donna cheyenne
italian
Il cavaliere scrutò il cielo con aria sonnolenta. Le sue narici fiutarono l’aria come un segugio, mentre lo sguardo si perdeva sull’orizzonte formato da basse colline brulle. Davanti a sé vedeva soltanto una vasta distesa di pianura costellata di rari arbusti e senza alcun corso d’acqua, come in molte altre zone del Kansas. Il cielo, però, prometteva finalmente pioggia.
Accarezzò il collo del suo cavallo pomellato.
«Meglio fermarci, amico» disse «Entro un paio d’ore si metterà a diluviare e noi siamo completamente allo scoperto.»
Si voltò a guardare i due animali che si portava dietro da Fort Wallace. Erano un vecchio cavallo roano carico di provviste e munizioni e un mulo da soma che trasportava coperte, pellicce, pali da tenda e quattro fucili a ripetizione avvolti in una coperta militare.
Smontò e mosse qualche passo intorno a sé, per sgranchirsi le gambe.
Era una persona di oltre trent’anni, con una folta chioma castana che gli copriva le orecchie e la fronte e i suoi occhi erano dello stesso colore dei capelli. Vestiva come la maggior parte dei cacciatori delle pianure, con una giacca di pelle di daino sfrangiata portata sopra una camicia azzurra di flanella e un paio di calzoni militari. In testa aveva uno stetson chiaro dalle falde molto ampie e spioventi.
L’autunno era appena iniziato e l’aria che spirava da settentrione aveva l’odore della pioggia. Sentì che doveva affrettare le operazioni se voleva evitare di finire inzuppato. In pochi minuti mise in piedi una tenda rudimentale, tirando un telo fra quattro bastoni presi dal carico del mulo e conficcati nel suolo sabbioso. Poi assicurò tre lati della tenda ad altrettanti pioli che piantò nel terreno usando il calcio della sua Colt come un martello. Infine liberò il mulo e il cavallo di scorta dal loro carico, tolse la sella al cavallo pomellato e depositò tutte le attrezzature all’interno dell’improvvisato riparo.
Si guardò in giro. Un volo di uccelli scuri stava sorvolando l’orizzonte, muovendo verso occidente. Nella prateria non si scorgeva altro che qualche cespuglio di sage brush, che spuntava irregolarmente nella piana desertica. Non vi era un solo albero nel raggio di venti miglia e l’unico riparo dal sole era costituito da ammassi rocciosi e blocchi di arenaria che affioravano qui e là, simili a pezzi di montagna precipitati dall’alto su quella terra inospitale.
Strappò alcuni arbusti rinsecchiti dal suolo e li accumulò a lato della tenda, preparandosi ad accendere un fuoco.
Kevin Parks aveva guadato l’Arkansas a monte della confluenza del Two Butte Creek ed era certo che in quella regione non transitasse nessun Indiano. Forse ne avrebbe incontrato qualcuno spingendosi più a sud, in direzione del fiume Canadian, perché ormai tanto i Cheyenne quanto i Comanche e i Kiowa sapevano di essere braccati dall’esercito e si tenevano lontani dagli avamposti militari. Molte bande sfuggite ai rastrellamenti, si erano trasferite nell’area delle Staked Plains, nel Texas nord-occidentale. Nonostante ciò, pensò fosse saggio tenere il Winchester e la Colt a portata di mano, perché la sua lunga esperienza di scout nella cavalleria gli aveva insegnato a non fidarsi mai, dovunque si fosse venuto a trovare.
Non appena i rami secchi ebbero preso fuoco, Kevin versò l’acqua di una borraccia nella caffettiera annerita dall’uso e prese delle gallette da una sacca che aveva portato appesa alla sella, completando la sua dieta alimentare con della pancetta affumicata avvolta in un cartoccio.
Il tuono rimbombò sopra la sua testa mentre inghiottiva il primo boccone. Uno dei cavalli nitrì.
«Buono» disse Kevin senza guardarlo «È soltanto un temporale…Tutta l’acqua del cielo non basterebbe ad affogare questo posto, perché dev’essere dal tempo del diluvio universale che…»
Il cavallo nitrì di nuovo, scalpitando. Kevin si alzò in piedi, impugnando la Colt ed esplorando una bassa sporgenza rocciosa che sorgeva alle sue spalle. Un lampo illuminò la scena e il rumore dello sparo squarciò il silenzio. L’uomo rimase in piedi per un istante, quasi incredulo, poi piegò le ginocchia e cadde riverso in avanti, con la faccia nella polvere. Il vento che si stava sollevando sospinse via il suo cappello, mandandolo ad incastrarsi in un cespuglio di rovi. Per un attimo interminabile, il silenzio fu rotto soltanto dal sordo rumore prolungato di un tuono, mentre il vento sibilava fra i cespugli, sollevando nuvole di sabbia.
«L’ho fatto secco al primo colpo!» gracchiò una voce maschile «Vieni, gli prenderò lo scalpo…! Tahkeome ne sarà felice, quando glielo mostrerò…!»
Un individuo sulla quarantina, di bassa statura e piuttosto tarchiato, spuntò dalle rocce, avanzando quasi a saltelli in direzione della tenda. I cavalli nitrirono un paio di volte, mentre il mulo lanciò un verso, cercando di liberarsi. La donna indiana apparve ad una ventina di passi dietro l’uomo, proprio mentre un lampo annunciava una folgore che andava ad abbattersi a poca distanza. Il fragore del tuono scosse la terra, facendola tremare.
«Marchand…!» chiamò la voce femminile alle sue spalle. L’uomo non si voltò, raggiungendo la sua vittima d’un balzo con un bowie knife nella mano. Mentre si chinava sul corpo immobile, Kevin si girò repentinamente, piantandogli la canna della sua Colt in viso.
«Resta dove sei, razza di bastardo!» intimò al suo aggressore «A questa distanza non mi è possibile sbagliare la mira!»
Marchand rimase esterrefatto dalla sorpresa, con il braccio sollevato a mezz’aria e la mano che stringeva ancora il coltello. Kevin Parks si rialzò con un guizzo, tenendo la pistola puntata davanti a sé. Fece cenno alla donna di venire avanti, mentre interrogava l’uomo.
«Chi sei? Un ladro o un assassino?»
Marchand abbassò il braccio armato, ma senza lasciar cadere il coltello.
»Sono un Cheyenne» rispose semplicemente. Indicò la donna con il mento.
«Quella è mia moglie Quahneah…!» aggiunse senza scomporsi.
Kevin lo studiò attentamente. Indossava una casacca di foggia indiana e calzava mocassini. Aveva i capelli lunghi e arruffati, raccolti in due lunghe trecce, ma portava dei baffi grigi spioventi e il suo volto era solcato da rughe profonde.
«Perché mi hai sparato? Volevi anche scotennarmi…» lo incalzò Kevin.
Marchand si strinse nelle spalle. Notò i calzoni militari di colore blu stinto, con la banda gialla dell’uomo che lo teneva sotto la minaccia della pistola.
«Al Sand Creek voi ne avete scalpati centinaia di Cheyenne, qualche anno fa.» rispose asciutto.
«Ho capito. Sei un rinnegato…C’è la forca per la gente come te.»
«Mon Dieu! Ti ho detto che sono un Cheyenne…Lo diventai sposando quella donna!»
Un altro fulmine si abbattè fragorosamente sulla prateria, a meno di mezzo miglio di distanza. I cavalli diedero segni di inquietudine e lo scoppio fece sobbalzare anche Kevin, che si distrasse per una frazione di secondo, quanto fu sufficiente a Marchand per balzargli addosso e farlo cadere all’indietro. Poi l’aggressore vibrò un fendente all’impazzata con il suo coltello, lacerando una manica della giacca di pelle di Kevin, che istintivamente aveva cercato di proteggersi con il braccio sinistro, impugnando ancora saldamente la Colt nella destra.
«Quahneah…! Aiutami!» invocò Marchand in difficoltà, mentre cercava di colpire ancora l’avversario. La squaw arrivò di corsa e afferrò il braccio armato di Kevin, che si liberò di lei scalciandola e facendola cadere a terra. Quindi riuscì a vibrare un colpo deciso con il calcio del revolver alla tempia dell’avversario, che lanciò un urlo di rabbia e di dolore. Intanto la donna, che si era subito rialzata, afferrò il fucile di Kevin e glielo puntò addosso.
«Quahneah…!» invocò Marchand, aspettandosi il suo aiuto, mentre il sangue gli colava da una tempia. Il colpo partì quasi subito, nell’istante in cui Kevin riusciva a piegare l’uomo da un lato, facendosi involontariamente scudo con il suo corpo, che venne a trovarsi sulla traiettoria del proiettile. La pallottola colpì Marchand al collo. L’uomo si afflosciò senza un grido sul corpo di Kevin. Atterrita dall’errore commesso, Quahneah abbassò la canna del Winchester, arretrando, mentre Parks, liberatosi del cadavere di Marchand, si rimetteva in piedi, tendendo la la sua pistola verso di lei.
«Getta quell’arma!» le intimò, furibondo «C’era un solo colpo nel caricatore…!» bleffò, sperando che lei comprendesse la sua lingua.
La squaw indietreggiò di qualche passo. La sua mano azionò la leva del caricamento, alzò il cane del fucile e senza prendere la mira premette il grilletto. Il secondo colpo si perse sibilando nella sabbia. Prima che Quahneah potesse ripetere l’operazione, Kevin lasciò cadere la Colt e le balzò addosso, gettandola al suolo. Le sue mani le strinsero la gola con tanta energia che per un attimo temette di averla strangolata. La ragazza abbandonò le braccia lungo il corpo e rimase inerte con gli occhi sbarrati, senza più opporre alcuna resistenza.
L’uomo allentò la presa e si rialzò, facendole segno di rimettersi in piedi.
La squaw obbedì con movimenti molto lenti e andò verso il corpo di Marchand, che giaceva senza vita a poca distanza. Incurante della presenza di Kevin, si inginocchiò, sollevò due manciate di sabbia e intonò una cantilena, tenendo gli occhi rivolti verso l’alto e spargendo la polvere sul cadavere. L’uomo pazientò solo qualche istante, prima di interrompere bruscamente quel cerimoniale.
«Alzati…!» le ordinò, tirandola per un braccio. La reazione della ragazza fu tanto fulminea quanto inaspettata. Il coltello che Marchand aveva abbandonato per terra comparve nella sua mano, che vibrò un colpo alla cieca, conficcando la lama nella spalla sinistra di Kevin. L’uomo lanciò un grido, ma si riebbe subito dalla sorpresa. Dopo averle afferrato il polso, glielo torse fino a costringerla a lasciar cadere l’arma. Poi le assestò un violento manrovescio con il braccio sano, facendola cadere al suolo e costringendola a voltarsi a pancia sotto. Infine, con una corda che teneva nella tasca della giacca, le legò le mani dietro la schiena, stringendo i nodi con vigore. Per un attimo, il bestiale impulso di sfogare la sua libidine su di lei si impadronì dell’uomo, che le sollevò la corta gonna di pelle di daino, scoprendole i glutei. Quahneah rimase immobile con la faccia nella polvere, apparentemente rassegnata a subire quell’abuso, ma Kevin si fermò, eccitato e ansimante. Avvertiva un acuto bruciore alla ferita che la lama del coltello gli aveva procurato alla spalla e si sentiva la manica della giacca inzuppata di sangue.
«Comprendi la mia lingua?» le chiese concitato «Cosa volevate fare tendendomi l’agguato?» La ragazza aspettò prima di rispondergli.
«Rubarti i cavalli e il carico» rispose ansimando, in inglese.
«E c’era bisogno di ammazzarmi?» la incalzò Kevin con voce incollerita.
«Sei un Bianco» spiegò Quahneah «un nemico…Marchand è stato scacciato dalla mia tribù…Io l’ho seguito perché sono sua moglie. Voleva portare questi doni e il tuo scalpo a Tahkeome per farsi perdonare ed essere riammesso nel campo…»
Kevin soffermò lo sguardo sul posteriore nudo della donna. Trasse un sospiro profondo e le rimise a posto la gonna, alzandosi in piedi e andando sotto la tenda. Si tolse lentamente la giacca, stringendo i denti e sfilò la manica insanguinata della camicia. Il coltello l’aveva ferito soltanto superficialmente, ma dalla lacerazione provocata dalla lama era uscito un bel po’ di sangue. Prese una fiasca contenente del whisky e lo versò risolutamente sulla ferita, serrando le mascelle per non gridare, quindi tamponò lo squarcio con un panno preso dalla tasca della sella. Un secondo dopo cominciò a piovere improvvisamente e un acuto odore di terra bagnata si sollevò dalla terra. Le gocce aumentarono rapidamente d’intensità.
Kevin osservò il cielo coperto di nubi, poi guardò nuovamente la ragazza.
«Penseremo alla sepoltura quando avrà smesso di piovere…Vieni sotto la tenda, adesso.»
Quahneah andò a sdraiarsi vicino ad una sella e Kevin sedette proprio di fronte a lei, tenendo in pugno la Colt La scrutò a lungo, senza parlare, con gli occhi febbricitanti e allucinati. Poteva avere sedici o diciassette anni, i suoi occhi erano scuri e i capelli lunghi e corvini, tratti comuni a tutti quelli della sua razza. Riflettè a lungo, lasciando vagare lo sguardo fuori dalla tenda, dove la pioggia stava cadendo molto intensa. Il cadavere di Marchand giaceva riverso con la faccia nella sabbia, che si stava trasformando in fanghiglia. La ragazza rimase a lungo in silenzio. Quando si decise a dire qualcosa, Kevin rimase sbalordito.
«Puoi prendermi, se ti pare» disse con atteggiamento provocatorio «Ti prego soltanto di non uccidermi…A mia madre sono rimasta soltanto io.»
L’uomo la rimirò per un lungo istante. Si decise a farle alcune domande che gli premevano.
«So che non me lo dirai, ma te lo chiedo ugualmente. Come mai sei diventata la moglie di quel mascalzone?»
Sorprendentemente la ragazza gli rispose, fornendogli le spiegazioni richieste.
«Marchand? Lui era un cacciatore che veniva da molto lontano, da una regione chiamata Quèbec…Cacciava il bisonte a nord dell’Arkansas…Mi chiese in moglie, offrendo cinque cavalli e un fucile a mio padre, che accettò.»
Kevin fece una smorfia, piacevolmente impressionato dalla sua loquacità.
»E perché avete dovuto lasciare il vostro villaggio?»
La risposta di Quahneah fu altrettanto franca.
«Uccise un Cheyenne per una questione legata ad un debito che l’altro non voleva saldare…In questi casi, la nostra legge impone l’allontanamento dalla tribù, per qualche tempo o per sempre. Lui era stato bandito per tre anni.»
«E tu cosa c’entravi?» Quahneah abbassò il capo.
«Nulla, ma di solito la moglie segue il marito …Io posso tornare al mio villaggio quando voglio e il matrimonio sarà sciolto.»
Kevin aggiunse un commento sarcastico.
«Adesso è sciolto lo stesso» aggiunse «perché lui è morto.»
Un tuono prolungato rimbombò sopra le loro teste. La pioggia scrosciante ticchettava senza posa sul telo cerato della tenda. Kevin riflettè per un po’ senza domandarle altro. Pur essendo Quanhneah soltanto una ragazza, era già diventata la moglie di un avventuriero, ma la cosa non lo stupì affatto: fra gli Indiani delle pianure, una donna che fosse ancora nubile a sedici anni era considerata una zitella.
Impietosito, afferrò il sacco delle gallette e glielo porse.
«Vuoi mangiare qualcosa?» le chiese. La ragazza accettò. Per qualche istante si udì soltanto il rumore delle sue mascelle che sgranocchiavano le gallette. Prima che l’uomo potesse farle una domanda, fu lei a chiedergli qualcosa.
«Sei un cacciatore?» Kevin scosse il capo.
«Fino ad un mese fa facevo da guida alle colonne dell’esercito, a Fort Wallace. Sai dove si trova?»
La squaw annuì.
«Ed ora…?» si permise di domandargli, senza staccare gli occhi dal suo viso. Kevin sospirò, toccandosi la spalla ferita.
«Sto cercando…una donna.»
La ragazza spalancò gli occhi, incuriosita.
«Cerchi…una moglie?» chiese.
«No» rispose prontamente «Quella donna è mia sorella.»
La squaw si fece insistente.
«Dove è finita?»
Kevin ci pensò su a lungo, ponendosi mentalmente la stessa domanda.
«Mi piacerebbe saperlo. Fu catturata da una banda pellerossa nel Colorado, circa due anni fa…Suo marito venne massacrato e lei portata via insieme ad un’altra donna, che però fu ritrovata morta a poche miglia di distanza dalla fattoria distrutta…Per quanto ne so, è stata la tua gente a compiere quell’incursione.»
L’espressione del suo viso si era fatta nuovamente dura. La ragazza gli rispose in maniera inaspettata.
«Anche il mio unico fratello venne ucciso dai soldati…Accadde al fiume Washita, quattro anni fa. Era con la banda di Mohtavato.»
Kevin mostrò di conoscere l’episodio a cui lei si riferiva. Si trattava dell’assalto condotto dal Settimo Cavalleria del generale Custer nel novembre del 1868, nel quale erano morti il capo Pentola Nera e cento dei suoi seguaci.
La guardò, chiedendosi quali sentimenti stesse provando nei suoi confronti, ma avvertì che la rabbia celata dentro di sé stava svanendo.
Le pose quella domanda bruscamente.
«Mia sorella si chiama Kathleen Parks. È alta e bionda e ha ventisette anni, cinque meno di me…Non ne sai niente?»
La ragazza esitò, continuando a mangiare, con gli occhi bassi. Sollevò lo sguardo solo per un istante.
«Se mi aiuti, ti ricondurrò al tuo villaggio e offrirò le mie mercanzie alla tua gente, per riprendermela» si sbilanciò Kevin.
«No» rispose decisa la ragazza «Fra noi ci sono donne rapite agli Ute, ai Pawnee e agli Osage, ma non ho mai visto una donna simile nel nostro accampamento…I Forse si trovava con un altro gruppo.»
Kevin prese atto della risposta, rassegnato. Trasse di tasca un mozzicone di sigaro e se lo mise fra i denti, facendo schioccare uno zolfanello. La pioggia continuava a cadere, costante e monotona, mentre i lampi erano cessati. Fu Quahneah a riprendere il dialogo.
«Non conosco ancora il tuo nome…» azzardò, mostrandogli ancora una volta la sua sfrontatezza.
«Kevin Parks» rispose l’uomo quasi distrattamente «E tu?»
La ragazza rise di gusto, come se, invece di essere una prigioniera, si trovasse a conversare con un amico di lunga data.
«Kwa-nay-ah» sillabò lentamente nella lingua degli Algonchini occidentali ai quali appartenevano i Cheyenne «Quahneah. Significa…Rugiada del Mattino.»
«L’hai imparato bene l’inglese, vedo» si limitò a commentare Kevin.
«La mia gente dice che apprendo tutto molto in fretta» rispose Quahneah quasi divertita «Comprendo anche qualche frase in francese, perché Marchand le usava spesso.»
Kevin la guardò un paio di volte di sfuggita. Pensò all’uomo ucciso quel pomeriggio, che doveva avere molti anni più di lei. Gli Indiani acquistavano le mogli pagandole con dei cavalli o altre mercanzie e le ragazze non potevano rifiutarsi di accettare, perché erano il padre o il fratello maggiore a decidere per loro. Il pensiero della sorte che poteva essere toccata a Kathleen lo fece star male. Adorava quell’unica sorella e si era mostrato contrariato quando lei aveva accettato di sposare Edwin, un agricoltore dell’Ohio trasferitosi da poco nel Colorado. Kevin lo considerava un buono a nulla, incapace perfino di mandare avanti la piccola fattoria che la coppia aveva messo su con il suo aiuto nel Colorado, ma Kathleen ne era innamorata. Poi erano arrivati i Cheyenne, che avevano ucciso Edwin e i due componenti maschi di una fattoria vicina, portandosi via due donne prigioniere. Un Indiano era in grado di percorrere anche cento miglia in un giorno e una notte, sottraendosi a qualsiasi ricerca o inseguimento. Per questo, dopo il rapimento Kathleen era svanita nel nulla.
Ripassò mentalmente l’elenco che un ufficiale di Fort Hays gli aveva sottoposto, ricordando alcuni nomi di donne ritrovate dopo essere finite nelle mani dei Pellirosse. Clara Blinn, uccisa dagli Indiani sul Washita insieme al suo bambino per impedire loro di scappare; Lucinda Eubank, riconsegnata da due Sioux dietro richiesta di ricompensa alla guarnigione di Fort Laramie; Anna Morgan e Sarah White, riscattate dal Settimo Cavalleria di Custer grazie all’intermediazione di una Cheyenne catturata al Washita e divenuta l’amante del generale. E inoltre: Susanna Alderdice, uccisa dai Pellirosse a Summit Springs mentre il Quinto Cavalleria assaliva il villaggio di Toro Alto e Maria Weichel, liberata dai soldati nel medesimo combattimento. In realtà, la lista era assai più lunga di quanto potesse ricordare, ma il nome di Kathleen Parks non figurava in alcun rapporto.
Nel 1872 la maggior parte dei Cheyenne Meridionali – gli Heevahetaneo -era stata confinata nell’agenzia di Darlington, nel Territorio Indiano. Se si fosse trovata in una delle bande che avevano deposto le armi, le autorità della riserva l’avrebbero individuata, perché una donna dai capelli biondi e gli occhi chiari non poteva passare inosservata. Forse, pensò, i Cheyenne l’avevano ceduta a qualche tribù alleata: i Kiowa, gli Arapaho o i Comanche, oppure, Kate era già morta di malattia, per le privazioni subite o durante un tentativo di fuga.
Si sforzò di cancellare dalla mente le ipotesi più drastiche.
Attese in silenzio che la ragazza avesse terminato la frugale cena e diede un’occhiata fuori della tenda. La pioggia era quasi cessata completamente.
«Adesso è ora di seppellirlo» disse l’uomo. Quahneah si mostrò indifferente alla sua richiesta.
«I Cheyenne non seppelliscono i loro morti» si limitò a rispondere.
Senza dire nulla, Kevin prese la pala e uscì nella fioca luce del tramonto, cominciando a scavare una buca vicino al cadavere di Marchand. Il terreno era sabbioso e allentato e nonostante l’uomo potesse servirsi del solo braccio destro, non impiegò molto a preparare la fossa. Quindi trascinò il corpo del cacciatore fin sull’orlo della tomba, profonda quanto bastava ad accoglierlo e ve lo sospinse dentro. Dopo avere finito di sotterrarlo, si accorse che Quahneah stava in piedi dietro di lui, osservandolo in silenzio. Riflettè che la ragazza avrebbe potuto fuggire mentre lui stava lavorando e si chiese il motivo per cui non l’avesse fatto.
«Avevate dei cavalli da qualche parte, tu e quel Marchand?» le chiese semplicemente. Quahneah scosse il capo.
«No. I nostri cavalli se li prese la famiglia della persona che mio marito aveva ucciso.»
Posò la pala, sbuffando. Si asciugò il sudore dalla fronte con il dorso della mano.
«Hai idea di dove si trovi il tuo villaggio ora?» domandò con evidente scetticismo. La ragazza smentì un’altra volta il suo pessimismo.
«Erano diretti ad oriente, verso l’alta valle del fiume chiamato Kicpahaatihari dai nostri nemici Pawnee. L’Acqua Salina che si getta nell’Arkansas.»
«Il Salt Fork…» commentò Kevin.
«Rimarranno là a svernare» riprese Quahneah «perché fra poche settimane la neve ricoprirà le pianure. Non ci sono più molte terre dove i Cheyenne possano rifugiarsi.»
Kevin guardò il cielo nuvoloso, avvertendo la brezza gelida sulla propria pelle. Il dolore alla spalla era ancora acuto a causa dello sforzo sostenuto nello scavo della buca.
«Andremo dove mi hai detto» rispose «ma ormai sta facendo buio e pernotteremo qui. Ripartiremo domani all’alba, se il tempo lo permetterà.»
La invitò a ritornare sotto la tenda e prese due pezzi di corda, con cui le legò le mani e i piedi, cercando di non stringere troppo i lacci. Poi si occupò dei cavalli e del mulo, prendendo dell’avena da un sacco. Quando ritornò, la ragazza giaceva distesa con il capo appoggiato alla sella come in precedenza e sembrava addormentata. Stese una delle coperte militari che aveva con sé sul suo corpo, prima di sdraiarsi accanto a lei, tenendo la Colt carica in pugno e il fucile a portata di mano.
La stanchezza ebbe facilmente il sopravvento su di lui.
* * *
Stavano viaggiando da due giorni, dirigendosi verso sud-est.
Il tempo si era rimesso al bello, ma dopo il calar del sole l’aria si faceva frizzante.
Quahneah lo seguiva docilmente senza parlare, se non per scambiare qualche breve frase. Durante le due notti che avevano trascorso insieme accampati nella prateria, non aveva mai tentato di liberarsi e di giorno non aveva neppure provato a fuggire, forse perché temeva che l’uomo potesse raggiungerla facilmente con il suo cavallo più veloce del ronzino su cui montava lei. Kevin aveva fatto altri tentativi per sapere da lei dove Kathleen si potesse trovare, perché le bande Cheyenne ancora libere non erano più di cinque o sei, ma il territorio fra il South Platte e il Fiume Rosso era vastissimo e in gran parte disabitato e sua sorella poteva essere da qualsiasi parte. Non era neppure escluso che Kate avesse seguito qualche banda di Cheyenne Settentrionali, trasferendosi dunque molte miglia più a nord. Ammesso che fosse ancora viva, poteva trovarsi in un qualsiasi accampamento sul fiume Powder, sul Tongue o nelle Black Hills del Territorio del Dakota.
L’uomo si rendeva perfettamente conto dell’improbabilità che la sua ricerca potesse dare dei risultati. Due anni di ricerche si erano dimostrati infruttuosi, sebbene Kevin avesse fatto ricorso a tutta la sua esperienza di guida militare per raggiungere lo scopo. Era stato esploratore nella cavalleria confederata durante la Guerra Civile, fino alla cattura e al confinamento in un campo di prigionia. Dopo il conflitto, si era trasferito dapprima nell’Arkansas o poi nel Colorado e Kathleen, morti entrambi i genitori durante il conflitto, lo aveva seguito.
In cuor suo Kevin coltivava la tenue speranza che Kate lo stesse aspettando con ansia, pregando giorno e notte che lui giungesse a liberarla. Essendo cresciuti entrambi in una fattoria isolata della Virginia, si sentivano molto legati e il legame si era intensificato fino a scatenare la collera di Edwin dopo il matrimonio, al punto di sbottare, durante un’accesa discussione, in un’insinuazione incontrollata: «Per tua sorella hai sempre contato solo tu, anche dopo che ha sposato me…! Io non rappresento quasi nulla, perché ogni volta che abbiamo una discussione, lei cerca rifugio fra le tue braccia, piuttosto che fra quelle di suo marito!»
Affermazioni insensate, dettate dalla collera e da un’insana gelosia, anche se talvolta Kate eccedeva nelle sue confidenze verso il fratello. Per questo, ad un certo punto, Kevin si era deciso a lasciare la fattoria per arruolarsi fra gli scout del maggiore George Forsyth, a Fort Wallace, sperando che in tal modo l’avversione di Edwin verso di lui si placasse.
Aveva preso parte alla battaglia sull’Arikaree Fork, un assedio protrattosi per sette giorni nel quale il tenente Beecher e altri uomini erano stati uccisi dai Cheyenne, che però avevano lasciato sul terreno almeno settanta dei loro guerrieri più valorosi, compreso quel Naso Aquilino ritenuto dalla sua gente invulnerabile alle pallottole. Due anni dopo, gli stessi Cheyenne avevano compiuto un’incursione nelle fattorie di Edwin Sheen e Stuart Bell, seminando la morte e catturando Olivia Sheen, moglie di Stuart, e Kate Parks La prima era stata ritrovata morta a poche miglia dalla fattoria un paio di giorni più tardi: per qualche ragione sconosciuta gli Indiani l’avevano finita con un colpo di tomahawk alla testa, abbandonandone il cadavere in pasto agli avvoltoi.
* * *
Quahneah gli fece cenno che intendeva fermarsi vicino ad una macchia di piante di salice e Kevin la esaudì.
La ragazza smontò da cavallo e andò saltellando dietro un cespuglio, uscendone poco dopo con un’espressione sollevata. L’uomo si guardò in giro: la presenza dei salici indicava l’esistenza di qualche pozza d’acqua nei paraggi. Spinse il suo cavallo al di là della bassa altura sabbiosa che chiudeva la visuale su una vallata abbastanza ampia. Vide sotto di sé un fiume che la prolungata siccità aveva ridotto nelle sue dimensioni. Ragionò che doveva trattarsi, con ogni probabilità, del Cimarron. Il tramonto di quella giornata ventosa e infuocata era ormai prossimo e le nubi dell’orizzonte si erano tinte di un colore purpureo. Tornò sui suoi passi e trovò la squaw seduta all’ombra di alcuni arbusti, con le gambe incrociate come usavano quasi tutti i Pellirosse. Il posto sembrava ideale per una sosta e Kevin smontò da cavallo, legando l’animale al tronco di un grosso salice.
«Ci fermiamo» disse «Siamo in cammino da molte ore e le bestie sono stanche.» Quahneah annuì, senza muoversi, ma prima che Kevin le ordinasse di raccogliere dei rami secchi per accendere il fuoco, lei era già scattata in piedi, addentrandosi nella macchia. Fece ritorno pochi minuti dopo, portando in braccio un fascio di frasche, che andò a comporre a pochi passi dall’uomo.
«Vedo che conosci i compiti di una squaw…» commentò Kevin senza ironia. Lei non gli rispose, allontanandosi per raccogliere altra legna. Kevin aveva appreso molte abitudini dei Pellirosse delle pianure e sapeva quanto le donne fossero sottomesse, praticamente in tutto, all’uomo. La cosa curiosa era che, se un marito voleva liberarsi della moglie, doveva andarsene dal suo teepee, perché i Cheyenne avevano usanze matrilocali e l’uomo alloggiava nella tenda della squaw.
Si chiese ancora una volta quale sorte fosse toccata a Kate e in quali mani potesse trovarsi in quel momento. L’idea che il marito, oltre ad usarle violenza in quanto era una prigioniera, la percuotesse, lo rese improvvisamente irascibile. Senza riflettere, andò vicino alla ragazza e le afferrò un polso, serrandoglielo come in una morsa.
«Dov’è Kathleen? Tu lo sai certamente e non vuoi dirmelo…!»
Quahneah sostenne fieramente il suo sguardo con un’espressione risentita, ma non spaventata. Poi cercò di divincolarsi e Kevin lasciò la presa. La donna si chinò per preparare il fuoco.
«Te l’avrei detto» gli rispose a bassa voce «ma io non la conosco! Non è fra la gente di Piccolo Abito…!»
Kevin andò ad occuparsi dei cavalli, tolse loro le selle e il carico, deponendo tutto accanto ad un salice. Quindi si accese un pezzo di sigaro, rimanendo in piedi ad osservare le nuvolette di fumo che svanivano nell’aria. La ragazza si alzò in piedi e andò verso di lui, con aria dimessa. Kevin comprese che intendeva parlargli, ma senza alcuna animosità.
«Ti ho detto che non ho mai visto quella donna nel villaggio…Può darsi che qualcuno della mia gente sappia qualcosa della sorte che le è toccata. Fra noi vi sono famiglie che hanno abitato con altri gruppi di Cheyenne, o che sono fuggite dall’agenzia di Darlington. Tahkeome, Piccolo Abito, ti potrà dare delle informazioni, se tu gli offrirai qualche regalo…»
Kevin riflettè su quelle parole, che sembravano piene di buon senso. Se fosse riuscito a rintracciare il villaggio di Quahneah, avrebbe probabilmente ottenuto qualche notizia utile dai Cheyenne. Per questo scopo si era portato dietro alcuni fucili, delle pellicce e qualche coperta in più, sapendo che gli Indiani erano sempre disponibili agli scambi. Sedette accanto al fuoco, dopo essere andato a prendere il sacco contenente le provviste. Per precauzione, si tenne vicino anche il Winchester. La squaw si pose di fronte a lui in ginocchio, osservando il fuoco che cominciava ad ardere.
L’uomo la guardò attentamente. Nonostante appartenesse alla gente che lui odiava, doveva ammettere che aveva un aspetto molto grazioso. Per qualche oscura ragione della mente, provò addirittura gelosia per l’uomo che l’aveva avuta in moglie, sforzandosi di scacciare subito quel pensiero. Quasi intuendo le sue riflessioni, Quahneah gli puntò invece gli occhi addosso.
«So cosa stai pensando…È quello che un uomo pensa quando si trova solo con una donna» disse con un tono che non aveva affatto un sapore di sfida.
«Ti sbagli» mentì «Non sono uno dei volontari di Chivington…Se non avesse compiuto quella strage al Sand Creek, di cui mi ha raccontato uno scout a Fort Wallace, forse mia sorella sarebbe ancora nella sua fattoria, insieme al marito.»
Mangiarono in silenzio, mentre le ombre della sera si addensavano intorno a loro. Poi lui la legò mani e piedi e le offrì una coperta per ripararsi dal freddo della notte, coricandosi a sua volta. La sua mente esplorò una quantità di congetture, ma nel giro di pochi minuti Kevin, duramente provato dalle lunghe ore di viaggio, si addormentò.
* * *
L’avanguardia venne avanti mentre la colonna militare rimaneva ferma in doppia fila sulla sponda del Cimarron, che in quella stagione non era molto ricco d’acqua. Kevin stimò che i soldati fossero una sessantina.
I quattro uomini che sopravanzavano il resto della truppa erano un ufficiale, un sottufficiale, un graduato di truppa e un anziano esploratore civile che aveva il viso incorniciato da una lunga barba bianca. Kevin riconobbe quest’ultimo non appena fu giunto a una ventina di passi da lui.
«Charlie Onstott!» lo salutò «Ti credevo in California da un pezzo…»
Il vecchio scout scosse il capo, facendo seguire un gesto con la mano.
«Il progetto che avevo con certa gente è fallito, Parks…Ed eccomi qui a mangiare ancora polvere per guidare un distaccamento di Fort Dodge. Tu invece?»
Kevin diede un’alzata di spalle, allargando le braccia.
«Me ne vado nel Texas» improvvisò «Ho acquistato una piccola mandria di bovini sull’alto Brazos.» Onstott sghignazzò sonoramente.
«Non ci crederei neppure se fosse vero, Kevin» rispose «Ad allevare vacche non ti ci vedo proprio!»
L’esploratore indicò l’ufficiale al suo fianco.
«Ti presento il capitano Leighton. Signore, questi è Kevin Parks. Lavoravamo insieme a Fort Wallace, diversi mesi fa.»
L’ufficiale, un uomo alto e baffuto sui trentacinque anni, guardò la squaw, che era rimasta impassibile in sella al suo ronzino.
«L’Indiana è vostra moglie?» chiese a Kevin con malcelato disprezzo.
«Per l’appunto, capitano» rispose l’uomo. Onstott intervenne subito.
«È una Cheyenne, se non mi sbaglio…» osservò.
«Infatti, è una Cheyenne Del Sud» si limitò a rispondere Kevin.
Leighton scambiò uno sguardo di intesa con il sergente che lo affiancava, quindi si rivolse a Onstott, ammiccando.
«Noi stiamo inseguendo una banda di Cheyenne» disse l’ufficiale guardando l’uomo davanti a sé con aria di supponenza «Vostra moglie potrebbe sapere dove si trova…»
Kevin lo fissò. Aveva gli occhi di un azzurro glaciale e le labbra sottili.
«Potete chiederglielo voi, capitano» rispose placidamente Kevin, certo che la donna non gli avrebbe fornito alcuna indicazione «mia moglie comprende l’inglese.»
Onstott si intromise di nuovo.
«Andiamo, Parks…Tu ed io sappiamo benissimo che gli Indiani mentono sempre quando si tratta dei loro famigliari e amici…»
Kevin mostrò un sorriso che pareva un ghigno.
«Allora soddisferò io la vostra curiosità, signori. Ieri mattina abbiamo incrociato una banda di una cinquantina di Indiani a monte del fiume Cimarron…Mia moglie mi ha confermato che si trattava di Cheyenne Meridionali. Ci hanno chiesto dello zucchero e del caffè, così ci hanno lasciato proseguire indisturbati.»
Onstott riscontrò la diffidenza del capitano e del suo sottufficiale. Tornò a fissare prima la squaw e poi il suo amico.
«Sicuro che sia andata così, Parks?» chiese perplesso. Kevin assunse un’espressione molto seria.
«Ti ho mai mentito su qualcosa, Charlie? Sai bene quali siano i miei sentimenti verso i Pellirosse e la tragica sorte che toccò a mio cognato e a mia sorella Kate…»
Onstott assentì, persuaso, bisbigliando una frase a Leighton, che tuttavia non parve del tutto convinto e si permise un’insinuazione.
«Però avete preso un’Indiana come moglie, signor Parks…» notò con sarcasmo. Kevin non parve sorpreso, né contrariato da quell’osservazione.
«Lei è una donna» rispose seccamente «Io non ho mai fatto la guerra alle donne, signore!»
* * *
Anche quella giornata volgeva ormai al tramonto.
All’orizzonte si andavano addensando nubi grigie che annunciavano un altro temporale.
Kevin scrutò il cielo con preoccupazione. Avevano percorso parecchie miglia, discendendo per un tratto il Cimarron prima di spostarsi verso il corso del Salt Fork, un affluente dell’Arkansas. Era già passato da quelle parti qualche anno prima, al tempo in cui aveva servito per breve tempo le truppe di Fort Gibson.
Si fermarono in un piccolo avvallamento sabbioso, le cui pareti erano coperte di cespugli. L’uomo ritenne opportuno montare la tenda. Quando ebbe finito, sedette davanti al fuoco, su cui la ragazza aveva posato la caffettiera.
«Non mi hai ancora spiegato perché l’hai fatto» gli disse l’Indiana «Quel capo dei soldati non ti ha creduto.»
Kevin la guardò incuriosito. Era tutta la giornata che si aspettava quella domanda da lei.
«Onstott lo convincerà. Siamo amici da molto tempo» rispose Kevin asciutto, cercando di accendersi il sigaro che teneva fra i denti. Quahneah non lasciò cadere l’argomento.
«Tu sei convinto che tua sorella sia nel villaggio di Piccolo Abito e temi che i soldati possano uccidere anche lei, se attaccano il campo, non è vero?»
Kevin annuì senza convinzione.
«Può darsi…Come fai a ritenere che Leighton non l’abbia bevuta?»
«Ho guardato i suoi occhi. Erano malvagi, carichi d’odio. Se scopre il campo della mia gente, lancerà i suoi uomini all’assalto…Sventreranno anche le donne e i bambini e sarà un altro Sand Creek!»
«L’esercito non c’entra con i volontari del Colorado…Il colonnello Chivington è stato considerato un criminale dalla commissione d’inchiesta.»
Quahneah reclinò il capo, perplessa e si mise a mangiare. Dopo un lungo silenzio, fu lei a riprendere la parola.
«Te l’ho già detto. Tua sorella non è nel nostro accampamento» rispose tranquillamente Quahneah «Non so né chi sia, né dove possa trovarsi…Non hai pensato che potrebbe essere già morta?»
«Non lo è» rispose risolutamente l’uomo «Lo sento.»
«Tu sei un illuso» disse sfrontatamente la ragazza «Io invece so che i soldati stanno cercando il mio villaggio, a valle di questo fiume.»
«Cosa te lo fa pensare, a parte un’impressione?»
Quahneah guardò l’uomo con aria di commiserazione.
«Ho osservato la loro direzione, quando se ne sono andati. Hanno finto di risalire tutti insieme il Cimarron, ma poi la maggior parte di essi ha invertito la direzione di marcia, muovendo verso oriente, come noi…Ho visto la polvere sollevata dai loro cavalli in lontananza.»
Kevin ascoltò le sue parole con preoccupazione. Si diede dell’idiota per non avere sospettato che Leighton potesse ingannarlo, augurandosi soltanto che Quahneah si fosse sbagliata. Si alzò e le chiese di porgergli i polsi, legandoglieli rapidamente.
«Mettiamoci a dormire. Ripartiremo prima dell’alba.»
Quahneah si limitò a sospirare, senza dire nulla.
* * *
Sentì la pioggia tambureggiare sul telo e aprendo gli occhi scorse alcuni lampi in lontananza. Pensò che dovesse essere circa la mezzanotte e si voltò su un fianco, per rimettersi a dormire. Avvertì le mani di Quahneah sulla schiena. Udì la sua voce come un sussurro.
«Allentami le corde, ti prego. Mi fanno male i polsi e le caviglie…»
Kevin si girò e tastò la sua figura nel buio, facendo scorrere le mani fino ad incontrare quelle della ragazza. Afferrò i nodi e cominciò a scioglierli.
«Non legarmi più, te ne prego. Non cercherò di scappare…Dove vuoi che vada con questo temporale?»
L’uomo esitò, indeciso. La voce della ragazza gli era sembrata sincera. Le liberò anche i piedi, gettando in un angolo le corde. Un lampo illuminò il viso della ragazza: era adagiata su un fianco e i suoi occhi non smettevano di fissarlo.
«Ti sono grata di ciò che hai fatto…So che non hai mentito a Leighton soltanto per proteggere tua sorella.»
«Cosa intendi dire?»
«Adesso conosco il tuo cuore. I tuoi occhi sono quelli di una persona buona, che non uccide donne e bambini…»
«Non mi lascio incantare» obiettò Kevin, impacciato «Rimettiti a dormire e non provare a fuggire, perché ti riacciufferei subito.»
La ragazza spostò il corpo così vicino al suo che ne avvertì il calore. Improvvisamente gli cinse il collo, facendo scivolare le mani sulle sue spalle.
«Che diavolo hai in mente?» chiese l’uomo, sgomento.
Un altro lampo illuminò l’abitacolo. Quahneah si staccò da lui, girandosi a pancia sotto e rimanendo immobile. Per quanto ne sapeva delle donne indiane, assumevano generalmente quella posizione nell’accoppiamento e quello della ragazza era un invito fin troppo esplicito.
Si disse inutilmente che non avrebbe dovuto cedere a quella proposta, ma le ragioni della sua mente furono subito sopraffatte dall’istinto.
«D’accordo» le disse «ma non illuderti. Dopo ti legherò di nuovo.»
* * *
Imprecò cinque o sei volte contro se stesso e la propria stupidità, prendendo a calci tutto ciò che gli capitò a tiro.
Il ronzino era sparito e legati agli arbusti vi erano soltanto il suo cavallo e il mulo. Sotto la tenda trovò le corde con cui aveva legato i polsi e le caviglie dell’Indiana dopo l’amplesso: erano state recise con un coltello. Quahneah era scappata senza impossessarsi d’altro, neppure di un’arma da fuoco, dileguandosi prima che facesse giorno.
«Imbecille!» ruggì «Sono stato un perfetto imbecille e quella ragazzina mi ha giocato…!»
Si calmò, cercando di riflettere. Evidentemente, si era diretta verso il proprio villaggio, che non doveva essere molto lontano da lì. Certamente avrebbe lasciato delle tracce sulla terra bagnata e al buio non le sarebbe stato possibile cancellarle. Si riprese d’animo e smontò in fretta la tenda, nascondendo alla meglio il contenuto dietro gli arbusti. Prese soltanto la sacca delle provviste, le munizioni e i due fucili. Quindi lasciò il mulo legato e sellò velocemente il cavallo, accarezzandolo.
«Il mulo resterà qui a riposare, ma tu dovrai fare del tuo meglio, amico» disse ad alta voce «È necessario che io ritrovi quella donna!»
Nella sua mente si rafforzò un convinzione: Quahneah si era presa gioco di lui e probabilmente Kathleen doveva trovarsi nel villaggio di Piccolo Abito. La squaw gli aveva concesso i suoi favori per sfuggirgli e andare ad avvertire la sua gente che lui stava cercando la sorella.
Partì al galoppo mentre albeggiava, seguendo la direzione indicata dalle tracce ancora fresche. Quando decise di fare una sosta, era già mattino inoltrato e il suo cavallo cominciava ad accusare la fatica. Scoprì i segni lasciati dagli zoccoli ferrati quasi per caso, mentre si guardava in giro con circospezione. A poche decine di passi da lui, erano visibili le tracce di molte cavalcature, che avevano attraversato la vallata da pochissimo tempo. In un attimo comprese la situazione. Come aveva sospettato la ragazza indiana, le truppe di Leighton stavano seguendo la pista che conduceva al villaggio dei Cheyenne, con l’evidente intenzione di attaccarlo. Non appena ebbe tratto quella conclusione, sentì il proprio cuore in tumulto e venne colto da una forte agitazione. Avendo lavorato per l’esercito, sapeva che spesso gli assalti contro un villaggio indiano causavano dei massacri indiscriminati, nei quali rimanevano vittime donne e bambini. Nessuno avrebbe fatto distinzioni fra una squaw bianca di nome Kathleen Parks e gli altri abitanti dell’accampamento.
La sua marcia non si protrasse a lungo. Quando il suo pomellato era ormai al limite dello sfinimento, gli occhi stanchi di Kevin avvistarono una figura minuta in mezzo alla prateria ed un cavallo senza sella a poca distanza da lei. Senza badare alle condizioni della propria cavalcatura, la spronò, raggiungendo la ragazza che sembrava attenderlo rassegnata in una piana senza alcun riparo. Smontò con un balzo e le andò vicino, notando il ronzino che stava fermo a pochi passi da lei: il vecchio cavallo l’aveva piantata in asso.
«Dove credevi di andare?» la redarguì Kevin, afferrandola per le braccia e scuotendola due o tre volte «Sei stata anche una stupida: potevi prenderti il mio cavallo!»
Per tutta risposta, Quahneah gli indicò una bassa collina.
«La mia gente è accampata laggiù» disse «ma ormai è troppo tardi…»
Indicò il sentiero coperto dalle impronte lasciate da una moltitudine di cavalli.
«I soldati sono arrivati prima di me e di te…» concluse amaramente la ragazza. Proprio in quel momento si udirono alcuni spari che davano inizio al combattimento. Per Kevin fu come un colpo sparatogli a bruciapelo.
«Kathleen…!» esclamò, con espressione disperata. Quahneah gli indirizzò un’occhiata gelida. L’intensità degli spari aumentò rapidamente e Kevin prese una decisione fulminea.
«Resta qui!» le gridò, rimontando in sella e sfoderando il Winchester dalla guaina «Andrò soltanto io!»
Diede di sprone al cavallo, che obbedì al padrone compiendo uno sforzo superiore alle sue possibilità. Quahneah vide l’animale crollare mentre saliva la collina e il cavaliere rialzarsi prontamente con il fucile in pugno per scomparire correndo dietro l’altura.
D’impulso lo seguì a piedi, andando verso il colle e risalendolo di corsa.
* * *
Quando Kevin discese il pendio, lo scontro era già sul punto di concludersi. Era durato pochi minuti e gli occupanti del villaggio, colti alla sprovvista, non avevano potuto opporre una valida difesa contro la carica dei militari.
Davanti ai suoi occhi vi erano una ventina di teepee sparsi, alcuni molto distanti dal nucleo centrale dell’accampamento. I soldati erano smontati dai cavalli e si aggiravano fra le tende, sparando contro ogni Indiano che capitava loro a tiro. Vide un giovane Pellerossa, che non doveva avere più di undici o dodici anni, cercare di fuggire verso un ruscello ed essere falciato dal tiro incrociato di due fucilieri. Al suolo giacevano più di quindici Cheyenne, alcuni morti ed altri agonizzanti o feriti. Un gruppo di cavalleggeri aveva messo in fuga la mandria dei mustang, costringendo i pochi guerrieri presenti nel villaggio a combattere a piedi in una chiara posizione di svantaggio. Un militare fulminò con il revolver un avversario che si difendeva con un coltello.
Nella mischia, riconobbe il capitano Leighton che assisteva a cavallo alla scena del massacro, impugnando la sciabola e la pistola d’ordinanza. Un giovane sottotenente dal viso macchiato di sangue lo raggiunse a piedi per fargli un sommario rapporto.
Kevin scese il ripido fianco della collina a balzi, fino al limitare dell’attendamento. Cinque o sei tende erano state date alle fiamme, si udivano grida impaurite, lamenti e strilli dei bambini più piccoli. Un numero consistente di squaw era stato radunato al centro del campo e tenuto sotto sorveglianza da quattro o cinque soldati. Vide da lontano il sergente che aveva accompagnato Leighton e Onstott al Cimarron: stava sbraitando ordini ai suoi uomini, alcuni dei quali avevano l’aspetto di reclute impaurite.
Nel villaggio non vi era più alcun guerriero che potesse contrastare lo squadrone di cavalleria. Una buona metà erano stati uccisi, feriti o catturati, gli altri si erano dati alla fuga, riuscendo a distanziare gli inseguitori con i loro veloci cavallini. Un solo militare giaceva a terra, comprimendosi il ventre squarciato da una lancia, mentre un altro stava in piedi con una freccia conficcata in un braccio. Kevin attraversò di corsa il campo, dirigendosi verso le donne catturate. Il sergente lo scrutò con espressione ostile, ma lo scout passò rapidamente in rassegna le prigioniere, che tenevano per mano i loro bimbi.
«Che cosa cercate?» gli chiese il sottufficiale con un tono poco amichevole. Kevin non gli rispose, tornando a guardare le donne in viso. Una di esse si era coperta il volto con uno scialle e l’uomo glielo scostò brutalmente, scoprendo la fisionomia di una donna anziana dai tratti tipici della razza pellerossa. Udì una voce femminile alle sue spalle e si voltò di scatto. Vide due soldati che trattenevano una giovane squaw per le braccia.
«Quahneah…!» esclamò. I militari che cercavano di tenerla ferma, la stavano trascinando verso il gruppo delle prigioniere. Kevin armò il suo Winchester, andando loro incontro risolutamente.
«Lasciatela andare!» intimò, puntando l’arma contro i due uomini. Una voce metallica risuonò alle sue spalle. Leighton gli era giunto alle spalle in sella al suo cavallo baio e gli teneva la pistola puntata alla testa. Chiamò un caporale e un soldato e diede loro un ordine secco.
«Arrestate quest’uomo! Ha intralciato lo svolgimento di un’operazione militare fornendoci informazioni false…!»
Kevin abbassò la canna del fucile e i due militari gli balzarono addosso, immobilizzandolo. Il Winchester cadde a terra, ma nessuno lo raccolse.
«Mettete subito in catene questo rinnegato!» gridò Leighton, con espressione soddisfatta.
«Kevin…! Kevin!»
Era la voce di Quahneah, che stava cercando invano di liberarsi della custodia dei suoi due guardiani, finchè uno di essi non la scaraventò a terra.
«Lasciatela stare, maledetti!» urlò Kevin, dibattendosi inutilmente, incurante della pistola che Leighton gli teneva puntata al volto.
L’esploratore dalla lunga barba bianca sbucò dietro una tenda in fiamme e sopraggiunse a passo di corsa, tenendo in pugno una carabina Henry.
«Io non lo farei, signore!» disse in tono brusco all’ufficiale. Era scuro in volto e i suoi occhi grigi emanavano una luce che incuteva timore.
«Non ho chiesto il vostro parere, Onstott» ribattè Leighton, indispettito per quell’esortazione «Sono io al comando!»
L’esploratore avanzò di qualche passo, ponendosi davanti al cavallo del capitano. Distese un braccio, descrivendo un semicerchio intorno ai resti dell’accampamento.
«Non vi ho guidato fin qui per assistere un’altra volta ai vergognosi eccessi compiuti in altri luoghi, signore…! Questo scempio si poteva evitare: non c’erano più di dieci combattenti validi in questo posto, ma non è stata neppure offerta loro la possibilità di arrendersi.»
Leighton reagì con estrema durezza, facendosi paonazzo in volto.
«Le valutazioni le faccio io, signor Onstott!»
Il tono dello scout si fece ancora più insolente.
«Abbiamo ucciso cinque guerrieri, quattro donne e perfino due bambini…Quando presenterete il vostro rapporto al comando, non dubitate che aggiungerò anche il mio resoconto!»
Leighton lo fulminò con lo sguardo, ma sembrò avvertire chiaramente il peso di quell’accusa. Si voltò verso il giovane sottotenente che l’aveva seguito, premendosi il fazzoletto insanguinato su una guancia. L’ufficiale subalterno annuì, imbarazzato.
«È la verità, signore» rispose alla muta domanda del capitano «ma i bambini morti sono tre…Due sono stati colpiti da proiettili, il terzo è finito travolto dalla mandria dei mustang in fuga.»
Kevin aveva ascoltato lo scambio di battute senza intervenire. Si agitò soltanto quando vide che Quahneah veniva trascinata via e aggregata al gruppo delle donne prigioniere. Diede un paio di strattoni per liberarsi dei militari che lo avevano immobilizzato, resistendo al dolore della spalla ferita, finchè uno dei soldati non gli assestò un colpo nello stomaco con il calcio del fucile, facendolo piegare su se stesso. Onstott ebbe una reazione violenta, puntando la canna del suo Henry contro i due soldati. Poi tornò a guardare Leighton senza alcun timore reverenziale.
«Badate, capitano, non sto scherzando» lo avvertì «Una volta tornato a Fort Dodge, presenterò la mia relazione! Il tenente Bowser non potrà che confermarla, come avete udito con le vostre orecchie. Qualche importante giornale dell’Est non aspetta altro che episodi come questo per mettere sotto accusa certe politiche del governo…!»
Leighton si guardò intorno smarrito. Ricordava lo scalpore suscitato sia dal massacro del Sand Creek che da quello perpetrato da Custer al Washita e sapeva che alcuni parlamentari del Congresso avrebbero gettato volentieri la croce addosso all’esercito. Purtroppo gli Indiani cominciavano ad avere molti sostenitori della loro causa nelle grandi città dell’Est e il merito era soprattutto di certa stampa.
I suoi soldati avevano terminato di radunare i corpi dei caduti nello scontro. Stavano abbattendo i resti fiammeggianti di un paio di teepee e raccoglievano le armi sparse sul terreno, costituite in prevalenza da coltelli, lance e tomahawk. Poco più in là, un militare ammazzò un mustang azzoppato sparandogli alla testa con la Colt. Le donne indiane erano raggruppate in silenzio sotto il sole con i loro bambini, sorvegliate da quattro cavalleggeri. Fra i prigionieri maschi, radunati poco più in là, non ve n’era uno che non avesse superato i cinquant’anni di età, segno che i giovani scampati al combattimento erano riusciti a mettersi in salvo.
Il capitano deglutì, perplesso. Guardò con aria sprezzante sia Onstott che Parks.
«Lasciatelo libero e restituitegli il suo fucile» ordinò ai due soldati che trattenevano il prigioniero per le braccia. Poi aggiunse una velata minaccia.
«Toglietevi dai piedi, Parke, o come diavolo vi chiamate…! Detesto i rinnegati come voi.»
Kevin non disse nulla. Si chinò a raccogliere il Winchester e andò diritto verso il gruppo delle squaw. Sotto gli occhi attoniti del sergente, si fermò davanti a Quahneah e la fissò per un breve istante.
«Hai perso dei famigliari?» le chiese. La ragazza annuì, con la mesta rassegnazione della gente della sua razza.
«Mia madre…I cavalli dei soldati l’hanno travolta mentre fuggiva.»
«Mi dispiace» rispose Kevin sinceramente.
«Tua sorella non c’è, come avrai potuto scoprire…» aggiunse Quahneah mestamente. Il suo aspetto era quello di una donna rassegnata.
«Lo so.» La ragazza tacque per qualche secondo, mentre alcune donne assistevano incuriosite al dialogo fra i due.
«Adesso…puoi andartene via» disse ancora Quahneah fissandolo negli occhi «Noi saremo trasferite nella riserva.»
Un ordine di Leighton sovrastò tutti gli altri rumori del campo.
«Scavate una fossa comune e seppellite i cadaveri…Lasciate le carogne degli animali agli avvoltoi…Mettete in fila i prigionieri! Pronti a partire fra due ore!»
Kevin guardò Quahneah negli occhi. Per un motivo che non sapeva spiegarsi, non l’avrebbe lasciata trasferire a Darlington.
«Vorrei che…che tu venissi con me.» Quahneah abbassò gli occhi, sconcertata da quella proposta.
«Io…con te?» balbettò «Ma…ho tentato di ucciderti…! Sono fuggita…»
«Sono sicuro che non lo rifarai» rispose l’uomo, con tono rassicurante. Le tese un braccio, prendendo la sua mano, e la obbligò ad uscire dal gruppo delle donne. Un soldato gli si avvicinò minaccioso.
«Che cosa fate?» chiese agitato. Era quasi imberbe e stringeva nervosamente il fucile fra le mani. Kevin lo ignorò, allontanandosi insieme alla ragazza. Raggiunse la collina a passi svelti, tenendo sempre per mano la Cheyenne, che lo seguì senza obiezioni. Incrociò Onstott, che si era messo a fumare la pipa seduto all’ombra di un teepee rimasto miracolosamente in piedi.
«Ti sono debitore, Charlie» disse, salutandolo con un cenno. Onstott scosse il capo.
«No, Parks. Il debito non è ancora saldato completamente. Una volta mi salvasti la vita sullo Smoky Hill, quando i Sioux stavano per prendermi questo scalpo grigio. Non me lo dimentico.»
Kevin e la ragazza salirono lentamente il pendìo da dove erano discesi poco tempo prima. Quando furono sulla sommità, avvistarono i due cavalli che pascolavano placidamente nella pianura.
«Dove mi porterai?» chiese la ragazza.
«Nel Colorado» rispose Kevin sicuro «La mia fattoria si trova lassù, ai piedi delle montagne. È una buona terra.»
Quahneah rimase immobile, con espressione esitante.
«Mi metterò a fare il contadino e alleverò del bestiame. Sai cosa significa?»
La ragazza abbozzò un sorriso che lasciava trasparire la sua gioia.
«Era là che volevi ricondurre tua sorella, se l’avessi ritrovata?»
Kevin annuì, cominciando a discendere la china.
«Si, almeno fino a quando non avrebbe trovato un nuovo marito.»
Fece due o tre saltelli, scendendo quasi a passo di corsa. Vedendo che la ragazza non lo seguiva, si fermò, meravigliato.
«Hai cambiato idea?» le chiese.
Quahneah lo raggiunse e si parò davanti a lui con l’aria di chi aveva da dirgli qualcosa di importante.
«C’è una cosa che devi sapere, Kevin…» disse, dominando l’agitazione «Non te l’ho rivelata prima, perché temevo che ti saresti vendicato su di me, o avresti compiuto qualche altra azione sconsiderata…»
Fece una breve pausa, carica di tensione. L’uomo non osò interromperla. Per la prima volta, gli occhi della ragazza erano pieni di timore.
»Tua sorella è morta molto tempo fa…! Non furono i Cheyenne, né i soldati ad ucciderla…Una banda di Osage ci assalì quando eravamo accampati lungo il torrente che i Bianchi chiamano Wolf Creek, pochi giorni dopo la sua cattura…La abbatterono con un tomahawk mentre tentava di scappare.»
L’uomo si allontanò di alcuni passi, fissando a lungo il suolo, incapace di chiederle ulteriori spiegazioni. Adesso conosceva la verità e non aveva motivo di dubitare del racconto di Quahneah.Trasse un profondo respiro e cercò lo sguardo della ragazza, che appariva intimidita dopo avergli fatto quella confessione.
«So che adesso mi odierai, per non averti rivelato subito la verità» continuò lei «È meglio che io ritorni fra la mia gente…»
Kevin non disse nulla, ripensando alle parole che aveva appena ascoltato. Quahneah interpretò il suo silenzio come un rifiuto di portarla con sé e gli voltò le spalle repentinamente, incamminandosi verso il villaggio distrutto. Percorse pochi passi, prima che Kevin la raggiungesse, prendendola per la vita e attirandola a sè.
«Questo non cambia nulla» le disse «Ti ho chiesto di venire a vivere insieme a me…Se preferisci andare nella riserva, fai pure…Ma non verrò a riprenderti una seconda volta!»
L’uomo allentò la presa e si incamminò lentamente verso la vallata.
Quahneah lo rincorse e gli prese una mano.
Discesero insieme la collina, camminando in silenzio, con il sole negli occhi.
Mezz’ora dopo erano soltanto due figure minute, che si allontanavano a cavallo nella prateria, procedendo verso occidente.