1. L'ARRIVO DI QUELLO STRANO INDIVIDUO.
Il forestiero arrivò sulla collina in una giornata d'inverno, all'inizio di febbraio, durante l'ultima nevicata dell'anno, fra un turbinio di neve e folate di vento gelido. Veniva a piedi dalla stazione di Bramblehurst, aveva le mani coperte da grossi guanti e portava una valigetta nera. Era imbacuccato dalla testa ai piedi e la falda del cappello floscio di feltro gli nascondeva completamente il volto, lasciando scoperta solo la punta lucida del naso; la neve gli si era accumulata sulle spalle e sul petto e disegnava una cresta bianca sul suo bagaglio. Più morto che vivo, entrò barcollando nella locanda "Coach and Horses" e lasciò cadere a terra la valigetta. - In nome di Dio! Un po' di fuoco! - gridò, - una stanza e un po' di fuoco! - Appena fu nella mescita, si scosse di dosso la neve battendo i piedi in terra e seguì la signora Hall nel salottino per gli ospiti, per fissare la stanza. Con questa presentazione, e con due sovrane che fece rimbalzare sulla tavola, lo straniero prese alloggio alla locanda.
La signora Hall accese il fuoco e lasciò solo il suo cliente, per andargli a preparare il pasto con le sue stesse mani. Uno straniero che si fermasse a Iping in inverno era un colpo di fortuna inaspettato, senza poi contare il fatto che non era neppure di quelli che tirano sul prezzo; quindi la donna era decisa a mostrarsi all'altezza della fortuna che le era capitata.
Appena il prosciutto fu a buon punto di cottura, dopo aver pungolato un po' con qualche acida espressione di disprezzo la sua linfatica domestica Millie, la signora Hall portò nel salottino la tovaglia, i piatti e i bicchieri, e incominciò ad apparecchiare con il massimo sfarzo. Sebbene il fuoco scoppiettasse allegramente, con sua grande sorpresa, vide che il suo ospite aveva ancora indosso cappotto e cappello e, volgendole le spalle, fissava fuori della finestra la neve che cadeva nel cortile.
Teneva strette dietro la schiena le mani guantate e sembrava immerso nei suoi pensieri. La signora Hall si accorse che la neve che ancora gli bagnava le spalle, sciogliendosi, sgocciolava sul tappeto, e gli chiese: - Signore, posso prendere cappotto e cappello, per farli asciugare bene in cucina?
Senza voltarsi l'uomo rispose: - No.
La signora Hall non era sicura di avere udito bene e stava per ripetere la domanda.
L'ospite si voltò e la guardò al di sopra della spalla: Preferisco tenermeli addosso - disse con enfasi. Allora la donna si accorse che egli portava spessi occhiali affumicati e che due basette molto folte gli scendevano sul colletto del cappotto nascondendogli completamente il volto.
- Benissimo, signore - rispose, - come preferisce. Fra un attimo la stanza sarà più calda.
L'uomo non parlò e si volse di nuovo dall'altra parte. La signora Hall, rendendosi conto che i suoi tentativi di conversazione erano inopportuni, terminò di apparecchiare la tavola con gesti svelti e nervosi e scivolò via dalla stanza.
Quando tornò, l'uomo stava ancora là, come una statua, con la schiena curva, il colletto rialzato e la falda sgocciolante del cappello calata a coprirgli completamente volto e orecchie. La signora Hall mise sulla tavola le uova e il prosciutto in modo un po' brusco e più che parlare, gridò: - Il pranzo è servito, signore.
- Grazie - fece lui, e non si mosse fino a che la donna non chiuse la porta. Poi si girò e si avvicinò alla tavola con una certa impazienza.
Quando la signora Hall andò in cucina passando dalla mescita, sentì un rumore che si ripeteva a intervalli regolari, «tac... tac... tac...», il rumore di un cucchiaio girato rapidamente in una scodella! - Quella ragazza! - disse, - ecco, a momenti me ne scordavo! E' così lenta! E poi, mentre finiva di mescolare da sola la senape, rivolse a Millie taglienti rimproveri per la sua estrema lentezza. Lei aveva dovuto far cuocere il prosciutto e le uova e apparecchiare la tavola; insomma aveva fatto tutto da sé, mentre Millie - un grande aiuto davvero! - era riuscita solo a sciogliere la senape. E nell'altra stanza c'era un ospite nuovo che intendeva anche restare! Poi riaprì il vasetto della senape, lo posò con una certa solennità su un vassoio da tè oro e nero e lo portò nel salottino.
Bussò ed entrò subito senza aspettare. Come entrò, il suo ospite si mosse così rapidamente, che ella vide solo di sfuggita un oggetto bianco che scompariva dietro la tavola. Sembrava che stesse raccogliendo qualcosa da terra. La signora Hall appoggiò sulla tavola il vasetto della senape e notò che il cappotto e il cappello erano stati tolti e appoggiati ad una sedia davanti al fuoco. Inoltre, un paio di stivali zuppi d'acqua minacciavano di arrugginire la grata di ferro del caminetto.
La donna, allora, vi si diresse risoluta. - Penso che ora posso prenderli per farli asciugare, no? - Il suo tono non ammetteva repliche.
- Lasci lì il cappello - disse il suo ospite con voce soffocata; la donna si voltò e vide che egli aveva alzato la testa e la stava guardando.
Per un attimo, rimase a fissarlo, troppo sorpresa per parlare.
L'uomo teneva un panno bianco - un tovagliolo che aveva portato con sé - sulla parte inferiore del volto in modo da nascondere completamente bocca e mascelle: ecco perché parlava con voce soffocata. La signora Hall fu colpita non tanto da questo particolare, quanto dal fatto che una benda bianca gli copriva tutta la fronte al di sopra degli occhiali scuri e un'altra le orecchie, non lasciando libero neppure un pezzetto del volto, tranne il naso appuntito color rosa, un rosa brillante e lucido.
Indossava una giacca di velluto marrone scuro, con un alto colletto nero bordato di tela, rialzato sul collo. I capelli neri e folti, che sfuggivano sotto e tra le bende, avevano la forma di bizzarre code e corna e gli conferivano l'aria più strana che si possa immaginare Questa testa tutta imbacuccata e bendata era così diversa da ciò che la povera donna si aspettava di vedere che, per un momento, rimase di sasso.
L'uomo non spostò il tovagliolo; continuò a tenerlo, come ora la signora Hall poteva ben vedere, con una mano guantata di marrone e la guardava con quegli occhiali sconcertanti e impenetrabili.
- Lasci stare il cappello - disse, parlando con voce non molto chiara, attraverso il panno bianco.
La poveretta cominciò a riprendersi dallo choc ricevuto; posò di nuovo il cappello sulla sedia vicino al fuoco e disse: - Non sapevo, signore, che... - e si fermò imbarazzata.
- Grazie - tagliò corto l'uomo spostando lo sguardo da lei alla porta e di nuovo su di lei.
- Li farò asciugare bene, signore, subito - disse la donna e portò gli abiti fuori della stanza. Mentre usciva, guardò di nuovo quella testa tutta fasciata di bianco e gli occhialoni sconcertanti; l'uomo teneva ancora il tovagliolo davanti al volto. Appena chiuse la porta, la signora Hall sentì un leggero brivido e il suo volto esprimeva eloquentemente sorpresa e perplessità. - Io, proprio mai! - bisbigliò. - Là! - Si diresse piano piano in cucina e, quando arrivò, era troppo preoccupata per chiedere a Millie con che cosa stesse perdendo tempo in quel momento.
Il suo ospite sedette e ascoltò i passi che si allontanavano.
Rivolse lo sguardo indagatore alla finestra, prima di scostare il tovagliolo dalla bocca, poi riprese a mangiare. Inghiottì un boccone, guardò sospettosamente la finestra, prese un altro boccone, poi si alzò e, con il tovagliolo in mano, attraversò la stanza e abbassò la persiana fino al punto in cui la tendina di mussola bianca copriva la parte inferiore dei vetri. La stanza fu immersa nella penombra. Egli torno con un'aria più disinvolta alla tavola e alla sua colazione.
"Quel povero, sfortunato ragazzo ha avuto un incidente o un'operazione o qualcosa del genere" pensò la signora Hall. "Che colpo mi hanno fatto prendere tutte quelle bende; davvero!..."
Aggiunse dell'altro carbone al fuoco, aprì il cavalletto per i panni e stese sopra il cappotto del forestiero. "E quegli occhialoni! Be', sembrava più un casco da palombaro che un essere umano!" Appese la sciarpa a un angolo del cavalletto. "E tenersi quel fazzoletto davanti alla bocca per tutto il tempo, e poi parlare da lì dietro!... Forse ha anche la bocca ferita.
Ma... può darsi..."
Si girò di scatto, come chi si ricorda di qualcosa all'improvviso e, - Santo Cielo! Millie - disse cambiando pensiero. - Non hai ancora fatto niente a quegli stracci?
Quando andò a sparecchiare la tavola, la signora Hall si convinse che anche la bocca doveva essere stata ferita o sfigurata nell'incidente che, secondo lei, era capitato al forestiero; egli, infatti, stava fumando la pipa e, per tutto il tempo in cui ella rimase nella stanza, non scostò mai la sciarpa di seta che si era avvolto intorno alla parte inferiore del viso, neppure per portare il bocchino alle labbra. Eppure non era distratto, perché lo vide guardare il tabacco che si consumava. Era seduto in un angolo con la schiena rivolta verso le imposte e, ora che aveva mangiato e si era riscaldato ben bene, parlava in un modo meno aggressivo e conciso di prima. Il riflesso del fuoco conferiva ai suoi occhiali una specie di calda animazione.
- Ho dei bagagli alla stazione di Bramblehurst - disse e le chiese come poteva farseli mandare. Chinò la testa fasciata ascoltando con molta educazione le sue parole. - Domani? chiese. - Non è possibile che me li consegnino prima? - e sembrò seccato quando la donna gli rispose di no. - Ne è sicura? Non c'è nessuno che potrebbe andarci con un calesse?
La signora Hall, per nulla restia, rispose alle sue domande e cercò di avviare una conversazione. - La strada sulla collina è ripida - disse in risposta alla domanda sul calesse. Poi, approfittando dell'occasione favorevole, continuò: - Fu là che un anno fa e forse più si ribaltò una carrozza. Morì un signore insieme con il suo cocchiere. Gli incidenti, signore, accadono in un attimo, no?
Ma l'uomo non ci cascò facilmente. - Proprio così - disse attraverso la sciarpa, guardandola tranquillamente da dietro quei suoi impenetrabili occhiali.
- Ma dopo ci vuole parecchio tempo per rimettersi, vero, signore? Pensi, ci fu Tom, il figlio di mia sorella, che si tagliò un braccio con una falce: vi cadde sopra nel prato, mentre faceva il fieno. Iddio ci scampi e liberi! Rimase fasciato per tre mesi, signore! Non ci crederà, ma sa, signore, che mi è rimasto il sacro terrore delle falci?
- Posso capirlo - disse il visitatore.
- A un certo punto pensammo che dovesse essere operato, tanto stava male, signore.
Di colpo, il visitatore scoppiò a ridere, con una risata che era un latrato. Ma subito la soffocò in gola. - Ma davvero!? disse.
- Sì, signore. E non ci fu da stare allegri per quelli che si occuparono di lui, come me ad esempio, dato che mia sorella aveva da fare con i piccoli. C'erano fasciature da fare e disfare in continuazione; quindi, se posso prendermi la libertà di suggerirle, signore...
- Le dispiace darmi dei fiammiferi? - chiese l'ospite in tono molto secco. - Si è spenta la pipa.
La signora Hall fu interrotta bruscamente. Era davvero maleducato da parte sua, dopo che lei gli aveva raccontato tutto ciò che aveva fatto. Lo guardò per un attimo a bocca aperta, poi si ricordò delle due sovrane e andò a cercare i fiammiferi.
- Grazie - disse lui brevemente quando glieli ebbe posati davanti; le volse quindi le spalle e ricominciò di nuovo a guardare fuori della finestra. Evidentemente quell'uomo era sensibile a tutto ciò che riguardava operazioni e fasciature.
Dopo tutto la signora Hall non «si era presa la libertà di suggerire nulla». Ma il suo modo di mozzarle la parola in bocca l'aveva irritata, e per Millie quel pomeriggio ci fu burrasca.
L'ospite restò nel salottino fino alle quattro, senza offrire alla signora Hall il minimo appiglio per andarlo a cercare.
Rimase immobile per quasi tutto il tempo, pareva che stesse seduto nell'oscurità che aumentava, fumando alla luce del fuoco, forse sonnecchiando.
Un ascoltatore curioso lo avrebbe potuto sentire attizzare il carbone una volta o due, e per cinque minuti lo si sentì passeggiare per la stanza. Sembrava parlasse da solo. Poi la poltrona scricchiolò quando si sedette di nuovo.
2. LE PRIME IMPRESSIONI DEL SIGNOR TEDDY HENFREY.
Alle quattro era ormai buio. La signora Hall stava armandosi di tutto il suo coraggio per andare a chiedere al suo ospite se voleva un po' di tè, quando entrò nella mescita Teddy Henfrey, l'orologiaio.
- I miei rispetti, signora Hall - disse, - certo che questo tempo è terribile per chi porta scarpe leggere!
Fuori la neve cadeva sempre più fitta.
La signora Hall annuì; quindi notò che egli aveva con sé la borsa. - Già che lei è qui, signor Teddy - disse, - sarei contenta se desse un'occhiata a quel vecchio orologio del salottino. Per funzionare funziona e suona anche bene e forte, ma la lancetta delle ore segna sempre e soltanto le sei.
Lo precedette verso la porta del salottino, bussò ed entrò.
Come aprì la porta vide che l'ospite era seduto sulla sedia davanti al fuoco e sonnecchiava - così almeno pareva - con la testa bendata china su una spalla. La stanza era illuminata solo dal riflesso rosso del fuoco; ogni cosa sembrava più rossastra, confusa e indistinta di quanto lo fosse in realtà perché la signora Hall aveva appena accesa la lampada della mescita e i suoi occhi erano ancora abbagliati. Per un secondo le parve che l'uomo che stava guardando avesse la bocca spalancata, una bocca enorme e incredibile che occupava tutta la parte inferiore del volto. Fu l'impressione di un attimo: la testa bendata di bianco, gli occhiali mostruosi e, più in basso, quell'immenso sbadiglio. Poi egli si scosse, si alzò bruscamente dalla sedia, e sollevò una mano. La signora Hall aprì la porta; quando la stanza fu più illuminata lo vide meglio. Invece di un tovagliolo, ora teneva sul viso una sciarpa. Le ombre, pensò la donna, le avevano giocato un brutto tiro.
- Le dispiace, signore, se quest'uomo dà un'occhiata alla pendola? - disse riprendendosi da quello smarrimento momentaneo.
- Un'occhiata alla pendola? - fece lui guardandosi intorno ancora insonnolito e parlando da dietro la mano; poi, ormai del tutto sveglio: - No, certo - disse.
La signora Hall uscì dalla stanza per prendere una lampada e il forestiero si alzò e si stiracchiò. Poi venne la luce e il signor Teddy Henfrey, entrando, si trovò di fronte quell'uomo bendato. Egli fu, come ora afferma «preso alla sprovvista».
- Buona sera - disse il forestiero osservandolo, come dice il signor Henfrey, dandoci chiaramente l'idea degli occhialoni scuri «come un'aragosta».
- Spero - disse il signor Henfrey, - di non disturbarla.
- Assolutamente no - rispose il forestiero. - Anche se intendo avere questa stanza - disse poi rivolgendosi alla signora Hall - completamente per mio uso privato.
- Pensavo, signore - disse la signora Hall, - che lei preferisse che l'orologio...
- Sicuro - rispose il forestiero, - sicuro; ma generalmente preferisco stare solo e non essere disturbato.
Voltò le spalle al caminetto e mise le mani dietro la schiena.
Dopo - disse, - quando sarà finita la riparazione della pendola, penso proprio che gradirei un tè. Ma non prima che l'orologiaio se ne sia andato.
La signora Hall stava per lasciare la stanza - questa volta non tentò d'iniziare una conversazione perché non voleva essere umiliata davanti al signor Henfrey - quando il suo ospite le chiese se si fosse interessata ai suoi bagagli fermi a Bramblehurst. Gli rispose che aveva accennato la cosa al postino e che il corriere li avrebbe portati l'indomani.
- E' sicura che verrà presto? - chiese. Con freddezza voluta, la signora Hall rispose che ne era certa.
- Ora le spiegherò, cioè, che io sono un ricercatore scientifico; ero troppo stanco e infreddolito per dirglielo prima.
- Davvero, signore? - disse la signora Hall, notevolmente colpita.
- Il mio bagaglio contiene apparecchi e strumenti.
- Sono cose davvero molto utili - disse la signora Hall.
- E, naturalmente, sono ansioso di continuare le mie ricerche.
- Certo, signore.
- Il motivo per cui sono venuto a Iping - egli continuò con tono alquanto deciso - è... il desiderio di solitudine... Non voglio essere disturbato mentre lavoro. Per di più, un incidente...
"Era proprio quello che supponevo" disse tra sé la signora Hall.
- ...mi obbliga a una vita piuttosto ritirata. I miei occhi sono, qualche volta, tanto deboli e mi dolgono tanto, che devo chiudermi al buio, proprio chiudermi. Qualche volta, di tanto in tanto. Ora no, però. In quelle occasioni, il minimo disturbo, l'entrata di un estraneo nella stanza, sono per me una tortura... E' bene che questo sia messo in chiaro.
- Certo, signore - fece la signora Hall, - e se posso osare di chiederle.. .
- Penso che questo sia tutto - disse il forestiero con quel tono pacato e conclusivo che sapeva assumere quando voleva. La signora Hall tenne la sua domanda e la sua comprensione per un'occasione migliore.
Dopo che la padrona ebbe lasciato la stanza, egli rimase in piedi, davanti al fuoco, guardando il signor Henfrey - così dice lui - mentre accomodava l'orologio. Il signor Henfrey lavorava con la lampada vicino, e lo schermo verde di questa gettava una luce brillante sulle sue mani e sulle rotelline e gli ingranaggi dell'orologio lasciando in ombra il resto della stanza. Quando sollevava lo sguardo dal lavoro, macchie colorate gli danzavano davanti agli occhi. Siccome era curioso di natura, aveva smontato molti pezzi - cosa del tutto inutile - con l'intenzione di rimanere più a lungo e forse attaccare discorso con il forestiero. Ma quello rimaneva perfettamente immobile e silenzioso, così immobile che dava ai nervi a Henfrey. A un tratto ebbe la sensazione di essere solo nella stanza e guardò in su: vide, grigia e indistinta, la testa bendata e quelle lenti grandi e scure che lo guardavano intensamente, riflettendo molte macchioline verdi. Era così sconcertante per Henfrey che rimasero a fissarsi per un minuto buono. Poi Henfrey chinò di nuovo lo sguardo. Situazione davvero imbarazzante. Avrebbe voluto dire qualcosa. Chissà se poteva far notare che il tempo era molto freddo, data la stagione?
Guardò in su come per prendere coraggio e iniziare quel discorso introduttivo - Il tempo... - incominciò.
- Ma perché non finisce il suo lavoro e non se ne va? - chiese quella figura rigida che, era chiaro, si trovava in uno stato di collera mal repressa. - Tutto quello che lei deve fare è fissare la lancetta delle ore sul suo... asse. Sta semplicemente facendo un sacco di sciocchezze.
- Certo, signore, ancora un attimo solo. Ho fatto una revisione... - e il signor Henfrey finì e se ne andò.
Ma se ne andò sentendosi molto offeso. "Che sia maledetto", disse tra sé, avviandosi verso il villaggio sotto la neve che continuava a cadere. "Un uomo deve avere il suo tempo per mettere a posto un orologio. Almeno..."
E ancora: "Non ti si può nemmeno guardare? Perbacco!".
Poi: "Pare di no. Se la polizia ti stesse cercando non potresti essere più bendato e coperto".
All'angolo di Gleeson vide Hall, che da poco aveva sposato la padrona della "Coach and Horses" dove alloggiava il forestiero.
Hall, ora, faceva l'autista dei mezzi di trasporto pubblici da Iping, quando qualcuno lo richiedeva, fino a Sidderbridge Junction; ora veniva verso di lui, di ritorno da quel luogo.
Hall, era chiaro, a giudicare dal suo modo di guidare, si era «fermato un po'» a Sidderbridge.
- Come va, Teddy? - chiese passando.
- Hai davvero un tipo strano a casa - disse Teddy.
Hall si fermò con aria molto amichevole: - Che cosa c'è? chiese.
- Alla "Coach and Horses" si è fermato uno strano cliente davvero! - disse Teddy.
E proseguì dando a Hall una viva descrizione dell'ospite grottesco di sua moglie. - Sembra un po' un travestimento, no?
Vorrei vederla, la faccia di un uomo che si ferma a casa mia disse Henfrey. - Ma le donne sono sempre fiduciose... quando ci sono di mezzo i forestieri. Quello si è preso le vostre stanze e non ha nemmeno dato il suo nome, Hall.
- Non devi parlare così - disse Hall che era un uomo piuttosto tranquillo.
- Sì - disse Teddy, - entro la settimana. Chiunque sia, devi sbarazzarti di quel tipo entro una settimana. Poi ha un sacco di bagagli che arrivano domattina. Speriamo non ci sian sassi, nelle valigie.
Egli raccontò poi a Hall come sua zia a Hasting fosse stata truffata da uno straniero con le valigie vuote. In un modo o nell'altro, riuscì a rendere un po' sospettoso Hall. - Su, vecchia mia - disse Hall. - Credo che dovrò vederci chiaro io.
Teddy riprese la sua strada con il cuore molto più leggero.
Comunque Hall, «invece di vederci chiaro», al suo ritorno fu severamente rimproverato dalla moglie perché aveva perso troppo tempo a Sidderbridge. Alle timide domande che fece, sua moglie rispose brusca, in modo non esauriente. Ma il seme del sospetto che Teddy aveva instillato nel cervello del signor Hall, germinava a dispetto della disapprovazione della moglie. - Tu non sai tutto - disse il signor Hall, deciso a sapere qualcosa di più sulla personalità dell'ospite, alla prima occasione che si fosse presentata. E dopo che il forestiero era andato a letto- verso le nove e mezzo - il signor Hall andò con aria aggressiva nel salotto e guardò attentamente i mobili di sua moglie, per far vedere che il forestiero non era il padrone lì dentro e scrutò con certo disprezzo un foglio pieno di calcoli aritmetici che il forestiero aveva lasciato lì. Quando andò a dormire, disse alla moglie di guardare molto attentamente i bagagli che sarebbero arrivati la mattina seguente.
- Bada agli affari tuoi, Hall - rispose la signora Hall, - ai miei ci so pensare da sola.
Era tanto più incline a maltrattare suo marito perché il forestiero era, senza dubbio, un ospite strano ed ella dentro di sé non era affatto tranquilla nei suoi riguardi. Nel cuore della notte si svegliò di soprassalto, perché sognava di essere inseguita da grandi teste bianche, simili a rape, dritte su un collo interminabile e con enormi occhi neri. Siccome era una donna ragionevole, soffocò i suoi terrori e tornò di nuovo a dormire.
3. LE MILLE E UNA BOTTIGLIA.
Accadde così che il 9 febbraio, all'inizio del disgelo, lo strano individuo piombò da chissà dove sul villaggio di Iping.
Il giorno seguente, giunse tra la melma il suo bagaglio: senza dubbio era un bagaglio piuttosto imponente. C'erano, per la verità, due bauli, come potrebbe avere qualunque persona normale; ma in più c'era una cassa di libri libri grossi e pesanti, qualcuno dei quali scritto in modo incomprensibile - e una dozzina o più tra ceste, scatole e casse contenenti oggetti imballati con la paglia: bottiglie di vetro - pensava Hall mentre strappava, pieno di curiosità ma con aria indifferente, ciuffi di paglia. Il forestiero, imbacuccato con cappello, guanti, cappotto e sciarpa, uscì impaziente incontro al carretto di Fearenside, mentre Hall buttava là qualche parola di un discorso introduttivo, per far sapere che avrebbe dato una mano a trasportare i bagagli. Il forestiero uscì, senza accorgersi del cane di Fearenside che nel frattempo stava annusando con intendimento da conoscitore le gambe di Hall.
- Forza con quelle scatole! - esclamò il forestiero. - Ho aspettato già abbastanza.
Scese i gradini per andare verso la parte posteriore del carretto, come se volesse prendere la cassa più piccola.
Non appena, però, il cane di Fearenside lo vide, drizzò il pelo e incominciò a ringhiare ferocemente e, quando l'uomo scese i gradini, la bestia fece un salto improvviso e si slanciò contro la sua mano. - Ehi! - urlò Hall saltando indietro, perché con i cani non si sentiva un eroe. Fearenside gridò: - A cuccia! facendo schioccare la frusta.
I denti del cane avevano lasciato la mano e si sentì il rumore di un calcio. Il cane saltò da un lato e si avventò contro la gamba del forestiero; gli astanti udirono il rumore dei pantaloni che si rompevano. Poi la punta della frusta di Fearenside raggiunse il bersaglio e il cane, mugolando di paura, si rifugiò sotto le ruote del carro. Fu cosa di mezzo minuto.
Nessuno parlava, tutti gridavano. Il forestiero si guardò subito il guanto rotto e la gamba; si mosse come se volesse chinarsi ad osservarla meglio, poi si voltò e si precipitò su per i gradini, nella locanda. Gli altri lo sentirono correre lungo il corridoio e salire le scale senza passatoia fino alla sua camera.
- Brutta bestiaccia! - gridò Fearenside, scendendo dal carro con la frusta in mano, mentre il cane lo guardava fra le ruote.
- Vieni qui! - disse Fearenside. - E' meglio per te se vieni fuori.
Hall era rimasto a bocca aperta. - E' stato morso - disse, sarebbe bene che andassi a vedere. - E corse dietro al forestiero. Nel corridoio incontrò la signora Hall e le comunicò: - Il cane del carrettiere l'ha morso.
Poi, salì difilato le scale e, poiché la porta della camera del forestiero era accostata, la spinse; stava entrando senza tante cerimonie, poiché si sentiva molto comprensivo.
La cortina era abbassata e la stanza era immersa nella semioscurità Hall ebbe l'impressione di vedere una cosa molto strana: un braccio senza mano che si muoveva verso di lui e un volto bianco con tre macchie indefinite, molto simile a una pallida viola del pensiero. Poi ricevette un colpo violento sul petto, fu sbalzato indietro e la porta gli fu sbattuta in faccia e chiusa a chiave. Accadde tutto così rapidamente, che non ebbe nemmeno il tempo di capirci qualcosa. Un ondeggiare di forme indecifrabili, un colpo e una spinta, e ora si trovava sul pianerottolo buio chiedendosi che cosa mai fosse ciò che aveva visto.
Dopo due minuti buoni, il signor Hall raggiunse il gruppetto che si era fermato davanti alla locanda. Fearenside stava raccontando tutta la faccenda per la seconda volta, mentre la signora Hall gli diceva che il suo cane non aveva alcun diritto di morderle i clienti. Huxter, che aveva un negozio di articoli vari sopra la strada principale, guardava con aria interrogativa e Sandy Wadgers, il fabbro, aveva assunto l'aria di un giudice.
C'erano poi donne e bambini, e tutti dicevano un mucchio di sciocchezze: «Io non mi lascerei mordere, no davvero»; «non è giusto tenere cani del genere»; «dove lo ha morso e perché?» e cose simili.
Il signor Hall, che li guardava dai giardini e li ascoltava, quasi non credeva nemmeno più di aver visto le cose strane su di sopra. Inoltre, il suo vocabolario era troppo limitato per esprimere appieno le sue impressioni.
- Non vuole aiuti - disse in risposta allo sguardo interrogativo della moglie, - faremo meglio a portare dentro il suo bagaglio.
- Dovrebbe invece farsi cauterizzare subito la ferita - disse il signor Huxter, - specialmente se è molto infiammata.
- Io sparerei a quella bestiaccia; ecco che cosa farei! disse una donna in mezzo al gruppo.
All'improvviso, il cane cominciò a ringhiare di nuovo.
- Avanti - gridò una voce irosa dalla porta. Era il forestiero tutto imbacuccato, con il colletto rialzato e la falda del cappello abbassata. - Prima portate dentro quella roba, più ve ne sarò grato. - Un anonimo spettatore sostiene che si era già cambiato pantaloni e guanti.
- E' stato ferito, signore? - chiese Fearenside. - Mi dispiace tanto che il cane...
- No, per niente - rispose il forestiero, - non mi ha nemmeno fatto un graffio. Avanti con quella roba! Su!
Poi, incominciò ad imprecare fra sé: così, almeno, asserisce il signor Hall.
Appena la prima cassa fu portata, secondo i suoi ordini, nel salottino, il forestiero vi si precipitò sopra con straordinaria impazienza e incominciò ad aprirla, spargendo la paglia da tutte le parti, senza alcun riguardo per il tappeto della signora Hall. Incominciò a tirare fuori delle bottiglie: piccole bottiglie panciute contenenti polveri, bottiglie strette piene di liquidi colorati e bianchi, bottiglie azzurre di un vetro sottile con l'etichetta «veleno», bottiglie con grandi pance e colli stretti, grosse bottiglie di vetro verde e di un vetro bianco, bottiglie con tappi di cristallo ed etichette di vetro smerigliato, bottiglie con bei turaccioli, con tappi di sughero e tappi di legno, bottiglie da vino e da olio. Le mise in fila sopra il piano della credenza, sulla mensola del camino, sulla tavola, sotto la finestra, sul pavimento, sullo scaffale per i libri: dappertutto. La farmacia di Bramblehurst non ne poteva vantare nemmeno la metà. Cassa dopo cassa, uscirono bottiglie all'infinito, finché tutte e sei rimasero vuote e sulla tavola ci fu un mucchio di paglia. Le sole cose che uscirono dalle casse, oltre le bottiglie, furono un buon numero di provette e una bilancia imballata con cura.
Appena le casse furono vuotate, il forestiero andò alla finestra e si mise al lavoro, senza badare alla paglia e al fuoco che si era spento, e disinteressandosi sia della cassa dei libri che era rimasta fuori sia dei bauli e degli altri bagagli che erano arrivati.
Quando la signora Hall gli portò il pranzo, era così preso a far gocciolare dei liquidi dalle bottiglie nelle provette, che non si accorse di lei fino a che la donna non ebbe spazzato via dalla tavola quasi tutta la paglia, per poterci posare il vassoio - con un po' di vigore, forse - vedendo lo stato del pavimento. Allora voltò a metà il capo e subito lo rigirò. Ma la donna vide che si era tolto gli occhiali - infatti erano sulla tavola vicino a lui - e le sembrò che le sue orbite fossero straordinariamente profonde. Il forestiero si rimise gli occhiali, poi si voltò e l'affrontò. La signora Hall stava per lamentarsi della paglia sul pavimento quando egli la prevenne.
- Vorrei che lei non entrasse senza bussare - disse, con quel tono di eccessiva esasperazione che sembrava ormai quasi una sua caratteristica .
- Ho bussato, ma vuol dire che...
- Può anche essere. Ma durante i miei esperimenti, che in realtà sono molto urgenti e necessari, il minimo disturbo, una porta che si apre... devo chiederle quindi...
- Certo, signore. Però può chiudersi anche a chiave se vuole, sa? Quando le fa comodo.
- Ottima idea - rispose.
- Tutta questa paglia, signore... se potessi permettermi di farle notare...
- Lasci stare. Se la paglia le dà fastidio la metta in conto. E borbottò rivolto a lei qualche parola che aveva tutta l'aria di un'imprecazione.
Quell'uomo era così strano, mentre se ne stava, aggressivo e vicino a esplodere, con una bottiglia in mano e una provetta nell'altra, che la signora Hall ne fu davvero impaurita. Ma, poiché era una donna risoluta, disse: - In questo caso, vorrei sapere signore, quanto pensa che io.
- Uno scellino. Segni pure uno scellino. Penso che basti, no?
- Sì, sì! - rispose la signora Hall, prendendo la tovaglia e cominciò a stenderla sulla tavola. - Se per lei va bene, naturalmente...
Il forestiero si girò e sedette mostrandole solo il colletto della giacca.
Lavorò per tutto il pomeriggio con la porta chiusa a chiave come afferma la signora Hall - quasi sempre in silenzio. Ma una volta ci fu un colpo e un tintinnio di bottiglie, come se la tavola fosse stata colpita; poi si udì il rumore di vetri buttati con violenza per terra e passi rapidi in su e in giù per la stanza. Chiedendosi un po' intimorita quale ne fosse il motivo, la padrona andò alla porta e rimase a origliare senza bussare.
- Non posso continuare così! - stava delirando quello. - Non posso più continuare così! Trecentomila, quattrocentomila! E' troppo! E' una truffa! Mi ci vuole tutta una vita!... Pazienza!
Ci vuole davvero pazienza! Pazzo che sono! Pazzo!
La signora Hall udì poi un rumore di scarpe con chiodi sui mattoni della mescita e a malincuore dovette perdere il resto del soliloquio. Quando ritornò di sopra, la stanza era di nuovo silenziosa, salvo il leggero scricchiolio di una sedia e ogni tanto il tintinnio di una bottiglia. Tutto era finito. Il forestiero aveva ripreso il suo lavoro.
Quando la signora Hall gli portò il tè, vide un bicchiere rotto nell'angolo sotto lo specchio concavo e una macchia color oro accuratamente ripulita. Allora glielo fece notare.
- Lo metta in conto - saltò su il cliente. - Per amor di Dio, non mi secchi! Se ci sono danni, li metta in conto. - E continuò a consultare un elenco nel quaderno che aveva davanti.
- Ho qualcosa da dirvi - incominciò Fearenside con aria misteriosa. Era già quasi sera e si trovavano nella piccola birreria di Iping Hanger.
- Ebbene? - domandò Teddy Henfrey.
- Quel tizio di cui state parlando, quello morso dal mio cane; bene... è nero o almeno lo sono le sue gambe.
- Ho guardato attraverso lo strappo dei pantaloni e del guanto.
Mi aspettavo di vedere del rosa: non è naturale? Bene, non ce n'era. Era vuoto. Potrei giurare che è nero come il mio cappello.
- Mio Dio! - esclamò Henfrey, - è un caso strano davvero. Il suo naso è tanto rosa che sembra dipinto.
- E' vero - disse Fearenside, - lo so. Ed ora vi dirò ciò che penso. Quell'uomo è pezzato, Teddy, nero da qualche parte e bianco da qualche altra, a macchie. E lui se ne vergogna: è una specie di meticcio, ma il colore, invece di mischiarsi, è venuto fuori a macchie. Ho già sentito qualcosa del genere. D'altronde succede la stessa cosa ai cavalli, come sapete tutti, no?
4. IL SIGNOR CUSS HA UN ABBOCCAMENTO CON IL FORESTIERO.
Ho già descritto piuttosto dettagliatamente i particolari dell'arrivo del forestiero a Iping, in modo che i lettori possano comprendere la strana impressione che fece. Ma, a parte due strani incidenti durante la sua permanenza fino alla giornata eccezionale della festa del club, non accadde nulla di particolare. Ci fu un certo numero di scaramucce con la signora Hall per fatti riguardanti la disciplina domestica, ma in ogni caso, fino ad aprile inoltrato - quando incominciavano a farsi vedere i primi segni di mancanza di denaro - il forestiero sistemò sempre tutto con il semplice espediente dei pagamenti extra. Hall non lo aveva in simpatia e, appena ne trovava il coraggio, consigliava a sua moglie di sbarazzarsi di lui. Di solito, però, mostrava la sua antipatia ignorando ed evitando ostentatamente il cliente, appena gli era possibile. - Aspetta fino a quest'estate - diceva saggiamente la signora Hall, quando incominceranno a venire gli artisti, poi vedremo. Può anche darsi che sia un po' prepotente, ma i conti pagati con puntualità sono sempre una bella cosa, checché tu ne dica.
Il forestiero non andava in chiesa e per lui non c'era davvero nessuna differenza fra la domenica e i giorni lavorativi, anche per quanto riguardava gli abiti. Lavorava, come pensava la signora Hall, in modo molto irregolare. Qualche volta si alzava presto ed era continuamente occupato. Altri giorni si alzava tardi, camminava per la stanza, brontolava adirato per ore intere, fumava e dormiva nella poltrona vicino al camino. Non aveva rapporti con il mondo fuori del villaggio. Il suo umore era sempre molto incostante: si comportava quasi sempre come uno che subisca continui e intollerabili soprusi e, una volta o due, sbatté via, lacerò, schiacciò o ruppe, in terribili accessi di violenza, tutto ciò che aveva intorno. Mantenne sempre l'abitudine di parlare da solo a bassa voce e la signora Hall, nonostante ascoltasse sempre coscienziosamente, non riuscì mai a capire il senso di ciò che udiva.
Usciva raramente di giorno ma al crepuscolo andava fuori imbacuccato in modo inverosimile, sia che facesse caldo sia che facesse freddo, e sceglieva i sentieri più solitari e più ombreggiati da alberi o da muri. Quei suoi grandi occhiali e la faccia spettrale tutta bendata, sotto la gran falda del cappello, sbucarono una volta, all'improvviso e producendo un'impressione piuttosto sgradevole, davanti a due operai che tornavano a casa. Una sera, alle nove e mezzo, Teddy Henfrey, precipitandosi fuori di "Scarlet Coat", si prese un grande spavento vedendo quella testa simile a un teschio - il forestiero camminava con il cappello in mano - illuminata dalla luce improvvisa che usciva dalla porta aperta della taverna.
Alcuni bambini che lo videro al calar della notte si sognarono di spettri: non si sa se egli detestasse i bambini più di quanto essi detestavano lui, o viceversa. Di certo, comunque, c'era un odio piuttosto forte da entrambe le parti.
Era inevitabile che una persona dall'aspetto e dal comportamento tanto sorprendenti, diventasse argomento di conversazione frequente in un villaggio come Iping. C'erano opinioni diverse sul suo lavoro. La signora Hall era suscettibile su quel punto.
Quando la interrogavano, rispondeva subito che il forestiero faceva «ricerche scientifiche», sillabando con cura le parole come chi tema di essere preso in trappola. Quando le si chiedeva che genere di ricerche facesse, rispondeva con aria di superiorità che la maggior parte della gente istruita sapeva già queste cose, poi spiegava che egli «scopriva le cose». Il suo cliente aveva avuto un incidente, aggiungeva, che momentaneamente gli aveva scolorito le mani e il viso, e, poiché era un tipo sensibile, detestava dare pubblicità al fatto.
Quando la signora Hall non era presente, quasi tutti erano concordi nel sostenere un altro punto di vista, e cioè, che fosse un criminale che cercava di sfuggire alla giustizia, nascondendosi, così imbacuccato, agli occhi della polizia.
Quest'idea era uscita dal cervello del signor Teddy Henfrey.
Comunque, a quanto si sapeva, non erano stati commessi crimini importanti verso la metà o la fine di febbraio. Il signor Gould, supplente alla National School, aveva, invece, elaborato la teoria che il forestiero fosse un anarchico travestito che preparava esplosivi. Decise perciò che avrebbe incominciato a investigare sulla faccenda, appena ne avesse avuto il tempo.
L'investigazione consisteva soprattutto nel guardare bieco il forestiero ogni volta che si incontravano, o nel porre domande a gente che non aveva mai neppure visto il forestiero. Ma non scoprì niente.
Un'altra corrente seguiva l'opinione del signor Fearenside e accettava l'ipotesi del mulatto o qualcosa del genere. Ad esempio, si sentì Silas Durgan asserire: «Se quello volesse mostrarsi alle fiere, si farebbe una fortuna in due minuti»; e, poiché si piccava di conoscere un po' la teologia, paragonò il forestiero all'uomo con un talento. Tuttavia, un altro gruppo spiegava tutta la faccenda considerando il forestiero un pazzo innocuo. Spiegazione che aveva il vantaggio di definire completamente l'intera questione. Tra tutti questi gruppi, c'erano ondeggiamenti e compromessi. La gente del Sussex non è molto superstiziosa e fu solo dopo gli eventi dei primi di aprile che nel villaggio si cominciò a parlare di «soprannaturale». Anche allora, però, questa congettura ebbe credito solo tra le donne.
Ma, ogni volta che pensava a lui, la gente di Iping era tutta d'accordo nell'essergli ostile. La sua irritabilità, sebbene potesse essere compresa da uno studioso di città, era sempre una cosa sorprendente per questi tranquilli paesani del Sussex. Quel gesticolare frenetico che ogni tanto vedevano, il passo veloce durante la notte che lo portava in giro alla ricerca di angoli tranquilli, quel suo modo inumano di bloccare ogni tentativo di curiosità, il gusto per l'oscurità che gli faceva chiudere le porte, tirar giù le tende, spegnere le candele e le lampade: chi poteva approvare tale comportamento? I paesani si tiravano da parte quando passava per il villaggio e, una volta andato, i giovani spiritosi alzavano il bavero, abbassavano la falda del cappello e camminavano nervosamente dietro di lui, imitando la sua andatura piena di mistero. In quel periodo furoreggiava una canzone dal titolo "L'orco". L'aveva cantata la signorina Satchell al concerto della scuola, per la raccolta di fondi «pro lampade della chiesa»; se uno o due abitanti del villaggio si trovavano insieme quando compariva il forestiero, fischiettavano in modo più o meno acuto qualche pezzo del ritornello di questa canzone. Anche i bimbetti ritardatari gli gridavano dietro «orco!» e filavano via, tremanti ed esultanti.
Cuss, il medico condotto, era divorato dalla curiosità. Le bende eccitavano il suo interesse professionale e le chiacchiere sulle mille e una bottiglia avevano fatto sorgere in lui anche invidia e rispetto. Per tutto aprile e maggio cercò qualche pretesto per parlargli, e, alla fine, verso Pentecoste, non resistette più.
Si aggrappò alla scusa di una sottoscrizione per un'infermiera residente al villaggio. Fu molto sorpreso quando scoprì che la signora Hall non conosceva il nome del suo cliente.
- Un nome me lo ha dato - disse la signora Hall (asserzione questa del tutto falsa), - ma non credo di averlo sentito bene.- E intanto capiva che poteva sembrare molto sciocco non conoscere il nome di quell'uomo.
Cuss bussò alla porta del salottino ed entrò. Dall'interno gli giunse distintamente un'imprecazione.
- Scusi la mia intrusione - disse Cuss che poi chiuse la porta tagliando fuori la signora Hall dal resto della conversazione.
Per i dieci minuti seguenti ella poté udire solo dei bisbigli, poi sentì un grido di sorpresa, uno scalpiccio di piedi, una sedia buttata di lato, una risata che pareva un latrato, passi veloci che venivano verso la porta... e infine apparve Cuss, con il viso bianco come un cencio, che si guardava dietro le spalle.
Lasciò la porta aperta dietro di sé e, senza guardare la signora Hall, si precipitò attraverso l'atrio, fece i gradini di corsa e continuò a correre anche per la strada. Aveva ancora il cappello in mano. La donna rimase dietro il banco della mescita, guardando la porta aperta del salottino. Poi udì la risata soddisfatta del forestiero e lo sentì camminare nella stanza. Da dove stava, non poteva vederlo in faccia. Poi la porta del salottino sbatté e tutto fu di nuovo silenzioso.
Cuss andò difilato al villaggio da Bunting, il vicario.
- Sono pazzo? - incominciò improvvisamente, appena entrò nel piccolo studio, - sembro forse un pazzo?
- Che cos'è accaduto? - chiese il vicario mettendo un «ammonite» sui fogli sparsi del suo sermone pronto.
- Quel tizio alla locanda...
- Sì?
- Mi dia qualcosa da bere - disse Cuss e sedette. Quando si fu calmato i nervi con un bicchiere di sherry scadente - la sola bevanda che il povero vicario si poteva permettere - Cuss raccontò la visita che aveva appena fatto.
- Sono entrato - disse con il fiato mozzo, - e ho incominciato con il chiedergli di sottoscrivere la richiesta per i fondi pro infermiera. Quello intanto aveva messo le mani in tasca non appena ero entrato e si era seduto molto comodamente sulla sedia. Tirava su con il naso. Gli ho detto che avevo saputo del suo interesse per la scienza e lui mi ha risposto di sì, poi ha tirato di nuovo su con il naso. Continuava a tirar su con il naso; penso proprio che in questi ultimi giorni si sia preso un raffreddore terribile. Del resto non c'è da meravigliarsene, sempre tutto imbacuccato a quel modo. Gli ho spiegato la faccenda dell'infermiera e per tutto il tempo ho tenuto gli occhi bene aperti. Bottiglie e prodotti chimici ovunque. Bilancia e provette sugli scaffali e un odore di primule. Dunque, voleva sottoscrivere? Mi ha risposto che ci avrebbe pensato. Di punto in bianco, gli ho chiesto se stava facendo qualche ricerca, e lui mi ha risposto di sì. Una ricerca lunga? «Una ricerca maledettamente lunga», mi ha detto irritato; insomma, incominciava, per così dire, a sbottonarsi. «Sì?» gli ho detto io. E ha cominciato a lamentarsi. Quell'uomo era gonfio e la mia domanda era arrivata proprio a puntino. Gli era stata data una ricetta - una ricetta molto importante - ma non voleva dire che cosa. Era una formula medica? «Al diavolo pure lei! Ma di cosa si vuole impicciare?» mi ha detto. Io mi sono scusato. Lui ha tirato su con il naso in modo molto dignitoso e ha tossito. Poche parole. Ormai l'aveva detta: cinque ingredienti. Ha appoggiato il foglio e ha voltato il capo. Una folata di vento dalla finestra ha sollevato il foglio... un movimento rapidissimo, un sibilo e un fruscio. Lavorava in una stanza con il caminetto scoperto, mi ha fatto notare. S'è vista la fiamma guizzare e la formula è bruciata mentre la cenere si alzava su per la camera, così!
In quel momento, per sottolineare il discorso, ha alzato un braccio.
- E allora?
- Non aveva la mano. La manica era vuota. «Mio Dio!» mi sono detto, «questa sì che è una deformità! Porterà un braccio ortopedico» pensavo, «e se lo è tolto.» Poi, ho visto che c'era qualcosa di strano in tutto questo. Che cosa mai può tenere quella manica alzata e aperta, se dentro non c'è niente? E, guardi, non c'era proprio niente, gliel'assicuro! Niente di niente fino all'articolazione. Infatti ho potuto vedere fino al gomito perché filtrava della luce da uno strappo nella stoffa.
«Dio buono!» dissi. Allora, quello si è fermato. Ha guardato con quei suoi grandi occhi vacui prima me e poi la sua manica.
- E allora?
- E' tutto. Non diceva una parola, guardava, poi si è rimesso subito la mano in tasca. «Stavo dicendo» continuò poi con un colpo di tosse, «che la formula bruciava, no?» «Ma mi dica: come può muovere una manica vuota come quella?» ho fatto io. «Una manica vuota?» «Sì» dissi «una manica vuota!» «Ah! E' una manica vuota, vero? Lei ha visto che la manica era vuota?» Si è alzato di colpo in piedi. Anch'io mi sono alzato. Quello è venuto verso di me con tre lunghissimi passi e mi si è fermato vicino. Ha tirato su con il naso in modo tale che sembrava un serpente. Non mi sono mosso, anche se, perbacco, quella massa vivente e quei paraocchi farebbero innervosire l'uomo più pacifico. «Lei ha detto che la manica era vuota?» chiese ancora il forestiero.
«Sì!» feci io. Guardare senza parlare un uomo con il volto scoperto e senza occhiali fa già venire i brividi. Con grande calma quello ha tirato fuori di nuovo la mano dalla tasca e ha alzato il braccio verso di me, come se volesse mostrarmelo ancora una volta. Ha fatto questo, con molta, molta lentezza. Io lo guardavo. Mi è sembrato che passasse un secolo. «Ebbene?» chiesi, schiarendomi la gola, «non c'è niente dentro.» Bisognava dire qualcosa. Stavo cominciando ad avere paura. Potevo vedere proprio dentro a quella manica. Egli l'ha alzata verso di me, piano piano - proprio come adesso faccio io - fino a che il polsino è arrivato a un quindici centimetri dal mio viso. Fa senso vedere una manica vuota che si alza verso di te... così! E poi...
- E poi?
- Qualcosa, mi sembrava proprio un indice e un pollice, mi ha stretto il naso.
Bunting incominciò a ridere.
- Ma non c'era niente lì! - disse Cuss, e la sua voce si era alzata acutissima sulla parola «lì». - Per lei è facile ridere, ma le assicuro che sono rimasto così sconcertato, che ho colpito con gran forza il polsino, mi sono girato e sono uscito a precipizio dalla stanza... L'ho lasciato lì...
Cuss s'interruppe. Non c'era da dubitare sulla sincerità del suo terrore. Si girò con aria afflitta e prese un secondo bicchierino dello sherry scadentissimo di quell'eccellente vicario.
- Quando ho colpito il polsino - continuò Cuss, - le assicuro che mi è parso proprio di colpire un braccio. Eppure lì il braccio non c'era! Non c'era neppure l'ombra di un braccio.
Ii signor Bunting ci pensò un po' su. Sembrava alquanto incredulo nei confronti di Cuss. - E' una storia interessantissima - disse in tono saggio e grave. - Sì, è davvero una storia molto interessante - disse ancora con il tono enfatico di un giudice.
5. FURTO AL VICARIATO.
La narrazione del furto al vicariato ci viene principalmente dal vicario e da sua moglie. Avvenne nelle prime ore del lunedì di Pentecoste, il giorno che a Iping è dedicato alla festa del club. La signora Bunting - sembra - si svegliò all'improvviso, nel silenzio che precede l'alba, con la netta sensazione che la porta della camera da letto fosse stata aperta e chiusa.
Dapprima non svegliò suo marito, ma sedette sul letto in ascolto. Poi sentì distintamente il tonfo di piedi nudi che uscivano dallo spogliatoio attiguo e attraversavano il corridoio avviandosi verso la scala. Appena ne ebbe la certezza, svegliò il reverendo signor Bunting il più dolcemente possibile. Il reverendo non accese la luce, ma, infilatisi occhiali, vestaglia e pantofole, uscì sul pianerottolo ad ascoltare. Sentì molto distintamente armeggiare al piano di sotto, nello studio, vicino alla scrivania. Poi udì un sonoro starnuto.
Allora, tornò in camera, si armò dell'arma più logica, l'attizzatoio, e discese la scala cercando di fare meno rumore possibile. La signora Bunting, intanto, si portò sul pianerottolo.
Erano circa le quattro e le ombre della notte stavano svanendo.
Nell'ingresso c'era un debole chiarore, ma il vano della porta che dava nello studio era completamente buio. Tutto era silenzioso e immobile, a parte il debole scricchiolio delle scale sotto i passi del signor Bunting e il leggero rumore che veniva dallo studio. Poi si udì un colpo secco, come di un cassetto che si apre, e un fruscio di carte. Si sentì un'imprecazione, fu acceso un fiammifero e lo studio fu immerso in una luce giallastra. Il signor Bunting era ormai nell'ingresso e, attraverso uno spiraglio della porta, poteva vedere la scrivania con una candela accesa sopra e il cassetto aperto. Ma non vedeva il ladro. Il reverendo rimase nell'ingresso, indeciso sul da farsi; la signora Bunting, pallida e tesa, scese lentamente le scale verso di lui. Una cosa diede un po' di coraggio al signor Bunting: la convinzione che il ladro doveva essere senz'altro uno del paese.
I due udirono un tintinnio di monete e ne dedussero che il ladro aveva trovato la loro riserva aurea per le spese di casa, in tutto due sterline e dieci scellini, in monete da mezza sovrana.
Questo rumore spinse il signor Bunting all'azione. Tenendo ben fermo in mano l'attizzatoio, si precipitò nella stanza seguito dalla moglie.
- Mani in alto! - gridò il reverendo con tono impavido. Poi si fermò sbalordito. Lo studio sembrava completamente vuoto.
Tuttavia l'impressione di aver udito proprio in quel momento qualcuno muoversi in quella stanza era ormai diventata certezza.
Per mezzo minuto circa, i due rimasero senza fiato, poi la signora Bunting attraversò la stanza e guardo dietro il paravento, mentre il marito, spinto dallo stesso impulso, si piegava a guardare sotto la scrivania. La signora Bunting andò dietro le tende della finestra e il reverendo guardò su per la cappa del camino frugandovi dentro con l'attizzatoio. La signora Bunting rovistò nel cestino della carta straccia e il signor Bunting aprì il portello della carboniera. Infine, si fermarono tutti e due e rimasero a fissarsi con sguardo interrogativo.
- Avrei giurato che... - disse il reverendo. - La candela! continuò. - Chi ha acceso la candela?
- Il cassetto! - esclamò sua moglie. - Il denaro è scomparso!
Corse alla porta.
- Di tutti i casi straordinari...
Ci fu un altro sonoro starnuto nel corridoio. Si precipitarono fuori e, mentre correvano, la porta della cucina sbatté.
- Porta la candela! - disse il signor Bunting e fece strada.
Poi sentirono tirare in fretta il catenaccio.
Il reverendo aprì la porta della cucina e vide, dal retrocucina, la porta posteriore aprirsi in quel momento: la debole luce dell'alba rivelava la massa scura del giardino. Era più che certo che nulla uscì dalla porta. Questa si aprì; rimase spalancata per un attimo, poi si chiuse di colpo. Quando sbatté, la fiamma della candela che la signora Bunting stava portando dallo studio guizzò. Dopo un momento essi entrarono in cucina.
La stanza era vuota. I due si affrettarono verso la porta posteriore, esaminarono accuratamente la cucina, la dispensa e il retrocucina. Poi andarono anche in cantina. Per quanto cercassero, nella casa non poterono trovare anima viva. La luce del giorno sorprese il vicario e sua moglie - una coppia straordinariamente equilibrata - ancora pensosi, a pianterreno, alla luce ormai inutile di una candela sgocciolante.
- Di tutti i fatti straordinari... - incominciò per la ventesima volta il vicario.
- Mio caro - disse la signora Bunting, - Susie sta scendendo.
Aspettiamo che entri in cucina e poi sgattaioliamo di sopra.
6. I MOBILI IMPAZZISCONO.
Nelle prime ore del lunedì di Pentecoste, prima che Millie fosse buttata giù dal letto, il signore e la signora Hall si alzarono e andarono senza far rumore in cantina. Era una faccenda privata e aveva qualcosa a che fare con la gradazione alcoolica della loro birra.
Erano appena scesi in cantina, quando la signora Hall si accorse che si era dimenticata di prendere una bottiglia di salsapariglia che era rimasta in camera. Siccome era lei che dirigeva, e la più esperta nella faccenda, fu Hall che, molto correttamente, salì a prenderla.
Sul pianerottolo fu sorpreso di vedere che la porta della camera del forestiero era accostata. Ma andò in camera sua e vi trovò la bottiglia come gli era stato detto.
Quando scese al piano di sotto, notò che il catenaccio del portone era stato tolto e la porta era chiusa solo con la maniglia. Per un'ispirazione improvvisa, collegò questo fatto alla stanza del forestiero e alle supposizioni di Teddy Henfrey.
Ricordava chiaramente di aver tenuto la candela mentre la signora Hall, la sera prima, tirava il catenaccio. Allora si fermò ansante e, con la bottiglia ancora in mano, tornò di sopra. Bussò alla porta della camera del forestiero. Non ricevette risposta. Bussò ancora; poi spinse la porta, la aprì completamente ed entro.
Come aveva immaginato, la stanza era vuota e così il letto.
Inoltre - cosa più strana ancora, anche per una mente poco acuta come la sua - sulla spalliera del letto e sulla sedia erano sparsi tutti i vestiti del suo cliente, i soli che egli gli avesse mai visto addosso, e le bende.
- Persino il gran cappello floscio era infilato in bella mostra su un pomo della spalliera del letto.
Mentre stava lì, il signor Hall udì la voce di sua moglie salire fino a lui dalla profondità della cantina, con quel rapido crescendo, in tono interrogativo, che culmina in una nota acuta nelle ultime parole con cui i paesani del Sussex occidentale usano indicare una forte impazienza. - George! Che cosa diavolo stai facendo?
Quando la udì, si girò e corse da lei.
- Jenny - disse dalla ringhiera delle scale che portavano in cantina, - è vero ciò che ha detto Henfrey. Quello non è più in camera sua; non c'è più. Il portone di casa è senza catenaccio!
Sul momento la signora Hall non capì, ma decise subito di andare a vedere la camera con i suoi occhi. Hall, con la bottiglia ancora in mano, si avviò per primo. - Se non c'è lui - disse, - ci sono però i suoi vestiti. E che cosa va a fare in giro senza vestiti? E' una faccenda molto strana.
Mentre salivano i gradini della cantina, entrambi - come si seppe più tardi - credettero di aver sentito aprire e chiudere il portone; ma, vedendo che era chiuso e che non c'era niente, per il momento nessuno dei due disse una parola. Nel corridoio, la signora Hall superò suo marito e corse su per prima. Qualcuno starnutì sulla scala. Hall, che seguiva sua moglie a sei gradini di distanza, pensò che fosse stata lei a starnutire; la donna, che era davanti a lui, ebbe l'impressione che avesse starnutito suo marito. La signora Hall spalancò la porta e rimase a contemplare la stanza. - E' proprio strano! Davvero!
Sentì tirare su con il naso proprio dietro alla sua testa almeno così le sembrava - e, giratasi, rimase meravigliata quando si accorse che Hall era ancora sull'ultimo gradino della scala a circa tre metri da lei. Ma in un attimo egli le fu vicino. La donna si chinò, mise una mano sul cuscino, poi sotto le coperte.
- Fredde - disse; - si è alzato un'ora fa o forse prima.
Mentre faceva questo, accadde la cosa più straordinaria del mondo: le coperte si riunirono in mucchio, si alzarono improvvisamente facendo una punta e poi saltarono di colpo sulla ringhiera del letto. Era come se una mano le avesse afferrate al centro e poi buttate lontano. Subito dopo, il cappello del forestiero saltò giù dal pomo del letto, fece un volo per aria e, disegnando un cerchio quasi completo, andò a colpire proprio in pieno viso la signora Hall. Poi, altrettanto in fretta, arrivò la spugna del lavabo e la sedia; gettando via senza alcun riguardo la giacca e i pantaloni del forestiero e ridendo in un tono secco, che assomigliava molto al modo di ridere del forestiero, girò le sue quattro gambe verso la signora Hall, sembrò per un attimo prendere la mira su di lei e caricò. La donna lanciò un urlo e si voltò: allora le gambe della sedia andarono con più gentilezza ma decisissime verso la sua schiena e spinsero lei e Hall fuori della stanza. La porta sbatté con violenza e fu chiusa a chiave. Per un momento sembrò che le sedie e il letto eseguissero una danza di trionfo; poi, all'improvviso, tutto ricadde nel silenzio.
La signora Hall era rimasta semisvenuta tra le braccia del marito, sul pianerottolo. Fu solo con grandissima difficoltà che Hall e Millie, che era stata svegliata dall'urlo di terrore, riuscirono a portarla giù e a praticarle le cure d'uso in un simile frangente.
- Sono gli spiriti - disse la signora Hall. - Lo so, sono gli spiriti. Ne ho letto da tante parti. Tavole e sedie che saltano e ballano...
- Prendine ancora un goccio, Jenny - consigliò Hall. - Ti darà un po' di forza.
- Chiudilo fuori - disse la signora Hall. - Non lasciarlo più entrare. Un po' lo sospettavo... avrei dovuto capirlo... con quegli occhialoni e la testa bendata, e poi non va mai in chiesa la domenica. E tutte quelle bottiglie: ne ha più di quanto sia lecito a chiunque. Ha messo gli spiriti nei mobili. I miei poveri vecchi mobili! Era proprio in quella sedia che mia madre si sedeva quando ero piccola. E pensare che ora mi è saltata addosso...
- Un goccino, Jenny - disse Hall, - hai ancora i nervi scossi.
Mandarono poi fuori Millie, sotto il sole dorato delle cinque del mattino, a svegliare il signor Sandy Wadgers, il fabbro.
Con tutti i suoi saluti, il signor Hall mandava a dire che i suoi mobili si comportavano in un modo molto strano. Poteva quindi il signor Wadgers andare da lui?
Il signor Wadgers era un uomo comprensivo e pieno di risorse, quindi prese in considerazione la faccenda con molta gravità.
- Che mi venga un accidente se non sono stregati - fu l'opinione del signor Sandy Wadgers. - In situazioni come queste ci vuole un bel ferro di cavallo.
Cominciò a passeggiare in su e in giù molto perplesso. I due coniugi, invece, volevano che lui li precedesse di sopra fino alla «stanza», ma Wadgers non sembrava aver fretta. Preferiva rimanere a parlare nel corridoio. Intanto il garzone di Huxter era sceso in strada e aveva cominciato a tirar giù le serrande della vetrina della tabaccheria. Fu chiamato a unirsi alla discussione. Il signor Huxter, naturalmente, li seguì nel giro di pochi minuti. Qui venne chiaramente in luce il genio particolare degli anglosassoni per il governo parlamentare: ci furono un sacco di chiacchiere ma nessuna azione decisiva.
- Prima sentiamo i fatti - insisteva il signor Wadgers dobbiamo essere certi di agire legalmente nel buttar giù quella porta. Si può sempre forzare una porta chiusa, ma non è facile sistemare una porta, una volta che la si è forzata.
Improvvisamente - fatto straordinario davvero - la porta di quella stanza si aprì da sola. Guardando in su, pieni di stupore, i presenti videro la figura imbacuccata del forestiero scendere le scale. Costui fissava sul gruppo, con quei suoi assurdi occhiali, uno sguardo ancor più sconcertante e bieco.
Scese adagio le scale, tutto rigido, continuando a fissarli; passò per il corridoio fissandoli ancora; poi si fermò.
Guardate là! - disse. Seguirono con lo sguardo il suo dito guantato e videro una bottiglia di salsapariglia, vicino alla porta della cantina. Nel frattempo il forestiero entrò nel salotto e subito con gran malvagità e sveltezza sbatté loro la porta in faccia.
Quelli non dissero una parola fino a che non si perdette l'ultima eco del colpo. Rimasero a guardarsi in faccia.
- Bene, se questa non le passa tutte!... - esclamò il signor Wadgers, lasciando la frase in sospeso.
- Io andrei a chiedergli spiegazioni - disse Wadgers al signor Hall. - Gliele chiederei proprio.
Ci volle del tempo per convincere il marito dell'ostessa a fare quel passo. Infine bussò, aprì la porta e riuscì solo a dire: Mi scusi...
Ma il forestiero lo interruppe con voce terribile: - Vada al diavolo! E si chiuda quella porta dietro le spalle!
Così si concluse quel breve abboccamento.
7. IL FORESTIERO BUTTA LA MASCHERA.
Il forestiero entrò nel salottino della locanda "Coach and Horses" verso le cinque e mezzo del mattino e ci rimase fin verso mezzogiorno con le tende abbassate e la porta chiusa.
Nessuno, dopo che ebbe scacciato Hall, si azzardò a disturbarlo.
Rimase digiuno per tutto quel tempo. Suonò il campanello tre volte (la terza, poi, a lungo e con furia) ma nessuno gli badò.
- Lui e il suo «vada al diavolo!»: che si arrangi! - disse la signora Hall. Dopo un po' incominciò a circolare la voce, non ancora sicura, del furto al vicariato e s'incominciarono a collegare i vari fatti. Hall, accompagnato da Wadgers, andò in cerca del signor Shuckleforth, il magistrato, per chiedergli consiglio. Nessuno osò avventurarsi di sopra, quindi rimane un mistero come il forestiero avesse passato il tempo. Ogni tanto lo si sentiva passeggiare furioso in su e in giù e due volte udirono una sequela di imprecazioni, il rumore di carte stracciate e un tintinnio violento di bottiglie rotte.
Intanto, il piccolo gruppo di persone impaurite, ma curiose, cresceva. C'era anche la signora Huxter; alcuni giovanotti allegri e tutti lustri nelle loro giacche nere, comprate già fatte, ravvivate da cravattini di picchè inamidato - era il lunedì di Pentecoste - si unirono al gruppo facendo confuse domande a uno o all'altro. Il giovane Archie Harker si fece notare perché andò in cortile e cercò di vedere sotto le tende abbassate. Non poté scorgere proprio niente, ma lasciò intendere di aver visto qualcosa, tanto che altri giovani di Iping si unirono subito a lui.
Era il più bel lunedì di Pentecoste che si possa immaginare: nella strada del villaggio c'erano una dozzina circa di bancarelle, una baracca per il tiro a segno e, sul prato, vicino alla bottega del fabbro, c'erano tre carrozzoni gialli e marrone: alcuni forestieri - uomini e donne - vestiti in modo pittoresco, stavano montando un tiro al bersaglio. Gli uomini indossavano maglie blu e le donne avevano grembiuli bianchi e cappelli alla moda, con grosse piume pesanti. Woodyer, della "Purple Fawn", e il signor Jaggers, il ciabattino, che vendeva anche biciclette ordinarie di seconda mano, stavano spiegando uno striscione pieno di bandierine del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda e di stemmi reali, precedentemente usato per celebrare il primo giubileo vittoriano.
Intanto, nell'oscurità artificiale del salottino in cui penetrava solo una sottile striscia di sole, il forestiero affamato - perso e impaurito, avvolto nei suoi paludamenti troppo pesanti - guardava con gli spessi occhialoni le carte o spaccava le bottiglie sporche e ogni tanto imprecava ferocemente all'indirizzo di quei ragazzi, di modo che pure chi stava fuori, anche se non lo vedeva, lo udiva chiaramente. Nell'angolo vicino al camino c'erano i vetri di una mezza dozzina di bottiglie rotte e si sentiva un odore pungente di cloro che appesantiva l'aria. Questo è il resoconto di quanto si udì allora e di ciò che si vide più tardi nella stanza.
Verso mezzogiorno, il forestiero aprì improvvisamente la porta del salottino e si mise a fissare le tre o quattro persone che erano nella mescita. - Signora Hall - gridò. Qualcuno andò timidamente a chiamarla.
Quella comparve dopo un po', con il fiato corto, ma non per questo con l'aspetto meno feroce. Hall era ancora fuori. La donna aveva già preparato questa "entrée". Arrivò portando su un piccolo vassoio un conto non pagato. - Signore, vuole il conto, vero? - disse.
- Perché non mi è stata portata la prima colazione? Perché non mi ha preparato il pranzo? Perché non ha risposto al campanello?
Pensa forse che io viva d'aria?
- Be'? Perché non paga il conto? - chiese la signora Hall di rimando. - Ecco! Voglio proprio saperlo!
- Gliel'ho detto tre giorni fa. Aspettavo del denaro...
- E tre giorni fa le ho risposto che non avevo intenzione di aspettare i suoi soldi. Non c'è quindi motivo che lei brontoli se la sua prima colazione ritarda un po', dato che il mio conto aspetta ormai da cinque giorni. No?
Il forestiero uscì in una imprecazione breve ma molto efficace.
- Oh... Oh... - si udì dalla mescita.
- Le sarei molto grata, signore, se tenesse per sé le sue imprecazioni - disse la signora Hall.
Il forestiero la guardava: mai come in quel momento assomigliava a un palombaro infuriato. Nella mescita tutti avevano l'impressione che la signora Hall stesse per avere la meglio. Le parole pronunciate subito dopo dal forestiero confermarono tale impressione.
- Guardi, buona donna... - incominciò.
- No! Buona donna a me proprio no! - protestò la signora Hall.
- Le ho detto che i miei soldi non sono arrivati.
- I soldi, eh? Però, direi che in tasca...
- Tre giorni fa mi ha detto che in tasca non aveva altro che una sovrana d'argento.
- E invece ho trovato qualcos'altro.
- Va' là! - si udì dalla mescita.
- Posso chiederle dove l'ha trovato? - fece allora la signora Hall.
Il forestiero parve molto seccato. Infatti batté un piede in terra e chiese: - Che cosa vuol dire?
- Che vorrei sapere dove l'ha trovato - rispose lei. - E, comunque, prima di parlare di conti, di colazione o di roba del genere, lei deve spiegarmi due o tre cose che non ho capito, anzi che nessuno capisce e che tutti vorrebbero sapere. Voglio sapere che cosa ha fatto, lassù, alla mia sedia e voglio sapere anche come mai la stanza prima era vuota, e come ha fatto a tornarci. Chi si ferma in questa casa entra dalle porte: è la regola di questa casa, e lei non l'ha seguita. Poi voglio sapere come ha fatto a entrare. E voglio sapere anche...
All'improvviso, il forestiero strinse rabbiosamente le mani guantate e le alzò, batté forte il piede in terra e urlò: Bastaaa! - con una violenza tale che riuscì a far tacere immediatamente la donna.
- Lei non sa - continuò - chi sono e cosa faccio. Glielo mostrerò, perbacco! Glielo mostrerò! - Quindi si passò il palmo della mano aperta sul volto e la ritirò. Il centro del viso diventò una cavità nera. - Ecco - disse. Fece un passo avanti e tese alla signora Hall qualcosa che ella, incantata a guardare quel volto così incavato, prese automaticamente. Poi, quando vide che cosa era, lanciò un urlo acutissimo, lasciò cadere ciò che teneva in mano e barcollò. Il naso: era il naso dello straniero! Rosa e lucido, rotolò sul pavimento facendo un rumore come di un pezzo di cartone.
Quindi si tolse gli occhiali e tutti quelli che erano nella mescita trattennero il respiro. Si levò poi il cappello e con gesto violento si strappò le basette e le bende. Per un attimo la gente resistette. Poi di colpo ebbe un presentimento: - Oh!
Mio Dio! - esclamò qualcuno e cercò di uscire.
Era peggio di quanto si potesse immaginare. La signora Hall, a bocca aperta, presa da un immenso terrore, si mise a gridare per ciò che vedeva e cercò di raggiungere la porta. Tutti incominciarono a uscire. Erano preparati a vedere un uomo pieno di cicatrici, sfigurato, orripilante - ma... non NIENTE! Bende e capelli finti volarono nel corridoio che portava alla mescita e la gente, per evitarli, saltava come i ragazzini. Caddero uno sull'altro sopra i gradini. L'uomo gesticolava e gridava qualche spiegazione incomprensibile; era una figura consistente fino al colletto, ma sopra... NIENTE! Sopra il colletto non si vedeva NIENTE!
In paese si sentirono grida e urla e la gente che guardava verso "Coach and Horses" vide uscire fuori impetuosamente tutti quelli che erano dentro: la signora Hall cadde rotolando fuori, e il signor Teddy Henfrey saltò per evitare di inciamparvi sopra. Poi si udirono le urla spaventose di Millie che, uscendo ad un tratto dalla cucina richiamata dal rumore e dalla confusione, era finita addosso al forestiero senza testa. Come urtò contro di lui, smise di colpo di gridare.
Dalla strada il pasticcere, il proprietario del tiro al bersaglio e il suo garzone, l'uomo dell'altalena, i bambini e le bambine, i gagà campagnuoli, le ragazze eleganti, i vecchi con le bluse e le zingare con i loro grembiuloni - tutti insomma incominciarono a correre verso la locanda e in un attimo, davanti alla casa della signora Hall, si raccolse, aumentando rapidamente, una folla di circa quaranta persone. Spingevano, gridavano, facevano domande, uscivano in esclamazioni e davano suggerimenti. Sembrava che tutti parlassero insieme e il risultato era un gran frastuono. Un gruppetto sosteneva la signora Hall che era stata raccolta da terra priva di sensi.
C'era una gran confusione e un testimone oculare andava dicendo quella cosa incredibile.
- Un fantasma? - Ma che cosa fa adesso? - Ha ferito la ragazza, no? - Credo che l'abbia assalita con un coltello. No, la testa vi dico. Non mi riferisco al suo modo di parlare. Dico proprio che è un uomo senza testa! - Ma va' là! E' assurdo! E' il trucco di un prestigiatore. - S'è levato tutto quello che aveva addosso, poi...
Mentre lottava per vedere qualcosa attraverso la porta aperta, la folla pareva quasi disposta in formazione di cuneo in movimento, con la punta, formata dai più coraggiosi, vicinissima alla locanda. - Si è fermato un attimo, ho sentito l'urlo della ragazza... poi si è girato. Ho visto ondeggiare la gonna della poveretta, lui le è andato dietro. Non ci sono voluti più di dieci secondi. Quello le andava dietro con un coltello in mano e una pagnotta di pane, poi si è fermato come per guardare...
Nemmeno un momento fa è entrato per quella porta là. Giuro che per me non ha nemmeno un pezzetto di testa. Voi avete visto quando...
Ci fu una certa agitazione verso il fondo, e quello che parlava si fermò per fare posto a una piccola processione che marciava risoluta verso la casa della signora Hall: in testa c'era il signor Hall con il volto tutto rosso e l'espressione decisa, poi veniva il signor Bobby Taffers, l'agente di polizia del paese, e poi il prudente signor Wadgers. Avanzavano armati di un pezzo di carta.
La gente gridava informazioni contraddittorie sui recenti avvenimenti.
- Testa o non testa - diceva intanto Jaffers, - devo arrestarlo e lo arresterò con gran piacere.
Il signor Hall salì i gradini e andò dritto alla porta del salottino. Era aperta. - Agente - disse, - faccia il suo dovere.
Jaffers entrò, seguito da Hall; per ultimo veniva Wadgers. Alla luce incerta videro davanti a loro la figura senza testa con una crosta di pane rosicchiata in una mano e un pezzo di formaggio nell'altra.
- E' lui - fece Hall.
- Ma che cosa diavolo sta succedendo? - chiese una voce piena di collera da sopra il colletto della strana figura.
- Lei è un cliente molto strano, caro signore - disse Jaffers,- ma con la testa o senza, questo foglio parla del corpo e il dovere è dovere...
- Tenetevi lontani! - disse la figura, facendo un salto indietro.
All'improvviso lasciò cadere il pane e il formaggio e il signor Hall afferrò giusto in tempo il coltello dalla tavola per metterlo al sicuro. Il guanto sinistro del forestiero schizzò via e volò sul viso di Jaffers. Questi tagliò corto alle spiegazioni sul foglio di carta, afferrò subito il forestiero per il polso senza mano e strinse una gola invisibile. Si prese un calcio sonoro sullo stinco che lo fece urlare; ma tenne la presa. Hall fece scivolare il coltello sulla tavola fino a Wadgers che, in quell'attacco, faceva, per così dire, la parte del portiere; poi si spinse avanti come Jaffers. Il forestiero oscillò e barcollò verso di lui menando colpi a caso. In mezzo a loro c'era una sedia che venne buttata da parte con gran fracasso mentre cadevano uno sull'altro.
- Gli prenda i piedi - sibilò Jaffers fra i denti.
Il signor Hall cercava di eseguire gli ordini, ma un calcio potente nelle costole lo mise per un attimo fuori combattimento.
Il signor Wadgers, vedendo che il forestiero senza testa era sopra Jaffers e aveva la meglio, si ritirò verso la porta con il coltello in mano, e si scontrò con il signor Huxter e con il carrettiere di Sidderbridge che venivano in difesa della legge e dell'ordine. Nello stesso momento caddero dalla mensola della credenza tre o quattro bottiglie e la stanza fu invasa da un odore pungente.
- Mi arrendo! - gridò il forestiero, sebbene avesse ancora Jaffers sotto di sé. Dopo un momento era in piedi, una strana figura ansante, senza testa e senza mani (si era infatti tolto anche il guanto destro). - Non va bene così - disse con il fiato mozzo.
Era la cosa più strana del mondo udire quella voce da uno spazio vuoto, ma i contadini del Sussex sono forse la gente più positiva che esista sulla faccia della terra. Anche Jaffers si alzò e tirò fuori un paio di manette. Poi si fermò incerto. Ma dico! - esclamò, rendendosi vagamente conto dell'assurdità di tutta quella faccenda. - Maledizione! Non so come usarle!
Il forestiero fece scorrere la mano sul panciotto e, come per miracolo, i bottoni sfiorati dalla manica vuota uscivano dalle asole. Disse qualcosa a proposito del suo stinco e si chinò.
Sembrava che stesse armeggiando con calze e scarpe.
- Ma... - disse all'improvviso Huxter, - questo non è un uomo, sono solo abiti vuoti! Guardate! Si può vedere addirittura dentro il colletto e la fodera dei suoi vestiti. Ci potrei addirittura metter dentro una mano...
Allungò la mano, gli sembrò di aver toccato qualcosa a mezz'aria e la ritirò subito con viva esclamazione.
- Vorrei che tenesse le dita lontane dai miei occhi! - disse quella voce incorporea in tono feroce. - Il fatto è, che io sono tutto qui: testa, mani, gambe, tutto il resto, ma si dà il caso che io sia invisibile. E una maledetta seccatura, ma sono qui. Non c'è ragione, quindi, perché io sia fatto a pezzi dalle bastonate di ogni zoticone di Iping, no?
Gli abiti del forestiero, ormai completamente sbottonati, pendevano dal loro sostegno invisibile e stavano su con le mani sui fianchi.
Altri uomini che si erano allontanati dalla folla entrarono nella stanza e la riempirono. - Invisibile, eh? - disse Huxter ignorando le offese del forestiero. - Chi ha mai sentito sciocchezze simili?
- E strano, forse, ma non è un crimine; se sono assalito da un poliziotto in questo modo...
- Ah! Questa è una cosa diversa - disse Jaffers. - Senza dubbio per me è un po' difficile vederla con questa luce, ma ho avuto un mandato e devo obbedire. Devo arrestarla, non per il fatto che lei sia invisibile, ma perché è un ladro. C'è la pendenza di una visita a una casa e del denaro rubato.
- E allora?
- E alcuni fatti dimostrano chiaramente...
- Sciocchezze belle e buone! - esclamò l'uomo invisibile.
- Spero che lei abbia ragione, signore. Ma io ho degli ordini da...
- Bene - fece il forestiero. - Verrò con lei. Verrò, ma niente manette!
- Ma è la legge - disse Jaffers.
- Niente manette! - ripeté il forestiero.
- Mi scusi - disse Jaffers.
All'improvviso la figura si sedette e, prima che si potesse capire che cosa stesse facendo, le scarpe, le calze e i calzini erano finiti sotto la tavola. Poi egli saltò su di nuovo e buttò via la giacca.
- Qui tutti! Fermatelo! - ordinò Jaffers, comprendendo improvvisamente che cosa stava accadendo. Afferrò il panciotto; questo si divincolò; la camicia scivolò dal panciotto che gli rimase floscio e vuoto tra le mani. - Prendetelo! - gridò Jaffers. - Se riesce a togliersi tutto...
- Prendetelo! - gridavano tutti quanti. Ci fu una corsa generale verso la camicia svolazzante che ormai era l'unica cosa visibile del forestiero.
La manica della camicia piazzò un bel colpo sul viso di Hall, fermò la sua corsa a braccia aperte e lo mandò all'indietro contro il vecchio sacrestano Toothsome. L'indumento si alzò subito e cominciò a svolazzare - vuoto - in modo disordinato sulle braccia, come una camicia che venga sfilata dalla testa.
Jaffers lo afferrò e riuscì solo ad aiutare il forestiero a togliersela. Fu colpito sulla bocca da qualcosa che arrivava dal niente e, senza guardare dove colpiva, incominciò a menare il manganello, riuscendo solo a colpire con forza Teddy Henfrey sulla testa.
- Tenete gli occhi aperti! - dicevano tutti tirando botte a caso, senza mai colpirlo. - Prendetelo! Chiudete la porta! Non lasciatelo libero. Ho preso qualcosa! Eccolo! E qui! - Facevano un baccano infernale. Sembrava che fossero stati colpiti tutti insieme. Sand Wadgers, saggio come sempre, con il cervello reso ancor più acuto da un terribile colpo sul naso, riaprì la porta e guidò la ritirata. Gli altri, seguendolo come pecore, rimasero ammucchiati per il momento nell'angolo vicino al portone. I colpi intanto continuavano. Phipps, l'unitario, ne uscì con un dente davanti rotto; Henfrey riportò una ferita sulla cartilagine dell'orecchio; Jaffers, colpito alla mascella, nel girarsi urtò contro qualcosa che, in quella bolgia, si trovava tra lui e Huxter impedendo loro di avvicinarsi, sentì un torace muscoloso. Subito dopo la massa di uomini eccitati e urlanti si precipitò nell'atrio già affollato.
- L'ho preso! - gridò Jaffers mezzo soffocato, fendendo la folla e lottando, con il volto paonazzo e le vene gonfie, contro il suo nemico invisibile.
Tutti barcollavano a destra e a sinistra, mentre in quello straordinario conflitto avanzavano velocemente verso il portone e scendevano la mezza dozzina di scalini davanti alla locanda.
Jaffers gridava con voce strozzata, tenendo sempre stretta la presa; ma sbilanciandosi sulle ginocchia, fece una giravolta, cadde pesantemente e batté il capo sul selciato. Solo allora le sue mani abbandonarono la presa.
Ci furono grida eccitate, come «acchiappatelo!» e «invisibile!» e cose del genere. Un giovanotto, non del luogo e di cui non si è mai saputo il nome, corse subito dentro, afferrò qualcosa che però lasciò andare e cadde sul corpo riverso del poliziotto. In mezzo alla strada, una donna gridò come se fosse stata colpita da qualcosa. Un cane guaì: sembrava gli avessero tirato un calcio, e corse ululando nel cortile di Eluxter. E con ciò si compì il passaggio dell'uomo invisibile. Per un po' la gente rimase sbalordita a gesticolare. Solo più tardi incominciò il vero panico: tutti si sparsero per il villaggio, simili a foglie morte disperse da uno scroscio d'acqua. Ma Jaffers giaceva ancora immobile, con il viso e le ginocchia piegati, davanti ai gradini della locanda.
8. PASSAGGIO
Questo capitolo, esageratamente breve, parla di Gibbins, il naturalista dilettante del distretto. Costui dormicchiava all'aria aperta su un'ampia collina. Nel raggio di tre chilometri circa non c'era anima viva: così almeno credeva lui.
A un tratto, sentì vicino a sé un rumore di tosse e starnuti, poi udì bestemmiare ferocemente. Guardò ma non vide nulla.
Tuttavia quella voce non era un sogno: infatti continuava a imprecare con la varietà e la ricchezza di vocabolario che distinguono l'uomo colto. Giunse a una punta massima, poi diminuì e andò spegnendosi in lontananza, in direzione di Adderdean, così almeno sembrò a Gibbins. Si alzò ancora in uno starnuto spasmodico, poi morì. Gibbins non sapeva nulla degli avvenimenti della mattinata, ma quel fatto l'aveva così impressionato e turbato, che perdette la sua filosofica tranquillità. Si alzò con gran furia e si precipitò giù per il pendio, verso il villaggio, con tutta la velocità che le gambe gli permettevano.
9. IL SIGNOR THOMAS MARVEL.
Bisogna immaginarsi il signor Thomas Marvel come un tipo dal viso flaccido e grasso, con il naso a forma di cilindro, la bocca larga e molle tipica degli individui cui piace bere e una barba straordinariamente ispida. La sua tendenza alla pinguedine era accentuata dalle braccia e gambe corte. Portava un cilindro di pelo. Al posto dei bottoni aveva lacci da scarpe e spaghi (oltretutto nei punti più critici dei suoi abiti), e da ciò si capiva che era senza dubbio uno scapolo.
Il signor Marvel era seduto con i piedi in un fosso vicino al bordo della strada sopra il pendio verso Adderdean, a poco più di due chilometri da Iping. Era senza scarpe e dalle calze traforate uscivano le grosse dita, dritte come le orecchie di un cane da guardia. Con calma - faceva tutto con calma - stava contemplando un paio di scarpe con le stringhe. Erano le scarpe migliori che gli fossero capitate da anni, ma erano troppo grandi per lui. Quelle che già portava, con il tempo buono andavano a puntino, ma avevano la suola ormai troppo sottile per ripararlo dall'umidità. Il signor Marvel odiava le scarpe troppo larghe ma odiava ancora di più l'umidità. Non aveva mai pensato seriamente se detestasse di più le scarpe larghe o l'umidità: era una bella giornata e non aveva niente di meglio da fare.
Così dispose le quattro scarpe in un bel gruppetto sull'erba e stette ad ammirarle. Vedendole là, in mezzo al prato e alla gramigna si accorse di colpo che tutte e due le paia erano terribilmente brutte. Non fu affatto impaurito da una voce che udì dietro di sé.
- Ad ogni modo, sono sempre scarpe - diceva la voce.
- Sono le scarpe della carità - rispose il signor Marvel, con la testa piegata da un lato, guardandole con disgusto; - mi venga un accidente se ce n'è un paio più brutto in questo benedetto mondo!
- Uhm! - fece la voce.
- Ne ho consumate di peggiori... infatti sono andato anche in giro scalzo. Ma nessun paio era così audacemente brutto, se mi è permessa l'espressione. Sono andato elemosinando soprattutto stivali per giorni e giorni - perché ero nauseato di quelle là.
Sono abbastanza in buono stato, ma un gentiluomo vagabondo vede un tal numero di scarpe! Mi creda: in tutto il paese, per quanto ci abbia provato, non sono riuscito a pescare altro che quelle.
Ma le guardi! Generalmente ci sono buone scarpe da queste parti.
Ma questa volta sono proprio sfortunato. Mi sono sempre rifornito in questa contea, da dieci anni e forse più. E adesso mi trattano così!
- E' una contea maledetta - disse la voce, - e gli abitanti sono tutti dei porci.
- Proprio così! - fece il signor Marvel. - Mio Dio! Ma guardi quelle scarpe là! Battono davvero ogni record.
Voltò il capo a destra; voleva guardare le scarpe del suo interlocutore per fare un confronto e... dove dovevano esserci le scarpe non c'erano né scarpe né gambe! Allora si voltò a sinistra e nemmeno lì vide gambe e scarpe. Fu colpito dal più grande stupore. - Ma lei, dov'è? - chiese il signor Thomas Marvel, sempre con la testa voltata, e si mise carponi. La collina era deserta e il vento piegava i lontani cespugli di ginestroni dai verdi aghi appuntiti. - Ma, sono ubriaco? disse il signor Marvel. - Ho avuto una visione? Stavo parlando da solo? Ma che diavolo...
- Non si agiti - disse la voce.
- Mi dispiace, ma con me non si fa il ventriloquo - replicò il signor Marvel, alzandosi bruscamente in piedi. - Dov'è lei? Non mi devo agitare! Ah! Davvero?
- Non si agiti - ripeté la voce.
- Fra un minuto si agiterà lei, stupido imbecille - disse il signor Marvel. - Dov'è? Aspetti che le metta le mani addosso...
Ma dov'e? Sotto terra? - chiese dopo un po'.
Non ci fu risposta. Il signor Marvel stava là, senza scarpe, stupito, con la giacca mezza sfilata.
- Pi-uì, pi-uì - fece una pavoncella, molto lontano.
- Pi-uì, pi-uì davvero! - fece eco il signor Marvel. - Questo non è proprio il momento di scherzare. - La collina era completamente deserta. La strada con le sue pozzanghere e le staccionate bianche si stendeva, deserta e piana, da nord a sud.
Anche il cielo blu era deserto, a parte la pavoncella. - Che Iddio mi aiuti! - disse il signor Marvel buttandosi di nuovo la giacca sulle spalle. - E' il bere! Avrei dovuto saperlo.
- Non è il bere - replicò la voce. - Stia calmo.
- Oh! - disse il signor Marvel, e il suo viso a chiazze impallidì. - E' il bere - sillabò senza emettere alcun suono.
Poi si guardò intorno e si girò lentamente indietro. - Però giurerei di aver sentito una voce - sussurrò.
- Ma certo che l'ha udita.
- Ecco! C'è di nuovo - disse il signor Marvel, chiudendo gli occhi e stropicciandoseli con una mano, con gesto tragico.
All'improvviso fu preso per il colletto e scosso con violenza.
Si stupì più che mai.
- Non sia stupido! - esclamò la voce.
- Sono finito... la mia povera testa! - disse il signor Marvel. Così non va. E tutto perché mi sono inquietato per quelle maledette scarpe. Non mi funziona più il cervello. Oppure sono gli spiriti!
- Né I'una né l'altra cosa - disse Ia voce. - Stia bene a sentire !
- Oh, la mia povera testa! - fece il signor Marvel.
- Un momento - disse in tono acuto la voce, che a stento si controllava.
- Sì? - disse il signor Marvel, con la strana sensazione di avere un dito puntato contro il petto.
- Pensa che io sia solo una sua fantasia, solo una fantasia?
- Ma che cos'altro potrebbe essere? - chiese il signor Marvel grattandosi dietro la nuca.
- Benissimo! - disse la voce. - E allora io le tirerò delle sassate, fino a quando non cambierà idea.
- Ma lei dov'è?
La voce non rispose. Una pietra venne sibilando, evidentemente dall'aria, e mancò per un pelo la spalla del signor Marvel.
Questi si voltò e vide una pietra salire di colpo nell'aria, fare un giro complicato e poi cadergli sui piedi con una rapidità straordinaria. Era troppo sbigottito per spostarsi.
Venne giù con un sibilo e rimbalzò da un dito nudo nella pozzanghera. Il signor Marvel saltò su un piede solo e lanciò un grido forte. Poi incominciò a correre, inciampò in un ostacolo che non aveva visto, e si ritrovò seduto.
- Ora - disse la voce, mentre una terza pietra disegnava una parabola proprio sopra il capo del vagabondo, - ora crede ancora che io sia una sua fantasia?
Il signor Marvel, per tutta risposta, saltò in piedi, ma fu di nuovo fatto rotolare. Per un po' se ne rimase tranquillo.
- Se si ribella ancora - disse la voce, - le tirerò un sasso sulla testa.
- Ah! E' facile a dirsi - rispose il signor Marvel, mentre si tirava su a sedere. Si prese tra le mani il piede ferito e guardò il terzo proiettile. - Non ci capisco proprio niente.
Pietre che si lanciano da sole e che parlano. Ti buttano in terra e cominciano a chiacchierare. Sono fritto!
Cadde la terza pietra.
- E' molto semplice - disse la voce. - Io sono un uomo invisibile.
- Mi spieghi una cosa che non capisco - disse il signor Marvel con il fiato mozzo per il dolore. - Dove si è nascosto e come ha fatto? Non la capisco. Mi do per vinto.
- Tutto qui - disse la voce. - Sono invisibile. Ecco ciò che le vorrei far capire.
- Lo può vedere chiunque. Ma non c'è bisogno che lei faccia tanto il nervoso, caro il mio signore. Allora, mi spieghi: come ha fatto a nascondersi ?
- Sono invisibile. Ecco il punto. Ciò che vorrei farle capire è questo...
- Ma dove si trova? - interruppe il signor Marvel.
- Qui, a un cinque metri di distanza davanti a lei.
- Ma va'! Mica sono cieco!... Fra un po' mi verrà a dire che è fatto di aria. Non mi avrà preso per uno di quei vagabondi ignoranti...
- Sì, sono proprio fatto di aria sottile. Lei ora sta guardandomi di traverso.
- Ma che cosa! Non ha niente addosso? "Vox et"... che cos'altro? Ciance. E' così?
- Ma io sono proprio un essere umano, di carne, come lei, e ho bisogno di mangiare, di bere e di vestirmi, anche... ma sono invisibile. Capisce? Invisibile! Capisce? Invisibile!
- Reale come?
- Reale.
- Mi dia la mano - disse Marvel, - se lei è reale... Non sarò così maledettamente sciocco, ma... Oh, mio Dio! - esclamò - mi ha fatto fare un salto... stringendomi in un modo!
Sentì la mano che si era chiusa attorno al suo polso con le dita libere, andargli timorosa lungo il braccio, toccargli il torace muscoloso e il viso barbuto. La faccia di Marvel esprimeva tutto il suo sbigottimento.
- Sono fuori di me! - disse. - Ma questo supera anche un combattimento di galli! Straordinario! E posso vedere anche attraverso il suo braccio un coniglio distante un chilometro!
Non c'è niente di visibile in lei, tranne...
Guardò attentamente lo spazio vuoto davanti a sé.
- Ma dica, lei non ha mangiato pane e formaggio? - chiese tenendo il braccio invisibile.
- Ha ragione, non l'ho ancora assimilato del tutto.
- Ah! - fece il signor Marvel. - Che strano spettro, comunque.
- In realtà, tutta la faccenda non è meravigliosa nemmeno la metà di quanto crede.
- Per le mie modeste possibilità lo è abbastanza - disse il signor Marvel. - Come ha fatto? come diavolo è successo?
- E' una storia troppo lunga. E poi...
- Le dirò che tutta questa faccenda mi confonde proprio disse il signor Marvel.
- Ciò che voglio dire adesso è questo: ho bisogno di aiuto.
Sono a questo punto. Le sono capitato addosso all'improvviso.
Stavo vagando, pazzo di rabbia, nudo e impotente. Avrei forse anche ucciso... e poi l'ho vista...
- Mio Dio! - esclamò il signor Marvel.
- Le sono venuto vicino da dietro; ho esitato... poi ho proseguito.
L'espressione del signor Marvel era abbastanza eloquente.
- E mi sono fermato. «Qui» mi son detto, «c'è un poveretto vagabondo come me. Questo è il mio uomo.» Così sono tornato indietro e sono venuto vicino a lei. A lei. E...
- Mio Dio! - disse il signor Marvel. - Sono veramente stordito. Posso farle qualche domanda? Perché? Quale aiuto può volere da me? Invisibile!
- Voglio che lei mi aiuti a trovare dei vestiti e un rifugio e altre cose ancora. Ne ho lasciate là già abbastanza. Se non vuole... Be'... lo vorrà! Deve volerlo!
- Mi guardi! - disse il signor Marvel. - Sono troppo sbalordito. Non mi picchi un'altra volta. E mi lasci andare.
Devo riprendermi un po'. Mi ha quasi rotto un dito. E' tutto così assurdo: deserte le colline, deserto il cielo. Non si vede niente per chilometri e chilometri, tranne il creato. E poi giunge una voce. Una voce che viene dal cielo! E sassate, e un pugno... Mio Dio!
- Cerchi di riprendersi - disse la voce, - perché deve fare il lavoro che ho scelto per lei.
Il signor Marvel sbuffò e spalancò gli occhi.
- Ho scelto lei - disse la voce. - Lei è la sola persona, a parte qualche pazzo che ho lasciato laggiù, a sapere che esiste qualcosa come un uomo invisibile. Lei deve essere il mio braccio destro. Mi aiuti e io per lei farò grandi cose. Un uomo invisibile è un uomo potente. Si interruppe un attimo e starnutì con forza.
- Ma se lei mi tradisce - continuò, - se non farà ciò che le ordino...
Fece una pausa e batté vivacemente sulla spalla di Marvel, che lanciò un grido di terrore.
- Non voglio tradirla - disse il signor Marvel scostandosi dal punto in cui c'erano le dita. - Non lo pensi neanche, qualunque cosa faccia. Ho soltanto intenzione di aiutarla. Sarò ben felice di fare per lei tutto ciò che vuole.
10. IL SIGNOR MARVEL VA A IPING.
Passato il primo momento di grande panico, a Iping si cominciò a discuterci sopra. Lo scetticismo riprese subito il sopravvento: era uno scetticismo alquanto nervoso, non troppo convinto, ma pur sempre scetticismo. E' molto più semplice non credere in un uomo invisibile; erano circa una decina quelli che lo avevano realmente visto dissolversi nell'aria o avevano provato la forza delle sue braccia. Di questi testimoni, al momento mancavano il signor Wadgers, che si era ritirato dietro gli inespugnabili catenacci e chiavistelli di casa, e Jaffers, svenuto sul pavimento del salottino di "Coach and Horses". Spesso, le grandi idee straordinarie che trascendono ogni umana esperienza hanno sulle persone meno effetto di quanto ne abbiano le considerazioni meno importanti ma tangibili. Iping era piena di allegre bandiere e la gente indossava gli abiti della festa.
Aspettavano da più di un mese il lunedì di Pentecoste. Nel pomeriggio, anche quelli che credevano nell'«invisibile», stavano riprendendo i piccoli divertimenti, o tentavano di farlo, convinti che «quello» se ne fosse già andato; per gli scettici, poi, era ormai solo uno scherzo.
Per tutta la giornata, comunque, le persone - scettiche o credenti - erano particolarmente socievoli. Sul prato di Haysman c'era una tenda in cui la signora Bunting e altre signore stavano preparando il tè, mentre, liberi dalla scuola domenicale di religione, i ragazzi facevano gare di corsa e giocavano sorvegliati dal vicario e dalle signorine Cuss e Sackhut, anch'essi piuttosto chiassosi. Indubbiamente c'era una certa atmosfera di disagio, ma quasi tutti avevano il buon gusto di nascondere quell'indefinita inquietudine. Sul prato del villaggio c'era una fune inclinata, da cui, attaccandosi a una impugnatura fissata a una puleggia, si era lanciati con violenza contro un sacco appeso all'altro capo della fune: riscuoteva gran favore presso i ragazzi assieme all'altalena e al tiro al bersaglio. Si andava anche a passeggio, e l'organetto di una piccola giostra riempiva l'aria di musica stridula e di un forte odore di olio. I membri del club che al mattino erano andati in chiesa, erano splendidi, con i loro distintivi rosa e verdi; alcuni dei più spiritosi si erano persino adornati le bombette con coccarde dai colori vivaci. Il vecchio Fletcher - che aveva idee piuttosto personali sul modo di passare una giornata di festa - stava in equilibrio su un asse appoggiato su due sedie e imbiancava il soffitto della stanza che dava sulla strada: lo si vedeva (a seconda di dove si guardava) o tra i rami del gelsomino vicino alla finestra o dalla porta aperta.
Verso le quattro un forestiero entrò in paese, dalla parte delle colline. Era basso e tarchiato con un cilindro straordinariamente logoro e sembrava senza fiato. Quando respirava, ora gonfiava ora sgonfiava le guance. Il viso a chiazze aveva un'espressione preoccupata. Camminava con una specie di fretta forzata. Girò l'angolo della chiesa e si diresse verso la locanda "Coach and Horses". Tra quelli che si ricordavano di averlo visto, c'era il vecchio Fletcher, il quale, infatti, fu così colpito dalla strana agitazione dell'individuo che, per guardarlo, inavvertitamente si lasciò sgocciolare una gran quantità di calce sulla manica della giacca.
Secondo il proprietario del tiro al bersaglio, questo forestiero sembrava parlare da solo; il signor Huxter ebbe la stessa impressione. L'uomo si fermò davanti ai gradini della locanda e - così affermava il signor Huxter - sembrò combattere una terribile lotta con se stesso, prima di persuadersi ad entrare.
Infine salì i gradini. Il signor Huxter lo vide girare a sinistra e aprire la porta del salottino. Udì poi alcune voci, dalla stanza e dalla mescita, che avvertivano l'uomo del suo errore.
- Questa stanza è privata! - disse Hall, e il forestiero chiuse goffamente la porta e andò nella mescita.
Nel giro di pochi minuti, però, ricomparve; si puliva le labbra con il dorso della mano e aveva l'aria calma e soddisfatta che come assserì il signor Huxter - in un certo qual modo lo colpì.
Si guardò intorno per un po'; poi il signor Huxter lo vide camminare in modo stranamente furtivo verso i cancelli del cortile, dalla parte della finestra del salottino. Dopo qualche esitazione, il forestiero si appoggiò contro uno stipite del portone, tirò fuori una corta pipa di terracotta e prese a riempirla. Gli tremavano le dita. L'accese con una certa difficoltà e, incrociate le braccia, incominciò a fumare con un'aria languida (smentita però dalle fuggevoli occhiate che ogni tanto lanciava in cortile).
Il signor Huxter vide tutta la scena al di sopra delle scatole di latta della vetrina della tabaccheria e lo strano comportamento di quell'individuo lo spinse a continuare ad osservarlo.
Il forestiero, all'improvviso, si scosse e si mise la pipa in tasca. Poi scomparve in cortile. Nel frattempo, Huxter, pensando di essere il testimone di un furto, scivolò dietro la cassa e corse in strada per bloccare il ladro. Appena fu in strada, riapparve il signor Marvel con il cappello a sghimbescio, un grosso fagotto avvolto in una tovaglia blu in una mano, e tre libri legati insieme - come si venne a sapere dopo - con le bretelle del vicario, nell'altra. Appena vide il signor Huxter, sussultò, voltò subito a sinistra e incominciò a correre.
Fermate il ladro! - gridava intanto Huxter mentre si metteva a rincorrerlo. Il signor Huxter fu molto impressionato, ma si riebbe subito e vide l'uomo, proprio davanti a sé, prendere la rincorsa velocemente verso l'angolo della chiesa e poi giù per la strada. Più in là sventolavano le bandiere e la gente era in festa: solo una persona o due si girò verso di lui. Gridò ancora: - Fermate il ladro! - e continuò con coraggio Aveva fatto solo una decina di passi, quando si sentì afferrare uno stinco in modo misterioso, e cominciò non più a correre, ma a volare nell'aria a incredibile velocità. A un tratto, vide il selciato molto vicino alla sua testa. Gli parve che il mondo schizzasse in milioni di punti luminosi che giravano vorticosamente, e «quello che accadde poi, non lo interessò più».
11. ALLA LOCANDA "COACH AND HORSES".
Per capire bene ciò che era accaduto alla locanda, bisogna tornare indietro al momento in cui si vide il signor Marvel dalla vetrina di Huxter.
In quel preciso istante, il signor Cuss e il signor Bunting erano nel salottino. Stavano indagando seriamente sugli strani avvenimenti del mattino e, con il permesso del signor Hall, stavano esaminando attentamente la roba dell'uomo invisibile.
Jaffers si era infatti ripreso dalla caduta ed era andato a casa sotto la scorta dei suoi amici molto preoccupati. Gli indumenti sparsi del forestiero erano stati raccolti dalla signora Hall e la stanza era stata messa in ordine. E sulla tavola sotto la finestra, dove il forestiero soleva lavorare, Cuss aveva ammucchiato quasi subito tre grossi volumi manoscritti con l'etichetta «Diario».
- Diario! - disse Cuss, mettendo i tre libri sulla tavola.
Bene, ora sapremo qualcosa. - Il vicario era in piedi con le mani appoggiate sulla tavola.
- Diario - ripeté Cuss, mentre si sedeva e metteva due volumi dietro al terzo come sostegno, prima di aprirlo. -Uhm... Non c'è nemmeno il nome sulla prima pagina. Che scocciatura!...
Numeri e grafici. - Il vicario si spostò per guardare da dietro le sue spalle.
Cuss voltava le pagine con espressione seccata. - Sono...
Povero me! Ci sono solo cifre, Bunting.
- Non ci sono diagrammi? - chiese il signor Bunting. - Non ci sono dei disegni che chiariscano?...
- Guardi da sé - disse il signor Cuss. - Ci sono formule matematiche, qualche parola in russo o in una lingua del genere (a giudicare dalla scrittura) e alcune parole in greco. Ora penso che il greco lei.. .
- Naturalmente - disse il signor Bunting, togliendo gli occhiali per pulirli e sentendosi molto infelice - perché in realtà non si ricordava assolutamente niente di greco. - Sì, certo, il greco può fornirci una chiave utile.
- Le farò posto.
- Prima darei uno sguardo ai volumi - disse il signor Bunting pulendosi ancora gli occhiali. - Tanto per avere un'idea generale, Cuss; poi possiamo cercare il bandolo della matassa.
Tossì, s'infilò gli occhiali, li mise a posto nervosamente, tossì di nuovo; desiderava che accadesse qualcosa per evitare una figuraccia che sembrava inevitabile. Poi prese con lentezza il volume che Cuss gli tendeva. E allora accadde proprio qualcosa.
La porta si aprì all'improvviso.
I due uomini trasalirono violentemente, si guardarono intorno e, con gran sollievo, videro comparire un volto chiazzato e roseo sotto un cilindro di pelo.
- Birra - chiese quel volto e rimase a guardarli.
-No - risposero subito quei due signori.
- Dall'altra parte, buon uomo! - disse il signor Bunting.
- E chiuda la porta, per favore - aggiunse il signor Cuss irritato.
- Va bene - disse l'intruso, con voce bassa stranamente diversa da quella sgarbata della sua prima domanda. - Giusto continuò l'intruso. - Cambio rotta! - e scomparve chiudendo la porta.
- Un marinaio a quanto pare - osservò il signor Bunting. Sono tutti simpatici. «Cambio rotta»: un termine marinaro per dire che lasciava la stanza, penso.
- Credo anch'io - disse Cuss. - Ho i nervi piuttosto scossi, oggi. Ho fatto un bel salto, quando la porta si è aperta in quel modo.
Il signor Bunting fece un sorrisetto come se non avesse sobbalzato anche lui. - E ora - sospirò, - questi libri.
- Un momento - disse Cuss, e andò a chiudere la porta a chiave. - Penso che così non c'interromperanno più.
Qualcuno allora tirò su con il naso.
- Una cosa è certa - disse Bunting portando una sedia vicino a quella di Cuss. - In questi ultimi giorni sono avvenute cose davvero molto strane, qui a Iping, molto strane. Non posso certo credere a questa assurda storia dell'invisibilità.
- E' incredibile - disse Cuss, - proprio incredibile. Ma rimane il fatto che io ho visto... Ho visto davvero il vuoto attraverso la sua manica.
- Ma ne è sicuro?... Pensi ad esempio che uno specchio... è così facile avere allucinazioni. Non so se lei ha mai visto un prestigiatore veramente bravo...
- Non voglio più parlarne - disse Cuss. - Ne abbiamo già discusso fin troppo, Bunting. E adesso, poi, ci sono quei libri... Ah! Ecco qualcosa che suppongo sia greco! Ma certo!
Sono lettere greche.
Indicò il centro della pagina. Il signor Bunting arrossì un poco e si avvicinò di più, come se gli occhiali non gli andassero abbastanza bene. Il greco di quel pover'uomo era molto superficiale ed egli aveva la certezza che tutti, fuori della chiesa, lo considerassero ferratissimo in testi originali greci ed ebraici. Ed ora... doveva confessare la verità? O doveva improvvisare? Ad un tratto provò una strana sensazione alla base del collo. Cercò di muovere il capo, ma incontrò una forte resistenza .
Aveva la sensazione di una strana pressione, come di una mano pesante e decisa che gli afferrasse il collo e gli spingesse irresistibilmente il mento verso la tavola.
- Non muovetevi, omuncoli! - bisbigliò una voce, se non volete che spacchi il cervello a tutti e due!
Guardò il viso di Cuss vicino al suo: rifletteva, attonito, il suo stesso terrore.
- Mi dispiace trattarvi così rudemente - disse la voce, - ma devo farlo per forza.
- Da quando ha imparato a ficcare il naso nei diari di uno scienziato? Dica, reverendo! - continuò la voce, e i due menti colpirono la tavola all'unisono, e quattro file di denti risuonarono.
- Da quando avete imparato a invadere le stanze private di un uomo in disgrazia? - il colpo si ripeté. - Dove hanno messo i miei vestiti?
- Statemi bene a sentire - continuò la voce, - le finestre sono chiuse e ho portato via la chiave della porta. Sono un uomo abbastanza forte e ho l'attizzatoio a portata di mano: inoltre sono invisibile. Non c'è il minimo dubbio che vi potrei uccidere tutti e due e poi filarmela tranquillamente se volessi. Capito?
Bene. Se vi lascerò andare, promettete che non cercherete di combinare nessuna sciocchezza e che farete ciò che vi dirò?
I vicario e il medico si guardarono; Cuss fece una smorfia. Sì - disse il signor Bunting e l'altro lo imitò. Allora la pressione sul collo diminuì e il medico e il vicario si sedettero più comodamente, entrambi rossi in volto e contorcendo la testa.
- Per favore, rimanete dove siete - disse l'uomo invisibile, l'attizzatoio l'ho qui, vedete? Quando sono entrato in questa stanza - continuò, e intanto aveva avvicinato l'attizzatoio al naso di tutti e due i suoi ospiti, - non credevo proprio che fosse occupata. Pensavo di trovarvi, oltre ai miei libri di appunti, i miei abiti. Dove sono? No, non alzatevi! Posso vedere da solo che non ci sono più. In questa stagione, anche se di giorno fa abbastanza caldo e un uomo invisibile possa andare in giro nudo, di notte è ancora piuttosto freddo. Voglio i miei vestiti e alcune cosette indispensabili. Inoltre devo proprio riavere quei tre libri.
12. L'UOMO INVISIBILE PERDE LA PAZIENZA.
E' inevitabile che, a questo punto, la narrazione si interrompa di nuovo per una ragione alquanto triste che sarà ben presto chiarita. Mentre nel salottino accadeva quanto si è già detto, e mentre il signor Huxter osservava il signor Marvel fumare la pipa appoggiato al cancello, circa dieci metri più in là, il signor Hall e Teddy Henfrey discutevano perplessi, e con idee poco chiare, sull'unico argomento di Iping.
All'improvviso si udì un tonfo sordo contro la porta del salottino, un urlo acutissimo e poi... silenzio.
- Ehi! Voi! - gridò Teddy Henfrey.
- Ehi! - gridarono dalla mescita.
Il signor Hall se la prese con calma, ma diede l'interpretazione esatta. - C'è qualcosa che non va - disse, e girò dietro il banco, verso la porta del salottino.
Lui e Teddy si avvicinarono insieme alla porta con aria decisa.
Si guardarono intorno. - C'è qualcosa che non va - insistette Hall e Henfrey fece un cenno di assenso. Sentirono delle zaffate non proprio piacevoli di qualche sostanza chimica, e udirono, all'interno, un rumore soffocato di parole dette in fretta e a bassa voce.
- Va tutto bene là dentro? - chiese Hall, bussando.
Il borbottio cessò immediatamente, ci fu un attimo di silenzio; poi i bisbigli ripresero e furono interrotti da un grido acuto: - No! Non può farlo! - Ci fu poi un gran movimento improvviso, fu rovesciata una sedia e seguì una breve lotta. Poi di nuovo silenzio.
- Ma che cosa diavolo succede? - chiese Henfrey sottovoce.
- Tutto bene là? - chiese ancora il signor Hall ad alta voce.
Allora, il vicario rispose con un tono di voce stranamente scherzoso: - Tutto bene. Per favore, non... non interrompete!
- Strano! - esclamò il signor Henfrey.
- Strano! - replicò il signor Hall.
- Dice di non interromperlo - fece Henfrey.
- Ho sentito - disse Hall.
- E respira forte! - continuò Henfrey.
Rimasero in ascolto. Parlavano in fretta e a voce bassa. - Non posso! - diceva il signor Bunting, in un "crescendo"; - le dico che non voglio, signore!
- Ma che cosa sta succedendo? - chiese Henfrey.
- Dice che non vuole - rispose Hall. - Parlava forse con noi?
- Disgraziato! - disse dall'interno il signor Bunting.
- Disgraziato! - fece eco il signor Henfrey. - Ho sentito proprio giusto.
- Ma chi è che parla, adesso? - chiese Henfrey.
- Il signor Cuss, penso - disse Hall. - Sente qualcosa?...
Silenzio. I rumori provenienti dalla stanza erano indistinti e preoccupanti.
- Sembra che stiano armeggiando con la tovaglia - disse Hall.
La signora Hall comparve dietro il banco della mescita, Hall le fece un cenno di star zitta e di raggiungerlo. Quella fece il contrario.
- Ma che cosa stai ascoltando, Hall? - chiese. - Non hai niente altro da fare in una giornata piena di lavoro come questa?
Hall cercò di spiegarle la faccenda pregandola di fare silenzio, con smorfie e gesti; ma la signora Hall era testarda. Alzò la voce. Così Hall e Henfrey, mogi mogi, tornarono in punta di piedi nella mescita cercando di spiegarle la cosa a gesti.
Dapprima la donna non voleva trovar niente di strano in ciò che avevano udito, poi ordinò ad Hall di tacere, mentre Henfrey le raccontava tutta la storia. Era propensa a considerare tutto una sciocchezza: forse quei due, in salottino, stavano solo spostando i mobili.
- Ma ho sentito che diceva «disgraziato»! Questo l'ho sentito disse Hall.
- Anch'io l'ho sentito, signora Hall - disse Henfrey.
- Mah! - fece lei.
- Ssst! - la interruppe il signor Teddy Henfrey.
Stettero tutti in ascolto. La signora Hall guardava dritto davanti a sé e fissava senza vederli il rettangolo luminoso della porta della mescita, la strada bianca e piena di gente e la vetrina del negozio di Huxter, luccicante sotto il sole di giugno. All'improvviso, la porta della tabaccheria si aprì e apparve Huxter, gesticolando e con gli occhi spalancati per l'eccitazione.
- Ehi! - gridava, - fermate il ladro! - E corse obliquamente, attraverso il rettangolo della porta, verso il cancello del cortile, poi scomparve.
Nello stesso momento si udì un gran baccano nel salottino e il rumore di una finestra che si chiudeva.
Hall, Henfrey e tutta la gente che era nella mescita si precipitarono subito in strada alla rinfusa. Videro qualcuno voltare l'angolo a gran velocità, verso la discesa e il signor Huxter eseguire un salto complicato in aria e finire a terra battendo il viso e una spalla. Per la strada, alcuni stavano immobili e attoniti, altri invece correvano verso di loro.
Il signor Huxter era ancora tramortito. Henfrey si fermò per accertarsene, Hall e due operai corsero difilato dalla mescita verso l'angolo, gridando parole incoerenti, e videro il signor Marvel sparire dietro l'angolo della chiesa. Pare che giungessero all'assurda conclusione che quello era l'uomo invisibile diventato di colpo visibile. E si misero immediatamente a inseguirlo per quel vicolo. Ma Hall aveva fatto appena una decina di metri quando lanciò un alto grido di meraviglia e volo di lato a testa in giù, afferrando e trascinando con sé nella caduta uno dei due operai che aveva afferrato. Era stato caricato proprio come si carica giocando a football. Il secondo operaio fece un giro su se stesso e, pensando che Hall si fosse buttato a terra di sua spontanea volontà, si voltò per riprendere l'inseguimento. Subito, uno sgambetto lo buttò a terra, proprio come era capitato a Huxter.
Poi, mentre il primo operaio si dibatteva ai suoi piedi, Huxter fu colpito in un fianco con un pugno che avrebbe abbattuto un toro.
Mentre cadeva, la folla che accorreva dai prati pubblici del villaggio girava l'angolo della chiesa. Il primo a comparire fu il proprietario del tiro al bersaglio, un uomo corpulento con un maglione blu, che rimase attonito vedendo il vicolo deserto, a parte i tre uomini assurdamente stesi a terra. Poi gli accadde qualcosa al piede che era più indietro: volò a testa in giù e rotolò di lato, proprio in tempo per afferrare un piede del suo socio e fratello che lo seguì nella caduta. I due furono presi a calci da molte persone scalmanate che caddero ginocchioni, rotolarono sopra di loro e li maledissero con poca generosità.
Mentre Hall, Henfrey e gli operai uscivano di corsa dalla locanda, la signora Hall, ammaestrata da anni di esperienza, era rimasta nella mescita vicino al cassetto dei soldi.
All'improvviso la porta del salottino si aprì e comparve il signor Cuss che, senza guardarla, si precipitò in fretta giù per i gradini verso l'angolo. - Lo tenga! - gridava. - Non gli lasci buttar via quel pacco. Lo può vedere fino a quando tiene quel pacco in mano!
Egli non sapeva niente di Marvel, perché l'uomo invisibile aveva buttato libri e fagotto in cortile. Il signor Cuss aveva il viso adirato e deciso, e un abbigliamento piuttosto ridotto: portava una specie di gonnellino scozzese che avrebbe potuto andare bene solo in una parata militare in Grecia. - Lo tenga! gridava.
Mi ha preso i calzoni e ha portato via tutti i vestiti del vicario!
- Verrò da lei fra un minuto! - gridò a Henfrey, mentre passava vicino a Huxter tuttora steso a terra; ma, come girò l'angolo per unirsi agli altri, fu subito buttato a gambe all'aria in modo indecoroso. Qualcuno, nella foga della lotta, gli passò di corsa su un dito con tutto il suo peso. Cuss urlò e cercò di rimettersi in piedi: fu subito colpito e ricadde sulle mani. Allora si rese conto che non si trattava di un inseguimento ma di una ritirata. Tutti, infatti, correvano verso il villaggio. Si alzò di nuovo e fu colpito con forza dietro un orecchio. Barcollò, si precipitò subito verso la locanda, superando con un balzo il povero Huxter che, abbandonato, si era alzato a sedere da solo.
Era a metà degli scalini della locanda: all'improvviso, dietro di sé, dalla folla disordinata che urlava si levò un acuto grido di rabbia e uno schiaffo sonoro schioccò sulla faccia di qualcuno. Cuss riconobbe la voce dell'uomo invisibile: il tono era quello di uno che s'infuria per aver ricevuto un colpo molto forte.
Dopo un attimo, il signor Cuss era di nuovo nel salottino.
- Sta tornando indietro, Bunting! - disse, entrando a precipizio. - Si metta in salvo!
Il signor Bunting era vicino alla finestra; tentava di coprirsi con il tappetino steso davanti al caminetto e con la "West Surrey Gazette".
- Chi è che sta tornando? - chiese, e trasalì in modo tale che il suo abbigliamento si salvò per un pelo dalla distruzione.
- L'uomo invisibile! - disse Cuss, e corse alla finestra.
Sarà meglio per noi che scompariamo di qui. Lotta come un pazzo!
Un pazzo!
Un attimo dopo era in cortile.
- Santo cielo! - esclamò il signor Bunting, esitando tra due alternative altrettanto terribili. Udì il rumore di una lotta furibonda nell'atrio della locanda e prese la sua decisione. Si arrampicò sulla finestra, aggiustò in fretta il suo abbigliamento e fuggì per il villaggio con tutta la velocità che le sue gambe corte e grasse gli permettevano.
E' impossibile raccontare in ordine cronologico ciò che accadde a Iping dal momento in cui l'uomo invisibile gridò di rabbia e il signor Bunting fece la sua fuga memorabile per il villaggio.
Probabilmente l'uomo invisibile, all'inizio, intendeva solo coprire la ritirata di Marvel che se ne andava con i libri e i vestiti. Sembra che a causa di qualche pugno casuale abbia perso la pazienza - non ne aveva mai avuta molta - per cui si mise a colpire e a picchiare a caso, solo per il gusto di fare del male.
Immaginate una strada piena di persone che corrono, di porte che si chiudono di colpo e di gente che lotta per cercare un nascondiglio. Il tumulto, di colpo, distrugge l'instabile equilibrio del vecchio Fletcher e del suo asse appoggiato su due sedie con conseguenze catastrofiche. Immaginate una coppia impaurita colta in flagrante. Poi tutta la corsa tumultuosa finisce e la strada di Iping, con le bandiere e i festoni, rimane deserta - c'è solo l'uomo invisibile ancora furibondo cosparsa di noci di cocco, di tendoni rovesciati e di tutta la merce di una bancarella di dolciumi. Ovunque un rumore di imposte chiuse e di catenacci; si vede - unico segno di vita qualche occhio che qua e là guarda da sotto una palpebra, dietro alle finestre.
L'uomo invisibile si divertì per un po' a rompere tutti i vetri delle finestre della locanda, poi lanciò un lampione dentro la finestra del salottino della signora Grogran. Deve essere stato lui a tagliare anche i fili del telegrafo per Adderdean.
Dopodiché - glielo permetteva quella sua strana caratteristica - si sottrasse a ogni umana percezione: non fu più visto, udito o sentito a Iping. Scomparve definitivamente.
Ci vollero due ore prima che qualcuno osasse avventurarsi di nuovo nelle strade di Iping.
13. IL SIGNOR MARVEL CERCA DI DARE LE DIMISSIONI.
Verso l'imbrunire, mentre Iping incominciava a guardare timidamente fuori, sui resti sparsi della sua giornata di festa, un uomo basso e tarchiato, con in testa un logoro cilindro, camminava a gran fatica nella luce del crepuscolo, dietro il bosco di faggi sulla strada per Bramblehurst. Portava tre libri legati con un laccio di elastico e un fagotto avvolto in una tovaglia blu. Il suo viso rubicondo esprimeva costernazione e fatica; sembrava avesse una fretta terribile. Era accompagnato da una voce, che non era la sua, e ogni tanto sobbalzava sotto la stretta di mani invisibili.
- Se mi abbandona un'altra volta - diceva la voce, - se tenta solo di farlo un'altra volta...
- Oh! Mio Dio! - si lamentava il signor Marvel. - Ho una spalla che è già tutta un livido.
- Parola mia d'onore - continuava la voce, - la ucciderò.
- Ma io non ho tentato di abbandonarla - diceva Marvel con una voce molto vicina al pianto. - Giuro che non l'ho fatto. Solo, non sapevo proprio che lei se ne sarebbe tornato indietro, ecco tutto! Come diavolo potevo saperlo? Ma comunque ne ho prese lo stesso tante...
- Ma non s'immagina nemmeno quante ne prenderà - disse la voce, e il signor Marvel tacque di colpo. Gonfiò le guance mentre gli occhi esprimevano eloquentemente tutta la sua disperazione.
- E' già abbastanza seccante che quei maledetti zoticoni urlino ai quattro venti il mio piccolo segreto; manca proprio che anche lei tagli la corda con i miei libri. E' stata una fortuna per qualcuno di loro svignarsela in tempo. E ora eccomi qui...
Nessuno sapeva che ero invisibile! Che cosa devo fare, adesso?
- Che cosa devo fare io, piuttosto? - chiese Marvel sottovoce.
- Ormai, quello che è fatto è fatto: sarà su tutti i giornali.
Tutti mi cercheranno. Staranno tutti all'erta...
La voce scoppiò in colorite imprecazioni poi tacque. Marvel si fece più cupo in volto per la disperazione e i suoi passi divennero più lenti.
- Cammini! - ordinò la voce. Tra le chiazze rosse, il volto del signor Marvel prese una tinta grigiastra.
- Non lasci cadere quei libri, stupido! - disse aspra la voce.- Il fatto è - continuò poi, - che dovrò ancora servirmi di lei. E' un povero arnese, ma non posso farne a meno.
- Sì, sono proprio un miserabile arnese! - disse Marvel.
- Certo! - replicò la voce.
- Sono il peggiore che lei possa trovare - continuò Marvel. - Non sono neppure forte - riprese dopo un silenzio scoraggiante.- No, non sono forte - ripeté.
- No?
- E ho il cuore debole. Quanto a quella faccenduola... l'ho fatta, naturalmente. Ma che Dio la benedica! Avrei potuto rimanerci.
- Ebbene?
- Non ho abbastanza forza e sangue freddo per il genere di lavoro che lei richiede da me...
- Ci penserò io a darglieli!
- Vorrei che non lo facesse. Non mi piacerebbe rovinarle i piani, sì. Ma potrei anche farlo. Per pura paura e infelicità.
- Non le converrebbe - disse la voce con calma e forza.
- Vorrei essere morto - fece Marvel.
- Non è giusto - riprese poi, - lei deve ammetterlo... mi pare di avere il diritto...
- Cammini! - disse la voce.
Il signor Marvel riprese la sua andatura normale e per un po' entrambi avanzarono in silenzio.
- E' terribile! - disse il signor Marvel.
Tutto era inutile. Allora usò un'altra tattica.
- Ma insomma! Che cosa devo fare? - incominciò di nuovo, con il tono di chi subisce un insopportabile sopruso.
- Oh! Chiuda il becco! - disse la voce con improvviso sorprendente vigore. - Quando sarà il momento, glielo dirò.
Deve fare quello che le comando. E lo deve fare a puntino. E' uno sciocco con tutto quel che segue, ma lo farà...
- Le dico, signore, che non sono l'uomo adatto. Con tutto il rispetto... è proprio così...
- Se non la smette, le torcerò di nuovo il polso. Ho bisogno di pensare.
Allora due rettangoli di luce gialla apparvero tra gli alberi, e la torre quadrata di una chiesa si stagliò nel crepuscolo. - Le terrò una mano sulla spalla - disse la voce, - mentre passiamo per il villaggio. Vada dritto e non cerchi di fare pazzie.
Sarebbe peggio per lei.
- Lo so - sospirò il signor Marvel. - Eh, se lo so!
La figura sconsolata con quell'antiquato cilindro, passò per la strada del paese, con i suoi due fardelli e svanì nella oscurità crescente, oltre le luci delle finestre.
14. A PORT STOWE.
Alle dieci del mattino seguente il signor Marvel, con la barba lunga, sporco e impolverato, era seduto su una panca fuori di una piccola locanda, nei sobborghi di Port Stowe, con le mani in tasca. Si vedeva chiaramente che era sfinito, nervoso e scoraggiato e gonfiava piuttosto di frequente le gote. Vicino a lui c'erano i libri che ora, però, erano legati con uno spago.
Il fagotto era stato abbandonato nella pineta oltre Bramblehurst, per un cambiamento nei piani dell'uomo invisibile.
Il signor Marvel stava seduto sulla panca e, sebbene nessuno lo avesse minimamente notato, era agitatissimo. Si tastava spesso con le mani le diverse tasche del vestito, con evidente nervosismo. Era lì da quasi un'ora, quando un marinaio piuttosto anziano, con un giornale in mano, uscì dalla locanda e gli sedette vicino.
- Bella giornata - disse il marinaio.
Il signor Marvel si guardò attorno con un'espressione molto vicina al terrore. - Già - disse.
- Proprio il clima di stagione - continuò il marinaio dato che quello non aveva detto di no.
- Davvero - fece il signor Marvel.
Il marinaio tirò fuori uno stuzzicadenti e (coprendosi la bocca con una mano) armeggiò per alcuni minuti. Con gli occhi, intanto, esaminava a suo agio la figura polverosa di Marvel e i libri vicini a lui. Quando si era accostato al signor Marvel, aveva sentito un rumore simile al tintinnio che fanno le monete quando cadono in una tasca. Era quindi meravigliato dal contrasto tra l'aspetto del signor Marvel e l'idea di ricchezza che il tintinnio delle monete gli aveva suggerito. Poi ripensò a un fatto che, stranamente, lo aveva colpito in modo particolare.
- Libri? - chiese ad un tratto, finendo rumorosamente di armeggiare con lo stuzzicadenti.
Il signor Marvel trasalì e li guardò: - Oh, sì! - disse, sì, sono libri.
- Nei libri ci sono cose straordinarie - fece il marinaio.
- Ci credo - rispose il signor Marvel.
- E ci sono cose straordinarie anche fuori dei libri continuò quello.
- Anche questo è vero! - disse il signor Marvel. Lanciò un'occhiata al suo interlocutore, poi si guardò intorno.
- Ci sono cose straordinarie anche sui giornali, ad esempio riprese il marinaio.
- Certo.
- In questo giornale - disse il marinaio.
- Ah! - fece il signor Marvel.
- C'è la storia - continuò il marinaio fissando sul signor Marvel uno sguardo deciso e fermo; - c'è la storia di un uomo invisibile, ad esempio.
Il signor Marvel torse la bocca e si grattò una guancia: si sentiva le orecchie in fiamme. - Da dove scrivono? Dall'Austria o dall'America? - chiese con un filo di voce.
- Da nessuna delle due - disse il marinaio. - Da QUI.
- Mio Dio! - sussultò il signor Marvel.
- Quando dico QUI - continuò il marinaio con gran sollievo del signor Marvel, - non intendo certo qui, in questo luogo, ma qui intorno.
- Un uomo invisibile! - esclamò il signor Marvel. - E che cosa ha fatto?
- Di tutto - disse il marinaio tenendo d'occhio Marvel Poi, esagerando: - Proprio di tutti i colori.
- Sono quattro giorni che non leggo i giornali - disse Marvel.
- Tutto è cominciato a Iping - spiegò il marinaio.
- Ah! DAVVERO? - fece il signor Marvel.
- E' incominciato là e nessuno sembra sapere da dove venga.
Ecco qui: «Una strana storia da Iping». E questo giornale dice che le prove sono straordinariamente fondate, straordinariamente.
- Santo cielo! - esclamò il signor Marvel.
- Poi c'è una storia straordinaria. Ci sono un prete e un medico che testimoniano. Loro l'hanno proprio visto, o meglio non l'hanno visto. Qui dice che quello abitava alla locanda "Coach and Horses" e sembra che nessuno si sia mai accorto della sua disgrazia; insomma non se ne sono accorti mai, fino alla zuffa alla locanda, dice, quando gli furono strappate le bende dalla testa. Allora notarono che la testa era INVISIBILE. Fecero subito ogni tentativo per prenderlo, ma si era tolto i vestiti, dice, e riuscì a fuggire, non prima però di aver inflitto serie ferite, durante una lotta disperata, al nostro abile e valoroso agente di polizia, il signor Jaffers. Un bel racconto chiaro, eh? Con nomi e tutto.
- Santo cielo! - esclamò il signor Marvel guardandosi nervosamente attorno, mentre cercava di contare, toccandolo soltanto con le mani, il denaro che aveva in tasca; era tutto preso da una nuova strana idea. - E' proprio una faccenda strabiliante.
- Vero? STRAORDINARIA. Non ho mai sentito parlare prima di un uomo invisibile, no davvero, ma oggi si sentono tante di quelle cose straordinarie... che...
- Ha fatto solo questo? - chiese Marvel cercando di sembrare disinvolto.
- Ma non basta? - domandò il marinaio.
- Per caso, non è tornato... indietro? - chiese Marvel. - E' solo scappato. Tutto qui, vero?
- Sì - disse il marinaio. - Ebbene! Non basta?
- Ah, sì, sì! - annuì Marvel.
- Direi che basta - disse il marinaio, - che basta proprio.
- Non aveva un compagno... non dice che aveva qualche compagno... no? - chiese ancora Marvel ansiosamente.
- Dica, non gliene basta uno di quel genere? - chiese il marinaio. - No, grazie a Dio, come si può dire, non ne aveva.
Scosse lentamente il capo. - Mi mette proprio a disagio l'idea che quel tizio è in giro per il paese. Per ora è a piede libero e, da qualche prova, si pensa che abbia preso (secondo me vogliono dire che ha preso) la strada per Port Stowe. E noi siamo proprio a Port Stowe. Questa volta non è una di quelle storie americane! Pensi solo a quello che potrebbe fare! Che cosa farebbe lei se, dopo aver bevuto qualche bicchiere qua e là, quello si mettesse in testa di assalirla? Supponga che voglia rubare... chi glielo potrebbe impedire? Può compiere qualsiasi azione criminale: può rubare e può passare attraverso un cordone di polizia con la stessa facilità con cui lei ed io possiamo fare lo sgambetto a un cieco! Anzi, ancora più facilmente, perché i ciechi hanno un udito straordinariamente fine. Così mi hanno detto. E se dove trova alcoolici gli saltasse in testa...
- Certo ha un vantaggio tremendo - disse il signor Marvel, e... bene...
- Ha ragione - disse il marinaio, - ce l'ha sì!
Per tutto quel tempo, il signor Marvel si era guardato intorno attentamente, tendendo le orecchie ad ogni scalpiccio, tentando di notare ogni minimo movimento. Sembrava sul punto di prendere qualche grande risoluzione; tossì dietro la mano.
Si guardò ancora intorno, stette per un attimo in ascolto, si chinò verso il marinaio... e abbassò la voce.
- Il fatto è che... insomma io... so una cosetta o due sull'uomo invisibile, da fonti private.
- Oh! - esclamò il marinaio. - Lei?
- Già - fece il signor Marvel, - proprio io.
- Davvero? - disse il marinaio. - E potrei chiederle?...
- Rimarrà a bocca aperta - disse il signor Marvel da dietro la mano; - è tremendo.
- Davvero! - esclamò il marinaio.
- Il fatto è - incominciò il signor Marvel con impazienza, in tono basso e confidenziale. All'improvviso, la sua espressione mutò in modo strabiliante. - Oooh! - fece. Balzò sulla panca e il suo volto esprimeva eloquentemente una grande sofferenza fisica. - Oooh! - ripeté.
- Che cosa c'è? - chiese il marinaio preoccupato.
- Mal di denti! - rispose il signor Marvel e si mise una mano contro l'orecchio. Afferrò i libri e disse: - Devo proprio andare ora, credo. - E si allontanò dal suo interlocutore strisciando lateralmente sulla panca, in modo curioso.
- Ma proprio adesso che stava per raccontarmi quella roba sull'uomo invisibile! - protestò il marinaio.
Il signor Marvel parve meditare seriamente.
- Uno scherzo - disse una voce.
- E' uno scherzo - ripeté il signor Marvel.
- Ma c'è scritto sul giornale! - esclamò il marinaio.
- E' uno scherzo lo stesso - replicò Marvel; - conosco quello che ha messo in giro la chiacchiera. Non c'è nessun uomo invisibile, accidenti!
- Ma allora?... Il giornale? Vuol dire che!...
- Non c'è una parola di vero - disse a voce alta Marvel.
Il marinaio stava a guardarlo a bocca aperta con il giornale in mano. Il signor Marvel volgeva la testa a scatti.
- Aspetti un momento! - disse il marinaio alzandosi e parlando lentamente. - Lei dice che...
- Sicuro! - fece il signor Marvel.
- Allora perché mi ha lasciato raccontare tutta quella dannata faccenda, eh? Le piace far fare a un uomo la figura del fesso, eh?
Il signor Marvel gonfiò le gote. Il marinaio era diventato di colpo tutto rosso e stringeva i pugni. - Sono stato lì a parlare per dieci minuti - disse; - e lei... nano, pancione, faccia di bronzo, figlio di un miserabile... non sa nemmeno le regole più elementari della buona creanza...
- Non usi certe espressioni con me, sa? - disse il signor Marvel.
- Altro che queste espressioni! Ho una voglia...
- Cammina! - disse una voce e il signor Marvel di colpo fece un giro su se stesso e cominciò ad avanzare in modo curioso e a sbalzi. - Meglio che se la squagli, - disse il marinaio. - Ma chi se la squaglia? - protestò il signor Marvel. Intanto procedeva obliquamente, con un'andatura stranamente frettolosa, interrotta ogni tanto da scatti violenti in avanti. Un po' più in là, sulla strada, incominciò a borbottare un monologo pieno di proteste e di recriminazioni.
- Maledetto imbecille! - disse il marinaio a gambe larghe e con le mani sui fianchi, guardando la figura di Marvel che fuggiva.
- Gliela farò vedere io! Cretino! Deficiente! Prendere in giro me! C'è qui sul giornale!
Il signor Marvel, contorcendosi in modo veramente strano, si allontanò fino a scomparire dietro una curva della strada. Ma il marinaio rimase là - figura imponente in mezzo alla strada fino a che l'arrivo del carretto del macellaio non lo fece spostare. Allora si girò verso Port Stowe. "C'è proprio un sacco di pazzi straordinari" disse piano, tra sé. "Per prendermi in giro ha fatto tutta quella stupida commedia!... Ma c'è sul giornale!"
E c'era un'altra notizia straordinaria che avrebbe appreso di lì a poco. Il fatto era accaduto molto vicino a lui. Era l'apparizione di «un pugno pieno di soldi» (proprio così) che viaggiava senza alcun agente visibile, lungo il muro, all'angolo di Saint Michael's Lane. Un marinaio suo collega aveva avuto questa straordinaria visione quello stesso mattino. Costui aveva afferrato il denaro ed era stato buttato per terra. Quando si era rialzato, il denaro-farfalla era già sparito. Il nostro marinaio era disposto a credere a tutto, ma questa - lo disse lui stesso - era un po' troppo grossa. Più tardi, però, incominciò a riflettere.
La storia del denaro volante era vera. Infatti in tutti i dintorni persino nella grande banca London and County Banking Company nei cassetti dei negozi e delle locande (poiché per il gran sole tutte le porte erano spalancate) era stato rubato, con calma e con destrezza, moltissimo denaro - a manciate e a rotoli interi - e fluttuava tranquillo nell'aria lungo i muri e in luoghi ombreggiati, sfuggendo velocemente allo sguardo della gente. Sebbene nessuno lo avesse più rintracciato, finiva sempre il suo volo nelle tasche del signore agitato con quello strano cilindro in testa che noi abbiamo già visto davanti alla piccola locanda, nei sobborghi di Port Stowe.
Fu dieci giorni dopo - e solo quando la storia di Burdock era ormai notissima - che il marinaio collegò questi fatti e incominciò a capire quanto fosse stato vicino all'uomo invisibile.
15. L'UOMO CHE CORREVA.
Verso sera il dottor Kemp era seduto nello studio della sua villetta situata sulla collina sovrastante Burdock. Era una stanza graziosa, con tre finestre che guardavano rispettivamente a nord, a sud, a ovest. C'erano scaffali pieni di libri e di pubblicazioni scientifiche, un ampio scrittoio e, sotto la finestra a nord, un microscopio, dei vetrini in fila, piccoli strumenti, alcune colture di microbi, e bottiglie di reagenti sparse qua e là. La lampada solare del dottor Kemp era accesa, benché il cielo fosse ancora illuminato dalla luce del sole che tramontava e le tendine fossero alzate: infatti, non essendoci pericolo che qualcuno guardasse dentro, non c'era bisogno di abbassarle. Il dottor Kemp era giovane, alto e snello, con capelli biondissimi e baffi quasi bianchi. Il lavoro che stava facendo, gli avrebbe procurato, così sperava, l'ammissione alla Royal Society, tanta era l'importanza che gli attribuiva.
Alzando gli occhi dal lavoro, vide il tramonto fiammeggiante dietro alla collina di fronte. Per un attimo, forse, se ne stette, con la penna in bocca, ad ammirare l'intenso colore dorato sulla vetta: poi la sua attenzione fu attratta dalla piccola sagoma di un uomo, nero come il carbone, che correva in cima alla collina verso di lui. Era un tipo basso, con un cilindro in testa e correva così in fretta che le sue anche sembravano due stantuffi.
- Un altro dei soliti imbecilli - disse il dottor Kemp, come quello che questa mattina mi è venuto a sbattere contro da dietro un angolo, gridando: «L'uomo invisibile arriva, signore!». Ma davvero non riesco a capire che cosa abbiano addosso. Sembra quasi di essere nel Tredicesimo secolo.
Si alzò, andò alla finestra e rimase a fissare il lato della collina ormai quasi scuro e la piccola figura nera che correva.
Sembra che abbia una fretta tremenda - osservò il dottor Kemp, - ma non sembra avvicinarsi molto. Se avesse le tasche piene di piombo, non correrebbe con più fatica.
- Forza, signore! - disse il dottor Kemp.
Dopo un attimo, i tetti delle ultime ville che andavano da Burdock fino alla cima della collina, avevano nascosto la figura che correva. Tornò a riaffiorare per un attimo, poi un'altra volta e così per tre volte ancora fra le tre case seguenti che erano isolate. Poi fu nascosta dalla terrazza.
- Che stupidi! - disse il dottor Kemp girandosi sui talloni per tornare allo scrittoio.
Ma quelli che - fuori, sulla strada - videro più da vicino il fuggitivo e notarono l'immenso terrore dipinto sul suo volto non condividevano affatto il disprezzo del dottor Kemp. L'uomo correva con fatica e faceva tintinnare una borsa piena zeppa di soldi che veniva sballottata in su e in giù. Non guardava né a destra né a sinistra, ma i suoi occhi dilatati erano fissi verso il fondo della collina, sui lampioni accesi e sulla gente che affollava la strada. Aveva una bocca brutta e storta, con una bava vischiosa sulle labbra. Il suo respiro era rauco e gorgogliante. Tutti quelli cui passava vicino, si fermavano e incominciavano a guardare la strada da un capo all'altro, interrogandosi a vicenda, con una certa apprensione, sulla ragione della sua fretta.
Dopo un po', un cane che giocava in strada sulla parte più alta della collina, guaì e corse sotto un cancello. Mentre la gente se ne stava sbigottita qualcosa li sfiorò: una ventata, un rumore di passi o di un respiro affannoso.
Alcuni gridarono, altri si allontanarono con un balzo dal centro della strada. Passavano urlando, poi, per istinto, corsero giù per la collina. Erano già nella strada principale del paese, tutti urlanti, quando Marvel non era che a metà strada. La gente si rifugiò in casa e con quella novità da raccontare. Egli li udì e fece un ultimo disperato sforzo. La paura avanzò a grandi passi, e in un attimo raggiunse la città.
- L'uomo invisibile sta venendo! L'uomo invisibile!
16. AL "JOLLY CRICKETERS".
Il "Jolly Cricketers" si trova ai piedi della collina, nel punto in cui partono le linee tranviarie. L'uomo addetto alla mescita, con le sue braccia rosse e grassocce appoggiate sul banco, parlava di cavalli con un vetturino anemico, mentre un uomo dalla barba nera e vestito di grigio sgranocchiava biscotti e formaggio, beveva un bicchierino di liquore e conversava in americano con un poliziotto fuori servizio.
- Ma che cosa sono queste urla? - chiese il vetturino anemico cambiando discorso e cercando di guardare la collina da sopra la sporca tenda gialla che copriva la parte inferiore della finestra della locanda. Qualcuno entrò di corsa dalla strada.
- Forse un incendio - disse l'uomo addetto alla mescita.
Si avvicinò qualcuno che correva faticosamente; la porta fu spinta con violenza e Marvel, in lacrime e scarmigliato, senza più cappello, con il colletto della giacca strappato, si precipitò dentro, si girò convulsamente e tentò di chiudere la porta. Ma questa era tenuta semiaperta da un cuneo. - Sta venendo - urlò, con la voce acuta per il terrore - Sta venendo. L'uomo invisibile! E' dietro di me! Per amor di Dio!
Aiuto! Aiuto! Aiuto!
- Chiudete tutte le porte - disse il poliziotto. - Chi sta venendo? Che cosa è tutto questo schiamazzo? - Andò alla porta, tolse il cuneo, e quella si chiuse con uno scatto. L'americano chiuse l'altra porta.
- Lasciatemi qui - diceva intanto Marvel barcollando e piangendo, ma tenendo sempre stretti i libri. - Lasciatemi qui.
Chiudetemi da qualche parte. Vi dico che è dietro di me. L'ho mollato. Aveva detto che mi avrebbe ucciso e lo farà!
- E' al sicuro! - disse l'uomo con la barba nera. - La porta è chiusa. Ma di che cosa sta parlando?
- Lasciatemi qui! - disse Marvel. A un tratto, un colpo scosse la porta, seguito da colpi ripetuti e da grida provenienti dall'esterno. Marvel lanciò un grido fortissimo.
- Oilà! - urlò il poliziotto. - Chi va là?
Il signor Marvel incominciò a fare tuffi frenetici contro i pannelli che sembravano porte. - Mi ucciderà... ha un coltello o qualcosa del genere. Per carità...
- Adesso lei è qui - disse l'uomo addetto alla mescita. Entri qui. - E alzò l'asse del banco.
Il signor Marvel corse dietro al banco, mentre fuori i colpi riprendevano. - Non aprite la porta! - strillò. - Per favore, non aprite la porta! Dove mi posso nascondere?
- E allora, questo uomo invisibile? - chiese l'uomo con la barba nera, tenendo una mano dietro la schiena. - Era proprio ora di vederlo.
All'improvviso fu fracassata la finestra della locanda e ci fu un gran gridare e correre sulla strada. Il poliziotto era salito sul divano e guardava fuori, per cercare di vedere chi era alla porta. Scese con le sopracciglia aggrottate. - E' lui - disse.
L'uomo addetto alla mescita, ritto davanti alla porta del salottino privato dietro alla quale era rinchiuso Marvel, fissò la finestra rotta e raggiunse gli altri due uomini. Tutto, all'improvviso, si calmò. - Se avessi preso con me il manganello - disse il poliziotto guardando alla porta con aria incerta. Se apriamo, quello entra. Non c'è modo di fermarlo.
- Non abbia troppa fretta con quella porta! - disse preoccupato il vetturino anemico.
- Tiri il catenaccio - disse l'uomo con la barba nera, - e se quello entra... - e mostrò la rivoltella che aveva in mano.
- No, non si può - fece il poliziotto. - Sarebbe un assassinio.
- Conosco le leggi di questo paese - continuò l'uomo con la barba, - voglio solo sparargli alle gambe. Tiri il catenaccio.
- Non con quella roba puntata sulla schiena - disse l'uomo addetto alla mescita guardando ancora da sopra la tenda.
- Va bene - fece l'uomo con la barba nera, e piegandosi in avanti, con la rivoltella in mano, tirò lui stesso il catenaccio. L'uomo addetto alla mescita, il vetturino e il poliziotto si guardarono intorno.
- Avanti - disse sottovoce l'uomo con la barba, arretrando e tenendo d'occhio la porta con la rivoltella dietro di sé.
Nessuno entrò; la porta rimase chiusa.
Cinque minuti più tardi quando un secondo vetturino spinse dentro cautamente la testa, essi erano ancora in attesa e un volto ansioso si mostrò dal salottino privato e chiese in tono supplichevole qualche informazione.
- Sono chiuse tutte le porte della casa? - domandò Marvel. Sta gironzolando... ronza qui attorno. E' più furbo del diavolo.
- Mio Dio! - esclamò il corpulento uomo addetto alla mescita.
- C'è quella dietro! Tenete d'occhio quelle porte! Dico!... Si guardò intorno senza speranza. La porta del salottino sbatté e sentirono girare la chiave. - C'è la porta del cortile e la porta privata. La porta del cortile...
Corse fuori del locale.
Un attimo dopo, ricomparve con un coltello ricurvo in mano. La porta del cortile era aperta disse, e il suo grosso labbro inferiore era cascante.
- Può essere qui dentro, allora - osservò il primo vetturino.
- In cucina non c'è - disse l'uomo addetto alla mescita. - Ci sono due donne e ho perlustrato in ogni angolo con questo piccolo coltello per la carne. D'altronde le donne sono sicure che non è entrato. Hanno notato...
- Ma, ha chiuso la porta? - chiese il primo vetturino.
- Sono fuori di me - disse l'uomo addetto alla mescita.
L'uomo con la barba mise via la rivoltella. Subito la maniglia della mescita si mosse e il catenaccio scattò; poi, con un colpo tremendo, il chiavistello della porta scattò e la porta del salottino si spalancò. Sentirono Marvel strillare come un leprotto preso in trappola e si lanciarono nella mescita in sua difesa. L'uomo con la barba sparò e lo specchio appeso alla parete in fondo al salottino s'incrinò e cadde andando in mille pezzi.
L'uomo addetto alla mescita entrò nella stanza e vide Marvel, stranamente abbattuto, che combatteva con la porta che dava in cucina e in cortile. La porta si spalancò, mentre l'uomo addetto alla mescita esitava e Marvel fu trascinato in cucina. Si udì un grido e un gran rovinio di stoviglie. Marvel, a testa in giù e tirandosi ostinatamente indietro, fu spinto a forza contro la porta della cucina e i chiavistelli furono tirati.
Il poliziotto, dopo aver oltrepassato l'uomo addetto alla mescita, corse dentro, seguito da uno dei due vetturini; afferrò il polso della mano invisibile che stringeva il collo di Marvel, fu colpito in pieno viso e barcollò all'indietro. La porta si aprì e Marvel fece uno sforzo pazzesco per riuscire a ripararvisi dietro. Poi il vetturino afferrò qualcosa.
- L'ho preso! - esclamò.
Le mani rossastre dell'uomo addetto alla mescita giunsero ad afferrare l'invisibile.
- Eccolo! - disse.
Il signor Marvel, ora che era libero, si lasciò cadere subito a terra e cercò di sgattaiolare tra le gambe di quelli che lottavano. La lotta si spostò verso l'angolo della porta. Per la prima volta, si udì la voce dell'uomo invisibile. Costui gridò violentemente quando il poliziotto gli pestò un piede. Poi gridò ancora con forza e i pugni volarono come correggiati. Il vetturino, all'improvviso, lanciò un grido, si piegò in due, colpito da un calcio sotto il diaframma. Le porte fra la cucina e il salottino sbatterono e coprirono la ritirata di Marvel. Gli uomini in cucina si trovarono a combattere e ad afferrare soltanto l'aria.
- Dov'è andato? - gridò l'uomo con la barba, - fuori?
- Per di qua - disse il poliziotto, andando in cortile e fermandosi lì.
Un pezzo di tegola gli volò sopra la testa e andò a spaccarsi fra le terraglie sulla tavola della cucina.
- Glielo faccio vedere io! - gridò l'uomo con la barba nera.
All'improvviso una sbarra d'acciaio luccicò sopra la spalla del poliziotto e cinque colpi partirono uno dopo l'altro verso il punto in ombra da cui era venuto il proiettile. Mentre faceva fuoco, l'uomo con la barba muoveva la mano in senso orizzontale, in modo che i colpi si irradiavano nello stretto cortile come raggi di una ruota.
Seguì un momento di silenzio. - Cinque cartucce disse l'uomo con la barba nera. - E' meglio di tutto. Quattro assi e un Jolly. Qualcuno porti una lanterna che cercheremo il corpo.
17. IL VISITATORE DEL DOTTOR KEMP.
Intanto nel suo studio il dottor Kemp aveva continuato a scrivere, finché ad un tratto alcuni spari lo fecero sobbalzare.
Beng-beng-beng... uno dietro l'altro!
- Perbacco! - esclamò il dottor Kemp, mettendosi di nuovo la penna in bocca mentre rimaneva in ascolto. - Chi è che fa a rivoltellate a Burdock? Che siano sempre quei cretini?
Andò alla finestra che dava a mezzogiorno, l'aprì e, sporgendosi fuori, guardò attentamente la fitta rete di finestre, di lampade a gas e di negozi, interrotta qua e là dalle zone scure dei tetti e dei cortili: l'immagine solita della città di notte.
Sembra che ci sia un assembramento ai piedi della collina disse, - vicino al "Jolly Cricketers" - e rimase ad osservare.
Vagò con lo sguardo sulla città fino al punto in cui brillavano le luci delle navi e scintillava il faro, piccolo padiglione luminoso, sfaccettato come una gemma dalla luce gialla. Il primo quarto di luna era visibile a ovest della collina; le stelle erano luminose e limpide, quasi come nei paesi tropicali.
Dopo cinque minuti di meditazione sulle condizioni sociali del futuro - si era infine fermato sulla dimensione tempo - il dottor Kemp si alzò sospirando, chiuse di nuovo la finestra e tornò allo scrittoio.
Doveva essere passata circa un'ora, quando suonò il campanello del portone. Il medico, che da quando aveva udito gli spari aveva scritto svogliatamente e con qualche momento di distrazione, rimase in ascolto. Udì la cameriera aprire e aspettò di sentire i suoi passi per le scale, ma quella non arrivava. "Ma che cosa era?" si chiese il dottor Kemp.
Cercò di riprendere il lavoro ma non vi riuscì, si alzò e scese i gradini che portavano dallo studio fino al pianerottolo, suonò e chiamò la cameriera dalla balaustra. Quando quella comparve nell'ingresso, al piano di sotto, le chiese: - Era una lettera?
- No, era soltanto uno che ha suonato ed è scappato, signore rispose.
"Non trovo proprio pace, questa sera", disse allora il medico tra sé. Tornò nello studio e, questa volta, riprese il lavoro con molta risolutezza.
In breve si era di nuovo immerso nel lavoro. Nella stanza si potevano sentire soltanto il tic-tac dell'orologio e lo scricchiolio sommesso della penna che scorreva veloce al centro del cerchio luminoso della lampada sullo scrittoio.
Erano le due quando il dottor Kemp decise di smettere di lavorare, per quella notte. Si alzò, sbadigliò e andò di sopra a dormire. Si era già tolto la giacca e il panciotto, quando si accorse di avere sete. Prese una candela e scese in sala da pranzo a cercare il sifone da seltz e la bottiglia di whisky.
Le ricerche scientifiche lo avevano reso molto osservatore: quando riattraversò l'atrio, notò una macchia scura sul linoleum, vicino alla stuoia ai piedi della scala. Salì al piano di sopra e, all'improvviso, gli venne da chiedersi che cosa fosse quella macchia sul linoleum. Evidentemente, qualche elemento del subconscio era al lavoro. Ad ogni modo si voltò con le sue bottiglie in mano e tornò nell'atrio; appoggiò le bottiglie e, piegatosi, toccò la macchia. Notò - e non si stupì molto - che aveva la consistenza e il colore del sangue secco.
Prese di nuovo le bottiglie e ritornò di sopra, guardandosi intorno per cercare di dare una spiegazione a quella macchia di sangue. Vide qualcosa sul pianerottolo e si fermò attonito. La maniglia della porta della sua camera era macchiata di sangue.
Si guardò la mano: era pulitissima. Allora si ricordò che quando si era recato dallo studio in camera, la porta era aperta, perciò non aveva toccato affatto la maniglia. Entrò direttamente in camera con il volto perfettamente calmo, forse appena un po' più risoluto del solito. Guardandosi attorno con curiosità, gli cadde lo sguardo sul letto. Sul copriletto c'era moltissimo sangue e il lenzuolo era stato strappato. Appena entrato in camera non l'aveva notato, perché si era diretto subito verso il tavolino da toilette. Dall'altro lato del letto le coperte erano incavate come se qualcuno ci fosse stato a sedere fino a poco prima.
Poi ebbe la strana impressione di udire una voce bassa sussurrare: - Santo Cielo! Kemp! - Ma il dottor Kemp non era uno di quelli che credono alle voci.
Rimase a fissare le lenzuola in disordine. Era stata davvero una voce? Si guardò ancora intorno, ma non notò altro che il letto in disordine e macchiato di sangue. Poi udì un movimento nella stanza, vicino al lavabo. Tutti gli uomini, per quanto molto colti, cedono qualche volta alla superstizione. Egli si lasciò prendere dal timore del soprannaturale. Chiuse la porta della stanza, si avvicinò al tavolino da toilette e vi appoggiò le bottiglie. All'improvviso vide una fascia di tela macchiata di sangue a mezz'aria tra lui e il lavabo, e trasalì.
La guardò sbalordito. Era una benda vuota, una fasciatura ben fatta, ma completamente vuota. Avrebbe voluto muoversi per afferrarla, ma fu fermato da qualcosa che lo toccava e da una voce che gli parlava molto da vicino.
- Kemp! - diceva la voce.
- Eh! - fece Kemp a bocca aperta.
- Stia calmo - disse la voce. - Sono solo un uomo invisibile.
Kemp per un po' non rispose e si limitò a fissare le bende. Poi disse: - Un uomo invisibile?
- Sono un uomo invisibile - ripeté la voce.
A Kemp tornò in mente la storia che, proprio quel mattino, aveva giudicato così ridicola. Non sembra comunque che, sul momento, egli fosse molto spaventato o molto sorpreso. Solo più tardi si rese veramente conto di tutta la faccenda.
- Credevo che fosse tutta una fandonia - disse. Pensava soprattutto ai suoi ragionamenti di quel mattino. - Ma è fasciato? - chiese.
- Sì - rispose l'uomo invisibile.
- Oh! - fece Kemp, e si alzò. - Ma dico io! - esclamò. - E' assurdo! E' tutto uno scherzo. - Fece un passo avanti all'improvviso, e la sua mano tesa verso le bende incontrò dita invisibili.
A quel contatto indietreggiò e cambiò colore.
- Stia calmo, Kemp, per amor di Dio! Ho estremo bisogno di aiuto. Si fermi!
La mano gli afferrò un braccio. Kemp la colpì. - Kemp! - gridò la voce. - Kemp, stia fermo! - e la stretta si rafforzò.
Kemp provò un desiderio terribile di liberarsi. La mano di quel braccio fasciato gli afferrò una spalla: gli fu fatto, di colpo, uno sgambetto che lo buttò all'indietro sul letto. Il medico aprì la bocca per gridare e un angolo del lenzuolo gli fu infilato tra i denti. L'uomo invisibile lo teneva giù con forza, ma ora che aveva le braccia libere, Kemp colpì e cercò di dare calci furiosi.
- Ma sia ragionevole! - disse l'uomo invisibile standogli ancora appiccicato nonostante un colpo alle costole.
- Per amor del cielo! Mi vuole far diventare matto!
- Stia fermo, stupido! - gli gridò nelle orecchie l'uomo invisibile.
Il dottore lottò ancora per un momento, poi rimase immobile.
- Se grida, le spacco la faccia - disse l'uomo invisibile liberandogli la bocca. - Sono un uomo invisibile. Non è uno scherzo né un incantesimo. Sono un uomo invisibile. E ho bisogno del suo aiuto. Non voglio farle del male, ma se lei si comporta come un villano, sarò costretto a fargliene. Non si ricorda di me? Kemp, Griffin, University College.
- Mi lasci alzare - disse Kemp. - Mi fermerò dove sono. E mi lasci tranquillo un momento!
Si sedette e si tastò il collo.
- Sono Griffin, dell'University College, e mi sono reso invisibile. Sono solo un uomo qualunque - un uomo che lei ha conosciuto - diventato invisibile.
- Griffin? - chiese Kemp.
- Griffin - rispose la voce. - Uno studente più giovane di lei, quasi albino, alto un metro e ottanta e robusto... con il viso bianco e roseo e gli occhi rossi... quello che vinse la medaglia per la chimica.
- Sono disorientato - disse Kemp. - Ho la rivoluzione in testa. Ma che cosa c'entra tutto questo con Griffin?
- Io SONO Griffin!
Kemp ci pensò un po' su. - E' orribile - disse. - Ma che diavoleria può rendere invisibile un uomo?
- Nessuna diavoleria. E' un processo abbastanza normale e comprensibile...
- E' veramente orribile - ripeté Kemp. - Ma quando mai?...
- E' abbastanza orribile, sì! Ma io sono ferito, sto male e sono stanco... Buon Dio, Kemp! Lei è un uomo. La prenda con calma. Mi dia qualcosa da bere e da mangiare e mi lasci sedere qui.
Kemp fissava la benda che si muoveva per la stanza, poi vide una sedia impagliata strisciare sul pavimento e fermarsi vicino al letto. Scricchiolò e il piano s'incavò di qualche millimetro. Si stropicciò gli occhi e si tastò di nuovo il collo. - Peggio dei fantasmi - disse, e rise scioccamente.
- No, è meglio. Sia ringraziato Iddio! Lei sta diventando ragionevole!
- O completamente stupido - fece Kemp, e sbatté le palpebre.
- Mi dia un goccio di whisky. Sono mezzo morto.
- Non mi pare. Dov'è? Se mi alzo, le verrò addosso? Là! Bene!
Whisky... eccolo. Dove glielo metto?
La sedia scricchiolò ancora e Kemp sentì che gli portava via il bicchiere. Lo lasciò andare con un certo sforzo, perché il suo istinto era contrario. Il bicchiere si alzò di una trentina di centimetri sopra la sedia ed egli lo guardò molto perplesso.
- Questo è... deve essere... ipnotismo. Lei deve avermi ipnotizzato per convincermi a crederla invisibile.
- Sciocchezze! - disse la voce.
- Ma è roba da pazzi!
- Mi stia a sentire.
- Proprio questa mattina, io ho dimostrato con prove decisive incominciò Kemp, - che l'invisibilità...
- Non m'interessa proprio ciò che lei ha dimostrato! Io sto morendo di fame - disse la voce, - e la notte è fredda per un uomo che non ha niente addosso.
- Cibo? - chiese Kemp.
Il bicchiere di whisky si chinò. - Sì - disse l'uomo invisibile mettendolo giù. - Ha una vestaglia per caso?
Kemp fece alcune esclamazioni sottovoce. Andò verso la guardaroba e tirò fuori una vestaglia amaranto. - Va bene questa? - chiese. Gli fu tolta dalle mani; per un momento rimase sospesa a mezz'aria, fluttuò stranamente, si mise dritta e dignitosissima mentre si abbottonava, poi si sedette sulla sua sedia.
- Mi farebbero comodo anche mutande, calze e pantofole - disse brusco l'uomo invisibile. - E qualcosa da mangiare.
- Avrà quello che vuole. Ma questa è la situazione più assurda di tutta la mia vita!
Frugò nei cassetti per trovare altri indumenti, poi andò al piano di sotto a saccheggiare la dispensa. Tornò con cotolette fredde e pane, mise tutto su un tavolino che sistemò davanti al suo ospite.
- Non si preoccupi per le posate - disse il suo visitatore, e una cotoletta rimase sospesa a mezz'aria, mentre si sentiva masticare.
- Mi è sempre piaciuto avere qualcosa addosso mentre mangio disse l'uomo invisibile, con la bocca piena, inghiottendo con molta voracità, - una strana mania.
- Penso che il polso vada bene, ora - disse Kemp.
- Sì - disse l'uomo invisibile.
- Di tutte le cose più straordinarie e mirabili...
- Giusto. Ma è strano che sia capitato proprio a casa sua per trovare di che fasciarmi. Questa è la prima fortuna che mi capita! Comunque, volevo dormire in questa casa stanotte.
Bisogna che lei si adatti! e' una bella seccatura che perda sangue, no? Ce n'è un bel grumo là sopra. Vuol dire che, quando si coagula, diventa visibile. Ho mutato solo il tessuto vivo e solo fino a che sarò in vita... Sono qui già da tre ore.
- Ma come ha fatto? - incominciò Kemp con tono esasperato. Che roba! Tutta questa storia... è assurda dall'inizio alla fine.
- No, è abbastanza plausibile, invece - replicò l'uomo invisibile, - del tutto plausibile.
Si allungò per prendere la bottiglia di whisky. Kemp fissava quella vestaglia vorace. Un raggio di luce, penetrando in una scucitura della spalla destra, mostrava un triangolo luminoso sotto le costole a sinistra.
- Ma che cos'erano quegli spari? - chiese. - Come è cominciata la sparatoria?
- C'era un pazzo, una specie di mio socio... che sia stramaledetto! Ha cercato di rubare i miei soldi. E ce l'ha fatta!
- Anche lui è invisibile?
- No!
- E allora ?
- Non posso avere qualcos'altro da mangiare, prima d'iniziare a parlare? Mi fa ancora male lo stomaco dalla fame, e lei vuole sentire il racconto!
Kemp si alzò. - Ma lei non ha sparato? - chiese.
- Io no - disse. - Qualche pazzo che non avevo mai nemmeno visto ha sparato a caso. Tutti si sono spaventati. Si sono spaventati tutti di me. Maledetti pure loro! Dico... voglio qualcos'altro da mangiare, Kemp.
- Vado a vedere se c'è dell'altro giù da basso - disse Kemp. Ho paura che non ci sarà molto.
Finito il pasto - un pasto piuttosto pesante - l'uomo invisibile chiese un sigaro. Ne morse la punta con violenza, prima che Kemp potesse trovare un coltello e imprecò quando la foglia esterna si srotolò.
Era strano vederlo fumare; la bocca, la gola, la faringe e le narici diventavano visibili come una specie di getto vorticoso di fumo.
- Questo benedetto vizio del fumo! - disse, e aspirò con forza. - Sono stato fortunato a capitare da lei, Kemp. Mi deve aiutare. Non avrei mai pensato di capitare da lei proprio ora.
Sono in un maledetto imbroglio: c'era da impazzire. Ne ho passate! Ma adesso faremo grandi cose insieme; aspetti che le racconti.
Si servì di nuovo di whisky e di seltz. Kemp si alzò e andò a prendersi un bicchiere dal ripostiglio.
- Non è bello... ma penso che sia meglio bere.
- Lei non è cambiato molto, Kemp, in questi dodici anni. E' così generalmente per tutti i biondi: freddi e metodici...
Adesso le racconterò tutto. Noi lavoreremo insieme!
- Ma come è successo tutto? - chiese Kemp. - Come ha fatto a ridursi così?
- Per amor del cielo! Mi lasci fumare in santa pace un momento; poi incomincerò a raccontarle la mia storia.
Ma quella notte la storia non fu raccontata. L'uomo invisibile cominciò ad avere sempre più male al polso; aveva la febbre, era esausto e non faceva che tornare con la mente all'inseguimento ai piedi della collina e alla lotta nella locanda. Incominciava la sua storia e subito perdeva il filo; ogni tanto parlava di Marvel, fumava sempre più in fretta; la voce gli si gonfiò di collera. Kemp cercò di capirci qualcosa .
- Aveva paura di me. Lo vedevo chiaramente che aveva paura di me - disse parecchie volte l'uomo invisibile. Voleva tradirmi.
Si guardava sempre intorno. Che cretino sono stato! Quel disgraziato! Ero furibondo. L'avrei ucciso...
- Ma dove aveva preso i soldi? - chiese Kemp all'improvviso.
L'uomo invisibile rimase silenzioso per un attimo.
- Non posso dirglielo questa notte.
Poi, all'improvviso, diede un lamento, si piegò in avanti appoggiando la testa invisibile sulle mani invisibili.
- Kemp - disse, - sono circa tre giorni che non dormo; mi sono appisolato due volte per un'ora o poco più. Ho un bisogno assoluto di dormire subito.
- Bene, stia qui in camera mia... stia qui.
- Ma come posso dormire? Se dormo... quello fugge. Be'... che cosa me ne importa?
- E' profonda la sua ferita? -chiese Kemp.
- No... Un graffio e molto sangue. Oh Dio! Che bisogno ho di dormire!
- E perché non dorme?
Sembrò che l'uomo invisibile guardasse Kemp. Disse lentamente: Ho una particolare avversione a essere preso in trappola dai miei simili.
Kemp sussultò.
- Pazzo che sono! - disse l'uomo invisibile, colpendo con forza la tavola. - Proprio io vengo a metterle in testa un'idea del genere.
18. L'UOMO INVISIBILE DORME.
Sebbene fosse esausto e ferito, l'uomo invisibile non volle credere alla parola di Kemp che gli prometteva di rispettare la sua libertà. Esaminò le due finestre della camera da letto, alzò le tendine e tirò il saliscendi, e poi dovette dare ragione a Kemp: da lì la fuga sarebbe stata possibile. Fuori, la notte era calma e silenziosa e la luna nuova stava tramontando sopra la collina. Esaminò poi le chiavi della camera da letto e le due porte dello spogliatoio, per essere sicuro che anche queste gli avrebbero potuto assicurare la libertà. Infine si dichiarò soddisfatto. Stava sul tappeto davanti al caminetto e Kemp udì uno sbadiglio.
- Mi dispiace - disse l'uomo invisibile, - di non poterle raccontare questa notte tutto ciò che ho fatto. Ma sono distrutto. E' grottesco, senza dubbio! E' orribile! Ma, mi creda, Kemp, nonostante tutte le sue argomentazioni di questa mattina, è una cosa perfettamente possibile. Ho fatto una scoperta. Volevo tenerla per me, ma non posso. Devo avere un socio. E lei... potremo fare cose meravigliose... ma domani.
Ora, Kemp, sento che se non dormo crollerò.
Kemp stava in mezzo alla stanza e fissava la vestaglia senza testa. - Penso sia meglio che la lasci solo - disse, - è... incredibile. Altri tre avvenimenti come questo, oltre a travolgere tutte le mie teorie, mi farebbero impazzire. Ma è vero! Posso fare altro per lei?
- Solo augurarmi la buona notte - rispose Griffin.
- Buona notte - disse Kemp e strinse una mano invisibile. Si avviò verso la porta ancora mezzo voltato.
All'improvviso, la vestaglia gli corse dietro. - Non cerchi di mettermi i bastoni fra le ruote e di farmi catturare! - disse la vestaglia, - mi dia retta! Altrimenti...
Il volto di Kemp mutò un po' espressione. - Credo di averle già dato la mia parola - disse.
Kemp chiuse piano la porta dietro di sé e la chiave girò nella toppa. Mentre il dottore rimaneva immobile, con un'aria stupita, un passo rapido andò alla porta dello spogliatoio e anche quella fu chiusa a chiave. Kemp si passò la mano sulla fronte. - Sto sognando? Sono diventato pazzo io o è impazzito tutto il mondo?
Poi rise e appoggiò la mano sulla porta sbarrata.
- Chiuso fuori della mia stanza da letto, da un'evidente assurdità - disse.
Andò sulle scale, si girò, e fissò le porte sbarrate. - E' un fatto - disse, e si passò la mano sul collo leggermente contuso. - E' un fatto innegabile! Ma... - scosse la testa senza speranza, si voltò e scese le scale.
Accese la lampada in sala da pranzo, prese un sigaro e incominciò a passeggiare per la stanza, uscendo ogni tanto in esclamazioni e discutendo con se stesso.
- Invisibile! - disse.
- Esistono degli animali invisibili?... In mare, sì. A migliaia, a milioni! Tutte le larve, tutti i piccoli nauplii e le tornarie, tutti quegli esseri microscopici... e le meduse! In mare ci sono più esseri invisibili che visibili! Non ci avevo mai pensato prima... e pure negli stagni! Tutti quei piccoli esseri che vivono negli stagni, granelli di gelatina incolore e traslucida. Ma nell'aria, no!
«Non può essere.
«Ma in fondo... perché no?
«Se un uomo fosse fatto di vetro sarebbe sempre visibile.» Approfondì la sua meditazione. La cenere bianca di tre sigari si era sparsa sul tappeto, prima che egli riprendesse a parlare. E, anche allora, fu solo un'esclamazione. Si voltò, uscì dalla stanza, andò nel suo piccolo ambulatorio e riaccese la lampada a gas. Era una stanza piccola, perché il dottor Kemp non praticava la professione. Vi teneva i giornali. Il giornale del mattino era aperto negligentemente e buttato da una parte. Egli lo prese, voltò la pagina e lesse il resoconto di una «Strana storia a Iping» che quel marinaio a Port Stowe aveva con così tanta fatica sillabato a Marvel. Kemp la lesse tutta.
- Tutto coperto! - disse Kemp. - Travestito! Si nascondeva!
Sembra che nessuno si fosse accorto della sua disgrazia. Ma, per la miseria! Qual è il suo gioco?
Lasciò cadere il giornale e diede un'occhiata agli altri.
Ah!disse, e prese la "Saint Jame's Gazette" che era ancora piegata, come quando era arrivata. - Adesso sapremo la verità disse il dottor Kemp. Aprì il giornale. Due colonne! Il titolo era: «Impazzisce un intero villaggio del Sussex».
- Santo cielo! - esclamò Kemp, leggendo avidamente un'ironica descrizione dei fatti che abbiamo già narrato, avvenuti a Iping il pomeriggio precedente. Sul giornale era riportato il resoconto dell'edizione del mattino.
Il dottore lo rilesse: «Correva per le strade menando colpi a destra e a manca. Jaffers senza conoscenza. Il signor Huxter fra grandi sofferenze, ancora incapace di descrivere ciò che ha visto. Dolorosa umiliazione per il vicario. Una donna è a letto per lo spavento provato. Finestre rotte. Questa storia straordinaria probabilmente è un'invenzione, troppo bella, però, per non essere pubblicata... anche se "cum grano"».
Kemp lasciò cadere il giornale e guardò davanti a sé, senza vedere nulla. - Probabilmente è un'invenzione!
Riprese il giornale e rilesse daccapo tutta la storia.
Ma come c'entra quel vagabondo? Perché diavolo, allora, dava la caccia a un vagabondo?
Si sedette di colpo sul lettino: - Non solo è invisibile disse,- E' pazzo! E' un omicida!...
Quando l'alba spuntò e mescolò il suo pallido colore alla luce della lampada e al fumo dei sigari nella sala da pranzo, Kemp ancora passeggiava in su e in giù cercando di capire qualcosa in quella storia incredibile.
Era troppo eccitato per dormire. Le cameriere, quando scesero ancora insonnolite, lo trovarono lì e pensarono che si fosse ridotto in quello stato per il troppo studio. Egli diede loro l'ordine - straordinario ma ben chiaro - di preparare una colazione per due nella veranda dello studio e di ritirarsi poi nel seminterrato e a pian terreno. Poi riprese a passeggiare nervosamente per la stanza da pranzo fino a che arrivò il giornale. Diceva un sacco di cose, ma ne aveva ben poche da raccontare di nuove. Confermava le notizie della sera prima e faceva il resoconto, scritto da cani, di un fatto notevole avvenuto a Port Burdock. Così Kemp ebbe una spiegazione sommaria di ciò che era accaduto al "Jolly Cricketers" e venne a conoscenza del nome di Marvel. «Mi ha tenuto con sé ventiquattr'ore» riferiva Marvel. Alla storia di Iping erano aggiunti altri particolari di minore importanza tra cui il fatto che aveva tagliato i fili del telegrafo. Ma non c'era niente che gettasse una luce sui rapporti esistenti tra l'uomo invisibile e il vagabondo, perché il signor Marvel non aveva dato alcuna informazione sui tre libri e sul denaro di cui era imbottito. Lo scetticismo iniziale era scomparso e una schiera di cronisti era già al lavoro per elaborare i dati e fare inchieste.
Kemp lesse ogni riga del servizio e mandò la governante a prendere tutti i giornali del mattino che poteva trovare. Divorò anche quelli.
- E' invisibile! - disse. - E la sua collera sembra rasentare sempre più la pazzia! Che razza di cose può fare! Che azioni! E adesso è di sopra, libero come l'aria. Ma che cosa diavolo devo fare io?
«Per esempio, sarebbe un mancare alla parola data, se... no!» Si avvicinò a un piccolo scrittoio pieno di carte che si trovava in un angolo e incominciò a scrivere. Strappò. un foglio scritto a metà e ne riempì un altro. Lo lesse e vi pensò su. Poi prese una busta e la indirizzò al «Colonnello Adye, Port Burdock».
L'uomo invisibile si svegliò proprio mentre Kemp stava scrivendo. Si svegliò di cattivo umore e Kemp, attento a ogni piccolo rumore, lo udì all'improvviso attraversare di corsa la stanza, sopra la sua testa. Poi lo sentì scaraventare una sedia per aria e il lavabo cadde in mille pezzi. Kemp corse di sopra e bussò con impazienza alla porta.
19. ALCUNI PRINCIPI FONDAMENTALI.
- Che cosa succede? - chiese Kemp quando l'uomo invisibile lo lasciò entrare.
- Niente - fu la risposta.
- Accidenti! E tutto quel fracasso?
- Un accesso d'ira - disse l'uomo invisibile. - Mi ero dimenticato di questo braccio e mi fa molto male.
- Lei si lascia spesso prendere da questo genere di cose.
- Già.
Kemp attraversò la stanza e raccolse i frammenti di vetro rotto.
- Sui giornali c'è tutto su di lei - disse, rialzandosi con il bicchiere in mano. - Tutto ciò che è accaduto a Iping e ai piedi della collina. Il mondo ormai sa dell'esistenza di questo cittadino invisibile. Ma nessuno sa che lei è qui.
L'uomo invisibile imprecò.
- Il segreto è ormai noto. Ne deduco che fosse un segreto. Non so quali siano i suoi piani, ma, naturalmente, sono ansioso di aiutarla.
L'uomo invisibile si sedette sul letto.
- C'è la colazione pronta di sopra - disse Kemp parlando con la massima disinvoltura possibile. Fu contentissimo di vedere che l'ospite si alzava subito. Kemp lo precedette per la stretta scala che portava alla veranda.
- Prima di fare qualsiasi cosa - disse Kemp, - devo saperne un po' di più su questa sua invisibilità. - Dopo aver gettato uno sguardo nervoso fuori della finestra, si era seduto con l'aria di chi ha intenzione di fare un lungo discorso. I dubbi che aveva sulla ragionevolezza di tutta la faccenda svanivano quando guardava nel punto in cui Griffin sedeva: una vestaglia senza testa e senza mani che si asciugava labbra invisibili con un tovagliolo tenuto in modo miracoloso.
- E' abbastanza semplice... ed anche abbastanza comprensibile disse Griffin appoggiando il tovagliolo.
- Senza dubbio per lei!... Ma...
- Be', sì! Per me, all'inizio sembrava una cosa meravigliosa, senza dubbio! Ma ora, Dio buono!... Ma noi faremo lo stesso grandi cose. Giunsi a capirlo per la prima volta a Chesilstowe.
- Chesilstowe?
- Vi andai dopo aver lasciato Londra. Lei sa che abbandonai medicina per fisica? No? Ebbene, sì: la luce mi ha sempre affascinato.
- Ah!
- La densità ottica! Tutta la materia è un groviglio di problemi, con soluzioni che brillano inafferrabili. Avevo solo ventidue anni, ed essendo pieno di entusiasmo, dissi: «Dedicherò la mia vita a questo studio. Ne vale la pena». Lei sa che pazzi si è a ventidue anni, no?
- Pazzi allora o adesso? - disse Kemp.
- Come se la conoscenza di una cosa dia a un uomo qualche soddisfazione!
«Ma mi buttai sul lavoro come un negro. Lavoravo sodo e mi spremevo il cervello da circa sei mesi su quel problema, quando la luce uscì da una delle maglie, improvvisa e abbagliante!
Scoprii i principi sui pigmenti e la rifrazione, una formula, un'espressione geometrica, di geometria quadrimensionale. Gli sciocchi, gli uomini normali - e persino i matematici di poco valore - ignorano che cosa possano significare per uno studente di fisica molecolare alcuni principi. Nei libri che il vagabondo ha nascosto ci sono meraviglie, miracoli! Ma non era ancora un sistema: era solo un'idea che forse avrebbe portato alla scoperta di un sistema con cui sarebbe stato possibile, senza cambiare nessun'altra proprietà della materia - tranne, in alcuni casi, i colori - di abbassare l'indice di rifrazione di una sostanza solida o liquida, a quello dell'aria, per quanto riguarda tutti i fini pratici.» - Però! - disse Kemp. - E' strano! Ma ancora non vedo bene...
Posso capire che con questo sistema lei riesca ad alterare una pietra preziosa, ma l'invisibilità del corpo umano è una faccenda molto diversa.
- Precisamente - disse Griffin. - Ma ci pensi bene, la visibilità dipende dall'azione dei corpi visibili sulla luce. Mi lasci spiegare i fatti elementari come se lei non li conoscesse.
Le sarà più facile capire ciò che voglio dire. Lei sa bene che un corpo assorbe la luce o la riflette o la rifrange oppure fa tutte queste cose insieme. Se non riflette, non rifrange e non assorbe la luce, quel corpo non può essere di per sé visibile.
Lei, ad esempio, vede una scatola rossa opaca perché il colore assorbe parte della luce e riflette il resto, cioè tutta la parte rossa della luce. Se non assorbisse nessun componente particolare della luce, ma li riflettesse tutti, allora sarebbe una scatola di un bianco luminoso. Argento! Una scatola di diamante non assorbirebbe molta luce, e non ne rifletterebbe neppure da tutta la superficie. La luce sarebbe riflessa o rifratta qua e là, nei punti favorevoli, e si otterrebbe un effetto brillante di riflessi scintillanti e di traslucidità: una specie di spettro luminoso, insomma. Una scatola di vetro non sarebbe così brillante e chiaramente visibile come una scatola di diamante, perché ci sarebbero meno riflessi e rifrazioni. Ha capito? Da certi punti vi si può guardare bene attraverso. Alcuni tipi di vetro si vedono meglio di altri: una scatola di cristallo è più brillante di una scatola di comune vetro da finestra. Una scatola di vetro molto sottile è difficile da vedersi con la luce bassa, perché non assorbe quasi luce e ne rifrange e ne riflette molto poca. Se si mette nell'acqua una lastra di vetro comune - meglio ancora se si mette in qualche liquido più denso dell'acqua - scomparirebbe quasi del tutto, perché la luce, passando dall'acqua al vetro, è rifratta o riflessa solo leggermente, o è addirittura completamente eliminata. E' invisibile quasi quanto una colonna di anidride carbonica, o di idrogeno che si alzi nell'aria, proprio per lo stesso motivo!
- Sì - disse Kemp, - questo è chiaro. Oggigiorno lo sanno anche gli scolari.
- Ecco un'altra cosa che sanno anche gli scolari. Se si rompe e si riduce in polvere una lastra di vetro, questa diventa molto più visibile mentre è ancora nell'aria; alla fine si riduce a una polvere bianca e opaca, questo perché la polverizzazione moltiplica le superfici passibili di riflessione e rifrazione.
Nella lastra di vetro ci sono solo due superfici; nella polvere, invece, la luce viene riflessa e rifratta da ogni granello attraverso cui passa e, attraverso la polvere, ne passa ben poca. Se poi si mette nell'acqua il vetro bianco polverizzato, scompare immediatamente, perché hanno quasi lo stesso indice di rifrazione: la luce, cioè, subisce una riflessione o una rifrazione molto piccola, mentre passa dall'uno all'altro elemento.
«Si rende invisibile il vetro immergendolo in un liquido che abbia circa lo stesso indice di rifrazione; una cosa trasparente diventa invisibile in un medium che abbia circa lo stesso indice di rifrazione. Se lei riflette un attimo, capirà anche che si potrebbe addirittura fare scomparire nell'aria la polvere di vetro, se si riuscisse a portare il suo indice di rifrazione allo stesso livello di quello dell'aria. Infatti, quando la luce passa dal vetro all'aria non c'è né rifrazione né riflessione.» - Sì, sì! - annuì Kemp. - Ma un uomo non è vetro polverizzato!
- No - disse Griffin, - è ancora più trasparente!
- Sciocchezze !
- E questo lo dice un medico! Come è facile dimenticare! In dieci anni ha già dimenticato la fisica? Pensi solo a tutte le cose che son trasparenti e non lo sembrano! La carta, ad esempio, è fatta di fibre trasparenti; è bianca ed opaca per la stessa ragione per cui sono bianchi ed opachi il vetro e la polvere. Bagni la carta bianca, colmi con l'olio gli interstizi che ci sono tra le varie particelle, in modo che non ci siano più né rifrazione né riflessione tranne che sulle superfici: la carta diventa trasparente come il vetro. E non solo la carta, ma le fibre del cotone, della lana, del lino, del legno e le ossa Kemp - la carne, i capelli, le unghie e i nervi, Kemp. Infatti, la struttura del corpo umano - ad eccezione del rosso del sangue e del pigmento scuro dei capelli - è composta di tessuti trasparenti e incolori, e basta pochissimo per renderci invisibili gli uni agli altri. Quasi tutte le fibre di un essere vivente non sono più opache dell'acqua.
- E' vero! E' vero! Certo! - gridò Kemp. - Proprio la notte scorsa pensavo alle larve marine e alle meduse!
- Ora sì che mi segue! Tutto ciò lo imparai un anno dopo aver lasciato Londra, sei anni fa. Ma tenni tutto per me. Dovetti lavorare in condizioni terribilmente sfavorevoli. Hobbema, il mio professore, era un mascalzone, un ladro di idee, stava sempre a spiare! E lei conosce i sistemi poco onesti vigenti nel mondo della scienza. Io, semplicemente, non volevo pubblicare le mie scoperte per non dover poi dividere con lui gli onori che avrei ricevuto. Continuai a lavorare; mi avvicinavo sempre più al momento in cui avrei potuto tentare un esperimento con la mia formula e tradurla così in realtà. Non ne parlai con anima viva, perché avevo intenzione di lanciare la mia scoperta nel mondo con effetto sbalorditivo e diventare famoso di colpo. Mi occupai del problema dei pigmenti per colmare certe lacune, e, all'improvviso - non intenzionalmente ma per puro caso - feci una scoperta in campo fisiologico.
- Sì?
- Lei sa che il colorante rosso del sangue... può essere reso bianco, incolore... pur conservando le medesime qualità?
Kemp lanciò un grido di incredula sorpresa.
L'uomo invisibile si alzò e cominciò a camminare nel piccolo studio. - Ha proprio ragione di gridare così. Mi ricordo quella notte. Era notte fonda - durante il giorno avevo sempre da fare con quegli studenti stupidi e ignoranti - e lavoravo in laboratorio qualche volta fino all'alba. Quest'idea mi venne in mente all'improvviso, splendida e completa. Ero solo, il laboratorio era silenzioso e le lampade accese brillavano luminose... «Si potrebbe rendere trasparente... un animale, un tessuto! Si potrebbe! Tutto, tranne i pigmenti. Io potrei essere invisibile» dissi comprendendo subito l'importanza per me di essere albino e di possedere una cognizione simile. Ne rimasi sopraffatto... Smisi di filtrare, mi avvicinai alla grande finestra e mi misi a fissare le stelle che brillavano. «Potrei essere invisibile» ripetei.
«Fare una cosa simile significava trascendere la magia. Ebbi una visione magnifica di tutto ciò che significava per un uomo l'invisibilità: mistero, potere, libertà. Non vidi nessun ostacolo. Ci pensi! Ed io, un miserabile, sempre in lotta con la povertà, costretto a fare l'assistente, a insegnare a degli imbecilli in una scuola di provincia, avrei potuto diventare così. Le chiedo, Kemp, se lei... Chiunque, glielo assicuro, si sarebbe buttato a capofitto in quella ricerca. Ed io vi lavorai tre anni: quando riuscivo a superare una difficoltà, ne trovavo subito un'altra da affrontare. Quanti particolari! Che esasperazione! E un professore, un provincialotto, che mi spiava sempre. "Quando pubblicherai questo lavoro?" era la domanda di sempre. E gli studenti, quell'incubo! Ne ebbi per tre anni...
«Dopo tre anni di segreti e preoccupazioni, scoprii che era impossibile portare a termine la mia invenzione.» - Perché? - chiese Kemp.
- Soldi - disse l'uomo invisibile, e andò di nuovo a guardare fuori della finestra.
Poi si girò di scatto. - Allora derubai il vecchio... derubai mio padre. I soldi non erano suoi ed egli ne morì.
20. NELLA CASA DI GREAT PORTLAND STREET.
Per un attimo Kemp rimase in silenzio, fissando la schiena di quella figura senza testa, affacciata alla finestra. Poi si alzò, colpito da un pensiero, prese il braccio dell'uomo invisibile e lo allontanò di lì per togliergli la possibilità di guardare fuori.
- Lei è stanco - disse. - Continui a camminare, mentre io sto seduto. Prenda la mia sedia.
Si mise tra Griffin e la finestra più vicina.
Per un attimo Griffin sedette in silenzio; poi riprese all'improvviso: - Avevo già lasciato il Chesilstowe College - disse, - quando ciò accadde. Era verso la fine di dicembre. Avevo preso una stanza a Londra, una grande stanza vuota, in un casermone maltenuto in un vicolo vicino a Great Portland Street. La stanza fu ben presto piena degli strumenti che avevo comperato con i suoi soldi; il lavoro andava avanti bene e con regolarità; ne avevo già fatto quasi metà. Ero come un uomo che esce da un folto bosco e s'imbatte all'improvviso in una tragedia assurda.
Andai al funerale di mio padre. La mia mente era ancora presa dalle ricerche e non mossi un dito per salvare la sua reputazione. Ricordo il funerale, il carro di terza classe, la cerimonia misera, la collina su cui soffiava un vento gelido e il suo vecchio compagno di scuola che lesse il servizio funebre: un ometto cencioso, sporco, tutto curvo, intirizzito dal freddo.
«Ricordo di essere tornato alla mia casa vuota, attraversando un luogo che una volta era stato un villaggio ed ora era rappezzato e rabberciato da costruttori da strapazzo nella brutta copia di una città. Tutte le strade si aprivano sui campi abbandonati e finivano tra mucchi di macerie ed erbacce rigogliose. Rivedo ancora una figura scura e sparuta che cammina sui marciapiedi viscidi e umidi, e ricordo lo strano senso di distacco che provavo nei confronti della squallida rispettabilità e del sordido spirito affaristico del luogo...
«Non mi sentivo affatto addolorato per mio padre. Mi pareva una vittima del suo stesso sciocco sentimentalismo. La solita ipocrisia richiedeva la mia presenza al funerale, ma in fondo non era affar mio.
«Ma, mentre passeggiavo in High Street, per un attimo la mia vita di un tempo ritornò. Vidi la ragazza che avevo conosciuto dieci anni prima. I nostri occhi s'incontrarono...
«Qualcosa mi spinse a tornare indietro e a parlarle. Era una donna molto mediocre.
«La visita ai vecchi luoghi era come un sogno. Non mi accorgevo di essere solo, di essermi estraniato dal mondo e di trovarmi come in un grande deserto. Ero contento della mia mancanza di comprensione per gli altri, anzi la attribuivo alla banalità della loro vita. Rientrando in camera mia, mi parve quasi di ritornare alla realtà. Nella stanza c'erano le cose che conoscevo e amavo. C'erano ad aspettarmi gli strumenti e gli esperimenti già preparati. Dovevo solo superare un'ultima difficoltà e sistemare alcuni particolari.
«Prima o poi, Kemp, le spiegherò tutti quei processi complicati.
Non adesso, però. Tranne alcuni particolari che preferii tenere a mente, scrissi quasi tutto in linguaggio cifrato, su quei volumi che il vagabondo mi ha portato via. Dobbiamo dargli la caccia e riavere i volumi! La fase più importante consisteva nel porre l'oggetto trasparente - il cui indice di rifrazione doveva essere abbassato - tra due centri che emettevano raggi di una sostanza volatile; ma gliene parlerò più a fondo un'altra volta. No, non le radiazioni scoperte da Rontgen; non so se abbiano mai descritto radiazioni simili alle mie, sebbene siano abbastanza chiare. Avevo estremo bisogno di due piccole dinamo, e le montai servendomi di un apparecchio a gas da poco prezzo.
Feci il primo esperimento con un pezzo di lana bianca. Era la cosa più strana del mondo vederla morbida e bianca sotto le vibrazioni dei fasci luminosi e poi vederla diventare come un anello di fumo e svanire.
«Quasi non mi pareva vero di averlo fatto proprio io. Misi la mano nel vuoto e il pezzo di lana era là, più solido che mai. Lo presi con mano tremante e lo gettai a terra. Mi ci volle un po' di tempo per ritrovarlo.
«Ci fu un esperimento curioso. Udii un miagolio dietro di me e, girandomi, vidi un gattino bianco e magro, tutto sporco, sul coperchio della cisterna fuori della finestra. Mi venne un pensiero improvviso. "E' tutto pronto anche per te" dissi. Andai alla finestra, l'aprii e chiamai piano piano. Il gatto entrò facendo le fusa: la povera bestia era mezza morta di fame; gli diedi un po' di latte. Tutta la mia provvista di cibo era dentro una credenza, in un angolo della stanza. Dopo, il gatto andò ad annusare per la stanza, probabilmente deciso a sistemarsi lì. La pezza invisibile lo spaventò un po', perché lo vidi soffiarle contro! Ma lo misi comodo sul cuscino della mia branda e gli diedi un po' di burro per costringerlo a lavarsi.» - Poi lo sottopose all'esperimento?
- Sì, ma non è uno scherzo fare ingoiare delle droghe a un gatto, Kemp! E l'esperimento fallì.
- Fallì?
- In due particolari: le unghie e il pigmento... come si chiama? Quello che c'è dietro agli occhi di un gatto. Lei lo sa?
- "Tapetum".
- Sì, il "tapetum". Non scomparve. Dopo aver dato al gatto la sostanza per scolorire il sangue e averlo sottoposto a qualche altro piccolo trattamento, gli somministrai il miglior oppio e misi nell'apparecchio il gatto e il cuscino su cui riposava.
Dopo che tutto il resto scomparve, rimasero solo quei due piccoli fantasmi di occhi.
- Strano!
- Non me lo posso spiegare. Naturalmente il gatto era legato bene, perché stesse fermo, ma quello si svegliò: era ancora in parte visibile e incominciò a miagolare in modo straziante.
Qualcuno venne a bussare. Era una vecchia del piano di sotto che mi sospettava di vivisezione, una vecchia ubriacona, la cui unica preoccupazione al mondo era un gatto. Versai del cloroformio, lo feci annusare alla bestiola e aprii la porta.
«Ho sentito miagolare» disse, «è il mio gatto?» «No, di certo!» risposi io molto gentilmente. La donna era rimasta un po' dubbiosa e cercò di guardare nella stanza oltre di me. Le sembrò certo molto strana: muri nudi, finestre senza tende, una branda, l'apparecchio a gas che vibrava ancora, il ribollire dei punti radianti e il leggero odore di cloroformio nell'aria. Infine, dovette essere soddisfatta, perché se ne andò.
- Quanto ci volle? - chiese Kemp.
- Tre o quattro ore per il gatto. Le ossa, i tendini e il grasso furono gli ultimi a scomparire assieme alle punte del pelo colorato. E, come dico, l'iride, fatta di sostanza iridescente, non volle proprio andarsene.
«Era notte inoltrata, quando finalmente portai a termine l'esperimento: del gatto non si vedevano altro che gli artigli e quegli occhi profondi. Fermai la macchina a gas, tastai e scossi il gatto che era ancora insensibile, allentai le corde, poi, stanco, lo lasciai dormire sul cuscino invisibile e andai a letto. Mi fu difficile prendere sonno. Stavo sveglio a pensare cose sciocche e inconcludenti. Ripassai più volte a memoria l'esperimento. Sognai febbrilmente cose che diventavano nebulose e svanivano intorno a me fino a che tutto svanì, anche il terreno su cui stavo io, ed ebbi quell'incubo impressionante di cadere nel vuoto che avrà avuto qualche volta anche lei. Verso le due il gatto incominciò a miagolare per la stanza. Gli dissi qualche parola, cercando di farlo tacere, poi decisi di buttarlo fuori. Ricordo l'impressione che provai quando accesi la luce: c'erano solo i grandi occhi verdi e luminosi, e nient'altro intorno. Avrei voluto dargli del latte, ma non ne avevo più. Non stava zitto, era seduto a miagolava contro la porta. Cercai di acchiapparlo, con l'idea di metterlo fuori della finestra, ma non si lasciava prendere... scompariva. Incominciò a miagolare in punti diversi della stanza. Alla fine, aprii la finestra e feci un gran baccano. Penso che dopo un po' se ne sia andato.
Non l'ho mai più visto, né ho mai più sentito parlare di lui.
Poi... Iddio solo sa il perché, incominciai a ripensare al funerale di mio padre e a quella triste collina ventosa. Vi pensai fino allo spuntare del giorno. Compresi che mi sarebbe stato impossibile dormire e, chiudendomi la porta alle spalle, vagabondai per le strade che si risvegliavano.» - Non mi dirà che c'è un gatto invisibile in giro per il mondo?- disse Kemp.
- Perché no? Se non è stato ucciso... - rispose l'uomo invisibile.
- Già, perché no? - fece Kemp. - Non volevo interromperla.
- Molto probabilmente è stato ucciso - disse l'uomo invisibile. - So per certo che quattro giorni dopo era ancora vivo; stava nascosto sotto una grata in Great Tich Field Street, perché vidi un gruppo di gente raccolta lì intorno che cercava di scoprire da dove venisse un miagolio.
Tacque per un minuto buono e poi riprese di scatto: - Ricordo molto bene il mattino precedente la mia metamorfosi.
«Devo aver risalito Great Portland Street - perché ricordo la caserma di Albany Street e i soldati a cavallo che ne uscivano infine mi trovai seduto al sole, in cima a Primrose Hill: mi sentivo molto stanco e molto strano. Era una giornata di gennaio piena di sole, una di quelle giornate luminose e gelide che, quest'anno, precedettero la prima neve. Il mio cervello, stanchissimo, cercava di puntualizzare la situazione e di preparare un piano di azione.
«Rimasi sorpreso nel constatare quanto mi sembrasse inutile raggiungere la meta, ora che l'avevo a portata di mano. In realtà ero stanchissimo, lo sforzo intenso di circa quattro anni di lavoro mi aveva reso incapace di qualsiasi sforzo e sentimento. Ero apatico e cercavo invano di ritrovare l'entusiasmo delle mie prime ricerche quella passione per la scoperta che una volta mi aveva reso incapace di provare pietà persino per la rovina del mio vecchio padre. Niente sembrava più avere valore. Comprendevo chiaramente, però, che questo era un periodo transitorio, dovuto al troppo lavoro e alla mancanza di sonno, e che avrei ricuperato le mie energie con medicine o con qualcos'altro.
«Però un'idea era chiara in me: dovevo portare a termine le mie ricerche. Era un'idea fissa che mi dominava ancora. E dovevo finire presto, perché il denaro era quasi terminato. Guardai, intorno a me la collina piena di bambini che giocavano e di ragazze che li sorvegliavano; cercai di pensare a tutti gli innumerevoli vantaggi che poteva avere un uomo invisibile. Dopo un po' mi trascinai a casa, presi del cibo e una forte dose di stricnina e mi misi a dormire vestito, sul letto disfatto.
«... La stricnina è un tonico potente, Kemp, elimina ogni debolezza.» - E' diabolica - disse Kemp. - E' fuoco imbottigliato.
- Mi svegliai rinvigorito e piuttosto irritabile. E' normale, vero?
- So come ci si sente dopo.
- Qualcuno bussava alla porta. Era il mio padrone di casa con minacce e domande, un vecchio ebreo polacco, in una lunga palandrana grigia e un paio di ciabatte tutte unte. Quella notte io avevo torturato un gatto, ne era certo; la vecchia non aveva tenuto a freno la lingua. L'ebreo insistette per sapere tutto.
Le leggi del nostro paese contro la vivisezione erano molto severe e lui non ci voleva andare di mezzo. Io negai: niente gatti. Le vibrazioni della mia piccola macchina a gas si erano sentite per tutta la casa, disse. Questo era vero... sicuro!
S'infilò nella stanza, guardando da tutte le parti al di sopra di quei suoi occhiali tedeschi cerchiati d'argento e, all'improvviso, mi venne il terrore che potesse carpire qualcosa del mio segreto. Cercai di mettermi tra lui e l'apparecchio per la concentrazione che avevo montato io stesso e ciò lo incuriosì ancora di più. Che cosa stavo facendo? Perché ero sempre solo e così riservato? Era legale? Era pericoloso? Io non pagavo un soldo in più dell'affitto normale. La sua era sempre stata una casa rispettabile, anche se in paraggi malfamati. A un tratto perdetti la pazienza. Gli dissi di uscire. Incominciò a protestare, borbottando qualcosa sul suo diritto di entrare.
Allora, lo presi per il colletto - qualcosa si strappò - ed egli uscì, a spinte, sul corridoio. Sbattei la porta, la chiusi a chiave e mi sedetti tremante.
«Quello, fuori, fece un gran fracasso. Non gli badai e dopo un po il vecchio andò via.
«Ma questo provocò la crisi. Non sapevo che intenzioni avesse, né tanto meno che cosa potesse fare. Spostarmi in un altro appartamento significava per me un ritardo - inoltre mi erano rimaste solo venti sterline, quasi tutte depositate in banca e non potevo permettermelo. Scomparire! Era impellente. Poi ci sarebbe stata un'inchiesta e avrebbero perquisito la stanza.
«Al solo pensiero che il mio lavoro potesse essere scoperto o interrotto proprio nel momento culminante, andai in collera e diventai estremamente attivo. Mi affrettai a uscire con tre quaderni di appunti, il libretto di assegni - ora li ha il vagabondo - e li spedii dall'ufficio postale più vicino a un recapito di Great Portland Street. Cercai di uscire senza far rumore. Al mio ritorno, trovai il padrone di casa che se ne andava silenziosamente di sopra. Probabilmente aveva sentito chiudere la porta. Fu veramente buffo vederlo sobbalzare quando si accorse che lo rincorrevo sul pianerottolo. Rimase a guardarmi fisso mentre gli passavo vicino. Sbattei la porta, facendo tremare tutta la casa. Lo sentii strisciare fino alla mia porta: esitò, poi scese le scale. Mi misi subito al lavoro, cominciando a fare i miei preparativi.
«Fra quel pomeriggio e la notte seguente feci tutto. Mentre ero ancora sotto la dolorosa e debilitante influenza delle droghe per scolorire il sangue, qualcuno bussò ripetutamente alla porta. Poi smise. Udii dei passi allontanarsi e tornare; i colpi alla porta ripresero. Tentarono di infilare qualcosa sotto la porta - una carta blu. Allora, in un impeto d'ira, mi alzai e andai ad aprire la porta. "Che cosa c'è ancora ?" chiesi.
«Era il padrone di casa, con un'ingiunzione di sfratto o qualcosa del genere. Me la porse, ma vide qualcosa di strano nelle mie mani - penso - e alzò gli occhi per guardarmi in faccia.
«Per un attimo restò a bocca aperta. Poi emise una specie di urlo inarticolato, lasciò andare candela e foglio e si precipitò incespicando per il corridoio scuro, giù per le scale.
«Chiusi la porta, girai la chiave e andai allo specchio. Allora compresi il suo terrore... Il mio viso era bianco... come il marmo.
«Ma tutto era orribile; non mi aspettavo una sofferenza del genere. Una notte di angoscia tormentosa, di sofferenze insopportabili e di continui svenimenti. Strinsi i denti e, anche se mi sentivo la pelle e il corpo in fiamme, rimasi steso come in coma. Allora compresi perché il gatto avesse miagolato tanto fino a che non gli avevo dato il cloroformio. Per fortuna, vivevo solo e abbandonato in camera mia. Ogni tanto singhiozzavo, mi lamentavo, e parlavo da solo. Ma resistetti...
Poi svenni e mi svegliai stremato al buio.
«Il dolore era passato. Pensai che stavo uccidendomi, ma non m'interessava. Non dimenticherò mai l'alba di quel giorno, lo strano orrore che provai accorgendomi che le mie mani sembravano un vetro appannato e vedendole diventare sempre più chiare e più trasparenti con il passare del tempo, fino a che - anche chiudendo le palpebre ormai trasparenti - potei vedere il disgustoso disordine della camera. Le mie membra diventarono come il vetro, le ossa e le arterie scomparvero: gli ultimi a svanire furono i piccoli nervi bianchi. Strinsi i denti e rimasi immobile ad aspettare la fine... Da ultimo rimasero solo la punta delle unghie, pallide e bianche, e le macchie scure di acido sulle dita.
«Cercai di alzarmi. In principio, quando camminavo con le gambe che non potevo vedere, mi sentivo impacciato come un bambino in fasce. Ero debole e avevo molta fame. Andai allo specchio che usavo per radermi e guardai il niente. Non c'era niente, tranne un tenue pigmento, più lieve della nebbia, dietro la retina degli occhi. Mi appoggiai al tavolino e premetti la fronte contro lo specchio.
«Fu solo con un tremendo sforzo di volontà che riuscii a trascinarmi fino all'apparecchio per terminare il procedimento.
«Dormii per tutto quel mattino, tirandomi sugli occhi il lenzuolo per non vedere la luce. Verso mezzogiorno fui svegliato da nuovi colpi alla porta. Mi erano tornate le forze. Mi tirai a sedere e sentii bisbigliare. Balzai in piedi e, più silenziosamente possibile, incominciai a staccare le varie parti del mio apparecchio e a spargerle per la stanza in modo da distruggere la sua forma. Dopo un po' sentii bussare di nuovo alla porta. Qualcuno mi chiamava: prima il mio padrone e poi altri due. Per guadagnare tempo, diedi una risposta. Mi capitarono tra le mani il pezzo di lana e il cuscino invisibile; aprii la finestra e li buttai fuori sul coperchio della cisterna. Mentre aprivo la finestra, sentii un gran colpo alla porta. Qualcuno aveva intenzione di scardinarla, ma il grosso catenaccio che le avevo messo alcuni giorni prima lo aveva fermato. Questo fatto mi allarmò e mi mandò in bestia.
Incominciai a tremare e ad agire in fretta.
«Riunii in mezzo alla stanza fogli di carta, paglia, carta da pacchi e altre robe del genere e aprii la chiavetta del gas.
Intanto, i colpi grandinavano sulla porta. Non trovavo i fiammiferi. Per la rabbia battei i pugni sul muro. Chiusi la chiavetta del gas e saltai dalla finestra sul coperchio della cisterna, tirai il saliscendi senza far rumore e mi sedetti, al sicuro e invisibile, in attesa degli eventi. Tremavo di rabbia.
Da lì vidi che quelli buttavano giù un pannello della porta; in quattro e quattr'otto fecero saltare il catenaccio e si fermarono sulla soglia della porta ormai spalancata. Erano il padrone e i suoi due figliastri, due giovanottoni robusti di ventitré o ventiquattro anni. Dietro di loro si agitava quella vecchia strega del piano di sotto.
«Può immaginare la loro meraviglia quando videro la stanza vuota. Uno dei due giovani corse subito alla finestra, l'aprì e guardò fuori. Il suo viso - gli occhi sbarrati, la barba e le labbra grosse - era a un palmo dal mio. A momenti fui tentato di colpire quella faccia stupida, ma trattenni in tempo il pugno già chiuso.
«Guardava diritto attraverso il mio corpo e così gli altri, quando si unirono a lui. Il vecchio andò a ispezionare sotto il letto; poi tutti si precipitarono verso la credenza. Si scambiavano le loro impressioni in dialetto londinese e in ebraico. Conclusero che non avevo risposto affatto e che li aveva traditi la loro immaginazione. Un gran sollievo subentrò alla collera, mentre sedevo fuori della finestra e fissavo quei quattro (era entrata anche la vecchia che ora si guardava intorno sospettosa come un gatto), cercando di risolvere il problema della mia vita.
«Il vecchio, per quanto potei capire dalle sue parole un po' in dialetto un po' in ebraico, era d'accordo con la vecchia sul fatto che io praticassi la vivisezione. I figli, invece, dicevano in un inglese smozzicato che ero uno studioso di elettricità e indicavano la dinamo e i radiatori. Erano tutti innervositi dall'idea che potessi tornare, sebbene - come scoprii più tardi - avessero chiuso a chiave il portone. La vecchia andò a ficcare il naso nella credenza e sotto il tavolo.
Uno dei miei coinquilini, un venditore ambulante di frutta che divideva la camera di fronte con un macellaio, comparve sul pianerottolo, fu chiamato dentro e disse cose incoerenti.
«Mi venne allora in mente che se quei miei strani radiatori fossero capitati in mano a qualche persona colta e intelligente, mi avrebbero potuto tradire. Allora, approfittando dell'occasione propizia, saltai dal davanzale della finestra nella stanza e, schivando la vecchia, rovesciai una delle piccole dinamo dal suo sostegno e spaccai entrambi gli apparecchi. Come si spaventarono!... Mentre cercavano di spiegarsi il fatto, scivolai fuori della stanza e andai silenziosamente al piano di sotto.
«Entrai in uno dei salottini e aspettai fino a che quelli scesero; discutevano ancora e traevano deduzioni, un po' delusi per non aver trovato "orrori" e angustiati dal dubbio se si fossero o no comportati legalmente nei miei confronti. Appena scesero nel seminterrato, sgattaiolai di nuovo di sopra con una scatola di fiammiferi; diedi fuoco al mucchio di carta e rifiuti, avvicinai le sedie e il letto, vi feci arrivare il gas per mezzo di un tubo di gomma.» - Ma allora lei ha incendiato la casa? - esclamò Kemp.
- Ho incendiato la casa! Era l'unico mezzo per far perdere le mie tracce e, senza dubbio, quelli erano assicurati... poi girai silenziosamente il catenaccio del portone e uscii in strada. Ero invisibile e cominciavo allora a comprendere gli straordinari vantaggi che l'invisibilità mi offriva. La mia testa brulicava ormai di migliaia di progetti per tutte le cose pazze e meravigliose che, ora, avrei potuto fare impunemente.
21. IN OXFORD STREET.
- Scendendo le scale per la prima volta, trovai una difficoltà inattesa, perché non mi potevo vedere i piedi; infatti inciampai due volte e mi parve anche insolitamente difficile afferrare il catenaccio. Comunque, senza guardare in basso per la strada, riuscii a camminare abbastanza bene.
«In quel momento direi che ero in uno stato di esaltazione. Mi sentivo come potrebbe sentirsi, in una città di ciechi, un uomo che ci vede, con i piedi fasciati e abiti non fruscianti.
Provavo un impulso pazzo di fare scherzi, di far paura alla gente, di dare pacche sulla schiena, di togliere via i cappelli e di divertirmi in quella mia straordinaria posizione di vantaggio.
«Ero appena sbucato in Great Portland Street (la mia abitazione era vicina al grande negozio di stoffe all'angolo) quando sentii un urto violento e fui spinto indietro con forza; girandomi, vidi un uomo che vuotava un cesto pieno di sifoni da seltz e guardava attonito il cesto. Sebbene il colpo mi avesse fatto male sul serio, trovai così comico quello sguardo attonito, che scoppiai a ridere forte. "Nella cesta c'è il diavolo!" dissi e di colpo gliela strappai di mano. Quello la lasciò immediatamente e io buttai per aria tutto il contenuto.
«Uno sciocco di un vetturino che si trovava davanti a un'osteria si precipitò verso di noi e la sua mano tesa mi colpì con terribile violenza sotto l'orecchio. Sistemai la faccenda con un pugno al vetturino; vidi poi che la gente usciva dai negozi e i veicoli si fermavano attratti dalle grida e dallo scalpiccio intorno a me, e compresi ciò che avevo fatto; maledicendo la mia follia, indietreggiai verso una vetrina, pronto a evitare la confusione. Da un momento all'altro potevo essere travolto dalla folla e sarei stato inevitabilmente scoperto. Urtai il garzone di un macellaio che, per fortuna, non si voltò a vedere il niente che lo aveva spinto, e mi riparai dietro la carrozza a quattro ruote del vetturino. Non so poi come sia finita quella faccenda. Attraversai di corsa la strada fortunatamente libera.
L'incidente mi aveva messo addosso tanta paura di essere scoperto, che quasi non mi rendevo nemmeno conto di dove andassi. Così finii nella calca pomeridiana di Oxford Street.
«Cercai di infilarmi tra la folla, ma la gente era troppo fitta per me: tutti mi pestavano i piedi. Camminai allora nella cunetta, le cui asperità erano una tortura per i miei piedi.
Poco dopo la stanga di una carrozzella a due ruote piuttosto lenta mi colpì con forza sotto la scapola, ricordandomi che ero già abbastanza dolorante. Barcollando, mi allontanai dalla carrozza; con un movimento convulso evitai una carrozzina per bambini e mi ritrovai dietro la carrozza di prima. Un'idea felice mi salvò; poiché il veicolo avanzava molto lentamente, lo seguii dappresso, tremante e attonito per la mia nuova avventura, e rabbrividendo di freddo. Era una chiara giornata di gennaio ed io ero completamente nudo; la fanghiglia che copriva la strada era gelida. Adesso mi sembrava assurdo di non aver pensato prima che, trasparente o no, ero ancora sensibile agli sbalzi di temperatura e alle loro conseguenze.
«All'improvviso ebbi un'idea geniale. Feci di corsa il giro della carrozza e vi entrai. Così, tremante, spaventato, con i primi sintomi di un forte raffreddore e con un dolore che aumentava sempre più sulla schiena ferita, percorsi lentamente Oxford Street giungendo oltre Tottenham Court Road. E' difficile immaginare quanto il mio stato d'animo fosse diverso da quello con cui ero partito nemmeno dieci minuti prima. Bella roba davvero l'invisibilità! L'unica mia preoccupazione era ormai quella di trovare un modo per uscire da quell'imbroglio in cui mi trovavo.
«Oltrepassammo anche Maudie's: un donnone alto con sei libri dall'etichetta gialla, fermò la carrozza dov'ero entrato; saltai giù appena in tempo per evitarla, ma nella fuga sfiorai un tram in corsa. Feci tutta la strada fino a Bloomsbury Square, con l'intenzione di andare a nord, oltre il museo, per entrare in un rione più tranquillo. Ormai ero congelato e la stranezza della mia situazione mi aveva così avvilito che, mentre correvo, piangevo. All'angolo ovest della piazza, un cagnolino bianco uscì di corsa dagli uffici della Società farmaceutica e venne dritto verso di me con il naso a terra.
«Non me ne ero mai reso conto prima; il naso per un cane è quello che per l'uomo sono gli occhi. I cani con il loro fiuto avvertono i movimenti di un uomo come gli uomini ne avvertono, con gli occhi, il suo aspetto. La bestiaccia incominciò ad abbaiare e a saltarmi intorno, mostrando - come mi parve anche troppo evidente - di essersi accorta di me. Attraversai Great Russell Street, guardandomi dietro le spalle, e camminai per un po' lungo Montague Street prima di capire a cosa stavo andando incontro.
«Poi sentii la musica di una banda e, guardando giù per la strada, vidi un gruppo di gente che proveniva da Russell Square, con maglie rosse e la bandiera dell'Esercito della Salvezza. Non potevo assolutamente mischiarmi alla folla che cantava in mezzo alla strada, né a quella che derideva sui marciapiedi.
D'altronde non volevo nemmeno tornare indietro e allontanarmi ancora dal mio rifugio. Presi sui due piedi una decisione: salii di corsa i gradini bianchi di una casa di fronte ai cancelli del museo e vi rimasi fino a che la folla non se ne fu andata. Per fortuna il cane, sentendo il fracasso della banda, si era fermato, aveva esitato un attimo, poi aveva fatto dietrofront ed era tornato di corsa a Bloomsbury Square.
«La banda avanzò suonando con inconscia ironia qualche inno sul tema "Quando vedremo il Suo Volto?" e mi sembrò che passasse chissà quanto tempo prima che quella marea di gente sfilasse davanti a me sul marciapiede. Tum-tum-tum, faceva il tamburo con le sue sonore vibrazioni e, lì per lì, non mi accorsi che due monelli si erano fermati sulla cancellata vicino a me. "Guarda" disse uno dei due. "Guarda che cosa?" chiese l'altro. "Ma sì!
Quelle impronte... sono di piedi nudi. Come quelle che si fanno nel fango."
«Guardai in basso e vidi che quei ragazzi si erano fermati e guardavano a bocca aperta le impronte fangose che avevo lasciato dietro di me, sugli scalini imbiancati di fresco.
«La gente che passava li urtava e li spingeva, ma quel loro maledetto cervello era ormai al lavoro. "Tum-tum-tum - quando tum - vedremo - tum - il suo Volto - tum-tum!" "Ci sono le impronte dei piedi nudi di un uomo che ha salito i gradini... oppure io sono uno scemo" disse uno dei due. "E poi non è più ridisceso, e il piede sanguinava" .
«Quasi tutta la folla era già passata. "Guarda là, Teddy" fece il minore dei due piccoli investigatori, con una nota acuta di sorpresa nella voce, e indicò i miei piedi. Chinai anch'io il capo e vidi di colpo, disegnato nel fango, un vago abbozzo dei loro contorni. Per un momento rimasi come paralizzato.
«"Certo che è ben strano!" disse il più grandicello.
"Maledettamente strano! E' proprio il 'fantasma' di un piede, no?" Esitò e avanzò con la mano tesa. Un uomo si fermò lì vicino, per vedere che cosa cercasse di prendere. Poi si fermò anche una ragazza. Entro un attimo quel ragazzo mi avrebbe toccato. Allora capii che cosa dovevo fare. Feci un gradino; il ragazzo indietreggiò lanciando un'esclamazione; poi, con mossa rapida, mi lanciai sotto il portico della casa accanto. Ma il ragazzo più piccolo fu abbastanza svelto da seguire il mio movimento e, prima che avessi disceso tutti i gradini per arrivare sul marciapiede, quello si era già ripreso dal suo momentaneo stupore e si era messo a gridare che il piede era andato di là dal muro.
«Allora accorsero nella mia direzione e videro disegnarsi le mie impronte sull'ultimo gradino e sul marciapiede.
«"Ma che cosa c'è?" chiese qualcuno.
«" Piedi! Guardi! Piedi che corrono!"
«Per la strada, tutti, tranne i miei tre inseguitori, andavano dietro all'Esercito della Salvezza. E il flusso della gente ostacolava non solo me, ma anche loro. Ci fu un'ondata di sorpresa e di domande. A costo di scavalcare un giovanotto, mi slanciai in avanti, e, dopo un attimo, correvo a testa bassa per Russell Square, con sei o sette persone stupefatte che seguivano le mie impronte. Non c'era tempo per dare spiegazioni, altrimenti tutta quella folla mi sarebbe stata alle calcagna.
«Per due volte girai gli stessi angoli, per tre volte attraversai la strada e ritornai sui miei passi. Poi, a mano a mano che mi si scaldavano e asciugavano i piedi, le impronte fangose incominciarono a svanire. Alla fine ebbi un attimo di respiro e mi pulii i piedi con le mani, così riuscii ad andarmene. L'ultima cosa che vidi di quell'inseguimento fu un gruppo di una dozzina di persone circa: stavano osservando con immensa perplessità un'impronta lasciata in una pozzanghera di Tavistock Square, che andava lentamente asciugandosi.
Quell'impronta era così isolata e incomprensibile per loro, come la scoperta di Crusoe.
«La corsa mi scaldò abbastanza e proseguii con maggior coraggio per il dedalo di strade meno frequentate che c'è là attorno. La schiena, ormai, era diventata rigida e mi faceva molto male; mi dolevano le tonsille colpite dalle dita del vetturino e la pelle del collo graffiata dalle sue unghie. Avevo i piedi doloranti; uno era addirittura tagliato e zoppicavo. Vidi in tempo un cieco che veniva verso di me e saltai di lato, perché temevo la sua particolare sensibilità. Una volta o due ci furono collisioni casuali. La gente rimase sbalordita per alcune imprecazioni irripetibili che risuonarono alle loro orecchie. Poi sentii sul viso qualcosa di silenzioso e leggero e sulla piazza cadde un velo sottile di lenti fiocchi di neve. Avevo preso il raffreddore e, per quanto facessi, non riuscii ad evitare qualche starnuto. Inoltre, ogni cane che mi capitava sott'occhio, con quel naso puntato su di me pronto a fiutare in modo curioso, era per me un vero terrore.
«Poi un gruppo di uomini e ragazzi venne correndo e gridando.
Era un incendio. Erano diretti verso la mia abitazione. Mi guardai dietro le spalle e vidi, in fondo alla strada, una massa di fumo nero che si innalzava sopra i tetti e i fili del telegrafo. Era - ne ero certo - il mio appartamento che bruciava assieme ai miei abiti, gli apparecchi e tutto ciò che possedevo: mancavano solo il libretto di assegni e i tre volumi di appunti che mi aspettavano in Great Portland Street. Stavano bruciando! Avevo bruciato davvero i miei vascelli - semmai qualcuno l'ha fatto. Il luogo era rischiarato dalle fiamme.» L'uomo invisibile fece una pausa, pensieroso. Kemp guardò nervosamente dalla finestra. - Sì - disse, - continui.
22. AI GRANDI MAGAZZINI.
- Così lo scorso gennaio, mentre incominciava una tempesta di neve (se la neve si fosse posata su di me, mi avrebbe tradito), iniziai debole, raffreddato, dolorante, indicibilmente infelice, e non ancora del tutto convinto della mia invisibilità - questa nuova vita che devo ora vivere. Non avevo rifugio o strumenti; al mondo non c'era anima viva di cui potessi avere fiducia.
Svelare il mio segreto, mi avrebbe reso solo un fenomeno da baraccone. Comunque avevo una mezza idea di avvicinarmi a qualche passante e affidarmi alla sua pietà. Ma sapevo anche fin troppo bene il terrore e la brutale crudeltà che avrei suscitato con questo tentativo. Per strada non presi nessuna decisione. Il mio solo desiderio era di trovare un rifugio contro la neve, di coprirmi e riscaldarmi. Dopo, avrei deciso sul da farsi. Ma anche per me - uomo invisibile - tutte le case di Londra rimanevano chiuse, sbarrate e assolutamente inaccessibili.
«Solo una cosa vedevo chiaramente davanti a me: il freddo e la mancanza di un rifugio, il tormento della tempesta di neve e della notte.
«Poi ebbi un'idea brillante. Voltai per una delle strade che portano da Gower Street a Tottenham Court Road e mi trovai davanti a "Omnium", quel grande edificio dove vendono di tutto: lo conosce, no? Carne, generi alimentari, biancheria, mobili, abiti, persino pitture a olio: insomma un immenso labirinto di negozi, più che un negozio solo. Pensavo di trovare le porte aperte, invece erano chiuse. Stavo davanti all'ampia entrata, quando un carro si fermò di fronte e un uomo in uniforme - sa, quei tipi con scritto "Omnium" sul berretto - aprì la porta.
Riuscii ad entrare e, camminando per il negozio - era un reparto dove si vendono nastri, guanti e calze e roba del genere- giunsi in una zona più ampia, riservata a cestini da picnic e a mobili di vimini.
«Comunque non mi sentivo sicuro: la gente andava e veniva e io gironzolai parecchio, finché arrivai - al piano superiore - a un reparto molto grande dove c'erano una gran quantità di reti per i letti. Vi montai sopra e trovai rifugio tra una grossa pila di materassi di lana. Il posto era già illuminato e piacevolmente caldo: decisi di rimanere nascosto dov'ero fino all'ora di chiusura tenendo d'occhio due o tre gruppi di commessi e clienti che guardavano là intorno. Allora avrei potuto, pensavo, rovistare il negozio in cerca di cibo, abiti e qualcosa per travestirmi, gironzolare un po' là intorno ed esaminare le risorse del luogo, forse addirittura dormire in uno di quei letti. Sembrava un buon progetto. La mia idea era di procurarmi degli abiti: sarei stato imbacuccato, ma presentabile. Inoltre volevo rifornirmi di denaro, andare a prendere i libri e i pacchi dove si trovavano, cercare alloggio da qualche parte ed elaborare un piano preciso per poter realizzare completamente i vantaggi che l'invisibilità mi offriva (come ancora credevo) sui miei simili.
«L'ora di chiusura arrivò abbastanza presto. Nemmeno un'ora dopo che mi ero sistemato sui materassi, notai che tiravano giù le serrande delle vetrine e i clienti si avvicinavano verso l'uscita. Poi un buon numero di giovanotti svelti incominciò a mettere a posto con notevole alacrità la merce che era rimasta in disordine sui banchi. Appena la folla diminuì, lasciai il mio rifugio e scivolai cautamente verso le parti meno deserte.
Rimasi veramente meravigliato nel vedere la rapidità con cui i giovanotti e le donne sistemavano la merce che durante il giorno avevano esposto per la vendita. Tutte le scatole, le pezze di stoffa spiegate sui banchi, i rotoli di merletti, le scatole di dolci nel reparto alimentari - tutto quello che si trovava sui banchi - era preso, arrotolato e riposto in scaffali ordinatissimi; tutto ciò che invece non poteva essere tirato giù e messo via, veniva coperto con pezzi di stoffa ruvida, simile alla tela da sacchi. Infine tutte le sedie furono rovesciate sui banchi per lasciare libero il pavimento. Subito dopo, i giovanotti e le ragazze si precipitarono alla porta con un'animazione in volto che raramente avevo notato in commessi di negozio. Arrivò poi un gruppo di giovanotti armati di secchi e scope a spargere segatura. Dovetti fare vari saltelli per togliermi di mezzo, ma ricevetti ugualmente parecchia segatura sui piedi. Gironzolavo per i reparti riordinati e scuri, e per qualche tempo udii le scope al lavoro. Alla fine, a un'ora o più dalla chiusura, udii sbarrare le porte. Il silenzio scese sul negozio e io mi trovai a vagabondare da solo nel vasto labirinto, per gallerie e sale da esposizione deserte. Era completamente silenzioso: ricordo di essere passato in un punto vicino all'entrata di Tottenham Court Road e di avere ascoltato lo scalpiccio dei passanti .
«Visitai prima di tutto il reparto in cui avevo già visto in vendita calze e guanti. Era buio e feci una fatica del diavolo per cercare i fiammiferi, che trovai nel tiretto di una cassa.
Poi dovetti procurarmi una candela. Ruppi molti pacchi e frugai in molte scatole e cassetti, e alla fine riuscii a tirare fuori quello che cercavo: la scatola con l'etichetta "mutandine e maglie di lana". Poi calze, una sciarpa pesante. Andai anche nel reparto confezioni e presi un paio di calzoni, una giacca sportiva, un cappotto e un cappello floscio tipo quello degli ecclesiastici, con la falda abbassata. Incominciavo di nuovo a sentirmi un essere umano: e il mio pensiero seguente fu per il cibo.
«Mi recai al piano di sopra, dove c'era il ristorante, e presi un po' di carne fredda. Nella caffettiera era rimasto ancora caffè; accesi il gas per riscaldarlo: insomma me la cavai abbastanza bene. Dopo, girando per il negozio in cerca di coperte - alla fine dovetti accontentarmi di un mucchio di imbottite - giunsi nel reparto alimentari pieno di cioccolato e frutta candita, più di quanto in realtà ne volessi, e di borgogna bianco. Vicino a questo, c'era il reparto dei giocattoli e mi venne un'idea brillante. Trovai dei nasi artificiali - nasi finti, sa - e pensai a un paio di occhiali scuri. Ma da "Omnium" non c'è il reparto di ottica. Il mio naso era già una preoccupazione per me e avevo addirittura pensato di dipingerlo. La scoperta che avevo fatto mi fece venire in mente di cercare anche maschere, parrucche e roba del genere. Alla fine andai a dormire su un mucchio di imbottite, calde e molto comode.
«I miei ultimi pensieri, prima di addormentarmi, furono i più piacevoli che avessi avuto dal momento della metamorfosi.
Fisicamente mi sentivo bene e questo si rifletteva sul morale.
Pensavo che, il mattino seguente, avrei potuto scivolare fuori inosservato, con indosso i miei abiti, coprendomi il volto con la sciarpa bianca che avevo preso; gli occhiali li avrei comprati dopo, con il denaro rubato al magazzino e così avrei completato il mio travestimento. Feci sogni caotici su tutti gli avvenimenti fantastici degli ultimi giorni. Vidi quel piccolo ebreo del mio padrone di casa, gridare nella sua stanza; i suoi due figli pieni di meraviglia e il viso grinzoso e bitorzoluto della vecchia che mi interrogava sul suo gatto. Provai la strana sensazione che avevo già avuta nel vedere scomparire la stoffa; poi andai sulla collina ventosa e udii il vecchio pastore raffreddato, brontolare "terra alla terra, cenere alla cenere, polvere alla polvere", sopra la tomba aperta di mio padre.
«"Anche tu", disse una voce e, all'improvviso, ero spinto verso la tomba. Lottavo, gridavo, pregavo i presenti, ma quelli continuavano a seguire il servizio funebre senza sentire; anche il vecchio pastore non ebbe un attimo di esitazione, ma continuò a fiutare e a biascicare per tutta la funzione. Compresi che ero invisibile e non udibile e che ero dominato da forze schiaccianti. Lottavo invano: infine fui spinto sull'orlo della fossa, caddi sopra la bara che mandò un suono profondo e fui subito chiuso nella tomba da palate di terra. Nessuno mi prestò attenzione, nessuno si accorse di me. Con sforzi disperati riuscii a svegliarmi.
«Vidi la pallida luce dell'alba londinese; il luogo era rischiarato da una fredda luce grigia che filtrava dalle fessure delle persiane. Mi alzai a sedere e per un po' non riuscii a capire dove si trovasse questo grande appartamento con tutti quei banchi, le pile di stoffa arrotolata, i mucchi di coperte e di cuscini e quei pilastri di ferro. Poi, quando mi tornò in mente, udii delle voci di gente che conversava.
«Allora, in fondo al locale, nella luce più chiara di qualche reparto dove già erano state aperte le persiane, vidi avanzare due uomini. Saltai in piedi, guardandomi intorno, in cerca di qualche via d'uscita: come mi alzai, essi si accorsero di me per il rumore stesso del mio movimento. Penso che vedessero solo una figura che si muoveva veloce ma senza rumore. "Chi è là?" gridò uno e "alto là!" l'altro. Urtai in un angolo e andai a sbattere con forza - s'immagini un corpo senza volto! - contro un ragazzo sparuto di quindici anni. Quello urlò: lo superai di un passo, girai un altro angolo e, per una felice ispirazione, mi gettai dietro un banco e mi appiattii. Dopo un momento, sentii un rumore di passi che correvano e alcune voci che gridavano "tutti alle porte! Chiudetele!" e si chiedevano che cosa stesse succedendo e si consigliavano a vicenda su come prendermi.
«Ero disteso in terra e non ragionavo più dalla paura. Per quanto possa sembrare strano, in quel momento non mi venne assolutamente in mente proprio l'unica cosa che avrei potuto fare: togliermi i vestiti. Mi ero troppo abituato all'idea di uscire vestito, penso. All'improvviso, da sotto i banchi venne un grido: "Eccolo!".
«Balzai in piedi, buttai giù una sedia da un banco e la lanciai addosso a quell'imbecille che aveva urlato, mi voltai, girai un angolo e andai a sbattere contro uno, facendolo roteare su se stesso, poi salii di corsa le scale. Quello però rimase in piedi, lanciò un grido e mi seguì subito su per le scale. Di sopra c'era una gran quantità di quei recipienti a colori vivaci... che cosa sono?» - Ceramiche dipinte -suggerì Kemp.
- Sì, ceramiche dipinte. Bene, arrivato all'ultimo gradino, mi girai e barcollai, presi un vaso da una pila, e lo spaccai sulla testa di quello stupido, appena mi fu a tiro. Tutta la pila cadde e sentii gridare e correre da tutte le parti. Feci una corsa pazza verso il ristorante e vi trovai un uomo vestito di bianco come un cuoco; anche lui prese a darmi la caccia. Feci un ultimo giro disperato e mi ritrovai tra lampade e ferramenta.
Andai dietro al banco e aspettai il mio cuoco. Quando comparve velocemente alla testa degli inseguitori, lo buttai a terra con una lampada. Quello cadde e io, accovacciato dietro il banco, incominciai a togliermi i vestiti con la massima velocità possibile. Andò tutto bene per il cappotto, la giacca, i calzoni e le scarpe, ma la maglia di lana aderiva come una seconda pelle. Intanto sentivo arrivare altri uomini; il cuoco giaceva quieto quieto all'altro lato del banco, tramortito dal colpo e ammutolito dalla paura, e io dovetti fare un balzo, come un coniglio stanato da una legnaia.
«"Per di qui, agente" sentii gridare da uno. Mi ritrovai di nuovo nel reparto dove vendevano reti per letti, in fondo a una distesa desolata di armadi. Mi ci precipitai in mezzo, mi appiattii e, dopo faticose contorsioni, riuscii a liberarmi della maglia. Ridiventai un uomo libero, affamato e impaurito, mentre il poliziotto e tre commessi giravano l'angolo. Si precipitarono sulla maglia e le mutande, e afferrarono i calzoni. "Sta mollando il bottino" disse uno dei giovani. "Deve essere da qualche parte, qui intorno."
«Ma non mi trovarono lo stesso.
«Rimasi per un po' a guardare quelli che mi davano la caccia, maledicendo la scalogna di aver perso i vestiti. Andai al ristorante, trovai del latte e lo bevvi; poi sedetti presso il fuoco a pensare alla mia situazione.
«Dopo un po', vennero due inservienti che cominciarono a raccontare il fatto tutti eccitati, da quegli sciocchi che erano. Sentii un resoconto ampliato delle mie ruberie, e altre considerazioni su di me. Ricominciai a pensare. L'insormontabile difficoltà, specialmente ora che erano in allarme, era di uscire di lì con il bottino. Scesi nel magazzino per cercare di vedere se c'era qualche possibilità di preparare un pacco e indirizzarlo al mio recapito ma non riuscii a capire il sistema degli scontrini. La neve, cadendo, si scioglieva e il tempo era migliore e più caldo del giorno precedente. Verso le undici, quindi, decisi che "Omnium" non mi offriva alcuna possibilità, e me ne andai esasperato dal mio insuccesso e con piani di azione piuttosto vaghi.»
23. IN DRURY LANE.
- Ora comincia a comprendere - disse l'uomo invisibile, - la mia situazione, vero? Non avevo un rifugio, niente per ripararmi; indossare qualcosa significava eliminare tutti i miei vantaggi, diventare un essere strano e terribile. Avevo, inoltre, una gran fame: mangiare, riempirmi di materia non assimilata significava però ridiventare visibile, ma in modo ancora più grottesco.
- Già, non ci avevo pensato - disse Kemp.
- Nemmeno io. E la neve mi aveva già mostrato altri pericoli.
Non potevo uscire quando nevicava, perché se mi si posava addosso, avrebbe rivelato la mia presenza. Anche la pioggia avrebbe fatto di me una sagoma acquosa, una lucida superficie umana: una bolla. E con la nebbia, sarei stato una bolla più evanescente, una pura superficie, un viscido barlume di umanità.
Inoltre, uscendo all'aperto - nell'aria londinese - mi sporcavo i piedi, e la pelle si copriva di pulviscolo e di polvere. Non sapevo quanto tempo sarebbe passato, prima di ridiventare ancora visibile, a causa di quella roba. Ma ero sicuro che non ci avrei messo molto.
«Non a Londra comunque.
«Mi inoltrai nei vicoli verso Great Portland Street, e mi ritrovai in fondo alla strada dove avevo abitato. Non la percorsi, a causa della folla che stava in mezzo alla strada a guardare le rovine ancora fumanti di quell'incendio. Il mio problema più immediato era quello di trovare dei vestiti. A un tratto, in uno di quei negozietti che vendevano un po' di tuttogiornali, dolci, giocattoli, articoli di cancelleria, avanzi di oggettini di Natale e così via - vidi esposti nasi finti e maschere; mi tornò in mente l'idea che mi era stata suggerita dai giocattoli di "Omnium". Ormai avevo una meta precisa. Feci un lungo giro vizioso - per evitare le vie affollate - diretto alle strade interne a nord dello Strand. Mi ricordavo infatti che alcuni costumisti teatrali hanno i loro negozi in quella zona, sebbene non sapessi di preciso dove.
«Era una giornata fredda, e un vento pungente soffiava giù per le strade da nord. Io camminavo in fretta per evitare di essere raggiunto. Ogni incrocio era un pericolo, ogni passante una cosa da tenere d'occhio con attenzione. Verso la fine di Bedford Street, un uomo, che io stavo per sorpassare, si girò di colpo verso di me e mi venne addosso, buttandomi in mezzo alla strada, quasi sotto la ruota di una carrozza che passava in quel momento. I vetturini credettero che quello avesse urtato contro qualcosa. Questo incontro mi rese così nervoso, che andai al mercato di Covent Garden e mi sedetti per un po' in un angolo tranquillo, vicino a una bancarella di violette, con il respiro mozzo e tutto tremante. Mi accorsi di aver preso un forte raffreddore e dopo un po' dovetti andarmene per paura di attrarre l'attenzione con gli starnuti.
«Alla fine raggiunsi la mia meta, un negozietto sporco, pieno di mosche, in una via laterale vicino a Drury Lane, con una vetrina piena di vestiti sgargianti, gioielli falsi, parrucche, scarpe, domini e fotografie di attori. Il negozio era antiquato, con il soffitto basso e scuro; sopra c'era una casa di quattro piani, anch'essa scura e tetra. Guardai dentro dalla vetrina e, non vedendovi nessuno, entrai. Quando aprii la porta, un campanello squillò. Lasciai la porta aperta, girai intorno a uno scaffale vuoto e mi fermai in un angolo dietro a un ampio specchio girevole. Per un minuto o due non comparve nessuno. Poi udii un passo pesante avanzare in una stanza e, in fondo al negozio, scorsi un uomo.
«I miei piani erano ora precisi. Pensavo di entrare in casa, nascondermi di sopra, aspettare il momento buono e, quando tutto fosse stato tranquillo, cercare una parrucca, una maschera, un paio di occhiali, un vestito e tornare fra la gente, forse grottesco, ma pur sempre un uomo. E, incidentalmente, avrei naturalmente rubato tutto il denaro che avessi potuto trovare in casa.
«L'uomo che era entrato nel negozio era basso, un po' gobbo, con sopracciglia folte, lunghe braccia e gambe storte e molto corte.
Sembrava che gli avessi interrotto la colazione. Si guardò intorno con l'espressione ansiosa. Ma, come vide il negozio vuoto, il suo volto mostrò sorpresa e poi rabbia. "Maledetti quei ragazzi" disse e andò a guardare la strada in su e in giù.
Dopo un attimo rientrò, diede con dispetto un calcio alla porta e tornò parlottando verso il retrobottega.
«Feci un passo avanti per seguirlo, e al rumore del mio movimento, si fermò e stette immobile. Feci altrettanto, stupito dall'acutezza del suo udito. Quello mi sbatté la porta in faccia.
«Esitai un po'. All'improvviso, udii ritornare i suoi passi frettolosi e la porta si riaprì. Si guardò intorno, come uno che non sia del tutto convinto; poi, borbottando da solo, guardò dietro al banco ed esaminò alcuni mobili. Ero incerto. Egli aveva lasciato aperta la porta di casa e io scivolai nel retrobottega.
«Era una stanza piccola e strana, ammobiliata poveramente, e c'erano molte grosse maschere in un angolo. Sulla tavola c'era la colazione interrotta: fu una cosa tremenda per me, Kemp, sentire l'odore del caffè e dover stare lì a guardare mentre quello, di ritorno, riprendeva a mangiare. Inoltre il suo comportamento a tavola m'irritava. Nella stanza c'erano tre porte - una andava di sopra e una di sotto - ma erano tutte chiuse. Io non potevo uscire dalla stanza finché quello stava lì e, dato che vigilava sempre, non potevo quasi muovermi: una corrente d'aria mi andava dritta nella schiena. Due volte riuscii a soffocare appena in tempo uno starnuto.
«Le straordinarie sensazioni che provavo erano curiose e nuove; ma nonostante ciò, ero stanco morto e arrabbiato già parecchio tempo prima che quello finisse la colazione. Finalmente terminò: mise le sue povere stoviglie su un vassoio di latta - su cui c'era la caffettiera - raccolse le briciole sulla tovaglia macchiata di senape e si portò via tutto. Quel fagotto gli impedì di chiudersi la porta alle spalle, come certo avrebbe voluto fare. Non ho mai visto un uomo altrettanto maniaco di chiudere le porte; lo seguii in una cucina sporca che si trovava nel sottosuolo e in un retrocucina altrettanto sporco. Ebbi il piacere di vedere che incominciava a lavare i piatti, e siccome non trovavo alcuna utilità nel rimanere lì - e inoltre il pavimento di mattoni era troppo freddo per i miei piedi nudi tornai di sopra e mi sedetti sulla sua sedia vicino al camino.
Il fuoco era quasi spento e io, senza pensarci, vi aggiunsi un po' di carbone. Questo rumore richiamò subito il padrone, che si mise all'erta. Frugò per la stanza e fu a un pelo dal toccarmi.
Anche dopo questa esplorazione rimase poco soddisfatto. Si fermò sulla soglia e fece un'ultima ispezione prima di scendere di nuovo.
«Aspettai nel salottino per un secolo, e alla fine quello tornò su e aprì la porta che portava di sopra. Gli scivolai subito dietro.
«Sulle scale, quello all'improvviso si fermò, e per poco non gli andai addosso. Si fermò a guardare proprio la mia faccia, con l'orecchio teso. "Avrei giurato..." disse. Con le sue dita pelose si tirò il labbro inferiore e guardò la scala in su e in giù. Poi brontolò e riprese a salire.
«Si fermò di nuovo con la mano sulla maniglia di una porta, e con un'espressione inquieta e incollerita. Sentiva ogni minimo rumore dei miei movimenti. Quell'uomo doveva avere un udito diabolico. All'improvviso ebbe un accesso d'ira: "Se c'è qualcuno in casa..." gridò con una imprecazione, e lasciò le minacce incomplete. Si mise una mano in tasca, non trovò quello che cercava e, superandomi di corsa, ando rumorosamente di sotto con aria combattiva. Non lo seguii; mi sedetti in cima alle scale aspettando che tornasse.
«Quello venne di nuovo su, ancora brontolando. Aprì la porta della stanza e me la sbatté in faccia prima che potessi entrare.
«Allora, decisi di esplorare la casa, e mi ci volle del tempo per farlo con meno rumore possibile. La casa era molto vecchia e in rovina, tanto umida che la carta del soffitto si staccava dalle pareti e c'erano moltissimi topi. La maggior parte delle maniglie era dura da girare e io non mi azzardai a provarci.
Parecchie delle stanze che visitai erano vuote e altre erano addobbate con mobili di scena, che, dall'aspetto, erano comprati di seconda mano. In una stanza vicina alla sua, trovai molti vestiti vecchi. Incominciai a frugarvi in mezzo, e nella mia impazienza dimenticai di nuovo che aveva un udito straordinariamente acuto. Sentii allora un passo furtivo e, alzando gli occhi appena in tempo, lo vidi osservare di soppiatto il mucchio di abiti caduti, con una vecchia rivoltella in mano. Rimasi immobile mentre quello si guardava intorno a bocca aperta, con aria sospettosa. "Deve essere stato qui" disse lentamente, "maledetto!"
«Chiuse la porta senza rumore e subito udii la chiave girare nella toppa. Poi sentii i suoi passi allontanarsi. Capii allora che ero chiuso dentro. Per un momento non seppi che cosa fare.
Andai in su e in giù dalla porta alla finestra e rimasi perplesso. Mi venne una rabbia improvvisa, ma decisi di guardare bene i vestiti prima di fare qualche altro passo e nel primo tentativo buttai giù da uno scaffale una pila di abiti. Il rumore richiamò indietro il padrone, più irritato che mai.
Questa volta mi toccò in pieno, fece un salto indietro atterrito e rimase attonito in mezzo alla stanza.
«Poi si calmò un po'. "Topi" disse a voce bassa tirandosi un labbro. Si vedeva che era un po' spaventato. Scivolai in silenzio fuori della stanza, ma un asse del pavimento scricchiolò. Allora, quel maledetto incominciò ad andare per tutta la casa con la rivoltella in mano, chiudendo una porta dopo l'altra e mettendosi in tasca tutte le chiavi. Quando capii ciò che stava facendo, ebbi un accesso di collera - riuscii a controllarmi a malapena - in attesa di trovare qualche soluzione al momento opportuno. Poi, sapendo che era solo in casa, non feci altro che colpirlo in testa.» - Lo colpì? - esclamò Kemp.
- Sì, lo stordii, mentre andava di sopra. Lo colpii da dietro con uno sgabello che era sul pianerottolo. E lui rotolò giù per le scale come un sacco di patate.
- Ma dico io! Il senso più elementare di umanità...
- Va bene per la gente normale. Ma il punto, Kemp, era che io dovevo uscire da quella casa travestito, senza che quello mi vedesse. Non potei trovare nessun altro modo per farlo. Poi, lo imbavagliai con un panciotto stile Luigi Quattordicesimo e lo legai con un lenzuolo!
- L'ha legato con un lenzuolo?!
- Sì, feci come una specie di fagotto. Era un'idea piuttosto buona per tenere quell'idiota fermo e impaurito, e fu maledettamente difficile tenere la testa fuori dei legacci. Mio caro Kemp, è inutile che lei stia lì a guardarmi come se avessi commesso un omicidio. Quello aveva la rivoltella. Se solo mi avesse visto, mi avrebbe potuto...
- Ma - disse Kemp, - in Inghilterra... Oggi! E quell'uomo era in casa sua e lei stava... be', stava rubando.
- Rubando! Maledizione! Lei adesso mi dà pure del ladro. Su, Kemp, lei non è tanto sciocco da tirare fuori i soliti luoghi comuni. Ma non vuole proprio capire la mia situazione?
- Ma anche quella di quell'uomo! - disse Kemp.
L'uomo invisibile si alzò di scatto: - Che cosa intende dire?
L'espressione di Kemp divenne un po' dura. Stava per parlare e si trattenne. - Penso, dopotutto - disse mutando improvvisamente tono, - che doveva fare ciò che ha fatto. Lei si trovava in un pasticcio. Tuttavia...
- Certo che ero in un pasticcio, in un maledetto pasticcio.
Inoltre quello mi aveva mandato in bestia dandomi la caccia per tutta la casa con la rivoltella in mano, chiudendo e aprendo tutte quelle porte. Mi aveva semplicemente esasperato. Non mi condanna, vero? Dica, non mi condanna. vero?
- Io non condanno mai nessuno - disse Kemp. - E' passato di moda: ma, dopo che cosa ha fatto?
- Avevo fame. Di sotto trovai una pagnotta e del formaggio secco, più che sufficienti a calmare la mia fame. Presi un sorso di acquavite allungata e poi, andando verso la stanza piena di vestiti vecchi, passai vicino al mio fagotto improvvisato: stava là immobile. La stanza guardava sulla strada; c'era una finestra coperta da due tendine di pizzo, nere per il sudiciume. Andai a guardare dalle fessure. Fuori, la giornata era luminosa e lo sembrava ancora di più per il contrasto con con il buio della casa tetra in cui mi trovavo. C'era un traffico intenso: carrettini di frutta, una carrozza a due ruote, una a quattro ruote con una pila di scatole sopra, e il carretto di un pescivendolo. Quando mi girai verso i mobili scuri dietro di me, delle macchie di colore mi danzavano ancora davanti agli occhi.
Ben presto, però, l'eccitazione passò ed ebbi una gran paura per la situazione in cui mi trovavo. La stanza era invasa da un leggero odore di benzina, usata - penso - per pulire i vestiti.
«Incominciai a ispezionare sistematicamente il locale. Dedussi che il gobbo doveva essere solo nella casa da un certo tempo.
Era un tipo strano... riunii nella stanza dove c'erano i vestiti tutto ciò che mi poteva servire, poi feci una scelta accurata.
Trovai una valigetta con cipria, rossetto e cerone e la giudicai utile.
«Avevo pensato di dipingermi e incipriarmi il viso e tutte quelle parti che dovevano rimanere scoperte, per rendermi visibile, ma lo svantaggio era che avrei dovuto usare la trementina e altri mezzi, quindi mi ci sarebbe voluto parecchio tempo prima di poter svanire di nuovo. Infine, scelsi un naso del tipo migliore, un po' grottesco, ma non molto più brutto di quello che ha tanta gente, occhiali scuri, basette grigiastre e una parrucca. Non potei trovare biancheria, ma quella avrei sempre potuto comprarla più avanti; per il momento, mi avvolsi in alcuni domini di calicò e in sciarpe bianche di cachemire.
Non trovai calze, ma le scarpe del gobbo mi andavano abbastanza bene e potevano bastare. In un banco del negozio c'erano tre sovrane e circa tre scellini d'argento e in una credenza chiusa a chiave che scassinai, nel retrobottega, trovai otto ghinee.
Così potevo rientrare nel mondo, ben fornito.
«Poi ebbi una strana esitazione. Avevo un aspetto passabile? Mi esaminai in un piccolo specchio della camera da letto, ispezionandomi da ogni punto di vista per scoprire un'eventuale dimenticanza, ma tutto mi sembrò in ordine. Dal punto di vista teatrale, ero grottesco - potevo essere un "avaro" - ma non ero del tutto impossibile dal punto di vista fisico. Prendendo coraggio, portai lo specchio in negozio, chiusi le persiane e mi riguardai ancora da ogni parte, con l'aiuto dello specchio girevole nell'angolo.
«Ci vollero alcuni minuti perché raccogliessi tutto il mio coraggio; poi girai la chiave, aprii la porta e uscii in strada lasciando che quell'ometto uscisse a suo piacere dal lenzuolo.
In cinque minuti, c'erano già una dozzina di svolte tra me e il negozio del costumista. Nessuno sembrava guardarmi con insistenza. La mia ultima difficoltà sembrava ormai superata.» Qui fece un'altra pausa.
- E lei ha più cercato di sapere qualcosa del gobbo? - chiese Kemp.
- No - rispose l'uomo invisibile. - E non ho mai più saputo che cosa sia avvenuto di lui. Penso si sia slegato o si sia liberato divincolandosi. I nodi erano abbastanza stretti.
Divenne silenzioso, andò alla finestra e guardò fuori.
- Che cosa accadde quando arrivò allo Strand?
- Oh! Ancora un'altra delusione. Credevo che i miei guai fossero finiti. Praticamente pensavo di poter fare impunemente tutto ciò che volevo, tutto... tranne che divulgare il mio segreto. Così credevo. Qualunque cosa facessi, qualsiasi conseguenza ne potesse derivare, non mi avrebbe toccato. Bastava solo buttar via i vestiti e sparire. Nessuno avrebbe potuto prendermi. Potevo rubare il denaro ovunque lo trovassi. Decisi che mi sarei offerto un banchetto sontuoso e poi sarei andato in un buon albergo per equipaggiarmi di nuovo. Mi sentivo meravigliosamente sicuro; e non è molto piacevole, adesso, ricordare che asino sono stato. Entrai in un ristorante e stavo già ordinando il pranzo, quando mi ricordai che non potevo mangiare senza mostrare il mio volto invisibile. Finii allora di ordinare, dissi al cameriere che sarei tornato dopo dieci minuti ed uscii esasperato. Non so se lei ha mai provato a rimanere con l'appetito insoddisfatto.
- Non fino a quel punto - disse Kemp, - ma posso benissimo capirla.
- Avrei spaccato la faccia a quei cretini. Alla fine, con il languore di stomaco per il desiderio di un cibo appetitoso, andai in un altro posto e chiesi una stanza privata. "Sono sfigurato" dissi "completamente." Mi guardarono con curiosità, ma naturalmente non li riguardava. Così, finalmente, potei mangiare. Il pranzo non era straordinario, ma mi bastò e, quando ebbi finito, rimasi con il sigaro in bocca, cercando di preparare un piano di azione. Fuori, nel frattempo, incominciava a cadere la neve.
«Più ci pensavo, Kemp, più mi rendevo conto quanto un uomo invisibile fosse una cosa assurda e disperata, in una città affollata, civilizzata, piena di aria fredda e sporca. Prima di fare questo folle esperimento speravo di ottenere migliaia di vantaggi. Quel pomeriggio, invece, tutto mi appariva nero.
Cercai di pensare alle cose che un uomo considera desiderabili.
Senza dubbio l'invisibilità dava la possibilità di ottenerle, ma rendeva anche impossibile goderne, una volta ottenute.
L'ambizione, per esempio: quale piacere si trae dal trovarsi in un posto quando non si può far vedere che si è là? Non mi piacciono la politica, i compromessi della fama, la filantropia o lo sport. Che cosa avrei fatto allora? Per questo, ero diventato un essere misterioso, imbacuccato, una caricatura fasciata e bendata di uomo.» A questo punto tacque e il suo atteggiamento faceva pensare che errasse con lo sguardo fuori della finestra.
- Ma come è arrivato a Iping? - chiese Kemp, desideroso di far parlare il suo ospite per tenerlo occupato.
- Vi andai per lavorare. Avevo una speranza, una mezza idea e l'ho ancora - ma ormai è un'idea precisa. Voglio cercare il modo di tornare indietro, per riparare ciò che ho fatto. Quando voglio io; quando ho fatto tutto ciò che desidero, essendo invisibile. Ed è questo ciò di cui le voglio parlare adesso...
- Andò direttamente a Iping?
- Sì. Dovetti solo ritirare i tre volumi di appunti e il mio libretto degli assegni; poi comprai le valigie e la biancheria, ordinai una gran quantità di prodotti chimici per condurre a termine le ricerche che avevo in mente - appena riavrò i miei libri le mostrerò tutti i calcoli - e partii! Per Giove!
Ricordo ancora quella tempesta di neve e la fatica che feci per non bagnarmi il naso di cartone...
- E alla fine - disse Kemp, - l'altro ieri, quando la scoprirono, lei a momenti... a giudicare dai giornali...
- Sì, è così. Ma quel cretino di un agente è poi rimasto ucciso?
- No - disse Kemp, - pensano che guarirà.
- E' stato fortunato, allora. Avevo perso la pazienza. Quegli imbecilli! Perché non mi hanno lasciato in pace? E quello zoticone d'un droghiere?
- Non morirà - disse Kemp.
- Non so nulla di quel vagabondo - fece l'uomo invisibile con una risata sgradevole.
«Per Dio, Kemp! Gli uomini come lei non sanno nemmeno quanto faccia rabbia aver lavorato per anni, aver fatto piani e progetti e poi trovarsi in mezzo a degli idioti incoscienti che ti ostacolano!...
«Così, comunque, quelli mi hanno reso le cose mille volte più difficili.»
24. IL PIANO DI KEMP FALLISCE.
- Ma adesso - disse Kemp gettando uno sguardo fuori della finestra, - che cosa faremo?
Si avvicinò all'ospite per impedirgli di vedere i tre uomini che avanzavano su per la strada della collina, con straordinaria lentezza, pensava Kemp.
- Che cosa pensava di fare, quando si è diretto a Port Burdock?
Aveva qualche progetto?
- Desideravo lasciare il paese. Ma da quando ho trovato lei ho cambiato il mio piano. Pensavo che sarebbe stato saggio recarmi verso sud - dato che ora è caldo e ciò rende più facile essere invisibile - specialmente perché il mio segreto è ormai noto e tutti cercano un uomo mascherato e imbacuccato. Da qui partono le navi per la Francia; la mia idea era quella di salire su una nave e correre il rischio della traversata. Da lì, poi, sarei potuto andare in treno in Spagna o ad Algeri. Non sarebbe stato difficile. Là un uomo potrebbe rimanere sempre invisibile e continuare a vivere; soprattutto potrebbe fare tante cose.
Veramente volevo usare quel vagabondo come facchino e come cassaforte, fino al momento in cui avrei deciso come mandare i libri e i soldi in qualche posto, dove poterli ritrovare.
- Ho capito.
- E poi quella sporca carogna doveva proprio cercare di derubarmi! Mi ha nascosto i libri, Kemp. Ha nascosto i miei libri!... Se riesco a mettergli le mani addosso!
- Credo che prima sia meglio cercare il modo per portargli via i libri.
- Ma quello, adesso, dov'è? Lei lo sa?
- E' alla stazione di polizia in città, chiuso, per sua espressa richiesta, nella cella più sicura della prigione.
- Carogna! - esclamò l'uomo invisibile.
- Ma questo è un po' un intralcio ai suoi progetti.
- Dobbiamo per forza riavere quei libri: sono di importanza capitale.
- Certo - disse Kemp un po' nervosamente, chiedendosi se quello sentisse il rumore dei passi all'esterno, - certo, dobbiamo riavere quei libri; non sarà difficile, dato che il vagabondo non sa che cosa significhino per lei.
- No - disse l'uomo invisibile, e rimase soprappensiero.
Kemp cercò di trovare qualche argomento per mantenere viva la conversazione, ma l'uomo invisibile riprese spontaneamente a parlare.
- Il fatto di essere capitato a casa sua, Kemp, ha mutato completamente tutti i miei progetti, perché lei è un uomo che può capirmi. Nonostante quello che è accaduto, nonostante questa pubblicità, la perdita dei libri e tutto ciò che ho sofferto, ci rimangono ancora grandi, immense possibilità...
- Ha detto a nessuno che sono qui? - chiese all'improvviso.
Kemp esitò: - Era implicito - disse.
- A nessuno? - insisté Griffin.
- Ad anima viva.
- Ah! Ora... - l'uomo invisibile si alzò e, con le mani sui fianchi, cominciò a misurare in su e in giù lo studio.
- Ho commesso un errore, Kemp, un grosso errore a fare tutto da solo. Ho sprecato energia, tempo, e buone occasioni. Da solo... è incredibile quanto poco possa fare un uomo da solo! Basta che rubi soltanto un po' e che faccia del male a qualcuno per essere finito.
«Ciò che voglio, Kemp, è un aiuto, un compagno, un luogo per nascondermi; una sistemazione dove possa dormire, mangiare, e riposare in pace, senza che mi si sospetti. Devo avere un complice. Con un complice, cibo e riposo potrò compiere migliaia di cose.
«Fino ad ora, ho seguito una linea di azione piuttosto vaga. Noi invece dobbiamo considerare tutto il valore dell'invisibilità, dei suoi lati positivi e negativi. E' un vantaggio piccolo, se si vuole origliare o roba del genere: si fa ugualmente rumore.
E' un aiuto piccolo - minimo forse - per chi vuole scassinare.
Una volta preso, mi possono benissimo imprigionare; d'altra parte è anche difficile prendermi. L'invisibilità, in fondo, serve solo in due casi. E utile per allontanarsi da un luogo o per avvicinarsi. E particolarmente utile, quindi, per uccidere.
Posso girare intorno a un uomo - qualunque arma quello tenga in mano - prendere la mira, colpirlo quando voglio, scostarmi a piacer mio e fuggire quando e come mi pare.» Kemp si stava accarezzando i baffi. Il rumore che aveva sentito di sotto era stata una sua impressione?
- E noi, caro Kemp, dobbiamo uccidere.
- Dobbiamo uccidere - ripeté Kemp. - Sto ascoltando il suo piano, Griffin, ma non sono d'accordo. Perché dobbiamo uccidere?
- Non uccidere a caso, ma con criterio. Il punto è questo: ormai tutti sanno che c'è un uomo invisibile, come lo sappiamo anche noi. Quell'uomo invisibile, Kemp, dovrà ora instaurare il regno del terrore. Sì! Naturalmente è una cosa che può sorprendere, ma intendo proprio questo: un regno del terrore. Il terrore deve prendere qualche città, come Burdock, ad esempio, spaventarla e dominarla. Deve emanare i suoi ordini... si può fare in migliaia di modi... ma penso che basterà far scivolare fogli di carta sotto le porte. Tutti quelli che disobbediranno ai suoi ordini, saranno uccisi insieme con quelli che li difenderanno.
- Uhm! - disse Kemp, senza più ascoltare Griffin, ma tendendo l'orecchio al rumore della porta d'ingresso che veniva aperta e chiusa. - Mi sembra, Griffin - continuò per distrarre la sua attenzione, - che il suo complice si troverebbe in una situazione piuttosto difficile!
- Nessuno saprebbe che è il mio complice - disse l'uomo invisibile con impazienza. E poi, all'improvviso: - Ssst! Che cos'è quel rumore giù di sotto?
- Niente - disse Kemp e subito prese a parlare a voce alta e in fretta. - Non mi piace tutto questo, Griffin - disse.
Cerchi di capirmi, non sono d'accordo. Perché pensare di combattere contro la razza umana? Come può sperare di ottenere in questo modo la felicità? Non faccia il lupo solitario.
Pubblichi le sue ricerche, riprenda confidenza nel mondo, o almeno nella nazione. Pensi quante cose potrebbe fare con un milione di persone pronte ad aiutarla...
L'uomo invisibile lo interruppe con un gesto del braccio. Sento dei passi su per le scale - disse.
- Sciocchezze - disse Kemp.
- Mi lasci vedere! - fece l'uomo invisibile e avanzò con il braccio teso, verso la porta.
Poi, tutto accadde molto in fretta. Kemp esitò un attimo e si mosse per bloccarlo. L'uomo invisibile scattò e rimase immobile.- Traditore! - gridò la voce e all'improvviso la vestaglia si aprì. Sedutosi, 1'«invisibile» cominciò a togliersela. Kemp con tre passi veloci fu alla porta e subito l'uomo invisibile ormai le sue gambe erano svanite - saltò in piedi con un urlo. Kemp spalancò la porta.
Mentre questa si apriva, giunse da sotto il rumore di passi frettolosi e di voci.
Con un movimento improvviso, Kemp spinse indietro l'uomo invisibile, lo schivò, uscì e sbatté la porta. La chiave era fuori, pronta. Griffin sarebbe rimasto solo e prigioniero nella veranda dello studio. Ma c'era un piccolo particolare: quella mattina la chiave era stata tirata dentro in fretta. Quando Kemp sbatté la porta, la chiave cadde tintinnando sul tappeto.
Kemp impallidì. Cercò di tenere la maniglia con tutte e due le mani e per un attimo vi riuscì. Poi la porta cedette di pochi centimetri, ma Kemp riuscì a richiuderla. La seconda volta si aprì uno spiraglio di una trentina di centimetri e la vestaglia si incuneò nell'apertura. La gola di Kemp fu stretta da dita invisibili ed egli lasciò la maniglia per difendersi. Allora, fu spinto indietro con uno sgambetto e batté con violenza contro un angolo del pianerottolo. La vestaglia vuota gli fu gettata addosso.
A metà scala c'era il colonnello Adye, il capo della polizia di Burdock, cui Kemp aveva scritto la lettera. Stava guardando sbigottito l'improvvisa apparizione di Kemp seguita dalla visione incredibile della vestaglia vuota che si agitava nell'aria. Vide Kemp cadere e rotolare in terra, poi lo vide traballare, balzare in avanti e ricadere in terra come un bue che abbia ricevuto una mazzata. Poi, all'improvviso, il colonnello fu colpito con violenza. Da niente! Qualcosa che pesava molto, così gli sembrò, gli saltò addosso ed egli fu gettato giù, riverso, sulle scale, mentre una mano lo stringeva alla gola e un ginocchio premeva sul suo inguine. Piedi invisibili scivolarono dietro di lui e, con un fruscio leggero, scesero le scale. Adye sentì i due poliziotti che aveva lasciato nell'atrio correre e gridare. Poi il portone sbatté con violenza.
Il colonnello fece un giro su se stesso, si tirò a sedere e si guardò intorno. Vide Kemp scendere barcollando le scale, impolverato e spettinato, con una guancia livida per un colpo, un labbro sanguinante e una vestaglia rossa e altri capi di vestiario su un braccio.
- Mio Dio! - gridò Kemp. - La partita è persa! Se n'è andato!
25. LA CACCIA ALL'UOMO INVISIBILE.
Per un po', Kemp rimase senza parola, troppo sbigottito per riuscire a far capire ad Adye la successione veloce degli avvenimenti. I due stavano sul pianerottolo. Kemp parlava in fretta, reggendo ancora sul braccio i grotteschi indumenti di Griffin. Dopo qualche tempo, però, Adye incominciò ad afferrare qualcosa della situazione.
- Quello è pazzo - disse Kemp, - inumano. E' solo puro egoismo. Non pensa ad altro che al suo vantaggio personale e alla sua sicurezza. Stamattina mi ha raccontato una storia così piena di brutale egoismo... ha già ferito alcuni uomini e ne ucciderà altri, se non glielo potremo impedire. Creerà il panico. Niente lo può fermare. Ora sta andando in giro... furibondo!
- Deve essere preso - disse Adye, - questo è certo!
- Ma come? - gridò Kemp e, all'improvviso, gli vennero in mente milioni di idee. - Lei deve incominciare subito, deve mettere al lavoro tutti gli uomini che ha; deve impedirgli di lasciare questa zona. Se quello riesce ad andarsene, può attraversare tutto il paese come vuole, uccidendo e ferendo.
Sogna di instaurare il regno del terrore! Un regno del terrore, le dico! Deve far sorvegliare treni, strade e navi. La guarnigione deve aiutarci. Inoltre deve chiedere aiuto per telefono. La sola cosa che lo può trattenere qui è la speranza di poter ricuperare alcuni libri di appunti che considera molto importanti: gliene parlerò! Nella vostra stazione di polizia c'è un uomo... un certo Marvel!
- Lo so - disse Adye, - lo so. Sì... quei libri. Ma il vagabondo...
- Dice di non averli. Ma quell'altro invece pensa che li abbia.
Lei deve impedirgli di mangiare e di dormire. Il paese deve stare all'erta contro di lui, giorno e notte. Il cibo deve essere tenuto chiuso e nascosto - ogni genere di cibo - di modo che lui debba fermarsi per cercarlo. Per lui tutte le case devono essere sbarrate. E che Iddio ci mandi notti fredde e pioggia! Tutto il paese deve incominciare a dargli la caccia; ma una caccia senza quartiere. Le dico, Adye, che quello è un pericolo, una calamità. E' spaventoso pensare a ciò che può accadere, a meno che non si riesca a fermarlo e a catturarlo.
- Che cos'altro possiamo fare? - chiese Adye. - Io devo andare subito in paese per incominciare a diramare ordini. Ma perché non viene anche lei? Sì... venga anche lei! Venga e terremo una specie di consiglio di guerra... chiederemo aiuto a Hopps... e ai funzionari della ferrovia. Per Giove! E' urgente.
Avanti... Intanto mi racconterà il resto per strada. Che cos'altro si potrebbe fare? Metta giù quella roba.
Dopo un momento, Adye precedeva Kemp giù per le scale. Trovarono la porta aperta e i poliziotti all'esterno che guardavano intorno l'aria vuota. - Se ne è andato, signore - disse uno dei due.
- Dobbiamo andare subito alla stazione di polizia - disse Adye. - Uno di voi vada in paese a prendere una carrozza che ci venga incontro. Presto! E adesso, Kemp, che cosa c'è da fare ancora?
- Cani! - disse Kemp. - Prenda dei cani; non lo vedono, ma lo sentono al fiuto. Cerchi dei cani.
- Bene - fece Adye, - non è una cosa di dominio pubblico, ma gli agenti della prigione, su ad Halstead, conoscono un uomo che ha i cani poliziotto. Cani, e poi?
- Se ne ricordi - disse Kemp. - Si vede quello che mangia e, dopo che ha mangiato, il cibo rimane visibile fino a che non è assimilato. Così, dopo mangiato, Griffin deve nascondersi. Deve continuare a esplorare ogni cespuglio, ogni angolo più nascosto.
E tolga di mezzo ogni arma, ogni cosa che potrebbe essere usata come arma. Griffin non può portarsi dietro a lungo roba del genere, e quindi deve essere nascosto tutto ciò che lui può prendere per colpire.
- Benissimo - disse Adye. - Lo prenderemo!
- E... sulle strade... - aggiunse Kemp ed esitò.
- Sì? - disse Adye.
- Vetro tritato - continuò Kemp. - E' crudele, lo so: ma pensi quanto male può fare lui!
Adye aspirò rumorosamente l'aria fra i denti.
- Non è leale, lo so, ma farò preparare il vetro tritato. Se si allontana troppo...
- Quell'uomo è diventato inumano, glielo assicuro - disse Kemp. - Sono certo che instaurerà il regno del terrore non appena si sarà rimesso dalle emozioni di questa fuga. Ne sono sicuro come sono sicuro di parlare con lei ora. La nostra unica speranza è nell'agire per primi. E' stato lui stesso che si è messo al bando dalla sua razza. Il suo sangue, quindi, ricadrà sulla sua testa.
26. L'ASSASSINIO DI WICKSTEED.
L'uomo invisibile doveva essere fuggito dalla casa di Kemp in preda ad un'ira furibonda. Un bimbetto che giocava vicino al cancello di Kemp fu preso e gettato da una parte con tanta violenza, che si ruppe una caviglia e rimase privo di conoscenza per alcune ore. Nessuno sa ciò che Griffin fece, né dove andò.
Potete immaginarlo correre, nel caldo mattino di giugno, sulla collina e scendere per il pendio in aperta campagna, dietro Port Burdock, furibondo e disperato per il suo insopportabile destino, infine nascondersi, accaldato e stanco, tra i boschetti di Hintondean, per riordinare i suoi piani - nuovamente sconvolti - contro il genere umano. Si pensa che egli si sia rifugiato lì, perché proprio in quel luogo si rifece vivo, in modo molto tragico, verso le due del pomeriggio.
Non sappiamo quali siano stati i suoi sentimenti durante tutto quel tempo e che progetti abbia fatto. Senza dubbio, era al limite dell'esasperazione per il tradimento di Kemp; anche se son ben comprensibili i motivi che portarono a quel tradimento, possiamo però immaginare - e addirittura in parte scusare - la furia determinata in Griffin da quella sorpresa. Forse avrà riprovato un po' del panico delle sue esperienze di Oxford Street, perché certamente egli faceva ormai conto sulla cooperazione di Kemp per realizzare il suo sogno brutale di atterrire il mondo. Comunque, verso mezzogiorno non si fece vedere o sentire e nessun testimone può dirci che cosa abbia fatto. fin verso le due e mezzo. Per l'umanità fu forse una fortuna, ma per lui quelle ore di inattività furono fatali.
Nel frattempo, una moltitudine di uomini, che aumentava sempre più, si sparse per la campagna, alla sua ricerca. Nella mattinata, egli era ancora soltanto una leggenda, qualcosa che si temeva; ma nel pomeriggio, soprattutto dopo la dichiarazione di Kemp, scritta con secche parole, era diventato un nemico tangibile che poteva essere ferito, catturato o sopraffatto, e tutta la zona incominciò ad organizzarsi con prodigiosa rapidità. Comunque, ancora alle due, l'uomo invisibile avrebbe potuto abbandonare il paese, salendo su un treno. Dopo le due, anche questo diventò impossibile, perché ogni treno passeggeri che passava sulle linee di un grande parallelogrammo tra Southampton, Winchester, Brighton e Horsham, viaggiava a porte chiuse e i treni merci erano stati quasi del tutto sospesi. E per un raggio di circa trenta chilometri intorno a Port Burdock, uomini armati di fucile e randello battevano, con alcuni cani, le strade e i campi in gruppi di tre o quattro.
Poliziotti a cavallo andavano per i viottoli di campagna ad avvisare la gente di ogni casa di sbarrare le porte e di rimanere dentro, a meno che non fossero armati. Tutte le scuole elementari furono chiuse alle tre e i bambini, spaventati, corsero a casa, tenendosi in gruppo. La dichiarazione di Kemp firmata poi da Adye - fu affissa per tutta la zona tra le quattro e le cinque del pomeriggio. Con poche e chiare parole dava tutte le istruzioni per la lotta: era necessario impedire all'uomo invisibile di dormire e di mangiare; tutti dovevano, senza posa, stare all'erta e tenere gli occhi aperti per cogliere ogni suo minimo movimento. L'azione delle autorità fu così pronta e decisa che nessuno ebbe più dubbi sull'esistenza di questo strano essere e, prima di notte, un'area di parecchie centinaia di chilometri quadrati si trovava in stato di assedio.
Sempre prima di notte, il paese già vigile e nervoso fu scosso da un brivido d'orrore: giunse veloce, sussurrata di bocca in bocca per tutta la zona, la notizia certa dell'assassinio del signor Wicksteed.
Se è giusta la supposizione che il rifugio dell'uomo invisibile fosse il boschetto di Hintondean, allora si deve anche pensare che egli ne sia uscito, nel primo pomeriggio, con qualche progetto che comprendeva l'uso di un'arma. Non si sa quale fosse il suo piano, ma, almeno per me, è certo che egli aveva già in mano la sbarra di ferro, prima di incontrare Wicksteed.
Naturalmente non si conosce alcun particolare di quell'incontro.
Avvenne sull'orlo di una cava di ghiaia, a non più di una ventina di chilometri dalla casa del custode di lord Burdock.
Tutto fa pensare a una lotta disperata - le orme confuse sul terreno, le numerose ferite ricevute dal signor Wicksteed, il bastone da passeggio spezzato - ma è impossibile immaginare il motivo dell'attacco, a meno che non si pensi a una crisi di furore omicida. In realtà, l'ipotesi della pazzia è inevitabile.
Il signor Wicksteed, cameriere di lord Burdock, aveva quarantacinque o quarantasei anni, era un tipo dalle abitudini e dall'aspetto inoffensivo, e proprio l'ultima persona al mondo che potesse provocare un così terribile antagonista. Sembra che l'uomo invisibile abbia usato contro di lui una sbarra di ferro, presa da una cancellata rotta. Fermò quest'uomo tranquillo che se ne stava andando a casa per il pranzo, lo attaccò, distrusse ogni sua debole difesa, gli ruppe l'arma, lo abbatté e gli ridusse la testa in poltiglia.
Naturalmente deve aver preso dalla cancellata quella sbarra di ferro, prima di incontrare la sua vittima: l'aveva certo già in mano. Solo due particolari - oltre a ciò che si è già detto sembrano confermare questa ipotesi. Uno è il fatto che la cava di ghiaia non si trova sul sentiero che Wicksteed avrebbe dovuto percorrere per andare diritto a casa, ma ne dista circa una ventina di metri. L'altro è la testimonianza di una bimbetta che afferma di aver visto, andando nel pomeriggio a scuola, la vittima «trotterellare» per i campi in modo strano, verso la cava di ghiaia. L'imitazione che la bimba fece di questo «trotterellare» suggerisce l'idea di un uomo che insegue qualcosa davanti a sé e lo colpisce, ogni tanto, con il bastone da passeggio. La bimba fu l'ultima persona che vide Wicksteed.
Egli uscì dal suo campo visivo, per andare verso la morte, poiché la lotta fu nascosta agli occhi della bimba da un gruppo di faggi e da una leggera depressione del terreno.
Ora questo, almeno secondo la mia opinione di scrittore, sembra escludere con certezza che l'assassinio sia stato commesso per capriccio. Probabilmente Griffin ha preso davvero la sbarra di ferro come arma, ma senza la precisa intenzione di usarla per uccidere. Forse, poi, Wicksteed, passando, notò quella sbarra che si muoveva incomprensibilmente per aria e la inseguì, senza pensare all'uomo invisibile, perché Port Burdock dista da lì una quindicina di chilometri. E' anche possibile che egli non sapesse addirittura nulla dell'uomo invisibile. Ci si può immaginare Griffin nell'atto di andarsene in silenzio, per non far scoprire la sua presenza in quella zona, e Wicksteed, eccitato e curioso, che inseguiva quell'inspiegabile oggetto in movimento e infine riusciva a colpirlo.
Senza dubbio, l'uomo invisibile, in circostanze normali, avrebbe potuto con facilità distanziare il suo inseguitore di mezza età; ma la posizione in cui fu trovato il corpo di Wicksteed fa pensare che questi abbia avuto la sfortuna di spingere la sua preda in un angolo, tra un cespuglio di ortica e la cava di ghiaia. Per chi ormai conosce la straordinaria irascibilità dell'uomo invisibile, sarà facile immaginare il resto dell'incontro.
Ma tutto questo è un'ipotesi. I soli fatti innegabili - perché sui racconti non si può mai fare molto affidamento - sono la scoperta del corpo di Wicksteed, colpito a morte, e la sbarra di ferro macchiata di sangue, rinvenuta nel cespuglio d'ortica. Il fatto che Griffin abbia abbandonato la sbarra fa pensare che, nell'eccitazione di quel momento, egli rinunciasse al progetto se pure ne aveva uno - per cui l'aveva presa. Senza dubbio era un uomo profondamente egoista e insensibile, ma la vista della sua vittima - la sua prima vittima - misera e sanguinante ai suoi piedi, può aver suscitato in lui una lunga sequela di ricordi da fargli dimenticare per un certo tempo ogni piano d'azione che avesse già preparato.
Dopo l'assassinio del signor Wicksteed, sembra che Griffin abbia battuto la campagna in direzione delle colline. Alcuni raccontano di una voce udita al tramonto da due uomini, in un campo vicino a Ferr Botton. Gemeva e rideva, sospirava e brontolava e, ogni tanto, urlava. Deve essere stata una cosa molto strana. La voce, poi, si diresse in un campo di trifoglio e si spense verso le colline.
Nel frattempo, l'uomo invisibile doveva essere venuto a conoscenza di come Kemp si fosse subito servito delle sue confidenze. Aveva trovato le porte sbarrate; aveva gironzolato per le stazioni ferroviarie e vicino alle locande e, senza dubbio, aveva letto la dichiarazione di Kemp; quindi, aveva in parte compreso la natura della campagna aperta contro di lui.
Appena cominciò a scendere la sera, si sparsero per i campi gruppi di tre o quattro uomini e si sentirono abbaiare i cani.
Questi cacciatori avevano istruzioni precise su come dovessero aiutarsi l'un l'altro nel caso di un incontro. Ma Griffin riuscì ad evitarli. Si può capire - almeno in parte - fino a che punto fosse esasperato, se non altro perché egli stesso aveva fornito le informazioni che ora venivano usate senza pietà contro di lui. Per tutto quel giorno almeno, rimase scoraggiato.
Per circa ventiquattro ore, tranne quando aveva assalito Wicksteed, fu un uomo braccato. Durante la notte, però, deve essere riuscito a mangiare e a dormire, perché il mattino seguente era di nuovo se stesso, attivo, energico, maligno e collerico, pronto alla sua ultima, grande lotta contro il mondo.
27. L'ASSEDIO ALLA CASA DI KEMP.
Kemp ricevette una strana lettera, scritta a matita su un foglio tutto unto: «Lei è stato straordinariamente energico e astuto» diceva la lettera «anche se io non riesco a immaginare che cosa spera di guadagnarci. Lei mi è contro. Per una giornata intera mi ha dato la caccia, ha cercato di privarmi anche del riposo notturno. Ma io ho trovato da mangiare e, nonostante tutto, ho anche dormito. Ora la partita è solo all'inizio: incomincia ora.
Adesso incomincia il terrore. Questa lettera le annuncia il primo giorno del terrore. Port Burdock non è più sotto la regina, lo dica pure al colonnello di polizia e a tutti gli altri. E' sotto di me: il terrore! Questo è il primo giorno, dell'anno primo, della nuova era. E' l'era dell'uomo invisibile.
Io sono l'uomo invisibile. Il mio governo sarà facile: tanto per cominciare, il primo giorno ci sarà un'esecuzione capitale, che serva da esempio, un uomo di nome Kemp. La morte, oggi, si mette in moto per lui; egli può rinchiudersi, nascondersi, circondarsi di guardie, mettersi pure un'armatura se vuole... ma la morte, la morte invisibile giungerà lo stesso. Che egli prenda pure le sue precauzioni: ciò colpirà di più i miei sudditi. La morte parte a mezzogiorno dalla cassetta postale. La lettera vi cadrà dentro all'arrivo del postino, e poi via! Incomincia la partita!
La morte si mette in moto. Non lo aiutate, o miei sudditi, altrimenti la morte cadrà anche su di voi. Oggi Kemp deve morire».
Kemp lesse due volte questa lettera. "Non è uno scherzo" si disse, è proprio il suo stile. E farà quello che dice."
Voltò il foglio piegato e vide, vicino all'indirizzo, il bollo di Hintondean e il particolare prosaico «due penny, tassa».
Salì di sopra lentamente, senza finire il pranzo - la lettera gli era arrivata con la posta dell'una - ed entrò nello studio.
Suonò il campanello per chiamare la governante e le disse di girare immediatamente intorno alla casa, di esaminare tutte le chiusure delle finestre e di serrare le imposte. Egli, intanto, chiuse da sé quelle dello studio. Da un cassetto della camera da letto prese una piccola rivoltella, la esaminò con cura e se la mise nella tasca della giacca. Scrisse alcune brevi lettere, di cui una per il colonnello Adye e le diede da portare alla cameriera, con istruzioni precise sul modo di lasciare la casa.
Non c'è alcun pericolo - le disse e tra sé aggiunse: «per te».
Rimase pensieroso per un po'; quindi tornò al pranzo che si stava raffreddando. Mangiò, sempre pensieroso; infine, batté con forza un pugno sulla tavola. - Lo prenderemo! - disse. - E io sarò l'esca. Ormai è andato troppo oltre.
Salì nella veranda, chiudendosi con cura tutte le porte dietro le spalle. - E' un gioco - disse, - un gioco assurdo... ma tutte le carte le ho in mano io, signor Griffin, nonostante la sua invisibilità e il suo fegato! Griffin "contra mundum"... e pronto alla vendetta.
Poi rimase alla finestra a fissare la collina bruciata dal sole.
"Deve tornare da me, girare ogni giorno: non lo invidio davvero.
Questa notte avrà dormito veramente? All'aperto, da qualche parte, in qualche posto sicuro. Vorrei che invece di far caldo fosse molto freddo e piovesse.
"Può essere che ora lui mi stia tenendo d'occhio."
Si avvicinò alla finestra. Qualcosa batté sul muro di mattoni sopra la cornice, ed egli sobbalzò indietro violentemente.
"Sto diventando nervoso" si disse Kemp. Ma passarono cinque minuti prima che tornasse alla finestra. "Deve essere stato un passero" pensò.
Poco dopo, sentì suonare il campanello e corse di sotto. Tolse il chiavistello e girò la chiave; esaminò la catenella, la mise a posto e aprì cautamente la porta, tenendosi di lato. Una voce familiare lo salutò. Era Adye. - La sua cameriera è stata assalita, Kemp - disse attraverso la porta.
- Che cosa!? - esclamò Kemp.
- E le hanno portato via la lettera. Lui è qui intorno! Mi lasci entrare!
Kemp tolse la catenella e Adye entrò, infilandosi in una fessura strettissima. Poi si fermò nell'atrio, guardando con immenso sollievo Kemp che richiudeva la porta. - Le ha strappato la lettera dalle mani e l'ha spaventata a morte. Adesso la cameriera è alla stazione di polizia, in preda a un attacco isterico. E quello gironzola qui intorno. Che cosa c'era scritto nella lettera?
Kemp uscì in un'imprecazione.
- Che pazzo sono stato! - disse Kemp. - Avrei dovuto immaginarlo. Non c'è nemmeno un'ora di qui a Hintondean. Già!...
- Ma che cosa c'è? - chiese Adye.
- Guardi qui! - disse Kemp, dirigendosi verso lo studio.
Consegnò ad Adye la lettera dell'uomo invisibile; Adye la lesse ed emise un leggero fischio. - E lei?... - chiese Adye.
- Io le suggerivo una trappola... e, come un cretino - disse Kemp, - ho mandato la proposta per mezzo della cameriera. A lui.
Anche Adye, a sua volta, si mostrò poco psicologo.
- Se la squaglierà - disse Adye.
- Non lui! - fece Kemp.
Dal piano di sopra, venne un sonoro tintinnio di vetri rotti.
Adye gettò uno sguardo alla piccola rivoltella che spuntava dalla tasca di Kemp. - E' una finestra di sopra! - disse Kemp, e precedette l'altro. Mentre erano ancora sulla scala, risuonò un secondo colpo. Quando raggiunsero lo studio, trovarono che due delle finestre erano rotte; metà della stanza era cosparsa di frammenti di vetro e un grosso sasso spiccava sullo scrittoio. I due uomini si fermarono sulla soglia a contemplare il disastro. Mentre Kemp imprecava di nuovo con forza, la terza finestra fu raggiunta da un colpo simile a uno sparo, rimase un attimo incrinata e poi si frantumò, e triangoli disuguali e brillanti di vetro si sparsero nella stanza.
- Che cosa è stato? - chiese Adye.
- E' solo l'inizio - disse Kemp.
- Non c'è nessun modo di salire fìn quassù?
- Nemmeno per un gatto fece Kemp.
- Non ci sono imposte?
- Qui no, ma ci sono in tutte le stanze a pianterreno. Ehi, là!
Da sotto venne un gran fracasso, e un rumore di finestre colpite molto forte. - Quel maledetto! - esclamò Kemp. - Deve essere entrato... sì... è entrato in una stanza da letto. Quello sta andando per tutta la casa. Che pazzo! Le imposte sono chiuse e i vetri cadranno all'esterno, quindi si taglierà i piedi.
Da un'altra finestra arrivò ancora rumore di vetri rotti. Il due uomini rimasero molto perplessi sul pianerottolo.
- Lo abbiamo in mano! - disse Adye. - Mi dia un bastone o qualcosa del genere; io andrò alla stazione di polizia e porterò su i cani poliziotto. E con questo dovremmo sistemarlo!
Un'altra finestra subì la stessa sorte delle altre.
- Non ha una rivoltella? - chiese Adye. La mano di Kemp tastò la tasca; esitò, poi disse: - Ne ho una... me ne priverò.
- Gliela riporterò indietro - disse Adye. - Lei intanto qui sarà al sicuro.
Kemp si vergognò della sua momentanea mancanza di sincerità e gli tese l'arma.
- E adesso andiamo fuori... - disse Adye.
Mentre esitavano nell'atrio, udirono una delle finestre delle camere da letto al primo piano scricchiolare e stridere. Kemp andò alla porta e incominciò a togliere il catenaccio più silenziosamente possibile. Il suo volto era più pallido del solito.
- Vada giù dritto - disse Kemp.
Un attimo dopo Adye era sui gradini e Kemp rimetteva il catenaccio. Il colonnello esitò un attimo, sentendosi più al sicuro con la schiena appoggiata alla porta, poi marciò giù per gli scalini, a testa alta e con il petto in fuori. Attraversò il prato e avanzò verso il cancello. Una leggera brezza sembrava scompigliare l'erba. Qualcosa si mosse vicino a lui.
- Si fermi un momento! - disse una voce. Adye si fermò mezzo morto stringendo in mano la rivoltella.
- Be'! - fece Adye, pallido e feroce, con i nervi tesi.
- Mi faccia il piacere di tornare verso la casa - disse la voce, tesa e feroce quanto Adye.
- Mi dispiace - disse Adye con voce un po' rauca, e si inumidì le labbra con la punta della lingua. La voce era davanti a lui, sulla sinistra, pensava. Doveva tentare la fortuna, sparando?
- Che cosa va a fare? - chiese la voce. Ci fu un movimento veloce da parte di entrambi e un lampo brillò dalla tasca aperta di Adye.
Questi indugiò e pensò. - Dove vado? E' affar mio - disse lentamente. Le parole echeggiavano ancora sulle sue labbra, quando un braccio gli circondò il collo, un ginocchio gli premette la schiena ed egli cadde riverso. Estrasse goffamente la rivoltella e sparò a casaccio; un momento dopo fu colpito sulla bocca e la rivoltella gli fu strappata di mano. Cercò invano di afferrare una gamba che scivolò via, tentò di lottare e cadde. - Dannazione! - gridò Adye. La voce rise.
- La ucciderei ora, se non fosse una pallottola sprecata disse.
Vide la rivoltella a mezz'aria, sopra di lui, a circa due metri.- Ebbene? - fece Adye alzandosi.
- In piedi! - ordinò la voce.
Adye si alzò.
- Badi bene! - disse la voce, poi in tono deciso: - Non tenti alcun trucco. Si ricordi che posso vedere il suo viso, anche se lei non può vedere il mio. Deve ritornare verso la casa.
- Non mi farà entrare - disse Adye.
- Peccato - fece l'uomo invisibile, - non voglio litigare con lei.
Adye si inumidì di nuovo le labbra. Distolse lo sguardo dal tamburo della rivoltella e vide il mare lontano, di un azzurro molto cupo sotto il sole di mezzogiorno, il soffice prato verde, i bianchi scogli del promontorio, la città affollata e, improvvisamente, sentì che la vita era molto dolce. I suoi occhi tornarono a quel piccolo oggetto di metallo sospeso tra cielo e terra, vicino a lui. - Che cosa devo fare? - chiese improvvisamente.
- Che cosa devo fare IO? - chiese l'uomo invisibile. - Lei vuole chiedere aiuto. La sola cosa che può fare è tornare indietro.
- Proverò. Se mi lascia entrare, mi promette di non assalire la porta?
- Non voglio litigare con lei - disse la voce.
Kemp, dopo aver fatto uscire Adye, si era affrettato ad andare di sopra; ora, guardando dal vetro rotto e scrutando cautamente sopra l'orlo del davanzale dello studio, vide Adye in piedi che discuteva con l'uomo invisibile. "Perché non spara?" mormorò Kemp tra sé e sé. Poi la rivoltella si mosse un po' e lo scintillio del sole colpì gli occhi di Kemp. Si riparò con la mano e cercò di vedere l'origine di quel bagliore accecante.
- Ecco! - disse, - Adye ha lasciato la rivoltella.
- Prometta di non assalire la porta - stava dicendo Adye. Non abusi della sua vittoria. Gli lasci una possibilità.
- Lei, intanto, ritorni verso casa. Le dico chiaro e tondo che non le prometto un bel niente.
Adye sembrò decidersi all'improvviso. Si voltò verso la casa, camminando lentamente con le mani dietro la schiena. Kemp lo guardava preoccupato. La rivoltella svanì e ricomparve di nuovo, all'improvviso; svanì ancora e ritornò ad essere visibile, se si guardava con attenzione, piccolo oggetto scuro che seguiva Adye.
Poi tutto accadde rapidamente Adye fece un salto indietro, si girò, afferrò quel piccolo oggetto, lo lasciò andare; alzò le mani e cadde a faccia in giù, lasciando una nuvoletta blu nell'aria. Kemp non sentì il rumore dello sparo. Adye si contorse, si alzò su un braccio, cadde ancora in avanti e rimase immobile.
Per un po' Kemp rimase a guardare la calma serena dell'atteggiamento di Adye. Il pomeriggio era molto caldo e tranquillo; sembrava che non si muovesse niente nel mondo, tranne due farfalle gialle che s'inseguivano attraverso i cespugli, tra la casa e il cancello. Adye era riverso sul prato, vicino al cancello. Le imposte di tutte le ville, giù per la strada della collina, erano chiuse; solo in un piccolo padiglione verde c'era una figura bianca che sembrava un vecchio addormentato. Kemp spiò tutti i dintorni della casa, cercando di vedere se c'era la rivoltella... ma era svanita. I suoi occhi tornarono su Adye... Il gioco stava incominciando proprio bene!
Sentì suonare e bussare al portone sempre più forte, ma, seguendo gli ordini di Kemp, i domestici si erano chiusi nelle loro stanze. Ci fu un attimo di silenzio. Kemp stette in ascolto e incominciò a guardare cautamente fuori delle tre finestre, una dopo l'altra. Andò in cima alla scala e rimase in ascolto, piuttosto inquieto. Si prese come arma l'attizzatoio della sua camera da letto e andò ad esaminare di nuovo le chiusure interne delle finestre a pianterreno. Tutto era in ordine e tranquillo.
Allora ritornò sulla veranda. Adye giaceva ancora immobile a lato del vialetto coperto di ghiaia, proprio dove era caduto. La cameriera e due poliziotti venivano su per la strada.
Tutto era immerso in una immobilità mortale. Le tre persone sembravano avvicinarsi molto lentamente. Kemp si chiese che cosa stesse facendo il suo nemico.
Sobbalzò. Udì un colpo al piano di sotto. Esitò e poi tornò a pianterreno. All'improvviso, la casa risuonò di colpi pesanti sul legno che si scheggiava. Udì uno schianto e il rumore distinto di una serratura che cigolava. Allora girò la chiave e aprì la porta della cucina. Intanto le imposte caddero a pezzi e volarono per la stanza. Rimase atterrito. Il telaio delle finestre, a parte una sbarra obliqua, era ancora intatto, ma rimaneva solo un pezzetto di vetro nel telaio. Le imposte erano spinte in dentro con una scure e ora la scure stava scendendo con colpi rapidi sul telaio e sulle inferriate. Poi, improvvisamente, la scure fece un balzo di lato e scomparve.
Kemp vide la rivoltella sul sentiero, all'esterno; poi la piccola arma si alzò nell'aria. Egli balzò indietro. La rivoltella sparò troppo tardi e un pezzo di legno della porta gli schizzò sopra la testa. Kemp sbatté la porta e la sprangò; era ancora fuori, quando udì Griffin urlare e ridere. Poi i colpi della scure ripresero, accompagnati da schegge e pezzi di legno.
Kemp, fermo nel corridoio, cercava di pensare. Di lì a poco l'uomo invisibile sarebbe entrato in cucina. Quella porta non avrebbe tenuto a lungo, poi...
Sentì di nuovo suonare al portone. Dovevano essere i poliziotti.
Allora corse nell'atrio, mise la catenella e tolse il catenaccio. Prima di sfilare la catena, volle sentire la voce della cameriera. Le tre persone si precipitarono con un salto in casa e Kemp richiuse la porta.
- L'uomo invisibile - disse Kemp, - ha una rivoltella con ancora due proiettili. Ha ucciso Adye, o, almeno, gli ha sparato. Non lo avete visto sul prato? E là riverso.
- Chi? - chiese uno dei poliziotti.
- Adye - rispose Kemp.
- Abbiamo girato da dietro - disse la ragazza.
- Che cos'è questo fracasso? - chiese uno dei poliziotti.
- E' in cucina... o ci entrerà ben presto. Ha trovato una scure.
Improvvisamente, la casa si riempì dei colpi che l'uomo invisibile già sferrava sulla porta della cucina. La ragazza guardò verso la cucina, poi entrò in sala da pranzo. Kemp cercò di spiegarsi con frasi spezzate. Poi sentirono la porta della cucina cedere.
- Per di qua - gridò Kemp molto energicamente e spinse i poliziotti in sala da pranzo.
- L'attizzatoio - disse Kemp e si precipitò verso il parafuoco.
Tese a uno dei poliziotti l'attizzatoio che aveva già, e all'altro diede quello preso in sala da pranzo.
All'improvviso saltò indietro. - Ehi! - gridò un poliziotto, abbassò la testa e ricevette un colpo di scure sull'attizzatoio.
La rivoltella sparò il suo penultimo colpo, passando a un millimetro dal poliziotto. L'altro abbassò l'attizzatoio sulla piccola arma, come chi cerca di schiacciare una vespa, e la mandò a rotolare sul pavimento.
AI primo colpo, la ragazza lanciò un grido, continuò a gridare un attimo presso il caminetto e poi corse ad aprire le imposte, probabilmente con l'intenzione di fuggire dalla finestra sconquassata.
La scure si portò nel corridoio e si abbassò a circa mezzo metro da terra. Potevano sentire il respiro dell'uomo invisibile. - State lontani voi due! - disse. - Io voglio quello là, voglio Kemp!
- Noi invece vogliamo te - disse il primo poliziotto, avanzando in fretta e agitando l'attizzatoio in direzione della voce. L'uomo invisibile deve avere indietreggiato, perché andò a sbattere nel portaombrelli.
Poi, mentre il poliziotto barcollava per la forza del colpo che aveva tirato, l'uomo invisibile contrattaccò con la scure; l'elmetto del poliziotto si accartocciò come un pezzo di carta e il colpo lo mandò a rotolare in terra, sulle scale della cucina.
Ma il secondo poliziotto, prendendo di mira, assieme all'attizzatoio, il punto dietro la scure, colpì qualcosa di morbido che si ruppe. Ci fu un urlo acuto di dolore, poi la scure cadde a terra. Il poliziotto colpì ancora a caso, ma questa volta non prese nulla. Mise un piede sulla scure e ci riprovò. Poi rimase in ascolto con l'attizzatoio abbassato, attento al minimo rumore.
Sentì aprire la finestra della sala da pranzo e udì uno scalpiccio di passi veloci. Il suo compagno rotolò su se stesso e si tirò su a sedere, mentre il sangue gli scorreva tra un occhio e un orecchio. - Dov'è? - chiese l'uomo sul pavimento.
- Non lo so. Sono riuscito a colpirlo. Adesso sarà da qualche parte nell'atrio, a meno che non ci sia passato accanto. Dottor Kemp... signore!
- Dottor Kemp - gridò di nuovo il poliziotto.
Il secondo poliziotto si alzò a fatica. All'improvviso udirono un debole rumore di piedi nudi sulle scale di cucina. - Ehi! gridò il primo poliziotto e, agitando l'attizzatoio, ruppe un braccio di una lampada a gas.
Fece per inseguire l'uomo invisibile giù per le scale, poi ci pensò meglio e si diresse in sala da pranzo.
- Dottor Kemp... - incominciò e si fermò.
- Il dottor Kemp è un eroe - disse, mentre il suo compagno guardava da sopra la sua spalla.
La finestra della sala da pranzo era spalancata e non c'era traccia né di Kemp né della cameriera.
Il secondo poliziotto espresse un giudizio preciso e colorito nei confronti di Kemp.
28. L'INSEGUITORE INSEGUITO.
Quando era cominciato l'assedio alla casa di Kemp, il signor Heelas, il più vicino a Kemp fra tutti i proprietari delle ville lì intorno, dormicchiava sotto un pergolato. Il signor Heelas era uno di quel gruppo piuttosto numeroso di persone che rifiutava di credere a «tutte le sciocchezze sull'uomo invisibile». Sua moglie, invece, come dovette ricordarsi più tardi, ci credeva. Egli continuò a camminare nel giardino come se non ci fosse niente di straordinario e, quel pomeriggio, andò a dormire come era sua abitudine da anni. Dormì nonostante il fracasso dei vetri rotti; poi si svegliò all'improvviso con la strana sensazione che qualcosa non andava. Guardò verso la casa di Kemp, si stropicciò gli occhi e tornò a guardare. Poi mise i piedi in terra e rimase seduto in ascolto. Si disse che doveva essere un'allucinazione, ma comunque quella cosa strana era visibile. La casa sembrava essere stata abbandonata da settimane, dopo una violenta rissa. Tutte le finestre erano rotte e tutte le imposte erano chiuse tranne quelle della veranda.
- Avrei giurato che era tutto a posto - guardò l'orologio, venti minuti fa.
Sentì dei colpi cadenzati e un fragore di vetri rotti. Poi, mentre stava seduto a bocca aperta, accadde una cosa ancora più strana. Le imposte della sala da pranzo furono aperte con violenza e la cameriera, vestita di tutto punto e con in testa ancora il cappellino, comparve alla finestra, facendo sforzi frenetici per riuscire a tirare su il saliscendi.
Improvvisamente, accanto a lei apparve anche un uomo che l'aiutava... il dottor Kemp! Dopo un attimo la finestra fu aperta e la cameriera lottò per uscire; saltò fuori e svanì fra i cespugli. Il signor Heelas si alzo, uscendo in esclamazioni indistinte ma violente nei riguardi di queste cose strane. Vide Kemp saltare dal davanzale della finestra e riapparire subito.
Kemp corse per un viottolo tra le piante, tenendosi curvo come chi non vuole farsi vedere. Scomparve dietro un albero e riapparve mentre cercava di saltare la staccionata che dava sul pendio. Un secondo dopo era dall'altra parte e correva come un pazzo giù per il pendio, proprio verso il signor Heelas.
- Mio Dio! - gridò il signor Heelas, colpito da un'idea. - E' quel bruto di un uomo invisibile! Allora era vero!
Per il signor Heelas, pensare cose del genere significava agire.
La cuoca che lo guardava da una finestra del sottotetto, restò sbalordita: lo vide arrivare di corsa verso casa a una velocità di quindici chilometri all'ora, lo sentì sbattere le porte e suonare i campanelli; il signor Heelas muggiva come un toro.
Chiudete le porte! Chiudete le finestre! Chiudete tutto... Sta arrivando l'uomo invisibile! - Immediatamente la casa risuonò di grida, di ordini e di passi affrettati. Egli stesso corse a chiudere le portefinestre che davano sulla veranda e vide comparire, da sopra il bordo della staccionata del giardino, la testa, le spalle e un ginocchio di Kemp. Subito dopo, Kemp era saltato in un tratto del terreno coltivato ad asparagi e correva verso la casa attraverso il campo da tennis.
- Non può entrare - disse il signor Heelas, tirando il catenaccio. - Mi dispiace tanto se quello sta inseguendola... ma lei non può entrare!
Kemp apparve con il volto atterrito vicino ai vetri, e prese a bussare; poi scosse freneticamente la finestra. Vedendo che i suoi sforzi erano inutili, corse sulla veranda, saltò il parapetto, e andò a bussare alla porta di servizio. Poi corse dal cancello laterale verso il portone e prese la strada della collina. Il signor Heelas, guardando dalla finestra con espressione di terrore, aveva appena visto scomparire Kemp quando gli asparagi furono calpestati da piedi invisibili. A quella vista il signor Heelas si precipitò di sopra e non seguì nemmeno più il resto della caccia. Ma mentre passava vicino alla finestra della scala, sentì sbattere il cancello che dava sulla strada.
Uscito sulla strada della collina, Kemp naturalmente si diresse verso il paese e così cominciò lui stesso quella corsa che aveva osservato solo quattro giorni prima, con occhio reso critico dallo studio. Correva veloce per essere fuori allenamento, e sebbene fosse pallido e sudato, rimase fino alla fine presente a se stesso. Corse con ampie falcate, anche quando dovette superare un tratto di terreno accidentato, pieno di pietre aguzze e di frammenti di vetro rilucenti al sole, e lasciò che gli invisibili piedi nudi prendessero la strada che volevano.
Per la prima volta in vita sua Kemp scoprì che la strada della collina era indicibilmente ampia e desolata e che le prime case della città, laggiù in fondo, ai piedi della collina, erano stranamente lontane. Niente in vita sua gli era sembrato più lento e più faticoso di quella corsa. Tutte le villette deserte, addormentate sotto il sole pomeridiano, erano chiuse e sprangate secondo gli ordini che aveva dato. Comunque avrebbero potuto pure dare un'occhiata fuori, in un'eventualità come questa! Ora la città stava venendogli incontro, il mare era nascosto dietro ad essa e la gente cominciava ad agitarsi. Un tram arrivava proprio allora ai piedi della collina. Più in là c'era la stazione di polizia. Erano passi che sentiva dietro di sé? Forza!
La gente in basso lo guardava. Una persona o due presero a correre. Il respiro di Kemp diventava sempre più affannoso. Il tram era ormai a pochi passi e il "Jolly Cricketers" stava rumorosamente sbarrando le porte. Oltre il tram c'erano baracche e mucchi di ghiaia, per lavori di drenaggio. Kemp ebbe una mezza idea di saltare sul tram e far chiudere le porte, ma poi decise di andare alla stazione di polizia. Dopo un momento, aveva già oltrepassato la porta del "Jolly Cricketers" e si trovava dopo quella maledetta sfacchinata - in una strada, circondata da esseri umani. Il conducente del tram e il suo aiutante, stupiti alla vista di quella frenetica fretta, stavano a guardarlo, dimenticandosi di attaccare i cavalli. Più in là, sopra mucchi di ghiaia, alcuni sterratori guardavano attoniti.
Kemp rallentò un po'; ma come udì il passo veloce del suo inseguitore, riprese a correre. - L'uomo invisibile - gridò agli operai con un vago gesto indicatore; per una improvvisa ispirazione, saltò una buca e pose tra sé e il suo inseguitore un folto gruppo di gente. Poi, abbandonando l'idea di recarsi alla stazione di polizia, voltò in una piccola strada laterale, oltrepassò un carretto di verdura, esitò per la frazione di un secondo davanti alla porta di un negozio di dolciumi, e si diresse verso un viale che sboccava ancora sulla strada della collina. Due o tre bambini che giocavano lì intorno, quando apparve, scapparono strillando; subito si aprirono porte e finestre, apparvero alcune madri agitate e affettuose. Kemp sbucò di nuovo sulla strada della collina, a circa duecento metri dal capolinea del tram e subito sentì voci concitate e gente che correva.
Guardò la strada che portava alla collina. Ad una quindicina di metri, c'era un operaio forzuto, che correva imprecando e agitando una vanga; dietro di lui veniva, con i pugni stretti, il conducente del tram. In cima alla strada altri uomini seguirono i due, gridando e agitando le mani. Giù, verso la città, uomini e donne correvano. Kemp vide chiaramente un uomo che usciva da un negozio con un bastone in mano. - Fuggite!
Fuggite! - gridava qualcuno. Kemp, di colpo, comprese che le condizioni della caccia erano mutate. Si fermò e si guardò intorno ansando. - E' qui vicino! - gridò. - Formate una linea...
Fu colpito con forza sotto l'orecchio e avanzò barcollando, nel tentativo di affrontare il suo invisibile antagonista. Riuscì a tenersi in piedi e sferrò un pugno in aria. Poi fu colpito ancora sotto la mascella e cadde riverso a terra. Subito dopo, un ginocchio gli premeva sullo stomaco, mentre due mani gli stringevano convulsamente la gola, ma la presa di una delle due era più debole dell'altra. Kemp afferrò i polsi udì il suo assalitore lanciare un grido di dolore e poi la vanga dell'operaio volò sopra di lui e colpì qualcosa che emise un tonfo sordo. Kemp sentì una goccia di vapore umido in viso. La stretta alla gola di colpo si allentò. Kemp, con uno sforzo convulso si liberò, afferrò una spalla che rimase passiva e rotolò sopra il suo avversario. Afferrò i gomiti invisibili e li premette a terra. - L'ho preso! - gridò Kemp. - Aiuto...!
Aiuto...! Tenetelo! E' qui! Tenetegli i piedi!
Dopo un secondo ci fu una partecipazione generale alla lotta, e uno che fosse sopraggiunto in quel momento, avrebbe pensato che stessero giocando una partita di rugby molto violenta. Non si sentì nessun altro grido dopo quello di Kemp: solo il tonfo dei colpi, il rumore dei piedi e un ansimare pesante.
Poi l'uomo invisibile, con uno sforzo sovrumano riuscì ad alzarsi. Kemp gli si buttò addosso come un cane su un cervo e una dozzina di mani colpivano e laceravano quel corpo invisibile. Il conducente del tram lo prese per il collo e lo spinse dentro.
Il grappolo dei lottatori si abbassò di nuovo. Ci furono, temo, anche calci violenti. Poi, all'improvviso si udì un grido selvaggio: «Pietà, pietà!» che si spense subito in un gorgoglio soffocato.
- Indietro, disgraziati! - gridò Kemp con voce soffocata e molte figure robuste incominciarono a spingere indietro. - E' ferito, vi dico. State indietro.
Ci fu un vivace movimento per lasciare un po' di spazio libero; poi il cerchio di quei volti impazienti vide inginocchiarsi il medico a una ventina di centimetri dal suolo, premendo a terra braccia invisibili. Dietro di lui un poliziotto teneva caviglie invisibili.
- Non lasciatelo andare! - gridò il grosso operaio, tenendo ancora in mano la vanga macchiata di sangue. - Ci vuole prendere in giro!
- No - disse il medico alzando cautamente un ginocchio, - lo sosterrò io. - Il suo volto era tutto ammaccato e già si stava arrossando; parlava a fatica, perché un labbro gli sanguinava.
Abbassò una mano e sembrò tastare una faccia. - La bocca è tutta bagnata - disse. Poi: - Mio Dio!
Si alzò di colpo e poi si inginocchiò accanto a quel corpo invisibile. La gente spingeva e s'introduceva nel gruppo, mentre altre persone venivano intanto ad aumentare la pressione della lotta. Alcuni uomini uscivano dalle case. Le porte del "Jolly Cricketers" si aprirono all'improvviso. Quasi nessuno parlò.
Kemp tastò intorno e sembrava muovesse le mani attraverso l'aria vuota. - Non riesco a sentirgli il polso. Il suo fianco... oh!
Una vecchia, guardando da sotto un braccio del grosso operaio, mandò un grido acuto. - Osservate qua! - disse indicando con un dito grinzoso. E guardando ciò che ella indicava, tutti videro il profilo di una mano pallida e trasparente, come fosse fatta di vetro - vi si distinguevano vene e arterie, ossa e nervi - una mano abbandonata e aperta. Mentre tutti la guardavano, diventava sempre più opaca.
- Ehi! - gridò il poliziotto. - Ecco adesso un piede!
E così, prima dalle mani e dai piedi, poi lentamente lungo le membra fino ai centri vitali, continuò quello strano mutamento: ritornava ad essere visibile. Era come il lento espandersi di un veleno. Prima comparvero le venuzze bianche che tracciarono un abbozzo grigiastro e indistinto delle membra, poi le ossa trasparenti e il disegno intricato delle vene. Poi pelle e carne; prima si vedevano solo come una debole nebbia; poi, rapidamente, diventarono dense e opache. Dopo un po' la folla poté vedere il torace aperto da una ferita e le spalle e i contorni confusi di quel volto teso e deformato.
Quando infine la folla lasciò posto a Kemp e questi si poté alzare, in terra giaceva, nudo e pietoso, il corpo di un giovane sulla trentina. Aveva capelli e sopracciglia bianchi - non grigi per l'età, ma bianchi come quelli degli albini - e gli occhi rossi come rubini. Le mani erano strette a pugno, gli occhi spalancati e il volto aveva un'espressione di rabbia e di sgomento insieme.
- Copritegli il viso! - gridò un uomo. - Per amor del cielo, coprite quel viso!
Qualcuno portò un lenzuolo dal "Jolly Cricketers"; lo coprirono e lo portarono dentro. Ed egli rimase là, su un letto sordido, in una stanza disadorna, male illuminata, circondato da una folla ignorante ed eccitata, ferito e martoriato, tradito e non compianto. Lui, Griffin, il primo fra tutti gli altri uomini che riuscì a rendersi invisibile, Griffin, il più dotato di tutti i fisici che il mondo abbia mai avuto. Finì la sua strana e terribile carriera in modo veramente tragico.
EPILOGO.
Così finisce la storia dello strano e malvagio esperimento dell'uomo invisibile. E, se volete saperne di più, dovete andare in una piccola locanda vicino a Port Stowe per parlare con il padrone.
L'insegna della locanda è un asse vuoto con su dipinti solo un cappello e un paio di scarpe; si chiama come il titolo di questo racconto. Il padrone è un ometto basso e corpulento con un naso cilindrico, capelli tesi e un viso qua e là chiazzato di rosso.
Dategli da bere generosamente ed egli vi racconterà ampiamente tutto ciò che gli è accaduto dopo di allora e come gli avvocati cercarono di «alleggerirlo» del tesoro trovatogli addosso.
- Quando scoprirono che non avrebbero potuto provare di chi fosse il denaro, be'! - dice, - misericordia! Non cercarono di farmi passare addirittura come uno scopritore di tesori? Sembro uno scopritore di tesori io? E poi un signore mi diede una ghinea una notte, perché gli raccontassi questa storia all'Empire Music Hall, raccontargliela così... con parole mie.
E se poi volete arrestare il torrente dei suoi ricordi, potete sempre farlo chiedendogli dove sono i tre manoscritti citati nella storia. Egli ammette che c'erano, e continua a spiegare, con mille giuramenti, che tutti pensano che li abbia lui. Ma, che Dio vi benedica, lui non li ha! - L'uomo invisibile me li prese per nasconderli quando tagliai la corda a Port Stowe. E' stato il signor Kemp a convincere la gente che li ho io.
Poi diventa pensieroso, vi lancia uno sguardo, gioca nervosamente con gli occhiali e lascia il locale.
E' uno scapolo, proprio uno scapolo convinto e non ci sono donne tra il personale della locanda. A uno sguardo superficiale ha tutti i bottoni a posto - come ci si aspetta di vedere - ma per i suoi indumenti più intimi, ad esempio per le bretelle, usa ancora le stringhe. Gestisce il suo locale senza originalità, ma con gran decoro. I suoi movimenti sono pacati: egli è un gran pensatore. Nel villaggio ha una buona reputazione per la sua saggezza e per una lodevole parsimonia, e la sua conoscenza delle strade dell'Inghilterra del sud batterebbe Cobbett(1).
La domenica mattina, ogni domenica mattina, per tutto l'anno mentre è chiuso fuori dal resto del mondo - ed ogni notte dopo le dieci, entra nel salottino privato, con un bicchiere di gin leggermente allungato, lo appoggia sulla tavola, chiude la porta a chiave, esamina le persiane e guarda persino sotto la tavola.
Poi, sicuro di essere solo, gira la chiave della credenza e quella di una cassetta che è nella credenza e poi di un cassettino che si trova dentro la cassetta. Tira fuori tre libri rilegati in cuoio scuro e li appoggia con aria solenne in mezzo alla tavola. Le copertine sono rovinate e macchiate di verde: una volta rimasero in un fosso e quindi alcune pagine sono state scolorite dall'acqua sporca. Si siede in una poltrona, riempie lentamente una lunga pipa di argilla e, intanto, guarda i libri con avidità. Poi ne tira uno vicino a sé e incomincia ad osservarlo, girando e rigirando le pagine.
Tiene le sopracciglia aggrottate e muove faticosamente le labbra.
- "Ics" al quadrato, più... Mio Dio, che cervellone era!
Dopo un po' di tempo, si appoggia allo schienale e guarda attraverso il fumo cose che per gli altri sono invisibili.
Pieno di segreti - dice, - segreti meravigliosi! Una volta trovato il bandolo... Mio Dio! Non farei come lui; vorrei solo... Mah - e tira una lunga boccata.
Così si perde in un sogno, il meraviglioso, eterno sogno di tutta la sua vita. E per quanto Kemp li abbia cercati senza posa, nessun essere umano, salvo il padrone della locanda, sa dove siano quei libri che nascondono il sottile segreto dell'invisibilità e una dozzina di altri strani segreti. E nessun altro ne saprà qualcosa fino a che l'ometto non morrà.
NOTE.
1. William Cobbett (1762-1835), scrittore e uomo politico inglese, autore di un libro ("Rural Rides", 1830), in cui si dimostra profondissimo conoscitore della campagna della sua patria.