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Stories / Poems

Stories by kim stanley robinson

zurigo

italian

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Quando fummo pronti per partire da Zurigo, decisi di tentare di lasciare il nostro appartamento pulito esattamente quanto lo era quando ci eravamo entrati due anni prima. Un impiegato del Federal Institute of Technology, proprietario dell'edificio, sarebbe venuto per ispezionare il posto, e queste ispezioni erano leggendarie tra i residenti stranieri che vivevano nello stabile: erano inflessibili.
Io volevo essere il primo Auslaender, il primo straniero, che desse una buona impressione all'ispettore.
Ovviamente non sarebbe stato semplice; le pareti dell'appartamento erano bianche, le tavole erano bianche, le librerie, gli armadi e i comodini e la toelette e i letti erano bianchi. In breve, praticamente ogni superficie in quel posto era bianca, a parte i pavimenti che erano di uno squisito legno duro biondo. Ma io avevo imparato bene a pulire l'appartamento e, avendo vissuto in Svizzera per due anni, avevo un'idea generale di cosa aspettarmi dall'ispezione. Conoscevo il metodo che sarebbe stato applicato. La mia anima accettò la sfida e giurai solennemente che avrei lasciato il posto immacolato.
Presto mi resi conto di quanto sarebbe stato diffìcile. Ogni impronta di scarpa infangata, ogni gocciolina di caffè, ogni mano sudata, ogni esalazione di respiro avevano lasciato una loro traccia. Lisa ed io avevamo vissuto lì nel nostro splendido caos domestico e i danni lo confermavano. Avevamo appeso quadri e c'erano quindi buchi nelle pareti. Non avevamo mai passato l'aspirapolvere sotto i letti. L'inquilino precedente era riuscito a farla franca, avendo dovuto traslocare in tutta fretta. Sarebbe stato difficile.
Mi fu subito chiaro che il punto cruciale del problema sarebbe stato il forno. Per dare un'idea, una volta ci recammo da amici americani per farci una bella grigliata di stile casalingo, con la griglia posta sul balcone, su al quinto piano, nella città di Dübendorf, affacciata verso tutti gli altri blocchi di appartamenti, col gradevole profumo di pollo e hamburger allo spiedo che saliva a spirale verso l'umido cielo estivo, quando all'improvviso si era sentito l'ululato di una sirena, sotto, ed era arrivata un'intera flotta di autopompe dalle quali erano balzati fuori una ventina di pompieri… tutti quanti per combattere la nostra griglia. Uno dei vicini aveva chiamato la polizia per segnalare la presenza di fiamme sul nostro balcone. Ci eravamo spiegati coi pompieri e loro avevano annuito, fissando gelidamente le spesse nuvole di fumo che riempivano il cielo e improvvisamente era sembrato, a tutti quanti, che il grill fosse una cosa veramente sgradevole.
Così non comprai mai una griglia per il balcone del nostro appartamento. E finii col cuocere ai ferri gli shashlik al terìyaki nel forno, e sono sempre venuti bene. Usiamo una salsa terìyaki ottima, mia madre ne ha preso la ricetta da una rivista anni fa; ma richiede zucchero scuro e questa fu la causa del problema. Se riscaldato, lo zucchero scuro liquefatto caramella, come sono solite dire Lisa e le sue colleghe chimiche, e così in ogni superfìcie interna del forno si formano piccoli puntini marrone che si rifiutano di venir via. Si sono fatti un baffo di Mastro Lindo e si sono fatti un baffo della forza di Spic e Span. Ho cominciato a capire che il caramellare è un processo in qualche modo simile alla cottura della ceramica. Avrei avuto bisogno di un laser ma possedevo soltanto pagliette di ferro. Così cominciai a strofinare.
Era una gara fra la carne della punta delle dita e i puntini marrone di ceramica; quale delle due la paglietta avrebbe grattato via prima? Ovviamente la carne, ma quella ricresce, mentre le macchie non lo fanno. Solo il miracolo della rigenerazione mi consentì di vincere questa battaglia titanica. Nel giro dei due giorni seguenti (e si immagini cosa significhi passare quindici ore fissando l'interno di un cubo di due piedi!) rimossi ogni singola macchiolina infuriandomi sempre più, di ora in ora, per la ostinazione del mio nemico.
Alla fine la vittoria fu mia; il forno era pulito, una scatola sfavillante di metallo grigio-nero. Avrebbe passato l'ispezione. Camminai impettito per l'appartamento in un'estasi di furore, promettendo un simile trattamento a ogni altra superfìcie del posto.
Attaccai il resto della cucina. Il cibo si era insinuato in ogni cantuccio e fessura, era vero, ma in nessuno di essi si era caramellato. Le macchie sparirono con una singola passata. Io ero Mr. Pulito, la mia anima era pura e le mie mani onnipotenti. Misi Beethoven sullo stereo, quelle parti della sua opera che rappresentano la folle e cieca energia dell'universo: la Grosse Fugue, il secondo Movimento della Nona, il finale della Settimana e della hammerklavier.
Io ero una ulteriore manifestazione di questa folle e cieca energia, pulendo come in una danza, spinto anche dalla complessa e frenetica musica di Charlie Parker, degli Yes, da "Salt Peanuts" e "Perpetual Change". E ben presto la cucina brillava come un modello da esposizione. Avrebbe passato l'ispezione.
Le altre stanze offrirono scarsa resistenza. Polvere, cosa sei per me? Io sono la folle e cieca energia dell'universo, io aspiro sotto i letti! Togliendo i filamenti dall'aspirapolvere, mi scappucciai la punta dell'indice destro e per un po' fu difficile non macchiare le pareti col sangue. Ma questo era il massimo della resistenza che queste stanze potessero offrire. Presto brillarono di un bagliore accecante.
Ora, ispirato, decisi di andare veramente in fondo. Era arrivato il momento dei dettagli. Avevo pensato di lasciar perdere i pavimenti dato che sembravano puliti abbastanza da poter passare, ma ora che tutto il resto era così lindo, notai che c'erano dei piccoli segni scuri attorno alle soglie delle porte, piccole fessure nella venatura del legno in cui lo sporco aveva fatto in modo di insinuarsi. Comprai della cera per legno e mi misi al lavoro sul pavimento e, quando ebbi finito, fu come camminare sul ghiaccio.
Spolverai tutti i ripiani delle librerie, fin su al soffitto. Stuccai i buchi dei chiodi sulle pareti. Quando ebbi terminato, le pareti erano tutte lisce, ma mi sembrò di poter notare dei punti scoloriti dove avevo messo lo stucco. Pochi momenti di concentrazione e l'ispirazione balenò nuovamente: tirai fuori del "correttore" per macchina da scrivere dagli scatoloni e lo usai come tinta da ritocchi. Funzionò veramente bene. Tacche sulle porte, un punto in cui la parete era stata graffiata dallo schienale di una sedia: "correttore" e via, tutto perfetto.
Nelle serate durante questa settimana di frenetiche pulizie, sedevo con gli amici bevendo e sentendo palpitare le mani. Per caso una sera sentii di sfuggita un'amica israeliana raccontare la storia di una delle sue amiche svizzere che aveva smontato l'intelaiatura delle finestre coi doppi vetri per pulirne le superfici interne. Mi proiettai dalla sedia, a bocca aperta: avevo notato della polvere sulle facciate interne dei nostri doppi vetri proprio quel pomeriggio e mi ero immaginato che fosse una cosa per la quale non potessi fare niente. Non mi sarebbe mai venuto in mente di svitare le intelaiature! Ma gli svizzeri sanno tutto su queste cose. Il giorno dopo mi procurai un cacciavite e smontai e lustrai finché i miei polsi non si ridussero a spaghetti incollati. E le finestre luccicavano da tutte e quattro le superfici. Avrebbero passato l'ispezione.
Durante la mattinata del giorno dell'ispezione camminai attraverso le grandi stanze dell'appartamento con le poltrone e il divano in pelle marrone rossiccia e le bianche pareti e librerie e il sole fluì dentro e io rimasi immobilizzato come se fossi in un sogno da spot pubblicitario di un cognac, in aria come le bollicine dell'acqua minerale.
Mentre gettavo uno sguardo sul lungo specchio dell'ingresso, qualcosa attrasse la mia attenzione: rimasi accigliato, mi avvicinai, sentendomi un po' a disagio come sempre quando mi trovo nei pressi di uno specchio, e lo osservai da vicino. Quasi certamente un po' di polvere. Avevo scordato di pulire lo specchio. Quando mi misi al lavoro su di esso mi meravigliai: si riesce a vederla differenza fra uno specchio impolverato e uno pulito perfino se… stando allo strofinaccio che avevo in mano… c'è solo quel po' di polvere che può produrre una sottile e lieve stilatura, come un segno sbiadito di matita. Così poca polvere distribuita su una superficie così ampia… e tuttavia possiamo vederla. L'occhio è tanto potente. Se possiamo vedere questo, pensai, perché non noi stessi? Perché non ogni altra cosa?
Così mi aggirai nella pubblicità del cognac in uno stati di estasi, finché non mi ricordai delle lenzuola, giù nella lavatrice. Tutto sarebbe stato in ordine se non fosse stato per le lenzuola. Durante tutta la settimana le avevo lavate, giù nel seminterrato. Rossi cesti di plastica da lavanderia riempiti di biancheria: avevamo sette lenzuola da sotto, sette federe e sette grandi copripiumino. I piumini erano in ordine, bianchi come cotone. Ma le lenzuola da sotto, le federe… Erano ingiallite. Scolorite. Allarmanti testimonianze dei nostri corpi, della nostra esistenza fisica: unto, fluidi, minuscoli frammenti di noi stessi penetrati nella stoffa come burro, indelebili.
Ovviamente, pensai, lo svizzero deve avere dei metodi per risolvere questioni di tale serietà. Così uscii e andai a comprare della candeggina. Ricordandomi degli additivi candeggianti di casa mia ritenevo, fiducioso, che la biancheria sporca sarebbe emersa, dopo un ciclo di lavaggio, luminosa come un faro. Ma non fu così. Anche dopo diversi lavaggi nulla cambiò nel suo colore. Uscii e comprai un diverso tipo di candeggiante, poi un altro ancora: due in polvere e uno liquido. Aumentai le dosi di tutti quanti. Non funzionò affatto. E ora era arrivata la mattinata del Giorno dell'Ispezione e mi ero ricordato delle lenzuola nel seminterrato, e il mio entusiasmo si adombrò. Mi precipitai giù dalle scale, camminai lungo il corridoio di cemento verso la lavanderia. Vidi che l'edificio sarebbe rimasto in piedi per almeno mille anni. Avrebbe resistito a dieci megatoni. La lavatrice era trilingue e grande quanto un camion. La misi in funzione, ne controllai il programma per l'assalto finale, misi il mio schieramento di candeggianti sopra la macchina. Era la quattordicesima volta che avevo completato le operazioni di questo procedimento durante la settimana, le conoscevo a memoria, questa volta però mi fermai a pensare. Guardai i tre differenti tipi di candeggina posti sulla centrifuga, e mi venne in mente un'idea. Presi il tappo più grosso e lo voltai a testa in giù, poi versai candeggina liquida fino a riempirlo a metà. In seguito unii un po' di entrambe le polveri.
Sinergia, giusto? Cantando un motivetto per celebrare la misteriosa forza della sinergia, presi la matita dall'agendina e mescolai vigorosamente la miscela nel tappo. Cominciò a fare bolle, leggermente, e poi a schiumare.
Solo in quel momento mi ricordai di mia moglie, che è chimico, che mi aveva urlato dietro perché una volta avevo mischiato insieme due detersivi in un tentativo di riuscire a pulire il tubo del bagno - Se avessi mischiato ammoniaca e Ajax ci sarebbe stata produzione di gas cloramminico e saresti morto! - aveva detto. - Mai mischiare insieme roba del genere!
Lasciai il tappo con le candeggine sopra la centrifuga e corsi fuori dalla stanza. Dal vestibolo in cemento gettai dentro uno sguardo e annusai con attenzione. Guardando giù notai la matita che avevo ancora serrata nella mano: la parte inferiore di essa, la parte che aveva mescolato le candeggine, era bianca come un gessetto. - Oh! - esclamai e mi ritirai più indietro nel corridoio. La sinergia può essere molto potente! Dopo parecchie riflessioni e un accurato esame della matita, diventata un pezzo di legno bianco puro, tornai alla lavanderia. L'aria sembrava a posto. Ero coinvolto, a questo punto, dovevo far fronte alla sfida svizzera. Rivoltai quindi il tappo pieno di candeggine prudentemente nella vaschetta di plastica della lavatrice e ficcai dentro le nostre lenzuola da sotto e le federe, richiusi la lavatrice e pigiai i bottoni per. avere l'acqua più calda possibile, novanta gradi centigradi. Mentre salivo le scale notai che la punta del mio indice sinistro aveva una macchia bianca. Tornato nell'appartamento mi resi conto di non riuscire a toglierla. - Ha candeggiato la mia pelle! - esclami. - Quella roba comincia a funzionare nel modo in cui dovrebbe.
Un'ora più tardi tornai titubante nella lavanderia, sperando che le lenzuola non si fossero sciolte o qualcosa del genere. Al contrario, quando aprii la lavatrice ci fu un bagliore come se parecchi flash fotografici mi fossero stati puntati sul viso, proprio come sugli additivi: e c'erano le lenzuola, bianche come la neve appena caduta.
Urlai per la felicità e le ficcai nella centrifuga. Per quando l'Ispettore suonò il campanello, esse erano state asciugate, stirate, piegate e impilate accuratamente nei cassetti per la biancheria dell'armadio in camera da letto e sembravano grandi pezzi di sapone Ivory.
Canterellai allegro mentre facevo entrare l'Ispettore. Era un uomo giovane, forse più giovane di me. Il suo inglese era eccellente. Era contrito, quasi sulla difensiva; si trattava di un compito odioso per entrambi, disse, ma necessario. Risposi che non c'era problema e gli mostrai il posto. Lui annuiva, leggermente corrucciato. - Devo contare i vari articoli della cucina - disse brandendo un inventario.
Ci volle un sacco di tempo. Quando ebbe finito scrollò la testa con disapprovazione. - Mancano quattro bicchieri, un cucchiaio e il coperchio della teiera.
- Sarà vero - dissi soddisfatto. - Avremo rotto i bicchieri e perso il cucchiaio e penso che avremo rotto il coperchio della teiera, sebbene non lo ricordi. - Queste cose non importavano, non avevano niente a che fare con la sfida essenziale che riguardava non numero ma ordine, non quantità ma qualità, non inventario ma pulizia.
Anche l'Ispettore capì questo; dopo aver udito la mia confessione scosse la testa in modo grave e disse: - Bene, bene, tuttavia che mi dice di questo? - E con uno sguardo soddisfatto allungò la mano sul fondo della mensola più alta nello sgabuzzino e mi mise di fronte una piccola pila di strofinacci da cucina sporchi.
In quel momento capii che l'Ispettore desiderava lo sporco, in qualche modo, come il poliziotto desidera il crimine, è l'unica cosa che può rendere interessante il loro lavoro. Fissai gli strofinacci, di cui mi ero completamente dimenticato. - Che cosa hanno? - dissi io. - Non li abbiamo mai usati e mi ero dimenticato che fossero lì sopra. - Mi strinsi nelle spalle. - Deve averli conciati così il precedente inquilino.
Lui mi fissò con incredulità. - Come, avete asciugato voi i piatti?
- Li abbiamo messi nello scolapiatti e abbiamo aspettato che si asciugassero da soli.
Scosse la testa, non potendo credere che qualcuno potesse affidarsi a un tale metodo. Mi ricordai di una nostra amica svizzera che, dopo aver fatto la docciarne asciugava il tubo con un asciugamano. Mi strinsi nuovamente nelle spalle caparbiamente e l'Ispettore caparbiamente scosse la testa. Si voltò per controllare nuovamente lo sgabuzzino, per vedere se ci fossero per caso altri tesori dimenticati. Senza quasi volerlo, allungai velocemente la mano dietro di lui e toccai gli strofinacci sporchi col dito candeggiato.
Divennero bianchi.
Quando il giovane Ispettore ebbe finito di cercare nello sgabuzzino, dissi, facendo finta di niente: - Be', non mi sembrano poi così concitati, no? - Lui fissò gli strofinacci e alzò improvvisamente le sopracciglia. Mi guardò con sospetto, io alzai ancora innocentemente le spalle ed uscii dalla cucina. - Ha quasi finito? - chiesi. - Io devo andare in città.
Si preparò ad uscire. - Dovremo occuparci dei bicchieri mancanti - disse con voce grave per l'insoddisfazione.
- E il cucchiaio - dissi io - e il coperchio della teiera.
Se ne andò.
Mi misi a ballare nell'aria luccicante dell'appartamento vuoto. Il mio compito era finito, avevo passato l'ispezione, la mia anima era pura, ero in uno stato di grazia. La debole luce del sole incideva le basse nuvole e, sul balcone, l'aria era rigida. Mi misi il giaccone di piumino per andare in centro e vedere la mia Zurigo per l'ultima volta.
Lungo gli antichi gradini e attraverso i giardini invernali dell'Eni, di fronte al gran palazzo che ospita gli universitari cinesi. Lungo il ripido marciapiede verso la Voltastrasse, oltre l'acero giapponese e il negozio di arredamento interno. Toccai una rosa rossa e non fui particolarmente sorpreso nel vederla diventare bianca. L'intera punta del mio dito ora sembrava di paraffina. E giù ancora alla fermata del pullmann della Voltastrasse, nel vento. Dall'altra parte della strada c'era una casa disabitata, un rudere rosa con grandi crepe nelle pareti. Lisa ed io ci eravamo sempre meravigliati che fosse lì, non c'era assolutamente nulla in tutta Zurìgo che fosse anche lontanamente rovinato come quella. Era una anomalia, esiliata come noi lo eravamo, e la amavamo tanto.
- Non ti toccherò mai - le dissi.
Il tram numero Sei si avvicinò sferragliando giù dalla collina di Kirche Fluntern e strìdette fermandosi vicino a me. Si deve premere un bottone perché si aprano le porte, e io lo feci e l'intera carrozza del tram divenne bianca. Generalmente sono blu, ma ci sono alcuni tram in colorì diversi per far pubblicità ai musei cittadini, e alcuni di essi sono dipinti di bianco per reclamizzare il Museo Orientale di Reitberg: così ritenni che d'ora in poi la carrozza sarebbe stata scambiata per una di quelle. Salii a bordo.
Scivolammo giù dalla collina verso Piatte, ETH e Central. Io sedetti sul fondo del tram e guardai gli svizzeri di fronte a me salire e scendere. Molti di loro erano vecchi. Nessuno si sarebbe mai seduto vicino ad un altro finché tutti i posti isolati non fossero stati occupati. Sei posti singoli divenivano liberi a una fermata, gente che sedeva vicino a sconosciuti sui sedili doppi si sarebbe alzata per andarsi a sistemare in uno di essi. Nessuno parlava, sebbene si guardassero ogni tanto l'un l'altro di sfuggita. Generalmente guardavano fuori dai finestrini. I finestrini erano lindi. 1 tram della Linea Sei erano stati costruiti nel 1952 ma erano ancora come appena usciti dalla fabbrica, avevano passato l'ispezione.
Guardando in basso notai improvvisamente che ogni paio di scarpe, sul tram, era immacolato. Notai poi che ogni capigliatura era perfettamente pettinata. Perfino i due punk sul tram avevano i capelli in ordine, a modo loro. Scarpe e capelli, pensai, ecco cosa rivela la potenza di una nazione. Queste estremità rivelano l'anima.
Alla fermata ETH salì sul tram un Latino Americano. Indossava un poncho colorato e leggeri pantaloni di cotone nero: pareva avesse un gran freddo. Portava con sé una strana cosa che sembrava un arco, era dipinto grezzamente in diversi colori e c'era una piccola zucca colorata appesa a esso. L'uomo aveva capelli neri, lunghi e spettinati, che gli calavano sciolti sulle spalle e sul dietro del poncho, aveva il viso grosso e con zigomi sporgenti; sembrava un mestizo o forse un indiano purosangue di Bolivia, Perù o Equador. Ce ne erano un po' che vivevano a Zurigo. Lisa ed io ne avevamo spesso visti in gruppi sulla Banhofstrasse, che suonavano per chiedere l'elemosina. Flauti di Pan, chitarre, tamburi, zucche riempite di semi: musica da strada eseguita per tutto l'inverno, con i suonatori ed anche il pubblico che tremavano nell'aria nevosa.
Quando il tram si mosse nuovamente, questo Latino camminò verso l'entrata della carrozza e si voltò per averci tutti di fronte. Disse qualcosa ad alta voce in spagnolo, e poi cominciò a suonare lo strumento arcuato con la zucca, pizzicandolo velocemente. Quando muoveva un pollice su e giù, la corda metallica dell'arco cambiava di tono e risuonava nella zucca producendo una sorta di potente vibrazione metallica. Il suono che ne risultava era tremendo: forte, stonato, impossibile da ignorare.
Gli svizzeri fissavano con rassegnazione l'intruso. Era una cosa sconveniente: anch'io non l'avevo mai vista fare prima, e nemmeno tutti quelli che si trovavano a bordo, era lampante. Il suono dello strumento primitivo era però così insistente, così misterioso. I nuovi arrivati, spiacevolmente sorpresi, fissavano l'uomo che continuava a suonare. Le porte del tram si chiusero e ripartimmo, giù per la collina, verso Central. Il pubblico imprigionato guardava il musicista con aria bellicosa, come una mucca che vede passare una macchina.
Poi lui esplose in un canto. Era una di quella ballate Boliviane o Peruviane, una storia triste raccontata drammaticamente, e l'uomo la cantò sulle vibrazioni del suo assurdo strumento con voce roca e selvaggia, esprimendo tutta l'angoscia dell'esilio, perduto in una terra fredda. Che voce aveva quell'uomo! Improvvisamente le ridicole vibrazioni acquistarono un senso, si fusero insieme, questa voce in una lingua straniera abbatteva tutte le barriere e ci parlava, parlava proprio a tutti sul tram. Quel genere di canto è impossibile da ignorare o negare… noi sapevamo esattamente che cosa l'uomo stesse provando, e così per quel breve momento diventammo tutti una comunità. E tutti senza capire una parola. Che potere ha la voce per riuscire ad esprimere ciò che conta veramente! I passeggeri si spostarono sui sedili, si tirarono su, guardarono intensamente il cantante, sorrisero. Quando questi passò su e giù per il tram porgendo il cappello nero di feltro, essi infilarono generosamente le mani in tasche e portafogli e gli diedero monete sorridendogli e dicendogli delle frasi in svizzero tedesco o perfino in tedesco puro in modo che potesse forse anche capire. Quando le porte si aprirono sibilando a Central tutti furono sorpresi, nessuno aveva notato di essere già arrivato.
Gli svizzeri. Mi venne da ridere. Così chiusi, così generosi…
Poi, quando le persone toccarono le parti bianche del mio bianco tram, divennero bianche a loro volta. Anche se avevano sfiorato soltanto gli schienali e le spalliere o il corrimano sopra le loro teste, non importava, avevano toccato il tram e ne scesero tanto bianchi comè fossero copie di porcellana di loro stessi. E nessuno a Central ci fece caso.
Quando scendemmo insieme dal tram, toccai il musicista sulle spalle, come segno di saluto e come sorta di esperimento. Mi guardò appena con quegli occhi di ossidiana, e mi sembrò che i fili vivacemente colorati, cuciti tortuosamente sul suo poncho, diventassero anche più brillanti, dai colori più intensi: sottili tratteggi di arcobaleno rosso scarlatto e zafferano e verde e viola e rosa e celeste, rilucevano nella grezza stoffa di lana marrone. Senza guardarmi, il musicista si diresse verso Niederhof, il centro medievale di Zurigo.
Attraversai il ponte guardando giù i cigni bianchi nel grigio Limmat, sentendo il vento che mi percorreva tutto, ottimista per il ricordo di quella musica e della purezza del mio appartamento. Camminai lungo la Banhofstrasse guardando tutto ancora una volta, guardandolo pianamente per la prima volta a lungo e per l'ultima volta, per chissà quanto tempo, forse per sempre, e il mio cuore traboccò e dissi: - Ah, bella, cara Zurigo, la mia città, la mia città, anche io sono uno dei tuoi figli esiliati - e accarezzai i blocchi di granito degli imperturbabili eleganti edifìci e questi divennero bianchi come torte nuziali sotto il mio tocco, con una lamentosa melodia di violini suonati in sottofondo. Quando l'avrei mai rivista così, coperta dal suo basso cielo grigio perla che scorreva sopra le teste nel vento freddo, con le Alpi sullo sfondo del suo lago che si stagliavano come montagne staccate da una cartolina, più ripide di quanto le montagne potranno mai essere? Toccai i binari del tram e diventarono di oro bianco, in una larga via di zucchero candito. E io camminai lungo questa bianca strada guardando nelle lucenti vetrine dei negozi dei ricchi commercianti, i gioielli e i vestiti e gli orologi, tutti perfetti e brillanti e, quando passai il dito sulle vetrine stesse, tanto bianchi quanto opale bianco.
Vagai per gli angusti vicoli della città medievale, toccando ogni edifìcio massiccio finché mi sembrò di camminare in un silente mondo di latte e lievito, salutando tutto a ogni tocco. Fare coscientemente qualcòsa che hai amato, per l'ultima volta! E via, vicino a St. Peter, che era già di alabastro prima che lo toccassi, verso Fraumunster e oltre il fiume a Grossmunster con il suo interno doloroso e spoglio, come un enorme grande magazzino vuoto, fatto interamente di marmo bianco… Poi indietro di nuovo oltre il fiume, su un ponte bianco come un foglio di carta.E guardando giù verso il grigio Limmar vidi che gran parte di Zurigo era diventata bianca, scolorita dal mio tocco.
Arrivai sul lungolago alla Burkliplatz, toccai i gradini e improvvisamente il piccolo e elegante parco e le banchine splendettero come sculture di sapone. La bella statua di Ganimede e l'aquila sembrò fatta di ceramica bianca, e mi parve che nelle braccia aperte di Ganimede venisse abbracciato l'intero mondo, un mondo fuggente fatto di cielo grigio e grigia acqua dove ogni cosa è passata così in fretta che non si è avuta l'occasione di trattenerla, di toccarla, di farla propria. Non possiamo forse tenerci qualcosa? Questi anni della nostra vita in cui siamo stati felici, siamo' stati qui ed ora tutto era bianco e pulito e fermo, diventato marmo sotto il mio tocco, tanto che nell'estasi pura delle cose che finiscono, camminai lungo la bianca rampa di cemento verso l'acqua del lago che lambiva la riva. Mi chinai e la toccai, di fronte a me vidi l'intero lago diventare bianco e immobile, come se fosse un'immensa tavola di cioccolata bianca. E in lontananza, le splendide Alpi erano bianche, e sulla mia testa le nuvole veloci pulsavano bianche e brillavano come lana di vetro. Mi voltai indietro e vidi che la trasformazione della città era completa: era un'immobile, e silente Zurigo di neve e marmo bianco, bianca cioccolata, bianca ceramica, latte, sale, panna.
Da una strada lontana però potevo ancora sentire quel suono vibrante.
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