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Stories / Poems

Stories by gaetano savatteri

la regola dello svantaggio

italian

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«Non capisco».
«È semplice, signor Lamanna. Millenovecentocinquanta euro, più sei uomini, più piano cottura, più forno. Fanno duemilaseicentocinquanta. Arrotondiamo a duemilaseicento e non ne parliamo più».
«Sei uomini? Ma se eravate in due».
«Due uomini, tre giorni. Uguale sei uomini».
«Saverio, è semplice. Due uomini per tre giorni di lavoro, significa sei uomini a cinquanta euro al giorno. Più il forno e il piano cottura» interviene Peppe Piccionello.
«Sono molto felice del tuo Nobel per l’economia, ma non mi trattare come un minus habens».
«Ti offendi?» fa Piccionello.
«Non mi offendo. Ma non capisco. Mastro Pietro, ricominciamo da capo».
Mastro Pietro guarda Peppe Piccionello. I due premi Nobel dell’economia si scambiano un’occhiata di compatimento, quasi fossi l’alunno ripetente di terzo liceo.
«Mattoni, cemento, sabbia, massetto in calcestruzzo, quattrocentocinquanta. Ci siamo?».
Mastro Pietro sottolinea col dito sul foglio fitto di numeri scritti a mano.
«Ci siamo» annuisco con la faccia di chi non ha ancora afferrato i misteri dell’algebra.
«Scasso, incasso, tubi, posa dei tubi, raccordi idraulici, valvola generale, rubinetteria, doppio lavello in acciaio, impianto elettrico, scasso, incasso, tre deviatori, tre cassette, due prese, un interruttore, un relais: cinquecentocinquanta euri. Ci siamo?» dice mastro Pietro, con la stessa pignoleria della mia vecchia professoressa di fisica e matematica.
Annuisco.
«E siamo a mille. Ci siamo?» puntualizza Piccionello.
«Grazie Euclide, preciso come un teorema».
Adesso mi sto incazzando.
Piccionello allarga le braccia: santa pazienza.
«E non fare sceneggiate alle mie spalle» lo avverto. «Andiamo avanti, mastro Pietro».
«Mattonelle, dieci per dieci, di Caltagirone, per metri quadrati due, uguale seicento euro. Ci siamo?».
«Seicento euro?».
«Sono di Caltagirone».
«Di Caltagirone sono» conferma Piccionello.
«E che sono venute in taxi da Caltagirone?» domando a mastro Pietro.
«Signor Lamanna, la roba buona si paga. Più due metri lineari di mattonelle col bordo, sempre di Caltagirone, duecento euro. Dieci euro a piastrella. Decorate. Ci siamo?».
«Dieci euro a mattonella?» mi rivolgo a Piccionello.
«Decorate. E col bordo. Capisci, no?».
Peppe mi poggia una mano sulla spalla. Voglio credere sia un gesto di solidarietà.
«No, non avevo capito. Adesso però ho capito. Andiamo avanti, mastro Pietro».
«E questo è tutto. Mille euro, più ottocento di mattonelle fanno milleotto, più intonacatura, gessatura, trattamento impermeabile per la ceramica fanno millenovecentocinquanta. Più il resto: sei uomini, forno a incasso e piano cottura Electrolux. Duemilaseicento euro e non ne parliamo più».
«Mastro Pietro, veramente lei mi aveva detto che con millecinquecento euro, al massimo, facevamo tutto».
«Potevo saperlo io che bisognava rifare i tubi che erano tutti marciti? E pure l’impianto elettrico. Potevo saperlo io che i fili erano tutti marciti?».
«Saverio, li volevi lasciare tutti marciti?» fa Piccionello.
«Per carità, non mi permetterei mai» rispondo con mezzo sorriso, ma sento che vorrei ammazzare Piccionello e mastro Pietro.
«Un tempo si poteva fare, signor Lamanna, ma ora con tutte queste regole dell’Europa c’è rischio che uno passa i guai» dice sconsolato mastro Pietro.
«E certo. Infatti sto andando a Bruxelles a protestare, perché mi ero un po’ affezionato ai miei tubi e ai miei fili tutti marciti».
«C’è poco da babbiare, signor Lamanna. Il mondo è cambiato. Lei paga in contanti, vero?».
«E certo, mastro Pietro. A Bruxelles sempre raccomandano di pagare in contanti e senza fattura».
«Signor Lamanna, se vuole la fattura io la faccio. Allora dobbiamo calcolare duemilaseicento euro più Iva che fanno tremila e coccia. Ma lei poi che ci fa con questa fattura?».
«Me la incornicio. Sa, di questi tempi, è una rarità».
«Le vengo incontro. Metà in contanti e il resto a fattura, col comodo suo».
«Mastro Pietro, lei è troppo buono».
«Però, guardi che opera d’arte».
Mastro Pietro indica la mia nuova cucina in muratura, piastrelle di Caltagirone, forno ad incasso e piano cottura a cinque fuochi: duemilaseicento euro, rubati rubati.
Ma come mi sono fatto persuadere?
Mastro Pietro raccoglie i consuntivi, li ficca tra le pagine dell’agenda Sara Assicurazioni, fa un mezzo inchino e si prepara ad uscire di scena.
«Signor Lamanna, le lascio il numero di mio nipote Andrea, così vi mettete d’accordo per il pagamento».
Segno il numero del nipote Andrea, stringo calorosamente la mano al premio Nobel dell’economia muratoria e cementizia – tutti a medicinali, gli auguro in mente mia, se li deve spendere questi duemilaseicento euro –, lo accompagno alla porta, giusto il tempo di scorgere e invidiare il suo Suv Nissan X-Trail Diesel, ventisettemila euro prezzo base di listino, parcheggiato qui davanti con i finestrini aperti.
Quando rientro punto l’indice in faccia a Piccionello che fa finta di studiare i volumi della mia libreria.
«Questo mastro Pietro me lo hai consigliato tu, è vero?».
«Non è colpa mia se hai voluto le piastrelle di Caltagirone».
Peppe Piccionello si difende, ma si vede che è mortificato.
Infierisco, infatti.
«Tu dici che era meglio se sceglievo quelle di Santo Stefano di Camastra? In effetti è più vicino, il taxi costa meno. Hai ragione, la geografia è troppo importante, bisogna studiarla bene».
«Saverio, la roba buona si paga».
«Peppe, ma da dove ti vengono queste illuminazioni? Io questa cosa qui non l’avevo mai sentita dire a nessuno».
«Saverio, non essere tirchio», Piccionello si sta riprendendo, «con tutti i libri che hai scritto, cosa vuoi che sono duemilaseicento euro?».
Ora lo ammazzo. Che ci vuole? Gli spacco sulla tempia un volume della piccola enciclopedia Treccani, con rilegatura a mano, e lo faccio secco.
«Peppe, secondo me è meglio se te ne vai a casa. Poi, quando ritorni, ti spiego con molta calma come funziona l’editoria in Italia».
Piccionello segue il mio consiglio, se la svigna muto muto. È vero: la fuga non è vergogna, ma salvamento di vita.
Esamino la cucina in muratura, piastrelle di Caltagirone, forno Electrolux e piano cottura a cinque fuochi. Di bella è bella. Duemilaseicento euro per cuocere la frittata di ricotta. Ma dov’era Dio quando mi sono fatto convinto?
Provo a scrivere. Niente da fare. Non è lo schermo bianco del computer a paralizzarmi, ma il rosso antico del mio conto corrente. Il blocco dello scrittore sono duemilaseicento euro in libera uscita.
L’editore vuole un nuovo libro, gli altri sono andati benino.
«Adesso scrivine uno veramente buono» mi ha detto.
«Perché gli altri non erano buoni?».
«Più buono».
Ho capito.
Se non scrivo non pago la cucina, ma le mattonelle di Caltagirone mi hanno prosciugato conto e fantasia.
Il telefono. Suleima.
«Ehi, che stai facendo?».
«Scrivo».
«A che punto sei?».
«Vado come un treno».
Penso alla littorina da Palermo ad Agrigento, centoventi chilometri in due ore, se tutto va bene.
«È venuto mastro Pietro?».
«Sì, ha lasciato ricordi indelebili».
«Caro?».
«Non so quando riuscirò a elaborare il lutto».
«Tirchio. Appena torno te lo faccio elaborare io, a modo mio».
«Se mi trovi suicida, ricordati che vi ho amate tutte».
«Tutte?».
«Specialmente a te».
«Sei specialmente stronzo».
«Non fiori, ma regali in busta».
Mette giù. Bip, un messaggio. Sempre Suleima.
«Te l’ho detto che sei stronzo?».
«Mi pare di sì».
Niente, non è giornata per scrivere.
La radio mi spiega che è l’agosto più caldo da ventidue anni. E vai con uno dei grandi successi di quell’estate.
Sono cose della vita
Vanno prese un po’ così
È già stata una fatica
Arrivare fino a qui.
Mi risparmio Eros Ramazzotti, cambio sintonia, finisco su Radio 24. Un ascoltatore al telefono vuole convincermi che in Italia potremmo vivere di turismo perché abbiamo il più grande patrimonio artistico del mondo, ma che la Sicilia ha un numero di turisti dieci volte inferiore a quelli che visitano le Baleari.
Baleari?
Mi attacco al computer. Googlo Baleari and granita. Chiudo gli occhi, tiro il fiato, sollevo una palpebra sullo schermo acceso.
Niente.
Verifico meglio, scorro su e giù: nessuno vende granita alle Baleari. Formentera sta nelle Baleari, ergo: alleluia alleluia.
Non ci ha ancora pensato nessuno di andare a vendere granita a Formentera. Solo io, solo io. Combatterò, procomberò sol io. Procomberò? Meglio controllare. Il sito della Treccani dice: procombere, decedere, tirare le cuoia. Va bene, combatterò, non procomberò. Granita di fichi, granita di mandorle, granita di gelsi a Formentera, col caldo che fa: brand, startup, know how. Domanda, offerta. Ho tutto, mi serve solo studiare bene lo spagnolo. E devo fare in fretta, c’è troppo controspionaggio industriale nel neocapitalismo liberista.
Attacco Teresita sul tablet.
¿Qué estás haciendo?
«Scrivo».
¿Qué estás haciendo?
«Qué estás haciendo? Non si vede? Lavoro».
Teresita resta in silenzio.
Mai fidarsi di un corso di lingua spagnola, con la voce di una qualsiasi Teresita andalusa, scaricato da un’app gratuita.
No creo.
«No creo?».
No creo.
Teresita, basta. Adios.
Ho fame, mi preparo due uova affogate nella salsa di pomodoro. Quando una goccia di sugo schizza sulla mattonella di Caltagirone sento una fitta al costato.
La radio mi informa che le vacanze degli italiani si accorciano, buona l’affluenza degli stranieri, lunghe code in uscita al casello di Melegnano, polemiche in Versilia sul caro ombrelloni, permane l’alta pressione su tutta Italia, precipitazioni sparse sulle Alpi orientali, è l’agosto più caldo degli ultimi trent’anni.
Trent’anni. Poco fa non erano solo ventidue? Come passa il tempo.
Nella controra scendo ciabattando verso il mare. Nella borsa della Festa del Cinema di Roma del 2010 ho ficcato asciugamano, telefonino e una copia della Montagna incantata di Thomas Mann che riprendo ogni estate, da circa dodici anni, ripromettendomi di arrivare alla fine, ma resto sempre incagliato in qualche passeggiata sulle Alpi svizzere. Farà caldo anche a Davos?
Il telefono.
«Ciao papà».
«Dove sei, Saverio?».
«A Màkari. Sto scendendo al mare».
«A mare? Ad agosto?».
«Hai ragione, papà, ma per novembre ho già preso degli impegni».
«Se ti piace così».
«Guarda che stanno partendo pure da Melegnano per venire qui».
«Appunto, troppa confusione».
«Tu dove sei, papà?».
«A Ganci, a casa di Mimì e sua moglie. Qui si sta freschi».
«Sicuro, come a Davos».
«Mimì ha letto il tuo libro, dice che gli è piaciuto».
«E tu?».
«Lo sto leggendo. Vado come un treno».
Penso al regionale da Canicattì a Catania, due ore e trentasette minuti per coprire centoquaranta chilometri, con cambio a Caltanissetta Xirbi.
«Ti piace?» chiedo.
«Sì, mi piace. Adesso ti tocca scriverne uno veramente buono».
«Allora questo non è buono?».
«Più buono».
«Ho capito. Quando torni a Palermo?».
«Dopo Ferragosto. Da te come vanno le cose?».
«Ho rifatto la cucina, quella era troppo vecchia. Tutta in muratura».
«Soldi buttati. Tanto lì va tutto in rovina».
«Con le mattonelle di Caltagirone».
«Soldi buttati. Quanto ti è costata?».
«Quattro spiccioli, lavori in economia».
Mio padre resta in silenzio al telefono. Sento un fruscio.
«Stai fumando?».
«Saverio, non ho mai fumato e comincio adesso? Sto assaggiando una pasta di mandorle. Ma con i soldi come stai messo?».
«Nessun problema, papà. Ho scritto due libri, l’editoria in Italia paga bene. Non devi mangiare dolci, lo sai che ti fanno male».
«Ti faccio un bonifico?».
«Allora non mi ascolti. Nessun problema».
«Vabbè, quando torno a Palermo ti faccio un bonifico. Ma non li buttare dentro quella casa, lì va tutto in rovina. Ti saluto, mi chiamano per un giro di burraco».
Da quando è morta mamma, proprio nella casa di Màkari, mio padre non vuole più metterci piede. Fa una smorfia e dice che lì va tutto in rovina.
Forse ha ragione lui: duemilaseicento euro buttati.
Arrivo a mare. Non c’è una punta di scoglio libera, nell’aria odore di crema abbronzante e di melone d’acqua.
Mi sposto più in là, camminando lungo la battigia per raggiungere lo spiaggione.
Checché ne dica papà, senza la casa di Màkari sarei rimasto tutta l’estate a Roma, serrato nei quaranta metri quadrati del mio appartamentino a rodermi su internet dietro le gesta del sottosegretario stronzo che mi ha licenziato dalla sera alla mattina, dopo cinque anni spesi a farlo diventare un mezzo cristiano.
Una pallonata mi colpisce alle spalle, riesco a vedere solo due ragazzini in fuga inseguiti da una madre tappezzata da qualche metro quadrato di cellulite.
«Sdisonorati, appena vi piglio vi scanno».
Apprezzo sempre la raffinata pedagogia delle mamme meridionali. Un giorno devo scrivere un manuale per puerpere: Donne che scannano i figli. La minaccia è il più grande gesto d’amore. Secondo me, Feltrinelli lo pubblica.
Individuo uno spicchio di sabbia libero.
Ma l’onda mi sommerge prima.
Due coatti tatuati, con la creanza dei lagunari di Venezia in esercitazione tattica, spostano la stessa massa d’acqua imbarcata dall’Andrea Doria nella collisione con la Stockholm.
Ecco, a questi è mancata una madre che li scannava. Ormai sono troppo grandi per essere rieducati, solo il carcere duro può aiutarli.
Mentre La montagna incantata è irrimediabilmente perduta, dopo dodici estati di onorata carriera nell’agevolare repentini sonni pomeridiani, cerco almeno di mettere in salvo il telefono.
Squilla. È vivo.
«Signor Lamanna? Si ricorda di me?».
Il solito presuntuoso.
«Come no. L’ho vista poco fa in televisione. Lei è quello che fa l’amico di Kevin Costner».
«Sempre con la battuta pronta il signor Lamanna. Sono Armando Tuzzolino. Si ricorda?».
«Deve dire al regista di inquadrarla più spesso, la prossima volta».
«Signor Lamanna, lei mi fa scassare dal ridere. Sono Tuzzolino, quello dell’autolavaggio».
«Stavo pensando proprio a lei, mi hanno appena fatto la doccia».
«Ma da dove ci spuntano queste battute? Lei il cinema deve fare, a Zelig deve andare. Signor Lamanna, casa sua è libera la prossima settimana?».
«Casa mia?».
«La sua casa di Màkari. La prossima settimana è libera? Perché ho dei tedeschi in arrivo, tre persone, una famiglia».
«Tuzzolino, ma di che stiamo parlando?».
«Se ha già preso degli impegni con qualcuno me lo può dire, non mi offendo».
I due energumeni anfibi escono dall’acqua, i muscoli tesi sotto i tatuaggi, tra gli entusiasmi di quattro ragazzine da spiaggia che scattano foto con la medesima ammirazione estetica che la mia professoressa di greco e latino nutriva per i bronzi di Riace.
«Tuzzolino. Andiamo per ordine. Che c’entra il suo autolavaggio con casa mia?».
«L’autolavaggio non c’entra. Laviamo macchine, ma d’estate affittiamo anche case per turisti».
«Bene, che c’entrano i turisti con casa mia?».
«Signor Lamanna, a mezza parola. Ci siamo capiti. Mi pareva che lei affittava la sua casa d’estate».
«Ma da dove le è venuta in mente questa cosa?».
«Signor Lamanna, si vede che ho compreso male. Mi deve scusare per questa mia iniziativa. Avevo pensato che poteva essere conveniente per tutti e due. Ma se lei ha già dato la parola a qualcun altro, non ne parliamo più».
«Ma quale parola, Tuzzolino?».
«A me non interessa, signor Lamanna. Fatti suoi sono. La casa è sua e lei ci fa quello che vuole».
«E infatti ci abito».
«Ha ragione. Senza offesa, signor Lamanna. Quando passa dall’autolavaggio ci regalo una pelle di daino».
«Povero daino, lasciamolo campare».
«Signor Lamanna, lei mi fa scassare. Ci regalo un deodorante per auto».
«A che gusto?».
«Come piace a lei: limone, fragola, arancia».
«Cioccolato, nocciola, pistacchio. E che è, gelateria?».
«Troppo spiscioso, signor Lamanna. Lei cinema deve fare, a Striscia la Notizia deve andare. A presto. Troppo forte, troppo forte».
Il caldo fa scoppiare il cervello alle persone. La prossima estate quasi quasi me ne vado a Davos. O a Ganci.
Passo o non passo?
Se passo le fa piacere. Ma se pensa che sono uno appiccicoso? Magari passo con una scusa, dico che ho dimenticato le chiavi di casa. Penoso.
Passo o non passo?
Se passo le fa piacere, di sicuro. Ma se si vergogna di me davanti ai suoi colleghi? Mettiamo nel conto le battute di Marilù, mettiamo nel conto i sorrisini, mettiamo nel conto le gomitate. Che figura ci faccio? Vabbè, non c’è niente di male: stavo tornando dal mare, giusto il tempo di fare un saluto, ciao ciao, ci vediamo stasera.
Passo o non passo? Ma chissenefrega. Passo, le stampo un bacio in bocca davanti a tutti e segno il territorio. A scanso di equivoci. Così quell’aiuto cuoco che si sente il Carlo Cracco dei poveri smette di fare il lumacone.
Passo o non passo?
Sono già davanti al ristorante di Marilù. C’è un tempo per vivere e uno per morire, c’è un tempo per pensare e uno per entrare. Adesso entro: tanto a quest’ora non ci sono ancora clienti. In costume, infradito e con la maglietta del festival Trame di Lamezia Terme faccio ancora la mia porca figura, a quaranta e passa anni.
Progetto le mie mosse, tutto calcolato. Entro, saluto con la manina Marilù, sorrido sardonico al master chef degli aiuto cuochi, profilo destro e profilo sinistro alle cameriere di sala e mi strapazzo Suleima con un abbraccio alla Clark Gable, tanto per far capire a lei e al pubblico presente che mi manca troppo in questa settimana d’agosto, da quando Marilù l’ha sequestrata quindici ore al giorno e consacrata ai bisogni primari dei turisti mordi e fuggi, richiedenti asilo di premure e cortesie, ostinati a sentirsi raja indiani per sette giorni – scusi, signorina, mi dica con certezza se quest’orata è di mare o di allevamento, perché la nostra famiglia è ideologicamente ostile alla fauna ittica pasciuta in cattività – per passare poi il resto dell’anno a pagare in silenzio le tasse e ad annunciare la rivoluzione su Facebook.
Decido. È il mio momento. Il sipario si apre, the show must go on.
«Ma che fai fermo qui davanti? Conti i giorni che ti mancano alla pensione?» mi viene incontro Piccionello.
«A parte che la parola pensione non va mai pronunciata davanti a uno della mia generazione, può avere effetti indesiderati anche gravi. Tu che ci fai qui?».
Questo guastafeste mi ha rovinato la sceneggiatura. Un ciak sprecato.
«Ti cerchiamo da un’ora. Il tuo telefono è spento» dice Piccionello.
«Ho una vita privata anch’io».
«Incredibile. Marilù deve parlarti. Dai, sbrigati».
Sulla terrazza a mare con i tavoli già allestiti per la cena, Marilù prende fiato con una Nastro Azzurro.
«Finalmente. Ti fai desiderare».
«È il mio destino».
«Vabbè, siediti, che dobbiamo parlare di lavoro. Piccionello sa già tutto. Vuoi bere qualcosa?».
«Un’acqua tonica».
«Che tristezza. Ti faccio preparare uno spritz».
«Preferisco una tonica».
«Non ce l’ho, è finita. Il distributore oggi non è passato. Infatti ho mandato Suleima a fare rifornimento al centro commerciale di Valderice».
«Da sola?».
«No, con l’aiuto cuoco».
«Chi? Il Carlo Cracco de’ noantri?».
«Quel ragazzo è bravissimo».
«Come no. Due stelle, tre forchette e quattro pedate in culo gliele do io».
«È geloso» sussurra Piccionello a Marilù.
«Saverio, sei geloso?» chiede Marilù.
«Io? Di quello lì? Non diciamo minchiate. Fammi un negroni, va».
Guardo il golfo, il mare, il profilo di Monte Cofano al tramonto. Da qui a Valderice sono almeno diciassette chilometri per andare e altrettanti per tornare. Metti il tempo di fare la spesa, passare alla cassa, caricare tutto in macchina; un caffè non te lo vuoi prendere? Perdi almeno un’ora e mezza. C’è tutto il tempo per costruire le basi di una relazione stabile e duratura. Marilù mi distoglie dai tetri pensieri.
«Saverio, Piccionello è d’accordo».
«Allora non avete bisogno di me».
«Te lo avevo detto. È geloso» spiega Piccionello nell’orecchio di Marilù.
«Vuoi continuare a far finta che sono la salma di me stesso?».
«Guarda che Suleima è una ragazza a posto» puntualizza Piccionello.
«C’era uno, fesso proprio come te, che diceva a Menelao le stesse cose parlando di Elena».
Annego la disperazione nella prima sorsata del negroni.
«Ora se ne esce cu ’stu Menelao. Ma che fai, straparli?».
«Ma insomma, la smettete? Saverio, non fare il cretino alla tua età, se no ti mando a pulire la piscina» si incazza Marilù.
Scoppio a ridere, il negroni mi va di traverso.
Quand’ero ragazzino Marilù aveva appena aperto il suo albergo, tutti a dire che non avrebbe avuto vita lunga, a scommettere che falliva tempo una stagione, ma proprio allora San Vito Lo Capo diventò di moda: l’albergo è ancora aperto con il suo ristorante dove si mangia uno dei cous cous di pesce migliori della provincia e ora tutti a dire che i soldi vanno con i soldi, a spiegare che non ci voleva fantasia a capire che San Vito Lo Capo e Màkari avrebbero avuto fortuna, con questo mare, con questa luna. Adolescente, mi aggiravo dietro le siepi dell’hotel per guardare le turiste tedesche con le minne al sole a bordo vasca. Marilù mi scoprì e fui costretto a pulire ogni sera la piscina per sette giorni, sotto la minaccia della rivelazione a mio padre, ma soprattutto a mia madre, dell’infame vizietto. Il mio voyeurismo si spense sul nascere.
«Ho fatto la scenata, non l’avevate capito? Vi prendo in giro».
«Bravo, tu devi fare cinema» dice Piccionello, firmando tregua.
Marilù finisce la sua birra.
«Saverio, tu non hai problemi con i turisti, vero?».
«No. Penso che in fondo sono persone come noi».
«Non scherzare, Saverio».
«Te lo giuro, Marilù. Sono equo e solidale».
«Allora ti andrebbe di accompagnare un gruppo di turisti per qualche giorno in giro per la Sicilia?».
Guardo il fondo del bicchiere di negroni dove sbatacchiano tre cubetti di ghiaccio squagliati.
«Tu uccidi un uomo morto» sussurro.
«È un lavoro, Saverio. Ti pago».
«È un lavoro. Pagato. Sai, di questi tempi» aggiunge Piccionello.
Subodoro la trappola, l’agguato mortale. Furbo come una volpe intuisco la congiura: Marilù e Piccionello, complici del Carlo Cracco del meridione, alleati per allontanarmi da Suleima. Mi vedo in veste senatoria, mentre tracanno la pozione velenosa offerta da Messalina e Tigellino.
«Quoque tu» dico a Piccionello.
«Questo secondo me ha preso un colpo di sole. Ma forte».
«Saverio, sono solo pochi giorni» insiste Marilù. «Devono fare un giro per cantine e ristoranti, è gente graziosa».
«Perché proprio io?».
E vedo la mia fine sul suo viso.
«Perché i due che mi aveva mandato il tour operator, autista e accompagnatore, si sono presi il virus intestinale dopo una mangiata di cozze e fasolari. E domani il gruppo si mette in marcia. C’è già tutto prenotato: visite, cene, pranzi».
«Voi due siete d’accordo».
«Sì, te l’ho già detto. Piccionello è pronto a fare d’autista».
«Ho pure la patente C, l’ho presa quando ero militare» fa Piccionello. E l’infame sorride.
«Tu sei perfetto, Saverio. Li accompagni, gli spieghi un po’ di cose, sai parlare, ti presenti bene».
«Anche io mi presento bene» precisa Peppe Piccionello.
«Sì, però mettiti un paio di pantaloni, invece di andare sempre in giro in mutande» gli dice Marilù.
«Non è vero».
«È vero. C’è scritto pure nel libro di Saverio».
«Marilù, non posso fare questo lavoro. Devo scrivere il prossimo romanzo» mi difendo.
«Ti prego, Saverio. Sono soltanto cinque giorni. Non mi lasciare nei guai».
«Non posso. Devo collaudare la cucina. Devo controllare le mattonelle di Caltagirone. Devo incorniciare la fattura di mastro Pietro».
«Saverio, sono settecento euro a testa. Ci paghi le piastrelle» dice Piccionello.
«Suleima può dormire qui, se vuole. Tanto in questo periodo lavoriamo giorno e notte» fa Marilù.
«Raccomando le pecore al lupo».
«Saverio, sei veramente un cretino» sbotta Marilù. «L’aiuto cuoco è gay, ancora non l’hai capito?».
«Gay? Non ci credo».
«Lo sanno tutti. Non ne fa mistero. A giugno mi ha chiesto un giorno di permesso per andare al Gay Pride».
«Non vedi come va vestito?» fa Piccionello. Parla lui, in mutande, camicia hawaiana e infradito rosanero.
«Il bue che dice cornuto all’asino».
Ormai sentenzio come Luca Brasi.
«Dai, Saverio. Settecento euro a te e altri settecento a Peppe. Per cinque giorni di lavoro. Ti fanno schifo?».
«Schifo no. Ma è proprio gay o lo dice solo perché va di moda?».
Marilù si alza dal tavolo.
«Vabbè, Saverio, ormai è palese: sei cretino. Domani pomeriggio partite da qui, col mio pulmino a dodici posti, alle cinque in punto. Non fate tardi».
«Potrebbe essere bisex» insisto.
«Saverio, perché non ti curi?» dice Piccionello.
Sorrido. Intravedo una luce in fondo al tunnel.
«Ci avete creduto? La mia è tutta scena. Siete veramente siciliani: non avete senso dell’umorismo. Per voi le corna sono un’ossessione».
Mangia, prega, ama. Non so se pregano o amano, ma di sicuro mangiano. E bevono. Minchia quanto bevono.
Rileggo la mail spedita da Marilù con la tabella di marcia. Già il titolo del tour consiglia di mettere mano alla fondina per estrarre un buon gastroprotettore: «Sicily taste, wine & food. The Island flavors».
Ristoranti, cantine, trattorie. Colazione, pranzo, merenda, cena. Gusta, degusta, digerisci, riparti. Tra un inzolia in purezza invecchiato in barrique, una spremitura a freddo di olive Biancolella, una vendemmia notturna, uno gnocco di seppia con crema di finocchio e svariati Alka Seltzer, dovrebbero restare circa ventidue minuti per odorare Motya, sette minuti per visitare il parco di Selinunte, trentasette minuti per assaporare la Valle dei Templi di Agrigento e quasi dodici minuti e trenta secondi per ammirare i mosaici di Piazza Armerina.
Siamo nati per soffriggere, questa è la verità.
Scrivo su Google: enogastronomia siciliana. Vengono fuori più pagine di quelle dedicate a Giovanni Verga. Cannoli battono Malavoglia, 740.000 a 490.000. Quaranta secoli di odissee, dominazioni, rivolte, colonne doriche, guerre puniche, cupole arabo-normanne, chiese barocche, inquisizioni, terremoti, viceré, camicie rosse, Cose Nostre, maxiprocessi e politici corrotti finiscono sommersi dalla crema di ricotta.
Siamo un popolo di aiuto cuochi.
Controllo il telefonino. Muto. Sono quasi le due e un quarto. La luna è tramontata.
Suleima a quest’ora avrà finito. Provo a immaginarla appoggiata alla giara, quella con la cycas all’ingresso del ristorante, mentre cincischia con l’aiuto cuoco.
«Domani sono sola. Saverio parte. Mi accompagni al mare?».
«Mi spiace Suleima, ma vado in barca con i Village People».
Ho voglia di fumare. Trovo nel posacenere un mozzicone di toscano. Lo accendo, gli occhi persi nelle mattonelle di Caltagirone.
Di cosa mi preoccupo?
Sentiamo la saggia Teresita.
¿Tu estas solo?
«Macché, sono qui con la mia cara cucina economica. Non si vede?».
Tu estas solo.
«Tu estas solo, va bene».
¿Dónde está tu mujer?
«¿Dónde está? Trabajar».
Claro que sí.
«Stiamo diventando sarcastici?».
Claro que sí.
«Teresita, perché non torni in Spagna? C’è un comodissimo Ryanair da Punta Raisi».
«Con chi parli?».
Suleima, appena entrata, mi abbraccia da dietro, i suoi capelli mi solleticano il collo. Chi se ne frega dell’aiuto cuoco.
«Con la spagnola».
«Ancora? Ma sei malato».
«Lo sai che hai ragione tu? Si sta facendo un po’ supponente. La spengo».
Suleima scalcia le scarpe di lato. Si sfila la gonna.
«Ho fame» dice aprendo il frigorifero.
«Piccionello ha portato patate assassonate con la cipolla».
«Mi fai compagnia?».
Porta in tavola la zuppiera e la bottiglia di bianco dell’Etna rimasta a metà.
Più che il dolor poté il digiuno. Preparo piatti e bicchieri.
«Non c’è pane» dico.
«L’ho portato io dal ristorante. L’ha appena fatto Carlo».
«Carlo chi?».
«L’aiuto cuoco».
«Si chiama Carlo? Come Cracco».
«È un nome abbastanza comune. Mica si chiama Astolfo. Marilù mi ha detto che vi siete messi d’accordo. Domani parti, allora?».
«Sì, ma solo per qualche giorno. Mi dai un po’ di vino?».
«Sei passato dal ristorante, ma ero a Valderice con Carlo. Quando sono rientrata eri andato via da poco, c’era ancora il tuo odore in giro».
«Com’è?».
«Il tuo odore?».
«No, questo Carlo».
«Simpatico. Ha girato mezzo mondo: Londra, Berlino, Madrid. Buone le patate, le ha preparate Piccionello?».
«Credo sua cugina. Da dove viene questo Carlo?» chiedo a occhi bassi nel piatto.
«Non lo so, mi pare dalle Marche. Prima lavorava nella moda, a Milano».
«Normale, la moda è piena di gente così».
«Così come?».
«Come lui».
«E lui com’è?».
«Gay, no?».
«Ma chi te l’ha detto?» ride Suleima, gli occhi che le brillano, per la stanchezza o per il vino, chissà.
«Lo sanno tutti. È andato pure al Gay Pride».
«Anche io sono andata al Gay Pride, che c’entra. Secondo te sono lesbica?».
«Ci sono andato anch’io. Ma per lavoro».
«Saverio, sei omofobo? Dimmelo subito così ti lascio e scappo con George Clooney».
«Guarda che io ho tanti amici gay».
«Questo lo dicono tutti gli omofobi».
«Ma dove siamo, nello studio di Michele Santoro? Non stiamo parlando di me, stiamo parlando di Carlo».
«Se è così, ti rassicuro. Non è gay».
«Ci ha provato con te?».
«Macché. Quello ha una fidanzata strafica, con uno stacco di coscia di due metri e passa».
«Chi? Il Carlo Cracco alla vaccinara?».
«Sì, proprio lui». E si versa quel che resta del bianco dell’Etna.
«Allora lo dica. Faccia outing. Non sopporto gli eterosessuali che si nascondono».
Suleima si alza. Si toglie la maglietta. Resta in slip e reggiseno. Neri.
«Saverio, io vado a farmi una doccia e poi vado a letto. Sono stanca, ma puoi farmi cambiare idea. Hai sette minuti di tempo per sparecchiare e scegliere: me o YouPorn. Oppure ti dichiari gay una volta per sempre».
Nuoto sott’acqua piano. Una bracciata dietro l’altra, in un mare limpido di luce. Mi sento bene, una cernia si affaccia da sotto uno scoglio. Mi sorride. Un totano ripieno di pan grattato, passolina e pinoli, mi sfiora una spalla. Gli sorrido. L’acqua è fresca, il fondo sabbioso. Un polpo con un limone in bocca si avviluppa al mio braccio. Riesco a divincolarmi. Vedo il polpo allontanarsi fluttuante, ha perso la presa sul limone che risale leggero a galla. La luce si oscura, passa un branco di sarde allinguate. Me ne libero, con il piede tocco il fondo, la sabbia è smossa da ruote di pesce spatola alla messinese. L’acqua si intorbidisce di aguglie arrostite, paolotti alla griglia, calamari alla piastra. Un odore forte di cucina, di triglie alla brace e di spada panato alla palermitana mi soffoca. E il naufragar m’è dolce in questo mare.
Mi sveglio.
«Suleima» chiamo.
Non risponde nessuno.
Il letto è vuoto. Guardo il cellulare: le dieci. D’agosto il mio telefono è capace di restare muto per giorni.
Scalzo vado ad aprire la finestra. Respiro aria calda e odore di triglie alla brace. Chi arrostisce pesce alle dieci del mattino?
Preparo un caffè.
Ho deciso. Adesso mi vesto, vado da Marilù e disdico tutto. Non abbandono certo il territorio con il nemico in casa. Il gatto e la volpe volevano infinocchiarmi con settecento euro: timeo Danaos et dona ferentes. Gli antichi non sbagliavano, sennò a che serve il liceo classico?
Caffè, biscotti di sesamo e triglie arrostite. La colazione dei campioni.
Sento bussare.
«Chi è?».
«Bien, il est ici» dice qualcuno là fuori.
«Arrivo. Eccomi» grido.
Spalanco la porta al caldo, alla zaffata di triglie arrostite e alla famiglia Malaussène.
«Bonjour» mi sorride una specie di Jean Dujardin.
«Bonjour» fa eco la controfigura di Juliette Binoche.
In mutande, la tazzina di caffè in mano e i capelli spettinati dall’incubo sottomarino, non so che dire.
«Bonjour» ripeto con espressione da ebete lombrosiano.
Mi sgusciano ai lati due esseri viventi formato mignon, presumo bambini. Si infilano in casa.
«Enfants, arrêtez» gorgheggia Juliette Binoche, in braccio il figlio più piccolo, biondo come i suoi avi normanni e avido, esattamente come loro, di riconquistare la Sicilia partendo da casa mia.
«Excusez-moi, ils sont excités pour le voyage» mi spiega Jean Dujardin nella sua camicia bianca di lino.
Presumo che se richiudo la porta scompariranno così come sono apparsi.
«Monsieur Lamannà?» chiede camicia di lino.
«Sì, yes, sono moi» balbetto, stile Totò e Peppino: noio volevan savuar.
«Siamo per la casà» spiega il bellone francese.
«Quale casà?».
«La casà. Homeholiday. Pour les vacances».
«Vi manda Tuzzolino? Quello dell’autolavaggio?».
«Tuzzolinò? Je ne sais pas».
«Maman, regardez! C’est bizarre» si affaccia tra le mie gambe una bambina bionda.
«Charline, ne touchez à rien» le risponde Juliette Binoche, senza smuovere un capello, col tono dello spot di un profumo.
Sento rumori sospetti dal bagno. Capisco: i discendenti di Ruggero d’Altavilla hanno scoperto il mio bidet. Corro a chiudere l’acqua, ma uno dei figli di Asterix si è già inzuppato dalla testa ai piedi. Lo ripesco prima che affoghi in questo medievale strumento di tortura e lo riporto fuori.
Dujardin e Binoche si mettono a ridere.
«Julien, vous êtes spécial».
Asterix junior si strizza la maglietta mettendo il broncio.
Il libro sul metodo di scannare i figli per farli crescere educati dovrei scriverlo in francese e pubblicarlo con Gallimard. Successo assicurato.
«Et alors?» chiede il francese.
Fa caldo qui fuori. Charline mi guarda da dietro le gonne di sua madre paragonandomi a Henri Landru, Asterix junior già immagina il mio collo sotto la lama della ghigliottina, il lattante comincia a boccheggiare progettando la prossima crociata contro gli infedeli e la camicia bianca di Dujardin prende qualche macchia di sudore. Solo la Binoche è fresca quanto una commessa di Lancôme alle Galeries Lafayette in un lunedì mattina di gennaio.
Se li faccio entrare sarà la mia rovina, lo so. La storia lo insegna, a questo serve il liceo classico: un gran pezzo di idiota di emiro di Siracusa, per fottere i suoi compari, fece la genialata di chiamare i normanni, ma quelli, pure che non avevano mai visto in vita loro un’arancia o un gelsomino, la misero in quel posto all’emiro e ai suoi compari, pappandosi la Sicilia. Così impari ad aprire la porta agli sconosciuti.
«Je veux rentrer en France» piagnucola Asterix junior.
Qui si comincia a offendere. Ecco, fregato dall’orgoglio e dai soliti luoghi comuni, mi calo nel ruolo di rappresentante istituzionale della proverbiale ospitalità siciliana.
«Ma prego, entrate. Non state fuori, fa troppo caldo».
Bisogna essere equi e solidali. Anche con i francesi e con i loro figli biondi.
«E come finì?».
«Peppe, come vuoi che finì? Ho i barbari in casa che si abbeverano al mio bidet».
«Esagerato. Sono turisti» dice Piccionello.
«Hai mai sentito parlare dei celti, dei galli, di Vercingetorige?».
Piccionello mostra una maglietta fosforescente con la scritta: «Ku mangia fa muddiki? Sicilian food: non lasci una briciola».
«Ti piace? La metto in borsa» dice.
«Un’idea della figlia di tua cugina?».
«Quella è un cervellone, fa lo stage a Milano da Dolce&Gabbana».
«Per questo la moda italiana è in crisi».
«Scimunito. Fino a quando restano i turisti?».
«Fino a venerdì prossimo».
«Hai fatto un affare, Saverio. Quanto ti danno?».
«Dicono che avevano concordato milleseicento euro, ma quattrocento euro li hanno già dati per caparra».
«Poco è. Perché non ti sei fatto dare di più?».
«Piccionello, ma sei un cretino patentato o mando anche te a fare uno stage di perfezionamento a Milano?».
«Saverio, ma perché ti incazzi? E smettila di mangiare i miei biscotti con la giuggiulena».
«I miei se li sono mangiati i figli di Bernard-Henry Lévy. La questione è che io non ho mai affittato la mia casa».
Peppe Piccionello ficca tre paia di Havaianas nella borsa. Appena abbassa gli occhi ne approfitto per rubare un altro biscotto reginella. Da quando ho smesso di fumare, il nervosismo mi apre la fame.
«Allora i francesi come sono arrivati da te?» chiede.
«Qualcuno ha messo un’inserzione su un sito, con tanto di foto, prezzi, il mio nome e un numero di telefono. Ecco perché ieri Armando Tuzzolino mi ha chiamato, gli pareva che ero stato io a mettere l’annuncio».
«Stai tutto il giorno e la notte a guardare internet e non ti sei accorto che stavano affittando casa tua» dice Piccionello, mentre torna dal bagno con spazzolino e dentifricio.
«Non c’è bisogno che fai lo stage. Sei già scemo col massimo dei voti. Ma secondo te io vado su Google per vedere se qualcuno affitta la mia casa? Ma una cosa così non può venire in mente a nessuno, né ora né mai».
«Chiama al numero che c’è sull’annuncio e vedi chi ti risponde».
«Sei un genio. Tu hai fatto le scuole elementari nel Kgb. Il cretino non sei tu, è James Bond, eppure lo hanno fatto agente segreto. Pensi che non l’ho già fatto? Appena Vincent Cassel mi ha spiegato l’intrallazzo, ho chiamato subito: numero staccato. Eppure fino al giorno prima il francese aveva parlato con me, cioè con quello che diceva di essere monsieur Lamannà. Gli ha versato pure l’anticipo».
«Quindi a te quanto resta?».
«Ma che me ne fotte dei soldi, Peppe? È agosto, non c’è un buco libero in tutta la costa occidentale sicula. Cosa faccio? Lascio per strada Jean-Paul Belmondo e tutta la sua famiglia? Creo un incidente diplomatico internazionale? Risultato: sono fuori di casa».
«Vabbè, ma tanto Suleima può dormire da Marilù, noi oggi pomeriggio partiamo e ritorniamo fra cinque giorni. Saverio, ti è finita bene. Che ne dici di questa?».
Mostra una camicia con i pappagalli, faccio una smorfia disgustata.
«No, io non posso venire. Stanotte mi ha chiamato l’editore. Quando gli ho spiegato che devo ancora finire il libro, mi ha detto: non ti preoccupare, aspetto in linea. Ha molta fretta, punta tutto su di me per il Salone del Libro di Francoforte».
«Non puoi farlo. Hai preso l’impegno con Marilù. E poi non hai nemmeno una casa».
«Vabbè, resto qui da te».
Mi guarda manco avessi in testa un fungo atomico.
«Non è possibile» dice.
«Neghi un favore a un amico in difficoltà?».
«No. Ma domani arrivano quattro milanesi e stanno qui una settimana. Sono amici della figlia di mia cugina. Duemila euro per sei notti, se permetti».
«Ti sei messo a fare l’affittacamere».
«Si dice casa vacanze».
«Ma in questo posto siete tutti malati. Avete un’epidemia immobiliare».
«È il turismo, non lo sai? Un mio amico ad agosto dorme con tutta la famiglia in macchina per affittare casa sua. È un sacrificio, ma col guadagno ci campa otto mesi».
«Peppe, eravate pescatori, contadini, pecorai. Lavori antichi e nobili, dai tempi di Ulisse. E ora?».
«Quando c’era il pesce pescavamo pesci, adesso ci sono i turisti e peschiamo turisti».
«Così se ripassa Ulisse gli affittate una villa con piscina a lui e a tutti i Proci. Che tristezza. Il declino della civiltà occidentale».
Peppe Piccionello mi solleva dalla sedia per un braccio.
«Sarà come dici tu, ma i biscotti reginella te li sei mangiati tutti. Adesso, vai a preparare la borsa che fra due ore partiamo».
«E all’editore che dico?».
«Gli dici che Suleima, per il momento, non te le mette le corna. Non capisco il motivo, ma quella guarda solo a te».
L’aria condizionata smorza l’afa del pomeriggio. Dietro i finestrini oscurati corre la linea della costa trapanese: mulini a vento, piramidi bianche di sale alte nel sole. Non ricordo chi sosteneva che isola viene dalla parola sale, terra circondata dal sale. In greco antico, infatti, mare significa anche sale, e poi dicono che il liceo classico non serve.
Peppe Piccionello cambia marcia con la foga di un concorrente della Paris-Dakar sulla pista di sabbia sahariana.
Gli faccio cenno con la mano di darsi una calmata. Peppe si è messo la camicia con i pappagalli sconsigliata, ma almeno indossa pantaloni lunghi e un paio di scarpe da tennis sfondate e senza lacci.
«È vietato guidare con le infradito. E io sono un professionista» si è giustificato. Ha rispolverato un paio di Superga, credo lo stesso calzato da Adriano Panatta per la Coppa Davis in Cile del 1976.
Il mio carico di carne umana sonnecchia, qualcuno ha le cuffiette dell’iPhone nelle orecchie. Mi sembra di essere uno scafista libico incaricato di traghettare questi poveri disgraziati verso la terra promessa del menù a degustazione. Se fossi inumano dovrei scaricarli davanti alla prima Motoape che soffrigge panelle nell’olio per freni.
«Hai chiamato il numero dell’inserzione abusiva?» chiede Piccionello, giocando di frizione.
«Chiamo ogni due ore. Sempre spento. L’ho pure memorizzato».
«Con quale nome?».
«Becco Con Le Corna. Corretto, no?».
Il sole incendia le Egadi. Ripasso la lingua sulle labbra, ma non è vero che i baci resistono a lungo. Suleima mi ha salutato distratta, alle prese con un guasto alla lavastoviglie del ristorante.
«Quello è proprio un mulino?».
Chi è questa che si abbassa per indicare fuori dal finestrino?
«Sì, un mulino a vento. Per azionare le chiuse delle vasche della salina» rispondo, ma non so se è veramente così.
«Come in Olanda».
Si siede accanto. Carina, un po’ anoressica.
«Come in Spagna» faccio.
«Hai ragione, don Chisciotte e i mulini a vento». Ahi ahi, intellettuale. «Come hai detto che ti chiami?».
«Saverio. Saverio Lamanna».
«Io Anita. Non avevo capito il tuo nome. Quando Marilù ti ha presentato ero al telefono con mia madre».
«Problemi?».
«Nessuno, tranne l’abitudine di rovinarmi ogni vacanza con qualche senso di colpa: sto male, sono sola, fa caldo, sto morendo e così via».
«Anche mia madre era così, però alla fine ce l’ha fatta veramente a morire».
«Mi dispiace, non volevo».
«Non è colpa tua. Prima volta in Sicilia?».
Domandona. Buona per ogni situazione di imbarazzo.
«No, veniamo spesso in Sicilia. Mio marito è quello lì seduto in fondo che dorme con la bocca aperta, lo vedi?».
«In Sicilia dove?».
«A Pantelleria, da sei anni, ogni estate».
«Pantelleria non è Sicilia» fa Piccionello, gli occhi alla strada.
«Come non è Sicilia?» dice Anita.
«Tecnicamente sì, praticamente no» puntualizzo.
«Pantelleria è Sicilia».
«No, perché è un’isola e quindi non può stare dentro un’altra isola».
Anita ci riflette, lo sguardo obliquo.
«Voi due mi prendete in giro. Pantelleria è Sicilia. La luce, i sapori, il paesaggio sono Sicilia. Io e mio marito siamo architetti, abbiamo uno studio a Firenze. Abbiamo restaurato i dammusi di alcuni nostri amici. I dammusi sono Sicilia».
«È vero. Infatti il principe di Salina abitava in un dammuso. Molto grande, ma dammuso. Però con i tetti affrescati».
«Mi prendi per il culo?».
Anita non può sapere quanto detesto quelli che dopo mezza giornata a Filicudi o a Levanzo dicono di essere stati in Sicilia. È come entrare nella base Nato di Sigonella e sentirsi in America. Ma posso cominciare a litigare dopo meno di quaranta minuti dalla partenza?
«Scherzavo. Hai ragione, Anita: Pantelleria è Sicilia. Un po’ più piccola, ma Sicilia. Sicilia bonsai, diciamo così».
«Fica: Sicilia bonsai. Vado a svegliare mio marito, questa me la rivendo».
Si alza, va là dietro a scuotere per le spalle il poveraccio che dormiva beato sognando i dammusi di Pantelleria, in provincia di Sicilia.
Con Piccionello scambio un’occhiata di compatimento. Abbiamo pena di noi stessi, in realtà. Cinque giorni così non passeranno mai.
«Se questa è la più simpatica, siamo consumati» sussurra Piccionello.
«Io non ci volevo venire. Cerca un notiziario alla radio, che almeno ci consoliamo con le disgrazie degli altri».
Due ore dopo la mezzanotte io e Anita siamo i migliori amici da una vita. Mi ha raccontato che voleva un figlio, però; che suo marito non vuole adottarne uno, però; che lei lo ama ancora, però.
Sarà l’inzolia o il catarratto o il sirah o forse il combinato disposto dei tre vitigni, ma per i miei Sette Cavalieri del Magna&Bevi Tour ormai provo amore incondizionato, profondissima stima e sincera amicizia.
Contribuiscono tre bicchieri di bianco d’Alcamo al tramonto nel baretto davanti al pontile per Motya (dove non siamo andati, tanto sta lì dai tempi dei fenici, ci passeremo un’altra volta), due bicchieri di Merlot dalle parti del museo del Satiro Danzante di Marsala (che non abbiamo visto perché era chiuso e comunque è più bello immaginare la statua di bronzo ancora sotto il mare dove stava tranquilla da duemila e trecento anni se non fosse passato il peschereccio di capitan Ciccio) e, infine, l’apoteosi di doc, igt e docg bianchi, rossi e rosé, fermi e frizzanti, nella tenuta del Belice che ci ha accolti con fuochi d’artificio, bombe a mano, mangiatori di fuoco curdi e danzatrici del ventre turkmene per la vendemmia di mezzanotte, in una festa affollata di gente di città vestita da campagna con scarpe di mare, snikers city urban, pantaloni da golf, felpette da montagna, jacket da trekking.
Vi amo tutti, grazie di esistere. Amo i miei Sette Cavalieri del Sacro Ordine dei Mangiatari. Anita del figlio perduto e l’architetto dei dammusi. Lo spione russo amico di Putin, sua moglie Nikita o Katiuscia o Svetlana. Amo il terzetto con il vecchio, il giovane e la donna. Vi amo perché mangiate, bevete e ve ne fottete alla grande di questa cazzo di storia siciliana piena di magnifiche cose vecchie e noiose che stanno lì a ricordarci sempre chi eravamo ieri, ma non ci dicono mai chi dobbiamo essere domani. Bravi. Vi amo così.
«In questo modo la temperatura notturna rallenta il processo di fermentazione, consentendo un migliore rilascio di sostanze e zuccheri. Lamanna, mi sta seguendo?».
L’enologo sta spiegando per la terza volta perché si vendemmia di notte, credo mi abbia scambiato per qualcun altro perché continua a parlarmi di tannini, solfiti e polimeri di cui non me ne frega niente, ma che vorrei soltanto continuare a mandare giù a litri.
Gli metto una mano sulla spalla.
«Il suo dire entra molto nel mio capire. Ma, mi scusi, ho il calice in panne. Torno subito perché questo tannino mi è simpatico. Non se ne vada, voglio approfondire la questione dei solfiti».
Scappo verso il tavolo della degustazione.
Silenzio, aria di raccoglimento, la sacralità delle cerimonie dei protocristiani riuniti nelle catacombe di Roma.
Ecco Piccionello. Accosto con la circospezione consentita ad un alcolizzato dell’ultima ora.
«Peppe, che succede?» penso di bisbigliare.
«Non gridare. Il commendatore sta assaggiando un vino invecchiato tre anni in acciaio, sette anni in botte, dieci in bottiglia, otto in cantina, cinque in cucina, dieci nel sottoscala e tre in un ospizio».
«Minchia, Piccionello, ma quante ne sai?».
«Sei ubriaco. Perché non ti metti a dormire su una sdraio?».
«Il commendatore se ne intende di vini. E certo: è commendatore».
«E non gridare. Questa bottiglia la conservavano per papa Ratzinger, poi quello si è dimesso e non è venuto più. E ora la assaggia il commendatore. Capisci l’importanza?».
Impeccabile nel pantalone di lino grezzo, camicia di cotone crudo e Tod’s color cuoio, il commendatore annusa il bicchiere come se dovesse trovarvi l’elisir d’amor perduto. Ha ottantadue anni, tra un cabernet e uno chardonnay mi ha fatto capire che a lungo ha inciuciato con imprese edilizie, appalti pubblici e privati, conti svizzeri, molta elusione, giusta evasione, investimenti azzeccati e liquidazione dell’intero pacchetto azionario una settimana prima che i fratelli Lehman decidessero di far fallire mezzo pianeta. Insomma, dopo una vita di spericolate speculazioni economiche e immobiliari, si è comprato una placida tenuta in Umbria dove ogni tanto si può incontrare perfino il lupo di Gubbio.
«Quella vigna è la luce dei miei occhi» aveva detto il commendatore, intenerito dalla linea del tramonto su Motya.
Poi, con un braccio aveva circondato le spalle della donna al suo fianco
«Dopo Katrina, naturalmente».
Katrina aveva sorriso. Parla poco, non mi pare italiana. Una dell’Est, ucraina o romena. Quarant’anni ben portati, con una certa eleganza nel vestire. Magari è il commendatore a consigliarle il ton sur ton.
«E quello è mio figlio Glauco». Il commendatore aveva indicato lo spilungone, Rolex al polso e maglietta Ralph Lauren, fisso in piedi a seguire Tgcom nella tv del bar. Glauco non mi pare la luce degli occhi del commendatore, lo dice il nome stesso.
Suspense. Rulli di tamburi. Fiato alle trombe.
Il commendatore sta assaggiando il vino più vecchio del mondo.
Il proprietario della cantina e una platea di appassionati vinicoli seguono il movimento del bicchiere: su, ancora su, poi di nuovo giù.
Il commendatore fa slap slap con la lingua contro il palato, pure se mia madre diceva sempre che non è educato.
Parla l’Uomo Del Monte.
«Sapido, intenso, elegante, sontuoso. Retrogusto morbido, sentori speziati. Deciso con sfumature boschive. Coltivato su fondo sabbioso. Deve respirare un poco».
«Che dice?» chiedo a Piccionello.
«Non gridare. Dice che è buono».
«Quando non è buono che fa? Recita la Cavallina storna?».
«Ma perché gridi? Sei ubriaco, vai a dormire».
Abbraccio e bacio il commendatore. Gli voglio bene.
«Lei è troppo sontuoso».
Qualcuno mi prende per le braccia, deve essere Piccionello. Mi fa stendere su una poltrona.
«Portami un bicchiere di vino con retrogusto intenso e sfumature boschive. Cerca di essere sapido, per favore, non perdere tempo».
«Sì, adesso te lo porto» dice Piccionello.
«Ora richiamo Becco Con Le Corna».
«Va bene, ma non gridare».
La testa mi gira, vedo uno sciame di tannini.
A questo punto credo di essermi addormentato, perché non ricordo più niente.
Apro un occhio.
«Si sta svegliando» dice qualcuno.
Apro l’altro occhio. La luce mi abbaglia, metto a fuoco una faccia conosciuta.
L’applauso non me l’aspettavo.
«Bravo».
Questa è la voce del commendatore.
Sollevo la testa, sono disteso sul sedile di fondo del pulmino. I Sette Cavalieri della Barrique battono le mani ridendo. La cosa non mi fa piacere, sospetto una leggera presa per il culo. Mi metto seduto, la testa pesa come un melone d’acqua.
Il volume della radio alzato al massimo. Happy di Pharrell Williams dà ritmo ai passeggeri, Piccionello segna il tempo a colpi di clacson, i Sette Cavalieri di Staminchia si dimenano, devo essere su Scherzi a Parte. Ma non ho voglia di scherzare. Ho un buco di nausea allo stomaco, la testa piena di ovatta, la punta di un Black&Decker alla tempia sinistra.
«Non si uccidono così anche i cavalli» dico.
«Silenzio» impone il commendatore. «Ha parlato. Cos’ha detto?».
«Papà, io ho sentito solo la parola cavalli» dice Glauco.
«Uccidere i cavalli» spiega il compagno di merende di Putin.
«È un film. Non si uccidono così anche i cavalli» precisa l’architetto dei dammusi.
«Un film?» fa Anita.
«Sì, un film degli anni Settanta. Di Sydney Pollack».
«Credo sia degli anni Sessanta» dice il commendatore.
«Fine anni Sessanta, inizi anni Settanta» continua l’architetto. «Però il titolo è con il punto interrogativo. Non si uccidono così anche i cavalli?».
Adesso divento verde Hulk e li stritolo tutti in un pugno.
«Ma chi se ne frega? Volete abbassare questa radio? Mi sta scoppiando la testa» urlo, ma viene fuori una voce in falsetto.
«Poverino, non è abituato» si impietosisce Anita.
Piccionello abbassa il volume della radio.
Il minibus corre per una statale che non riesco a riconoscere, sulla destra intravedo spicchi di mare tra gli oleandri.
«Dove stiamo andando?» chiedo.
«A Licata. Da Pino Cuttaia».
«Pino chi?».
«Cuttaia, due stelle Michelin».
«A mangiare?».
«Sì, è un ristorante» precisa qualcuno, credo l’architetto.
«Non ce la posso fare. Preferisco vivere. Io vi aspetto qui, sul bus».
«Lamanna, non le è bastato passarci tutta la notte?» fa il commendatore.
«Mi avete lasciato qui a dormire?».
«Era troppo faticoso portarla su in camera» spiega il commendatore. «Comunque era al sicuro, nel parcheggio dell’albergo. Abbiamo incaricato il portiere di controllare ogni mezz’ora».
«Con i finestrini aperti e due bottiglie d’acqua» puntualizza Anita.
«E una ciotola di croccantini. Se ero un cane a quest’ora vi avevano già denunciato per abbandono».
Ridono, loro.
La moglie del russo si fa tradurre dal marito e ride a scoppio ritardato.
Ripiombo disteso sul sedile, sconfitto dal mal di testa.
Io questi qui li odio. Tutti e sette, più Piccionello che scruta dallo specchietto retrovisore e merita un odio speciale.
«Tu ci credi?».
«L’ho sentito dire, ma non ci ho mai provato» fa Piccionello.
«Il commendatore dice che serve a riequilibrare il tasso di alcol».
«Mi pare una stronzata. Ma se lo dice il commendatore».
«Tanto peggio di così non può andare».
E bevo una sorsata di Corona.
«A proposito, come si chiama?».
«Olmo Buscaglia».
«Olmo? Che nome è?» chiedo.
«C’è chi si chiama Pino e c’è chi si chiama Olmo».
«Peppe, non esagerare con queste battute. Sto troppo male».
«Quale battuta?».
«Pino, Olmo».
«E dove sta la battuta?».
«Pino. Olmo. Alberi».
«Non lo sapevo. Vado a fare un bagno».
Tornato libero in mutande, Piccionello si spinge verso la battigia. C’è un’onda leggera, la spiaggia non è affollata, malgrado agosto. Si vede che è mare di paese, i bagnanti tornano a casa all’ora del pranzo.
Prima di entrare nel ristorante, i Sette Cavalieri del Sacro Menù avevano la stessa trepidazione di Goethe nella Valle dei Templi. Hanno insistito per avermi, ma più che il digiuno poté il dolore.
Piccionello ha voluto tenermi compagnia: siamo andati al mare, nel lido più vicino al centro di Licata.
«È fredda» dice Piccionello, un piede a tastare l’acqua.
«Canale di Sicilia, mare aperto. Non è mica la palude del Tirreno».
Ripenso al gran figurone rimediato ieri sera. L’ultima ubriacatura risaliva alla festa per i diciassette anni di una mia compagna di scuola. Ho scelto il pubblico giusto per passare alla storia come il Charles Bukowski di Màkari.
Chiamo Suleima. Un po’ di compassione mi farebbe bene.
Non risponde. Mi manda un messaggio.
«Ora no. Sto lavorando. Ti ho chiamato stanotte. Non rispondevi. Piccionello mi ha detto che eri ubriaco. Vergogna, alla tua età. Scappo con un astemio».
Lascio la Corona a metà: sarà un toccasana, ma non riesco a mandarla giù.
Mi butto a mare? Quasi quasi.
Mi alzo, resisto alla piccola vertigine. Ce la posso fare. Supero il quadrato d’ombra proiettato dalle stuoie di canne del Lido Felix.
Il telefono mi richiama indietro. Sarà Suleima.
«Signor Lamanna, mi riconosce adesso?».
«Certo, lei è Kevin Costner, l’amico di Armando Tuzzolino, quello dell’autolavaggio».
«Minchia, ma lei è troppo forte, signor Lamanna».
«Se non me lo spiegava lei, non lo avrei mai saputo».
«Signor Lamanna, lei sa l’amicizia e la stima che ho nei suoi confronti».
«Lo so. Ma io non ho nemmeno la macchina, quindi non posso portarla a lavare. Mi dispiace. La Cinquecento dell’altra volta era di una mia amica»
«A parte gli scherzi, signor Lamanna, siccome ho grande stima di lei mi sono permesso di controllare l’annuncio della sua casa. E ho telefonato al numero che c’era su internet».
«Sono sicuro che non l’ha fatto per scoprire il suo concorrente».
«Ma che fa, babbìa? L’amicizia è amicizia, signor Lamanna. A quel numero non risponde mai nessuno. È staccato».
«E fin qui c’ero arrivato pure io».
«Signor Lamanna, io sono del mestiere. In questo paese c’è gente che mette annunci di case che non ha. È una vergogna, giusto?».
«A chi lo dice. Ho dovuto accogliere una famiglia di profughi francesi».
«Una vergogna per il nostro turismo. Lei questo fatto deve denunciarlo ai carabinieri, signor Lamanna. Lo sa che l’altro giorno qualcuno ha affittato il convento di San Michele a Mazara del Vallo? Con tutte le monache dentro».
«Turismo religioso».
«Le povere suore si sono ritrovate un autobus di tedeschi che ne volevano conto e ragione».
«Ai tedeschi è rimasto il vizio di invadere le case degli altri».
«Signor Lamanna, lei deve fare qualcosa. Stiamo organizzando un comitato di gente seria, onesta, perbene. Perché questa storia non può continuare. Dobbiamo protestare».
«Dopo No Occupy, dobbiamo fare No Affittai».
«Ecco, vede, lei ha le idee giuste».
«Signor Tuzzolino, adesso sono impegnato. Ma appena ritorno a Màkari organizziamo. Dopo Ferragosto però, perché anche la rivoluzione va in ferie».
«Ma a lei come ci vengono queste frasi? Il cinema deve fare lei, signor Lamanna, deve andare a X Factor».
«Non si preoccupi, mi sono già iscritto. Ci andiamo assieme».
«Appena passa all’autolavaggio le regalo una spugna originale».
«Non ce l’ho la macchina, signor Tuzzolino».
«La regala alla sua fidanzata. Tanto è una spugna unisex».
Chiudo la telefonata, rimetto il cellulare nella borsa, mi spingo veloce in acqua. Non è nemmeno tanto fredda.
«Per me, la nuvola di caprese con spremuta di datterino era superba».
«Buona, ma l’armonia del maialino nero dei Nebrodi era irripetibile. Hai presente l’equilibrio tra la cima di rapa e la dolcezza del fondo ristretto?».
«Il massimo però è stata la minestra di pasta con aragosta».
«Troppo facile: l’aragosta è nobile. La sfida è sugli ingredienti della cucina povera. È lì che si vede il vero chef».
Mi ficco le cuffiette del tablet nelle orecchie. Non ne posso più di rosolature, emulsioni, battuti, fior di sale, spolverature, spume, cotture a caldo, cotture a freddo.
Arroccato sul fondo del pullman, ormai mio appartamento privato, abbandono i Sette Cavalieri dell’Ordine della Lessatura alla chimica della gola. Gli uomini sono più accaniti, le donne vanno dietro un po’ alla rinfusa. Nikita o Katiuscia o Svetlana è sempre più lost in translation.
Mi rifugio nel mio dialogo con Teresita.
¿Te gusta el gazpacho?
Pure tu. Ho ancora la nausea.
¿Te gusta el gazpacho?
Se non ripeto, insiste. È martellante.
«¿Te gusta el gazpacho? Non tanto».
¿Te gusta el chorizo?
Solo il chorizo ci manca e finisco all’ospedale.
¿Te gusta el patanegra?
Adesso vomito sulla tappezzeria blu a stelline gialle dell’autobus.
Katrina si stacca dal gruppo e viene a sedersi accanto.
«Cosa ascolti?».
«Lezioni di spagnolo».
«Passione o lavoro?».
«Lavoro. Voglio aprire un’attività economica a Formentera».
«Quale?».
«Segreto industriale. Non posso dire niente. Settore food, enogastronomia di alta qualità».
«Anche tu? Non ne posso più. Quelli parlano solo di cibo. È come stare dentro un cinema porno, alla fine resta solo il disgusto».
Spengo Teresita. Simpatica la rumena. Sarà poi rumena?
«Katrina, di dove sei?».
«Macedonia».
«Una volta ci sono stato, a Skopje, quando lavoravo per il governo. Una visita ufficiale. Ricordo solo che c’era tanta neve e siamo rimasti bloccati per cinque ore all’aeroporto».
«È vero, nevica tanto d’inverno. Per questo ci sono molti bambini».
Tardo un poco a capire. Raffinata, la macedone.
«Se ti scoccia parlare di cibo che ci fai qui?».
«La poliziotta».
«La poliziotta?».
«Sì, controllo che Olmo non esageri. Ha il diabete».
«Sei un’infermiera?».
«Anche».
«Posso farmi i fatti tuoi? Ma tu e il commendatore?».
Ride. Mi piace quando ride, lo fa di gola.
«La vita è strana. Lui aveva bisogno di un’infermiera, io di un lavoro. E così ho trovato una casa. E un brav’uomo».
«Posso farmi ancora i fatti tuoi?».
«Lo stai già facendo».
«Appunto. Quello lì, il lasagnone, il figlio del commendatore, come l’ha presa?».
«Tu come la prenderesti se tuo padre si mette in casa una della tua età?».
«Mah, la ammazzo nel sonno».
«Per fortuna, Glauco è più buono di te. Non mi ammazza, ma non posso chiedergli di volermi bene. Certo, gli risolvo un sacco di problemi. Può continuare a fare il giovane ricco senza doversi occupare di suo padre».
«Però in vacanza con papà ci viene, alla sua età».
«È stato costretto. Olmo pensa che in questo modo potremo conoscerci meglio. E poi deve fare un annuncio importante».
«Non mi dire» le guardo la pancia.
«No, non sono incinta».
«E l’annuncio qual è, se posso farmi i fatti tuoi?».
«Te li sei già fatti abbastanza i fatti miei. Ora basta».
Piccionello esce dalla statale con una curva stretta che inclina il bus, i passeggeri, le uova di seppia, gli spiedini di polpo veraci e i cannoli non ancora digeriti. Katrina mi finisce addosso, riscuotendo ammirazione e apprezzamento per la sua quarta di seno contro la mia spalla.
«Pane cunzato» grida Piccionello. E inchioda i freni davanti a un prefabbricato.
Pane caldo, olio, sale, pepe e tuma.
Katrina si stacca con un sorriso privo d’imbarazzo, il commendatore la sta cercando con gli occhi.
A costo di vivere per il resto dei giorni con una flebo di bicarbonato di sodio nel braccio, al pane cunzato non rinuncio.
Magari d’inverno, a Formentera, invece della granita potrei provare col pane cunzato. Come si dirà in spagnolo? Devo chiederlo a Teresita.
Quando scendo nella terrazza dell’hotel sono un uomo nuovo. Il pane cunzato e due ore di sonno mi hanno riportato in vita. Resta un leggero cerchio alla testa, ma niente di più.
Il sole del tardo pomeriggio accende le colonne di tufo del Tempio della Concordia. Per questa notte pausa masticatoria ad Agrigento, con passeggiata serale nella Valle. Un po’ di sana e noiosa archeologia per smaltire l’eccesso di cibo. Mi tocca rispolverare le giuste citazioni, la più bella città dei mortali di Pindaro e la morente cittaduzza di Pirandello.
«Sopravvissuto?».
La voce di Buscaglia junior arriva dal tavolo riparato dietro un ulivo saraceno.
«L’erba cattiva non muore mai».
«Bevi qualcosa?».
«Citrosodina tonic, con scorza di limone».
«Fico questo tempio».
«Già, quei greci non badavano a spese».
Su un blocco di appunti, Glauco Buscaglia sta disegnando a matita il profilo del tempio. Più che l’abilità, mi incanta il suo Rolex Daytona.
«Dove sono gli altri?» chiedo.
«I russi sono in piscina, quei due non si fermano mai».
«Pugaciov che lavoro fa?».
«Ha fatto i soldi col gas. Adesso vive a Londra, importa vini italiani».
«Notizie degli architetti?».
«Non so. Due ore fa stavano litigando su qualcosa».
«Tuo padre sta riposando?».
«Credo di sì, ma se vuoi sapere di mio padre non devi chiedere a me».
Meglio cambiare discorso.
«Sei bravo a disegnare».
«Grazie. È solo un passatempo, a casa Buscaglia gli artisti sono considerati dei cretini».
Meglio cambiare di nuovo discorso.
«Stiamo facendo un bel giro, no?».
«Io non ci volevo venire, è stato mio padre. Vuole farmi familiarizzare con quella lì, la principessa macedone».
Meglio stare zitti e godersi la serata.
Ordino al cameriere una bottiglia di acqua minerale frizzante.
«L’inglese scordato ai templi» mormoro, pensando di pensare.
«Cosa dici?» chiede Glauco Buscaglia.
«È una frase che dicono da queste parti. Quando uno si sente perduto e confuso: un inglese scordato ai templi».
«Fatto vero è» interviene il cameriere, posando la San Pellegrino sul tavolo. «Mio nonno lo ha conosciuto».
«Agli inizi del Novecento arrivò un riccone inglese, si chiamava Hardcastle» spiego. «Fece scavi, ricerche, alzò le colonne del Tempio di Ercole. Nel 1929 il crollo di Wall Street gli mangiò tutti i soldi, restò povero e pazzo. Girava per questa valle, sperduto e folle. Morì in manicomio».
«Proprio così, fatto vero è» fa il cameriere.
«Questo non è un brutto posto per morire» dice Glauco, gli occhi stretti contro il sole che cala.
«Direi che è un buon posto».
Il commendatore e Katrina si affacciano in terrazza, il giallo delle colonne doriche di tufo è al punto di massimo splendore.
Glauco Buscaglia chiude il blocco di appunti, scola il fondo del suo negroni.
«Ecco la coppia più bella del mondo».
Meglio astenersi da commenti al commento.
«Dammi la cattiva notizia, non ti preoccupare, tanto avrò da lavorare».
Fisso il telefono e aspetto la risposta al messaggio.
Per sicurezza ribadisco pure su WhatsApp.
«Parla adesso o taci per sempre».
Niente.
Avrà lasciato il telefono da qualche parte, mi dico. Keep calm e don’t panic.
Accendo la tv. Il tg annuncia il grande esodo, ma due italiani su tre quest’anno restano in città. Brescia, anziani pensionati trovati uccisi in casa, sospettato il figlio. Ondata di caldo in Italia. Uragano si avvicina alle coste americane, allarme nella Carolina del Nord. Il Papa a Castel Gandolfo saluta a sorpresa i turisti. Autobomba a Kabul, sette morti.
Non succede mai niente. Suleima non risponde.
Cambio canale. Quando lo squalo attacca l’uomo: le spettacolari immagini girate da un sub nei mari della Florida.
Nessun messaggio.
Cambio canale. Per evitare le spiacevoli conseguenze di digestione provocate dall’aglio basta togliere l’anima, si taglia l’aglio a metà, si elimina la parte centrale così, ecco, se la telecamera può inquadrare meglio.
L’aiuto cuoco di Marilù toglierà l’anima all’aglio?
Messaggio. Suleima.
«Ora ti chiamo».
Tono scarno. Brutte notizie. Era meglio se non rispondeva.
Cambio canale. Esodo di Ferragosto, bollino rosso per il traffico, ma tre italiani su cinque restano in città. Anziani trovati uccisi a Brescia, sospettato un vicino di casa. Uragano verso le coste americane, allarme rosso in Virginia.
«Eccomi».
«Rispondi al primo squillo?».
«Non voglio sprecare più niente, nemmeno uno squillo, mi sono convertito alla decrescita felice».
«Saverio, cosa vuoi? Perché mandi messaggi sconclusionati?».
«Sterili provocazioni situazioniste».
«Appunto. Io invece lavoro. Per chiamarti devo nascondermi in bagno. Cosa c’è?».
«Volevo sentirti, tutto qua».
Silenzio.
«Saverio, la smetti di fare il bambino? Carlo non mi piace».
«E chi ha mai parlato di Carlo?».
«E quando mai prima di oggi hai avuto voglia di sentirmi?».
«Suleima, tu ancora non puoi capire, ma con l’età si cambia».
«Ma ci siamo salutati l’altro ieri, mica sette anni fa».
«Il tempo è relativo. Mai sentito parlare di Einstein?».
«Vabbè, ora che il tuo onore di maschio siciliano è al sicuro, posso tornare a lavorare?».
«Suleima, guarda che è vero: avevo voglia di sentirti».
Silenzio. L’ho sorpresa.
«Cos’altro mi vuoi chiedere, Saverio?».
«Sono alla Valle dei Templi di Agrigento, non è che mi riassumi qualche informazione? Devo accompagnare il gruppo».
«Qualche informazione?».
«Studi architettura, saprai pure qualcosa».
«Ora ti riepilogo l’archeologia della Magna Grecia mentre prendo le ordinazioni di tonno al sesamo al tavolo sette».
«Dai, due notiziole sfiziose».
«Saverio, hanno inventato Wikipedia. Usalo. Io scappo, mi aspetta il tonno al sesamo. Ciao».
Penultimo venne il tonno. E ultimo io.
«Toglie il fiato, vero?» dice Katrina.
«Sì, toglie il fiato».
Appoggiati a un muretto di pietra, gli occhi sulle colonne del Tempio di Giunone, ascoltiamo il silenzio. Non me ne frega niente della fondazione di Akragas, di Minosse, di Kokalos, dei geloi e dei micenei.
Ero venuto qui in gita al quinto ginnasio, circa duemila anni fa, i templi erano stati costruiti da poco. Ricordo solo un gran caldo, la professoressa recitava Pindaro in greco antico e una del corso B continuava a tirarmi i capelli dietro la nuca: la baciai sull’autobus che a sera ci riportava a Palermo.
Bisogna cominciare ad essere vecchi per capire le cose vecchie.
Una guida spiega a un gruppetto di turisti che gli akragantini mangiavano come se dovessero morire il giorno dopo e costruivano edifici come se non dovessero morire mai. Ora lo dice, penso: Pindaro, la più bella città dei mortali. E infatti.
«Il commendatore non è venuto?» chiedo a Katrina.
«Era stanco, abbiamo cenato in albergo».
«È rimasto con Glauco?».
«Sì, li ho lasciati da soli. Olmo voleva parlargli. Ma non è facile parlare con Glauco».
«Qui le parole suonano strane. L’unica cosa giusta è il silenzio».
Ho voglia di fumare.
«Hai una sigaretta?» chiedo.
«Non fumo».
«Una sigaretta qui ci stava».
«Ci stanno molte cose, qui».
«Come sei finita in Italia?»
«In realtà sono albanese. Nel 1999 scoppiò la guerra civile, gli albanesi della Macedonia volevano l’indipendenza. Abitavamo nel nord del paese, quasi al confine. Avevamo visto cos’era successo nel Kosovo, in Bosnia. Avevo ventidue anni, studiavo, volevo fare la hostess. Mio padre aveva paura, conosceva degli italiani, ci fece arrivare in Italia. Poi, mio fratello è morto in un incidente stradale. Mio padre se ne è andato appena un anno dopo, per il dolore. E sono rimasta qui».
«E tua madre?».
«Non ne so niente. Ci ha lasciati quando eravamo bambini, scappò con un russo. Mio padre non ne parlava mai».
«Ne hai cose da raccontare».
«Molte da dimenticare».
La guida ora parla dei cartaginesi, dei romani, delle guerre puniche. C’è sempre una guerra, qualcuno che muore, qualcuno che scappa.
«E adesso?» chiedo.
«Adesso sono serena. Olmo è un uomo intelligente, sa che a una certa età l’amore è cosa difficile. Ma basta stare bene insieme, no? Non è poco».
«A volte è tantissimo».
Piccionello si stacca dal gruppo dei turisti.
«Minchia, non ne posso più. Siamo ancora al secondo secolo avanti Cristo, prima che arriviamo a oggi squaglia tutta la nottata».
«I nostri amici che fanno?» gli domando.
«Ada fa foto».
«Chi è Ada?».
«Chi è Ada? La russa».
«Non si chiama Svetlana o Nikita?».
«Si è sempre chiamata Ada».
«E gli altri?».
«Nicolai, suo marito, è stordito da tutto il sole preso in piscina. E gli architetti stanno litigando su un certo Dorico che forse però si chiama Corinzo».
«Dorico e corinzio è lo stile dei templi».
«Ma che ne so. Secondo me le cose belle si devono guardare senza discutere troppo».
«È vero, Peppe. Siediti con noi e stiamo in silenzio» dice Katrina.
Appoggiati al muretto, discosti dal gruppo di turisti, restiamo muti a goderci i templi.
Laggiù le luci della costa, da San Leone a Porto Empedocle. Alle nostre spalle, i palazzoni di Agrigento con le finestre cieche e buie.
«Saverio, perché hanno fatto una città così brutta davanti a questa meraviglia?» chiede Katrina.
«Noi siciliani siamo così, il troppo bello ci spaventa. La perfezione ci terrorizza. Roviniamo le meraviglie per farle diventare più umane, per non sentirci piccoli e inadeguati. Ma forse sto dicendo cazzate».
«Sì, stai dicendo cazzate» dice Piccionello. «Siamo delle bestie, il fatto è semplice».
Il gruppetto dei turisti si allontana assieme a dedali, achei, argonauti, tiranni, odissei, pindari e ciclopi.
Ora si sentono bene i grilli tra i mandorli e gli ulivi della valle.
Ecco stasera mi piace così.
Deve essere una canzone, non ricordo di chi.
«Ecco stasera mi piace così, con queste stelle appiccicate al cielo» sussurro.
«È di De Gregori» dice Piccionello.
E canta, con una voce bassa e intonata. Inedita.
«Ecco stasera mi piace così, con queste stelle appiccicate al cielo, la lama del coltello nascosta nello stivale e il tuo sorriso, trentadue perle».
Se credessi nella perfezione, direi che è tutto quasi perfetto.
Ma la perfezione non esiste. Squilla un telefono, infatti. Quello di Katrina.
«Pronto. Cosa? Dio mio. E come sta? Arriviamo subito».
Il neon illividisce la scottatura sulla fronte di Ivan il Terribile. Strascinando i piedi, Nicolai torna dal distributore automatico con tre bottigliette d’acqua e due pacchetti di cracker salati.
Si avvicina a Katrina, le parla in russo. Lei scuote la testa. Non piange, in compenso piange Ada e continua a ripetere qualcosa guardando le foto dei templi sul telefonino. L’amico di Putin viene a sedersi sulla mia panca, scarta con cura il pacchetto di cracker, me ne offre uno.
«Che dice tua moglie?» chiedo.
«Dice che poco fa eravamo tanto felici».
«Da queste parti non bisogna mai essere troppo felici, gli dei sono invidiosi degli uomini».
Piccionello rilegge per la quarta volta un manifesto attaccato al muro sulle donazioni di sangue e il 5 per mille all’Avis.
Esce un’infermiera, a passo veloce.
Glauco Buscaglia vuole sapere.
«Può dirci qualcosa?».
«Deve parlare con il dottore, mi scusi».
L’infermiera scompare in un ascensore.
Guardo il pavimento di linoleum scrostato, la statuetta di padre Pio all’angolo del corridoio, l’architetto addormentato sulla spalla di Anita.
«Non dicono niente. Sono già passate due ore» fa Glauco.
«Ma com’è potuto succedere?» dice Katrina.
«Ancora? Te l’ho spiegato. Siamo rimasti a chiacchierare in terrazza, poi l’ho accompagnato in camera. Saranno state le undici. Ho perso un po’ di tempo, mi ero appena messo a letto e mi hanno chiamato dalla reception. Un cliente aveva sentito dei rumori dalla camera di papà, ha avvertito il portiere. Siamo entrati, l’abbiamo trovato a terra. Tremava, i muscoli contratti. Abbiamo chiamato l’ambulanza, è arrivata venti minuti dopo. Non c’è altro».
«Però tu mi hai chiamato a mezzanotte» dice Katrina.
«Appena siamo arrivati in ospedale».
«Potevi chiamare prima».
«Potevi restare con lui».
«Non perdi mai l’occasione, vero?».
«Basta. Non litiga» ordina lo Zar di tutte le Russie.
«Peppe, perché non accompagni gli altri in albergo? Qui posso restare io, con Katrina e Glauco» dico.
«Noi restiamo qui» fa Anita. E muove la spalla per svegliare il marito. «Restiamo qui, vero?».
«Certo, restiamo qui. Facciamo compagnia» bofonchia l’architetto dormiente, un occhio aperto e l’altro chiuso.
«Bella compagnia» sussurra Piccionello.
«Apprezza almeno l’eleganza del gesto» gli rispondo.
Si spalanca la porta, esce il dottore. Ha una brutta faccia.
Glauco gli va incontro.
«Lei è il figlio? Suo padre ha una grave crisi glicemica. I valori sono molto alterati. Purtroppo, malgrado l’intervento immediato, è in corso anche una crisi cardiaca, con sospetto di dissecazione dell’aorta addominale. Ho già chiesto l’intervento dell’elisoccorso. Dobbiamo trasferirlo a Palermo».
«A Palermo?».
«Sì, va operato d’urgenza».
«Allora è grave?» chiede Katrina.
«Il quadro clinico è abbastanza critico. Mi dispiace, scusate ma devo lasciarvi».
Il neon ci congela nella sua luce bianca.
Katrina si copre la faccia con le mani. Ada ha capito che può ricominciare a piangere con maggiore veemenza.
«Peppe, bisogna organizzare i soccorsi» dico a Piccionello.
«Agli ordini».
Faccio valere l’autorità di capogruppo.
«Glauco e Katrina restano qui. Io e Piccionello accompagniamo gli altri in albergo, e così andate a nanna. Con Peppe chiudiamo i bagagli di Katrina e Glauco, poi torniamo e li accompagniamo a Palermo. Domani, con calma, Piccionello viene a riprendere gli altri e vi porta dove volete».
«Noi restiamo qui, facciamo compagnia» dice l’architetto.
«Tu non fai compagnia, dai solo intralcio» lo zittisco.
«Ecco, vedi, parli sempre a sproposito» gli dice Anita.
«Tutto chiaro?» chiedo.
Katrina annuisce, Glauco con la testa contro il muro non risponde.
Eravamo tanto felici. Ma era poco fa.
Raccolgo i vasetti di creme dal bagno, cerco di farli stare nella borsetta. Svuoto l’armadio, raccolgo le camicie del commendatore, le magliette di Katrina. Piego alla meno peggio, metto nei trolley. Non c’entra più niente, credo sia effetto dell’entropia universale, ho letto da qualche parte.
«Peppe, aiutami a chiudere questa valigia. Schiaccia qua sopra».
Piccionello non risponde.
«Peppe, dammi una mano invece di annusare il letto degli altri».
«Saverio, hai visto?».
«Cosa?».
«Guarda cosa c’era in mezzo alle lenzuola».
Peppe stringe fra due dita una penna da insulina.
«E allora? Il commendatore è diabetico».
«Non è strano?».
«Cosa, Peppe?».
«Guarda questa camera. Tutto ordinato, tutto preciso, perfino i calzini messi in fila nei cassetti e poi c’è questa penna buttata in mezzo alle lenzuola».
«Già, i calzini. Stavo dimenticando di prenderli».
«Saverio, mi ascolti?».
«Ti ascolto. Ma non afferro. Il commendatore si è fatto l’iniezione prima di andare a dormire, poi si è sentito male e la penna è finita nel letto. Dove sta la cosa strana?».
«Mi sembravi più intelligente».
«Peppe, perché non mi aiuti invece di sparare minchiate? Dammi questa penna, ne parliamo dopo. Adesso dobbiamo fare in fretta».
«Non guardi la televisione? La scena del delitto è importante».
«Peppe, qui c’è un vecchio che si sente male. Non è un delitto, è la vita. È fatta così, nessuno ne esce vivo».
È quasi mezzogiorno quando Peppe Piccionello mi sbarca davanti al portone di casa di papà.
«Peppe, ce la fai? Magari ti riposi un poco e poi torni ad Agrigento».
«Non ti preoccupare, Saverio. Alla fine ci sarà il riposo eterno per tutti».
«Minchia, allegria».
Vedo ripartire il pulmino nella calura di Palermo, per le strade dense di fumo di stigghiole alla brace.
Il portiere alza gli occhi dalla «Settimana Enigmistica».
«Saverio, ti senti male? Hai una faccia».
«Non ho dormito tutta la notte».
«Non sei più un picciottello, devi smetterla con gli stravizi».
«Sto così proprio perché ho smesso».
«E allora ricomincia subito. Sopra c’è Maricchiedda che ti aspetta».
Mi guardo nello specchio dell’ascensore, ho più rughe di Clint Eastwood.
«Saverio, ti senti male? Hai una faccia» dice Maricchiedda appena apre la porta. Mi stampa due baci sulle guance.
«Non ho dormito tutta la notte».
«Sempre sdisonorato sei, devi smetterla con questi stravizi. Ti ho preparato il letto nella tua stanza. Ma prima mangia qualcosa, ho fatto la minestra con la cucuzzella».
«Perché fai la minestra con quaranta gradi all’ombra?».
«La cucuzzella rinfresca».
«La mangio stasera, quando si è rinfrescata bene».
«Saverio, sei diventato più camurriuso di tuo padre».
«Mi faccio una doccia e vado a dormire».
«Non buttare tanta acqua».
Maricchiedda ha il terrore di restare senz’acqua. Il rubinetto è il suo terrore.
«Saverio, allora io vado. Fatti dare due baci. Te lo ricordi quando eri picciriddo e volevi stare sempre con me e mi hai fatto litigare con la buonanima di tua madre?».
«Sì, me lo ricordo. Me lo racconti ogni volta. Vado a farmi la doccia».
«Ti piacevano i cunti antichi che ti cuntavo. Tua mamma era gelosa, con rispetto parlando, là dove si trova, sicuro in paradiso».
«Sì, Maricchia. Ma è successo quarant’anni fa. Mamma ti ha perdonato».
«Ma io mi dispiaccio quando ci penso. Solo Dio sa quanto bene ci volevo alla tua mamma».
Mi stampa altri due baci bagnati di lacrime e apre la porta. A quest’ora va a fare la puntura al professore Adelfio.
«Maricchia, aspetta».
«Saverio, che c’è? Se non vuoi la minestra ti faccio due uova a froscia».
«No. Ti voglio far vedere una cosa».
Tiro fuori la penna da insulina.
«Bedda matri, sei malato, Saverio? Hai la zuccherina nel sangue?».
«Non è mia. Come funziona?».
«Questa la usa il professore Adelfio. Ma io non mi fido, perché ci può essere errore di sbaglio. Se uno ce la dà tutta, il cristiano muore di corpo apoprettico».
«Questa è stata usata, secondo te?».
«Non lo vedi che è vacante, Saverio? È tutta vuota».
«Grazie, Maricchia».
«Se non ti piace la minestra, ti faccio il cacio all’argentiera».
«Ma siete tutti fissati con il mangiare?».
«Stai diventando come tuo padre: camurriusu. Non buttare tanta acqua».
Quando mi risveglio sono le cinque del pomeriggio, mi pare di risalire alla luce dalla zolfara di Rosso Malpelo.
Sul telefono trovo tre messaggi. Per un disoccupato, nel mese di agosto, è un record da segnare nelle proprie memorie.
Suleima.
«Peppe mi ha raccontato tutto. Ti lascio un bacio grande così dove sai tu».
Dove so io? A mia scelta, dunque.
Katrina.
«L’intervento è andato bene. Ora terapia intensiva. Glauco ha preso due camere a Villa Igiea. Io molto triste. Grazie di tutto. Chiamami quando vuoi».
Terzo messaggio da numero straniero.
«Segnor Lamana finita aqua casa. Comment il fa?».
Il figlio di Re Sole avrà ritentato l’annegamento nel bidet. E l’eau est terminée. C’est la vie, c’est la Sicile.
Chiamo Piccionello.
«Peppe, come va?».
«Sono ancora vivo».
«Bene, allora fammi un piacere. Vai dai francesi che hanno scambiato la mia casa per Fontana di Trevi. Sono rimasti senz’acqua, chiama un’autobotte e fai riempire la cisterna. E poi spiegagli che li denuncio alla Fao per procurata desertificazione».
«Tu quando torni?».
«Aspetto di vedere come va con il commendatore. Anche perché non posso tornare. Per sbarazzarmi dei francesi prima devo organizzare la battaglia di Algeri».
«I russi e gli architetti hanno preferito tornare da Marilù».
«L’avevo immaginato. Li capisco. La cena col morto resta sullo stomaco».
«L’hai già fatto morire?».
«Tutti dobbiamo morire prima o poi».
«Mia zia due mesi fa ha fatto centodue anni».
«Fidati, morirà anche lei. La vita si sconta morendo».
«Minchia, allegria».
Mi fumerei tre sigarette una dietro l’altra. Ma devo resistere, a fine agosto saranno tre mesi di astinenza.
Mando un messaggio a Katrina.
«Se vuoi ti raggiungo».
«Ti aspetto» risponde.
Faccio la barba, mi vesto: camicia bianca, pantaloni di cotone blu e Timberland. Mi guardo allo specchio del bagno. Ma sono cretino? Sto andando da una quasi vedova, mica a un aperitivo all’Ultima Spiaggia di Capalbio. Tolgo la camicia bianca, ne scelgo una a righine celesti, abbastanza stropicciata dalla permanenza in valigia.
Mando un messaggio a Suleima.
«Quel bacio l’ho usato. Ne hai ancora?».
Mi risponde con tre kiss e uno smile con i cuoricini.
Va di fretta, si capisce.
Sul tavolo della cucina un piatto capovolto svela la minestra con le cucuzzelle. Ne assaggio un cucchiaio. Basta a convincermi che ho fame. Mangio in silenzio, gli occhi fissi sul calendario della carnezzeria Scimone&Figli attaccato al muro. Mio padre ha scritto una frase accanto a questi giorni di agosto: acqua fresca, foglia di lattuga e scagliola.
Promemoria per Maricchiedda.
Controllo il canarino in gabbia. Mi guarda storto, non gli sono simpatico. E pensare che mi batto da sempre per la sua libertà, ma è inutile fare favori a chi non li chiede.
Al momento di uscire, vedo sul comò dell’ingresso la penna d’insulina presa dalla stanza del commendatore.
Chiamo.
«Ciao papà».
«Saverio, stai male? Maricchiedda mi ha detto che hai una brutta faccia».
«Di Maricchiedda apprezzo la discrezione, più di ogni altra virtù».
«Lo sai com’è. È camurriusa, ma affezionata. Si preoccupa, mischina».
«Non sto male».
«Sto finendo il tuo libro. Ma mi sono fermato, perché Mimì me ne ha consigliato un altro».
«Di chi è?».
«Santo Piazzese, lo conosci?».
«È bravo».
«Lo penso anch’io. Tu dovresti scriverne uno così».
«Papà, io non sono Piazzese».
«E anche questo è vero».
«Mi puoi passare Mimì?».
«Che gli devi dire?».
«Letteratura».
«Mimì, c’è Saverio che vuole parlarti. Credo che è geloso di Piazzese».
«Non sono geloso di Piazzese. Non sono geloso e basta».
«Ciao Saverio, sono Mimì. Il tuo libro mi è piaciuto. Adesso devi scriverne uno veramente buono».
«Allora non era buono?».
«No, era buono. Uno ancora più buono».
«Appena stacco la telefonata ci provo, Mimì. Scusami, tu non sei diabetico?».
«Sì, diabetico di tipo uno. Il più grave».
Mimì ha sempre il meglio di tutto, anche il diabete.
«Tu usi penne da insulina?».
«Sì, tre volte al giorno».
«E qual è il dosaggio?».
«Dipende. Il mio medico mi ha dato da due a cinque unità a volta, a seconda del livello di glicemia».
«E se uno si spara tutta la penna in una volta sola?».
«Minimo minimo finisce all’altro mondo».
«Ma per sbaglio uno si può sparare una siringa intera?».
«Difficile. La penna non è come la siringa. C’è un regolatore, prima si fissa il numero delle unità, due, tre, cinque, poi si ficca l’ago, si preme il pulsante e si inietta così solo la dose programmata. È comoda perché si può usare più di una volta».
«E fa male?».
«Macché, manco si sente. A volte mia moglie me le fa mentre dormo e non me ne accorgo. Ma io ho un sonno straordinario».
«Grazie Mimì, sei stato chiarissimo».
«Abbasso la voce così tuo padre non mi sente. Saverio, sei malato? Perché io ti posso far visitare dal mio diabetologo, è il migliore della Sicilia».
«No, Mimì. È per un amico mio».
«Tu però fatti le analisi, Saverio. Se vuoi ti do il numero del laboratorio dove vado io, è il migliore di Palermo».
«Sei sempre gentile, Mimì. Salutami tua moglie. E non vi divertite troppo senza di me».
«Aspetto il tuo prossimo libro. Mi raccomando, deve essere buono buono».
«Ora chiedo a Piazzese come si fa. Dai un bacio a papà».
You must remember this
A kiss is just a kiss.
Dal piano bar le note di Casablanca. Sul tavolino due Martini cocktail, meno buoni di quelli che fa il mio amico Ettore. Laggiù in fondo le torri del porto. Forse dovevo mettere la camicia bianca.
«L’hai visto?» chiedo.
«Da dietro un vetro. È intubato, non sembra lui» dice Katrina.
«Glauco?».
«Non so, penso in camera sua».
«Katrina, posso farmi i fatti tuoi?».
«Ormai sei di famiglia».
«Olmo può avere sbagliato a farsi l’iniezione di insulina?».
«Che domanda è?».
«Ha avuto una crisi iperglicemica. Forse ha sbagliato dosaggio».
«Impossibile».
«Impossibile?».
«Sono io a occuparmi dell’insulina. Solo io gli faccio le iniezioni».
«E ieri sera?».
«Avrei dovuto fargli l’ultima dose della giornata appena tornata in albergo, verso mezzanotte».
«Magari si è sentito male. E ha voluto fare da solo».
«Impossibile. Non è nemmeno capace di usarle».
Tiro fuori la penna da insulina che Piccionello ha trovato fra le lenzuola.
«Sono come questa qui?».
«Sì, uguale, stesso tipo».
«Ho capito».
«Cosa? Ma che ci fai con questa siringa?».
«Niente, una curiosità. Mio padre è diabetico, volevo saperne di più. Sono sempre preoccupato che combini qualche pasticcio».
Papà mi perdonerà se gli attribuisco il diabete, comunque mai superlativo quanto quello di Mimì.
«Possiamo parlare d’altro?» dice Katrina.
«Chiedi e ti sarà dato».
«Raccontami qualcosa. Scrivi libri, saprai raccontare una storia».
Il mare sta prendendo il colore del tramonto.
Chiamo il cameriere, ordino altri due Martini cocktail.
«Negli anni Settanta, a Palermo, il re del contrabbando era Masino Spadaro. Qui davanti, dai pescherecci sbarcavano ogni notte casse di sigarette. Masino era il padrone della Kalsa, il quartiere più antico della città. Si definiva il Gianni Agnelli di Palermo, perché dava lavoro a ventimila famiglie».
«Era vero?» chiede Katrina.
«Abbastanza. Quando Cosa Nostra cominciò a occuparsi di droga, Masino cambiò settore merceologico, adesso è all’ergastolo per omicidio e traffico internazionale di stupefacenti. In prigione si è laureato con una tesi su Gandhi».
«Su Gandhi?».
«Sì, il Mahātmā. Comunque. È una sera d’inverno, Masino Spadaro su un motoscafo sta seguendo uno sbarco di casse di Marlboro. D’improvviso, dal buio spuntano le motovedette: fermi tutti, guardia di finanza. Masino si tuffa in mare, nuota a grandi bracciate, approda alla scogliera qui sotto. Si arrampica, arriva su questa terrazza, prende fiato, si lascia andare su una sedia. Il cameriere, imperturbabile, si avvicina: il signore desidera qualcosa? Mi porti un cocktail Martini, con l’oliva».
«Dai, non ci credo».
«Aspetta, ora viene il bello. Dalla motovedetta, via radio, i finanzieri avvertono i loro colleghi a terra: qualcuno è scappato a nuoto, si richiede immediato intervento. Le auto a sirene spiegate entrano nel cortile di Villa Igiea. I finanzieri irrompono in terrazza. Trovano Masino che sorseggia il suo cocktail. Buonasera capitano, dice Masino, come mai da queste parti? Il capitano non è un fesso, conosce bene Masino Spadaro. Dai Masino, finiscila con questa sceneggiata, ti abbiamo visto, eri sul motoscafo, ti sei buttato in acqua per scappare. Masino reagisce stupito e indignato: capitano, si sta sbagliando, io sono sempre stato qui, bello tranquillo a godermi la serata in terrazza».
«Simpatico questo Masino».
«Simpatico non è proprio la parola esatta. Il capitano si sta incazzando, non gli piace essere preso per il culo. Dice: Masino, sei fradicio dalla testa ai piedi, hai pure i pesci nelle tasche, a chi la racconti? Masino allarga le braccia: capitano, e allora?, ne ho approfittato per fare un bagno a mare. Ora il capitano vuole capire fino a che punto arriva la faccia tosta di Masino. Un bagno a mare? A febbraio? Tutto vestito? Masino prende una pausa, ruota una mano vicino alla tempia: capitano, sono fatto così, mi sono passato un capriccio».
Katrina scoppia a ridere. Di gola, come piace a me.
Quando lasciamo la terrazza è già scesa la notte.
Mi accompagna nel cortile fuori dall’albergo.
«Che profumo» dice.
«Gelsomini».
La bacio sulla guancia. Poi la bacio di nuovo, più a lungo, ancora sulla guancia.
Mi mette una mano sul petto.
«Saverio, mi piaci. Mi hai fatto ridere, ne avevo bisogno. In un altro momento, forse...».
Non so che dire.
«In un altro momento, forse, mi sarei passata un capriccio. Ma adesso non posso e non voglio, sono fatta così».
«Resta così» dico.
Mi sembra di stare in una canzone dei Pooh.
Il profumo di gelsomini mi ricorda qualcosa di dolce e perduto per sempre.
Chi è a quest’ora?
«Pronto?» farfuglio.
«È morto».
«Katrina».
«Olmo è morto. Non c’è più».
«Ma che stai dicendo?».
«Un peggioramento improvviso. Non ho potuto nemmeno salutarlo».
«Arrivo».
Il taxi attraversa la città vacante delle sei e mezza del mattino sotto un cielo giallo di scirocco. Maricchiedda quando vedeva questo cielo si faceva il segno della croce: lo scirocco è lupo di notte, mi bisbigliava all’orecchio.
Non ho mai visto piangere Katrina. Nemmeno adesso, davanti all’ingresso della camera mortuaria dell’Ospedale Civico.
«Amico mio» dice. E mi abbraccia.
Glauco stende la mano, senza una parola. È stravolto, gli occhi rossi, le labbra morsicate a sangue.
Tre tipi in giacca si fanno attorno. Facce sporche di barba della notte, cravatte scure, occhiali da sole, porgono ossequiose condoglianze.
«Lei è la moglie?» chiede uno di loro a Katrina.
«No. Sono il figlio. Perché?» dice Glauco.
«Sa, ci sono le pratiche da sbrigare. La bara, il trasporto, le formalità. Dove avete intenzione di portare la buonanima?».
«A Roma» fa Glauco.
I tre si tolgono gli occhiali da sole, nelle loro pupille splende luminoso il simbolo dell’euro.
«Allora la cosa si complica. Regione diversa, Comune diverso, traghetto, autostrada. Ma noi risolviamo tutto, non vi preoccupate».
«Scusate, ma voi chi siete?» chiedo.
«Onoranze Funebri Santi Cosma e Damiano».
«E chi vi ci porta qui?».
Il più alto dei tre mi viene addosso.
«Lei è parente?».
«A lei che ci interessa?».
Mi torna fuori l’accento che sfoderavo quando il vicino di casa ci sequestrava il pallone e minacciava di tagliarlo.
«Lei è palermitano? Allora si facissi i fatti suoi» dice il beccamorto.
«Sono palermitano e mi faccio i fatti degli altri. C’è cosa?».
«Qui decidiamo noi chi esce fuori, vivo o morto».
«Benissimo. Ora lei questo lo ripete paro paro al vicequestore Randone. Aspetti che lo chiamo, così ci parla direttamente».
Il mio amico Randone, quello che sollecita sempre raccomandazioni per la moglie, ignorando che non sono più il portavoce del sottosegretario agli Interni.
«Picciotti, questo è sbirro» dice il necroforo alto ai suoi compagni.
«Che succede?» mi chiede Glauco.
«Niente, i nostri simpatici amici hanno scambiato persona. Cercavano un altro defunto, vero?».
Si rimettono gli occhiali da sole e se ne vanno senza salutare.
«Potevamo rivolgerci a loro» fa Glauco.
«Lascia perdere, sono delinquenti. Ti derubavano».
«E ora come facciamo?» chiede Katrina.
«Ci penso io».
Mi allontano di qualche passo. Faccio il numero di papà.
«Saverio, che succede? Sono le otto del mattino. Stai male?».
«No, papà, sei ancora a casa di Mimì?».
«Sì, sta facendo gli esercizi di yoga».
«Me lo puoi passare?».
«Mimì, c’è Saverio al telefono. Secondo me è successo qualcosa e non vuole dirmelo».
«No papà, solo un’informazione».
«Ciao Saverio, sono Mimì. Che succede?».
«Tu conosci una buona agenzia funebre?».
«A che ti serve? Non mi fare stare in pena».
«Non è per me».
«A questo ci arrivo anch’io. Niente di personale?».
«Niente di personale. Allora, conosci qualcuno?».
«Sì, aspetta che ti do il numero. Sono i migliori di Palermo, precisi, distinti, onesti. Quando è morto il mio povero cognato hanno fatto tutto loro, un grande funerale».
«Il migliore di Palermo, no?».
«Non lo dico io, l’hanno detto tutti».
«Grazie Mimì, dai un bacio a papà. E digli di stare tranquillo».
I migliori necrofori di Palermo hanno imbrogliato le carte e fatto così tanti pasticci che sarebbe stato più facile rubare la salma del commendatore e portarsela via di notte nel bagagliaio della macchina.
Ho perso la giornata agli sportelli di Asp, Urp e Asl di mezza città. Ho litigato con tutti gli impiegati non ancora andati in ferie, con quelli appena tornati e con quelli che stanno per andarci.
Era meglio affidarsi ai malacarne dei Santi Cosma e Damiano: i criminali marciano sempre spediti. E poi sono competenti in fatto di morti, a Palermo è settore di eccellenza. La Sicilia, in realtà, è la Silicon Valley dell’onoranza funebre.
Il concierge in redingote di Villa Igiea mi riserva uno sguardo schifato quando chiedo di annunciarmi a Katrina.
«Chi devo dire?».
«Lamanna. Saverio Lamanna».
«La signora la aspetta?».
«Sì».
«Mi dispiace, non risponde».
«Forse è in terrazza, la raggiungo lì».
Il concierge non mi ritiene abbastanza degno, puzzo di uffici pubblici, di autobus, di sudore e di stanchezza.
«Credo che la signora sia fuori. Vuole lasciare un messaggio?».
«Non voglio lasciare un messaggio. Voglio solo andare a casa, farmi una doccia, mettere una camicia bianca pulita, tornare di nuovo qui, sedermi in terrazza, sorseggiare uno dei vostri cocktail Martini annacquati e sputare i noccioli delle olive oltre la balaustra».
Ma non dico così. Sono troppo stanco.
«Può provare con il signor Glauco Buscaglia?».
«Chi devo annunciare?».
«Saverio Lamanna, lo stesso di poco fa».
«Signor Buscaglia, c’è il signor Lamanna per lei. Va bene, lo faccio salire».
Mi guardo nello specchio dell’ascensore, ho più rughe di Robert Redford.
Trovo la porta della camera aperta. La stanza è in penombra.
«Saverio, entra» dice Glauco.
È seduto al balcone.
«Prendi qualcosa dal frigo. Sarai stanco».
Ha una voce piatta, priva di espressione.
«Tutto risolto. Domani mattina potete portarlo via. Ecco i documenti, li lascio qua» dico.
«Bene. Grazie di tutto. Prendi qualcosa dal frigo, è sotto la televisione».
«Tu e Katrina partite in aereo? A che ora?».
«Domani, verso le tre del pomeriggio».
«Katrina dov’è?».
«Fuori, non so».
Infilo una mano in tasca. Rigiro fra le dita la penna da insulina.
Apro il frigo, prendo una Coca.
Mi avvicino al balcone aperto. Sul filo d’orizzonte il cielo si sfilaccia, ma sul golfo è ancora gonfio di scirocco.
Tiro fuori la penna dalla tasca, la metto sul tavolinetto accanto a Glauco.
«Cos’è?» chiede.
«Dimmelo tu».
«Una penna da insulina. E allora?».
«L’ho trovata nella camera di tuo padre».
«Era diabetico».
«Ma questa era nel letto, tra le lenzuola».
Ora si alza, va al frigo, prende un’acqua minerale.
«Lamanna, scusa, ma non capisco dove vuoi arrivare».
«Allora te lo spiego chiaro chiaro. Sei stato tu a fare l’ultima iniezione di insulina a tuo padre».
«Può essere, non ricordo con precisione. Stava male, ho cercato di aiutarlo».
«Magari hai esagerato ad aiutarlo».
Mi fissa negli occhi.
«Cosa vuoi dire?».
«Te lo spiego più chiaro ancora. Magari avete litigato oppure no. Magari lui è andato a dormire oppure no. Magari lui stava male oppure no. In ogni caso, tu quella notte gli hai sparato una dose di insulina da ammazzare un elefante».
Glauco si rosicchia l’unghia del pollice.
«Non ricordo. Stava male, ho avuto paura. Ho preso una di quelle penne, non sono molto pratico, ho premuto. Tutto qui».
«Poi, però, sei andato a nasconderti nella tua camera. E hai aspettato che succedesse qualcosa. Fino a quando non è stato avvisato il portiere di notte. Hai detto così, no?».
«Ma tu cosa vuoi da me? Ma chi cazzo sei? Ha finito mio padre di dirmi cosa è giusto e sbagliato e ora cominci tu?».
«Non sono tuo padre. Per fortuna. Ma mi piacerebbe sapere perché lo hai fatto. Soldi? Gelosia? Rancore? Amore?».
«Ma cosa? Non ho fatto niente».
«Diciamo che gli hai dato una mano ad andarsene. Forse avevi paura che Katrina entrasse troppo in famiglia. Hai accorciato i tempi, insomma».
«Ho capito. La mignotta macedone l’ha fatta odorare pure a te».
«Katrina non sa niente. Dimmi solo una cosa: l’hai fatto apposta o per sbaglio? Lo pensavi da tempo o l’idea ti è venuta sul momento?».
Alza il braccio. Ho il tempo di chinarmi. La bottiglietta d’acqua minerale lanciata da Glauco passa sopra la mia testa e va a infrangersi contro il muro.
«Non è vero. Non puoi dimostrare niente. Non puoi provare niente. Tu non sai niente. Tu non sai niente di me e di mio padre. Tu non sai, non puoi sapere».
Mi fa pena.
«Hai ragione, Glauco. Non so niente. In fondo ogni figlio uccide suo padre».
«Stronzo. Vattene».
«Addio».
Sento un cambio di tono nella sua voce.
«Vuoi denunciarmi?».
«Non so. Deciderò quando passa lo scirocco».
«È un ricatto, dunque».
«Non capisci proprio niente. Aveva ragione tuo padre: non sei un artista, sei solo un povero cretino».
In piazzetta Acquasanta i freni di un taxi mi fanno saltare in aria.
«Che cazzo fai?».
Si apre la portiera, scende Katrina.
«Saverio, dove vai?».
«A casa».
«Abiti qui vicino?».
«No, ma ho voglia di camminare. Sono stato in albergo, non c’eri».
«Sono andata a cercare una chiesa».
«Una chiesa?».
«È l’unico posto dove riesco a piangere».
«A Palermo abbiamo chiese fatte apposta per piangere».
«Tu invece mi fai ridere. Pure adesso».
«Signora, dobbiamo perdere molto tempo?» chiede il tassista dal finestrino.
«Tanto lei è pagato per perdere tempo. Si impegni a farlo bene» gli rispondo.
Sono troppo nervoso?
«Volevi andartene senza salutare?» dice Katrina.
«Ti avrei chiamata».
«Saverio, perché ti ho incontrato proprio adesso?».
«Perché le cose vanno sempre così».
Mi bacia su una guancia.
«Grazie, comunque».
Vorrei riuscire a dire una cosa bella, ma sono troppo stanco.
«Saverio, devo dirti una cosa importante».
«Adesso no, ne so già troppe».
«Allora ti chiamo, un giorno di questi».
«Ecco, un giorno di questi va meglio».
«Sai, ho paura di restare di nuovo sola. Mi è già capitato troppe volte».
«Ciascuno sta solo sul cuor della terra».
«È vero».
«Non è mia».
«È vero lo stesso. Ciao Saverio».
Risale sul taxi che riparte con un sobbalzo.
Gli anemometri delle barche ferme nel porticciolo dell’Acquasanta da scirocco ora girano a ponente.
«Quando arrivi?».
«Alle undici di domani, prendo l’autobus per Trapani».
«Mi sei mancato, sai?».
«Immagino».
«Molto. Infatti ho dovuto farmi consolare».
«E lo dici così?».
«Purtroppo è successo. Mi sono fatta offrire un gelato da Piccionello».
«Fedifraga».
«Saverio, è vero che volevi sentirmi?».
«Sono cose che si dicono».
«Ti preferisco geloso».
«Io non sono geloso, è un’immagine falsa che avete di me».
«Se vengo a prenderti a Trapani, andiamo al mare?».
«E Marilù?».
«Mi ha dato mezza giornata libera».
Il traffico della notte è rado, un antifurto risuona da qualche parte.
«Io e te? Da soli?» chiedo.
«Non ti sta bene?».
«Magari possiamo invitare i Village People».
«Saverio, ti sei rincoglionito?».
«No, Suleima, lascia stare, è una cosa mia».
«Domani i francesi ripartono, oggi sono passata da casa».
«Waterloo?».
«No, tutto a posto. Lo sai che lui è uno scrittore?».
«Scrittore francese?».
«Certo».
«Non sapevo che dopo Proust i francesi continuassero a scrivere».
«Sei invidioso?».
«No, ho già in testa il mio libro francese sull’educazione dei figli».
«Quei tre bambini sono deliziosi».
«Riparliamone quando diventano come Gerard Depardieu».
«Ma tu sei un po’ innamorato di me?».
«Quante cose vuoi sapere».
Il resto sono le solite parole che si sussurrano al telefono di notte. E sono fatti miei.
Socchiudo la porta, stringo una mano al cuore. Saprò resistere alle scene di saccheggio e devastazione?
La forza d’animo di un uomo si vede in questi frangenti.
La casa profuma di lavanda. Un mazzo di girasoli sul tavolo. Un pacchetto, una busta bianca. La apro. Milleduecento euro fruscianti in banconote da cinquanta e un biglietto: «Merci, votre maison est magnifique. Il était un séjour merveilleux». Firmato: Jean-Claude, Lilien, Charline, Julien e l’impronta del pollice di un neonato.
Non c’è niente da dire, i francesi sanno fare le cose proprio bene. Dalle rivoluzioni ai ringraziamenti.
Sospettoso, entro in bagno. Apro il rubinetto del bidet. L’acqua c’è, scorre. Chiara e fresca e dolce acqua. Mi ficco sotto la doccia, sento la pelle scottare di sole e di sale.
Con i capelli ancora bagnati, un asciugamano ai fianchi, controllo che non ci siano danni nascosti. Tutto in regola. Hanno aggiustato pure la luce del frigorifero che sfarfallava. Benedetti francesi: fanno le cose proprio bene, dalla ghigliottina alla mongolfiera.
Mi sembra di notare una scheggia in una mattonella di Caltagirone. Mi avvicino, è solo una sbavatura di intonaco.
Devo pagare la cucina in muratura.
Meglio saldare subito, prima che questi soldi prendano strade misteriose. Cerco il numero che mi aveva lasciato mastro Pietro. Dove l’avranno fatto finire quei maledetti allobrogi? Ritrovo le mie carte in bell’ordine sul tavolinetto sotto la finestra.
Tiro un sospiro. Partire è un po’ morire, pagare è un po’ annegare.
Il telefonino ha una sua diabolica intelligenza. Compongo il numero e mi spunta Becco Con Le Corna. Controllo sul foglietto scarabocchiato da mastro Pietro. Rifaccio il numero. Becco Con Le Corna. Il numero è lo stesso. Numero inesistente, ovvio.
Chiamo mastro Pietro.
«Signor Lamanna, mi dica».
«Mastro Pietro, sto cercando suo nipote Andrea, ma devo avere un numero sbagliato. Mi dà inesistente».
«Non me ne parli, Lamanna. Quello mi fa diventare pazzo. Cambia telefono ogni due per tre. Aspetti che le do il numero nuovo. Ha carta e penna?».
«Sono pronto. Sa, è per saldare il nostro conticino».
«E che fretta c’è, Lamanna? Pagare e morire più tardi che si può».
«Sono fatto così. Mi piace regolare i conti subito subito».
«Giusto. Onestà e correttezza ci vogliono».
«Appunto. Onestà e correttezza».
Scende dallo scooter, si toglie il casco.
«Signor Lamanna, tutta questa fretta?» dice con un sorriso smagliante.
«Vieni, entra dentro Andrea, così regoliamo i conti».
«A Ferragosto? Poteva aspettare qualche giorno, signor Lamanna».
«Meglio chiarire subito».
«È venuta bene, vero?» dice lisciando le mattonelle della cucina.
«Se è per questo è venuta benissimo. È apprezzata anche all’estero».
«Lavoro fatto a regola d’arte».
«Viene bene anche in foto».
«Ha fatto delle foto?».
«Andrea, vogliamo andare avanti così per molto? Le foto le hai fatte tu, quando lavoravi qui con tuo zio, le hai messe sul sito delle case vacanze e mi hai spedito un battaglione di ussari francesi».
Non si scompone, faccia di bronzo.
«Che c’è di male?» dice stupito.
«Non c’è niente di male. È solo una truffa. Che sarà mai? Da sei mesi a tre anni di reclusione».
«Signor Lamanna, lei la mette sul pesante».
«No, magari ti propongo per una medaglia al valore».
«Signor Lamanna, non scherziamo».
«E chi scherza?».
«Ragioniamo».
«Benissimo. Ragioniamo».
«I francesi si sono presentati da lei, giusto?».
«Giustissimo».
«Lei aveva due possibilità: o li mandava via o li ospitava. Giusto?».
«Esatto».
«Lei cosa ha fatto?».
«Li ho ospitati. Dovevo buttarli in mezzo a una strada?».
«Mi segua. Nel momento in cui lei ha affittato la sua casa, ha preso dei soldi. Corretto?».
«Corretto».
«Ha preso una cifra soddisfacente?».
«Non so se è soddisfacente. I francesi hanno detto una cifra e quella mi hanno dato».
«A questo punto, mi segua bene, signor Lamanna, la truffa non c’è. L’affare si è perfezionato. Lei ha preso quanto dovuto e io ho preso la percentuale del venticinque per cento per l’intermediazione, come da mercato».
«Andrea, forse ti sfugge che io non volevo affittare casa mia».
«Non voleva, ma l’ha fatto. Lei è contento, i francesi sono contenti e io ho guadagnato la mia parte, promuovendo il turismo della Sicilia».
«E se vado dai carabinieri?».
«Sbaglia, perché applica la regola dello svantaggio».
«Mai sentita».
«Lei segue il calcio? Esiste la regola del vantaggio. Se un giocatore sta andando a goal e subisce un fallo da un avversario, ma l’azione va comunque avanti, allora l’arbitro adotta la regola del vantaggio. Preferisce non segnalare il fallo, per non fermare l’azione».
«E che c’entra tutto questo?».
«Se lei va dai carabinieri, applica invece la regola dello svantaggio. È svantaggiato lei che deve spiegare perché ha affittato la casa e si è preso i soldi, peraltro in nero. Svantaggiati i francesi che devono andare all’ambasciata italiana a testimoniare e si porteranno un brutto ricordo di questa vacanza. Svantaggiato io e pure il turismo siciliano. Così, invece, abbiamo fatto goal e siamo tutti contenti. Io, lei e i francesi».
«Andrea, meglio se te ne vai subito. La chiudiamo qui e non ne parliamo mai più. Resta fra me, te e i francesi. Ma se lo fai di nuovo racconto tutto a tuo zio mastro Pietro».
«Grazie, signor Lamanna. Si vede che lei è una persona intelligente. Non si preoccupi per il pagamento della cucina, poi ci rivediamo con calma e le faccio uno sconto di duecento euro. Per la stima personale che ho di lei».
«E per la stima personale che ho di te non ti caccio fuori a pedate nel culo».
A mezzanotte scendo a bere qualcosa da Marilù.
La terrazza è vuota, restano solo alcuni clienti ancora attovagliati a un tavolo.
«Saverio, finalmente» mi sento chiamare.
È Peppe Piccionello. Con gli architetti dei dammusi e i russi.
«Ancora qui?» faccio.
«Partiamo dopo Ferragosto» dice Anita.
«Brutta storia» scuote la testa Nicolai.
«Già, brutta storia».
«Era anziano, ma portava bene i suoi anni» dice l’architetto.
«Meglio di te» gli fa Anita.
«Meglio di me?».
«Non è vero, sei sempre il mio ragazzo» dice Anita e gli passa una mano fra i capelli.
Nicolai percuote un bicchiere con la forchetta.
«Signori, per favore».
Si alza in piedi, rigido e solenne, una specie di Brežnev alla sfilata del Primo Maggio nella piazza Rossa.
«In memoria dell’amico Buscaglia, maestro di vita. Do svidaniya».
Ci alziamo in piedi, brindiamo in silenzio, solo il tintinnio dei calici.
È solo il primo, poi continuiamo così per altre due ore, nel ristorante deserto, con Suleima, Marilù e perfino con Carlo, il Cracco di Monte Cofano.
Brindiamo al comunismo, al capitalismo, ai dammusi, agli architetti, ai geometri, ai Piccionelli di tutto il mondo unitevi, ai francesi, al turismo, alla Sicilia, a Pantelleria, alle case vacanze, a Carlo Cracco, a Suleima, a Marilù. A Màkari. All’estate. E alle morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei.
Alla quarta bottiglia di sirah ritrovo lo sciame dei miei tannini preferiti.
Mi accosto al russo, gli parlo nell’orecchio col fiato avvinazzato.
«Nicolai, c’è un caso da risolvere».
«Quale?».
«Katrina».
«Katrina?».
«Nicolai, tu sei compagno del Kgb. Devi fare qualcosa. Chiama Putin. Che ne sarà di Katrina Katrinovic Katrinova? Tovarish Nicolai, grande madre Russia non può essere umiliata. Non c’è riuscito Napoleone, non ce l’ha fatta Hitler. Vuoi essere sconfitto da Glauco Buscaglia?».
«Saverio, sei ubriaco».
«Tovarish Nicolai, noi dobbiamo aiutare Katrina. Da domani la compagna Katrina, figlia delle repubbliche sovietiche, non dimenticare, non avrà di che vivere».
«Saverio, cosa dici?».
«Il popolo deve servire il popolo. Un fantasma si aggira per l’Europa, compagno. La povera Katrina. Ora cosa farà? Senza casa, senza tetto né legge. Proletaria in catene».
Nicolai chiama sua moglie.
«Saverio, non c’è bisogno di Kgb. Ada sa tutto».
«Cosa sa la compagna Ada? Ada, la verità è rivoluzionaria. Niente deve essere nascosto al popolo».
Nicolai parla in russo con Ada. Messaggi in codice?
«Venti giorni fa Katrina si era sposata con Olmo. Erano in Macedonia, nel posto dove è nata Katrina. Il commendatore aveva deciso così, senza pensare troppo. Nel viaggio in Sicilia voleva dire tutto al figlio, dire che Katrina non chiedeva niente, solo la casa di Roma. Il commendatore voleva sistemare tutto prima di morire, ma non ha avuto tempo».
«Non capisco, compagno».
«Saverio, concentrati. Katrina si era confidata con Ada. Ricordi quando sull’autobus parlavano in russo? Io ho sentito solo che Katrina si sentiva in colpa verso Glauco».
I tannini sono volati da qualche altra parte.
«Ma un matrimonio all’estero vale anche in Italia?».
«Sì, con Ada ci siamo sposati a Londra. Il nostro matrimonio è valido a Londra, a Mosca, in Sicilia. Basta solo farlo registrare».
«Katrina è la vedova ufficiale del commendatore Olmo Buscaglia?».
«È la legge».
«Minchia, la legge è legge».
«E non lo denunci?».
«Chi?».
«Andrea, il nipote di mastro Pietro».
«Peppe, quel ragazzo mi fa pena. Era mortificato, si è scusato, ha detto che è stata una debolezza. Mi stacchi due foglie di basilico dalla grasta?».
Piccionello torna con il basilico, si appoggia sul piano della cucina in muratura.
La cipolla appassisce nell’olio a fuoco lento.
«Bello questo libro di ricette, belle foto» dice Piccionello.
«È un regalo dei francesi».
«Gentili».
«Sono francesi, altra razza, altro livello».
«Però l’altro devi denunciarlo».
«Chi?».
«Glauco Buscaglia. Minchia, Saverio, quello ha ammazzato suo padre».
«Ammazzato. Chissà. Vallo a dimostrare».
«Vuoi coprire un omicidio?».
«Omicidio: esagerato. E comunque c’è la regola dello svantaggio, sai cos’è?».
«No».
«Se denuncio Buscaglia comincia un’indagine che non finisce più. Non si sa quanto dura e non si sa come si conclude. Nel frattempo, tutti i beni vengono bloccati. Glauco non tocca palla, ma nemmeno Katrina tocca palla. E passano gli anni. Svantaggio per tutti. Invece, appena Glauco scopre che Katrina era sposata con suo padre, intuisce che ha fatto la più grande minchiata della sua vita. E se lo ricorderà per sempre, perché Katrina si becca metà precisa precisa dell’eredità del commendatore. Per dirla alla maniera di Oxford, Glauco l’ha presa in culo. Controlli se l’acqua bolle?».
«Ci vuole ancora qualche minuto. Ma questa regola dello svantaggio dove sta scritta?».
«È una cosa che ho pensato io. È il contrario della regola del vantaggio nel calcio, hai presente?».
«Sì. Cosa stai cucinando?».
«Filatura di grano duro in trafila di bronzo con datterini pelati a vivo, cipolla bianca di Castrofilippo appassita in olio extravergine con spremitura a freddo, all’aroma di basilico della mia grasta. E poi, ascolta bene, rossi di gallina ruspante di terra su letto d’albume bianco rassodato a bassa temperatura in succo di olive Nocellara».
«Minchia, cose di lusso. E che vuol dire?».
«Spaghetti col sugo di pomodoro e uova fritte».
«Sei il solito cretino».
«Peppe, la cucina è come la letteratura: il contenuto non conta, conta come si racconta».
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