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Stories / Poems

Stories by francesco recami

turisti innamorati a firenze

italian

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Amedeo Consonni, Milano, anni sessantasei, in canottiera, era appena tornato nella camera d’albergo numero 222, spossato. Angela dormiva profondamente, ma come ci riusciva, con quel caldo? E ora come faccio io, in questo forno? L’ex professoressa Angela Mattioli, in camicia da notte, russava forte. Questo grazie alla cenetta che avevano gustato in trattoria, a base di pici al cinghiale e trippa alla fiorentina, forse avevano un po’ esagerato col vino, in due si erano scolati una bottiglia di Chianti Rufina, senza contare i cantuccini di Prato col vinsanto. Inoltre non era escluso che lei avesse ingerito le solite pasticche per dormire.
Consonni si trovava in forte imbarazzo almeno per tre motivi. Uno, era rientrato tardissimo in camera essendo uscito alla ricerca di una bottiglietta d’acqua. Come avrebbe spiegato ad Angela che era stato fuori quasi due ore? Ma la sua fidanzata in quel momento ronfava della grossa e non sembrava aver bisogno di alcuna spiegazione.
Due, faceva un caldo impossibile, lì a Firenze, e lui sudava copiosamente. L’aria condizionata non funzionava.
Tre, aveva completamente sbagliato i tempi e le dosi di assunzione delle pasticchine e per questo motivo adesso si ritrovava fra le gambe un arnese voglioso e irriducibile. E la serata era stata ben movimentata.
Be’, passerà, pensò mettendosi a letto, magari verrà un po’ di fresco...
Si era anche infilato in bagno sottoponendo il suo membro a una doccia gelata, con risultati provvisori.
Erano quasi le tre, l’ultima volta che guardò l’orologio. Poi, evidentemente, prese un po’ di sonno, perché quando, alle sei del mattino, bussarono imperiosamente alla porta, lui dormiva.
«Chi è?» disse intorpidito. «Chi è?».
«Polizia! Aprite immediatamente questa porta!».
Consonni si alzò e aprì, per fortuna l’effetto delle pasticchine si era smorzato.
«Lei è il signor Consonni Amedeo? Le dispiace seguirci, assieme alla signora, in questura?». Intanto anche Angela si era svegliata e bofonchiava qualcosa.
«Ma perché, di che si tratta?».
«Ci segua, per favore».
Consonni cercò di riflettere sulle sue pendenze, eppure gli pareva tutto regolare, ma era confuso, cercava di tornare in sé, allora di che cosa si trattava?
«Ma Amedeo, che cosa è successo?» chiedeva Angela dal bagno, mentre si vestiva.
«E cosa ne so io?».
Gli agenti non si sbottonarono e accompagnarono i due fuori dalla camera, all’uomo non fu neanche permesso di rivestirsi, non c’era tempo. Prima fecero uscire la signora, seguita da due poliziotte. Dopo cinque minuti fu la volta dell’Amedeo. Nei corridoi dell’albergo c’erano diverse persone, altri poliziotti, alcuni turisti e curiosi. In particolare c’erano dei fiorentini, lavoratori dell’albergo, gente del quartiere, che attendevano il milanese come alle Forche Caudine.
Lui, ancora in canottiera e pantaloni del pigiama, divenne bersaglio di ogni serie di insulti.
«Te tussei un maiale... buchaioloo» gli gridavano.
«Gente home te si meriterebbe la pena di morte...».
«Vecchio di merda, puzzo di hulo, maiale, assassino!».
Queste furono solo alcune delle cose che Consonni si sentì dire mentre superava la gogna di quei corridoi. Fu fatto salire sulla pantera, che partì con stridore di gomme.
«Yo le cortareis los huevos» commentò una signora centroamericana tutta sudata.
«Yo le metere un palo en el culo» rispose la sua amica.
Non si sa come Angela fosse riuscita a convincere l’Amedeo a passare qualche giorno di vacanza a Firenze, come due innamoratini. Consonni si allontanava poco spesso dalla sua casa di ringhiera a Milano, il suo raggio di spostamento raramente lo portava più lontano di Lodi. Ma Angela aveva fatto tutto da sola, risoluta ad ottenere il suo obiettivo: biglietti ferroviari, prenotazione di un delizioso alberghetto, ingresso alla mostra a Palazzo Strozzi, programma dettagliato della gita, incluse le trattorie segnalate dalla guida di Slow Food.
«Sono secoli che non vado a Firenze, l’ultima volta ho accompagnato una gita scolastica: passammo una notte in questura perché alcuni miei studenti ubriachi si erano arrampicati sulla statua del Biancone in piazza Signoria... devo rifarmi... con te... E poi c’è una mostra che non voglio perdere...».
Consonni aveva tentato di opporre una qualche resistenza (il suo malfermo stato di salute, le infinite cose da fare, il nipotino Enrico da accudire...) ma non c’era stato niente da fare. Angela aveva organizzato tutto alla perfezione.
«Dopo quello che è successo hai bisogno di staccare per qualche giorno, Amedeo, e allora quale miglior posto di Firenze, il paradiso della cultura, la meta del Grand Tour, la capitale linguistica d’Italia?».
Lui era stato a Firenze una volta sola, nel 1970 o giù di lì, con la Luigina e la figlia Caterina che avrà avuto due o tre anni. Non conservava un buon ricordo di quella vacanza, la città si era dimostrata inospitale. Vicino al Duomo li avevano anche fregati con la faccenda della fotografia, un tipo gli aveva chiesto una cifra spropositata per una Polaroid. Ma quello che l’aveva lasciato insoddisfatto era lo sporco, dappertutto. Dicevano che era per via dell’alluvione, ma...
Poi non capiva bene la lingua che parlavano, tutto un mangiarsi le parole e non finire le frasi. E un generale difetto di creanza.
«Lo sai che a Firenze c’è il 40% del patrimonio culturale italiano?» disse Angela al Consonni, forse esagerando un po’, mentre lui stava preparando la sua piccola valigia rigida di pelle gialla. Amedeo era terrorizzato da questa cifra, chissà dove ha intenzione di portarmi. Forse per questo terrore culturale sbagliò completamente le scelte sui capi d’abbigliamento da portarsi dietro. Troppo pesanti.
A Firenze piove sempre, aveva sentito dire, e c’è una grande umidità, per via che la città è in buca. E dunque scelse il suo trench da mezza stagione, mal gliene sarebbe incolto.
Angela invece aveva caricato una sua grossa valigia con le ruote fino all’inverosimile, con un paio di ricambi al giorno, svariati vestiti eleganti per la sera e una serie infinita di camicette di seta e di vestiti «primaverili». Il tutto per due pernottamenti.
Il suo carico era ulteriormente appesantito da quattro o cinque guide turistiche, fra le quali quella rossa del Touring Club, la più completa, che si intitolava Firenze e provincia, la quale contava mille pagine ed era scritta in corpo piccolissimo, Consonni non riusciva a leggerla nemmeno con gli occhiali più forti.
In treno Angela aveva estratto tutte le sue guide e le consultava freneticamente, prendendo appunti su un piccolo quaderno. Preparava gli itinerari, presumendo in un giorno di poter visitare una quantità di siti artistici tale che sarebbe stata necessaria una settimana: «Da San Marco andiamo a San Lorenzo, vediamo la Laurenziana, poi le Cappelle Medicee, da lì, a due passi c’è Santa Maria Novella, dopo, nel pomeriggio...».
Pur essendo il vagone del treno alta velocità abbondantemente condizionato, Consonni cominciava a sudare, anche perché vestito troppo pesante.
Così quel 12 giugno («A Firenze il mese migliore è giugno... c’è un clima ideale... tenue... al tramonto sui Lungarni una luce rosa bagna il Ponte Vecchio...») i due sbarcarono a Firenze con il Freccia Rossa («Ma costa uno sproposito...», «Tu non ti preoccupare...») e alla stazione Consonni si chiedeva dove fosse l’enorme condizionatore che vomitava quel flusso di aria bollente. Solo dopo un po’ si rese conto che non c’era alcun condizionatore, l’aria era calda e irrespirabile di per sé. Si tolse il trench, ma lo stesso soffocava dal caldo.
Presero un taxi che evidentemente doveva seminare qualche inseguitore perché fece un percorso complicatissimo e lungo per raggiungere l’albergo, che in realtà era a poche centinaia di metri dalla stazione.
«Lo chieda ai’ sindaho... qui un si pole più lavorare» aveva risposto il tassista alla timida domanda di Angela sul perché ci volesse tanto.
L’hotel-pensione era assai carino – e ci mancherebbe anche che non fosse carino, visto quello che costa – pensava Angela cercando di issare la sua pesantissima valigia sopra un panchetto. Consonni entrando in camera rabbrividì; come testimoniava il termostato c’erano 15.7 gradi, probabilmente l’impianto di condizionamento era stato male impostato. Aprì la finestra, la quale purtroppo non permetteva alcuna vista panoramica, se non su un appartamento prospiciente, abitato da una numerosa famiglia di immigrati cingalesi. Si tolse il soprabito e si adagiò un attimo sul letto, valutando, visto il clima, quale fosse l’abbigliamento più adatto per quella città e per uno della sua età. Ma Angela lo richiamò immediatamente ai propri doveri, non c’era tempo da perdere, avevano fortunatamente mezza mattinata a loro disposizione. Consonni indossò dei pantaloni a pinocchietto, dei sandali e una polo dell’Oviesse. Lei non era per niente contenta di quel look da turista ma non disse niente.
Dunque alle undici o poco più si precipitarono fuori dall’albergo. Angela consultava una piantina sulla quale aveva appuntato i luoghi di maggiore attrazione turistica e non solo, l’obiettivo del momento era raggiungere «l’Arno d’argento» e scelsero di farlo passando dalla elegantissima via Tornabuoni, quella delle griffe internazionali e delle boutique, che al momento era una larga distesa di asfalto, deserta e arroventata. Angela volle fare visita al negozio di Gucci, irretita dall’eleganza dell’esercizio commerciale. Amedeo rimase fuori, come a metterle fretta. Sapeva che non avrebbe comprato alcunché, «Ma cosa ci vai a fare in un negozio se sai che non prendi niente?», «Mah, così, per vedere, non si può? Intanto là dentro fa un bel fresco... e tu sei stato qui a prendere il caldo». In effetti Consonni era paonazzo. Un cane di piccole dimensioni defecò proprio davanti alle vetrine di Gucci. La padrona era costernata, la cacca era liquida: e adesso come faccio a raccoglierla? Dal prestigioso negozio uscì un giovane nero ed elegantissimo, con secchio e spazzolone, provvide lui.
Angela e l’Amedeo, a braccetto, si diressero verso il Ponte Vecchio.
«Prima vediamo Santa Trìnita» affermò lei, «dentro c’è una Adorazione dei Pastori del Ghirlandaio, che voglio assolutamente vedere».
«Ma perché dici Santa Trìnita, si dirà pure Santa Trinità» commentò il Consonni. Angela gli rispose con un po’ di sufficienza, assicurandolo che si pronuncia Trìnita, con l’accento sulla prima «i», ma anche lei non sapeva assolutamente perché. Per fortuna nella chiesa faceva un bel fresco, lui si mise a sedere su una panca, approfittando di tutto il tempo che Angela impiegava a leggere la guida. Ma presto lo richiamò, stavano uscendo. Raggiunsero il fiume Arno, che non è che al Consonni fece una grande impressione. Era in secca, la poca acqua era di color marrone e c’era un cattivo odore di marcio.
A pochi passi c’era il celeberrimo Ponte Vecchio, Consonni si rassicurò, quando vide quell’immagine così familiare, lo riconobbe, Angela era in estasi: «Dai, facciamoci un salto, anche se in teoria siamo qualche minuto in ritardo, per la mostra a Palazzo Strozzi».
Il Ponte Vecchio era ricolmo di persone, e la maggiore attrattiva era che un paio di tecnici del Comune, con delle grosse cesoie da ferro, stavano rimuovendo un numero inverosimile di lucchetti da una piccola inferriata che circondava una statuetta. La gente si ammassava intorno ai due tecnici, alcuni approvavano, altri erano contrari.
«Ma che roba è questa qui?» domandò Consonni incuriosito.
«Ma come, non lo sai? Gli innamorati mettono qui un lucchettino come prova del loro amore eterno».
Che pirlata, commentò fra sé e sé Consonni, senza sapere che Angela in borsa teneva un lucchettino che aveva comprato apposta a Milano, ma della cui presenza non aveva rivelato niente all’Amedeo. Fece finta di nulla.
«Dai, andiamo, che altrimenti facciamo tardi».
Lui si trattenne un po’, attirato dalla maestria con la quale i tecnici spezzavano i lucchetti. Non ne ciccavano uno e sembrava ci godessero anche un po’. Dovevano essere ben esperti quelli lì.
«Andiamo?».
Fecero il Ponte Vecchio a marcia indietro, era difficile farsi strada, ma nonostante questo Angela riuscì a dare un’occhiata alle vetrine dei gioiellieri. Le dovrei comprare un regalo? pensava Consonni. È questo che sta cercando di comunicarmi? Corallo?
Passando per via Porta Rossa tornarono verso Palazzo Strozzi, a vedere la mostra d’arte che si intitolava Denaro e bellezza, i banchieri, Botticelli e il rogo delle vanità.
Consonni si sentì un po’ intimorito dal titolo e dal fatto che Angela gli avrebbe ricordato che lui non capiva niente. Poi però, fortunatamente, lei se ne partì invasata per conto suo, lasciandolo nella possibilità di guardare blandamente quello che gli capitava sotto gli occhi.
La mostra era interessante, c’erano dei gran bei quadri, del millecinquecento, di quelli ben fatti che piacevano a lui, fiamminghi; per malattia professionale, essendo un ex tappezziere, tendeva a concentrarsi sulle stoffe, i drappeggi, le sete. D’altronde i quadri raffiguravano banchieri, a giudicare da come guardavano con cupidigia i soldi sembravano strozzini, insomma gente che di denari ne aveva molti. E gli sguardi delle mogli erano ancora più avidi di quelli dei banchieri. Lesse un paio di pannelli illustrativi: a quanto dicevano il Rinascimento era stato possibile solo per la quantità di soldi che maneggiavano i banchieri. Ah, questa poi. Però la mostra era congestionata, c’erano delle comitive con guida che occupavano tutto lo spazio, non si respirava e si andava avanti a rilento. Consonni uscì traballante, esausto, Angela invece era tutta eccitata, acquistò un enorme catalogo che pesava quattro chili e lo affidò a lui.
«Hai visto cosa non era quel Botticelli?».
«Botticelli?».
Nel chiostro c’erano delle panche, Consonni ci si sarebbe abbandonato volentieri per una decina di minuti, a lui le mostre d’arte lo esaurivano, infatti non ci andava mai.
Invece Angela gli ricordò che era l’ora di pranzo, e che aveva prenotato in una tipica trattoria fiorentina, rinomata per la bistecca, a due passi da lì.
Ah, be’, sospirò l’Amedeo, una pausa ci vuole. Era in piedi dalle sei del mattino.
Scesero nel ristorante, che si trovava sotto il livello della strada, infatti si chiamava Buca qualcosa. Ah, benedetta buca, pensò Consonni, qui ci fa fresco.
I camerieri non erano per nulla cortesi, sembrava che lo facessero apposta, praticamente decisero loro l’ordinazione. Crostini di fegato e bistecca, solo perché Angela riuscì a imporsi, il primo lo saltavano.
La bistecca era monumentale, un chilo e trecento in due, ne avanzò la metà, e col Chianti Consonni ricominciò a sudare come un disgraziato. La sua sudorazione aumentò ulteriormente quando fu presentato il conto. «E se tornassimo una mezzoretta in albergo?». No, non ci fu modo di persuadere Angela che impose di ripartire subito a tappe forzate.
L’uscita dalla «Buca» fu traumatica, il caldo era infame e soverchiante, inoltre il catalogo d’arte adesso sembrava pesare venti chili.
Angela propose di incamminarsi subito verso il Duomo, aveva un progetto preciso ma non lo comunicò immediatamente al Consonni, del quale temeva una reazione avversa. Si misero in coda per fare il biglietto ed entrare in Santa Maria del Fiore.
«Lo sai che per secoli questa qui è stata la costruzione più alta del mondo?».
Mentre erano in coda Consonni e Angela, sotto un sole che forse non spaccava le pietre ma di sicuro liquefaceva l’asfalto, invidiavano certe turiste giapponesi dotate di ombrello parasole. Osservavano la facciata marmorea: «Eh, be’, che nel medioevo ci sapevano fare...» provò a dire lui. «Macché medioevo» ribatté Angela, che l’aveva appena letto sulla guida, «questa facciata è falsa, l’hanno fatta alla fine dell’Ottocento, sarebbe stato meglio se avessero lasciato la facciata in pietra, come a San Lorenzo».
Consonni si ripromise di non dire più niente, anche per risparmiare il fiato, ormai ridotto ai minimi.
«Ma adesso si paga per entrare nelle chiese?».
Dopo tre quarti d’ora di coda, con quaranta gradi all’ombra, riuscirono a entrare nello sconfinato interno del Duomo, da dentro sembra più grande che da fuori. Consonni si sentì riavere, perché la temperatura era gradevole. Si rilassò su una panca, cercando di riprendersi. Ci sarebbe volentieri rimasto fino a sera.
«Vieni a vedere Giotto?» Angela lo richiamò subito ai doveri turistici. Be’, Giotto sapeva benissimo anche lui chi fosse. In realtà Giotto al Duomo di Firenze non c’è, Angela si sbagliava con Santa Croce. «No, qui c’è Paolo Uccello».
«E chi è Paolo Uccello?».
«Riposiamoci qui per cinque minuti, adesso saliamo sulla cupola».
«Sulla cupola?».
Dopo un’altra mezz’ora di coda i due affrontarono le rampe per salire fino in cima alla cupola del Brunelleschi, capolavoro insuperato dell’architettura di tutti i tempi. Una vera escursione di alta montagna, ma senza panorami e senza frescura. La prima parte della scalata, interminabile, conduceva al ballatoio interno alla base della cupola. Consonni credeva di morire di infarto, ma in fondo poteva anche andare, pensava, sto morendo all’interno di uno dei massimi capolavori dell’arte. Dal ballatoio si poteva, per chi ne aveva il fegato, guardare verso il basso, cioè sotto una novantina di metri c’era l’altare centrale, a Consonni vennero le vertigini, gli girava la testa, dovette appoggiarsi al muro, la base della volta affrescata.
Continuando ad occhi chiusi, appiccicato alla parete, trovò l’ingresso per la seconda parte dell’ascesa, che si svolgeva nell’intercapedine fra la cupola esterna e quella interna, con pendenze maggiori e impegnative. Angela ebbe il modo e il fiato di scandalizzarsi delle scritte che i turisti avevano lasciato sui muri, tipo «Lazzarini frocio»: «Io a questi qui gli darei la pena di morte!».
«A chi?...».
L’ultimo pezzo ricordò a Consonni una ferrata della Prima guerra mondiale che aveva fatto da giovane, sui monti del Garda: bisognava arrampicarsi utilizzando mani e piedi. Inoltre era impedito nei movimenti dal pesantissimo catalogo.
«Stai attento al catalogo della mostra, eh?».
Alla fine della rampa, tramite uno stretto passaggio, si sbucava fuori, alla base della lanterna.
Il panorama era veramente mozzafiato, o almeno lo sarebbe stato, se Consonni avesse avuto il coraggio di guardare di sotto. Ma era colto da paralisi al solo pensarlo. Angela cercò di stimolarlo: «Guarda laggiù, è dove eravamo prima io e te, guarda, sembrano formiche... Un panorama irripetibile... guarda il campanile di Giotto... noi siamo più in alto...».
Come sanno tutti coloro che frequentano le montagne spesso può essere la presenza di un’altra cima, un campanile verticale, un’anticima in prossimità, a darti le vertigini, e questo capitò all’Amedeo quando tentò di guardare il campanile di Giotto.
«Guarda che meraviglia, Amedeo, lo sai che in cima al campanile nidifica il falco pellegrino?».
Neanche lassù c’era un filo di vento. Consonni cercò di riaprire gli occhi, senza guardare in basso, per vedere lo stupendo panorama della città intera, che peraltro non si vedeva a causa della pesante foschia.
«Bellissimo» disse, ad occhi chiusi.
Intrapresero la discesa, che fu più impegnativa della salita. Quando furono alla base Consonni tirò un sospiro di sollievo.
«Queste sono esperienze che non ti dimentichi mai nella vita» disse Angela infervorata.
«Eh no che non te le dimentichi».
Quando uscirono dalla cattedrale di Santa Maria del Fiore Consonni provò il solito effetto phon e gli si piegarono le gambe. Erano le cinque e mezza del pomeriggio, l’ora più calda.
«È un bel caldo umido eh, qui a Firenze?» accennò.
«Ma dai, smettila di lamentarti».
Il sudore gli appannava la vista, la stanchezza gli impediva di camminare in modo rettilineo, se in seguito gli avessero chiesto che cosa aveva fatto dalle ore 17 alle ore 19 non se ne sarebbe ricordato.
«Amedeo, abbiamo giusto il tempo per vedere il Battistero, ma preparati, è la cosa più bella del mondo...».
Per fortuna era imminente la chiusura, non c’era coda. A Consonni il Battistero piacque molto, assai di più del Duomo. C’erano dei bei mosaici sulla cupola, uno raffigurava un diavolazzo veramente terrificante. In più era lecito sdraiarsi su certe panche per rimirare i mosaici in alto, senza storcersi il collo. Così poté rimanere sdraiato una decina di minuti, mentre Angela gli leggeva la guida e gli ricapitolava tutti gli eventi biblici raffigurati.
Poco dopo le sette del pomeriggio raggiunsero l’albergo. In camera la temperatura era risalita, adesso ci faceva molto caldo. In effetti Amedeo aveva lasciato il termostato sui 27 gradi, lo riportò sui venti.
Angela si infilò in bagno: «Mi faccio una doccia rapidissima, abbiamo una mezzoretta per riposarci, poi usciamo».
«Ma Angela...».
Consonni si buttò sul letto; quando lei uscì in accappatoio, in mezzo a una nuvola di vapore, lui stava russando.
«Svegliati Amedeo, non abbiamo mica tempo da perdere... fatti la doccia, mentre io mi vesto per la cena. E cerca di non abbigliarti come un turista americano, mettiti la giacca!».
«La giacca?».
Consonni si fece la doccia più rapidamente che poteva. Ci mise un po’ perché il miscelatore funzionava a fasi alterne, l’acqua veniva o bollente o gelida. Tutto sommato questa circostanza non fu così sconveniente, uscì rigenerato da questa sorta di doccia scozzese. Indossò una bella camicia bianca e la giacca di lino, color tabacco.
La cena si svolse in un’altra trattoria tipica fiorentina, con volte a crociera e ambiente familiare. L’acustica non era il pregio del locale, nel quale orde di turisti vocianti rendevano impossibile una comunicazione che non tentasse di imporsi aumentando ulteriormente i decibel. Per fortuna c’era una vaga impressione di aria condizionata, Consonni riuscì a tenere addosso la giacca, visti anche gli sguardi impositivi di Angela, immersa nel menu.
Anche Consonni lo impugnò e, come sempre succede, si fece irretire dai piatti più calorici e inadatti alla stagione, pici al cinghiale e trippa alla fiorentina. Angela si accontentò di un’anatra all’arancia, che come tutti sanno è il piatto fiorentino per eccellenza.
I camerieri della trattoria, che godeva di un certo prestigio e di molte stelle sulle guide in possesso di Angela, non erano il massimo della carineria. Senza essere richiesti estrassero una pepiera gigantesca e macinarono sui pici una quantità industriale di pepe, strizzando anche l’occhio: «Stasera si tromba...».
Il vino era «a consumo» e ne bevvero parecchio. Consonni non riuscì a finire la trippa, servita in un pentolino di coccio, caldissima.
Angela sembrava fatta di ferro, a tavola continuava a lavorare sul programma per la giornata successiva. Era prevista la visita agli Uffizi e al Corridoio Vasariano, alla galleria dell’Accademia, il Davide di Michelangelo e i Prigioni, «Ah, la poetica dell’incompiuto!». Certe volte Amedeo non seguiva perfettamente ciò che lei diceva, ma le voleva un gran bene lo stesso. «Il pomeriggio San Marco, e poi una chicca, il Cenacolo di Andrea del Castagno, che non conosce nessuno».
All’uscita dal ristorante Consonni verificò che la temperatura non era scesa di un grado e si sentiva mancare; quando Angela gli propose di fare due passi, magari prendere un gelato, fu risoluto: «No, sono le undici e mezza, torniamo in albergo, non ne posso più».
Per Angela e Amedeo la vera sorpresa venne quando rientrarono in camera: l’aria condizionata non funzionava, c’erano 32 gradi, con un’umidità del 75%, il che significa una temperatura percepita di 46°C. Consonni, abbastanza alticcio, si mise all’istante in canottiera e pantaloni del pigiama, si affacciò alla finestra cercando un po’ di sollievo, che non arrivò, la temperatura esterna era identica a quella interna.
Ah, prima che mi scordi. Estrasse la pasticca blu, che teneva nella bustina della toilette. Anche Angela si era messa in mutande e reggipetto, in un bagno di sudore. «Ma qui si muore, non funziona l’aria condizionata».
«Eh, me ne sono accorto, adesso vado a farmi una doccia».
«Macché doccia, perché non vai a sentire in portineria? Così non possiamo mica dormire, perché non vai giù a protestare?».
«Giù a protestare? Adesso?».
«Sì, adesso. E quando? E se scendi prendimi anche una bottiglia d’acqua, per favore». L’hotel era a tre stelle, le camere non disponevano di frigo-bar.
Consonni entrò un po’ in confusione, tanto che non si ricordava già più se la pasticca blu l’aveva presa oppure no. Controllò il blister, gli pareva di non averla presa e ne inghiottì una. Prese dal portafoglio una ventina di euro e scese in portineria a farsi sentire. Nei corridoi incrociò una signora straniera, abbastanza brilla pure lei, che lo traguardò con interesse.
«Hallo, mister, what you doing up here?». Gli guardò la finestra dei pantaloni del pigiama, la prima pasticca stava cominciando a funzionare.
Consonni, ignaro del fatto, almeno per il momento, raggiunse la concierge.
«Sono della camera 222, c’è un problema, non funziona l’aria condizionata».
Il portiere rispose in modo maleducato e perentorio. «È tutt’iggiorno che provo a chiamare i’tennicho, una volta fa troppo, una volta un fa, ma qui’ccretino un si fa trovare...».
«E allora noi?»
«Per ora un c’è nulla da fare».
«Potrei almeno avere una bottiglietta d’acqua?».
«No, io un le tengo, ma se esce qui fuori c’è un minimarket cinese».
Consonni, debilitato e prostrato, sempre in canottiera e pantaloni del pigiama, con un’erezione che cominciava a diventare assai manifesta, uscì fuori dall’albergo, ma di minimarket cinesi nei dintorni non ne trovò. Risalì un vicolo, ne prese un altro e un altro ancora. In breve, si perse. Cercò allora di tornare indietro, ma le stradine erano tutte uguali, si sentiva smarrito, sfinito, e per di più imbarazzato.
Sbucò in una piazzetta affollatissima di adolescenti e post-adolescenti, in maggioranza femmine in tenute molto succinte, che bevevano grossi bicchieri contenenti liquidi multicolori, in mezzo alla movida e che lo guardavano come fosse un alieno. E non era soltanto perché era in canottiera e pantaloni del pigiama. Consonni si rese conto che tutti quei giovani stazionavano nei pressi di un paio di localini da cui usciva musica molto ritmica. Certo quelle ragazze erano parecchio eccitanti e non facevano nulla per nasconderlo, purtroppo anche lui aveva il dono della vista, e vedere tutte quelle cosce produsse un effetto di erotizzazione involontaria, se così si può dire. Consonni apparteneva a quella generazione in cui la vista delle cosce nude aveva un effetto abbastanza devastante, perché come si sa le pasticche funzionano, ma soprattutto se ci sono motivi di eccitazione esterni. E in quella piazzetta ce n’erano.
Tenendosi le mani sopra il basso ventre per nascondere l’evidenza, entrò in uno dei localini, senza curarsi del fatto che fosse in canottiera, i ragazzi e le ragazze lo guardavano ridendo. Acquistò due bottigliette d’acqua per un valore complessivo di 12 euro, poi chiese il favore al barista, indicazioni per tornare al suo albergo. Il bartender non aveva nessuna intenzione, tempo, voglia di spiegare a quel vecchio in pigiama come tornare all’albergo. «È un po’ difficile da qui» disse. Gli chiamò un taxi. Era l’unica soluzione possibile.
Consonni passò qualche minuto in mezzo alla movida con due bottigliette d’acqua in mano. Il pigiama era di stoffa leggera e lasciava intravedere la sagoma del suo membro in erezione, disperato.
Se ne accorse anche il tassista, che lo fece salire lo stesso. Fra l’altro il cliente non aveva con sé abbastanza soldi per pagarlo, lo fece aspettare sotto l’albergo, sempre nella stessa condizione fisiologica. L’Amedeo rientrò in camera per prendere i soldi. Angela stava già dormendo, beata lei.
Il portiere dell’albergo lo vide passare avanti e indietro, e anziché sentirsi in colpa per via dell’aria condizionata, questione della quale non gli importava niente, se non per quanto lo riguardava personalmente, giudicò con quell’asprezza che solo i fiorentini sono in grado di esprimere quel signore allo sbando, che metteva tutto l’albergo in un serio imbarazzo. Consonni nel corridoio incontrò di nuovo quella signora straniera che aveva intercettato in precedenza. Era una bella donna e anche seminuda, a causa del caldo.
Non gli capitava da quando aveva diciassette anni di avere il pisello ritto così insistentemente, cosa che gli dava un fastidio terribile. E adesso come faccio, rientro in camera e sveglio l’Angela e le salto addosso? No, no, ci sarà pure un sistema per calmarsi, mi farò una doccia fredda.
La signora straniera gli chiese notizie dell’aria condizionata. Purtroppo lui non parlava l’inglese. In qualche modo la signora gli chiese se poteva andare a dare un’occhiata al suo condizionatore. Consonni rientrò in camera che erano quasi le due.
In questura Consonni fu portato in una stanzetta, restò lì per circa un’ora, sotto la sorveglianza di un agente armato. L’Amedeo cercò invano di farsi spiegare dal poliziotto perché l’avessero arrestato, quello se ne restava muto e impassibile, a giocare col telefonino.
Finalmente fu accompagnato nell’ufficio del commissario, che assieme al suo vice cominciò a interrogarlo, senza dirgli di che cosa era accusato, aspettando che fosse lui a tradirsi.
Ma Consonni, dopo aver riflettuto un po’ disse: «Se deve venire al punto non si faccia scrupoli, so perché sono qui».
«Ah, lei sa perché è qui? Allora ce lo dica, così non perdiamo tempo».
«Be’, lo sapevo che andava a finire in questo modo».
E così Consonni intavolò una serie di discorsi complicatissimi, su tre boy-scout, su certe signore della Milano bene, su alcune persone scomparse che in verità non erano scomparse, sul fatto che non era colpa sua perché probabilmente aveva dei problemi col cervello, degenerazione senile, comunque che i tre scout fossero scomparsi non se l’era inventato lui, e se c’erano dei filmati che lo inquadravano fuori della villa della Kakoiannis-Sforza a Lugano questo non significava niente, perché era lei che gli aveva teso una trappola e non certo viceversa.
Il commissario e il suo vice si guardarono negli occhi, o quello lì era matto oppure stava facendo la manfrina. Gli inquirenti propesero per la seconda ipotesi, quel signore li stava prendendo in giro.
«Ricominciamo da capo, signor Consonni: dove si trovava lei stanotte fra le 23,30 e le 1,30?».
«Eh, come? Che c’entra stanotte?». Questa volta fu l’interrogato a non capire.
«Sì, stanotte. Esattamente fra le undici e mezza e le una e mezza».
Consonni Amedeo sostenne di aver vagato per un’ora in canottiera per il centro di Firenze, alla ricerca di un paio di bottigliette d’acqua, perché in albergo non le avevano. Sulla via del ritorno si era perso, non riusciva a ritrovare l’albergo. Così aveva dovuto prendere un taxi, perché non ritrovava la strada.
«E a che ora è rientrato in albergo?». I questurini lo sapevano benissimo perché avevano rintracciato il tassista che lo aveva riportato in albergo, tassista che aveva dovuto anche aspettare per essere pagato.
«Mah, sarà stata mezzanotte e mezza, le una di notte, non avevo l’orologio, ero in pigiama».
L’orario combaciava.
«E che cosa ha fatto in pigiama fra le 24,30 e le 1,30? È tornato in camera da letto?». Gli inquirenti già conoscevano la versione della signora Angela Mattioli, la quale, dopo essere crollata dal sonno, si era svegliata a un’ora indeterminata e aveva visto il Consonni rientrare, aveva anche bevuto un sorso d’acqua, gassata, quando lui sapeva benissimo che a lei piaceva naturale. In seguito, avendo preso in precedenza due pillole di tranquillante, si era riaddormentata, non aveva aspettato l’Amedeo che era uscito di nuovo, e non aveva idea dell’ora del suo rientro definitivo in camera.
«L’orario preciso non lo so, so che quando sono rientrato Angela ha bevuto un po’ d’acqua e si è riaddormentata subito. Io ho preso dei soldi per pagare il taxi perché quelli che avevo con me non erano sufficienti».
«E quindi lei, una volta pagato il taxi, è subito rientrato nella 222?».
Consonni si domandò se valesse la pena raccontare che per qualche minuto era entrato nella camera di quella signora straniera, per vedere se riusciva a fare funzionare l’aria condizionata. Decise di ammetterlo.
«No, be’, veramente, prima ho incontrato nel corridoio una turista straniera...».
«Quindi lei, approssimativamente alle ore 24,15-24,30, è entrato nella camera di questa turista straniera?».
«Sì, dato il mio abbigliamento mi è parsa una situazione un po’ al limite, ma sa, facevano 32 gradi».
«E lei per quanto tempo si è trattenuto in camera della signora Bainbridge?».
«Si chiama così?».
«Ah, lei non ne sa neanche il nome?».
«Sono rimasto in camera sua non più di cinque minuti, l’impianto di condizionamento era guasto, come in camera nostra».
«Ah, cinque minuti».
«Sì, direi, uno più uno meno, ma per favore non lo dite ad Angela, non la prenderebbe bene. Ma, alla fine della fiera, mi volete dire una buona volta perché sono qui? Di che cosa mi si accusa?».
«Le domande, signor Consonni, le facciamo noi. Una volta uscito dalla camera della signora Bainbridge, è subito rientrato in camera sua?».
«Be’, non esattamente».
«E cioè?».
«Il problema è che non avevo con me le chiavi, le avevo dimenticate in camera, nella fretta di pagare il tassista».
«E allora come ha fatto?».
«Ho provato a bussare ma si vede che Angela dormiva profondamente. Ho cercato di farmi sentire, ma non volevo svegliare tutto l’albergo, allora ho aspettato un po’, ho riprovato, alla fine sono sceso dal portiere di notte che stava dormendo in una brandina dietro la portineria. Quello lì ci ha messo un po’ a svegliarsi, mi ha anche insultato. Mi ha detto che le chiavi ci sono apposta. Alla fine ha preso un’altra chiave della camera e me l’ha data. Sono rientrato che saranno state le una e mezza, Angela dormiva duro».
La versione coincideva con quella data dal portiere di notte, che poi era anche il portiere di giorno.
«Bene, signor Consonni, adesso avremmo qualche altra domanda da farle. In camera sua sono state trovate confezioni di prodotti afrodisiaci, comunemente noti col nome di Viagra. Lei, in serata, ne ha fatto uso? In quali termini e in quali quantità?».
«Ma, cosa c’entra? Sono obbligato a rispondere?».
«Le conviene, signor Consonni, potrebbe essere un’attenuante».
«Ma un’attenuante di che, si può sapere di che cosa mi si accusa? E perché quella gente mi ha preso a male parole? Che ho fatto di male?».
«Ci sono numerose testimonianze, lei è stato visto aggirarsi per alcune strade del centro in tenuta succinta e in evidente stato di sovreccitazione sessuale. Smentisce anche questo?».
«Ah, è di questo che sono accusato? Di atti osceni in luogo pubblico? Ma vedano, io posso spiegare, mi è successo un contrattempo, vedete, io e Angela... era previsto che... insomma, mi capite, siamo in vacanza... forse ho sbagliato la dose... ma è un crimine?».
«Veda, signor Consonni, ci dispiace che lei continui a fare il furbo, ma c’è una denuncia contro di lei da parte della signora Bainbridge, la quale la accusa di violenza carnale, sequestro di persona e furto aggravato. Non se lo immaginava?».
Violenza carnale? Furto aggravato? Consonni cadde dalle nuvole.
«Ma voi vi sbagliate di grosso! Vi sbagliate di persona. La signora americana si sta sbagliando anche lei, io ho solo dato un’occhiata al suo condizionatore!».
«Ah, ha dato un’occhiata al suo condizionatore, eh? Non sapevamo che si chiamasse così! Signor Amedeo Consonni, mi pare che lei non si renda conto della gravità della sua situazione. Lo capisce che le conviene parlare chiaro? Per giunta abbiamo ricevuto un fonogramma dalla questura di Milano. Pare che qualcuno sostenga che lei è un erotomane impenitente e che pensa che tutte le donne le caschino ai piedi. Si tratta di lettere anonime, ma forse di fronte al pericolo certe donne non hanno il coraggio di uscire allo scoperto».
Consonni, avendo una vaga idea di chi potesse aver scritto quelle lettere anonime, negò recisamente. «Sono solo malelingue, lo so chi ha messo in giro quelle voci, è una mia coinquilina, ma è tutto falso! Falso!».
«E della refurtiva, 2.400 euro, che ne ha fatto? Lo sa che sulla sua testa pendono anni e anni di carcere? Violenza carnale, sequestro di persona, furto aggravato eccetera eccetera? Non le pare il caso di collaborare?».
La refurtiva? Ma di che stavano parlando?
L’interrogatorio continuò per un’altra ora, finché gli inquirenti non si arresero, quello era un duro.
«Ne riparliamo fra un po’, vediamo se qualche ora di riflessione le può portare consiglio».
Consonni fu condotto in una stanzetta torrida. Erano le otto del mattino, già faceva un caldo asfissiante.
In effetti a quell’ora Firenze era già in via di surriscaldamento, dopo una brevissima pausa di qualche ora, un venticello fresco, già svanito: stava salendo di nuovo la foschia, qualche amatore armato di macchina fotografica forse era già sul Ponte alla Carraia, pronto a immortalare la caligine che, con un certo sforzo di immaginazione, può assomigliare a un’aura dorata.
Ma prima che si raggiungessero di nuovo i 35 gradi all’ombra, e prima che chiudesse la breve finestra temporale durante la quale in centro si potevano fare le consegne, c’era una grande attività nelle stradine attorno al Mercato Centrale, la zona nella quale si trovava l’hotel dove erano scesi Angela e Amedeo.
Proprio a quell’ora in albergo arrivò il tecnico dell’impianto di condizionamento.
«Oh che sse’ bischero a venire a quest’ora? Le hamere sono occupate, devi venire verso le undici».
«Sie... e alle undici in do’ lo metto i’ffurgone? Poi alle undici c’ho da essere a Pont’a Signa».
«Guarda, vai nelle hamere 222 e 226, che un c’è nessuno, in tutt’e due dice che un fa».
Il tecnico entrò in entrambe le camere, dopo due minuti aveva già finito il lavoro e tornò dal portiere.
«Te tu mi devi dire se la gente pole essere ’mbecille fino a questo punto».
«Perché?».
«Perché è chiaro che se tu lasci le finestre aperte i’condizionatore un parte, tullo poi mettere anche a 10 gradi sotto zero, e un parte. E dire c’è anche scritto grosso. Ma tu un glielo potevi dire?».
«So una sega io del condizionatore... poi tulla sapessi tutta, un so neanche in dove sto di casa».
«Firma qui, vai, un mi fare perde’ttempo».
«Unn’ho dormitho neanche mezz’ora, qui stanotte è successo un casino, un te l’immagini neanche».
«Oh che è successo?».
«Un te lo potrei neanche dire, ma tanto ormai lo sanno tutti, hanno arrestato un cliente, polizia, gente di qui, gente di là, un casino».
«E perché l’hanno arrestato?».
«Dice che ha violentato un’altra cliente, una straniera».
«Davvero? E com’è, una bella cihala?».
«Macché bella cihala, ci avrà cinquant’anni».
«E lui chi è, un marocchino?».
«Sie marocchino, è uno di Milano, un vecchio in pensione, per giunta con la su’ donna».
«Mah, roba da chiodi... E ora dove sono?».
«Son tutti in questura».
«Speriamo gni diano l’ergastolo».
«Ma tull’avessi visti, sembravano la gente più tranquilla di’mmondo».
«Eh».
«Vai, bona...».
«Bona».
Nella celletta in cui l’avevano rinchiuso Consonni viveva ore disperate, non riusciva a immaginarsi cosa potesse essere successo. Violenza carnale? Ma per l’amor del cielo, semmai era lei che aveva tentato di adescarlo. E furto di 2.400 euro in contanti... questa poi... E se la signora si fosse sbagliata? Magari era stata drogata, in effetti era parecchio su di giri, e quelli che l’avevano drogata poi sono passati in camera sua, per lo shock lei non si ricorda più niente, si ricorda di me, ha confuso le situazioni, a causa del suo stato mentale... Come altro può essere andata?
Era sfinito, avrebbe voluto dormire almeno un’ora, ma come riuscirci? No, è solo un brutto sogno, un brutto sogno. Eppure era sveglio.
Lo minacciavano di anni di carcere? Ma cos’era, una trappola? Per farmi parlare mi accusano di cose gravissime, in modo tale che io confessi le mie vere responsabilità. Ma Cristo Signur, se gliel’ho già detto che sono disposto a regolare le mie pendenze su quegli scheletri, che poi io cosa c’entro, era un problema tutto del Barzaghi se in casa sua aveva trovato i resti di tre persone, probabilmente morte di morte violenta. E che dovevo fare, informare i genitori che i tre ragazzi non si erano affatto persi sul monte Disgrazia? E anche sulla storia Kakoiannis-Sforza, cosa vogliono da me? Eh, va bene, ho commesso qualche irregolarità, certamente hanno i filmati con la mia immagine nei pressi della villa di Lugano dove è avvenuto il doppio omicidio. Ma io cosa c’entro? Sono loro che volevano incastrare me, mica io che volevo incastrare loro. Oddio... a pensarci bene... quella è gente potente, manovrano tutti e tutto, e se... ma anche sequestro di persona? A meno che... a meno che non vogliano sapere da me qualcosa su Angela. Ma lì ho giurato. Da me in materia non sapranno niente. Eh, no. Piuttosto finisco in galera.
Già, Angela. Anche lei è in ballo. Che cosa le avranno detto di me? Vogliono far perdere la testa anche a lei? In effetti Consonni stava delirando e si immaginava qualsiasi cosa. Per esempio, non sarà che l’ho fatto davvero? La mia testa ormai non funziona come una volta, ho dei vuoti. Più o meno, fino a una certa ora, mi ricordo in che condizioni ero, a causa di quella pasticca. Ma ho la testa di burro, magari di quelle pasticche ne ho prese più di una, ho bevuto troppo, e cosa mi ricordo? Mi ricordo che quella signora mi ha chiesto di entrare in camera sua per vedere il condizionatore, e poi? Ho un vuoto, ho un vuoto... e se veramente... Ma se non me ne rendo conto è colpa mia? Allora ha ragione quella, che so chi è, che ha scritto delle lettere anonime alla polizia, che io sono un erotomane. Ho una doppia personalità? Io credo di essere quello che sono, ma non sono quello che sono, sono un’altra cosa, come il dottor Jekyll e mister Hyde. Possibile che sia saltato addosso a quella signora americana e che le abbia anche rubato i soldi? E se dentro di me si celasse un mostro simile? Oddio, oddio, finirò al manicomio criminale? Consonni si vergognò di quello che stava facendo, ma controllò lo stato del suo pigiama. E se io... No, non è possibile... Ma chi me lo assicura? Quante ne aveva lette su criminali che non si rendono conto di quello che fanno, la mattina si svegliano tranquilli, ignari delle loro colpe? Adesso loro mi metteranno sotto torchio, sapranno come fare uscire da me la seconda personalità, e ben venga, ben venga se mi mettono a confronto con la mia indole criminale e segreta, almeno me ne libererò una volta per tutte. Ma sarà poi vero? Me ne libererò veramente? Oppure, nella oscurità della cella del carcere, mi misurerò per sempre con l’altro me, quello che non conosco?
Le ore passavano, ma quante ne erano passate? Presto sarebbero venuti a prenderlo, per spremerlo fino all’inverosimile. Ci sarebbe stato un confronto con la signora violentata e derubata? Oppure lo avrebbero messo davanti a uno specchio falso, dietro il quale ci sarebbe stata lei a fare il riconoscimento?
Consonni non aveva idea di che ore potessero essere, era in un bagno di sudore. Venne riaperta la porta. Il prigioniero, in canottiera, era ridotto da schifo. Si ricominciava? Due agenti gli dissero di seguirlo, senza parlare. Percorse una serie di corridoi, finché non lo portarono in una stanza dove gli intimarono di sedersi e di aspettare. Dopo una ventina di minuti, terribili, arrivò un altro poliziotto, graduato. Questo guardò Consonni con un’aria abbastanza disgustata, controllò alcuni documenti che aveva sulla scrivania.
E adesso che mi fanno? Mi torturano con la pompa dell’acqua? No, non è possibile, con questo caldo mi farebbero un piacere, con una bella doccia fredda, almeno potrei raccogliere le idee. E se mi fanno una perquisizione intra-anale?
Il graduato, cercando di tenersi il più lontano possibile dal Consonni, che puzzava come un caprone, gli riconsegnò il suo orologio d’oro e il suo portafoglio, altri oggetti in deposito non ce n’erano. Gli fece firmare alcuni fogli e se ne andò.
Inaspettatamente gli altri due agenti lo condussero all’uscita. Lo mollarono nella corte interna della questura.
«Lei, signor Consonni, può andare».
«Come sarebbe posso andare? Nessuno mi spiega neanche perché sono stato trattenuto? Cosa è successo?».
«Adesso può tornare in albergo a riposarsi e a rimettersi in sesto, poi le verrà comunicato tutto quello che sarà necessario. Adesso può andare, può anche tornare a Milano».
«Eh? Davvero?».
«Buongiorno, signor Consonni, purtroppo è il nostro lavoro».
«E Angela, cioè, la signora Mattioli?».
«È già stata accompagnata al vostro albergo».
«E io? Adesso come ci vado all’albergo?».
«Non abbiamo macchine disponibili, ecco quindici euro per un taxi».
Consonni, stravolto e sbalordito, uscì ondeggiando dalla questura. Entrò nel primo bar, si fece fare due caffè e ordinò due brioche. I gestori del bar lo guardarono di traverso, in particolare dovettero far fronte al cattivissimo odore che quel signore emanava. L’orologio segnava mezzogiorno e mezzo.
Per riprendersi alla fine si fece servire un Fernet Branca con ghiaccio, e distrattamente si mise a guardare il notiziario regionale, alla televisione. Parlavano di un caso di stupro, l’ennesimo, ai danni di una turista. A quanto riferito una non più giovanissima ma avvenente turista era stata drogata e stuprata nell’albergo da un signore anziano. L’uomo, visto in mutande e canottiera nel corridoio, era stato riconosciuto e assicurato alla giustizia. Si trattava di un milanese. La signora era anche stata rapinata di 4.800 euro in contanti.
«Ah, adesso sono diventati quattromilaottocento».
Consonni non capiva più niente. E allora perché mi hanno liberato? Hanno individuato il vero violentatore?
In trance, estrasse dal portafoglio il biglietto da visita dell’albergo e lo mostrò al barista.
«Guardi, da qui fa prima a piedi, basta che faccia tutta via San Gallo, poi via Ginori, gira a destra e praticamente è arrivato».
«Ma sono in pigiama!».
«Ah, non si preoccupi, nessuno ci farà caso». Bastava che si togliesse di lì.
«Quant’è?».
«Nove euro».
«Grazie».
Amedeo Consonni si incamminò nella direzione indicata. Teneva il portafoglio in mano e avanzava con andatura traballante. I turisti lo guardavano come se fosse un evento pittoresco, i locali pensavano che fosse un vecchio scappato dalla RSA di competenza, come spesso succede. A un certo punto arrivò in piazza San Lorenzo, capiva di essere nelle vicinanze. Anche stavolta stentò a farsi coinvolgere dalla magnificenza delle architetture brunelleschiane e si perse nelle stradine attorno al mercato. I gestori delle bancarelle, perlopiù iraniani, gli gridavano dietro: «Va ia va ia va ia, va’ a dormire, nonno!». Riuscì comunque a raggiungere l’hotel che erano le una passate.
Prima però dovette superare altre forche caudine, in una strada che si chiamava Borgo qualcosa, piena di ristoranti. Qui il problema è che c’erano numerosi buttadentro, cioè quelle persone piazzate fuori dagli esercizi commerciali e il cui compito è quello di attirare i turisti. La concorrenza fra queste persone è spietata, non sono rari i colpi bassi e le risse. «Quel gruppo di russi l’avevo visto prima io», «Te m’hai rotto i coglioni!», «Te vedi di andare in culo!». In effetti soprattutto sui turisti russi circolavano svariate leggende, per esempio che lasciassero delle mance faraoniche e che ordinassero sempre i vini più cari.
Nessun buttadentro cercò di attirare il Consonni, che riuscì a raggiungere la 222.
Trovò Angela in camera che faceva le valigie, la temperatura stavolta era polare.
«Ah, sei qui» disse lei, senza manifestare la dovuta contentezza di rivedere il suo partner, perché l’incubo era finito. Mentre l’Amedeo cercava di abbracciarla, lei si ritrasse, sembrava avesse tutta l’intenzione di fargli il muso, per l’atroce e per giunta equivoca situazione in cui lui l’aveva messa.
«In questo posto non ci voglio passare neanche un’ora di più. E allontanati da me che puzzi da fare schifo. Fatti una doccia che fra quindici minuti ce ne andiamo da qui».
«Ma dai, Angela, io vorrei dormire qualche ora, non mi reggo in piedi».
«No, ce ne andiamo, pensi di poter dormire con 15 gradi in camera? Ti prenderesti un malanno».
«Magari apriamo un attimo la finestra».
«Sei pazzo? Quello spregevole individuo mi ha detto che se gli mandavamo in bambola un’altra volta il condizionatore ci caricava la fattura del tecnico. Forza, fatti questa doccia. Ci sarà tempo per parlare...».
«Ma parlare di che? È evidente che sono stato vittima di uno scambio di persona, tu non sai cosa ho provato. Per me sono state ore d’inferno... e nessuno mi diceva niente. Ho addirittura temuto che volessero farmi parlare di te, della questione dei signori Reperti...».
«Ah... adesso la responsabilità sarebbe mia, eh? Ma non ti vergogni? E poi, me lo sapresti spiegare, tu ieri dove sei stato fra le undici e mezza e le una e mezza?».
«Ma Angela, ero andato a comprarti l’acqua...».
«Sempre colpa mia, eh? Ah, questo è il colmo. Se soltanto tu sapessi cosa mi hanno chiesto in questura sulle tue abitudini sessuali... su come ti aiuti... se io fossi a conoscenza di... non ho mai provato una vergogna simile...».
Amedeo si infilò in bagno, non aveva le forze per spiegare ad Angela che gli mancavano completamente le forze.
Quando Amedeo fu pronto Angela lo spedì alla concierge a pagare il conto. Fu conteggiata anche la giornata in corso.
«Icché la vole, unn’è miha colpa mia se la polizia un capisce una sega. Già che ciò rimesso una settimana, la signora ameriana stuprata se n’è andata via stamattina, infuriata. Ha detto: o che mi volete anche fare pagare, dopo quello che ho subito? Io vi denuncio tutti! La berciava, e io icché dovevo fare? La mi moglie un voleva, ma io l’ho dovuta far andare via senza pagare, 1.850 euri mi doveva, gli è stata qui dieci giorni, e di haparra la ma dato solo dugento euro. E se quella mi denuncia perché nell’albergo entrano degli estranei? La gli’è partita coi’pepe ai’cculo. Poi m’hanno chiamato dalla questura. Chiedevano della signora ameriana. Io gli ho detto che la gliera già partita. M’hanno chiesto se aveva pagato. Allora, maremma maiala, ho capito tutto. Dice che quella signora questo giohino l’ha già fatto altre volte. Ha capito con che gente ci s’ha a che fare? Quella maiala ha fatto la manfrina per non pagare... Ha capito che mestiere di merda gli’ è i’nostro? Comunque voi la camera me la dovete pagare lo stesso. Daittronde se lei la mi lascia la hamera ora, io icché me ne fo? Avete prenotatho du’ notti, e du’ notti mi pagate, son bell’e le due».
Consonni pagò, non aveva risorse per mettersi a discutere, gli sembrava di sentirsi poco bene. Comunque cominciò a capire come era andata la faccenda.
Non presero il taxi, ormai avevano cominciato a capire come orientarsi, dall’albergo alla stazione c’erano quattro minuti a piedi. Angela osservava il retro di Santa Maria Novella, il capolavoro di Leon Battista Alberti, con rimpianto ma anche con disgusto.
«Questa città è tanto bella, ma è inospitale» affermò perentoria.
«Vabbè Angela, il problema l’ha determinato una turista straniera, non è mica colpa loro».
«Se tu non fossi stato in giro come un imbecille per i corridoi dell’albergo, in pigiama per giunta, nel cuore della notte, non sarebbe successo niente. E io in camera ad aspettarti, in pensiero, ti poteva essere successo di tutto».
«Ma mi è successo di tutto!».
«Ah, tu sei specializzato nell’andartele a cercare».
Lui capì che era meglio non rispondere.
In prossimità della stazione ferroviaria passarono davanti a una bancarella che vendeva valigie. Ce n’erano alcune di dimensioni enormi, Consonni non riusciva a immaginarsi come si potesse fare a trascinarsele dietro, e nemmeno a che cosa potessero servire, se non a trasportare due cadaveri insieme.
Sul treno per Milano Angela sfogliava il suo gigantesco catalogo. «La prossima volta andiamo a Verona, che sono molto più gentili. Sarà falsa gentilezza ma io preferisco quella alla vera maleducazione. E poi fa più fresco, e si mangia anche meglio, meno pesante, che ne dici se a settembre...».
Consonni stava dormendo e russava forte, Angela si sentì nuovamente in imbarazzo...
«Amedeo, ti prego» disse scuotendolo, «stai dando spettacolo!».
«Come? Eh? Cosa? Sono innocente!».
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