troppo tardi
italian
Ismael camminava lungo il sentiero che dal fiume portava in paese, solo, una coperta e pochi stracci da fargli da vestiti e le scarpe, il suo bene più prezioso, in mano. Non poteva permettersi di consumarle troppo, così appena si imbatteva in un terreno poco accidentato se le toglieva e camminava scalzo.
Quella mattina camminare era piacevole, anzi era sempre piacevole quando sentiva la rugiada fresca e gli steli dell’erba tenera tra le dita dei piedi. A volte si accovacciava sui talloni, appoggiava le mani sul terreno umido e chiudeva a pugno le mani per intrappolarci l’erba, portarsela al viso e annusarne la fragranza. Ricordi di un lontano passato.
Erano due settimane che le sue trappole per scoiattoli non davano carne succulenta da arrostire sul fuoco e le acque di quel maledetto fiume non portavano altro che rami, come se una mano gigantesca si fosse immersa tra le rapide e ne avesse pescato tutto il pesce, lasciandole senza vita. Per due settimane aveva risalito il fiume per arrivare al paese che lo aspettava al di là della collina e per tutto quel tempo non aveva mangiato che formiche e insetti e larve che era riuscito a trovare nei tronchi marci lungo il cammino. La prima volta che aveva trovato una larva l’aveva mangiata per disperazione. Era bella grassa, bianco avorio, piatta ad un’estremità e a punta dall’altra e si dimenava come una dannata. Aveva impiegato cinque minuti buoni a buttarsela in bocca e addentarla con i molari, ma la poltiglia densa che gli era scoppiata in bocca e il sordo rumore del corpo della larva che si spezzava gliela avevano fatto rigettare insieme alla cavalletta parzialmente digerita di qualche ora prima.
Aveva fame, i crampi allo stomaco si facevano più frequenti e ogni passo era un’imprecazione verso il destino e verso Dio.
* * *
La maggior parte delle costruzioni del paese era ammassata ai lati di due strade a forma di T e ai piedi delle basse colline che cingevano l’abitato marcivano scheletri antichi di case solitarie, un cimitero che circondava un’entità che presto lo sarebbe diventato anche lei. Non vedeva nessuno, non sentiva alcun suono o rumore a parte il nitrire di cavalli lontani. Molti recinti mancavano di assi e i cancelli sbattevano pigramente al ritmo della brezza mattutina. Si sentiva perso. Da solo nei territori disabitati sapeva come comportarsi, ma in un paese senza anima viva in giro non sapeva cosa fare. Aveva immaginato cosa lo attendeva e non era questo, la sua mente non riusciva a metabolizzare la realtà e lui aveva paura.
Il terreno morbido ed erboso vicino al fiume aveva lasciato il posto a terra dura e pietrisco. Si fermò, si appoggiò allo steccato di una stalla, si pulì i piedi e si rimise le scarpe una alla volta appoggiando le gambe sulle ginocchia. Piegarsi era un tormento, dopo tante notti a dormire sulla nuda terra la schiena era un grido di dolore e dimostrava il triplo degli anni della persona che sosteneva.
Si incamminò lungo la via principale e da dietro i muri di legno delle abitazioni percepiva il paese risvegliarsi, percepiva la vita riprendersi dopo il sonno notturno. Sentì qualcuno fischiettare alle sue spalle, una melodia che aveva già sentito in un passato non molto lontano. Si fermò, tornò indietro di qualche passo e intuì che il suono arrivava dall’interno di un negozio accanto ad un ricovero per cavalli, l’unico che avesse visto. Forse quel paese non era morto del tutto.
Cercò ci rendersi presentabile. Si tolse gli stracci che aveva addosso, si lavò in un abbeveratoio davanti all’emporio, sbatté e si rimise i vestiti. Era emozionato, era tanto che non parlava con un essere umano. Si schiarì la voce ed entrò.
«Buongiorno, è permesso?» il locale odorava di cuoio e grasso. Punteruoli, martelli, sagome indefinite di pelle grezza erano sparpagliati su di un enorme tavolo. Ismael si tolse il cappello tenendolo davanti a sé per le tese.
«Dipende cosa cerchi ragazzo» un vecchio zoppo dai lunghi capelli argento e dagli occhi neri come la pece uscì dalla penombra e si fece avanti. La sua voce roca aveva visto anni migliori.
«Buongiorno, signore. Mi chiamo Ismael e mi chiedevo se…»
«Non ti ho chiesto come ti chiami, ragazzo. Ti ho chiesto cosa vai cercando»
«Certo, mi scusi signore. Cercavo un buon pasto caldo al giorno e un tetto sotto cui dormire la notte. In cambio…»
«In cambio cosa?» lo interruppe il vecchio ficcandosi in bocca una manciata di tabacco.
«In cambio le offro tutta la mia buona volontà e tante ore di lavoro al suo servizio, signore. Non mi stanco facilmente e rendo come due persone. Sono un ottimo affare, signore»
«D’accordo sulle tante ore di lavoro, ma che tu sia un ottimo affare è tutto da vedere. Cosa sai fare, ragazzo?»
«Mi adatto a tutto e imparo veloce, signore»
«Questa è la risposta di uno che non sa fare un bel niente, ragazzo. Mettiamola in questi termini, cosa hai fatto fino adesso per campare?» mentre parlava si avvicinò alla stufa, sputò la poltiglia marrone scuro che aveva in bocca «questo tabacco fa schifo» e prese una tazza di caffè riempita a metà.
«Ho fatto su e giù per tre volte la Goodnight-Loving, signore. Due volte a Denver ed una a Cheyenne»
«Come mandriano?» gli domandò bevendo rumorosamente il caffè
«No, signore. Come cuoco. Ho condotto il carro cucina e preparato infiniti pasti per tre infinite stagioni su quel sentiero maledetto, signore. Ho curato mani tagliate dalle intemperie e bruciate dai lazzi, ho visto uomini così maciullati dagli zoccoli da non poter dire se erano umani o animali, bestie annegate con il ventre gonfio e bestie umane piantarsi coltelli nelle gambe e negli stomachi per il troppo whiskey ingurgitato»
Il vecchio si avvicinò claudicante ad Ismael per guardarlo negli occhi, come per sincerarsi delle sue parole e la luce che filtrava dalla finestra illuminò due occhi verde smeraldo che rimasero fissi su di lui. Nessun timore e nessuna paura su quel volto. L’ultima volta che aveva visto quello sguardo stava incappucciando un uomo onesto. Si era sempre dichiarato tale e i suoi occhi lo dimostravano. Non aveva ne ucciso ne ridotto in cenere i corpi dei suoi cari. Due settimane dopo l’impiccagione, i corpi dei suoi figli e della moglie furono ritrovati malamente sotterrati davanti all’entrata della miniera di rame abbandonata.
«Va bene, figliolo. Come hai detto che ti chiami?»
«Ismael, signore»
«Il mio nome è Ezra. Non chiamarmi signore, chiamami semplicemente Ezra»
«La ringrazio Ezra»
Il vecchio gli passò una tazza vuota e la riempì travasando un po’ del suo caffè. Ismael appoggiò il cappello sulla sedia e prese la bevanda tiepida.
«Non è molto, ma almeno ti calmerà la fame per un paio d’ore. Quando avrai finito ti pulire la stalla, ci sarà qualcosa per te che ti farà tirare fino a sera. Quanti anni hai, ragazzo?» gli mise in mano anche un barattolo tutto arrugginito con dello zucchero troppo indurito per versarlo rovesciando semplicemente il contenitore. Prese un coltello dal tavolo, grattò la superficie dello zucchero e addolcì l’intruglio.
«Non saprei, Ezra. L’ultima volta che ho ricevuto qualcosa per il compleanno ero troppo piccolo per ricordare. Guardando le altre persone e chiedendo loro l’età, penso di avere ventidue, forse ventitré anni». Caffè di cicoria, amaro anche con lo zucchero e il peggiore che avesse mai assaggiato.
Si spostarono sul retro e attraversarono una porta che si apriva su di un cortile interno. Poche galline ruspavano il terriccio dell’aia. Balle di fieno erano stipate sotto una grande tettoia che faceva angolo con le stalle. Una sagoma di cavallo ricavata da un grosso tronco e spessi rami faceva da supporto ad una sella splendidamente ornata e da poco lucidata. Sotto si essa un paio di stivali completi di speroni argentei. Davanti a lui un enorme portone dava l’accesso all’interno del ricovero per cavalli, un antro scuro che stonava con il bianco delle assi di legno cotte e scrostate dal sole. Dall’interno il nitrire di cavalli, il ragliare di alcuni asini e un lieve odore di sterco. Per essere posseduto da un uomo solo e zoppo il luogo era mantenuto dignitosamente.
Entrarono.
«Questi sono i più bei puledri che abbia mai avuto al ricovero. Appartengono a due giovani idioti del Texas arrivati venti giorni fa in paese perché convinti che le colline intorno contengano una fortuna in argento. Giovani e pieni di soldi, vengono da una famiglia di allevatori. Dovresti conoscerla bene quella gente. Per dio, hanno le tasche piene di dollari e pensano di venire qua a insegnarci cosa fare. Ci sarà un motivo se quelle colline sono state abbandonate, non credi? Comunque sia, i loro cavalli sono troppo giovani e non forti abbastanza da portare tutta l’attrezzatura, così mi hanno pagato una settimana di fieno e alloggio e preso in affitto tre miei muli. Devo ancora vederli ritornare. Secondo me sono scivolati in qualche dirupo e sono finiti mezzi maciullati su qualche masso. Mi dispiacerebbe per i miei muli. Ma se dovessero ritornare, mi faccio pagare il dovuto e saluto tutti quanti. Non voglio finire i miei ultimi giorni in questo angolo tra il purgatorio e l’oblio. Voglio trovarmi in California a tirare le cuoia»
Mentre ascoltava, Ismael guardava il pavimento in terra battuta ricoperto di paglia sporca e umido di urina. Capì quale sarebbe stato il suo compito.
«Se vuole posso cominciare subito, Ezra»
«Sta bene, ragazzo. Vediamo se rendi come dici»
Gli disse dove trovare tutti gli attrezzi «e ricordati di bruciare la paglia sporca» concluse il vecchio storpio.
Ismael portò fuori le bestie, le legò alla trave accanto all’abbeveratoio per avere l’acqua a portata di mano e con stracci pulì bene gli zoccoli e le gambe degli animali fino al ginocchio. Portati cavalli e asini nel recinto esterno, si dedicò per il resto della mattina alla pulizia della stalla. Buttò la vecchia paglia delle lettiere e aprì il portone posteriore per far circolare l’aria così da asciugare il pavimento umido per gli umori delle bestie.
«Per il momento può bastare Ismael, vai in negozio, c’è un piatto che ti aspetta» gracchiò il vecchio.
«Grazie Signor Ezra»
Tutto sudato e puzzolente di sterco e piscio si gettò all’interno del locale. Aveva troppa fame, non poteva aspettare e di certo non aveva voglia di darsi una lavata. Lo zoppo lo osservò correre nel cortile e sorrise tra sé.
Il tavolo era stato liberato e davanti al giovane si trovavano un piatto con una porzione fumante di stufato e una boccale di birra. Si gettò su entrambi. Lo stufato era stracotto, le patate crude e la birra calda, ma erano una vera delizia, il miglior pasto di sempre. Il sugo caldo gli colava dal mento e lasciò una grossa macchia quando cadde sul tavolo. Prese un pezzo di pane, pulì il legno e mise tutto in bocca insieme ad una cucchiaiata di patate. Il boccale di birra sembrava non finire mai, era eterno e di certo non si lamentava di questo. Solo dopo scoprì che accanto c’era il vecchio che lo riempiva. Tutto intorno si oscurò, per i suoi occhi c’era solo il piatto e così fu per i successivi dieci minuti.
«Questa volta passi, ma la prossima devi lavarti prima di mangiare. Puzzi da fare schifo, ho la nausea a starti vicino»
Sorrisero entrambi.
* * *
Nel pomeriggio il vecchio gli diede pochi dollari e lo mandò all’emporio per la spesa «qualche galletta, cipolle, un sacco di patate, fagioli e un paio di birre» gli disse «e bada di non farti fregare con il resto, il giovane Joshua è come il suo defunto padre: ammazzerebbe sua sorella per pochi centesimi. La povera madre aveva capito tutto e voleva crescerlo onesto, ma la tisi se l’è portata via quando il bambino aveva appena cominciato a far di conto. Il padre non si è fatto scappare l’occasione e gli ha insegnato lui i conti. Ha fatto appena in tempo ad allevarlo bastardo come lui. Pochi hanno pianto il giorno in cui l’hanno trovato freddo nel letto»
S’incamminò lungo il porticato di legno che fiancheggiava la via ancora costellata di pozzanghere per la pioggia della notte precedente, deformi riflessi liquidi di cielo e nuvole a dare vita ad un terreno altrimenti arido e monocromo. Poca gente e pochi giovani per strada a dare un futuro al paese, quasi tutti raccolti davanti all’entrata dell’ufficio postale in un drappello di una quindicina di persone. Passò oltre accompagnato da sguardi maligni e ironici, qualcuno sputò per terra. Accelerò il passo ed entrò. Era il saloon, locale di svago, alzate di gomito e amori veloci. Tutto sembrava al proprio posto, tranne le galassie di impronte di fango secco sul pavimento di legno. Centinaia di bipedi passati e andati chissà dove. L’unica attività che l’oste concepisse sembrava fosse la pulizia maniacale del bancone, il pezzo di mobilio che dava l’ultimo segno di dignità al locale. Nell’angolo un pianoforte a muro a cui mancava la metà dei tasti neri e un quarto di quelli bianchi e tra essi un bicchiere contenente un liquido color ambra lasciato da un musicista fantasma la sera precedente. Due puttane stanche scendevano dalle scale che portavano al ballatoio con le stanze. La più giovane si sistemava ancora i capelli mentre l’altra le stringeva il corsetto che cercava di contenere un seno troppo voluminoso. Non fu abbastanza veloce, il corsetto scivolò un po’ in basso e una capezzolo spuntò dal vestito. Si insultarono a vicenda ridendo e arrivate al piano terra si sedettero mollemente ad un tavolo. La barba ispida di un boscaiolo si affacciò sull’uscio della stanza da cui le due donne erano uscite. Scese le scale facendo sentire tutto il suo peso su ogni singolo gradino. L’uomo ruttò, si grattò i genitali e lanciò una manciata di dollari sul tavolo delle colombe. Fece un cenno al barista e uscì senza degnarle di uno sguardo. Quando il ragazzo si avvicinò al bancone luccicante, i passi del cavernicolo risuonavano ancora sotto il porticato.
«Buongiorno, signore. Mi chiamo Ismael e mi chiedevo se questa sera avevate bisogno di un paio di braccia in più»
«Perché proprio di sera? E se avessi bisogno durante il giorno?»
«Non posso, signore. Di giorno lavoro dal signor Ezra come stalliere e adesso mi ha dato delle commissioni per l’emporio. Cerco solo un’opportunità per avere qualche spicciolo in tasca»
«Non ti paga lo zoppo?»
«Oh sì, certo. Mi passa un paio di pasti caldi e un tetto sotto cui dormire. Se le interessa io sono un buon cuoco e magari ai suoi clienti farebbe piacere un piatto fumante accanto ad un boccale di birra. Mi metta alla prova con le due signorine qua sedute, questa sera stessa» disse portandosi il cappello al petto e accennando loro un inchino.
«Ehi vagabondo, abbiamo passato il tempo delle signorine da un bel pezzo. E poi questa sera se gli O’Connell scenderanno in paese, avremo un bel po’ di lavoro da sbrigare. Spiegaglielo tu Tobias» risero volgarmente appoggiandosi allo schienale delle sedie e bevendo dal loro boccale.
«Zitte voi due. Scusale, ma il sabato sono eccitate più del solito. Quegli animali escono dalle loro baite nei boschi e vengono a sfogarsi qua da noi, ogni santo sabato. O meglio, vengono a sfogarsi con le mie ragazze, Vogliosa e Formosa» le guardò ammiccando. «Ma dimmi un po’, da dove vieni? Non ti ho visto in giro ieri sera»
«Ho trovato un capanno abbandonato giù al fiume ieri e ho passato la notte lì. C’era ancora il letto, senza niente, solo il telaio con quattro assi, ma dopo giorni a dormire sul nudo terreno è stato come essere in hotel, signore»
«Già, immagino. Quella, ragazzo, era la baracca di Caino Tre Dita»
«Aveva solo tre dita il poveretto?»
«No no ragazzo. Quel figlio di cane ha visto suo fratello con in mano una piccola pepita che aveva trovato setacciando il fiume e pensando volesse portarsela via gli è saltato addosso staccandogli letteralmente a morsi le tre dita con cui teneva l’oro. La ferita ha fatto infezione, la mano è diventata gonfia come un melone e nera per la cancrena. Doc ha dovuto amputarla. Di Caino non si è saputo più niente. Forse se l’è portato via la pazzia che viveva in lui. Ma torniamo a noi ragazzo, cosa volevi?»
«Mi chiamo Ismael, signore, e come dicevo cercavo un lavoro per mettere via qualche centesimo. Ho buona volontà e cucino bene. Preparavo pasti per i mandriani giù nel Texas e per affamati del genere era meglio offrire loro piatti succulenti, abbondanti e nutrienti. Pasticcio di bisonte, torta di mirtilli selvatici e tanto altro. Se mi prende non rimarrà deluso, signore»
«Tobias, ci è venuta fame a sentirlo parlare. Perché non lo metti subito alla prova. Tanto quella vecchia di tua sorella è capace solo di cucinare piatti di fagioli»
«Ben detto Vogliosa, e poi con il pasticcio di bisonte eviteremmo le scoregge quando siamo in camera con i clienti!» Formosa si tappò il naso con una mano e con l’altra si fece aria davanti al viso butterato.
«Che dio mi fulmini se non vi faccio stare zitte a bastonate, stupide colombe insozzate. Prendete questi boccali e andatevene. Andate a riposare per dopo. Questa sera voglio almeno settanta dollari a testa da voi due e se non me li portate, il prossimo mese potete anche prendere la diligenza per Helena»
Si alzarono dal tavolo che ancora ridevano sguaiatamente, presero i due boccali di birra dal bancone e s’incamminarono fuori lungo il porticato. Si sedettero poco più in là, quasi di fronte all’ufficio postale ancora presieduto dal piccolo drappello che aveva accolto malamente Ismael poco prima. Si sentì qualche fischio e commento sconcio, le due donne si strinsero i seni tra le mani e tutti applaudirono. Gli attimi di amore fugace che portavano in paese erano apprezzati da tutti.
Due giovani ragazzi uscirono dalle stalle di Ezra e cominciarono a risalire la via verso il saloon. L’andatura era stanca, i loro visi glabri lo erano ancora di più. Uno zoppicava vistosamente e portava una benda che gli avvolgeva l’occhio destro. L’altro gli faceva come da guida e lo sorreggeva quando la camminata diventava troppo instabile. Sembrava non si lavassero da tempo e quando passarono le facce schifate delle due prostitute ne diedero conferma.
«Che avete da guardare voi altre? Non avete mai visto due uomini?» chiese l’orbo, girando leggermente la testa per sfidarle con l’occhio ancora sano.
«Non pezzenti e stupidi come voi. Tutti vi avevano sconsigliato di andare sulle colline e a guardarvi sembra proprio che siate tornati a mani vuote. Ringraziate il buon dio per non essere a marcire tra le radici di qualche pino»
«Quelle colline le ha create il diavolo e sono maledette, donne. Se non fosse così, avremmo trovato qualcosa di sicuro. I cugini McCrown non sbagliano mai un colpo»
«A quanto pare le colline di colpi ve ne hanno dati, e non pochi. I grandi uomini del sud tornano a casa a bocca asciutta, con una gamba rotta e senza un occhio. Siete i migliori» Vogliosa rise e ruttò per sfida mentre le passavano accanto.
Entrarono nel saloon e si sedettero al bancone ordinando due pinte di birra e qualcosa da mangiare.
«Non c’è niente adesso, serviamo dalle sei in poi. Se volete qualche cosa dovete andare all’emporio e vedere ciò che è rimasto. Oggi è sabato e le scorte di cibo non arriveranno prima di lunedì»
«Non sapremmo dove cucinarla, abbiamo perso le vettovaglie in un burrone. Non vi è rimasta nemmeno una galletta?»
«Ho detto che serviamo dalle sei in poi, non che siamo rimasti senza cibo»
«Non potrebbe fare un’eccezione? Abbiamo impiegato tre giorni a scendere da quelle colline e da allora non abbiamo toccato cibo» supplicò quasi piangendo l’orbo.
«Nessuna eccezione. Mia sorella arriva alle cinque e io non so tenere in mano nemmeno un mestolo, quindi vi tocca aspettare se volete mangiare qua. Dove eravamo rimasti, ragazzo? Ah sì, cercavi lavoro»
«Certo, come cuoco»
«Se dovessi darti il lavoro di mia sorella, quella vecchia megera mi farebbe patire le pene dell’inferno e a te getterebbe un intera pentola di olio bollente sulle gambe. Lo ha già fatto con un prospettore arrivato da Boston che voleva darle consigli su come preparare un piatto». La sua mano arrivò alla fine del bancone, cambiò straccio e ritornò indietro pulendo per l’ennesima volta il legno. «Perdio, non ho mai sentito una persona urlare così. Sembrava lo stessero spellando vivo. Persino Doc ha vomitato quando ha visto le gambe»
«Capisco, signore»
«No, ragazzo, non puoi capire se non vedi certe cose. Però, quello che posso fare per te è darti un secchio, un panno e della cera per i mobili. Devi tenermi in ordine questo posto, comprese le stanze delle ragazze quando hanno finito con i clienti. Anzi, in modo particolare le stanze delle ragazze. Se gli uomini vedono stanze luccicanti e lenzuola profumate, avranno più stimoli a tornare ancora. La pulizia in questo mestiere è tutto ragazzo mio»
«Non si direbbe guardando il pavimento» ribatté il ragazzo senza occhio facendo ridere il suo compare.
«Zitto texano orbo, altrimenti la cucina per voi apre alle sette»
«Posso cominciare domani sera, se per lei va bene signor Tobias»
«No ragazzo, non ci siamo capiti. Ti voglio qua a lavorare tutto il giorno. Niente sere o pomeriggi. Tutto il santo giorno»
«Come le ho già detto, sono già in parola con il signor Ezra» disse Ismael cercando di sorridere.
«Questo è un problema tuo. In cambio avrai qualcosa da mangiare e un posto dove passare la notte»
«Mi lasci pensare»
«No, devi dirmelo subito se ci stai, ragazzo»
* * *
«Ho comprato ciò che mi aveva chiesto, signor Ezra. Ho sistemato tutto in casa. Ecco il resto» Ismael fece cadere i pochi spiccioli rimasti nella mano artritica del vecchio, lunghe dite nodose rovinate da anni di lavoro e dalla malattia. Era seduto su di un sedia a cui mancava un’asse dello schienale. Le gambe erano tutte diverse una dall’altra e sembravano essere state ricavate da quattro qualità di legno differenti. Aveva modellato il sedile dal cuoio di chissà quale animale e l’aveva tirato e inchiodato per bene all’esterno di un cerchio di legno. Fumava svogliato una pipa con lo sguardo perso, anche se gli occhi erano fissi su tre muli stanchi e sporchi nel recinto esterno.
«Signor Ezra, tutto bene?»
«Ti avevo già detto di chiamarmi solo Ezra, ricordi?»
«Sì, certo. Scusi Ezra. Le dicevo che tutta la mercanzia presa all’emporio l’ho sistemata in casa»
«Ben fatto ragazzo, ben fatto. Prima di sera c’è da preparare per la notte quei tre muli appena arrivati e abbonda con la biada, sono stremati e affamati» disse alzandosi con dolore dalla sedia artigianale. Ad Ismael sembrò sentire ogni singola articolazione gemere e scricchiolare nella propria sede cartilaginea ormai indurita per l’età.
«Passami quel bastone, ragazzo. Oggi questa schifosa gamba ha deciso di farmi invocare il nome del Signore invano. Sono stanco e devo riposare un po’. Pensa tu a chiudere tutto, Ismael. Quando rientri c’è lo stufato di oggi da finire»
Preparò le bestie per la notte, chiuse le stalle e riordinò il negozio. Per la via principale pochi camminavano, qualche carretto trainato da asini risaliva la strada e due ragazzini si picchiavano incitati da due boscaioli già ubriachi. Quando il più basso vide che l’altro non si muoveva più, si alzò, gli sferrò un calcio nello stomaco, uno in faccia e se andò dirigendosi verso casa o qualsiasi altro posto che poteva dargli rifugio per la notte. Nessuno si avvicinò all’altro rimasto esanime nella sporcizia e nel fango.
Il vecchio richiamò Ismael all’interno. Era già sdraiato sul letto, ancora vestito, e le finestre della stanza non lasciavano passare l’ultima luce del giorno per la sporcizia accumulatasi sui vetri. Bucce di patate e resti di cipolle erano ammucchiate contro la parete opposta del letto. Le punte sporche di un paio di scarpe sbucavano da sotto il giaciglio. Stranamente la stanza non puzzava, solo un leggero odore di legno vecchio. Ezra teneva meglio le bestie, le loro stalle e il negozio che l’abituro in cui viveva egli stesso.
«Hai chiuso tutto, Ismael?» domandò sputando un grumo rosso nel fazzoletto.
«È tutto sistemato. Negozio chiuso e stalle serrate. Penso che i muli stiano già dormendo e tra poco verranno seguiti anche dagli altri»
«Bene, bene. Passami quel whiskey sul tavolo e portami la mia pipa, Ismael» si alzò mettendosi seduto sul letto, tossendo ancora.
«Domani dovremmo dare una controllata al baio più piccolo, quando trotta trascina un poco la gamba sinistra davanti» Prese la bottiglia e ne versò il liquido per colmare metà bicchiere. Svuotò il fornello della pipa dal tabacco vecchio, ne prese del nuovo, la accese con tre boccate e gliela porse insieme al whiskey.
«È vero, l’avevo già notato io da qualche giorno. Ho controllato e non si vede niente, l’unghia è bella e non c’è infezione. Avrà preso qualche calcio stando nel recinto esterno con gli asini e l’altro baio» L’ultimo raggio di luce toccò il viso rugoso e incartapecorito di Ezra mostrandone l’età avanzata e il peso delle disgrazie affrontate in vita.
«Oggi sono rientrati i due idioti texani e mi hanno riportato i muli. Tutti e tre, sani e salvi. Un po’ ammaccati e stanchi, ma salvi. Dio sia ringraziato»
«Sì, gli ho visti al saloon. Erano messi veramente male e cercavano qualcosa da mangiare»
«Cosa sei andato a fare da quel viscido?» chiese il vecchio prendendo una boccata dalla pipa.
«Cercavo lavoro in cucina durante la sera per qualche dollaro la settimana, ma ha già sua sorella. Mi ha offerto un posto da garzone per un po’ di cibo e un tetto»
«Hai accettato?»
«No» rispose sedendosi sulla sedia vicino al tavolo facendola scricchiolare. Cominciò a mangiare lo stufato bagnandolo con un poco di whiskey di Ezra.
Il vecchio lo guardò ammiccando e inspirò profondamente dalla pipa. Fuori il buio stava prendendo il sopravvento sul giorno e il vecchio accese la lampada a cherosene. Chiese ad Ismael di appenderla al gancio sopra di lui. Il forte vento cominciava a fare gemere le assi della casa, una folata si insinuò sotto lo porta e fece turbinare la polvere sul pavimento.
«Fra poco inizia a piovere. Sarà una notte di tuoni, lampi e pioggia forte. Poveri cavalli, impazziranno»
«Posso andare a dormire nel fienile, così se dovessero agitarsi, sarei lì a tenerli buoni. E poi qua in casa posto per due non c’è» si alzò dirigendosi verso la porta.
«Sei un bravo ragazzo, Ismael, un bravo ragazzo e questa cittadina non è adatta alla brava gente»
«Più che cittadina direi paese, signor Ezra» rise
«Già, hai ragione. Ma aspetta, non andare ancora. Siediti» e sfilò la sedia da sotto il tavolo facendo un cenno al ragazzo.
«Ascolta, Ismael, ascolta bene. Come sai oggi sono ritornati i due imbecilli texani convinti di trovare ancora argento. E come sai mi hanno riportato i miei muli, pagato l’alloggio dei loro cavalli e tutto il resto»
«Certo»
«E ricordi cosa ho detto avrei fatto dopo?»
«Certo»
«Ho detto che me sarei andato»
«Esatto»
«Ascolta Ismael, ascolta bene. Anni fa questo paese contava qualcosa come cinquecentotredici famiglie, sembrava un formicaio ovunque andassi. Su quelle colline si assisteva ad una crisi di nervi collettiva. Giovani, ragazzi, vecchi e meno vecchi che entravano e uscivano dalla gallerie. In città c’erano sedici saloon, ognuno con bordello annesso. Per strada trovavi più puttane che mogli. Visti i guadagni, alcune si sono messe a gestire loro stesse le stanze, mentre i mariti facevano saltare le viscere delle colline per l’argento. Le diligenze erano stracolme di prospettori e avvocati. I prospettori ti trovavano la vena e gli avvocati ti facevano firmare per vendere tutto a società dell’est. Alcuni sono saltati insieme alla dinamite, alcuni sono rimasti sepolti nei crolli delle gallerie e ben pochi si sono arricchiti. Ma tutti andavano avanti perché c’era speranza, c’era il futuro che li aspettava e sapevano che quel futuro avrebbe potuto cambiare loro la vita. Se oggi andava male, domani non poteva essere uguale e se qualcuno ci lasciava le penne, beh tanto meglio, ci sarebbe stato meno da dividere una volta raggiunta la vena. Lo sceriffo aveva tre vice per tenere a bada tutti, e non era ancora abbastanza. Il paese era vivo, lo sentivi respirare, lo sentivi vivere sotto i tuoi stivali. Anche di notte quando tutti erano in casa a dormire distrutti dalla fatica, il paese era lì più sveglio che mai ad aspettarti per un’altra giornata» si fermò, prese un lungo sorso di whiskey e fece cenno a Ismael di versargliene ancora.
«Poi un bel giorno la vena d’argento ha deciso di cambiare direzione e di infilarsi ancora più in profondità nella nuda terra e nella roccia. Il rischio era troppo alto per scendere così tanto. Forse un giorno troveranno il modo per farlo, chissà. Comunque la gente ha cominciato ad andarsene e dirigersi chi verso la costa e chi verso il Klondike. Adesso sono rimaste solo ventitré famiglie, un vecchio zoppo e qualche boscaiolo che scende il sabato per farsi qualche cavalcata con Vogliosa e Formosa, le ultime rimaste. Ho visto questo paese nascere, esplodere e crollare sotto il suo stesso peso. Quelli rimasti sono il peggio, gente che fa il pesce grosso nello stagno piccolo, ma che non avrebbe il coraggio di allontanarsi dieci miglia dalla propria casa»
«Non mi sta dando un bel disegno di questo paese, signor Ezra»
«Ed è quello che voglio ragazzo. Fra qualche giorno me ne andrò, verso la California. Voglio vedere il Pacifico, ragazzo, voglio vedere le sue onde, sentire il profumo della spiaggia e che odore ha la terra bagnata dal sale. Voglio vedere navi salpare e chiedermi quale sarà il loro porto di arrivo. Sono nato e cresciuto tra le montagne e non ho mai visto l’oceano. Ti dico solo questo, Ismael, vattene da questo posto, vattene subito. Se vuoi riposa, rimettiti in forze e appena sei pronto scappa. Ormai non c’è più niente per nessuno qua, si rimane solo per codardia e si finisce per morire ancora prima di essere morti veramente»
Ismael guardava fuori dalla finestra. Le raffiche spazzavano il cortile interno e la pioggia picchiava forte contro i vetri. All’interno della stalla sentiva le bestie agitarsi. Nel pollaio tutto tranquillo. L’aroma del tabacco gli invase le narici e si girò verso Ezra.
«È in una notte come questa che il mare mi risparmiato. Ha peso con sé tutta la mia famiglia più altre dieci, ma non me. Vorrei venire con lei, ma il mare è pericoloso e cattivo e non lo vedrò mai più»
«Fai come vuoi, ma non rimanere qua»
«Ho bisogno di un posto, di un luogo in cui mettere radici, non voglio più vagabondare»
«Vai verso Helena. I ricchi che vogliono il proprio cuoco personale nelle loro tenute non mancano. Può essere il tuo posto quello, ragazzo. Dirigiti a nord-ovest, non la puoi mancare ragazzo e la strada è abbastanza tranquilla. Con un buon passo ce la puoi fare in dodici, forse dieci giorni»
«E con la diligenza?»
«Non te la puoi permettere la diligenza e io non posso darti un centesimo. Non lasciarti scappare questa occasione. Ti do ancora un paio di giorni e poi voglio vederti uscire da quella porta»
«Grazie del consiglio, signor Ezra. Adesso vado, buona notte»
«Prendi quella mantella e quella lampada ad olio vicino alla porta. Buona notte Ismael»
* * *
Un raggio caldo e luminoso e il ragliare di un asino lo svegliarono dal suo letto di fieno. Si alzò, aprì il grande portone del fienile e vide il sole alto nel cielo. Le galline razzolavano tra una pozzanghera e l’altra in cerca di cibo. Il calore mattutino aveva già asciugato le pareti delle costruzioni rivolte a est. Le stalle erano silenziose, niente cavalli ne muli ne asini. L’unico rimasto era nel recinto esterno, quello che lo aveva svegliato.
Entrò in casa. Il locale era più spoglio della sera precedente. Tutte le vettovaglie erano sparite, così come i pochi vestiti che Ezra teneva per sé. Le scarpe dalle punte sporche spuntavano ancora da sotto il letto. Si abbassò e le prese in mano. Erano senza suola e le gettò in un angolo. Sul tavolo un sacco di iuta con all’interno altri piccoli sacchi della stessa fibra contenenti una piccola parte delle provviste acquistate all’empori il giorno prima. In più c’erano soltanto dello zucchero e della radice secca di cicoria. Prese il sacco con le vivande e uscì verso il recinto esterno. Si avvicinò piano all’asino, lo accarezzò dolcemente e a lungo sul muso e lo preparò.
I solchi dei carri e le impronte dei cavalli si indurivano sotto il sole. Rottami di case li accompagnavano lungo la via verso l’uscita del paese e da dietro finestre scure e luride occhi gelidi scrutavano con malignità il loro passaggio.
A nord si addensavano nubi grigie e pesanti, premonitrici di freddo serale e tempeste notturne.
NOTE BIOGRAFICHE
Alessandro Asprea
Fiorentino di nascita, sono laureato in Scienze Naturali e sono anche Guida Ambientale Escursionistica. L’esplorazione della natura mi ha sempre affascinato, tanto da impedirmi di trovare un lavoro “normale”. Infatti ho trascorso tanti anni a collaborare, tra un contratto precario e l’altro, a vari progetti di ricerca e conservazione della fauna selvatica. La vita da naturalista è stata affiancata dal lavoro di guida escursionistica, con cui ho ulteriormente vagabondato per mezza Italia. In tutto ciò, l’inossidabile passione per il West mi accompagna sin da bambino, così come la passione per lo scrivere. Tuttavia, non ho mai pubblicato niente dei vari racconti western che tengo a muffire nel cassetto (in realtà, in cartelle sparse nel computer!).
Cesare Bartoccioni
Nato nel 1970, ho scritto racconti brevi fin dalla prima gioventù, ricercando una sintesi linguistica purgata da ogni eccesso verbale o descrittivo. Dopo la laurea in lingua inglese e spagnola conseguita presso l’Università di Urbino ho svolto diversi lavori, come export manager, interprete, guida; ho insegnato in Finlandia e in Italia. Docente di lingua inglese presso la Scuola Secondaria di I grado di Verucchio, RN, sono anche traduttore dalle lingue inglese e spagnolo.
Sposato, con due figli, appassionato di western, fantascienza, storia, amo la vita al contatto con la natura, le passeggiate nei boschi, la fotografia di paesaggi, piante e animali selvatici.
Davide Castelli
Ho visto i natali nel giugno 1977. Sono nato e cresciuto in un piccolo paese alle porte di Lecco. Come molti, il mito del west mi ha conquistato sin da tenera età e ho cercato di coltivarlo nel migliore dei modi. Non ho mai partecipato ad alcun contest o concorso di sorta e men che mai pubblicato alcuna opera. A dirla tutta è la prima volta in assoluto che mi metto alla scrivania e cerco di riempire le pagine bianche che ho davanti per poi mandarle a qualcuno. Quindi, come avrete capito, nel mio curriculum letterario c’è ben poco da dire. Quando ho visto l’opportunità con il vostro sito mi sono detto “perché no?”, e mi sono lanciato. Incrocio le dita e spero…
Iginio Boscolo Contadin
Sono nato a Venezia nel 1975 e vivo a Chioggia. Lavoro come impiegato per RFI. Sono da sempre appassionato di Western e seguo fin da piccolo le avventure di Tex e dei suoi pards. Dall’avvento di internet sono un accanito utente del sito farwest.it, il quale mi ha dato la possibilità di cimentarmi nella scrittura di racconti ambientati nel selvaggio Ovest.
Mauro Fradegradi
Nasce il 12 luglio 1978 ad Abbiategrasso. Insegnante di lingua e letteratura spagnola si è laureato a pieni voti all’Università degli Studi di Milano con una tesi dedicata al genere western: La narrativa western dall’America all’Europa. L’esperienza spagnola. Studioso di Scapigliatura Milanese come di letteratura spagnola, western e horror, percorre studi individuali di critica tematica prediligendo i wilderness-drama, i generi, i temi del doppio, del viaggio, del deserto e del simbolismo animale e tellurico in letteratura come nel cinema.
Giampaolo Galli
Nato a Pisa nel 1963, vivo a Trieste da più di quarant’anni, dove mi occupo di informazione scientifica. Dopo la laurea in geologia intrapresi una lunga serie di viaggi che mi portarono a visitare diversi paesi in Africa, Asia ed Americhe. Queste esperienze hanno contribuito ad arricchire una serie di interessi culturali che comprendono l’esplorazione geografica, la storia dei gruppi umani, l’etnologia e le scienze naturali.
Negli ultimi anni, oltre alla fotografia e alla pittura ad olio, ho scoperto il piacere della scrittura, che mi aiuta a fissare i ricordi e a rivivere le emozioni dei viaggi in paesi lontani. Tutti i miei lavori sono sempre rimasti dentro i confini del puro esercizio dilettantistico. Nelle precedenti edizioni di racconti edite da farwest.it ho pubblicato nell’ordine: “L’ultima caccia”, “ Lungo il fiume”, “Outlaws”.
Massimiliano Melotti
Nato a Pavia nel ’64, vivo e ho vissuto in piccoli paesi di pianura, tra campi, alberi, fiumi, animali e persone più o meno sagge, senza mai smettere di osservare ognuna di queste cose come scruto ogni giorno la mia bambina crescere. Ho preso il diploma di geometra quasi senza studiare – purtroppo non è un vanto! – e mi son buttato nel lavoro, a quel tempo continuare gli studi non mi confaceva. Negli anni ho invece continuato le passioni dell’infanzia, animali e far west, al punto che oggi, per diletto, di entrambe mi piace scriverne. Sul forum di Farwest.it sono Selknam. Il racconto è, addirittura, il secondo capitolo di un romanzo da “cassetto”!
Moreno Pavanello
Sono nato nell’agosto del ‘78 in un piccolo paese in provincia di Torino, e la lettura è sempre stata la mia passione, cominciando dai vecchi numeri di Tex e Zagor ereditati da mio padre fino a trasformarmi nel lettore onnivoro che sono ora. Le mie prime prove come scrittore sono ricordi adolescenziali, e solo da pochi anni ho iniziato a dedicarmici con assiduità.
Fin’ora ho partecipato a diversi concorsi per racconti, con risultati abbastanza soddisfacenti. Non contento ho deciso di occupare ancora un po’ di spazio in rete aprendo un blog dove si parla di narrativa e molto altro, e dove sono raccolti i miei racconti: storiedabirreria.blogspot.it.
Domenico Rizzi
Domenico Rizzi, pavese di nascita e residente a Menaggio, sul Lago di Como, è scrittore da diversi anni e vanta molte pubblicazioni, soprattutto sull’argomento della storia del West americano, ma anche come romanziere. Fra le opere di saggistica, vi sono Tremila cavalieri indiani, Il giorno di Custer, Le schiave della Frontiera (vincitore Premio L’Autore a Firenze nel 2001), Monahseetah e il generale Custer, Sentieri di polvere, Le guerre indiane della Vecchia Frontiera, Le guerre indiane nelle Grandi Pianure, O.K. Corral 1881, I cavalieri del West, Frontiere del West e Fort Kearny 1866-68. Per la narrativa, Le streghe di Dunfield, I peccati di Dunfield, I segreti di Dunfield, SLASH. Grazie per questo amore, La montagna di fango e la raccolta Pianure lontane. Rizzi è collaboratore del portale Farwest, su cui ha pubblicato, oltre a parecchi articoli, alcuni libri a puntate (“Il tesoro del West”, “John Wayne, il gigante del western”), racconti e il diario “Viaggio nel Wild West”, in cui descrive il suo lungo tour negli Stati Uniti d’America.
Silvio Tasso
Sono nato nel 1969 in provincia di Venezia, ma vivo a Bergamo da moltissimi anni. Sempre appassionato di libri e film western. Amante dei libri e della letteratura in tutte le sue forme, da sempre mi diletto nel tempo libero a scrivere romanzi e racconti. Partecipo da diversi anni all’attività di un gruppo letterario.
Salvatore Tofano
Sono nato nel centro storico di Napoli e ora vivo a Scampia. Collaboro con il sito on line www.fuoricentroscampia.it e con i mensili cartacei «Fuga di Notizie» e «Plajanum». Diversi miei racconti e poesie sono apparsi su antologie monotematiche della Giulio Perrone editore. Nel 2010 con lo pseudonimo Stof ho pubblicato per The Boopen editore Susetta Spinola di Scampia. Oltre venti anni di satira in periferia e, nel novembre 2011, Scampia: la leggenda della vela che non voleva morire e altre storie, prefazione di Luca Bifulco, Marotta & Cafiero editori. Vorrei, inoltre, ricordare la pubblicazione su www.farwest.it del mio racconto «Sono Tex Willer» e l’inserimento nel secondo e terzo contest dei miei racconti “Porto la stella” e “Lo spettro di John Baldwin”. Amo, ovviamente, il cinema western e nel fumetto il grande Tex.