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Stories / Poems

Stories by luce d’eramo

adolescenza

italian

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1
«Mamma, vado a fare la spesa. Ho già pulito la stanza, ho spolverato e scopato tutta casa. Non ho nient’altro da fare. I panni li ho stesi». Così dico svelta a mamma e le chiedo i soldi: «Allora dimmi, che cosa devo comprare?».
Ho paura che mi risponda: “Aspetta, andiamo insieme”, oppure: “Non c’è niente da comprare oggi, mi pare”, oppure: “Puoi restare a casa, ci pensa Maria”. No, non dice questo. Esita.
Dicono che ho la smania d’uscire, che andrei sempre a spasso, non sta bene: una ragazza deve amare di restare in casa.
Ecco come sono fatti. Se io fingessi che mi pesa uscire, che m’umilia fare la spesa, mi pregherebbero!
Non devo manifestare la mia gioia.
Mamma conta i soldi.
Dunque è sicuro: mi manda.
Attendo con noncuranza. Anzi prendo un libro, quello che leggerò sedendomi sul parapetto del fiume, in quell’ora del mattino in cui la via è più deserta, o allontanandomi fuori dal paese, piano piano, senza guardare dove metto i piedi, verso la campagna. Poi dirò che c’era la fila al negozio. Oppure: “Mi sono seduta in riva al fiume, perché mi doleva la testa”. Ma no, ero rientrata dalla parte del giardino, e da parecchio ero rientrata!
“Credevo proprio che m’avessi vista, mamma” e m’ero fermata là. Così…
Ma a volte ho scavalcato davvero il muretto del giardino. Ho detto che uscivo e invece, appena sulla strada, ho scavalcato il muretto e sono saltata in giardino.
Lì ho guardato le cose attraverso le foglie, i sentieri, le aiuole, il fianco della casa – quella facciata stinta e bassa che sbuca tra il verde, i gradini di marmo ambiziosi e logori, la semplicità delle linee, quell’aria ospitale e socchiusa –, e una volta dentro di me ho detto: “Io ti lascerò, casa, perché andremo altrove e non capiteremo più qui, com’è successo in altri posti, ma forse lo stesso tuo padrone, casa, non può volerti più bene di me in quest’istante”.
In quei tempi, chissà perché, vedevo la mia vita come un continuo partire, il che mi commoveva sempre, senza che io dubitassi o cercassi la causa di questo fatale peregrinare.
M’era capitato di piangere, nascosta in quel giardino, di chiudermi nel cespuglio più folto intrecciando le foglie perché mi coprissero ogni visuale. Allora mi piaceva pensare tristemente ch’ero là, nessuno lo sapeva e a nessuno interessava.
«Eccoti i soldi. Non tardare» dice mamma.
Mi guardo un’ultima volta allo specchio scotendo la testa per sentire i capelli sciolti frusciare sulle spalle.
Esco.
Allora mi piaceva tenere le mani nelle tasche del cappotto, la borsa infilata nel braccio.
Mi piaceva fermarmi alle bancarelle, discutere, fare la fila. Ho sempre avuto una passione per le attese dietro gli sportelli delle anagrafi, i botteghini dei teatri, i banchi dei pizzicagnoli.
E per i mercati.
Nulla mi divertiva di più che comprare cipolle e vivande assai economiche disprezzate dalla stessa povera gente. Sceglievo con cura, con espressione distinta, quanto mi conveniva, ed ero sempre sorpresa da qualche conoscente aristocratico mentre estraevo una pera buona da un cesto di pere fradice e ammaccate, o quando dissotterravo un carciofo più tenero da un mucchio di carciofi duri e stopposi quanto mai, su cui s’esibiva un cartello con un prezzo bassissimo.
Conosco tante persone, va a finire che anche oggi incontrerò qualcuno, mi saluterà: «Buon giorno, signorina!» mi sta salutando per davvero un giovane alto castano premuroso. Mi faccio rossa. Che rabbia, arrossisco sempre quando mi si chiama all’improvviso, non dico poi se avviene mentre discuto con una fruttivendola! Adesso crederà che, per l’emozione d’aver visto lui personalmente, ho messo i colori.
Faccio un cenno di saluto col mio carciofo in mano e affretto il passo.
Chissà quanto si vergognerebbero le mie amiche d’uscire con la grossa borsa della spesa, specialmente di fronte ai ragazzi. Io non la penso così, tutt’altro. Però, certe volte!
Ecco, incontro un altro, mi saluta, gli rispondo cortesemente, anzi mi fermo a chiacchierare un po’ con lui: perché è amico d’un giovane che dimostra un grande interesse per me. Questo suo amico sta proprio sull’altro marciapiede davanti a un bar. S’avvicina a noi.
Appena lo vedo, divento subito più animata e spiritosa. Se ne sarà accorto anche il mio interlocutore. Ma lui mi conosce da tanto e sa che sono una ragazza seria, o meglio serissima, che non pensa ai giovanotti, e non va soggetta a frivole simpatie.
Raccolgo la mia sporta da cui sporge una grossa testa di cavolo che non riesco a ricacciare dentro. Non c’è più dubbio, l’amico di quel mio conoscente mi vuole bene, si vede. Corro verso casa piena di gioia per questo fatto.
Basta dire che a volte la sera a letto m’è capitato di contare quanti sono i giovani che mi cercano e circondano, e allora sono così allegra che volgo il viso nel guanciale per nascondere il sorriso di soddisfazione, per quanto sia notte, e solo le tenebre lo vedrebbero; e stringo forte forte il cuscino e voglio bene a tutti quei giovani che mi vogliono bene e mi tengono su quel piedistallo e mi prestano libri d’arte e mi mostrano un bel fiore raro, o giocano a palle di neve e discutono di cose intellettuali con me, come con un maschio; ma bisbigliano alle mie compagne che mi vogliono bene, d’“amore”.
Fuggevolmente sento che quest’attimo non tornerà più, e quel lento struggimento, come un dissolversi, che così spesso precede il sonno, m’invade.
L’indomani evito la piazza perché – mi ripeto – io non sono una civetta che si compiace di conquiste.
2
Mi ricordo che una vicina di casa, una donnetta magra, aveva una bambina di pochi mesi. La creatura stava sempre in casa perché la madre faceva i servizi fuori e non aveva tempo libero per condurla nei giardini.
Un giorno mi portai la bimba a spasso. Aveva le guance piene e gli occhietti affogati nelle guance, la bocca e il naso grossi, non aveva né capelli né denti, era avvolta in panni ruvidi.
Mi fece impressione prenderla in braccio, piangeva, era brutta, paonazza, poi si chetò, il suo calore m’invase e da allora diventammo amiche e uscivamo sempre insieme. Ci guardavamo negli occhi e ridevamo. Ridevamo con tutto il cuore, a volte sottovoce, a volte con qualche strillo.
La madre si fece ambiziosa e la vestì con più cura, e io approfittavo d’ogni momento libero per andar fuori con la bimba stretta al mio petto. E m’avviavo verso la campagna lungo il fiume, anche nel vento o nella nebbia, la madre me la lasciava sempre.
La tenevo tutt’avvolta stretta al mio petto, camminavo in fretta e mi pareva d’essere una madre senza tetto, colpita da una grande sventura, sperduta, con l’unico suo bene, la sua creatura che nulla mai avrebbe potuto strapparle.
Mi sembrò che mai avrei potuto amare un figlio più di così.
Mi sedevo innanzi al fiume, dove era fangoso e violento, e lo trovavo bellissimo. Scoprivo il volto della bimba addormentata.
Se nelle mie passeggiate qualcuno mi diceva: «Che bella bambina!», ero felice, eppure sapevo che non era bella, e altre volte m’ero sdegnata dell’espressione beata che le madri di brutti bambini avevano quando ricevevano complimenti sulla grazia dei loro figli.
Ora questa bambina era un’estranea dalle orecchie sporgenti e le manine tozze. Ma era ridanciana e buona, la bocca era rossa, gli occhi castani carezzevoli. Lì per lì era bella. Poteva piacere.
Era brutta.
Piansi perché era brutta, perché sarebbe tornata al suo mondo, alla sua fronte bassa, a qualcosa d’opaco che non conoscevo ma intravidi con la crudeltà delle evidenze improvvise; perché non avrebbe mai saputo nulla di me, né io mi sarei probabilmente ricordata più di lei.
Perché non sapevo nulla del mio domani.
Infine stanca contemplai i vortici gialli e argentei del fiume che mi parvero maestosi e insondabili. Mi parve la barba d’un uomo che ha ancora forza e già entra nella vecchiaia, d’un dio maturo.
Mi alzai e m’avviai lentamente verso casa, guardandomi intorno come se tutto avesse preso rilievo allora.
Notai le facciate delle case a picco sull’acqua, casupole umide e sbilenche, e, mentre camminavo, le accompagnavo con lo sguardo. M’accorò la loro uniformità miserabile, finché, in mezzo a loro, scoprii due finestrelle gotiche – due archi sorretti da due esili colonne – e per lucerna un rosone: era una facciata non più umida ma lustra, non più sbilenca ma antica, così fine slanciata e bella che sorrisi in dolce espansione.
3
A volte uscivo con mia madre. Le chiedevo notizie sulla sua vita perché me le dava semplici ed elencava fatti.
Le chiedevo delle sue insoddisfazioni, dei suoi rimpianti, volevo per forza che avesse dei rimpianti e, se finalmente ne rivelava qualcuno, ne godevo amaramente e me n’offendevo e le chiedevo perché la stessa vita che tanto mi colmava non l’appagava, e le dicevo che non ci amava abbastanza se rimpiangeva altro.
Ma mamma non soffriva d’insoddisfazioni né d’introspezioni, mentre i miei fratelli e io eravamo inavvicinabili in quel periodo per quante malinconie e quanti problemi ci ponevamo.
Quando le confidavo le mie riflessioni sull’universo, la mia commozione per la vita, e le chiedevo se anche lei era ferita dentro da certi spettacoli della natura o da certe luci, o perfino da un libro posato su un divano in penombra, mamma mi diceva: «Lavori troppo di fantasia. Per me, la natura mi calma».
Un giorno ero tutta contenta perché, schizzando acqua di qua e di là dappertutto, avevo preparato un catino d’acqua calda per mamma vicino alla stufa e mamma si lavava i piedi.
Io portavo malgrado la mia età, malgrado la moda delle calze di seta e la mia condizione sociale, certe calze di spessa lana bianca, lunghe, che odiavo a morte, e stavo appunto sferruzzando attorno a un paio di quelle. Volevo che mamma mi parlasse del mio avvenire: «Non ti domandi mai» chiesi solennemente «che cosa riserverà la vita ai tuoi figli?».
«Certo! Vuoi che non me lo sia mai domandato?».
«Secondo te, che farà…» e chiesi del mio primo fratello, degli altri. Poi le chiesi di me.
«Per te dovrei essere tranquilla perché non hai paura della vita, eppure a volte senza ragione mi pare che tu debba soffrire assai. Non so. Una cosa è certa: ti dovrai sposare, ti farà bene».
«Credi che troverò marito?».
«Trovarlo sì, non c’è pensiero. Ma sarà buono?».
«Insomma sei un po’ preoccupata per me» dissi, e fui molto soddisfatta perché destavo apprensioni in mamma, e provai una dolce pietà per me, perché sarei stata infelice.
«Forse hai bisogno d’una cura ricostituente che ti renda più pratica e avveduta».
«Vuoi dire che non sono posata, non ho senso pratico?».
«Non hai buon senso. Nessuno di voi ha buon senso a cominciare da vostro padre. Tutti intelletti acuti, ma in quanto a senso comune delle cose… Pieni d’evasioni, d’inquietudini, di sofismi. La tua prima sorella è meno alata di voi, fatto sta che m’ha aiutata di più».
«Vorresti che io avessi la tua vita?».
«No questo no, tu devi avere meno preoccupazioni materiali. T’opprimerebbero di più. E poi…».
Allora discutemmo perché dissi che quelle che per lei erano preoccupazioni per me non lo sarebbero state. Forse, essendo meno previdente, sarei stata più spensierata. Forse era questo il vero buon senso.
Mi rispose che m’era facile parlare così perché m’avevano preparato una vita agiata. «Perciò» disse «nella vita c’è chi sembra arido e attento alle minime cose, proprio perché possa esserci chi folleggia e ignora le sollecitudini».
No, era stata troppo savia, era colpa sua se papà s’era appoggiato su lei – mamma sorrise fievolmente –, io avrei fatto in tutt’altro modo, sarei stata incurante e allegra.
Intravidi mamma stanca con i suoi cinque figli.
«Certo» si riscosse mamma infilandosi le calze, «ho voluto che ognuno di voi imparasse una professione e avesse un diploma. Voglio che ognuno di voi possa sempre essere indipendente nella vita, e bastare a se stesso. Perché, se fosse da rifare, adesso indirizzerei la mia forza, adesso, tu non sai…», mi guardò e tacque.
«Tu non sai» riprese «che il rimpianto è peggiore dell’oppio, ti rovina una vita. Cominci a fantasticare e lentamente alla tua vita reale sovrapponi quella vita
fittizia strappata al passato, irrealizzabile, l’arricchisci all’inverosimile, e sempre più meschina t’appare la realtà a ogni ritorno tra le cose, a ogni nuovo contatto. Ricordati che il rimpianto è il più dannoso degli stupefacenti. E, in sostanza, io non ho rimpianti, tu lo sai».
«Sì, lo so» le dissi in fretta.
S’era alzata. «Andiamo».
Ricordo che da bambina avevo uno strano concetto della bellezza. Trovavo mamma troppo magra e ammiravo molto la madre d’una mia compagnetta di scuola, una signora corpulenta che, rivista più tardi, m’apparve invece grassa, molle e noiosa.
Per papà era stato diverso. Da piccola m’indispettiva che fosse un po’ calvo e lo trovavo un po’ magro – chissà che ideali panciuti racchiudevo nel mio minuscolo cuore! –, ma in complesso papà non m’era mai dispiaciuto.
In realtà, allora lo capivo, mamma era più bella.
Quando uscivo con lei, nel passare davanti al grande specchio dell’ingresso, mi stringevo sempre al suo braccio e guardavo le nostre figure: mamma elegante, scura; accanto la mia testa scapigliata, la vita sottile e il sedere grosso, le spesse calze bianche.
«Ma sta’ diritta con le spalle. Diventerai gobba» mamma mi dava una bottarella secca sulla schiena.
Mi raddrizzavo ma mi sembrava d’essere una matrona che inarca la spina dorsale. Eppure nessuno mi batteva a scivolare di corsa sulla rampa delle scale, e scivolavo silenziosamente di stanza in stanza, che mi sentivo agile e leggera come una danzatrice russa.
Ma nessuno sapeva che a me piaceva origliare dietro le porte, specialmente quando mio padre si chiudeva nello studio con i suoi amici e parlavano d’affari e di politica.
4
A volte papà mi diceva che gli uomini sono dei mascalzoni, di non fidarmi delle loro parole, perché gli uomini vogliono solo divertirsi e agli uomini piace ingannare le fanciulle. Mi disprezzava perché sostenevo che i miei amici non erano così, e perché, diceva, «tu guardi i giovanotti per la strada, quando cammini».
Mi raccontava le frodi degli uomini e io m’intestardivo che non tutti sono così. Anche certe donne ingannano gli uomini.
«Ma quegli uomini vogliono essere ingannati» ribatteva mio padre.
«E anche le donne di cui parli tu» m’ostinavo io.
«No, per gli uomini il piacere è tutto. Per la donna è diverso».
«Per me non sarà così».
«Di ragazze come te ce ne sono milioni e tu non sei né bella né ricca. Ma sei così superba! Non vuoi ascoltare i consigli. Perché credi che ti racconti queste cose? Voglio appunto che tu sia avvisata, vincente, e non sia ingannata né prima né dopo il matrimonio. Ma devi stare al posto tuo e non sempre uscire e guardare i passanti e girovagare».
«Papà, tu vedi il male dappertutto».
Restavo avvilita. Eppure era un artista. Non faceva soltanto statue in posa che non m’entusiasmavano per niente ma, a parte i busti dei ritratti per cui era molto richiesto, aveva fatto per esempio un monumento ai caduti – di ferro e bronzo – che m’era piaciuto: era un soldato supino in terra, con un braccio ripiegato sulla testa e l’altro aperto vicino al fianco dove, da uno squarcio nella divisa, sgorgava un rivolo che pareva sangue. Era un morto giovane, la divisa sgualcita di fante, le fasce ai polpacci e gli scarponi logori, ch’era pure tutto schizzato dal fango su cui giaceva. Bello. Invece gliel’avevano respinto. Un’opera disfattista, gli avevano detto. E ne aveva fatto un altro, un milite ripulito che, in piedi, avanzava glorioso con la bandiera al vento. Gliel’avevano pagato bene.
A mamma dispiaceva dipendere da lui economicamente, anche perché i suoi guadagni erano molto oscillanti, però era fiera d’essere la moglie d’uno scultore conosciuto.
In certi momenti mi domandavo quanto io amassi tutti loro, quanto mi preoccupasse l’avvenire dei miei fratelli: il primo s’era diplomato geometra e per forza, compiuti i ventuno, stava per fare il servizio militare; l’altro, finito il liceo, s’era iscritto a economia e commercio secondo me in inconscio conflitto con la noncuranza di nostro padre nelle questioni di denaro che scaricava sulla moglie. Mi sembrava di potermi distaccare da loro dall’oggi al domani senza soffrirne minimamente. La sorella sposata m’era ormai lontana in troppe cose. La sola che mi dispiaceva lasciare era la mia sorella d’un anno più giovane di me. Comunque anche da lei mi sarei separata.
Allora mi colpiva la nozione che un giorno saremmo stati quasi degli estranei, e loro sarebbero stati i nonni, gli zii dei miei figli.
«Hai scritto la cartolina d’auguri a Nonno? Ma quando scriverai questa cartolina d’auguri a Nonno?».
Non avrei saputo che cosa mangiavano a pranzo.
Queste angosce mi prendevano generalmente mentre stavo in cucina e sbucciavo le patate o qualche legume; o mentre sgranavo i piselli, mi sembravano gli ultimi della mia vita: li accoglievo con cura nel palmo della mano, per loro, per tutti noi, per quel nucleo che si sarebbe sgretolato – Oh la morte, in ogni cosa la morte!
Poi a tavola osservavo se mangiavano volentieri quei piselli, se vi sentivano la “nostra” famiglia.
Mio fratello maggiore mi sorprendeva a volte a piangere in cucina sulle patate, e rideva, e mi chiamava la sua patata metafisica.
L’altro mi diceva con scherno ch’ero una smorta esistenzialista e avrei fatto meglio a imparare un po’ di tennis.
Oppure credevano che piangessi dalla rabbia di dover fare quei lavori servili!
Quando cucinavo il sugo per la pasta, v’intingevo grossi tocchi di pane e me li mangiavo gustosamente arrossati; e quando cocevo le patate in umido, ne divoravo interi mestoli. Il che non m’impediva di mangiare a tavola le mie porzioni come tutti.
Ma andavo a periodi.
Ero capace di stare una settimana in cucina senza neppure assaggiare i cibi, cucinavo con straordinaria economia, tanto che, nell’entusiasmo parsimonioso, non mangiavo nemmeno più a tavola ma versavo la mia parte nei piatti altrui, felice delle mie privazioni segrete: «No, ho mangiato prima».
Ci credevano poiché spesso m’avevano scoperta con le dita e il mento rossi di sugo e la bocca piena, anzi: «Ti tratti bene in cucina…» ammiccavano i fratelli.
Sì, volevo il sacrificio vero, nascosto, ma se qualcuno si fosse accorto che non avevo mangiato, che male ci sarebbe stato?
«Se ti dicessi invece che non ho mangiato?».
«Uh!». Una cascata di risate.
Così affondava nella beffa il mio eroismo.
Ma persistevo.
Mi sembrava di dimagrire a vista d’occhio.
Mi guardavo negli specchi: la mia figura s’affinava, la mia vita era tanto sottile, flessuosa.
Desideravo di non mangiare più.
Poi, nascondendolo a me stessa, frugavo in dispensa e trovavo un pezzo di formaggio che sgranocchiavo col pane: «Le minestre, le patate ingrassano» mi ripetevo.
5
A volte si discuteva di questioni sociali.
La sorella giovane pensava a tanta gente povera e ai ricchi, soffriva per i poveri, per l’ingiustizia sociale, per i malati, gli storpi, e diceva che la vita è dolore.
«Io non temo la povertà» dissi quel giorno.
M’assalirono: «Tu non sei leale con te stessa».
«Avanti: se di colpo ti ritrovi in mezzo alla strada senza parenti, senz’amici, senza nessuno, che fai?».
«Cercherò lavoro».
«Lo troverai immediatamente, sui due piedi. Anzi te lo offriranno, ti faranno scegliere!» risero.
«Come domestica troverò sempre lavoro».
«E ti va bene?».
«Sì. Quasi quasi mi divertirebbe. Vi figurate la mia aria modesta e sottomessa mentre strofino pavimenti?».
«Tu sei matta».
«Perché? Se mi tocca quella sorte!».
«Insomma, servi o signori si nasce» disse con scherno il fratello maggiore.
«È come dici» gli risposi e avevo già voglia di piangere, ma non volevo assolutamente che mi succedesse qualcosa di simile perché non mi potevo perdonare di non riuscire mai a chiudere una discussione restando composta e senza alterarmi. «Se ho l’animo fine» mi spiegai, «sarò fine anche nel pulire i pavimenti. Se sarò volgare, lo sarò anche nei salotti aristocratici. La gente mi terrà per quello che sono».
«Qui sbagli: per quello che sembrerai».
«Voi credete che vi trattino per quello che apparite e così avviene infatti. Io credo che mi trattino per quello che sono e così sarò ricambiata».
«Io non so mai, quando ragioni, fin dove sei sincera e fin dove bari con te stessa» mi guardò fissa il mio primo fratello, «ora mi sei parsa sincera».
«E tu» gli dissi con particolare calore, «a forza di badare a non barare con te stesso, non t’accorgi che sei arrivato a sottovalutare la natura umana, a inibirti e a diffidare degli altri?».
«Ognuno di voi vuole racchiudere l’altro in una formula» disse la sorella giovane, «come se si potesse cambiare qualcosa. Che ti costa» aggiunse a me «dire che ti piacerebbe fare la serva? Così l’offendi pure…».
«In verità» sbuffò l’altro mio fratello che aveva ascoltato in silenzio e non aveva ancora parlato, «certi giorni mi sembrate maniaci tutti quanti. Vi voltate tutti le spalle e dite di guardare lo stesso punto in mezzo a voi».
«Ma tu» reintervenne trionfalmente la mia sorella giovane rivolta a me, «non sei quella del libero arbitrio? E come mai hai detto prima: “Se così vuole la mia sorte?”».
«Rispondi o muori. Cara mia, non c’è scampo» disse il fratello minore.
«La nostra vita è segnata» ero felice di poter rispondere a mia sorella su quest’argomento, «è tanto esattamente tracciata che c’inoltriamo in lei come l’acrobata procede sul filo sospeso nell’aria. Possiamo accettare questa vita, amarla, crearla ogni istante, perché ogni istante è nuova e noi la scopriamo, come per l’acrobata è nuovo ogni passo sulla corda sospesa. Ma possiamo anche compierla nostro malgrado, senza armonia, possiamo rifiutarla. Questa è la nostra libertà. È d’ordine morale ed è infinita, non è materiale».
«Sembri Pamela o La virtù ricompensata di Richardson».
«Non ridere» mi rivolsi appassionatamente a quel mio fratello minore che mi burlava, mentre sentivo il mio primo fratello borbottare: «Sei pure libero d’inciampare, cadere e romperti il collo».
«Voi chiamate questo libertà?» esultava la mia sorella giovane.
«Se sapeste quanto ci ho riflettuto» ripresi, «se immaginaste quanto mi sono torturata su questi problemi…».
«Perché torturarsi?» disse il fratello maggiore perplesso.
«Mi sembrava di portare il peso del mondo, di restarne schiacciata. Voi credete che io sia ingenua, impressionabile, ma» e qui mi mettevo a parlare in fretta, mentre le lacrime mi colavano sulle guance, e raccontavo i miei travagli; e più m’accaloravo, più li sentivo indifferenti e distratti.
S’alzarono: «Con le donne non si dovrebbe ragionare» disse il fratello minore.
«Ti ricattano col pianto» sottolineò il maggiore.
Queste parole m’umiliarono profondamente. Stavo lì con le mie lacrime, i miei balbettii.
«Che ti dico sempre io?» mi rammentò mia sorella.
M’avviai lungo il fiume verso la campagna e dicevo: io non temo la povertà, non temo la vita, non temo l’amore, non temo gli uomini. Ecco, ora, non temo neppure la solitudine.
Forse di fronte a Dio siamo come un neonato che, preso da un improvviso capriccio, vuole guardare attraverso il buco d’una serratura. Ma che può vedere e capire, anche se guarda?
E che merito ha il bambino che guarda invece di quello che dorme buono buono nella sua culla per la contentezza della sua mamma?
Perciò a che scopo m’arrovello il cervello e il cuore così?
Sedevo sull’argine del fiume quando vidi venire avanti un giovane che conoscevo, s’avvicinò, sedette accanto a me.
Gli dissi tutte quelle cose del neonato e del libero arbitrio, e gli dissi della povertà. Non credo che mi comprendesse, credo anzi che mi trovasse “fanciullesca”, ma forse gli piacevo, perché m’ascoltava con molta attenzione.
E dopo l’atmosfera ironica dei fratelli, questa partecipazione mi sciolse il cuore e scoprii dall’altra parte del fiume un albero vecchio nodoso potente e un filare d’arboscelli piantati da poco. Chiesi al mio vicino notizie sugli alberi e seppi, come se non lo avessi mai saputo, che gli alberi vivono più di noi. Un uomo pianta un albero, lo fa crescere e lo affida alle generazioni future. L’uomo scompare ma la sua opera rimane e non porta neppure il suo nome.
Ascoltavo commossa quando guardai il mio vicino: parlava con tono consueto, come di cose note a tutti. Anche lui si girò verso di me, saltai in piedi.
«Esiste per te la poesia?» chiesi aggressiva mentre m’incamminavo. Spezzai un ramo e frustai l’aria.
«Vorresti che ragionassi come te?» mi chiese.
«Volevo solo il tuo parere».
«Sei sicura che volevi il mio parere?».
Stavo picchiando l’erba all’orlo del sentiero, levai gli occhi per guardare il mio compagno, e vidi papà.
Passava con un signore, lo salutai forte, ma mi rispose appena e andò oltre. A casa lo trovai, ma non rispose al mio saluto. Né volle più parlarmi da quel giorno.
Neppure discorrevo più in sua presenza. Finì per sembrarmi un favore che qualcuno mi rivolgesse ancora la parola.
In quel periodo d’isolamento un motivo melodico s’impadronì prepotentemente di me – non ricordo più quale, lo avevo forse sentito alla radio –, e dilagava nella mia persona ogni volta che riconoscevo la mia solitudine o quando mi stringeva quel nodo alla gola per una gioia intensa. Era sempre in me quella musica e mi colmava come una protezione segreta. Fu un grande avvenimento nella mia vita d’allora.
Poi andai in chiesa a pregare e a cercare Dio, ma vi trovai l’umido senso del divenire e del transeunte, la grigia vanità di tutte le cose, entro cui scorreva l’architettonica pace della vita ordinata e priva di passioni.
Finché, nell’uscire di chiesa, fui accecata dal sole meridiano e scesi verso il ponte rosseggiante nella luce, e vidi il fiume rosa e dorato distendersi ingenuamente tra i prati.
6
Era stata dichiarata la guerra.
I miei fratelli volevano combattere, partire: sognavano i disagi del fronte, difendevano la patria: costruivano piccoli palchi e organizzavano scontri di pugilato o di lotta a corpo libero di cui mia sorella e io eravamo le spettatrici. Avevamo sempre fame, eravamo pieni d’emozioni.
Imparammo numerose canzoni patriottiche e guerriere e la sera, accovacciati sull’erba del giardino, cantavamo in coro con occhi lucenti. Però era anche raro che non si bisticciasse con un po’ d’astio nelle serate sull’erba, a meno che non avessimo invitato alcuni amici, nel qual caso eravamo gentili perfino tra noi.
Tutti i giorni ascoltavamo i bollettini di guerra sull’attenti. Certe volte il bollettino di guerra, con mia sorella o con mia madre, ci sorprendeva per la strada e soffrivamo se vedevamo la gente seduta disattenta su un marciapiedi davanti a un bar, mentre la voce della radio trasmetteva le gesta dei nostri combattenti, perché niente ci sembrava più educato e sobrio del nostro saluto a coloro che lottavano e per onorare i caduti d’ogni giorno su ogni fronte. Così faceva ogni popolo innanzi al suo bollettino di guerra, così il francese, l’inglese, il tedesco, il russo, tutti i popoli del mondo in piedi insieme per tutti i combattenti del mondo. Queste considerazioni m’esaltavano.
Ma cominciarono a giungere notizie di morti e devastazioni.
Rubai una sigaretta a mio padre e mi nascosi nel mio cespuglio. Accesi la sigaretta, mi cominciò a girare la testa per il fumo e mi figurai che il Padre Eterno se ne stesse noncurantemente adagiato come me in quel momento e tenesse tra le dita il mondo così come io la mia sigaretta. L’aveva acceso e aveva cominciato ad aspirarne il fumo, lentamente, e una volta consumato, avrebbe buttato via la cicca del mondo, come io fra poco la mia.
Ecco quello che stava facendo Dio.
Ma questa volta il mondo si vendicava, il fumo gli andava di traverso e Dio si sarebbe trovato a tossire e inghiottire come me.
«Di male in peggio», papà mi stava di fronte e mi guardava.
Divenni paonazza.
«E così, tu fumi. Certo, chi non fuma oramai? Io sono un padre ridicolo». Era veramente dispiaciuto: «Era per un’idea estetica, perché la fanciulla non puzza di tabacco. Per una pulizia».
«Io non fumo, papà».
Papà s’avanzò e mi fece cenno d’alzarmi. Obbedii. Mi diede uno schiaffo sulla guancia: «Anche bugiarda. Già, è la conseguenza: una fanciulla che va coi giovani nei sentieri fuori mano di campagna, che fuma di nascosto, mente».
Infine che cosa avevo fatto di male? E poi questa parola fanciulla, invece di ragazza come dicevamo noi, mi faceva venire i nervi, subito un’immagine di ritrosia, un che di soave… Inoltre, per ora non mi piaceva fumare, ma in seguito chissà, oh.
La sera sentii che i miei genitori discutevano, papà rimproverava mamma di non sapere educare noi figlie e di non seguirci abbastanza. Mamma disse alla fine che non c’era niente di male se avevo fatto una passeggiata con quel giovane perché quel giovane lei lo conosceva: «È un giovane a modo e ha certamente intenzioni serie».
Papà s’arrabbiò ancora di più e io, che stavo origliando dietro la porta, la spalancai impetuosamente e feci sapere che quel giovane lo avevo incontrato per caso, avevamo scambiato qualche considerazione sulla vita, a lui non importava niente di me e a me non importava niente di lui.
Allora mamma aveva osservato ch’era peggio, perché era proprio da scervellata farmi vedere in vie deserte sola con un uomo e compromettermi senza nessun motivo. Poi non mi dovevo stupire se la gente mormorava.
Per me la gente mormorasse quanto le piaceva se non aveva altro da fare.
Papà m’impose d’essere meno impunita e irriverente: «Importa a me» si spazientì «se si giudica male mia figlia».
«La famiglia per noi» disse mamma un po’ commossa, «ha ancora un’unità morale».
«Dunque» riprese papà «la signorina romantica va a spasso per i prati, incontra il primo che le capita e si ferma a conversare con lui per un’ora sul mistero dell’universo».
Sentii inattesamente che non era più in collera: «Sì, papà» dissi.
«E quale impulso guidò i suoi romantici passi?».
«M’avevano canzonata qui a casa e m’ero avvilita».
«Benissimo. E se ti canzonano un po’ di più, ti fermerai due ore sui prati con l’amico? E se ti senti ancora un pochettino più avvilita, ti ci fermerai magari tutta la notte?».
Mi venne da stringere le labbra: «Sì, papà», lo fissai quasi con disprezzo.
«Sei una ragazza forte, sono contento».
Stavo per rispondergli: “Sì, sono una ra-gaz-za che non ha paura…”, ma mamma mi fermò con la mano: «Non dire niente. Tu sei troppo passionale, cara, questo è certo. Ma ora chiedici scusa e va’ in camera tua».
Papà mi tese la guancia (sei venuto a Canossa pensai) e io gliela baciai asciuttamente. Abbracciai mia madre per la quale provai di colpo compassione e uscii dalla stanza.
7
Decisi d’andare in cucina e di cercare qualcosa da mangiare. Vi trovai invece mia sorella che friggeva con olio e acqua certa pasta di semola latte e zucchero, e cantava intenta.
Tra grandi risate mangiammo un po’ di frittelle.
Ricordammo i primi tempi che ci allenavamo nell’arte d’allestire i cibi. Ci capitò di restare un giorno sole coi fratelli i quali, dietro le nostre richieste: «Che vi dobbiamo preparare oggi per il pranzo?», si pronunciarono per una minestra:
«Vogliamo pasta e ceci».
Allora, onestamente pesando e misurando, dosando ogni ingrediente fino al milligrammo, ponemmo sul fuoco acqua, pasta, ceci, cotiche e bicarbonato. Quando pasta e ceci ebbero assorbito tutta l’acqua e la minestra ci parve cotta, la servimmo a tavola. Ci accorgemmo a tempo, prima di chiamare i fratelli, che avevamo dimenticato il sale. Infine in ogni piatto due bei cucchiai d’olio e un po’ di pecorino grattugiato.
A mia sorella e a me quella minestra piacque assai e la mangiammo avidamente.
I fratelli, il cognato e la sorella sposata che per giunta avevamo invitato quel giorno, fecero un baccano inverosimile, dissero che era una poltiglia, sassi i ceci e colla la pasta con le suole delle cotiche, era disgustosa.
Noi due mangiammo pure qualcosa dai loro piatti per non sprecare quell’olio che galleggiava sopra.
Discutevamo sempre sul perché i nostri fratelli non portavano quasi mai i loro amici in casa, come fanno gli altri ragazzi, sul perché non ci accompagnavano al cinema o a ballare, come fanno gli altri fratelli. Neppure il cognato si mostrava più zelante.
Mia sorella e io andavamo molto d’accordo. Quando scendevamo, lei dalla sua torre del dolore e io dal mio albero di speranza, eravamo in piena armonia. E la prima che si sarebbe sposata avrebbe fatto conoscere all’altra molti giovani.
Proprio in quel momento il fratello maggiore entrò in cucina con due ufficiali. Mia sorella stava infilando appunto l’ultimo pezzo di frittella in bocca – ed era il più grosso e il più oleoso –, e precisamente spingeva con le dita dentro la bocca troppo piena un crostino sporgente, mani labbra e mento farinosi e unti.
Gli ufficiali s’inchinarono compitamente.
Io, grazie al cielo, mi stavo asciugando le mani che avevo lavato in quell’istante e ridevo beatamente per il viso congestionato e disperato di mia sorella.
Mio fratello fece tranquillamente le presentazioni. Mia sorella fuggì.
Poi per una sfilza di giorni si sentì disonorata, e restò invisibile. Io la tenevo informata sulla personalità degli ufficiali che tornarono spesso: uno per esempio aveva dichiarato che non poteva sopportare le persone che tengono la radio accesa dalla mattina alla sera, senza distinzione di programma. Le riferivo ogni cosa. Ora capitò che un giorno lui entrasse in camera da pranzo dove mia sorella ascoltava un concerto. Le sedette vicino ad ascoltare in silenzio e in tal modo mia sorella ricomparve sulla scena.
Ma da quel giorno non si realizzò visita dell’ufficiale in cui mia sorella, intenta a leggere o a cucire, non stesse accanto alla radio che trasmetteva per lo più il bollettino meteorologico dettato ai pescatori o il listino di borsa…
«Pure lui, ti capita sempre alle tre o alle otto di sera!» e a lungo mia sorella si preoccupava di questa sua sfortuna.
Altra sua sorte era quella d’affacciarsi sovrappensiero alla porta del salotto o alla finestra con un enorme sfilatino di pane e marmellata in mano, tutto addentato, appiccicoso, proprio quando avevamo visite o quando passava qualche giovane. Ma non resisteva alle canzonature cui veniva fatta oggetto e, seria, brandendo il panino, voleva a ogni costo dimostrare che per un caso assai raro si trovava con quel cibo in mano, perché lei non faceva mai merenda, anzi non mangiava mai, cioè mai molto, e le era successo perché era stata tutto il giorno senza mangiare, ma le venivano gli scrupoli: «Cioè avevo mangiato soltanto un fondo di minestra e un panino di formaggio. A parte il latte del mattino, s’intende!».
«Guardate, signorina, vi crediamo» cercava di protestare il giovane.
No, lei si correggeva, veramente erano due i panini col formaggio.
Gli ufficiali, ch’erano due sottotenenti, erano stanziati in alcuni edifici fuori dalla nostra piccola città, insieme con truppe di soldati, e un capitano o un colonnello, venuti nella zona per certe esercitazioni militari. Ogni tanto marciavano. Ogni tanto si sentivano spari e cannonate che echeggiavano nella campagna.
Quei due ufficiali domandavano talvolta a papà il permesso di fare un giro in giardino con noi ragazze.
Papà lo concedeva.
L’altro ufficiale parlava principalmente con me.
A volte entravo in salotto e lo vedevo seduto a un tavolino o affacciato al vetro e mi sembrava che sarebbe andato lontano e io non lo avrei rivisto mai più. Eppure allora lui occupava tutti i miei pensieri.
M’avvicinavo a lui davanti alla finestra e guardavamo in silenzio il fiume per quella cascatella bianca: si slanciava tra le braccia dell’acqua verde cupo che, ringiovanita da questa ondata maliziosa, scintillava.
In lontananza riflessi rosso rame colavano in un rosso porpora man mano che la mattinata s’inoltrava.
D’un tratto mi parlò dell’uomo nell’universo. L’onnipotenza dell’uomo. L’intelletto dell’uomo.
«E la fantasia?» chiesi. «E il sentimento?» Mi vergognai subito.
Ma un giorno, in una gita, quando mi misi a correre verso il fiume gelato, anche lui, lasciata la bicicletta, venne sul ghiaccio.
Mi prese la mano: «Vorrei morire così» disse. Si vergognò subito, e io chiacchierai volubilmente come se non avessi sentito. Lo vidi sollevato e discorremmo di motori.
Avevamo finalmente una comitiva: facevamo gite in bicicletta, passeggiate, riunioni, come tutta la gioventù. Ascoltavamo i bollettini di guerra. Avevamo una vita piena.
8
Sentii qualcosa finire con le tinte rosate che pennellavano il cielo pallido di quel pomeriggio d’inverno.
E vidi passare un soldato con una gamba sola che si reggeva sulle stampelle e una donna dalla sottana pieghettata e l’ampio scialle gli camminava a fianco a passi lunghi.
Un pecoraio, avvolto in un consunto mantello grigioverde di qualche antica guerra, spingeva le sue pecore al lato della via.
Improvvisamente ebbi paura della guerra.
Seppi che sarebbe penetrata ovunque, avrebbe sconvolto ogni cosa consueta, m’avrebbe travolta.
Mi parve d’avere le vertigini.
Guardai i miei compagni. Pedalavano cantando; rividi i miei fratelli quando, i primi giorni della guerra, obbligavano noi ragazze ad assistere ai loro tornei d’atletica, perché godevano d’essere forti e sani; e quando avevamo sentito un’ebbrezza perché c’era la guerra. Anche allora di colpo sentii di nuovo quell’ebbrezza, guardando le loro schiene curve sul ciclo, e mi venne un terrore di
me perché li vedevo soldati, li vedevo al fronte, mi squarciavano visioni d’invasioni e di rovine, li vedevo feriti e io china su loro, mi vedevo ferita, e godevo.
Godevo di quell’improvvisa pazzia, di quegli abissi di disperazione che intravedevo, libera.
Mi ripresi.
Ti pare così perché non sai cosa significhi. La guerra è atroce. Non l’hai studiato? Non l’hai studiato sui libri? Tutti quei caduti e mutilati nelle trincee della Prima guerra mondiale? Non hai sentito in Spagna cos’hanno fatto?
Così superficialmente ti senti un’ebbrezza, ma tu non sei un mostro, una donna-uomo, la guerra ti fa orrore, ti ripugna, tu sei una creatura sensibile.
La guerra è morte e lacerazione.
È dolore.
Allora passò una compagnia di bersaglieri che tornavano dalle esercitazioni e correvano cadenzati cantando.
Il cuore mi si gonfiò dal piacere e mi fermai a guardarli ridendo, felice che passassero così.
Mi sforzai di pensare che s’addestrassero ad andare a morire, ma non me n’importò niente, anzi s’accrebbero il piacere e la simpatia con cui li guardavo.
Anche gli altri s’erano fermati per lasciar loro la strada.
Tornammo pedalando dietro i bersaglieri e cantando, ed eravamo tutti così esuberanti di chiasso espansione e simpatia universale, che la nostra giovinezza traboccava sui rari paesani avvolti che incrociavamo per via e che ci guardavano a lungo nel crepuscolo.
9
Poi un pomeriggio partirono.
Con lo stesso treno: il fratello maggiore, gli ufficiali, un amico.
Le donne di casa piangevano.
Io non piangevo – mi dicevo che invece avrei pianto chissà quanto dopo, quando loro si sarebbero consolate.
Li accompagnammo alla stazione e lì ci salutammo.
Gli ufficiali ci strinsero la mano, anche l’amico, poi papà e mio fratello s’abbracciarono, e piansi anch’io.
Il treno stava già per muoversi quando l’amico, ch’era quello col quale m’ero seduta sull’argine del fiume, saltò dal vagone e disse: «Quale migliore augurio al soldato che il bacio delle ragazze?».
E così ci baciò. Prima mia sorella e poi me, davanti a papà. Papà sorrise. Poi il giovane mi scosse le spalle: «Cara, cara» disse, e abbozzò un sorriso commosso.
Pensai un attimo che, se qualcuno m’avesse detto: “Sposiamoci, andiamo insieme”, ecco, io sarei partita con lui.
Ma nessuno mi disse nulla e io me ne tornai a casa.
Sedetti sullo sgabello, rannicchiata vicino alla stufa, il libro sulle ginocchia, il viso tra le mani, i gomiti sulle cosce.
Allungavo un piede e aprivo lo sportello della stufa. Guardavo le fiamme, vi gettavo una buccia d’arancia.
Poi andai alla finestra, pulii il vetro con la mano e sentii oltre il cristallo l’aria fredda e viva sulle case lucide e vive. E tutto era grigio e scintillante. Tornai al torpore. La fiamma era rossa.
Nella credenza presi un pezzo di pane, una mezza pagnotta.
Tagliai le fette e le posai sulla stufa.
Poi rosicchiando il pane abbrustolito ripresi a leggere, finché non venne spezzata ogni cosa perché qualcuno entrò, accese la luce e disse: «Perché leggi al buio?».
Allora in un attimo, alzando gli occhi, vidi le mie tenebre, la mia fiamma, i loro contorni irreali, e subito non c’erano più perché la stanza s’era illuminata.
Con la schiena indolenzita, mi alzai, le gambe addormentate mi ributtarono seduta, lo sgabello traballò. Improvvisamente mi zampillò dentro l’allegria, ebbi fretta e, stringendomi nelle spalle, attraversai il corridoio buio e freddo, mi stropicciai le mani, entrai in cucina a preparare la cena, svelta ordinata precisa, i gesti regolari nella stanza illuminata, china sui miei fornelli; sentii che giocavo e sentii ch’ero esperta e inesperta.
Ero felice e mi misi a saltare e fare giravolte senza ragione.
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