi cosa volesse dire essere completamente cieco.
Mi stesi sul letto, e proveniente da chissà dove attraverso la finestra mi giunsero delle note musicali. Per un brevissimo istante pensai di sentirla come l'aveva sentita Maro… nastro di suono viola chiaro e giallo - rosso che si avvolgevano attorno a me e si dissolvevano. Ma poi l'immagine multipla svanì, e sentii quelle note attutite come ho sempre sentito tutti i suoni e tutte le melodie da allora.
Nell'oscurità.
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