jellybelly
italian
Tulsa, Oklahoma 1925
Larry Kowalski compiva 15 anni quel giorno e per fortuna era di domenica, così non dovette alzarsi presto per andare a scuola. Sua madre gli aveva preparato una ricca colazione con pancakes al miele, latte fresco e fette di pane appena tostato con burro e marmellata di more. Larry era goloso, come tutti quelli della sua età, ma a differenza degli altri ragazzi tendeva ad ingrassare in modo esagerato. All’età di soli dieci anni pesava già 50 chili, e ora che ne aveva quindici, aveva oltrepassato la soglia dei 90. Di questo sua madre non si preoccupava granchè. Rimasta vedova molto presto, aveva riversato tutto l’amore possibile sull’unico figlio colmandolo di mille attenzioni e premure, compreso il cibo. Sembrava quasi che l’obesità di Larry costituisse per lei la prova più lampante e tangibile dello smisurato affetto per la sua creatura, qualcosa di volutamente manifesto anche agli occhi degli altri.
La loro era una vita modesta ma decorosa. La madre lavorava in una lavanderia del centro e i magri guadagni le servivano per tirare avanti alla bell’e meglio fino a quando Larry non avesse terminato gli studi dell’obbligo. Poi il ragazzo avrebbe dovuto cercarsi un lavoro se voleva proseguire nell’istruzione. Vivevano alla periferia di Tulsa in una piccola casetta che il padre di Larry aveva costruito ancor prima che lui nascesse. Sul retro dell’abitazione avevano anche un piccolo orto dove crescevano pomodori, zucche e fagioli, mentre sul davanti era tutta una profusione di rose, tulipani, ortensie e begonie che la madre curava in modo quasi maniacale. La cagna Betsy teneva i gatti randagi e i corvi lontani da quel piccolo paradiso floreale ed era il grande amore del ragazzo. Quando tornava a casa da scuola, Betsy si agitava già cinque minuti prima di vederlo sbucare dal fondo della via, ciondolante e con la borsa a tracolla.
Nonostante la prematura scomparsa del padre e le evidenti difficoltà economiche, la vita di Larry sarebbe trascorsa serena e senza grandi traumi. Invece non fu così. La sua obesità lo rendeva impacciato e goffo in tutte le attività ludiche e sportive dei ragazzi della sua età, e questo aveva generato in lui una profonda insicurezza. Per il carattere timido e riservato si era anche tirato addosso le mire moleste di un gruppo di bulli della scuola che avevano gioco facile nell’offenderlo e umiliarlo davanti a tutti. Lo chiamavano Jellybelly, pancia di gelatina, per via dell’enorme ventre che oscillava come una massa informe ad ogni suo passo. Oltre al triste nomignolo, Larry era spesso oggetto di scherzi pesanti e di umilianti esclusioni dalla vita sociale degli altri ragazzi. Quei pochi amici che cercava di conservare lo avevano un po’ alla volta abbandonato, timorosi dello strapotere dei bulli della scuola che decidevano su tutto.
Col trascorrere degli anni il carattere di Larry si era fatto sempre più introverso, e il ragazzo trovava rifugio nelle sue grandi passioni, i libri di cowboy e gli animali. Alla sera prima di andare a letto rileggeva per l’ennesima volta i racconti appassionanti dei fuorilegge e degli sceriffi che più di trent’anni prima avevano fatto la storia del suo paese e soprattutto della sua terra natìa, l’Oklahoma. Trent’anni non sono poi molti, ma per una nazione giovane e rampante come l’America di allora, quei tre decenni significarono qualcosa di più del semplice tramonto di un’epoca. I vecchi saloon di legno avevano fatto posto ad imponenti edifici di mattoni e cemento nei quali si decideva ormai il destino dell’economia mondiale. Gli estesi giacimenti di idrocarburi avevano sconvolto completamente la stessa topografia della città che ora contava quasi centomila abitanti e si estendeva su ben 90 miglia quadrate. Tulsa era considerata a ragione la capitale mondiale dell’oro nero, e la trivellazione del primo pozzo di petrolio nel 1901 aveva innescato uno sviluppo senza precedenti cancellando per sempre le tracce del suo romantico e avventuroso passato.
A differenza dei suoi coetanei, Larry non era per nulla interessato ai motori delle automobili, agli aerei e alle nuove macchine del XX secolo. Il suo mondo era totalmente racchiuso nelle pagine dei romanzi, nelle lunghe passeggiate con Betsy, o nei pomeriggi trascorsi a pescare sulle rive dell’Arkansas. Spesso andava a trovare la sorella di sua madre, Auntie Kate, che viveva poco distante da loro e possedeva una piccola fattoria con diversi animali da cortile tra cui un bel cavallo roano. Larry, nonostante la mole e i movimenti impacciati, aveva imparato a cavalcare abbastanza bene fin da piccolo, e a volte chiedeva il permesso a zia Kate per fare qualche uscita da solo con il cavallo. Di solito si trattava di un breve giretto nelle immediate vicinanze della fattoria, ma per Larry era sempre una grande avventura, si sentiva finalmente un cowboy e nessuno lo avrebbe preso in giro in quei momenti. Un cavaliere è un tutt’uno col suo cavallo, un centauro, una creatura mitologica che guarda gli altri umani e il loro mondo dall’alto in basso. Nessuno avrebbe notato la sua pancia smisurata o il suo volto pacioccone. In sella al cavallo, Larry sentiva affievolirsi ogni paura e timidezza, qualsiasi senso d’inferiorità svaniva nella consapevolezza della propria imponenza e prestanza. Forse era proprio questo il motivo che lo rendeva totalmente indifferente al progresso, le automobili avevano ucciso i cavalli e seppellito quel mondo antico al quale lui sentiva ancora di appartenere. Quando alla sera portava il cane a passeggio, raggiungeva una piccola altura dalla quale la vista spaziava sull’immensa pianura rischiarata dai fuochi perenni dei pozzi petroliferi. Si sedeva e cercava d’immaginare quell’enorme spazio vuoto percorso solo dal vento e dai cavalli selvaggi. Poi ritornava a casa e si gettava a capofitto nella lettura dei fumetti e dei romanzi di cowboy. Era affascinato soprattutto dalle gesta di Jesse James, il suo personaggio preferito, il bandito gentiluomo che rubava ai ricchi per donare ai poveri, come Robin Hood. Avvertiva una forte sintonia con il fuorilegge sudista che combatteva una guerra personale nel tentativo, vano e disperato, di ripristinare un mondo romantico che ormai non esisteva più. Anche il nonno, che viveva con la zia Kate, contribuiva ad alimentare la passione di Larry per l’epopea del west. Il vecchio, che ormai aveva 72 anni, era arrivato in Oklahoma nel 1880, quando la regione era ancora Territorio Indiano, e raccontava spesso al nipote dei vecchi tempi in cui le tribù dei Choctaw, dei Cherokee e dei Delaware scambiavano le loro merci nei primi empori commerciali, delle imprese sanguinose della banda Doolin-Dalton all’inizio degli anni ’90, e delle immense mandrie di bestiame che giungevano dal Texas. Larry ascoltava rapito tutte queste storie e invidiava il vecchio per averle vissute. In quei momenti avrebbe dato qualsiasi cosa per far girare al contrario le lancette del tempo.
Il giorno del suo quindicesimo compleanno la madre di Larry decise di fargli una sorpresa, e oltre alla succulenta colazione e alle frittelle, comprò anche due biglietti per il cinema. Proiettavano la prima di un grande e attesissimo film, “ The Lone Star Ranger “ con il grande Tom Mix.
Larry ci sarebbe andato con Jimmy Craig, uno dei suoi pochissimi amici, e sicuramente l’unico con cui condivideva la passione per i cowboy e i cavalli.
Il cinema si trovava nella Downtown di Tulsa lungo la South Denver Avenue, ed era la prima volta che Larry ci andava non accompagnato dalla madre. L’evento era quindi doppiamente importante, un regalo graditissimo in sé ma anche una sorta di prima emancipazione dall’ambiente famigliare, il riconoscimento esplicito di una tappa importante della sua vita.
Alle spalle del cinema, immediatamente a nord, sorgeva il quartiere di Greenwood, che allora veniva chiamato Negro Wall Street. Si trattava di una zona di recente edificazione che aveva accolto negli ultimi decenni un’impressionante numero di immigrati neri dagli stati del sud. A dispetto del nome razzista, Greenwood era un’area molto florida all’interno della Greater Tulsa. La comunità nera aveva impiantato nel quartiere solidi esercizi commerciali e professionali con tanto di medici, avvocati, dentisti, negozi, empori, giornali locali e sale da ballo. Questa serie di attività economiche e le opportunità offerte dalla nascente industria petrolifera, avevano fatto proliferare la popolazione afroamericana di Tulsa irritando la maggioranza bianca dei cittadini che a quell’epoca annoverava migliaia di iscritti nella confraternita del Ku Klux Klan. Nel giugno del 1921, un mai chiarito incidente a sfondo sessuale tra due adolescenti, lei bianca e lui nero, aveva fatto scoccare la scintilla di uno dei più violenti scontri razziali della storia americana. Per due giorni interi, il cuore nero di Tulsa venne sconvolto da un incendio che divorò l’intero quartiere distruggendo case, ospedali, scuole e chiese. Le due comunità, la bianca e la nera, si affrontarono in una vera e propria guerra civile con coltelli, bastoni ed armi da fuoco che portò il numero dei morti ad oltre trecento. Solo l’intervento dell’esercito e delle forze speciali riuscì a sedare i disordini e ad arginare l’incendio. Erano passati quattro anni da allora, ma sarebbe bastato un niente per riaprire quella profonda ferita e far scorrere più sangue di prima.
Quel pomeriggio un gruppo di ragazzi bighellonava all’esterno del cinematografo, e quando videro avvicinarsi Larry e Jimmy, si diedero di gomito per attaccar briga.
«Ehi Jellybelly, non dirmi che vai al cinema»
Invece di passare diritti, i due si fermarono, più per la sorpresa che per rispondere. Non si aspettavano di trovare proprio lì Danny Bloch, Kurt Bennighan e il resto della banda. Fecero per proseguire a testa bassa ignorandoli, ma Danny andò loro incontro e con una violenta spallata urtò il goffo Larry che incespicò e cadde. I ragazzi si misero tutti a ridere, e Kurt gli affibbiò un calcio nel sedere rivolgendosi agli altri:
«Ma è piena di merde questa strada, dovrebbero portare i cani a cagare da un’altra parte»
«No, Kurt, non è una merda, è una tartaruga, solo che è caduta sulla schiena e non si rialza più»
Larry si rimise in piedi, rosso in viso tra lo sghignazzo generale e rimase lì immobile a fissarli, totalmente incapace di articolare una sola parola. Jimmy Craig lo prese per un braccio e lo trascinò dentro al cinema.
Durante la proiezione, nella sala piena di gente e di fumo, Larry riuscì un poco alla volta a dimenticare il triste episodio. Le gesta di Tom Mix fra cavalcate e sparatorie nella prateria lo trasportarono in un mondo in cui la giustizia si riscattava attraverso la vendetta, un immaginario condiviso nel quale il bene trionfava sul male sempre e comunque.
All’uscita il sole era ormai tramontato e i due si avviarono a casa lungo la South Denver Avenue. Dopo mezzo miglio di strada i ragazzi si separarono e Larry proseguì da solo verso la grande ansa del fiume Arkansas. Fra meno di 20 minuti avrebbe riabbracciato la sua amata Betsy e si sarebbe gustato la prelibata cena che sua madre gli aveva preparato. Prima di uscire aveva alzato il coperchio e sbirciato la torta di mele dentro una grande pentola sotto la credenza. Sentiva già di avere una fame dannata.
Quella zona di Tulsa era costituita da bassi caseggiati e casupole fatiscenti sorte negli ultimi anni del boom petrolifero. Erano dimora di recenti immigrati giunti da ogni angolo d’America che lavoravano perlopiù come operai e bassa manovalanza negli impianti di estrazione del greggio. Tra una casa e l’altra c’erano depositi di attrezzi, autorimesse, piccoli capannoni e vari appezzamenti di terreno incolto che fra breve sarebbero stati lottizzati per costruire nuove abitazioni, la città cresceva come un enorme fungo giorno dopo giorno.
«Ehi Jellybelly!»
Larry si bloccò all’istante, paralizzato dalla paura. Il gruppetto di balordi era sbucato dal nulla e gli sbarrava la strada. Pensò di voltarsi e fuggire, ma sarebbe stato come aizzare un cane all’inseguimento di un gatto. Decise di affrontarli e andò loro incontro a passi lenti.
« Allora, com’era il film?»
«Bello» Rispose
«Ma ci stavi dentro la sedia, o hai dovuto pagare doppio?»
Larry li fissava con terrore, avvertiva un sudore freddo dappertutto . Questa volta non era come nel cortile della scuola con gli altri ragazzi e gli insegnanti intorno. Qui era a pochi isolati da casa, ma al buio e da solo. Nella via non c’era un cane a parte lui e loro. Quell’incontro, solo apparentemente casuale, era stato preparato, un agguato in piena regola.
Danny Bloch, che lo sovrastava di una buona testa, gli si avvicinò, gli altri cinque si disposero a semicerchio per godersi lo spettacolo.
«Jellybelly, Jellybelly… tu non me la racconti giusta»
«Cioè?...Che vuoi dire?
«Dài che lo sai, non fare il tonto. Vieni, facciamo un pezzo di strada insieme, io e te dobbiamo parlare »
Danny Bloch gli mise un braccio attorno alle spalle simulando una finta amicizia. Il tono della sua voce era calmo e suadente, volutamente canzonatorio, ma faceva presagire il peggio e Larry lo aveva capito fin dall’inizio che le cose si sarebbero messe molto male. Fecero alcuni passi assieme camminando lentamente. Il braccio di Danny sulle spalle pesava come un macigno, Larry avrebbe voluto scrollarselo di dosso ma non poteva e subiva passivamente quel gesto di dominanza. Danny Bloch aveva diciassette anni ed era già un pezzo d’uomo dai tratti virili e decisamente sensuali. Le ragazze della scuola impazzivano per lui nonostante il suo atteggiamento da gangster, o forse proprio per questo.
« Jellybelly, tu lo sai che Lizzy Scottsdale è la mia ragazza, vero?
Larry annuì col capo, ma in realtà era la prima volta che scopriva una cosa del genere. Lizzy era una delle ragazze più carine della scuola e frequentava la sua stessa classe. L’aveva vista spesso in compagnia dei ragazzi più grandi, tra cui lo stesso Danny Bloch, ma non aveva mai immaginato che tra i due vi fosse qualcosa di più di una semplice amicizia.
« Se sai che Lizzy è la mia ragazza, perché le scrivi bigliettini d’amore?»
Larry spalancò gli occhi.
«Bigliettini di… io non le ho mai scritto nulla del genere, lo giuro!»
«Dài su, ti hanno visto tutti, vero Kurt?»
«Sì, tutto vero! Ero lì presente, ho la scena davanti agli occhi»
Larry non sapeva che dire e prese a balbettare
« Ma ti giuro, n-non so di cosa state parlando…»
«Dài Kurt, diglielo tu»
Kurt Bennighan non vedeva l’ora di partecipare anche lui a quel supplizio
«L’altro ieri nel cortile della scuola. Eravate sotto gli alberi, abbastanza distanti dagli altri. Lizzy ti è passata davanti e tu le hai dato un bigliettino. Lei lo ha preso, è diventata rossa e poi è corsa via a leggerlo di nascosto. Ti conviene confessare Jellybelly, è meglio per te, ti abbiamo beccato»
«No, vi giuro che non è andata così. In quel biglietto c’erano solo le risposte al test di storia. Lizzy non aveva studiato e mi aveva chiesto di passargliele durante il riposo. Poi le ha lette di nascosto perché non voleva farsi vedere dall’insegnante»
Danny continuava a passeggiare accanto a Larry, ora lo teneva per un braccio.
«Lo sai cosa succede a chi fa lo scemo con la mia donna?»
«Ma non ho fatto nulla! Dovete credermi! Erano solo le risposte di storia… era per l’interrogazione»
Danny smise di camminargli accanto e gli si parò improvvisamente di fronte costringendolo a fermarsi e a misurarsi con il suo fisico alto ed atletico. Larry non riusciva più a parlare, un nodo gli serrava la gola. Danny Bloch aveva il volto duro e lo fissava pregustando ciò che sarebbe accaduto da lì a poco.
«Hai bisogno di una lezione, palla di lardo!»
Danny lo afferrò per il bavero e lo spinse contro un muro. Il resto del branco gli fu addosso in un lampo e lo trascinarono dentro una baracca abbandonata. Larry scalciava e si dibatteva gridando aiuto ma gli tapparono subito la bocca con un fazzoletto e lo tempestarono di calci e pugni. Nella baracca c’era un vecchio materasso sfondato, alcuni attrezzi da muratore, vetri rotti ed escrementi di cani. Lo gettarono sul materasso e gli calarono i calzoni, tenendolo fermo per le gambe e le braccia. Kurt prese una vecchia scopa e la passò a Danny.
«Questo è quello che capita agli stronzi come te… Kurt, allargagli le chiappe!»
Danny s’inginocchiò fra le gambe aperte di Larry e gli spinse il manico della scopa su per il retto. Il disgraziato si sentì lacerare e svenne per il terrore e il dolore insieme. Poi tirarono fuori la scopa, e non ancora sazi si aprirono le patte dei pantaloni e gli orinarono sopra sghignazzando e urlandogli oscenità di ogni tipo.
Quando Larry si riprese, era da solo, seminudo e insanguinato, in una baracca diroccata sopra un materasso lercio che puzzava di merda e piscio. Si rialzò a fatica e si rivestì. Il dolore lo faceva lacrimare ad ogni passo e barcollava maledicendo se stesso e il mondo nel quale era nato.
Betsy abbaiò furiosamente non appena lo vide arrivare, e la madre, già preoccupata per il forte ritardo, uscì in strada ad accoglierlo. Capì subito che era successo qualcosa di grave, Larry zoppicava in modo strano, a gambe larghe e rigide e col capo chino. Gli corse incontro e lo abbracciò forte, avvertì immediatamente un forte puzzo di urina e sentì il corpo del figlio contrarsi di dolore al contatto. Il ragazzo non parlava, continuava a fissare per terra. La madre lo scosse chiedendogli cosa fosse accaduto, poi notò un’enorme chiazza scura sul cavallo dei pantaloni e si sentì mancare.
Quella notte stessa Larry fu trasportato in ospedale e il fatto fu denunciato alla polizia. Quando gli inquirenti si presentarono nel reparto dov’era stato ricoverato, il ragazzo era ancora in stato di choc e non riusciva a parlare. Solo al terzo giorno, dopo essere stato dimesso, Larry raccontò a spezzoni di essere rimasto vittima di due negri ubriachi che gli avevano chiesto dei soldi e poi gli avevano fatto delle cose brutte dentro la baracca. Di Danny Bloch, Kurt Bennighan e degli altri quattro, non fece la benché minima parola. Sulla base di queste sue scarne dichiarazioni e in mancanza di testimoni oculari, le indagini della polizia non approdarono a nulla. Le operazioni vennero condotte con il massimo riserbo per non alimentare ritorsioni, linciaggi e nuove crociate razziste nella popolazione bianca di Tulsa dopo i disordini di quattro anni prima. Nemmeno la stampa fu informata del fatto, e dopo appena un mese il caso venne archiviato come abuso sessuale ad opera di ignoti.
Larry mancò da scuola per oltre una settimana, e quando vi fece ritorno fu accolto calorosamente dai suoi compagni di classe. Nonostante la delicatezza della situazione e il riserbo che era stato adottato per l’occasione, tutti - chi più chi meno - ormai sapevano che Larry aveva subito delle terribili violenze. Qualche volta, durante il riposo o all’uscita di scuola, gli capitava ancora di incrociare i suoi aguzzini, che ora però si guardavano bene dal tormentarlo e se ne stavano in disparte a chiacchierare tra loro.
Passarono le stagioni ed arrivò l’agognato mese di giugno, ancora alcune settimane e sarebbero iniziate le lunghe vacanze estive. Per tutto quel tempo, Larry si era rinchiuso ancora di più in se stesso, aveva perso completamente l’appetito e mangiava il minimo indispensabile per non morire di fame nonostante sua madre facesse di tutto per allettarlo con dolci e cibi prelibati. Il ragazzo dimagrì a vista d’occhio, e i larghi vestiti di sempre gli stavano addosso come degli stracci informi. Ma il cambiamento più radicale era avvenuto dentro di lui. Il desiderio della vendetta lo aveva divorato per tutti quei mesi, consumandolo più della stessa astinenza dal cibo. Se un tempo evitava solo d’incrociare lo sguardo di Danny Bloch e degli altri, ora si sedeva in disparte sul muretto della scuola e li osservava minuziosamente da lontano nei gesti e nelle abitudini di ogni giorno. Sapeva da sempre perché non li aveva denunciati alla polizia. Doveva essere lui a fargliela pagare, nessun altro all’infuori di lui, e stava solo aspettando l’occasione giusta per farlo in modo esemplare, plateale.
L’ultimo giorno di scuola fu caldissimo, il sudore imperlava le fronti e attaccava le camicie alla pelle già alle nove del mattino. Era una giornata di festa, alcune classi avevano preparato le recite di fine anno, altre si esibivano in cori e canzoni patriottiche dirette dai maestri di musica. I ragazzi più grandi avevano organizzato dei mini tornei di baseball nel campo sportivo della scuola e sarebbero venuti a vederli genitori, nonni ed amici. Poi, al pomeriggio ci sarebbe stata la manifestazione principale officiata dal preside e dagli insegnanti con la consegna dei diplomi e degli attestati di fine anno. Anche la madre di Larry con tutta la famiglia della zia Kate sarebbero andate a scuola per partecipare alla grande festa. La figlia di Kate, la cugina Evelyn, aveva 11 anni e frequentava la stessa scuola di Larry.
Larry decise che lo avrebbe fatto quel giorno stesso, davanti a tutti.
Uscì di casa alle 8.30 del mattino come sempre, ma invece d’incamminarsi verso la scuola si diresse verso la fattoria della zia Kate. Vi giunse poco prima di mezzogiorno, l’abitazione era deserta, i suoi parenti se n’erano già andati e stavano partecipando con gli altri genitori al grande picnic all’aperto in attesa che i ragazzi uscissero per le celebrazioni scolastiche. Scavalcò il cancello ed entrò in casa usando le chiavi che aveva sottratto di nascosto un mese prima. Dal soggiorno salì la scala interna e si arrampicò in solaio. Era già stato lì molte altre volte a rovistare fra i vecchi oggetti di famiglia in compagnia del nonno e della cuginetta. Larry sapeva dove cercare, dentro un logoro baule c’erano ancora due vecchie Colt mod. 1889, le prime pistole a tamburo ribaltabile che erano state fabbricate espressamente per l’esercito americano. Il nonno se le era procurate quando lavorava a Fort Sill come civile, impiegato nei vettovagliamenti per i soldati. Erano riposte in una cassetta di legno intarsiato che odorava di cera d’api e olio lubrificante. Quando l’aprì, rimase per alcuni minuti affascinato dalla visione delle due armi e non osò nemmeno toccarle, poi ne estrasse una, la soppesò e prese la mira puntandola verso il lucernario. Il click risuonò forte e metallico nel silenzio tombale del solaio. Rovistò ancora dentro il baule alla ricerca di un paio di scatolette di legno contenenti le cartucce. Le trovò in fondo, assieme alle due fondine militari di cuoio nero. Larry non era sicuramente un tiratore esperto, ma aveva già maneggiato quelle due pistole dopo che il nonno aveva commesso l’imperdonabile errore di fargliele vedere. Sotto la guida dell’anziano, si era esercitato una dozzina di volte sparando a bottiglie vuote, secchi e barattoli. Questa volta sarebbe stato completamente diverso.
Mise tutto in un sacco e si diresse verso una bassa costruzione di legno. Il cavallo voltò il muso verso il ragazzo non appena questi aprì la pesante porta di legno e la luce abbagliante del giorno irruppe nella stalla. Decine di mosche presero a ronzare in circolo tra le balle di fieno e il letame come impazzite. Larry prese la sella e la gettò sulla schiena del cavallo, legò il sottopancia, regolò la lunghezza delle staffe e gli infilò la testiera, quindi lo condusse fuori tirandolo per la cavezza.
Mise il cavallo al trotto sul bordo destro della strada cavalcando con lo sguardo fisso in avanti, la schiena diritta e lo Stetson calato sugli occhi come aveva visto fare decine di volte al cinema. Le fondine con le pistole erano fissate alla cintura ed erano coperte dalla lunga camicia lasciata libera fuori dai calzoni. Un camion con il cassone scoperto e carico di negri lo affiancò per alcuni istanti, poi lo superò avvolgendolo in una nuvola di polvere. I braccianti neri lo guardarono con occhi tristi senza dire una parola mentre scompariva tra le volute bianche rimpicciolendosi sempre più.
Dopo circa un’ora era nei pressi della scuola. Il grande spiazzo antistante l’istituto era gremito di gente, tavolini ed ombrelloni. I genitori e i parenti dei ragazzi avevano organizzato la festa di fine anno in grande stile con barbecue e i migliori dolci portati da casa. Legò il cavallo alla recinzione del parcheggio tra le automobili e i calesse, e s’intrufolò tra la folla col cappello ben calato in avanti in modo da nascondere parte del volto. Aveva il terrore d’incrociare i parenti e soprattutto sua madre che probabilmente lo stava cercando da tempo, per cui fece il giro largo e si diresse verso il vicino campo sportivo dove sperava di avvistare i suoi aguzzini. I ragazzi più grandi si stavano preparando per la prima partita di baseball del torneo e Danny Bloch era il battitore ufficiale. Li scovò mentre sedevano sulla panchina in attesa della partita e osservavano i ragazzi più piccoli impegnati nelle prove d’atletica. Anche Larry aveva partecipato a quelle gare negli anni passati, e a causa della sua obesità era sempre stato oggetto di scherno e umilianti battute da parte degli spettatori. Ora non più.
Non appena li vide fece ritorno al parcheggio passando per il lato esterno in modo da evitare la folla degli adulti. Montò in sella al cavallo e passò dietro gli spalti del campo. Sarebbe sbucato all’improvviso vicino alla panchina e li avrebbe sorpresi sparando a bruciapelo sull’intero gruppetto dalla corta distanza.
I ragazzi stavano parlando fittamente tra loro quando Kurt Bennighan intravide con la coda dell’occhio una grande massa scura avanzare lentamente al bordo del campo. Girò il capo e non riconobbe assolutamente quel cavaliere ciondolante con la testa bassa nascosta dal cappello. Lo osservò avvicinarsi pensando si trattasse di un guardiano o che altro. Anche il resto del gruppo prestò poca attenzione a quella presenza incombente, e tutti continuarono a chiacchierare come se nulla fosse. Il cavallo si arrestò a pochi passi da loro e l’anonimo cavaliere si drizzò sulla schiena. Gettò indietro lo Stetson scoprendo la fronte e si mise a fissarli con uno sguardo duro senza pronunciare una sola parola. I ragazzi spalancarono gli occhi dalla sorpresa.
«Cazzo, ma è Jellybelly!»
Spuntò fuori all’improvviso una pistola che vomitò fuoco e piombo sull’intera panchina. Fu un’esecuzione in piena regola, lucida e spietata. Bennighan fu colpito in pieno petto, poi toccò a Danny Bloch e ad altri due. I ragazzi furono sbalzati a terra senza un grido e arrossarono la bassa erba del campo. Dagli spalti i pochi spettatori si alzarono in piedi urlando di terrore e in pochi istanti si scatenò un fuggifuggi generale con gente che correva, inciampava, strisciava dietro le paratie del campo. Larry cercò invano di trattenere il cavallo imbizzarrito e non riuscì a completare l’opera. Passò con l’animale sopra i corpi esanimi dei ragazzi, li travolse e galoppò come il vento verso la periferia della città.
Spinse il cavallo lungo un viale alberato, poi deviò su una strada che si perdeva tra basse case in costruzione. Gli operai lo videro passare a qualche metro da loro come un fantasma d’altri tempi, a tutta velocità e con la pistola ancora in pugno. Dietro la curva si trovò la strada sbarrata dal pesante cancello di metallo di un’autorimessa, tirò le redini per fermare l’animale che s’impennò nitrendo , lo fece voltare e ripassò nuovamente davanti al cantiere. Questa volta gli operai si gettarono a terra dietro i sacchi di cemento, bestemmiando. Prese a destra lungo un’altra strada, incrociò alcune macchine che gli suonarono dietro con le trombe e proseguì al galoppo verso la zona del mercato. Giunse in un ampio spiazzo invaso da tendoni , bancarelle e carrettieri, cambiò nuovamente direzione e s’infilò in una via meno trafficata . La percorse fino in fondo , saltò una bassa recinzione e spinse il cavallo su un terreno coltivato a zucche e cocomeri. Alcuni contadini davanti a lui gli corsero incontro cercando di sbarrargli la strada con le braccia alzate, Larry sparò in aria un paio di colpi e questi si gettarono immediatamente a terra. Il cavallo gli passò a pochi metri schizzando sui loro visi pietrisco e frammenti di fango secco. Lo osservarono allontanarsi al galoppo sfrenato verso nordest.
Nel frattempo la polizia e un camioncino della sanità erano arrivati nei pressi della scuola. Kurt Bennighan e Danny Bloch erano stati colpiti a morte, e il terzo ragazzo era in fin di vita, il proiettile aveva oltrepassato un polmone ed era fuoriuscito alla base della schiena, morì durante il trasporto in ospedale. Il quarto del gruppo era stato invece colpito alla spalla, e a parte lo stato di choc che gli impediva addirittura di parlare, se la sarebbe cavata senza troppi problemi. Nonostante l’imperizia di Larry, i primi tre proiettili, sparati a distanza ravvicinata e dall’alto verso il basso, avevano avuto effetti devastanti.
Mentre i medici si occupavano dei morti e dei ragazzi feriti, la polizia diramò l’ordine di allerta a tutte le unità di Tulsa. Ci volle del tempo, ma verso le quattro del pomeriggio, le principali strade della contea ed oltre, furono pattugliate e messe sotto sorveglianza da decine di autoveicoli delle forze dell’ordine. Furono organizzate anche delle squadre a cavallo che si dispersero a ventaglio verso est. Ormai sapevano a chi stavano dando la caccia, il ragazzo ferito alla spalla aveva parlato ed era stato emesso un ordine di cattura nei confronti di Larry Kowalsky di anni 15, razza bianca.
Larry attraversò i campi petroliferi e s’inoltrò su terreni incolti e pietrosi spazzati dal vento caldo e asciutto che spirava da ovest. Evitava le strade principali e si orientava seguendo l’arco del sole. Verso sera raggiunse le pendici di basse colline boscose e si accampò per trascorrere la notte.
Legò il cavallo al tronco liscio di un pioppo e si distese sull’erba. Aveva ucciso i suoi persecutori. In pochi secondi aveva lavato col sangue un’intera vita di soprusi e violenze. Ora gli stavano dando la caccia e lui era lì, diretto verso il Missouri con un cavallo e un paio di pistole. Pensò a sua madre, sola e disperata a casa, e due lacrime gli rigarono gli zigomi. Da lassù, oltre le stelle, sentì lo sguardo di suo padre su di sé e lo maledì per averlo abbandonato così presto, per non averlo cresciuto e difeso come qualsiasi padre avrebbe fatto con il proprio figlio. Ma lui era diverso, doveva imparare a difendersi da solo e l’aveva fatto. Era diventato quello che aveva sempre sognato di essere, un cavaliere libero e selvaggio come Jesse James, un bandito dal cuore nobile che riparava le ingiustizie del mondo. Immaginò anche il suo avviso di taglia con la scritta “ Larry Kowalsky, ricercato “. Nessuno da quel giorno lo avrebbe più chiamato Jellybelly.
Il canto dolce dei grilli lo fece sprofondare in un sonno buio e profondo come la notte sopra di lui.
Alle prime luci dell’alba Larry sellò il cavallo e continuò la sua fuga disperata verso il confine dello stato. Attraversò ampi spazi coltivati mantenendosi sempre al limitare dei boschi. L’adrenalina gli aveva tolto completamente il senso della fame e sapeva che avrebbe potuto continuare così per giorni e giorni. Un contadino lo vide passare accanto alla sua fattoria ed alzò una mano per salutarlo, Larry gli sorrise e contraccambiò il gesto.
Verso sera era nei pressi di Vinita, il capoluogo della Craig County, una cittadina abitata prevalentemente da indiani cherokee e mezzosangue. Evitò il centro abitato e si accampò in un bosco di querce a circa un miglio dalla città. Cominciava a chiedersi come sarebbe stata la sua vita futura, e questi pensieri lo tormentarono per tutta la sera. Sapeva che non avrebbe potuto fuggire per sempre, doveva avere una meta e un piano per sopravvivere. Era scappato da casa con solo due dollari in tasca, e una volta spesi avrebbe dovuto fermarsi da qualche parte per lavorare o rubare. Decise che una volta raggiunto il Missouri si sarebbe diretto a Saint Louis e lì avrebbe cercato un’occupazione saltuaria e scritto una lettera alla madre. Non voleva vendere il cavallo, e magari avrebbe lavorato in una fattoria per un po’ di tempo. Una volta realizzato un piccolo gruzzolo avrebbe proseguito il viaggio, e seguendo il corso del fiume Missouri avrebbe raggiunto il Montana invertendo la direzione di marcia. Avrebbe rifatto più di un secolo dopo lo stesso percorso dei due capitani Lewis e Clark, e da lì sarebbe proseguito fino al Pacifico valicando le Montagne Rocciose. Era la grande occasione della sua vita, finalmente poteva vivere da protagonista quello che aveva sempre sognato e fantasticato sui libri. Un cielo immenso e azzurro sarebbe stato il suo tetto, e la prateria e le montagne la sua casa. Larry Kowalsky, l’ultimo cowboy, si addormentò volando lontano come un’aquila calva lungo piste senza nome, sopra picchi innevati e vaste distese desertiche fino agli estremi confini del mondo.
Il mattino seguente, il cielo si era rannuvolato, densi cumulonembi gravidi di pioggia incombevano da sud. L’erba alta ondeggiava nell’aria calda e appiccicosa che proveniva dal Golfo del Messico mentre il rimbombo di un tuono lontano si srotolava sopra le cime degli alberi e le faceva oscillare come i pennoni di una nave. Larry montò in sella e cominciò ad avvertire i primi morsi della fame. Forse avrebbe dovuto fare una breve sortita in paese per comprare qualche provvista da consumare durante il viaggio. Al limitare del bosco vide l’ampio sterrato che conduceva a Vinita e decise di percorrerlo. Il vento perse all’improvviso d’intensità e grossi goccioloni cominciarono a cadere sulla strada picchettando il suolo di macchie più scure. Aveva fatto poco più di un miglio quando scorse sul lato opposto della carreggiata una macchina sospetta, ferma sul ciglio della strada. Guardò meglio attraverso la fitta cortina di pioggia e notò due uomini all’interno dell’abitacolo. Fermò il cavallo sotto l’acqua battente e rimase per alcuni istanti indeciso se continuare o meno, poi all’improvviso voltò il cavallo e tornò indietro sui suoi passi al piccolo trotto. L’automobile accese il motore e partì a tutto gas cercando di raggiungerlo lungo la strada. Larry mise il cavallo al galoppo e uscì dallo sterrato saltando una bassa recinzione. Attraversò a rotta di collo un terreno coltivato e cercò di raggiungere il bosco. Udì alle sue spalle il rumore degli spari e il sibilo delle pallottole che gli fischiavano sopra la testa. Abbassò il capo e si rannicchiò sul collo del cavallo che ora divorava il terreno con la furia di un treno lanciato in piena corsa. I due poliziotti scesi dal veicolo con le pistole in pugno lo videro scomparire nel folto degli alberi, poi rimontarono in macchina, fecero una rapida conversione e partirono a tutta velocità verso il paese per dare l’allarme.
Larry vagava senza meta nei boschi con il cuore in tumulto sotto il cupo rimbombo dei tuoni che laceravano il cielo. Alla fine prese una direzione ben precisa e continuò a procedere in linea retta tagliando alcune basse alture boscose intervallate da prati e radure. Alla sera, esausto e stremato, trovò al limitare della foresta una vecchia capanna di tronchi abbandonata da chissà quanti anni. L’erba era cresciuta rigogliosa sul tetto e fra gli interstizi dei pali, le finestre erano bocche scure armate di acuminati spuntoni di vetro verdastro su cui avevano attecchito alghe e licheni in fioriture stellate e circolari. Legò il cavallo all’esterno della baracca ed entrò spingendo una porta malconcia che poggiava su cardini arrugginiti e mezzi divelti. La fioca luce dell’imbrunire che penetrava dall’esterno rivelava un ambiente squallido e desolato. In tutti quegli anni diversi animali avevano trovato rifugio lì dentro: scoiattoli, ratti, uccelli, pipistrelli. Dappertutto c’erano escrementi di varia foggia e natura. In mezzo all’unica sala, troneggiava un enorme tavolo di legno massiccio divorato dai tarli con sopra una moltitudine di vecchi oggetti metallici corrosi dal tempo e dall’umidità. Fitte ragnatele pendevano dal soffitto come veri e propri drappeggi lattescenti e costringevano Larry ad avanzare nella baracca mulinando continuamente le braccia in avanti alla pari di un esploratore che si taglia la via nella giungla col machete. Un paio di sedie, una diversa dall’altra, e un vecchio materasso imbottito ricoperto di peli e sporcizia, completavano il resto degli arredi. Sparse sul pavimento c’erano alcune bottiglie vuote e dei barattoli di latta che un tempo contenevano carne in scatola o fagioli. Su di una mensola, alcuni di questi barattoli erano esplosi da soli a causa della fermentazione interna dei conservanti, e lunghe colate nere di prodotto fuoriuscito incrostavano l’etichetta del barattolo e il ripiano sottostante. Su tutto aleggiava una tetra aria di desolazione e di morte. Probabilmente la baracca era stata il rifugio venatorio di qualche cacciatore deceduto o emigrato altrove da chissà quanto tempo.
Fuori aveva ripreso a piovere incessantemente e il blu del cielo continuava ad essere squarciato dal bagliore arancione dei lampi. Pur di non dormire all’addiaccio sotto il temporale, Larry si accinse a trascorrere la notte in quel posto terrificante dimenticato da Dio e dagli uomini. Prese una vecchia scopa di paglia appoggiata alla parete e si avvicinò al materasso. Spazzò con forza per ripulirlo alla buona di tutto quello che si era depositato sopra negli ultimi vent’anni almeno, poi si distese sopra e cercò di chiudere gli occhi. Dalle finestre rotte e dalle fessure del tetto penetrava la pioggia sospinta dal vento e in alcuni punti si erano già formate delle pozzanghere considerevoli che seguendo le inclinazioni del pavimento drenarono l’acqua nei recessi più bui della baracca, come l’alta marea quando invade i canali asciutti degli acquitrini. Dopo un’ora il materasso era come una barena isolata in mezzo alla laguna. L’aria era intrisa di umidità, faceva un freddo cane, e Larry si alzò nel cuore della notte per andare alla ricerca di qualcosa con cui coprirsi. Una serie di lampi rischiararono a giorno l’interno della capanna e la luce gli fu sufficiente per scovare una logora coperta appallottolata vicino al caminetto. La prese e la sbatté con energia per scuoterla dalla polvere e dalla sporcizia ma sentì qualcosa di pesante cadere dalla coperta sul pavimento e s’immobilizzò pietrificato dalla paura non appena quella cosa cominciò a vibrare. A poco più di un metro un grosso crotalo era avvolto a spirale con l’estremità della coda eretta e faceva fremere i sonagli nell’imminenza dell’attacco. Larry balzò all’indietro e il serpente scattò su di lui azzannandolo poco sopra la caviglia. Il ragazzo cadde terrorizzato sul materasso e afferrò la pistola urlando come un indemoniato. Sparò tutto intorno alla cieca sperando di colpirlo, ma il grosso serpente s’era già dileguato in un angolo della casa rifugiandosi sotto le assi divelte del pavimento. Tirò su i pantaloni e osservò alla luce dei lampi la zona del morso. Notò solo due piccoli fori simmetrici appena sotto il polpaccio, una ferita da niente se non fosse stato per il veleno inoculato. Una zanna del crotalo si era spezzata durante l’attacco ed era rimasta incastrata nella tela dei jeans. L’estrasse con un fazzoletto e la sollevò per osservarla meglio alla luce dei lampi. Inorridì nel vedere la il corpo cavo all’interno della piccola zanna trasparente. Al suo interno era rimasta ancora una piccolissima quantità di liquido giallastro. Gettò via assieme al fazzoletto quell’orribile trofeo e si accasciò sul divano con gli occhi sbarrati rivolti al soffitto . Rimase immobile per cinque minuti per allontanare il panico, poi si tolse la cintura dei pantaloni e la strinse forte sopra il polpaccio per rallentare il flusso del sangue. Si alzò in piedi e si avviò verso la finestra da dove tolse uno spuntone di vetro e lo spezzò per renderlo più tagliente, e con questo incise profondamente la gamba nel piccolo spazio tra i due fori. Urlò di dolore e rabbia mentre il vetro penetrava nella carne . Un fiotto scuro uscì dalla ferita appena aperta, quindi premette i due lembi del taglio per eliminare più sangue possibile, e con esso il veleno. L’operazione lo impegnò per una buona mezz’ora, poi strappò con i denti un lembo della camicia e lo avvolse attorno alla ferita fasciandola. Rimase in posizione di riposo con la gamba flessa fino a quando cominciò ad avvertire un forte giramento di testa e una sensazione di calore diffuso in tutto il corpo. Nel frattempo la tempesta aveva perso forza e si era allontanata verso nord. I lampi si erano affievoliti di molto e il tuono era poco più di un brontolio cupo e distante. Di lì a un’ora, il cielo si squarciò e una mezzaluna argentata rischiarò i contorni sfrangiati delle nubi e le fronde degli alberi che stillavano le ultime gocce di pioggia.
Verso le cinque del mattino cominciò ad albeggiare, il cielo era completamente sgombro di nubi e una luce azzurra penetrava dalla finestra rivolta ad oriente. Una bassa nebbia lattiginosa si formò dal terreno intriso d’acqua e si elevò verso il cielo sfilacciandosi in mille forme sopra le cime degli alberi come un esercito di spettri evanescenti.
Larry, completamente avvolto nella coperta, era scosso dai brividi, batteva i denti dal freddo e sentiva tutti i muscoli indolenziti. Approfittando della luce si mise seduto e controllò la gamba. Tolse la fasciatura e notò immediatamente l’enorme edema che si era formato durante la notte. In alcuni punti la pelle si era sbiancata completamente come fosse stata ustionata, mentre attorno alla ferita i tessuti si erano parzialmente necrotizzati. Riapplicò la benda e tentò di alzarsi in piedi zoppicando. Fece solo un paio di passi ma venne sorpreso da un improvviso conato di vomito. Rigettò tutto sul pavimento appoggiandosi con una mano contro la parete di tronchi per non cadere, poi aprì la porta di legno ed uscì fuori. L’aria fresca del mattino dopo la notte di pioggia fu come una sferzata di vita, Larry sbatté gli occhi e fu testimone dell’alba più bella che avesse mai visto.
Il sole brillava ad oriente e diffondeva la sua luce dorata sulle cime degli alberi e sui prati che si ergevano come isole sparse su un mare di nubi formate da una fitta nebbia che persisteva negli umidi avvallamenti del terreno. Sopra la sua testa, alcune oche canadesi volavano in formazione come una squadriglia di aerei sbattendo le loro possenti ali grigie. Larry le osservò incantato rompere e riformare più volte quella perfetta V nel blu profondo del cielo, fino a scomparire lontano. Per tutto quel tempo dimenticò il dolore che lo divorava e volò assieme a loro, libero e leggero verso laghi ed acquitrini remoti.
Lo sparo giunse all’improvviso, vomitato dalla fitta cortina di nebbia sottostante. Larry sentì il proiettile fischiargli vicino all’orecchio e conficcarsi nel legno marcio della baracca. Con un balzo rotolò dentro la capanna e strisciò verso il materasso dove aveva lasciato le due pistole. Udì una voce provenire da fuori.
«Larry Kowalski, sono Edmond Fisher, Cherokee Police Marshal della Contea di Craig. La casa è circondata, vieni fuori con le mani alzate e non ti faremo alcun male»
Col cuore in gola Larry si appiattì contro la parete esterna, la porta era rimasta aperta e per chiuderla sarebbe dovuto uscire ed esporsi. Rimase lì con le pistole in pugno sbirciando il bosco attraverso il varco, ma la voce giungeva da un’altra parte.
«Kowalski, non hai scampo, non fare idiozie. Vieni fuori!»
Per tutta risposta e senza sapere nemmeno il perché, il ragazzo puntò la pistola verso il bosco e fece fuoco nel nulla.
Di lì a poco si scatenò l’inferno, la vecchia baracca venne crivellata di colpi di carabina che giungevano da tutte le parti sollevando schegge di legno e mandando in frantumi i pochi vetri rimasti alle finestre. Larry si rannicchiò contro la parete coprendosi il capo con entrambe le braccia e stringendo forte gli occhi mentre tutto il mondo accanto a lui veniva fatto a pezzi. Infine giunse la quiete, alcuni istanti interminabili prima che la voce urlasse nuovamente.
«Kowalski, sei ancora in tempo, butta le pistole fuori dalla porta ed esci con le mani alzate. Mi hai sentito?»
Silenzio
«Mi hai sentito Kowalski?»
«Sì…»
«Ti diamo due minuti, decidi… poi veniamo a prenderti!»
Due minuti. Due minuti per pensare se vivere o morire. Che ne avrebbero fatto di lui? Lo avrebbero curato del morso del serpente e poi lo avrebbero sbattuto in cella. Non appena fosse diventato maggiorenne sarebbe finito comunque davanti al cappio del boia. Due minuti per decidere, morire adesso o fra qualche anno. Riabbracciare ancora sua madre o finire con le armi in pugno come l’ultimo dei fuorilegge. Larry il pistolero, Larry il bandito, Larry il vendicatore. Non lasciò trascorrere tutto il tempo a disposizione, si alzò e si gettò di slancio attraverso la porta con le due pistole in pugno sparando come un pazzo verso gli alberi e i cespugli dietro i quali si celavano i poliziotti. Fece solo pochi passi senza colpire nessuno, poi venne investito da una tempesta di fuoco.
Cadde sulla schiena, scosso da fremiti lungo tutto il corpo. Con gli occhi sbarrati Larry contemplò per l’ultima volta il grande cielo azzurro mentre un altro stormo di oche lo attraversava diretto a sud.
Quando i poliziotti si avvicinarono al cadavere, Larry aveva gli occhi chiusi e uno strano sorriso sulle labbra. Era già lontano.