a pian delle forche
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Rosetta è, insieme con la sorella gemella Amelia, l’ultima dei sette figli dei coniugi Celtini.
Nata nel ’40 a Petrella Salto, una frazione di Fiumata in provincia di Rieti, cresce attiva e nervosa; va ben presto a servizio fuori di casa.
Il parroco del paese, che l’ha avuta alle sue dipendenze, ha conservato una buona opinione della ragazzina. Una foto della sua adolescenza la ritrae magrolina con i piedi lunghi, un mazzo di foglie e fiori avvolti in carta bianca stretto forte sul petto; un vestito chiaro di cotonina dal colletto tondo collegiale; un sorriso impacciato, affettuoso e triste sul viso gentile tra le larghe orecchie e i capelli scuri bassi sulla fronte.
Le due sorelle maggiori, Bianca e Maria, si sposano. Poi il marito della prima muore in un incidente stradale lasciando tre figli orfani.
Verso la fine del 1956 ricompare a Petrella Salto il compaesano Aurelio Chiaggione, falegname, quarantenne, vedovo, appena uscito di prigione per aver rapinato e ucciso durante la guerra un caporale dell’esercito, e prende dimora nella stessa casa dove abita la famiglia Celtini, al piano di sopra. Prima rivolge la sua attenzione alla figlia maggiore di Celtini, Bianca la vedova. Respinto, spera di sposare la piccola Rosetta. Poco dopo la ragazza parte dal paese per andare a fare la domestica, a diecimila lire al mese.
Nel 1957 la famiglia Celtini si trasferisce a Roma e prende alloggio nel quartiere San Paolo, nella via della Montagnola, oggi via Laurenziana, una strada di colline, muro rosicchiato e cipressi da un lato, poche case, una vecchia osteria con alti scalini di pietra, e in fondo cantieri a distesa.
Anche Aurelio Chiaggione si trasferisce a Roma e va ad abitare insieme con i suoi compaesani di Petrella, nella stessa via e casa.
Rosetta va a mezzo servizio, ora che ha la famiglia vicina. È svelta ma ombrosa.
Nel frattempo Aurelio Chiaggione viene chiuso nel manicomio criminale di Aversa in seguito a risse.
Quando nel febbraio del ’59 ne esce in libertà vigilata, la famiglia Celtini abita già da un pezzo nella parte opposta di Roma, fuori mano, alla borgata di San Basilio, dove, allineati in mezzo a terreni aridi, sorgono casamenti detti lotti, dagli intonaci corrosi e sbiaditi, segnati orizzontalmente da terrazzini coperti pieni di panni stesi, che si levano attorno a uno spiazzo sporco dominato da un nuovo “mercato coperto” di cemento.
I Celtini risiedono nel lotto 48, in un edificio scalcinato a braccia laterali giallicce dalle terrazze verdine, subito dopo una piazzetta dove i ragazzi del luogo sono soliti giocare a pallone.
Sviluppandosi in quest’ambiente, Rosetta è diventata una ragazza formosa, esuberante e disinvolta.
Aurelio Chiaggione si aggira spesso per San Basilio gironzolando sulla sua moto, per incontrare Rosetta alla quale vuole bene, come ripete a tutti. La ragazza esce a volte con lui, pur rifiutando di sposarlo.
Si è innamorata d’un giovane sotto la trentina che in qualità di fidanzato viene ogni tanto a prenderla a casa con una Topolino noleggiata.
Ma ecco che un giorno dello scorso aprile, Rosetta “svaga” la verità: il suo giovane pretendente, Mariano Canenti, vive a Pietralata, nell’ultima costruzione della centrale via Flora, che si apre su edifici simmetrici di un ocra scrostato, con i buchi bianco sporco dei porticati a colonne e quelli rosa marcio delle terrazze coperte dietro i panni sventolanti. La madre del giovane vende caldarroste e zuccheri per strada. E lui, il promesso sposo, è già coniugato con tre figli.
La ragazza torna verso San Basilio. Lungo la strada si ferma a guardare a sinistra due enormi rose di metallo arrugginito che sporgono dagli infissi di un cancello: lei le trova ripugnanti; dall’altro lato blocchi squadrati di pietra che si accatastano per decine di metri le fanno un effetto di pietre tombali.
A casa, Rosetta beve un bicchiere di varechina per avvelenarsi (come dirà poi), ma viene soccorsa a tempo mentre si contorce dal dolore e si salva.
Dopo, non ha più rivisto il giovane che l’aveva ingannata; forse per reazione, è diventata chiassosa, con bruschi salti d’umore, e insieme esigente e segreta; il suo viso dall’eccessivo sorriso esteriore si è allargato, appesantito, ha perduto la gentile malinconia d’un tempo.
Esce di casa la mattina alle sette. Cambia spesso datori di lavoro licenziandosi di punto in bianco; dà poche spiegazioni in famiglia. È sempre lavoratrice, ma irrequieta.
In agosto lavora presso una famiglia a Montesacro a via Gran Sasso, in discesa, tutta a villini con giardini dove corolle violacee occhieggiano tra il verde.
Il 26 interrompe anche questo servizio.
Lo stesso 26 agosto ricompare a Roma Aurelio Chiaggione che ha lavorato da trattorista per settantacinque giorni a Borgo Quinzio presso Fiumata insieme con un suo vecchio zio, guadagnandosi 105.000 lire che porta con sé. Deve riscuotere 45.000 lire di pensione arretrata per la mutilazione di tre dita della mano sinistra conseguita in guerra.
Incontra Rosetta; si presenta al padre per chiederla in sposa, ma non viene accettato.
I quattro giorni successivi la ragazza, che ha detto ai suoi familiari di aver lasciato il lavoro, esce regolarmente da casa alle sette del mattino per rientrare la sera alla solita ora. La quinta sera, l’ultima di agosto, non rincasa. I parenti scrivono a Petrella Salto dove stanno tuttora gli zii materni di Rosetta, pensando che, in una delle sue frequenti crisi di depressione, si sia rifugiata là.
* * *
All’alba del 3 settembre il corpo di Aurelio Chiaggione viene rinvenuto sul binario Firenze-Roma, a sei chilometri da Arezzo, maciullato da un direttissimo, la nuca spaccata. Addosso aveva:
1) 1000 lire soltanto invece delle 150.000 che, su testimonianza del vecchio zio, doveva possedere, cioè le 105.000 lire guadagnate presso di lui come trattorista e 45.000 lire che gli aveva visto riscuotere all’ufficio postale;
2) la carta d’identità (età: 45 anni);
3) un fazzoletto sporco di muco nasale;
4) un biglietto ferroviario Torino-Orte emesso dalla stazione di Porta Nuova di Torino il 1° settembre.
L’orologio da polso gli s’è fermato alle 23.46.
La sua motocicletta Guzzi, con la frizione a destra anziché a sinistra per la mutilazione delle tre dita, imprevedibilmente perché non c’è nessun biglietto ferroviario della moto tra i documenti di Aurelio, è stata ritrovata, pare, in un cascinale non lontano dalla banca di Orte dove è avvenuta proprio il 1° settembre alle undici del mattino una rapina. Ma gli impiegati della banca non hanno riconosciuto nelle foto dell’uomo dagli occhi fissi, le labbra sottili e la mascella lunga, i connotati del loro rapinatore.
La pioggia ha lavato ogni impronta digitale sul corpo dilaniato e sulla moto. Aurelio Chiaggione aveva combattuto in Spagna; assassinato un caporale nell’ultima guerra; evaso durante un bombardamento, aveva tentato di rifarsi una vita sotto falso nome; trascorso lustri in prigione e manicomio criminale; vibrato una coltellata a un compagno di lavoro; litigato; rubato (sempre piccoli furti). Beveva. Sua moglie morta, una brava donna, era stata fruttivendola in un mercatino di San Paolo a Roma. Giorni prima aveva inviato alla sorella Agostina, alla figlia Serafina e al nipote Giacomo una cartolina così concepita: “È il destino. Sono disgraziato. Addio!”.
Portava sempre addosso un coltello a punta da falegname e un cacciavite, tranne al momento della sua morte.
Aveva detto poco tempo prima a una cugina di Rosetta, di nome Cecilia, che lui sapeva perché i Celtini non volevano che entrasse nella loro famiglia: per le tre dita che gli mancavano…
Nel suo viaggio in Piemonte era stato arrestato a Firenze per “ubriachezza molesta”.
Uomo turbolento, dagli scatti immediati e incontrollati per accecamento misto della collera e del vino, non abile nella prepotenza, sempre colto in fallo dalle autorità; costante nelle amicizie e nei sentimenti; violento, rissoso, affettivo.
Sepolto nel cimitero di Arezzo, il suo corpo è stato riesumato per esservi nuovamente seppellito.
* * *
Cinque giorni dopo, l’8 settembre mattina tre cacciatori scoprono un corpo in disfacimento sul greto di un torrente, dietro una boscaglia a Pian delle Forche, a una cinquantina di chilometri da Roma sulla via Flaminia.
Nello sfondo, Civita Castellana si estende sopra uno degli altipiani dalle pareti verticali a cui s’aggrappano piante verde-bruno, pareti che piombano come canyon sulla vallata a curve, in cui serpeggia un torrente terroso e dove brucano cavalli in libertà. Pian delle Forche sta prima del bivio, a circa un chilometro dalla sola casa che s’affaccia sulla strada per un lungo tratto, una bicocca dai tetti di tegole spezzate, spioventi a diverse altezze, finestre con tavole inchiodate dove mancano i vetri; accanto, un vecchio pozzo sotto un pergolato, tavoli rustici, damigiane, il gioco delle bocce: è il “Piccolo Ristoro” dove sostano i camionisti e le peripatetiche campagnole della zona, le cosiddette “Signore della Flaminia”; di sera, le motociclette dei protettori che percorrono la strada su e giù davanti al locale, sorvegliando le camion girl e i loro clienti, rombano sull’asfalto.
Nei dintorni c’è, più in là però, una casa cantoniera rosso terra e, in cima a un’altura, sull’altro versante della via, una fattoria solitaria.
Il corpo in decomposizione sul greto è di una donna. Quando il becchino lo solleva, la testa si stacca dal busto. Il cranio è sfondato, il viso irriconoscibile per i colpi ricevuti e per la corrosione della morte; non c’è più cuoio capelluto; la spalla destra manca, distrutta dalla putrefazione.
Il cadavere indossa una camicetta a fiori scoloriti dalla pioggia, una gonna, una sottoveste di nylon di tipo americano, sandali Cabara ortopedici, uno del numero 40 e uno del numero 39.
Accanto al corpo, sull’erba, un pacchetto di sigarette Alfa fradice, un biglietto dell’autobus 211 del 31 agosto, per la corsa delle ore 7.36 - 8.11 del mattino dal capolinea di Montesacro in piazza Sempione a quello di Portonaccio. Non una lira, non un documento.
L’assassino ha effettuato l’omicidio curandosi di ritardare l’identificazione della vittima, abbandonandola in un luogo isolato, sfregiandone il viso, portando via i documenti; sembra l’opera premeditata di un uomo esperto nell’eludere la polizia, che non si fa cogliere in fallo, padrone dei propri riflessi, brutalmente metodico, in contrasto con tutte le manifestazioni del Chiaggione. Il tempo ha collaborato con lui e la pioggia di settembre ha lavato ogni traccia, ogni impronta.
La prostituta Marisa F. identifica nei resti la persona di Simona B., sua collega; agli inquirenti pare di riscontrare sul basso ventre la cicatrice di un’isterectomia subita da Simona B. Un nuovo anello si salda alla catena di delitti che affligge la malavita peripatetica di Roma e sobborghi. Il marito di Simona, Boldini Liberatore, viene arrestato mentre esce da un cantiere edile del Foro Italico, per contravvenzione al foglio di via obbligatorio. Pure l’amante della donna, Massai Salvatore, anch’esso sardo, viene fermato.
Ma un fonogramma del Commissariato di P.S. di Oristano, con l’involontario humour dei dispacci impersonali, rovescia l’orientamento delle ricerche: “Leggo sui quotidiani che cadavere donna assassinata presso Roma est identificato per quello di Simona Boldini, di anni 29, da Campobasso. Ritengo tale informazione essere erronea in quanto mi risulta che Simona fu Vincenzo, nata a Campobasso il 12 novembre 1931, est vivente e trovasi in questa città da circa tre mesi, dedita presumibilmente alla prostituzione”.
Si presenta in commissariato la presunta vittima, una giovane donna robusta, piacente, dai lineamenti regolari, larga mascella bianca, larghe narici. È ben viva, vede soprattutto l’aspetto “importanza” del gran parlare che s’è fatto intorno a lei, in un articolo l’hanno chiamata “Simona la bella”.
Le donne di casa Celtini si presentano dai carabinieri di via Palestro, perché non hanno ancora rintracciato la loro Rosetta: la madre Pasqualina Antonini di 58 anni, con le figlie Bianca di 32, Maria di 30, e Amelia, la ventenne gemella di Rosetta. Riconoscono gli indumenti, la borsetta, immancabile presso ogni domestica, i sandali disuguali per una deformazione del piede della ragazza, di origine reumatica come quella del padre e della zia.
Vengono interrogati il padre Gioacchino Celtini di 62 anni, emaciato, rughe attraverso la fronte, sguardo dolorosamente stupefatto; il fratello carpentiere coniugato Roberto di 29 anni, l’altro fratello di 23 anni Pietro, muratore.
Intanto la Scientifica ricostruisce la figura della vittima: una ragazza ventenne alta metri 1.60, capelli castano scuro, niente isterectomia, trafitta all’occipite da un’arma appuntita.
La giovane Rosetta, carica dell’annosa assiduità del suo anziano spasimante etilico, spostato e sincero, e dell’inganno dell’amato attraente e magnifico con le sue gite in Topolino, un bugiardo; con molte pulizie di case altrui al suo attivo, e poche ore spensierate; è uscita alle sette del mattino dal casamento-formicaio di San Basilio, per andare a morire. È passata davanti al fungo d’acqua di cemento, la tettoia di lamiera grigia argento del “mercato coperto” luccicava nell’aria. Ha percorso in autobus la via Nomentana fiancheggiata dai pini rotondi tra la fertile campagna ondulata, una pineta su un colle, un rudere di mattone caldo a una svolta. Giunta a piazza Sempione al cui centro si eleva una Madonnina aureolata di pietra con il piedino sporgente, ha preso il 211, è scesa a Portonaccio, oltrepassando le baracche, tra grossi immobili sbiaditi.
Poi non si sa con che mezzo si sia avviata per la via Flaminia, la strada allegra, spaziosa, tutta curve che, passati Castelnuovo di Porto e Morlupo, si incupisce tra cipressi e boschi d’un verde brinato. Improvvisamente, dopo una curva, una folla di statue atteggiate di marmo bianco e di pupazzi grotteschi di gesso dipinti a forti colori si affacciano sul ciglio della nazionale per svariati metri. Poi le case si diradano; inizia Pian delle Forche, dove Rosetta conchiude miseramente la sua breve oscura esistenza.
Non ha neppure più volto, cancellato da una fredda ferocia omicida e dal trasparente lavaggio della pioggia.
La polizia seguita a cercare l’arma che l’ha uccisa.