Korimba

Stories / Poems

Stories by katherine mansfield

il canarino

italian

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… Lo vede quel grosso chiodo, a destra della porta d’ingresso? Ancora oggi faccio fatica a guardarlo, eppure non potrei sopportare di toglierlo. Mi piace pensare che rimarrà al suo posto anche quando io non ci sarò più. A volte mi sembra di sentire chi vivrà qui dopo di me dire: «Deve esserci stata una gabbia, appesa lì». Lo trovo confortante, quasi gli impedisca di essere dimenticato.
… Non può immaginare quanto fosse meraviglioso il suo canto. Non era come quello degli altri canarini. E non è frutto della mia immaginazione: spesso, dalla finestra, mi capitava di vedere gente che si fermava al cancello ad ascoltare o che rimaneva appoggiata alla staccionata accanto al filadelfo per parecchio tempo, rapita dalla melodia. Suppongo che lo troverà assurdo – non la penserebbe così se avesse potuto sentirlo – ma avevo l’impressione che le sue fossero delle vere e proprie arie, con un inizio e una fine.
Quando per esempio, finite le faccende di casa, nel pomeriggio, mi cambiavo la camicetta e mi sedevo in veranda a cucire, lui si metteva a saltellare da un trespolo all’altro, hop, hop, hop, picchiettava con il becco contro le sbarre quasi ad attirare la mia attenzione, beveva un sorso d’acqua – come un vero cantante professionista – e poi si lanciava in un canto talmente pregevole che finivo per mettere giù l’ago per ascoltarlo. Non riesco a descriverlo, vorrei poterlo fare, ma era sempre lo stesso, ogni pomeriggio, e a me sembrava di riuscire a comprenderne ogni nota.
… Gli volevo bene, oh, quanto gli volevo bene! Forse non importa verso cosa indirizziamo il nostro amore in questo mondo, a condizione che qualcosa ci sia. Certo, avevo la mia casa, il giardino, ma per qualche ragione non erano mai abbastanza. I fiori sono molto sensibili, ma non sono in grado di comprenderci. Amavo anche la stella della sera. Le sembra sciocco? Mi piaceva uscire nel giardino sul retro, poco dopo il tramonto, e aspettare finché la vedevo comparire sopra la sagoma scura dell’albero della gomma. Allora sussurravo: «Ben arrivata, mia cara» e, per quel breve momento, avevo l’impressione che brillasse per me sola. Sembrava quasi comprendere questa… questa sensazione che sembra nostalgia, eppure non lo è. O rimpianto, sì, pare più rimpianto. Ma rimpianto per cosa? Ho tanto di cui essere grata.
… Dopo che lui arrivò nella mia vita, tuttavia, dimenticai la stella della sera: non ne avevo più bisogno. Però fu strano. Quando il venditore di uccelli cinese bussò alla mia porta e me lo mostrò, in quella angusta gabbietta, invece di svolazzare da tutte le parti come i poveri cardellini lui proruppe in un debole cinguettio, appena percettibile, e io mi ritrovai a dire, come facevo con la stella sopra l’albero della gomma: «Ben arrivato, mio caro». Da quel momento fu mio.
… Ancora oggi mi sorprendo se penso a come condividevamo ogni momento delle nostre vite. Non appena arrivavo in cucina, la mattina, e toglievo il telo che copriva la gabbia, lui mi salutava con un cinguettio assonnato. Sapevo che voleva dire: «Padrona! Padrona!». Appendevo la gabbia al chiodo, fuori, mentre preparavo la colazione ai miei tre giovanotti e la lasciavo lì finché non avevamo di nuovo la casa tutta per noi. Poi, quando avevo finito di lavare i piatti, iniziava il nostro piccolo divertimento. Aprivo un giornale su un angolo del tavolo e, quando ci poggiavo sopra la gabbia, lui cominciava a battere le ali disperato, come se non sapesse che cosa stava per succedere. «Fai proprio una gran pantomima» lo rimproveravo. Spazzavo il fondo della gabbia e lo cospargevo di sabbia pulita, riempivo i contenitori con i semi e l’acqua e infilavo un pezzo di centocchio e un mezzo peperoncino tra le sbarre. Sono certa che capisse e apprezzasse ogni fase di quel piccolo rituale. Vede, era una bestiola d’indole particolarmente pulita. Sul suo posatoio non c’era mai neppure una macchia e bastava vederlo fare il bagno per capire che aveva una vera passione per la pulizia. La vaschetta per il bagno veniva inserita per ultima. Non appena la vedeva, ci si tuffava letteralmente dentro. Prima scuoteva un’ala, poi l’altra, metteva sotto la testa e infine il piumaggio del petto. Schizzava acqua per tutta la cucina e non si decideva mai a uscire. Io gli dicevo: «Ora basta, ti stai solo pavoneggiando». Dopo un po’ saltava fuori e, in equilibrio su una zampa sola, si becchettava per asciugarsi. Infine si scuoteva tutto, dava un guizzo, un lieve pigolio, allungava il collo verso l’alto e… non riesco nemmeno a pensarci. In genere, a quel punto ero impegnata a pulire i coltelli e avevo quasi l’impressione che emettessero una melodia anche loro, man mano che li strofinavo sul tagliere per lucidarli.
… Compagnia, ecco quello che era. Una compagnia ideale. Se ha mai vissuto in solitudine, saprà quanto è preziosa. È vero, c’erano i tre giovanotti che arrivavano a cena ogni sera e che a volte poi si fermavano in salotto, a leggere il giornale. Ma non potevo certo aspettarmi che si interessassero ai piccoli piaceri della mia vita quotidiana. Perché avrebbero dovuto? Non significavo niente per loro. Anzi, una sera li ho sentiti parlare di me sulle scale. Mi hanno definita «lo spaventapasseri». Ma non importa. Non importa. Per nulla. Li capisco, sono giovani. Perché dovrei curarmene? Eppure ricordo di essere stata particolarmente grata di non essere sola, quella sera. Quando uscirono, andai da lui e glielo dissi. Gli dissi: «Lo sai come chiamano la tua padrona?». Per tutta risposta, lui inclinò la testa e si mise a fissarmi con i suoi occhietti vivaci finché non potei che scoppiare a ridere. Sembrò trovarlo divertente.
… Ha mai avuto un uccellino? Se la risposta è no, tutto questo deve sembrarle esagerato. La gente pensa che gli uccelli, diversamente da cani e gatti, siano creature fredde e senza cuore. La mia lavandaia, quando veniva, il lunedì, mi chiedeva sempre perché non mi prendessi «un bel fox terrier». «I canarini, signora, non danno alcun conforto». Falso. Assolutamente falso. Ricordo che una notte feci un sogno tremendo – i sogni sanno essere davvero crudeli – tanto da non riuscire a levarmelo dalla testa neanche dopo essermi svegliata. Così misi la vestaglia e scesi in cucina per bere un bicchier d’acqua. Era una notte d’inverno e diluviava. Sarà che ero ancora mezza addormentata, ma guardando attraverso la finestra della cucina, a cui mancavano le persiane, mi sembrò che l’oscurità mi osservasse, spiandomi. D’improvviso, mi parve insopportabile non avere nessuno a cui poter dire: «Ho fatto un sogno terribile» o «Proteggimi dall’oscurità». Per un attimo mi coprii addirittura il viso. Poi sentii un lieve «Cip! Cip!». La gabbia era sul tavolo, ma il telo che la copriva si era spostato, lasciando passare un raggio di luce. «Cip! Cip!» cantava il canarino, piano, come a dire: «Sono qui, padrona, sono qui!». Fu così rincuorante che quasi piansi.
… Ora però non c’è più. Non avrò mai un altro uccello o altro animale da compagnia che sia. Come potrei? Quando l’ho visto tirato sul fondo della gabbia, con gli occhi opachi e gli artigli contratti, quando mi sono resa conto che non lo avrei mai più sentito cantare, qualcosa è come morto in me. Il mio cuore mi è parso vuoto come la sua gabbia. La supererò, certo. Devo farlo. Con il tempo si supera qualunque cosa. La gente dice sempre che ho un’indole allegra. È vero. Grazie a Dio è così.
… Tuttavia, senza voler essere morbosa o abbandonarmi a… ai ricordi e cose del genere, devo confessare che trovo che nella vita ci sia un qualcosa di triste. È difficile dire che cosa possa essere. Non mi riferisco ai dolori che tutti noi ben conosciamo, come la malattia, la povertà o la morte. No, è qualcosa di diverso. È lì, giù giù, nel profondo, è parte di noi, come il fatto stesso di respirare. Per quanto duramente lavori e faccia di tutto per stancarmi, basta che mi fermi un momento per sentire che è là, in attesa. Mi chiedo spesso se tutti hanno la stessa sensazione. Credo sia impossibile saperlo. Ma non è straordinario che sotto quel suo canto dolce e gioioso ci fosse quella… tristezza – ah, chissà cos’è? – che sentivo?
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