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Stories / Poems

Stories by leo tolstoy

sebastopoli a maggio

italian

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I
Sono trascorsi già sei mesi da quando la prima palla di cannone ha fischiato dai bastioni di Sebastopoli e ha perforato il terreno nelle postazioni del nemico, e da allora migliaia di bombe, palle e proiettili sono volate incessantemente dai bastioni sulle trincee e dalle trincee sui bastioni, e l’angelo della morte non ha smesso di librarsi in volo sopra di essi.
Migliaia di egoismi umani sono riusciti a ferirsi, migliaia sono riusciti a soddisfarsi, a gonfiarsi, migliaia a placarsi tra le braccia della morte. Quante stellette sono state messe, quante sono state tolte, quante Anne, quanti Vladimir, quante bare coperte di tela color rosa! Eppure dai bastioni echeggiano sempre i medesimi rumori; eppure, allo stesso modo, con involontario tremore e con superstiziosa paura, i francesi osservano dal proprio campo, nel chiarore serale, la terra nera, tutta perforata, dei bastioni di Sebastopoli, le nere figure dei nostri marinai che vi si muovono, e contano le cannoniere, dalle quali spuntano minacciosi cannoni di ghisa; eppure, dalla torretta del telegrafo, un sottufficiale della marina guarda attentamente, nel cannocchiale, le figure variopinte dei francesi, le loro batterie, le tende, le colonne che si muovono lungo il Colle Verde, e nuvolette di fumo che si levano dalle trincee; eppure, con il medesimo ardore, da diverse parti della terra, si precipitano verso questo luogo fatale folle di persone appartenenti a razze diverse, con aspirazioni ancor più diverse.
Ma una questione che non è stata risolta dai diplomatici, tanto meno può essere decisa con la polvere e con il sangue.
Spesso mi si è affacciato alla mente uno strano pensiero: che cosa accadrebbe se una delle due parti contendenti proponesse all’altra di allontanare da ogni esercito un soldato? La richiesta potrebbe forse apparire insolita, ma perché non soddisfarla? Poi mandarne via un altro, da entrambe le parti, poi un terzo, e un quarto, e così via, fino a che non rimanesse che un solo soldato in ciascun esercito (ammettiamo che gli eserciti si equivalgano in potenza e che la quantità si possa scambiare con la qualità). A questo punto, se necessariamente con la forza si devono risolvere, tra ragionevoli rappresentanti di esseri dotati di intelletto, questioni politiche già di per sé complicate, si affrontino pure questi due soldati, uno cinga la città d’assedio, e l’altro la difenda.
Questo ragionamento può parere un semplice paradosso, ma è corretto. Quale sarebbe infatti la differenza fra un russo che combatte contro un rappresentante degli alleati, e ottantamila che combattono contro ottantamila? E perché non centotrentacinquemila contro centotrentacinquemila? Perché non ventimila contro ventimila? Perché non venti contro venti? Perché non uno contro uno ? Una possibilità non è affatto più logica dell’altra. L’ultima, per contro, è molto più sensata, perché più umana. Delle due l’una: o la guerra è una pazzia, oppure, se gli uomini compiono questa pazzia, non sono affatto individui dotati di intelletto, come siamo soliti affermare.
II
Nella città di Sebastopoli, cinta d’assedio, sul viale, vicino a un padiglione suonava la banda del reggimento, e una moltitudine di soldati e di donne camminava festosa per i vicoli. Il luminoso sole primaverile era spuntato al mattino sulle postazioni degli inglesi, si era spostato sui bastioni, poi sulla città, sulla caserma Nikolaevskaja e, splendendo con pari gaiezza per tutti, discendeva ora verso il lontano mare turchino che, dondolandosi regolarmente, brillava di un argenteo bagliore.
Un ufficiale di fanteria, alto, un po’ curvo, infilandosi un guanto non troppo bianco, ma pulito, uscì dal cancelletto di una delle piccole casette dei marinai, costruite sul lato sinistro della via Morskaja, e salì verso il viale, con lo sguardo pensieroso rivolto verso le punte dei piedi. L’espressione non particolarmente gradevole del volto di quest’ufficiale, con la fronte bassa, rivelava le sue scarse doti intellettive, ma anche il suo buon senso, l’onestà e l’inclinazione al bene. Era fatto male, aveva le gambe lunghe, era impacciato e quasi pudico nei movimenti. Indossava un berretto non del tutto logoro, stretto, un cappotto color lilla piuttosto strano, e, sotto il risvolto del mantello, si scorgeva la catenella dell’orologio; aveva pantaloni muniti di staffe e stivali di pelle lindi e lucenti, anche se con tacchi un po’ stortati qua e là, eppure non da questi particolari, abituali in un ufficiale di fanteria, ma dall’espressione generale della sua persona, un occhio militare esperto notava immediatamente in lui un ufficiale di fanteria non del tutto convenzionale, ma di un livello un po’ superiore. Poteva essere un tedesco, se non che i lineamenti del suo volto tradivano una chiara origine russa, o un aiutante, o un quartiermastro (ma in tal caso avrebbe dovuto avere gli speroni), o un ufficiale trasferito dalla cavalleria, al tempo della campagna, o addirittura dalla Guardia. Era stato in effetti trasferito dalla cavalleria e in quel momento, salendo verso il viale, stava pensando alla lettera che aveva appena ricevuto dal compagno di un tempo, ora in congedo, proprietario fondiario della provincia di T., e dalla moglie, la pallida Nataša dagli occhi azzurri, sua grande amica. Ricordava un passo della lettera, nel quale l’amico scriveva:
Quando ci portano l’Invalido, Pupka (così l’ulano in congedo chiamava la moglie) si precipita nell’anticamera, prende i giornali e li porta di corsa verso la panchina a forma di esse nel pergolato del giardino, o in soggiorno (nel quale, ricordi, che magnifiche serate abbiamo trascorso d’inverno insieme, quando il reggimento stava da noi in città), e con tale ardore legge le vostre imprese eroiche, non te lo puoi immaginare. Parla spesso di te: «Ecco, Michajlov!», dice. «È un uomo eccezionale, sono pronta a ricoprirlo di baci, quando lo vedrò, sta combattendo sui bastioni e certamente riceverà la croce di San Giorgio, e scriveranno di lui sui giornali ecc. ecc.», così che comincio ad essere geloso di te. In un altro passo scriveva: «Da noi i giornali arrivano terribilmente tardi, e, anche se molte notizie giungono a voce, non si può prestar credito a tutte. Per esempio, le signorine della musica, che tu conosci, raccontavano ieri che Napoleone ormai era stato catturato dai nostri cosacchi e mandato a Pietroburgo, ma tu capisci quanto io ci creda. Ci raccontava anche un viaggiatore proveniente da Pietroburgo (una persona molto simpatica, lavora presso un ministro con mansioni speciali: ora che nella città non è rimasto più nessuno, costituisce per noi una grande risurs, non te lo puoi nemmeno immaginare) dice con tale sicurezza che i nostri hanno occupato Evpatorija, così che i francesi non hanno più contatti con Balaklava, e che in quell’occasione sono morti duecento dei nostri e quindicimila francesi. Mia moglie era in tale stato di eccitazione per quest’avvenimento, che ha smaniato per tutta la notte e va dicendo che tu, se lo sente, eri presente alla battaglia e ti sei distinto...».
Nonostante le parole e le espressioni, che ho volutamente evidenziato in corsivo, e tutto il tono della lettera, sulla base della quale il lettore presuntuoso si è sicuramente fatto un’idea senz’altro poco favorevole dell’onestà sia del tenente Michajlov, dagli stivaletti scalcagnati, che dell’amico che scrive parole strane (risurs) e ha concetti geografici così strampalati, della pallida amica seduta sulla panchina a forma di esse (forse si è addirittura immaginato che questa Nataša abbia le unghie sporche), e in generale su tutta questa compagnia provinciale, festaiola e per lui spregevole, il tenente Michajlov ricordava con un indicibile piacere malinconico la sua pallida amica del governatorato e quando, solitamente, sedeva di sera con lei nel pergolato e parlava di sentimenti, ricordava il caro compagno ulano, come si arrabbiava e stabiliva un’ammenda, quando nello studio, spesso, stabilivano una posta di un copeco, e come la moglie rideva di loro; ricordava l’affetto che queste persone provavano per lui (forse, gli sembrava, c’era qualcosa di più da parte della pallida amica): tutti questi volti baluginavano nella sua mente, insieme a tutto l’ambiente circostante, con un colore straordinariamente tenero, dolcemente rosa, ed egli, sorridendo ai propri ricordi, sfiorò con una mano la tasca nella quale si trovava la lettera a lui tanto cara. Questi ricordi rallegravano molto il tenente Michajlov, poiché la compagnia nella quale gli toccava vivere adesso, al reggimento di fanteria, era di livello molto inferiore rispetto a quella in cui si trovava, in qualità di cavalleggero e cavaliere di dame, dovunque ben accolto, nella città di T.
Il suo circolo di un tempo era talmente superiore a quello attuale che, quando, nei momenti di sincerità, gli capitava di raccontare ai compagni della fanteria che egli possedeva carrozze private, che danzava ai balli del governatore e che giocava a carte con il generale, lo ascoltavano con indifferenza e incredulità, come se soltanto desiderassero non contraddirlo e non dimostrare il contrario: «Che parli pure», dicevano e, quanto al fatto che egli non mostrava un aperto disprezzo verso le gozzoviglie dei compagni – la vodka, il gioco con il banco di cinque rubli –, e in generale verso la rozzezza del loro comportamento, tutto ciò bisogna attribuirlo alla particolare mitezza, affabilità e buon senso del suo carattere.
Dai ricordi il tenente Michajlov passò involontariamente ai sogni e alle speranze. «Quali saranno lo stupore e la gioia di Nataša», pensava, passeggiando per uno stretto vicolo sui propri stivali scalcagnati, «non appena avrà letto sull’Invalido la descrizione di come io per primo, da solo, sono salito sul cannone e ho ricevuto la croce di San Giorgio! Dovrei essere promosso a capitano, secondo il precedente rapporto. Quindi, questo stesso anno posso essere promosso molto facilmente a maggiore di linea, dal momento che ne sono stati uccisi parecchi, e di sicuro ne faranno fuori ancora, di fratelli, in questa campagna. E poi ci sarà nuovamente una battaglia, e a me, in quanto uomo celebre, affideranno il reggimento... tenente colonnello... un’Anna al collo... colonnello...», ed era già generale, mentre onorava di una visita Nataša, vedova del compagno che, secondo lui, a quel tempo sarebbe morto, quando i suoni della banda sul viale giunsero più chiari alle sue orecchie, una folla apparve ai suoi occhi, ed egli si trovò nel viale come prima, un insignificante, goffo e timido tenente di fanteria.
III
All’inizio si avvicinò al padiglione, sotto il quale stavano i musicisti; ad essi, fungendo da leggii, altri soldati del medesimo reggimento tenevano aperti gli spartiti e vicino, più intenti a guardare che ad ascoltare, avevano formato un gruppo scrivani, nobili, bambinaie con piccoli e ufficiali dai mantelli vecchi. Intorno al padiglione stavano in piedi, seduti o passeggiavano per lo più marinai, aiutanti e ufficiali in guanti bianchi e mantelli nuovi. Lungo l’ampia passeggiata del viale camminavano ufficiali d’ogni genere e donne di ogni specie, le quali di rado indossavano cappellini, ma più che altro fazzoletti (ve ne erano senza cappellino e senza fazzoletto), ma non c’era neppure una vecchia, erano tutte giovani. Più giù, gruppi isolati camminavano o stavano seduti lungo i viali ombrosi, profumati di bianche acacie.
Nessuno era particolarmente contento di aver incontrato il tenente Michajlov, tranne, forse, il capitano del suo reggimento, Obžogov, e l’aspirante Suslikov, i quali gli porsero calorosamente la mano; il primo indossava pantaloni di cammello, era senza guanti, avvolto in un mantello logoro e con un viso molto rosso, sudato, mentre il secondo gridava in maniera così forte e sfacciata, che ci si vergognava a passeggiare con loro, soprattutto davanti ai generali in guanti bianchi; il tenente Michajlov salutò uno di loro, l’aiutante, mentre l’altro, l’ufficiale di stato maggiore, avrebbe anche potuto salutarlo, perché per due volte l’aveva incontrato da un conoscente comune.
Oltre tutto, che piacere poteva esserci, a passeggiare con questi signori Obžogov e Suslikov, dal momento che, anche senza di ciò, gli capitava di incontrarli e di stringere loro la mano sei volte al giorno? Non certo per questo era venuto a sentire la musica.
Avrebbe voluto avvicinarsi all’aiutante che aveva salutato, e parlare un po’ con questi signori, non perché il capitano Obžogov, l’aspirante Suslikov e il tenente Pišteckij e altri vedessero che egli conversava con loro, ma semplicemente perché erano persone piacevoli, e inoltre erano al corrente di tutte le novità, avrebbero raccontato qualcosa... Ma perché il tenente Michajlov ha paura e non si decide ad avvicinarsi a loro? «E se questa volta non mi salutassero?», pensa. «O forse mi saluteranno e continueranno a parlare tra di loro, come se io non ci fossi, e si allontaneranno da me, e io resterò là, da solo, in mezzo agli aristocratici». La parola aristocratici (nel senso di una cerchia più elevata, di qualsivoglia strato sociale) ha ricevuto da noi in Russia (dove, a quanto pare, non sarebbe dovuta nemmeno esistere) molta popolarità da un po’ di tempo a questa parte, e si è diffusa in ogni dove e in tutti gli strati della società, dovunque si sia introdotta la vanità (ma in quali condizioni e circostanze non si sviluppa questo abominevole vizio?), tra i mercanti, tra i funzionari, gli scrivani, gli ufficiali, a Saratov, a Mamadyš, a Vinnica, dovunque vi siano uomini. E, siccome nella assediata Sebastopoli di persone ce ne sono parecchie, di conseguenza anche la vanità è molta, cioè anche gli aristocratici, benché ogni minuto penda sul capo di ognuno, aristocratico e non aristocratico, la minaccia della morte.
Per il capitano Obžogov il tenente Michajlov è un aristocratico, perché ha il mantello pulito e i guanti, e per questo non lo può soffrire, benché un po’ lo rispetti; per il tenente Michajlov l’aiutante Kalugin è un aristocratico, perché è un aiutante e dà del tu agli altri aiutanti; per questo non è molto ben disposto nei suoi confronti, benché davanti a lui provi soggezione. Per l’aiutante Kalugin il conte Nordov è un aristocratico, e sempre lo insulta e lo disprezza dentro di sé perché è un aiutante di campo. La parola aristocratico è terribile. Per quale motivo il sottotenente Zobov ride così affettatamente, passando davanti al proprio compagno che se ne sta seduto con l’ufficiale di stato maggiore? Per dimostrare loro di non essere affatto inferiore ad essi, pur senza essere un aristocratico. Perché l’ufficiale di stato maggiore parla con voce così flebile, tristemente fioca? Per mostrare al proprio interlocutore di essere un aristocratico, e per giunta benevolo, perché rivolge la parola ad un sottotenente. Perché lo junker fa questi gesti con le braccia e ammicca, seguendo una signora, che egli vede per la prima volta, e alla quale non osa avvicinarsi? Per mostrare a tutti gli ufficiali di essere un aristocratico e di divertirsi molto, anche se di fronte a loro deve togliersi il cappello. Perché il capitano dell’artiglieria ha trattato così male gli attendenti bonaccioni? Per mostrare a tutti che egli non adula mai e che non ha mai bisogno di aristocratici ecc. ecc.
Vanità, vanità, nient’altro che vanità, perfino sull’orlo della fossa e tra persone pronte ad affrontare la morte per un nobile ideale. Vanità! Deve essere, anzi è il segno caratteristico e il morbo che contraddistingue il nostro secolo. Perché tra gli uomini di una volta non si sentiva parlare di questa passione, come del vaiolo o del colera? Perché nel nostro secolo ci sono solo tre tipi di uomini: i primi che accettano il principio della vanità come un fatto la cui esistenza sia inevitabile, quindi giusto, e volontariamente vi si sottomettono; i secondi che la considerano una condizione funesta, ma invincibile; e i terzi che inconsciamente agiscono sotto la sua spinta in modo servile? Perché gli Omero e gli Shakespeare parlavano di amore, di gloria e di sofferenze, mentre la letteratura del nostro secolo è soltanto un interminabile racconto di “Snob” e di “Vanità”?
Il tenente Michajlov passò per due volte, incerto, davanti al gruppetto dei suoi aristocratici, la terza volta si fece coraggio e si accostò a loro. Quattro ufficiali formavano questa piccola cerchia: l’aiutante Kalugin, conoscente di Michajlov, l’aiutante principe Gal’cin, che un tempo era stato addirittura un po’ aristocratico per lo stesso Kalugin, il tenente colonnello Neferdov, uno dei cosiddetti centoventidue uomini di mondo rientrati in servizio dopo il congedo, in parte spinti dal patriottismo, in parte dall’ambizione, ma soprattutto perché tutti lo facevano; un vecchio scapolo del Moskovskij Klub, qui unitosi al partito degli insoddisfatti, i quali non facevano nulla e criticavano tutte le disposizioni delle autorità, e il capitano di cavalleria Praskuchin, anch’egli uno dei centoventidue eroi.
Per fortuna di Michajlov, Kalugin era di ottimo umore (il generale aveva appena finito di parlargli in tono molto confidenziale, e il principe Gal’cin, giunto da Pietroburgo, si era fermato ad alloggiare da lui), e ritenne non umiliante dare la mano al tenente Michajlov, cosa che non si decise a fare, invece, Praskuchin, che spesso aveva incontrato Michajlov sul bastione, molto di frequente ne aveva bevuto il vino e la vodka, e gli doveva addirittura dodici rubli e mezzo persi a préférence. Non conoscendo ancora bene il principe Gal’cin, non voleva manifestare davanti a lui la sua familiarità con un semplice tenente di fanteria; gli fece soltanto un cenno con il capo.
«Allora, tenente», disse Kalugin, «quando di nuovo al bastione? Vi ricordate, quando ci siamo incontrati al ridotto Švarcovskij? Faceva un tale caldo, non è vero?»
«Sì, è vero», disse Michajlov, ricordando con amarezza che triste aspetto avesse quella notte quando, avanzando lungo la trincea, piegato, sul bastione, aveva incontrato Kalugin, che procedeva così elegantemente, facendo tintinnare gagliardamente la sciabola. «A dire il vero, mi tocca andarci domani, è malato un ufficiale della nostra compagnia», continuò Michajlov, «e perciò...». Avrebbe voluto raccontare che non era il suo turno, ma che, siccome il comandante dell’ottava compagnia non stava bene, e nella compagnia rimaneva solo l’aspirante, egli aveva ritenuto proprio dovere proporsi al posto del tenente Nepšitšetskij, e per questo motivo si doveva recare allora al bastione. Kalugin non stette ad ascoltarlo.
«Eppure ho l’impressione che a giorni accadrà qualcosa», disse al principe Gal’cin.
«Ma come, non oggi?» chiese timidamente Michajlov, volgendo lo sguardo ora su Kalugin, ora su Gal’cin. Nessuno gli rispose. Gal’cin si limitò a storcere la bocca in qualche modo, gettò un’occhiata oltre il suo berretto e, dopo essere stato un po’ in silenzio, disse: «Bella ragazza, questa con il fazzoletto rosso. Voi non la conoscete, tenente?».
«Abita vicino al mio appartamento, è la figlia di un marinaio», rispose il tenente.
«Su, andiamo a guardarla meglio».
E il principe Gal’cin prese a braccetto da un lato Kalugin, dall’altro il tenente, cosa che non avrebbe potuto non far piacere a quest’ultimo, come in effetti era.
Il tenente era superstizioso e riteneva grave peccato interessarsi alle donne prima di un’azione, ma in questo caso finse di essere un gran libertino, cosa alla quale non credevano né il principe Gal’cin né Kalugin, e che stupiva in modo particolare la fanciulla con il fazzolettino rosso, la quale aveva ormai notato più volte che il tenente arrossiva quando passava davanti alla sua finestrina. Praskuchin camminava dietro a loro e dava continuamente colpetti al braccio del principe Gal’cin, facendo diversi commenti in francese; e, siccome non si poteva passeggiare lungo la stradina in quattro, era costretto a camminare da solo, e soltanto al secondo giro prese sotto il braccio l’ufficiale della marina Servjagin, noto per il suo valore, che si era avvicinato e lo aveva salutato, desiderando anch’egli unirsi al gruppetto di aristocratici. E con piacere il noto eroe fece passare il suo braccio muscoloso, che non aveva mai ammazzato nemmeno un francese, sotto il braccio di Praskuchin, noto a tutti, e allo stesso Servjagin, come persona non troppo per bene. Ma quando Praskuchin, volendo spiegare al principe Gal’cin la sua familiarità con questo marinaio, gli sussurrò che si trattava di un celebre eroe, il principe Gal’cin, che era stato il giorno prima al quarto bastione e aveva visto, a venti passi da sé, scoppiare una bomba, stimandosi uomo di non minor valore e ritenendo che grandissima parte della buona reputazione si acquisti immeritatamente, non rivolse a Servjagin la benché minima attenzione.
Al tenente Michajlov piaceva così tanto passeggiare in questa compagnia che si dimenticò della cara lettera da T., dei pensieri tenebrosi che lo avevano assalito di fronte all’imminente partenza verso il bastione e, soprattutto, del fatto che alle sette avrebbe dovuto essere a casa.
Rimase con questi fino a quando non si misero a chiacchierare solamente tra di loro, evitando il suo sguardo, e facendogli capire che se ne poteva pure andare e, alla fine, si allontanarono del tutto da lui. Ciononostante il tenente era soddisfatto e, passando davanti allo junker, il barone Pest, che, dopo aver trascorso la notte precedente, per la prima volta, nel rifugio del quinto bastione, era particolarmente orgoglioso e presuntuoso, e si reputava di conseguenza un eroe, non si dispiacque affatto dell’espressione diffidente e boriosa con la quale lo junker si mise sull’attenti e si tolse il berretto davanti a lui.
IV
Ma il tenente aveva appena varcato la soglia del proprio appartamento, quand’ecco che pensieri del tutto diversi gli si affacciarono alla mente. Vide la propria piccola stanzetta con il pavimento di terra irregolare e le finestre sconquassate, tappate di carta, il suo vecchio letto e, fissato sopra di esso, un tappeto, sul quale era raffigurata un’Amazzone e stavano appese due pistole di Tula, il giaciglio sporco, con una coperta d’indiana, dello junker che abitava con lui; vide il suo servo Nikita alzarsi, con i capelli arruffati, unti, grattandosi; vide il proprio vecchio cappotto, gli stivali personali e il fagottino, dal quale uscivano la punta del formaggio saponaceo e il collo di una bottiglia di porto, riempita di vodka, che gli avevano preparato per il bastione e, con una sensazione simile a terrore, si ricordò d’un tratto che ora, per tutta la notte, gli toccava andare con la compagnia ai rifugi.
«Forse questa volta verrò ucciso», pensava il tenente, «lo sento. E per giunta non toccava a me recarmi sul bastione, ma mi sono offerto io stesso. E quello che si offre volontario lo uccidono sempre. Ma perché mai questo maledetto Nepšitšetskij è malato? Anzi, è molto probabile che non sia affatto malato, ma là, al suo posto, uccideranno un altro, di sicuro lo uccideranno. Altrimenti, se non lo uccidono, di sicuro otterrà una raccomandazione. Ho visto come è stato contento il comandante del reggimento quando ho detto “Permettete a me di andare, se il tenente Nepšitšetskij è malato”. Se non diventerò maggiore, di certo riceverò il Vladimir. Ecco che vado al bastione già per la tredicesima volta. Ah, il tredici! È un numero che porta male. Di sicuro mi uccideranno, lo sento che mi uccideranno; ma qualcuno doveva pur andare, la compagnia non può essere guidata dall’aspirante, e qualsiasi cosa accada, ne va dell’onore del reggimento, l’onore dell’esercito dipende da questo. Era mio dovere andare... proprio così, dovere. Ma ho un brutto presentimento». Il tenente dimenticava che questo presentimento, in misura maggiore o minore, l’aveva ogni volta che doveva recarsi al bastione, e non sapeva che chiunque si rechi a compiere una missione prova, più o meno intensamente, il medesimo presentimento. Dopo essersi tranquillizzato un po’ con quest’idea del dovere che nel tenente, come in generale in tutte le persone limitate, era particolarmente sviluppata e intensa, si sedette al tavolo e cominciò a scrivere una lettera d’addio a suo padre, con il quale, negli ultimi tempi, era stato in rapporti tutt’altro che buoni, a causa di questioni finanziarie. Dopo dieci minuti, scritta la lettera, si alzò dal tavolo con gli occhi umidi di lacrime e, recitandosi a mente tutte le preghiere che conosceva (infatti si vergognava a pregare Iddio ad alta voce davanti ai suoi servitori), cominciò a vestirsi. Desiderava inoltre ardentemente baciare la sacra immagine di Mitrofanij, benedizione della defunta madre, verso la quale nutriva una fede particolare, ma siccome provava imbarazzo a farlo in presenza di Nikita, estrasse l’icona dalla finanziera in modo da poterla prendere, senza sbottonarsi, per strada. L’ubriaco e rozzo servitore gli porse pigramente la nuova finanziera (quella vecchia, che il tenente era solito indossare quando si recava al bastione, non era stata rammendata).
«Perché la finanziera non è stata rammendata? E non startene sempre a dormire, furfante!» disse furioso Michajlov.
«Come, dormire?» borbottò Nikita. «Corri tutto il santo giorno come un cane: puoi essere stanco morto, e non ti lasciano nemmeno riposare».
«Sei di nuovo ubriaco, a quanto pare».
«Non ho bevuto con i vostri soldi, non rimproveratemi!»
«Taci, bestia!» gridò il tenente, pronto a colpirlo; egli, già da prima turbato, aveva ora perso completamente la pazienza ed era amareggiato dall’impertinenza di Nikita, che egli amava, addirittura viziava, e con il quale aveva già vissuto dodici anni.
«Bestia? Bestia?» ripeteva il servitore. «E perché mai insultate una bestia, signore? Non vedete in quale situazione vi trovate? Non è bene insultare».
Michajlov si ricordò di dove stava andando e provò un senso di vergogna. «Ecco, faresti uscire dai gangheri chiunque, Nikita», disse con voce mite. «Questa lettera a papà, sul tavolo, lasciala stare così e non toccarla», aggiunse arrossendo.
«Ai vostri ordini», disse Nikita, commosso per effetto del vino che aveva tracannato “a proprie spese”, sbattendo gli occhi, con il manifesto desiderio di versar lacrime.
Quando il tenente, sulla soglia, disse «Addio, Nikita», allora Nikita proruppe all’improvviso in lacrime forzate e si gettò a baciare le mani del suo padrone. «Addio, signore!» disse singhiozzando.
Una vecchia, moglie di un marinaio, che stava in piedi sulla soglia, non poteva, in quanto donna, non unirsi anche lei a questa scena commovente, e cominciò ad asciugarsi gli occhi con le maniche sporche e a intercalare qualche frase, domandandosi a che pro e a quali sofferenze i padroni vanno incontro, dicendo di essere rimasta vedova, povera disgraziata e, per l’ennesima volta, raccontò all’ubriaco Nikita la propria sventura: che le avevano ucciso il marito ancora al primo bombardamento, e che le avevano completamente distrutto la casetta nel sobborgo (quella nella quale abitava ora non era di sua proprietà), ecc. ecc. All’uscita del padrone Nikita accese la pipa, chiese alla ragazza del padrone di casa di andare a prendere della vodka e, molto in fretta, smise di piangere; anzi, al contrario, attaccò lite con la vecchietta a causa di una brocca che lei gli aveva fatto cadere.
«Ma forse mi feriranno soltanto», rifletteva tra sé il tenente, mentre già si recava con la compagnia, all’imbrunire, verso il bastione. «Ma dove? Come? Qui oppure qui?» pensava, indicando mentalmente ora il ventre, ora il petto. «Ecco, se fosse qui», pensava alla parte superiore della gamba, «potrebbe uscire dall’altra parte. Ma se invece la scheggia mi arriva qui, allora è proprio la fine!».
Il tenente, tuttavia, stando curvo, raggiunse incolume, attraverso la trincea, i rifugi; dispose insieme all’ufficiale del genio, già nella profonda oscurità, gli uomini alle postazioni e andò in una piccola buca sotto il riparo. Gli spari non erano intensi; soltanto di rado si accendevano lampi, ora da noi, ora da lui, e la spoletta splendente stendeva un arco infuocato nello scuro cielo stellato. Ma tutte le bombe cadevano molto oltre e a destra del riparo, all’interno del quale, nella piccola fossa, sedeva il tenente, cosicché egli in parte si tranquillizzò, bevve della vodka, assaggiò un po’ di formaggio saponaceo, si accese una sigaretta, e dopo aver pregato cercò di addormentarsi.
V
Il principe Gal’cin, il tenente colonnello Neferdov, lo junker barone Pest, che li aveva incontrati sul viale, e Praskuchin, che nessuno aveva invitato, con il quale nessuno discorreva, ma che non si staccava da loro, dal viale quasi tutti se ne andarono a bere il tè da Kalugin.
«Non hai ancora finito di raccontarmi di Vas’ka Mendel’», disse Kalugin, dopo essersi tolto il mantello, seduto su una morbida e comoda poltrona vicino alla finestra, sbottonandosi il colletto di una camicia di tela d’Olanda pulita e inamidata. «Allora, come si è sposato?»
«Da morir dal ridere, fratello! Je vous dis, il y avait un temps où on ne parlait que de ça à P(étersbour)g», disse Gal’cin con una risata balzando dal pianoforte, sul quale sedeva, e mettendosi a sedere alla finestra, vicino a Kalugin. «Semplicemente da morir dalle risate. So tutto nei minimi particolari». E allegramente, con arguzia e rapidità cominciò a raccontare una storia d’amore che noi tralasceremo, poiché non ci interessa. Ma è notevole il fatto che non solo il principe Gal’cin, ma anche tutti questi signori, seduti chi alla finestra, chi con le gambe accavallate, chi al pianoforte, sembravano ora completamente diversi rispetto a prima, sul viale: non c’era più quella ridicola pomposità, quella presunzione che avevano mostrato agli ufficiali della fanteria; qui essi erano tra loro simili, si comportavano naturalmente, come ragazzi di indole molto gentile, semplici, allegri e buoni, in particolare Kalugin e Gal’cin. La conversazione riguardava colleghi e conoscenti di Pietroburgo.
«Che cosa fa Maslockoj?»
«Quale dei due? L’ulano imperiale o la guardia a cavallo?»
«Li conosco entrambi. La guardia a cavallo era ai miei tempi un monellaccio, appena uscito dalla scuola. Che cosa mi dici del maggiore, il capitano di cavalleria?»
«Oh! Ormai è passato molto tempo».
«Ma si trastulla sempre con la sua zingarella?»
«No, l’ha lasciata», e via discorsi di questo genere.
Poi Gal’cin si sedette al pianoforte e cantò divinamente una canzoncina zigana. Praskuchin, benché nessuno glielo avesse chiesto, cominciò a fare il controcanto, e questo riuscì così bene che tutti lo pregarono di andare avanti, cosa che lo rese particolarmente felice.
Un inserviente entrò nella stanza con tè, panna e ciambelle su di un vassoio d’argento.
«Danne al principe», disse Kalugin.
«Però, è davvero strano pensare», disse Gal’cin dopo aver preso una tazza e allontanandosi verso la finestra, «che ci troviamo in una città stretta d’assedio: il pianoforte, il tè con la panna, un appartamento così bello, averne uno così a Pietroburgo».
«Se non ci fosse nemmeno questo», disse a tutti l’insoddisfatto e vecchio tenente colonnello, «sarebbe semplicemente insopportabile questa continua attesa di qualcosa... starsene a guardare come ogni giorno colpiscono, colpiscono, e non c’è mai fine; ci mancherebbe, in una tale situazione, vivere anche nel fango e senza comodità».
«E come fanno allora i nostri ufficiali di fanteria», disse Kalugin, «che vivono con i soldati nei bastioni, nel rifugio, e mangiano il rancio dei soldati, come se la passano loro?»
«Ecco, questo proprio non lo capisco e, devo ammetterlo, non riesco a credere», disse Gal’cin, «che degli uomini con indosso biancheria sporca, che vivono in mezzo ai pidocchi e senza lavarsi le mani, possano essere valorosi. In questo modo, sai, cette belle bravoure de gentilhomme non può esistere».
«Ma quelli nemmeno comprendono questo coraggio», disse Praskuchin.
«Ma che sciocchezze vai dicendo», lo interruppe adirato Kalugin, «qui li ho visti più spesso di te e non mi stancherò mai di dire che i nostri ufficiali di fanteria, benché davvero vivano tra i pidocchi e non si cambino la biancheria per dieci giorni di fila, sono tuttavia degli eroi, delle persone ammirevoli».
In quell’istante fece il suo ingresso nella stanza un ufficiale di fanteria.
«Io... mi è stato ordinato... posso presentarmi al gene... a sua eccellenza da parte del generale NN?» domandò timoroso e riverente.
Kalugin si alzò, ma senza rispondere all’inchino dell’ufficiale, e con sprezzante cortesia e un forzato sorriso formale, chiese all’ufficiale se poteva attendere; quindi, senza averlo invitato a sedersi e non rivolgendogli più alcuna attenzione, si voltò verso Gal’cin e cominciò a parlare in francese, di modo che il povero ufficiale, rimasto nel centro della stanza, davvero non sapeva che cosa fare della propria persona e delle proprie mani, con i guanti che gli penzolavano davanti. «Si tratta di un affare molto urgente», disse l’ufficiale dopo un minuto di silenzio.
«Ah! Prego, s’accomodi», disse Kalugin con il medesimo sorriso sprezzante, indossando il cappotto e accompagnandolo alla porta.
«Eh bien, messieurs, je crois que cela chauffera cette nuit», disse Kalugin uscendo dalla stanza del generale.
«Sì? Che cosa? Che cosa? Una sortita?» cominciarono a chiedere tutti.
«Non lo so ancora, lo vedrete da voi», rispose Kalugin con un sorriso misterioso.
«Ma dimmi», disse il barone Pest, «se c’è qualcosa, allora devo andare con il reggimento T. alla prima sortita».
«Se le cose stanno così, allora addio».
«Anche il mio comandante è al bastione, bisogna che vada anch’io», disse Praskuchin infilandosi la sciabola, ma nessuno gli rispondeva; egli doveva sapere da sé se andare oppure no.
«Non accadrà nulla, lo sento», disse il barone Pest, pensando all’imminente impresa con una stretta al cuore, mettendosi il berretto storto da un lato e uscendo dalla stanza a passi rumorosi e pesanti, con Praskuchin e Neferdov, anch’essi diretti frettolosamente ai loro posti con un pesante senso di terrore. «Addio, signori!»
«Arrivederci, signori! Ci rivedremo ancora stanotte!» gridò Kalugin dalla finestrina, quando Praskuchin e Pest, piegati sugli arcioni delle selle cosacche, atteggiandosi a cosacchi loro stessi, se ne andarono trottando per la strada.
«Sì, un po’», gridò lo junker che non si capacitava di ciò che gli avevano riferito e non comprendeva lo scalpitio dei cavalli che velocemente correvano per la strada scura.
«Non, dites-moi, est-ce qu’il y aura véritablement quelque chose cette nuit?» disse Gal’cin, sdraiato con Kalugin alla finestrina e contemplando le bombe che si sollevavano sopra i bastioni.
«A te lo posso raccontare, ecco, guarda, sei già stato sui bastioni?» (Gal’cin fece un cenno di assenso, anche se c’era stato soltanto una volta, e solo al quarto bastione.) «Dunque, di fronte alla nostra fortificazione c’era la trincea», e Kalugin, da persona non esperta quale era, anche se considerava le proprie vedute in campo militare molto precise, cominciò, in maniera un po’ ingarbugliata e travisando i termini dell’arte dell’erigere fortificazioni, a raccontare la posizione delle nostre postazioni e di quelle del nemico, e il piano dell’azione che si aveva in mente di attuare.
«Eppure di tanto in tanto sparano vicino ai ripari. Accidenti! Questa era nostra o del nemico? Ecco, è scoppiata là», dicevano, seduti alla finestra, osservando le scie infuocate delle bombe, le linee che si intrecciavano nell’aria, i fulmini degli spari che per un attimo illuminavano il cielo azzurro cupo, e il fumo bianco della polvere, porgendo le orecchie ai rumori degli spari che si facevano sempre più intensi.
«Quel charmant coup d’oeil! Non è vero?» disse Kalugin, attirando l’attenzione del suo ospite verso questo spettacolo davvero meraviglioso. «Sai, talvolta non riesci a distinguere le stelle dalle bombe».
«Sì, e ora pensavo che questa fosse una stella, ma è caduta ed è scoppiata, mentre quella grande stella – ma come si chiama? – assomiglia proprio ad una bomba».
«Sai, mi sono abituato a tal punto a queste bombe che, ne sono convinto, in Russia, nelle notti stellate, mi sembrerà che siano tutte bombe; tale è la forza dell’abitudine».
«Ma non è che devo prendere parte a questa sortita?» disse il principe Gal’cin dopo un minuto di silenzio, rabbrividendo al solo pensiero di trovarsi là durante un cannoneggiamento così furibondo, e pensando con piacere al fatto che in nessun caso avrebbero potuto mandarlo là di notte.
«Assolutamente no, fratello! E non pensare che io ti lasci andare», rispose Kalugin, ben sapendo tuttavia che Gal’cin non vi sarebbe andato affatto. «Ne hai di tempo, fratello!»
«Sul serio? Sei dell’avviso che non si debba andare? O che?»
In quell’istante, dalla parte ove erano rivolti gli sguardi di questi signori, dopo un colpo di artiglieria si udì un terribile crepitio di fucili, e migliaia di piccoli fuocherelli, accendendosi ininterrottamente, risplendettero lungo la via.
«Ecco quando si fa sul serio!» disse Kalugin. «Questo rumore di fucili non posso proprio ascoltarlo e restarmene tranquillo; sai, ti prende l’anima. Ecco anche l’urrà», aggiunse, tendendo l’orecchio al lontano, confuso rumore di centinaia di voci: «a-a-a-a-a-a-a-a!», che giungevano dal bastione. «Di chi è questo urrà? Loro o nostro?»
«Non saprei, ma siamo già al combattimento corpo a corpo, i fucili tacciono».
In quel momento, sotto alla finestra, si avvicinò galoppando verso il cortiletto un attendente ufficiale, seguito da un cosacco, e scese da cavallo.
«Da dove venite?»
«Dal bastione. Ho bisogno del generale».
«Andiamo. Che cosa sta succedendo?»
«Hanno attaccato i ripari, li hanno occupati, i francesi hanno fatto avanzare un ingente quantitativo di riserve, hanno attaccato i nostri, c’erano soltanto due battaglioni», disse, ansimando, quello stesso ufficiale che era venuto la sera, riprendendo a malapena fiato, ma dirigendosi verso la porta con grande disinvoltura.
«Che, si sono forse ritirati?» chiese Gal’cin.
«No», rispose adirato l’ufficiale, «è sopraggiunto un battaglione, li hanno sbaragliati, ma il comandante del reggimento è stato ucciso, e molti ufficiali pure, sono stato incaricato di chiedere rinforzi...». E con queste parole passò dal generale, dove non lo seguiremo più.
Dopo cinque minuti Kalugin era già seduto in sella ad un cavallo cosacco (e di nuovo con quella particolare positura a cavallo quasi cosacca, nella quale, ho avuto modo di notare, tutti gli aiutanti vedono per qualche ragione qualcosa di gradevole), e al trotto andò al bastione per trasmettere, per ordine del generale, alcune disposizioni e per attendere notizie sull’esito finale della battaglia; ma il principe Gal’cin, per influsso di quell’agitazione profonda che di solito provocano i vicini segni dell’azione sullo spettatore che non vi prende parte, uscì in strada e cominciò a muoversi su e giù, senza alcuna meta.
VI
Moltitudini di soldati portavano sulle barelle o trasportavano a mano i feriti. In strada c’era una fitta oscurità; soltanto di rado, da qualche parte si illuminavano le finestre dell’ospedale o delle residenze degli ufficiali ancora svegli. Dai bastioni giungeva ancora il medesimo fragore dei cannoni e delle fucilate, e ancora i medesimi fuochi si accendevano nel cielo nero. Raramente si udiva lo scalpitio del cavallo di un attendente che passava al galoppo, i lamenti di un ferito, i passi e le voci dei barellieri o le voci femminee degli abitanti terrorizzati, usciti sulla soglia per osservare le cannonate.
Tra questi ultimi si trovavano anche la nostra conoscenza Nikita, la vecchia vedova del marinaio, con la quale quello si era già rappacificato, e la figlia di lei, di dieci anni.
«Signore, Madre vergine Santissima!» diceva tra sé sospirando la vecchietta, guardando le bombe che, come palline infuocate, volavano ininterrottamente da una parte all’altra. «Che paura, che paura! Ah, aaaah! Cose del genere non succedevano nemmeno al primo bombardamento. Guardate un po’ dove è scoppiata la maledetta, dritta sulla nostra casa nel sobborgo».
«No, più in là, vanno a finire sempre nel giardino, dalla zietta Arinka», disse la bambina.
«Ma dove sarà ora il mio padrone?» disse Nikita cantilenando e ancora un po’ ebbro. «Quanto amo questo mio padrone, non lo so nemmeno io. Mi picchia, ma come gli voglio bene, è terribile. Lo amo così tanto che, se per caso, Dio ne scampi, dovessero uccidermelo, allora, davvero, voi mi credete, zietta, dopo una cosa del genere non so che cosa farei di me. Oh, Dio! Un tale padrone, non ci sono parole! Si può forse paragonare a questi che giocano qui a carte, puh! Non ci sono parole!» concluse Nikita, indicando la finestra luminosa della stanza del padrone, nella quale, durante l’assenza del tenente, lo junker Zvadčeskij aveva invitato degli ospiti a far baldoria, per festeggiare la croce che aveva appena ricevuta: il tenente colonnello Ugrovič e il tenente Nepšitšetskij, quello stesso al quale sarebbe toccato andare al bastione e che era malato, aveva un ascesso.
«Sono proprio delle stellucce, delle stellucce e girano»; la bambina, guardando il cielo, interruppe il silenzio che aveva seguito le parole di Nikita; «ecco, eccone un’altra che è rotolata giù! Ma perché fa così? Eh, mammina?»
«Distruggeranno completamente la nostra casettina», disse la vecchietta sospirando e senza rispondere alla domanda della bambina.
«Ma quando siamo andati là, io e lo zietto, mammina», continuò la bambina iniziando a parlare con voce melodiosa, «una palla enorme così era proprio nella stanzina, vicino al mobile: si vede che ha bucato il tetto ed è volata dentro la stanza. Enorme così, che non si può nemmeno sollevarla».
«Quelle che avevano marito e soldi se ne sono andate via», diceva la vecchia, «ma qui, ah, è davvero una grande disgrazia, l’ultima casettina, e ci hanno distrutto anche quella. Guardate, guardate come ci incendia lo scellerato! Signore, Signore!»
«Ma appena siamo dovuti uscire, è scoppiata una granata, ha fatto schizzare la terra, e quasi ci ha colpito, me e lo zietto».
«Meriterebbe la croce per questo», disse lo junker, che in quel momento era uscito nel cortile per guardare la sparatoria.
«Va’ dal generale, vecchia», disse il tenente Nepšitšetskij, dandole colpetti sulla spalla, «corri!»
«Pójdę na ulicę zobaczyć, co tam nowego», aggiunse scendendo dalla scala.
«A my tym czasem napijemy się wódki, bo coś dusza w pięty ucieka», disse ridendo l’allegro Junker Zvadčeskij.
VII
Il principe Gal’cin incontrava sempre più feriti, sulle barelle e a piedi, che si sostenevano gli uni sugli altri, e discorrevano tra loro ad alta voce.
«Come sono balzati fuori, fratelli miei», diceva a voce bassa un soldato alto che portava due fucili sulle spalle, «come sono piombati, come gridano “Allah, Allah!”, così, uno dopo l’altro, e si fanno sotto. Ne fai fuori uno, e te ne spuntano altri, non ne vieni mai a capo. Non finiscono mai...», ma a quel punto del racconto Gal’cin lo fermò.
«Vieni dal bastione?»
«Precisamente, vostra signoria».
«Allora, che cosa è successo là? Racconta».
«Che cosa è successo? Si è scatenata la loro forza, vostra signoria, si arrampicano sul terrapieno, ed è finita. Hanno avuto la meglio, vostra signoria!»
«Come hanno fatto ad avere la meglio? Voi non li avete respinti?»
«Ma come facevamo, quando è sopraggiunta tutta la sua forza: ha annientato tutti i nostri, e truppe di riserva non ce ne danno». (Il soldato si sbagliava, perché la trincea era dietro di noi, ma questa è una stranezza che chiunque può notare: il soldato che sia stato ferito in battaglia giudica quest’ultima sempre persa e tremendamente sanguinosa.)
«Eppure mi avevano detto che li avevate respinti», disse Gal’cin con stizza. In quel momento il tenente Nepšitšetskij, riconosciuto nell’oscurità il principe Gal’cin dal berretto bianco, e desiderando approfittare dell’occasione di parlare con una persona così importante, gli si accostò.
«Non volete sapere che cosa è successo?» chiese con cortesia, toccando la visiera con la mano.
«Lo sto appunto chiedendo», disse il principe Gal’cin, e di nuovo si voltò verso il soldato con i due fucili. «Forse li hanno respinti dopo che te ne sei andato tu. Da molto sei venuto via di là?»
«Proprio ora, vostra signoria!» rispose il soldato. «Ne dubito, dev’essere rimasta a lui la trincea, ci ha completamente annientati».
«Ma come fate a non provare vergogna, avete ceduto la trincea. È terribile!» disse Gal’cin, amareggiato da questa indifferenza. «Come potete non vergognarvi!» ripeté, girando le spalle al soldato.
«Oh! Questo è un popolo terribile! Non cercate di capirli!» continuò il tenente Nepšitšetskij. «Ve lo dico, non pretendete da questa gente né orgoglio, né amor di patria, né sentimento. Ecco, guardate, questa massa che arriva, non ci sarà neanche un decimo di feriti, e si tratta solo di aiutanti, e tutto pur di venir via dalla battaglia. Popolo vile! Vergogna, comportarsi così, ragazzi, vergogna! Cedere la nostra trincea!», aggiunse rivolgendosi ai soldati.
«Ma come si fa, quando c’è la forza!» borbottò il soldato.
«Eh! Vostre signorie!» cominciò a dire il soldato sulla barella, sollevandosi fino alla loro altezza. «Come si può non cedere, quando ha sbaragliato quasi tutti? Se fosse stata la nostra forza, non l’avremmo ceduta nemmeno a prezzo della vita. Ma che cosa avremmo potuto fare? Ne ammazzo uno, ma ecco che mi colpisce... O-oh, più piano, fratelli, più adagio, fratelli, andate più ad.... a-a-a!» e il ferito si mise a gemere.
«Ma, di fatto, mi sembra che troppa gente se ne stia andando», disse Gal’cin, fermando di nuovo quello stesso soldato con i due fucili. «Tu perché te ne stai andando? Ehi, tu, fermati!»
Il soldato si fermò e si tolse il cappello con la mano sinistra.
«Dove stai andando e perché?» gli gridò duramente. «Mascal...», ma in quel momento, accostatosi al soldato, notò che il suo braccio destro era avvolto nel paramano e fradicio di sangue fin sopra il gomito.
«Ferito, vostra signoria!»
«Da che cosa?»
«Qui, così, da un proiettile», disse il soldato indicando il braccio, «e invece non so proprio che cosa mi ha colpito al capo» e, abbassandolo, mostrò i capelli insanguinati e appiccicati alla nuca.
«Ma di chi è l’altro fucile?»
«Ho preso uno Štucer francese, vostra signoria; non me ne sarei venuto via, se non mi fosse toccato di accompagnare questo soldato, anche se non ce la farà, purtroppo», aggiunse indicando un soldatino che camminava un po’ più avanti, appoggiato sul fucile, trascinandosi e muovendo a stento la gamba sinistra.
«Ma tu dove vai, mascalzone!» gridò il tenente Nepšitšetskij ad un altro soldato che gli capitò incontro, con il desiderio di ingraziarsi, con il proprio ardore, l’importante principe. Anche questo soldato era ferito.
Il principe Gal’cin d’un tratto cominciò a vergognarsi per il tenente Nepšitšetskij, e ancor di più per sé. Si accorse che stava arrossendo, cosa che non gli accadeva spesso; distolse lo sguardo dal tenente, e senza fare più domande ai feriti e senza osservarli si diresse al punto di medicazione.
Entrato con difficoltà nel portico, tra feriti che andavano a piedi e barellieri che entravano con i feriti e uscivano con i morti, Gal’cin entrò nella prima stanza, diede un’occhiata e quindi, sovrappensiero, si voltò e uscì di corsa in strada. Era troppo orribile!
VIII
La grande sala, alta e scura, illuminata solo da quattro o cinque candele con cui i dottori si avvicinavano ai feriti per visitarli, era letteralmente piena zeppa. I barellieri portavano di continuo feriti, li deponevano distesi fianco a fianco sul pavimento, dove c’era così poco spazio che gli sventurati si urtavano e si bagnavano l’uno nel sangue dell’altro, poi andavano a prendere i nuovi feriti. Le pozze di sangue visibili nei posti liberi, il respiro febbricitante di alcune centinaia di persone e il sudore degli operai con le barelle producevano un fetore particolarmente pesante, fitto e forte, nel quale, avvolte da nuvolette di fumo, ardevano quattro candele alle diverse estremità della sala. Il suono di vari gemiti, respiri, rantoli, talvolta interrotti da un grido acuto, correva per tutta la stanza. Le infermiere, con i volti tranquilli, e con un’espressione non di vuota compassione femminile, morbosa e piagnucolosa, ma di partecipazione sincera e attiva, passeggiando qua e là tra i malati con medicinali, con acqua, con fasciature e filacce, correvano tra i mantelli e le camicie insanguinate. I dottori, con i volti tenebrosi e le maniche rimboccate, in ginocchio davanti ai feriti, vicino ai quali gli infermieri reggevano le candele, mettevano le dita nelle ferite provocate dai proiettili, tastandole, e rivoltando le membra rotte e penzolanti, senza darsi pensiero dei tremendi gemiti e delle suppliche dei sofferenti. Uno dei dottori era seduto a un tavolino e, nell’istante in cui Gal’cin fece il suo ingresso nella stanza, stava annotando il numero cinquecentotrentadue.
«Ivan Bogaev, soldato semplice, terza compagnia del reggimento S., fractura femoris complicata», gridava un altro dal lato opposto della sala, tastando una gamba rotta. «Su, voltalo».
«A-ah, padri miei, voi siete i nostri padri!» gridava il soldato, pregando che non lo toccassero.
«Perforatio capitis».
«Semen Neferdov, tenente colonnello del reggimento di fanteria N. Abbiate un po’ di pazienza, colonnello, sennò così non si può, io lascio perdere», diceva un terzo, scavando con una specie di uncinetto nella testa del povero tenente colonnello.
«Ah, non occorre! Oh, per Dio, più presto, più presto, per... a-a-a-ah!»
«Perforatio pectoris... Sevast’jan Sereda, soldato semplice... di quale reggimento?... del resto, non state a scriverlo: moritur. Portatelo via», disse il dottore, allontanandosi dal soldato che, stravolgendo gli occhi, già rantolava...
Una quarantina di soldati barellieri, aspettando i carichi di medicati da trasportare all’ospedale e di morti da trasportare nella cappella, stavano in piedi presso la porta, e in silenzio, emettendo di tanto in tanto un profondo sospiro, contemplavano questo spettacolo...
IX
Lungo la strada che conduceva al bastione, Kalugin incontrò molti feriti; ma, sapendo per esperienza quali effetti negativi abbia sull’animo umano tale spettacolo durante una battaglia, non solo non si fermava a fare domande ma, al contrario, cercava di non degnarli della minima attenzione. Ai piedi del monte si imbatté in un attendente che galoppava velocemente verso il bastione.
«Zobkin! Zobkin! Fermatevi un momento».
«Che cosa volete?»
«Da dove venite?»
«Dai ripari».
«Allora, com’è là la situazione? Calda?»
«Ah, terribile!»
E l’attendente trottò oltre.
Infatti, sebbene di spari di fucile ce ne fossero pochi, le cannonate avevano ripreso con nuova intensità e accanimento.
«Ah, male!» pensò Kalugin, provando un’impressione spiacevole, ed ebbe anche un presentimento molto comune, il pensiero della morte. Ma Kalugin non era il tenente Michajlov, era pieno di amor proprio e dotato di nervi molto saldi: in una sola parola, era coraggioso. Non cedette alla prima impressione e cominciò a farsi coraggio. Si ricordò di un aiutante, forse di Napoleone, che, dopo aver trasmesso un ordine, con la testa insanguinata si avvicinò al galoppo a Napoleone.
«Vous êtes blessé?», gli aveva chiesto Napoleone.
«Je vous demande pardon, sire, je suis tué», e l’aiutante cadde da cavallo e morì sul posto.
Gli parve meraviglioso, ed egli in parte credette di essere quest’aiutante, e per questo motivo spronò il cavallo con il frustino, assunse una positura sempre più cosacca, scrutò il cosacco che, ritto sulle staffe, cavalcava dietro di lui, e giunse in modo davvero irreprensibile in un luogo dove bisognava scendere da cavallo. Vi trovò quattro soldati che fumavano la pipa, seduti su piccoli massi.
«Che cosa fate qui?» gridò loro.
«Stiamo portando via un ferito, vostra signoria, ci siamo seduti per riposarci un po’», rispose uno di essi, nascondendo la pipa dietro la schiena e togliendosi il cappello.
«Macché riposare! Di corsa ai vostri posti, farò rapporto al comandante del reggimento». E insieme a loro giunse, lungo la trincea, al monte, incontrando ad ogni passo dei feriti. Salito sul monte, girò a sinistra, verso la trincea, e dopo averla percorsa per alcuni metri, si venne a trovare completamente solo. Vicinissima a lui fischiò una scheggia e colpì la trincea. Un’altra bomba gli si sollevò davanti e parve che si dirigesse proprio dalla sua parte. Provò un’improvvisa paura: si allontanò di corsa per cinque metri e si gettò a terra. Ma quando la bomba esplose lontano da lui, cominciò ad adirarsi con se stesso, e si alzò, guardandosi intorno, per vedere se qualcuno avesse notato la sua caduta; ma non c’era nessuno.
La paura, una volta che sia penetrata nell’animo, non cede facilmente il posto ad altri sentimenti: egli, che sempre si era vantato di non piegarsi mai, a passi affrettati e quasi pancia a terra percorse la trincea. «Ah, non va bene!» pensava dopo essere inciampato; «di sicuro mi uccideranno» e, notando con quale difficoltà respirava e che il sudore gli scorreva per tutto il corpo, si meravigliò di se stesso, ma non provò più a vincere il proprio sentimento.
D’un tratto davanti a lui si udirono i passi di qualcuno. Si drizzò velocemente, sollevò il capo, e facendo un gran rumore con la sciabola non si mosse più a passi così spediti come prima. Non si riconosceva più. Quando si unì all’ufficiale del genio e al marinaio che aveva incontrato, il primo gli gridò «A terra», indicando il puntino luminoso di una bomba che, avvicinandosi sempre più splendente e rapida, era caduta nelle vicinanze della trincea, ed egli, condizionato dal grido impaurito, abbassò il capo solo un po’ e involontariamente, e proseguì oltre.
«Ecco, che eroe!» disse il marinaio, che guardava imperturbato la bomba e con l’occhio esperto aveva subito calcolato che le sue schegge non potevano colpire la trincea. «Non si getta nemmeno a terra».
Ormai rimanevano a Kalugin soltanto alcuni passi lungo la piattaforma fino al rifugio del comandante del bastione, quando di nuovo fu preda dell’annebbiamento e di questa sciocca paura; il cuore cominciò a battergli più forte, il sangue gli corse alla testa, e dovette far forza su se stesso per correre fino al rifugio.
«Perché ansimate in questo modo?» disse il generale dopo che gli ebbe trasmesso gli ordini.
«Ho corso molto, vostra eccellenza!»
«Volete un bicchiere di vino?»
Kalugin bevve il bicchiere di vino e accese una sigaretta. La battaglia era già terminata, soltanto un violento cannoneggiamento continuava da entrambe le parti. Nel rifugio sedeva il generale NN, comandante del bastione, e altre sei persone, ufficiali, tra i quali era anche Praskuchin, e parlavano dei vari dettagli della battaglia. Seduto in una piccola stanza accogliente, tappezzata con carta da parati azzurra, con un divano, un letto, un tavolo, sul quale giacevano carte, un orologio a muro e un’icona, davanti alla quale ardeva un lumino; osservando i segni di quel luogo abitato e le spesse travi del soffitto, lunghe quasi un aršin, e udendo gli spari che nel riparo sembravano indeboliti, Kalugin non riuscì affatto a comprendere come per ben due volte egli avesse consentito ad una debolezza così imperdonabile di sopraffarlo; si adirava con se stesso, e desiderava un pericolo, per mettersi nuovamente alla prova.
«Come sono contento che anche voi siate qui, capitano», disse all’ufficiale della marina, con un cappotto da ufficiale dello stato maggiore, grandi baffi e la croce di San Giorgio, che era entrato in quel momento nel rifugio e aveva chiesto di assegnargli degli operai per aggiustare due feritoie sulla sua batteria, che erano state ostruite. «Il generale mi ha ordinato di informarmi», continuò Kalugin, quando il comandante della batteria ebbe finito di parlare con il generale, «se i vostri pezzi lungo la trincea possono sparare a mitraglia».
«Solo un pezzo», rispose cupamente il capitano.
«Andiamo lo stesso a vedere».
Il capitano si rabbuiò e grugnì con rabbia. «Sono stato in piedi tutta la notte, sono venuto solo a riposarmi un po’», disse, «non potete proprio andarci da soli? Là c’è il mio aiutante, il luogotenente Karc, vi mostrerà ogni cosa».
Il capitano comandava già da sei mesi quella batteria – una fra le più pericolose –, e senza uscirne, fin da quando non vi erano ancora le fortificazioni blindate; dall’inizio dell’assedio aveva vissuto nel bastione, e tra i marinai aveva la reputazione di un uomo coraggioso. Per questo motivo il suo rifiuto meravigliò e colpì Kalugin in modo particolare.
«Eccola, la reputazione!» pensò.
«Allora, se me lo permettete, andrò da solo», disse con un tono un po’ beffardo al capitano che, peraltro, non fece caso alle sue parole.
Ma Kalugin non capì che egli, in tutto, aveva trascorso appena cinquanta ore sui bastioni, mentre il capitano aveva vissuto là sei mesi. Inoltre stimolava Kalugin la vanità, il desiderio di brillare, la speranza di decorazioni, di procurarsi buona fama e il piacere del rischio; il capitano aveva già passato tutto questo: all’inizio si era vantato, aveva millantato coraggio, aveva rischiato, aveva sperato di procurarsi una buona reputazione e di ottenere delle decorazioni, e addirittura le aveva ottenute, ma ora tutti gli stimoli avevano perso valore ai suoi occhi, ed egli guardava in modo diverso la battaglia: con diligenza aveva adempiuto ai propri obblighi, ma, comprendendo bene che gli rimanevano poche probabilità di vita, dopo un soggiorno di sei mesi al bastione, non metteva ormai più a repentaglio queste occasioni senza che ce ne fosse una urgente necessità, e così il giovane luogotenente, giunto alla batteria una settimana prima e che la mostrava ora a Kalugin, con il quale inutilmente si affacciava dalla buca e usciva strisciando sui rialti, sembrava dieci volte più coraggioso del capitano. Osservata la batteria, Kalugin, mentre faceva ritorno al rifugio, urtò nell’oscurità il generale, che si recava con i suoi attendenti alla torretta.
«Capitano di cavalleria Praskuchin!» disse il generale. «Andate per favore al fossato di destra e dite al secondo battaglione del reggimento M., che opera là, di abbandonare le operazioni, di indietreggiare senza farsi notare e di unirsi al suo reggimento, che sta in riserva ai piedi della collina. Capito? Conducetelo da solo fino al reggimento».
«Agli ordini».
E Praskuchin trottò velocemente in direzione del fossato.
Gli spari divenivano meno frequenti.
X
«È questo il secondo battaglione del reggimento M.?» chiese Praskuchin, giunto di corsa sul posto e scontratosi con un soldato che portava sulle spalle un sacco di terra.
«Precisamente».
«Dov’è il comandante?»
Michajlov, credendo che chiedessero del comandante di compagnia, sgusciò fuori dalla propria buca e, prendendo Praskuchin per il comandante, si accostò a lui con la mano alla visiera.
«Il generale ha ordinato... a voi... prego andare... più in fretta... e soprattutto senza far rumore... indietro, non indietro, ma alla riserva», disse Praskuchin, guardando di sbieco in direzione dei fuochi del nemico.
Riconosciuto Praskuchin, abbassata la mano e compreso di che cosa si trattava, Michajlov trasmise l’ordine, e il battaglione cominciò a muoversi allegramente, i soldati presero i fucili, indossarono i cappotti e si misero in marcia.
Chi non l’ha provato, non può immaginarsi il piacere che si prova uscendo, dopo tre ore di bombardamento, da un luogo così pericoloso come i fossati. Michajlov, che già più volte in queste ore aveva considerato inevitabile la propria fine, e più volte aveva baciato tutte le icone che aveva addosso, verso la fine si calmò un po’ per effetto della considerazione che, se tante bombe e palle erano cadute senza colpirlo, non sarebbe stato colpito più da nulla. Eppure, malgrado tutto, gli costò grande fatica impedire alle sue gambe di correre quando, in testa alla compagnia, uscì dai fossati, a fianco di Praskuchin.
«Arrivederci», gli disse il maggiore, comandante del secondo reggimento, che rimaneva nelle buche, e insieme al quale si era rifocillato di formaggio saponaceo, seduto in una piccola fossa vicino al riparo; «buon viaggio».
«Ed io vi auguro di star bene; ora, pare, tutto si è calmato».
Ma riuscì appena a proferire queste parole che il nemico, che certamente aveva notato il movimento nel fossato, cominciò a far fuoco sempre più di frequente. I nostri cominciarono a rispondergli, e di nuovo riprese un violento cannoneggiamento. Le stelle splendevano alte nel cielo, ma senza scintillare; la notte era scura, c’era buio pesto, soltanto i fuochi degli spari e gli scoppi delle bombe illuminavano per un istante gli oggetti. I soldati procedevano velocemente, in silenzio e senza volerlo superandosi a vicenda; coperti dagli incessanti boati degli spari, erano appena udibili il suono regolare dei loro passi sulla strada secca, il rumore delle baionette che si urtavano e il sospiro e la preghiera di qualche timido soldatino: «Signore, Signore! Che cos’è questo!». Talvolta si udiva il gemito di un ferito e il grido «Barella!» (nella compagnia che Michajlov comandava, da un solo colpo d’artiglieria quella notte furono uccisi ventisei uomini). Nell’oscuro orizzonte lontano divampò un fulmine, la sentinella del bastione gridò «Ca-an-no-ne», e una palla, fischiando sulla compagnia, bucò il terreno e fece schizzare via le pietre.
«Al diavolo! Come vanno lentamente», pensò Praskuchin, con lo sguardo rivolto sempre in avanti, camminando dietro a Michajlov. «Bene, meglio correre avanti, ora ho trasmesso l’ordine... Ma no, questa bestia potrebbe poi andare in giro a raccontare che sono un vigliacco, come ho detto io ieri di lui. Vada come deve andare, resterò a camminare al suo fianco».
«Ma perché viene con me?» pensava da parte sua Michajlov. «Porta sempre sfortuna, per quel che ne so io; ecco un’altra palla volare in questa direzione, sembra». Dopo qualche centinaio di passi, si scontrò con Kalugin che, con coraggio, facendo tintinnare la sciabola, si recava ai fossati per sapere, secondo l’ordine del generale, come andassero le cose. Ma, dopo aver incontrato Michajlov, si chiese perché a lui solo, sotto questo tremendo fuoco, toccasse andare là, cosa che nemmeno gli era stata comandata; avrebbe potuto chiedere nei minimi dettagli ogni cosa all’ufficiale che vi era stato. Ed effettivamente Michajlov riferì con precisione l’andamento delle operazioni, benché durante il racconto divertisse, e non poco, Kalugin, incurante degli spari, il fatto che ad ogni proiettile, anche quelli caduti molto lontano, Michajlov si piegava sulle gambe, abbassava il capo e sempre assicurava che il proiettile sarebbe arrivato proprio dove si trovava lui.
«Guardate, capitano, questo viene dritto qui», disse in tono canzonatorio Kalugin, scuotendo Praskuchin. Procedendo ancora un po’ con loro si diresse verso la trincea che conduceva al rifugio. «Non si può dire che sia molto coraggioso, questo capitano», pensò entrando nella porta del rifugio.
«Allora, che novità ci sono?» domandò l’ufficiale che, seduto da solo nella stanza, stava cenando.
«Proprio niente, sembra che non accadrà più nulla».
«Come no? Al contrario, il generale si è recato di nuovo alla torretta. È arrivato ancora un reggimento. Ma ecco, sentite? Hanno ricominciato coi fucili. Voi non andateci. A che pro?» aggiunse l’ufficiale, dopo aver notato il movimento fatto da Kalugin.
«Ma io, a dire il vero, devo assolutamente essere là», pensò Kalugin; «eppure mi sono già esposto molto al pericolo oggi. Spero di non essere necessario solo come chair à canon».
«Farei meglio a stare qui ad aspettarli», disse.
Il generale infatti fece ritorno dopo cinque minuti con gli ufficiali che erano al suo seguito; tra loro c’era anche lo junker, il barone Pest, ma era assente Praskuchin. I fossati erano stati riconquistati e occupati dai nostri.
Ricevute dettagliate notizie sull’azione, Kalugin, insieme a Pest, uscì dal rifugio.
XI
«Il tuo cappotto è insanguinato: hai ingaggiato un corpo a corpo?» gli chiese Kalugin.
«Ah, fratello, sapessi! Pensa...» E Pest cominciò a narrare di aver guidato tutta la compagnia, che il comandante della compagnia era stato ucciso, raccontò di aver ammazzato un francese e che, se non ci fosse stato lui, sarebbe andata male ecc.
La sostanza del racconto, e cioè che il comandante di compagnia era morto, che Pest aveva ucciso un francese, corrispondevano al vero; ma, nel trasmettere i dettagli, lo junker inventava e si vantava.
Si vantava senza volerlo, giacché, in preda a un certo annebbiamento durante tutto il tempo della battaglia, aveva dimenticato i particolari a tal punto che tutto ciò che era successo gli sembrava un avvenimento svoltosi non si sa quando, dove e a chi; ora cercava naturalmente di riprodurre i particolari in modo da mettersi in luce. Ma ecco che cosa era realmente accaduto.
Il battaglione al quale era stato assegnato come comandante per la sortita lo junker era stato per due ore sotto il fuoco vicino ad un muricciolo, poi il comandante del battaglione, che era davanti, aveva detto qualcosa, i comandanti delle compagnie avevano cominciato a muoversi, il battaglione si era messo in marcia, era uscito da sotto il riparo e, avanzato per un centinaio di passi, si era fermato, schierandosi in colonne di compagnie. Avevano detto a Pest di stare all’ala destra della seconda compagnia.
Non rendendosi affatto conto di dove fosse e perché, lo junker se ne stava al proprio posto e, trattenendo involontariamente il respiro, con un gelido brivido che correva lungo la schiena, guardava inconsciamente in avanti, nell’oscura lontananza, in attesa di qualcosa di terrificante. Non che avesse paura, ché nessuno sparava, ma era orribile, inusuale pensare di trovarsi fuori della fortezza, sul campo. Di nuovo il comandante del battaglione disse qualcosa, là avanti. Di nuovo gli ufficiali ripresero a sussurrare, trasmettendosi gli ordini, e il nero muro della prima compagnia di colpo si abbassò. Era stato comandato di gettarsi a terra. Anche la seconda compagnia lo fece e si gettò a terra, e Pest, abbassandosi, si punse la mano con una spina. Solo il comandante della seconda compagnia restò in piedi, e la sua figura non imponente, con la spada sguainata, che egli agitava senza smettere di parlare, si muoveva davanti alla compagnia.
«Ragazzi! Guardate, comportatevi da eroi con me! Non fate fuoco con i fucili, ma fotteteli con le baionette. Quando griderò “urrà!”, seguitemi tutti, nessun fottuto rimanga indietro... Diamoci dentro, la cosa più importante è... farsi vedere, non andremo a sbattere con la faccia nel fango, d’accordo, ragazzi? Per lo zar, nostro padre!» diceva, condendo le proprie parole con insulti e sbracciandosi tremendamente.
«Come si chiama il nostro comandante di compagnia?» chiese Pest allo junker che stava disteso accanto a lui. «Com’è coraggioso!»
«Sì, quand’è in battaglia, è sempre ubriaco», rispose lo junker, «si chiama Lisinkovskij».
In quel momento, proprio davanti alla compagnia, si accese ad un tratto una fiamma, risuonò un tremendo crepitio, che assordava tutta la compagnia, e in alto, nell’aria, cominciarono a schizzare rumorosamente pietre e schegge (dopo almeno cinquanta secondi un masso cadde dall’alto e ruppe la gamba ad un soldato). Era una bomba sparata da un pezzo in verticale, e il fatto che fosse caduta sulla compagnia era il segno che i francesi avevano avvistato la colonna.
«Ah, butti bombe, fottuto figlio di cagna. Fa’ solo che arriviamo, e allora assaggerai la baionetta russa a triangolo, maledetto!» il comandante della compagnia cominciò a gridare così forte che il comandante del battaglione dovette ordinargli di tacere e di non fare tanto chiasso.
Dietro di lui si alzò la prima compagnia, dopo di questa la seconda, era stato comandato di impugnare i fucili a bilanciarm, e il battaglione si mise in marcia. Pest aveva una tale fifa che assolutamente non ricordava se il percorso fosse lungo, dove stesse andando, e chi, e contro che cosa. Incedeva come un ubriaco. Ma all’improvviso da tutte le parti cominciarono a risplendere migliaia di fuochi, si udì fischiare e tremare qualcosa; egli emise un grido e fuggì da qualche parte, giacché tutti correvano e gridavano. Poi inciampò su qualcosa e cadde, si trattava del comandante della compagnia (era stato ferito, davanti alla compagnia e, scambiando lo junker per un francese, lo aveva afferrato per un piede). Poi, quando riuscì a liberare il piede e si fu alzato in piedi, alle sue spalle, nell’oscurità, lo assalì uno sconosciuto, e per poco non cadde di nuovo, mentre l’altro gridava: «Ammazzalo! Che cosa aspetti?» Qualcuno prese il fucile e conficcò la baionetta in qualcosa di morbido. «A moi, camarades! Ah, sacré b..... Ah! Dieu!» si mise a gridare qualcuno con voce terrorizzata, acuta, e solo allora Pest capì di aver ammazzato un francese. Un sudore freddo gli percorse tutto il corpo, egli ebbe un brivido, come di febbre, poi gettò il fucile. Ma ciò durò solo un attimo; nello stesso momento pensò di essere un eroe. Afferrò il fucile, e insieme alla moltitudine, gridando “urrà”, scappò lontano dal francese ucciso, al quale subito un soldato si era messo a togliere gli stivali. Percorsi venti passi raggiunse la trincea. Là si trovavano i nostri e il comandante del battaglione.
«Ne ho ammazzato uno!» disse al comandante del battaglione.
«Bene, barone...»
XII
«Ma lo sai che Praskuchin è stato ucciso?» disse Pest, accompagnando Kalugin che se ne andava verso casa.
«Non è possibile!»
«Sicuro, l’ho visto di persona».
«In ogni caso addio, vado di fretta».
«Sono molto soddisfatto», pensava Kalugin tornando a casa. «Per la prima volta la mia missione è stata fortunata. Un’azione esemplare, io sano e salvo, le note saranno ottime, e sicuramente la sciabola d’oro è già mia. Sì, del resto me la merito proprio».
Dopo aver riferito al generale tutto ciò che doveva, giunse nella propria camera dove lo aspettava il principe Gal’cin, che già da molto aveva fatto ritorno e ora, seduto, era assorto nella lettura di Splendeurs et misères des courtisanes, che aveva trovato sul tavolo di Kalugin.
Provava un piacere profondo qui, a casa, lontano dal pericolo e, indossata la camicia da notte, sdraiatosi sul letto, raccontò a Gal’cin i dettagli dell’azione, riferendoli con grande precisione, in modo che dal racconto emergesse che egli, Kalugin, era un ufficiale molto attivo e coraggioso, cosa alla quale, secondo me, sarebbe stato superfluo accennare, dal momento che tutti ne erano a conoscenza e non avevano alcun diritto o motivo di dubitarne, escluso, forse, il defunto capitano di cavalleria Praskuchin il quale, sebbene solitamente ritenesse una fortuna camminare a braccetto con Kalugin, proprio il giorno prima aveva confessato in segreto ad un amico che Kalugin era sì una persona molto brava, ma, detto tra noi, non amava affatto recarsi sui bastioni.
Praskuchin, camminando con Michajlov, si era appena separato da Kalugin e, avvicinandosi ad un luogo meno pericoloso, aveva cominciato a riprendere un po’ di fiato, quando vide un fulmine, che splendeva dietro di lui, e udì il grido della sentinella: «Markela!» e le parole di uno dei soldati che lo seguivano: «Va dritta sul battaglione!». Michajlov si guardò intorno. Il punto luminoso della bomba sembrava essersi fermato sul proprio zenit, in quella posizione nella quale è assolutamente impossibile determinarne la direzione. Ma durò solo un istante: la bomba scendeva sempre più velocemente, di modo che erano già visibili le scintille dell’ogiva, e si udiva il fischio fatale, che scendeva dritto verso il centro del battaglione.
«A terra!» gridò la voce spaventata di qualcuno.
Michajlov si mise supino. Praskuchin contro voglia si piegò fino a terra e chiuse gli occhi; tese solo le orecchie, ascoltando la bomba esplodere sulla terra dura. Passò un secondo, che sembrò un’ora – la bomba non esplose. Praskuchin si spaventò, temette di aver avuto paura per niente, forse la bomba era caduta lontano, e solo a lui era sembrato che l’ogiva fischiasse proprio in quella direzione. Aprì gli occhi e con piacere egoista vide che Michajlov, al quale era debitore di dodici rubli e mezzo, era sdraiato molto più in giù e proprio vicino alle sue gambe, immobile, sulla pancia, stretto a lui. Ma in quel momento, per un istante, i suoi occhi si incontrarono con l’ogiva luminosa della bomba caduta, ad un aršin da sé. Un terrore, un gelido terrore che paralizzava tutti i pensieri e le sensazioni, si impadronì di lui; si coprì il volto con le mani e cadde sulle ginocchia. Passò ancora un secondo, un secondo nel quale balenò nella sua immaginazione tutto un mondo di sentimenti, pensieri, speranze, ricordi.
«Chi colpirà, me o Michajlov? O tutti e due insieme? E se me, dove? Alla testa, così sarà tutto finito; se alla gamba invece, me l’amputeranno, e allora chiederò che lo facciano almeno con il cloroformio, ed io potrò salvarmi. Se invece colpirà solo Michajlov, andrò in giro a raccontare che andavamo fianco a fianco, che lui è stato colpito ed io spruzzato di sangue. No, è più dalla mia parte, colpirà me». Allora si rammentò dei dodici rubli che doveva a Michajlov, si ricordò anche di un debito contratto a Pietroburgo, che da tempo avrebbe dovuto estinguere; gli venne in mente il motivo zingaro che aveva cantato la sera prima; apparve nella sua immaginazione la donna che egli amava, con una cuffietta a nastri color lilla; si ricordò di una persona dalla quale era stato offeso cinque anni prima e alla quale l’aveva fatta pagare, benché insieme, inseparabile da questi e da migliaia di altri ricordi, non lo avesse nemmeno per un attimo abbandonato il sentimento del presente – una vera e propria attesa della morte e il terrore. «Ma forse non scoppierà», pensava, e con disperata risolutezza voleva schiudere gli occhi. Ma in quell’istante, anche attraverso le palpebre chiuse, un fuoco rosso gli accecò gli occhi, e con un fragore terribile qualcosa lo colpì in mezzo al petto; si mise a correre da qualche parte, inciampò sulla sciabola appesa alla gamba e cadde su di un lato.
«Grazie a Dio! Sono solo contuso», fu il suo primo pensiero, e voleva toccarsi il petto con le mani, ma esse parevano legate, la testa era stretta da fitte, ai suoi occhi apparivano soldati, ed egli li contava inconsciamente: «Uno, due, tre soldati, ecco l’ ufficiale con il cappotto rimboccato», pensava; poi un fulmine splendette davanti ai suoi occhi, ed egli si chiese da dove avessero sparato: «Dal mortaio o dal cannone?». Di certo dal cannone, ma ecco che nuovamente avevano sparato, ed ecco di nuovo soldati, cinque, sei, sette soldati che continuano ad avanzare. D’un tratto temette che lo avrebbero schiacciato; voleva gridare che era ferito, ma la sua bocca era talmente secca che la lingua si era attaccata al palato, e una tremenda sete lo tormentava. Si sentiva bagnato vicino al petto, e questa sensazione di umidità gli ricordava l’acqua, e avrebbe addirittura voluto bersi ciò che lo bagnava. «Evidentemente, nel cadere, mi sono sfracellato nel sangue», pensò e, cedendo sempre più alla paura che lo schiacciassero i soldati che continuavano a passare, raccolse tutte le forze e provò a gridare «Prendetemi», ma, invece di questo grido, emise un rantolo così tremendo, che si spaventò nell’udire la propria voce. Poi alcuni fuochi rossi cominciarono a saltargli negli occhi, e gli sembrò che i soldati lo coprissero di pietre; i fuochi saltellavano sempre meno, le pietre, che gli mettevano sopra, lo schiacciavano sempre più. Fece uno sforzo per togliersi di dosso le pietre, si allungò e ormai non vedeva, non udiva, non pensava e non sentiva più nulla. Era stato ucciso sul posto da una scheggia in mezzo al petto.
XIII
Michajlov, vista la bomba, si gettò a terra e allo stesso modo socchiuse le palpebre, allo stesso modo aprì e chiuse gli occhi e, come anche Praskuchin, pensò e soffrì intensamente in quei due secondi durante i quali la bomba rimase senza esplodere. Mentalmente pregò Dio e si rinfrancò del tutto: «Sia fatta la tua volontà! Ma perché sono andato a fare il soldato», pensava nello stesso tempo, «e addirittura sono passato alla fanteria per prender parte alla campagna; non sarebbe stato meglio per me restarmene al reggimento degli ulani nella città di T., e passare il tempo con la mia amica Nataša... ed ecco ora che cosa mi capita!». E cominciò a contare: uno, due, tre, quattro, immaginandosi che, se fosse esplosa al pari, egli si sarebbe salvato, se invece al dispari, sarebbe morto. «È la fine! Sono morto!» pensò quando scoppiò la bomba (non ricordava se ciò avvenne al pari o al dispari), e sentì un colpo e un dolore acuto alla testa. «Signore, perdona i miei peccati!» esclamò dopo aver compiuto un gesto di stupore con le mani; si alzò e, privo di sensi, cadde supino. La prima sensazione, quand’ebbe ripreso i sensi, fu il sangue che gli scorreva lungo il naso, e il dolore alla testa, che era divenuto molto meno intenso. «L’anima sta uscendo dal corpo», pensò, «che cosa ci sarà di là? Signore! Accogli il mio spirito in pace. È strano però», considerava, «che, morendo, io senta così chiaramente i passi dei soldati e i rumori degli spari».
«Una barella, presto, ehi! Hanno colpito uno della compagnia!» gridò sulla sua testa una voce, nella quale riconobbe il tamburino Ignat’ev. Qualcuno lo sollevò per le spalle. Provò ad aprire gli occhi e vide sopra la testa il cielo azzurro cupo, vide miriadi di stelle e due bombe, che volavano inseguendosi sopra di lui, vide Ignat’ev, vide i soldati con la barella e i fucili, il bastione della trincea, e immediatamente confidò di non essere ancora all’altro mondo. Era stato leggermente ferito al capo da una pietra. La sua prima impressione fu quasi di dispiacere: sulle prime si era preparato così bene e tranquillamente a passare nell’aldilà che il ritorno alla realtà, con le bombe, le trincee, i soldati e il sangue, aveva prodotto su di lui un effetto sgradevole; la sua seconda sensazione fu una gioia inconscia, quella di essere vivo, e la terza la paura e il desiderio di andarsene al più presto via dal bastione. Il tamburino fasciò con un fazzoletto il capo al suo comandante e, presolo per un braccio, lo condusse al punto di medicazione.
«Ma dove sto andando e perché?» pensò il tenente quando si fu ripreso un po’. «Il mio dovere è quello di restare con la compagnia, di non andarmene prima, tanto più che anche la compagnia tra poco uscirà da sotto il fuoco», gli sussurrò una voce, «e restare in azione con una ferita significa una medaglia assicurata».
«Non occorre, fratello», disse strappando il braccio dal premuroso tamburino, che desiderava solo allontanarsi da lì al più presto; «io non ci vado al posto di medicazione, ma rimango con la compagnia».
E tornò indietro.
«Sarebbe meglio che vi faceste bendare, vostra signoria, come si deve», disse il timido Ignat’ev, «a caldo sembra che non sia nulla, ma sarebbe peggio non farlo, guardate che zuffa infuria là... a destra, vostra signoria».
Michajlov si fermò un minuto, indeciso, e forse avrebbe seguito il consiglio di Ignat’ev, se non gli fosse tornata alla memoria la scena alla quale qualche giorno prima aveva assistito al posto di medicazione: un ufficiale con un graffiettino alla mano era andato a farsi fasciare, e i dottori sorridevano, guardandolo; addirittura, uno, con le basette, gli aveva detto che non sarebbe mai morto a causa di quella ferita, e che con la forchetta ci si poteva far più male.
«Forse rideranno allo stesso modo anche della mia ferita, senza credermi, e faranno anche qualche osservazione ironica», pensò il tenente e con risolutezza, nonostante gli argomenti del tamburino, tornò indietro verso la compagnia.
«Ma dov’è l’attendente Praskuchin, che era con me?», chiese all’aspirante che guidava la compagnia, quando si incontrarono.
«Non so, pare che sia stato ucciso», rispose l’aspirante malvolentieri, tra l’altro molto seccato per il ritorno del tenente, che in questo modo lo aveva privato della soddisfazione di essere l’unico ufficiale rimasto con la compagnia.
«Ucciso o ferito? Come, non lo sapete, era con noi. Ma perché non lo avete raccolto?»
«Ma come lo si sarebbe potuto raccogliere, in mezzo ad una tale mischia!»
«Ah, come avete potuto fare questo, Michail Ivanovič», disse Michajlov adirato, «come si può abbandonarlo, se è ancora in vita; anche se fosse morto, si sarebbe dovuto raccogliere il corpo, si tratta pur sempre dell’attendente del generale, e forse è ancora vivo».
«Come, vivo, se ve lo dico io, sono andato io personalmente e l’ho visto», disse l’aspirante. «Ma di grazia! Si trattasse solo di raccogliere i propri caduti! Ecco la carogna! Ora si è messo a sparare palle», aggiunse sedendosi. Anche Michajlov si sedette e si mise le mani sulla testa che, per il movimento, gli faceva un gran male.
«No, bisogna assolutamente andare a prenderlo: può darsi che sia ancora vivo», disse Michajlov, «questo è nostro dovere, Michajlo Ivanyč!»
Michajlo Ivanyč non rispose.
«Ecco, se fosse un buon ufficiale, l’avrebbe fatto raccogliere allora, ora invece bisogna mandare dei soldati da soli; ma come si fa a mandarli? Sotto questo fuoco tremendo potrebbero morire invano», pensò Michajlov.
«Ragazzi! Bisogna tornare indietro, raccogliere l’ufficiale che giace ferito là nel fossato», disse con un tono di voce non troppo forte e imperioso, comprendendo quanto sarebbe stato spiacevole per i soldati adempiere a quest’ordine, e infatti, siccome non si era rivolto a nessuno in particolare, nessuno uscì ad eseguirlo.
«Sottufficiale! Venite qui».
Il sottufficiale, come se non avesse sentito, camminava imperterrito al proprio posto.
«Ma forse è davvero già morto, e non vale la pena di mettere a repentaglio inutilmente delle vite, ma è colpa mia, io non me ne sono preso cura. Andrò io a vedere se è vivo. Questo è mio dovere», disse tra sé Michajlov. «Michail Ivanyč! Guidate la compagnia, io vi raggiungerò», disse e, sollevato con una mano il cappotto, sfiorando con l’altra di continuo la piccola icona del Santo Mitrofanij, nella quale aveva una fede particolare, rapidamente percorse la trincea quasi carponi e tremando per la paura. Assicuratosi che il suo compagno era morto, Michajlov si trascinò indietro, sempre ansando, piegandosi e tenendosi con la mano la fasciatura che si era spostata e la testa che iniziava a dolergli intensamente. Il battaglione si trovava già sotto il monte, al suo posto, e quasi al sicuro dagli spari, quando Michajlov lo raggiunse. Dico quasi al sicuro dagli spari perché ogni tanto anche qui volavano delle bombe vaganti (dalla scheggia di una di queste fu ucciso quella notte un capitano che durante la battaglia stava seduto nel rifugio dei marinai).
«Eppure domani bisognerà andare al posto di medicazione a farsi segnare», pensò il tenente, mentre l’infermiere che era sopraggiunto lo stava fasciando, «questo gioverà alla raccomandazione».
XIV
Centinaia di corpi di uomini insanguinati di fresco, due ore prima pieni di varie speranze e desideri, grandi e piccoli, giacevano, con le membra irrigidite, sulla valle fiorita ricoperta di rugiada, che separava il bastione dalla trincea, e sul pavimento liscio della cappella dei morti a Sebastopoli; centinaia di uomini con maledizioni e preghiere sulle labbra secche strisciavano, si contorcevano e gemevano, alcuni in mezzo ai cadaveri nella vallata fiorita, altri sulle barelle, sulle brande e sul pavimento insanguinato del posto di medicazione; eppure, nonostante questo, come anche nei giorni precedenti, sul monte Sapun si accese un lampo in lontananza, le stelle tremolanti impallidirono, una nebbiolina bianca sopraggiunse dal mare scuro e roboante; l’alba, rosseggiando, si accese all’orizzonte, le lunghe nuvolette purpuree si dispersero nell’orizzonte azzurro chiaro; nonostante questo spuntò, come anche nei giorni precedenti, l’astro maestoso e stupendo del sole, promettendo a tutto il mondo che tornava alla vita gioia, amore e felicità.
XV
Il giorno seguente, alla sera, l’orchestra dei cacciatori suonava ancora sul viale, e di nuovo gli ufficiali, gli junker, i soldati e le giovani donne passeggiavano festosi vicino al padiglione e lungo stradine inferiori, odorose di bianche acacie in fiore.
Kalugin, il principe Gal’cin e un colonnello passeggiavano a braccetto vicino al padiglione e parlavano dell’azione del giorno precedente. Il filo principale del discorso, come sempre avviene in simili circostanze, era non il fatto stesso, ma la parte che aveva svolto e il coraggio che vi aveva mostrato il narratore. I volti e il tono della loro voce avevano un’espressione seria, quasi malinconica, come se le perdite della battaglia del giorno prima toccassero e addolorassero ognuno, ma, a dire il vero, siccome nessuno di loro aveva perduto una persona molto vicina (ma ci possono essere nella vita militare persone molto vicine?), quest’espressione di tristezza era un’espressione ufficiale, un atteggiamento che si doveva assumere solo in pubblico. Al contrario, Kalugin e il colonnello sarebbero stati disposti ad assistere ogni giorno a un fatto del genere, solo per ricevere ogni volta la sciabola d’oro e il grado di general maggiore, nonostante fossero delle persone straordinarie. Mi piace sentir definire scellerato un conquistatore, che ha mandato in rovina milioni di persone per la propria ambizione. Chiedete un po’ in coscienza all’aspirante Petrusov, o al tenente Antonov ecc., ciascuno di loro un piccolo Napoleone, un mini-tiranno, pronto a intraprendere subito un combattimento, a uccidere centinaia di persone solamente per ricevere una stelletta in più o un terzo del compenso.
«No, scusate», diceva il colonnello, «l’inizio è stato dato all’ala sinistra. Io mi trovavo là».
«Può darsi», rispondeva Kalugin, «io ero più a destra; sono andato due volte là: una volta per cercare il generale, la seconda così, sono andato a vedere i fossati. Ecco dove infuriava la battaglia».
«Sicuramente Kalugin ne sa qualcosa», disse il colonnello al principe Gal’cin, «tu lo sai, a me ora V... ha parlato di te, dicendomi che sei un eroe».
«Solo perdite, terribili perdite», disse il colonnello con un tono di cordoglio ufficiale, «nel mio reggimento ne sono morti quattrocento. È un miracolo, come io ne sia uscito vivo».
In quel momento si fece incontro a questi signori, all’altra estremità del viale, la figura violetta di Michajlov, con gli stivali scalcagnati e la testa fasciata. Egli andò in gran confusione, appena li vide: si ricordò di come, il giorno prima, si era piegato in presenza di Kalugin, e si convinse che essi senza dubbio avrebbero pensato che egli fingeva di essere ferito. Perciò, se questi signori non lo avessero degnato di uno sguardo, sarebbe corso giù e si sarebbe chiuso in casa, per non uscirvi più, fino a quando fosse stato possibile togliere la fasciatura.
«Il fallait voir dans quel état je l’ai rencontré hier sous le feu», disse sorridendo Kalugin proprio mentre si incrociavano.
«Ma siete ferito, tenente?» disse Kalugin con un sorriso che voleva dire: «Mi avete dunque visto ieri? Come mi sono comportato?».
«Sì, leggermente, da una pietra», rispose Michajlov arrossendo e con un’espressione sul viso che diceva: «Ho visto e riconosco che voi siete stato eccellente, mentre io sono molto, molto vile».
«Est-ce que le pavillon est baissé déjà?» chiese di nuovo il principe Gal’cin con la sua espressione presuntuosa, puntando il berretto del tenente e senza rivolgersi ad alcuno in particolare.
«Non pas encore», rispose Michajlov, volendo far vedere che lo sapeva e che era in grado di parlare in francese.
«Ma questa tregua continuerà ancora?» disse il principe Gal’cin, rivolgendosi a lui cortesemente in russo, volendo in tal modo far capire, così parve al tenente, che a quest’ultimo sarebbe certamente risultato difficile parlare in francese, e che era meglio parlare in russo... E con questo gli aiutanti si allontanarono da lui.
Il tenente, come anche il giorno prima, si sentì oltremodo solo e, salutati diversi signori, alcuni che non desiderava incontrare, altri dai quali non si risolveva ad andare, si mise a sedere vicino al monumento di Kazarskij e si accese una sigaretta. Anche il barone Pest giunse sul viale. Raccontava di aver partecipato all’armistizio, di aver parlato con gli ufficiali francesi, e che un ufficiale francese gli aveva detto: «S’il n’avait pas fait clair encore pendant une demi heure, les embuscades auraient été reprises», e che egli gli aveva risposto: «Monsieur! Je ne dit pas non, pour ne vas donner un dementi», e come aveva detto bene tutto questo e così via.
In realtà, invece, anche se era stato presente all’armistizio, non era riuscito a dire niente di intelligente, sebbene avesse una gran voglia di parlare un po’ con i francesi (è terribilmente piacevole parlare con i francesi). Lo junker barone Pest a lungo aveva camminato per la trincea e di continuo aveva chiesto ai francesi che si trovavano vicino a lui: «De quel régiment êtes vous?». Gli rispondevano, e niente più. Quando già era andato molto oltre la linea, una sentinella francese, non sospettando che quel soldato conoscesse il francese, lo aveva coperto di insulti in terza persona. «Il vient regarder nos travaux, ce sacré c....», disse. Di conseguenza, non provando più interesse per l’armistizio, lo junker barone Pest si recò a casa e già lungo la via inventò quelle frasi in francese che ora raccontava. Sul viale c’erano anche il tenente Zobov, che chiacchierava ad alta voce, e il capitano Obžogov, tutto arruffato, e il capitano dell’artiglieria, che non adulava nessuno, e lo junker fortunato in amore, e tutte le stesse facce del giorno prima, tutti spinti dagli stessi pungoli della menzogna, della vanità e della leggerezza. Mancavano solo Praskuchin, Neferdov e ancora qualcuno del quale appena ci si ricordava o al quale appena si pensava, ora che non si era nemmeno riusciti a lavare, rimuovere e seppellire i loro corpi nella terra, e dei quali di certo tra un mese si sarebbero dimenticati padri, madri, mogli, figli, se c’erano e se non si erano già prima dimenticati di loro.
«Ma quasi non lo riconoscevo, questo vecchio», disse un soldato durante la raccolta dei cadaveri, sollevando per le spalle un corpo perforato nel petto, con una gigantesca testa gonfia, il volto annerito e lucido e le pupille strappate; «prendilo sotto la schiena, Morožka, e fa’ attenzione che non si rompa. Che fetore disgustoso!».
«Che fetore disgustoso!» – ecco quello che di quest’uomo restava tra la gente.
XVI
Sul nostro bastione e nella trincea francese sono state innalzate bandiere bianche, e in mezzo a loro, nella vallata fiorita, giacciono a mucchi, scalzi, con addosso divise grigie e azzurre, cadaveri sfigurati che gli operai raccolgono e sistemano sui carri. Un odore orrendo, pesante, di corpi morti riempie l’aria. Da Sebastopoli e dal campo francese masse di persone si riversano ad ammirare questo spettacolo e con curiosità avida e benevola cercano di inseguirsi l’un l’altro.
Ascoltate che cosa si dicono queste persone.
Ecco, nel gruppetto di russi e francesi che si sono radunati attorno a lui, il giovane ufficiale che parla in francese male, ma abbastanza per farsi capire, osserva la sacca della guardia.
«E sesì purquà se uazò isì?» dice.
«Parce que c’est une giberne d’un régiment de la garde, monsieur, qui porte l’aigle impérial».
«E vu de la gard?»
«Pardon, monsieur, du 6-ème ligne».
«E sesì u axté?» chiede l’ufficiale, indicando la gialla sigariera di legno con la quale il francese fuma la sigaretta.
«A Balaclave, monsieur! C’est tout simple, en bois de la palme».
«Žolì!» dice l’ufficiale, guidato nella conversazione non dal proprio arbitrio, ma dalle parole che egli conosce.
«Si vous voulez bien garder cela comme souvenir de cette rencontre, vous m’obligerez», e il gentile francese soffia via la sigaretta e offre all’ufficiale la sigariera con un piccolo inchino. L’ufficiale gli porge la propria, e tutti i presenti nel gruppo, sia i francesi sia i russi, sembrano molto soddisfatti e sorridono.
Ecco, l’audace soldato di fanteria, con la camicia rosa e il cappotto sulle spalle, accompagnato da altri soldati, che, mani dietro la schiena e volto allegro e curioso, stanno dietro di lui, si avvicina ad un francese e gli chiede del fuoco per accendersi la pipa.
«Tabacco bun», dice il soldato con la camicia rosa, e gli spettatori sorridono.
«Oui, bon tabac, tabac turc», dice il francese, «et chez vous tabac russe? Bon?»
«Rus bun», dice il soldato con la camicia rosa, e alle sue parole i presenti scoppiano dalle risate. «Franse non è bun, bonžur, musjé», dice il soldato con la camicia rosa, esaurendo tutto il suo repertorio di conoscenze linguistiche, e dà colpetti in pancia al francese e ride. Anche i francesi ridono.
«Il ne sont pas jolis ces b(êtes) de russes», dice uno zuavo del gruppo dei francesi.
«De quoi de ce qu’ils rient donc?» dice un altro nero, con accento italiano, accostandosi ai nostri.
«Caffettano bun», dice il soldato coraggioso, osservando i lembi ricuciti dello zuavo, e di nuovo scoppiano a ridere.
«Ne sortez pas de la ligne, à vos places, sacré nom...», grida un caporale francese, e i soldati, con manifesto dispiacere, si separano.
Ma ecco, nel gruppetto degli ufficiali francesi, il nostro giovane ufficiale della cavalleria parla addirittura nel gergo dei parrucchieri francesi. L’argomento della conversazione è un certo comte Sazonoff, «que j’ai beaucoup connu, m-r», dice l’ufficiale francese con una sola spallina, «c’est un de ces vrais comtes russes, comme nous les aimons».
«Il y a un Sazonoff que j’ai connu», dice il cavaliere, «mais n’est pas comte, à moins que je sache, un petit brun de votre âge à peu près».
«C’est ça, m-r, c’est lui. Oh que je voudrais le voir ce cher comte. Si vous le voyez, je vous pris bien de lui faire mes compliments. Capitaine Latour», dice quello salutando.
«N’est ce pas terrible la triste besogne, que nous faisons? Ça chauffait cette nuit, n’est-ce pas?» dice il cavaliere, desiderando sostenere la conversazione e indicando i cadaveri.
«Oh, m-r, c’est affreux! Mais quels gaillards vos soldats, quels gaillards! C’est un plaisir que de se battre contre des gaillards comme eux. Il faut avouer que les vôtres ne se mouchent pas du pied non plus», dice il cavaliere salutando e reputandosi straordinariamente intelligente. Ma ora basta.
Guardate piuttosto questo piccolino di dieci anni, che con un vecchio berretto, probabilmente del padre, con le scarpe sui piedi nudi e calzoncini di nanchino sorretti da una sola bretella, subito all’inizio della tregua ha scavalcato il riparo e si è messo a camminare verso la vallata, guardando con curiosità stupita i francesi e i cadaveri sparsi sul terreno, e ha raccolto gli azzurri fiori del campo di cui è cosparsa questa vallata fatale. Mentre fa ritorno a casa con un grande mazzo, con il naso tappato per evitare l’odore che il vento porta verso di lui, si ferma vicino ad un mucchietto di corpi raccolti e a lungo osserva un cadavere orribile, senza testa, che gli è più vicino. Dopo essere rimasto immobile abbastanza a lungo, si accosta ancor di più e con il piede tocca la mano putrefatta, distesa, del cadavere. Essa trema un po’. La tocca ancora una volta e con più forza. La mano si muove e di nuovo torna al suo posto. Il piccolo all’improvviso emette un grido, nasconde il viso tra i fiori e corre via verso la fortezza tutto d’un fiato.
Sì, sul bastione e nella trincea sono state issate bandiere bianche, la vallata in fiore è piena di corpi fetidi, uno stupendo sole cala dal cielo terso verso il mare turchino, il quale, ondeggiando, risplende nei raggi dorati del sole. Migliaia di persone si ammassano, guardano, parlano e si sorridono. E queste persone, cristiani che professano la sola grande legge dell’amore e dell’abnegazione, guardando a ciò che hanno compiuto, non si mettono immediatamente in ginocchio, pentiti, davanti a Colui il quale, data loro la vita, ha posto nell’anima di ciascuno, oltre alla paura della morte, anche l’amore verso il bene e il bello, e non si abbracciano, con lacrime di gioia e di felicità, come fratelli! No! I bianchi stracci sono stati tolti, e di nuovo fischiano gli strumenti di morte e di dolore, di nuovo scorre il sangue nobile, innocente, e si odono gemiti e maledizioni.
Ecco, ho detto ciò che volevo dire; ma mi coglie un dubbio tremendo. Forse non dovevo dirlo. Forse, ciò che ho detto appartiene ad una di quelle verità malvagie che, celandosi segretamente nell’anima di ciascuno, non si dovrebbero rivelare, ché potrebbero risultare nocive, come non si deve agitare la feccia del vino per non guastarlo.
Dov’è l’espressione del male dal quale occorre fuggire? Dov’è l’espressione del bene che bisogna imitare in questo racconto? Chi è il cattivo? Chi ne è l’eroe? Tutti sono buoni e tutti sono malvagi.
Né Kalugin, con la sua splendida audacia (bravoure de gentilhomme) e vanità, motore di tutte le azioni, né Praskuchin, uomo vuoto, innocuo, anche se caduto sul campo lottando per la fede, la corona e la patria, né Michajlov, con la sua timidezza e le sue vedute limitate, né Pest, ragazzo senza salde convinzioni né regole, possono essere il cattivo o l’eroe del racconto.
Eroe del racconto, eroe che io amo con tutta l’anima e che ho cercato di riprodurre in tutta la sua bellezza, e che sempre è stato, è e sarà meraviglioso, eroe del mio racconto è la verità.
26 Giugno 1855
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