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Stories / Poems

Stories by luce d’eramo

albergo requisito dalle forze armate (diario d’una cameriera)

italian

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L’ho visto uscire e sono entrata nella sua stanza. Per chiudere le persiane. Ho acceso la luce e ho frugato nel cassetto del suo comodino. Tante fotografie. Le ho guardate in fretta: una giovane donna con due bambini, a volte la donna sola, a volte i bambini soli, in una tutti insieme e anche lui. Dunque è ammogliato e ha due figli. Non m’importa niente naturalmente, lui è ufficiale e io sono cameriera, ma non mi deve neppure guardare. Gli ho sfilato due sigarette dal pacchetto sul comodino, ho fatto appena in tempo a ficcarmele in tasca che è entrato l’attendente.
* * *
M’ha chiamata col campanello, era ancora a letto.
Gli ho detto buon giorno.
«Mi apri le persiane, per favore?».
Senza rispondere sono andata alla finestra. C’era un libro aperto sul tavolo. S’è accorto che ho sbirciato il libro mentre richiudevo la finestra e ha chiesto: «Ti piace leggere?».
«Sì» ho detto senza girarmi. «Anche le poesie?». «Sì». «Conosci Leopardi?». «Sì». «Vuoi che te lo presto?». «Grazie, ce l’ho già». Forse lo chiedeva per canzonarmi: «Ma no!» ha detto. «Serve altro?» ho chiesto e sono uscita.
* * *
Ho incontrato il suo attendente per le scale. Mi ha detto: «Ciao bella, vai dal tenente?».
«Quale tenente?» ho chiesto. Infatti l’albergo è pieno di tenenti. «Dai» mi strizza l’occhio, «m’ha detto di chiamarti».
Stavo andando proprio dal suo tenente, ma: «Devo passare prima dal maggiore del 14» dico e me ne vado con le brocche d’acqua. Così non sono passata da lui.
Sono salita nella sua camera quando, dalla cucina, l’ho visto uscire dall’albergo. Era allegro.
* * *
Mentre sto scopando sotto il suo letto, lui entra.
«Buon giorno» dico e seguito a scopare.
«Non si riesce a parlarti» dice. Si siede sul letto per cui, se seguito a scopare lì sotto, mi trovo faccia a faccia con lui. Ride: «Non vuoi una sigaretta?».
Dico: «Grazie».
Lui la estrae dal pacchetto e me la mette sul comodino: «Cantavi tu ieri sera in cucina?».
«Sì».
«Brava».
Lo guardo. Mi guarda a lungo senza parlare. «Volevate dirmi qualcosa?».
«Hai begli occhi».
Sono frasi banali, è abituato a guardare le donne e a uscirsene in questi complimenti, sta tutto il giorno fuori, me lo ha detto così per dire. Eppure mi sono ripetuta tutto il giorno queste sue parole e ora le scrivo e la giornata m’è parsa straordinaria.
* * *
C’è stato un bombardamento e l’albergo è stato colpito. S’è fatto notte.
Le camere del personale al sesto piano sono distrutte. Naturalmente l’ascensore è rotto e abbiamo dovuto portare giù la nostra roba a piedi. Dormiamo tutti su materassi nella sala ristorante. La sala è grande e abbiamo allineato i materassi l’uno accanto all’altro lungo una parete.
Lui è venuto nella sala, s’è seduto a un tavolino e s’è messo a guardarmi fissamente. Io avevo molto lavoro e camminavo su e giù per la sala. Lui m’ha guardata senza distogliere mai gli occhi. Allora, mentre passavo vicino a lui, mi sono fermata e gli ho chiesto: «Volete mangiare o bere qualcosa?».
«No, voglio stare qui».
Sono salita nella sua camera e nel portafotografie che ha sul comodino, in cui c’è la foto d’una signora che abita nel palazzo vicino all’albergo, ho messo la foto di sua moglie coi loro due bambini.
Quando sono tornata giù, m’ha chiesto del liquore. S’è messo a bere, solo.
Poi s’è avvicinato al gruppo del personale col quale stavo anch’io e ci ha dato la bottiglia di cognac ancora mezza piena. È andato via.
Poco dopo è venuta la signora che abita vicino e di cui lui ha la foto sul comodino. È carina e smorfiosa secondo me, non ha niente di speciale. Ha detto che il suo appartamento era stato molto danneggiato e lei non si fidava di pernottarci. Ha chiesto due camere, una per sé, una per la madre. Il marito è in guerra. Non ha figli, non ne vuole.
Devo accompagnarla proprio io a prendere alloggio: la conduco verso due stanze lontanissime da quella del tenente.
Scendo giù. Non riesco a dormire. Mi alzo e salgo le scale. In un punto del corridoio al quinto piano – da cui gli ospiti sono stati evacuati –, si sente un crepitìo come se qualcosa ardesse ancora. Entro in una stanza dove da una parete guizza qualche fiamma, e comincio a gettare acqua. Devo fare ininterrottamente le scale per prendere l’acqua giù, perché le condutture sono rotte. Mentre lavoro a spegnere l’incendio apparentemente di piccola entità, sola nella notte con le piccole fiamme chiare, arriva lui.
Si ferma alla porta. Lo guardo e gli chiedo permesso perché devo passare per scendere giù a prendere altri secchi d’acqua.
Quando ritorno, mi dice: «Scusami se t’ho guardata con tanta insistenza giù in sala».
Involontariamente mi sfugge una spallucciata.
«Non mi vuoi scusare?».
«Va bene» dico, «ma in fondo non è stato niente».
«Io ti stimo molto». Sente il bisogno di dirmelo, mi tratta come un’inferiore, eppure ne sono felice. «Posso offrirti una sigaretta?» me la tende.
«Grazie» metto la sigaretta in tasca.
«Perché fai questo lavoro? Non è per te».
Mi volto di scatto: «Quale?».
«Questo qui tra le fiamme, è pericoloso».
«Ah!», credevo che parlasse del mio mestiere di cameriera. «Mi piace farlo».
«Non hai paura, qui, sola?».
«No».
«Se viene qualcuno?».
«Non viene nessuno».
«Se crolla il muro?».
«Il muro non crolla».
«Tu sei molto bella…».
«Grazie», gli passo vicino con la vaschetta di zinco tra le braccia e scendo giù a prendere l’acqua.
Risalgo solo quando lo vedo entrare in sala giù.
«Ti sono proprio antipatico» mi dice.
Torno alle mie fiamme, ma non ho più voglia d’occuparmi di loro, ho paura, non so più lavorare come prima, sento rumori al piano di sopra, forti scricchiolii, ma seguito lo stesso. Tornando da uno dei miei viaggi per l’acqua, vedo fiamme in un punto del soffitto, hanno già messo a nudo l’intelaiatura di legno, un
palo s’accartoccia e la punta carbonizzata cade con un tonfo. Corro via a chiedere aiuto.
Al piano di sotto, mentre passo sul pianerottolo, una voce di donna grida: «Cameriera!». La signora, di cui lui ha la foto, s’è affacciata dalla sua stanza con la candela accesa in mano. La raggiungo. Sta con la madre e con lui. Mi chiede una brocca d’acqua e due coperte.
«Sopra brucia» rispondo.
«Ho già avvisato» mi fa cenno lui, «i pompieri sono arrivati dall’altra parte. Non li hai visti?».
«La brocca d’acqua e le due coperte» ripete la signora.
Eseguo gli ordini. Quando torno, lui m’offre una sigaretta: «Accendila pure subito» mi porge il cerino. Aspiro. La signora dice che tutto ciò è emozionante e mi domanda se non le cadrà qualche soffitto addosso. M’offre una fetta di carne, ha una macelleria, mi spiega, quindi posso accettare, anche di questi tempi, senza ringraziarla troppo.
È macellaia, la signora fine che il tenente frequenta è una macellaia.
Prendo la carne. Lui m’offre dei soldi, una forte mancia per le usanze, li accetto e mi raccomanda di servire con ogni riguardo la signora finché si tratterrà da noi. La signora gli sorride.
La madre interviene e dice che questo è importante: che il servizio sia buono, perché lei è anziana.
Il mio vestito è strappato giù, non lo avevo notato, lo nota la signora.
«Non ne ho altri» dico.
Il tenente guarda la signora accennando a me e lei dice: «Vedrò tra le mie cose».
Sto per andarmene, poi mi giro verso di loro e dico che fra tutti finiranno col farmi il corredo se seguitano così.
«Perché, sei fidanzata?» chiede la signora.
«Sì», non è vero, non sono fidanzata, lo guardo, ha aggrottato la fronte, «sì, signora» ripeto modestamente.
«Dove sta?» chiede lui.
«Il mio fidanzato? Sta al fronte».
«È soldato?».
Faccio sì con la testa: «Sottotenente d’artiglieria» dico col tono più normale che posso.
«Ma no!» sbalordita la signora.
«Perché no?» chiedo io.
«Perché no infatti?» dice il tenente. «È ufficiale di carriera?».
«No» esito, «è studente. Forse farà la carriera militare però».
«Complimenti, signorina» dice la macellaia, «e come mai lei lavora qui?»
M’ha dato subito del lei.
«Perché ho bisogno di guadagnare».
«Lui lo sa?» chiede il tenente.
«Sì» dico io, «voi sareste umiliato al suo posto?».
«No, perché? Non c’è niente di umiliante. Ma vi manderei un po’ di soldi».
M’ha dato del voi.
«Lui non può».
«Come si chiama? Forse lo conosco» dice lui.
«No, gliel’ho chiesto, m’ha detto di no».
«È già venuto qui?».
«Sì».
«Io l’ho visto?».
«Non so, non credo. Però gli ho detto il vostro nome. Serve altro, signora?».
«No, signorina, grazie».
«Perciò conosce Leopardi!» dice tra sé il tenente.
«Come?» domanda la signora.
Non mi danno più del tu, sono fidanzata con un ufficiale, siamo di pari grado.
Leopardi lo conosco per conto mio. Ho così pochi libri…
* * *
Stamattina sono andata sulle macerie al quinto piano, qualcosa ardeva ancora, ho rimestato i tizzoni e ho cominciato a buttare l’acqua sopra.
È arrivato lui, tutto coperto con l’impermeabile, il fodero impermeabile sul berretto, gli stivali, i grossi guanti, il cinturone. Tre soldati lo seguivano. M’ha detto seccato: «Via, via, facciamo noi, non vogliamo donne, su, andate via».
* * *
Questa sera il bombardamento ha seguito subito l’allarme, non ho fatto in tempo a vestirmi e sono scesa giù col pigiama e il cappotto sopra.
Le bombe hanno cominciato a scoppiare e lui è giunto con la signora della foto, sì, la macellaia. S’è guardato intorno e m’ha vista. M’ha squadrata dalla testa ai piedi, è andato a sedersi proprio di fronte a me e ha fatto sedere la signora in modo che mi volgesse le spalle. S’è messo a guardarmi fisso, come fa lui.
Io m’ero seduta e stavo cucendo qualcosa. Ho sentito il suo sguardo e ho alzato gli occhi. Volevo essere severa ma forse sono stata tenera perché m’ha sorriso. Mi sono alzata e sono andata in un altro locale del ricovero con fare sdegnato. Ho pensato tutta la serata a lui.
Non solo devo pulire il suo ufficio, ma anche il cortile che è sempre molto sporco perché la mattina è pieno di soldati. E devo pulire la mattina, non più la sera.
I soldati mi lanciano dei frizzi. Ma io li metto a posto: «Guai a chi mi parla».
Poi penso che ce l’ho con loro perché sono i miei veri pari e mi rabbonisco. Chiedo come va loro la vita, che notizie hanno da casa e mi faccio aiutare a portare via l’immondizia.
Mentre spazzo e lavo per terra, giunge lui col suo cagnolino: la bestiola mi viene contro e ringhia e abbaia, la scanso con la scopa.
«Questo no» interviene lui.
«È un cagnolino da donna» rispondo io sprezzante. I soldati ridono.
«Lo devi rispettare» e guarda intorno; mi mostra un angolo non troppo ben pulito e mi dice forte davanti a tutti che non ho il diritto di farmi aiutare dai soldati a togliere l’immondizia. Poi mi dà ordine di pulire la stufa del suo ufficio, di portar via la cenere e recargli tutti i giorni la provvista quotidiana di legna su.
«Vedremo» dico, «se anche questo fa parte delle mie mansioni».
«Questo è più necessario del resto. Puoi cominciare da questa mattina».
M’ha trattata duramente.
* * *
Non lo vedo da qualche giorno. Cioè l’ho visto una mattina presto uscire in pigiama e vestaglia dalla camera di lei e mi sono nascosta.
Ho già preso tre romanzi dal suo armadio, uno alla settimana, e dopo averli letti li ho riposti di nuovo uno alla settimana. Non se n’è nemmeno accorto.
Incontrarsi e dirsi addio m’ha troppo fatto pensare che lui e io ci siamo incrociati in un albergo… Addio alle armi m’ha fatto piangere, anche perché mentre leggevo, al confronto con quei personaggi, ho sentito tutto il vuoto della mia vita, come una specie di sala d’attesa senza che il treno arrivi mai. Furore invece lo rileggerò, lo comprerò appena ricevo il mensile: partire verso nuove terre! Oh Dio, fa’ che le cose qui vadano talmente male che ci ritroviamo tutti insieme ad andare altrove, a ricominciare da zero.
Il suo attendente oggi in cucina m’ha detto: «Sei una bella ragazza, va’ là. Il tenente ha detto che vestita bene faresti un figurone».
«Sì» ho risposto, «il tenente lo veniva a dire proprio a te».
«Lo diceva con la sua amica».
* * *
C’è allarme ma non mi va di stare in ricovero. Ne approfitto per spazzare il cortile annesso al suo ufficio. È deserto, posso fare meglio. Lui è venuto e s’è appoggiato al muro. Passandogli vicino, senza volerlo, l’ho sfiorato col secchio dell’immondizia. Si scosta: «Stai attenta» mi dice infastidito.
«Si vede che non state al fronte» gli ho risposto.
È andato sulla strada. Gli aeroplani rombano. Il sole è alto.
«Vanno altrove» dice.
Getto l’immondizia sulle macerie vicine. Faccio per tornare verso il cortile.
«Sta’ un po’ qui» dice, «vediamo che succede».
«Come sono belli in cielo».
«Sì, sono belli».
Non gli posso stare vicino. Dopo un po’ scendo nel ricovero.
* * *
Sta facendo costruire da due soldati una casetta per il suo cane. M’ha dato l’ordine d’andare a pulire l’ingresso dell’ufficio dove si costruisce quel canile e di buttare la segatura.
Ogni tanto viene a vedere il lavoro, vuole fare un canile speciale, con porta a due battenti. Mi chiede minuti servizi.
Oggi è venuto con quella signora. Lei apprezza il modello e ride, e lui la guarda come guarda a volte me.
«Spolvera un po’ bene il tetto» mi dice.
«Dopo, quando i soldati avranno fatto».
«No, adesso». Si volge alla signora: «Le voglio far vedere le tegole in miniatura».
Davanti ai soldati non le dà del tu. Si rivolge a me: «Fa’ presto».
Giunge il maggiore. È molto buono con me: quando gli riordino la stanza, facciamo delle lunghe chiacchierate, s’interessa molto della mia cultura e mi presta sempre libri. Storie di antiche battaglie con grandi condottieri.
«Che fai qui?» mi domanda.
«Sono addetta alle pulizie della casa del cane costruita dai soldati».
«Di che si tratta?».
Il tenente ha l’espressione irritata, ma spiega con un brillante sorriso che i soldati si divertono a costruire un canile al suo cane, nelle loro ore libere. Invece non è vero, lo fanno nelle ore di servizio.
Il maggiore sorride. Poi si ferma a scambiare due parole con me, e lui n’è sorpreso e anche seccato.
Quando me ne vado, l’attendente mi rincorre e mi raccomanda di non fare tanto la spiritosa perché il tenente è affezionato a quel cane che gli è stato affidato dal suo più caro amico quand’è partito per l’Africa dove poi è caduto a Bir el Gobi, e lui se l’è sempre portato dietro da allora.
«Gli sei troppo devoto» gli ho risposto.
* * *
Le deflagrazioni sono state orribili, hanno superato tutte le precedenti. Non sulla nostra città, ma sul centro vicino. Corro nella notte verso la stazione per sentire notizie.
Lo incontro. Mi vede forse spaventata.
«Il tuo fidanzato era lì?» mi chiede.
«Sì, doveva raggiungermi questa sera».
«Aspetta» dice «ti dò l’orario dei treni che arriveranno lo stesso questa notte».
Va sotto un portone e con la sua lampadina tascabile illumina un taccuino che ha estratto dalla tasca. Trascrive alcuni numeri e straccia il foglietto, mi legge ad alta voce gli orari e me li dà.
«Va’ a casa» dice, «ora non giunge nessun treno. Fammi sapere qualcosa». Mi stende la mano e me la stringe.
* * *
Questa mattina m’ha chiesto del mio fidanzato.
«Non è venuto».
«Vuoi che faccia delle ricerche?».
Faccio no con la testa.
«Vedi tu».
L’ho guardato ed ero triste. Gli ho detto grazie.
«Gli vuoi bene?» m’ha chiesto.
«Molto». Lui m’ha sfiorato i capelli.
Perché non esiste questo fidanzato?
Avrei voluto chiedergli della moglie e dei figli, ma non ho avuto il coraggio. Sono scappata via.
Poi lui ha chiesto di me in cucina, ma mi sono nascosta dietro un armadio e ho fatto cenno agli altri di dirgli che non c’ero.
* * *
Lo vedo solo nel ricovero. Non lo saluto, non mi saluta, ci guardiamo appena. Gioca a carte con altri ufficiali e beve molto liquore.
Questa sera è venuto a cercarmi e m’ha regalato una bottiglia di Kummel.
«Contro le bombe» m’ha detto.
* * *
Sono arrivati due ufficiali d’artiglieria.
Hanno preso una stanza matrimoniale. Hanno molti bei libri con bellissime illustrazioni, libri che non ho letto. Stanno spesso in camera mentre faccio le pulizie, ma m’ignorano nel modo più assoluto. Hanno il difetto di lasciare sempre sporchi i lavandini e spesso i loro vasi da notte sono pieni d’urina. È proprio una cosa insopportabile, sono giovani, non s’ammette.
Oggi si sono accorti improvvisamente di me. M’hanno squadrata con attenzione, poi uno m’ha detto: «Vuoi stare con noi questa notte? Ti ricompenseremo bene».
Ho loro risposto che con tanti bei libri non solo non avevano imparato a non adoperare i vasi da notte e a non lasciare sempre sporchi i lavandini dopo essersi sciacquati la bocca e fatti la barba, ma neppur avevano imparato a rispettare chi lavora. Tutto questo l’ho detto senza collera, piano. Ero triste.
Oggi hanno suonato per chiedermi una bottiglia di spumante con ghiaccio, e invece di dirmi come al solito: «Ragazza, spumante con ghiaccio, subito» hanno detto: «Signorina, possiamo avere una bottiglia di spumante con ghiaccio, per favore?».
Quando poi gliel’ho portata, m’hanno dato pure la mancia.
* * *
Da quel giorno ho trovato sempre sgombri i comodini e puliti i lavandini nella camera degli ufficiali d’artiglieria, di nuovo non m’hanno più guardata.
Invece un sergente che tornava dal fronte s’è messo a parlare con me. Mi sono molto interessata alla sua vita e alle sue privazioni, e lui m’ha pizzicato un seno.
Ho finto di non accorgermene. Poi, rifacendogli il letto, ho trovato un pidocchio sul suo guanciale. Ho provato pena.
* * *
Mi piace ordinare la camera del colonnello perché è pulito e meticoloso, e spontaneamente – s’è di nuovo rotta la conduttura – gli riempio tre volte al giorno la brocca dell’acqua. A volte mi fa un sorriso, ma non m’ha mai dato mancia.
Trovo a volte dei tozzi di pane nella cesta. Li raccolgo, li bacio, li spolvero e me li mangio.
Ma oggi sono rimasta delusa. Il cliente della camera 20, che mi faceva profondi discorsi politici e m’aveva chiesto di lavargli i panni, è andato via. Io gli avevo lavato, aggiustato, stirato tanta roba e m’ero convinta che avrei ricevuto una bella sommetta. Facevo tanti progetti: per mia madre che, da quando mio padre è stato dato disperso in Russia, non c’è niente da fare, non riesce a tirarsi su, per i fratellini, quello che guadagno non basta mai, eppure non spendo un soldo per me. Pensavo pure che questa volta avrei potuto comprarmi la stoffa per una gonna nuova.
Ebbene il signore del 20 è andato via oggi senza nemmeno salutarmi e m’ha lasciato pochi spiccioli sul comodino da notte.
Oggi è stata la giornata, pare. Il grassone del 16 m’ha chiamata e, quasi sobbalzando nel letto dove stava sdraiato, m’ha detto: «Presto, presto, vieni con me, subito».
Gli ho buttato in faccia l’acqua della brocca che tenevo in mano, e sono uscita dalla stanza.
Mi sono andata a nascondere per ridere con comodo.
Poi invece sono stata triste tutto il giorno.
È un mestiere amaro.
Quando il grassone m’ha richiamata, mi sono affacciata alla sua stanza restando nell’inquadratura della porta e ho detto che sarei andata a fare le pulizie solo dopo che fosse uscito.
Ha scaraventato gli stivali verso la porta, vicino ai miei piedi: «Sono da lucidare».
«Lucidare le scarpe non fa parte delle mie mansioni».
Allora sono scesa nella sua stanza. Lui dormiva.
Quando sono entrata, m’ha chiesto un oggetto nell’armadio. M’ha detto di fermarmi un po’. Mi sono seduta su una sedia.
Ho ripensato a tante cose, ai clienti che fanno pure i bisogni grossi nei vasi da notte, ai clienti che danno fastidio, a quelli che ricevono donne in camera, all’umiliazione di questo lavoro. Eppure ci sono affezionata: l’ho cominciato a sedici anni, lo farò forse per tutta la vita.
Lui non è come quelli. Ho bussato alla sua stanza senza motivo, sono entrata, mi sono seduta, senza preoccuparmi di darmi una scusa. Non saprà mai niente di me, non andremo oltre quelle due o tre battute un po’ pungenti, quei pochi sguardi.
Mi alzo.
«Vengo a pulire dopo» dico.
«Gli uomini ti fanno proposte, vero?» si rigira verso di me.
«Capita» dico.
«Non ti capiscono, sai, la colpa è loro».
«Gli uomini tentano sempre» dico.
«No, io per esempio non ci ho mai pensato».
«Grazie».
«Tu forse non capisci che questo è molto per un uomo come me».
«Ma siete sposato e avete figli».
«Sì, mia moglie è tanto cara. Vuoi vedere i miei figli?».
«Sì» dico piano.
Così ho guardato ancora quelle foto.
Speriamo che parta presto.
* * *
La mia vita non è poi tanto disprezzabile. M’avanza del tempo per leggere, ho occasione di conoscere persone, d’osservare, aiuto i miei, rido e canto in cucina, chiacchiero nel ricovero, faccio grandi salti per le scale – sono capace di saltare una rampa intera –, frugo negli armadi, mi misuro i vestiti delle signore, ho la soddisfazione di far venire lucidi i miei pavimenti e i miei vetri, ascolto la radio. Potrei procurarmi tanti libri se lavorassi in campagna come mia madre per esempio? Lei mi ci voleva portare ma io l’ho spuntata. Qui è tutto molto più civile, non c’è paragone.
Anche i pretendenti al paese: qualcuno era buono, non dico di no, ma sempre persone non istruite. Almeno il personale qui all’albergo ha più modi, i camerieri, i cuochi, però quella mania dei doppi sensi!, chissà, gli sembrerà una finezza…
È arrivata la moglie del grassone, una donna autoritaria e svelta. Lui le va dietro come una pecora e sembra vecchio, e un po’ scemo con quel largo sorriso anziano che ha messo su, così falso, e sembra ancora più grasso. Quando mi dà ordini è paterno e distratto, ma mi dà mance di nascosto.
Adesso è un periodo che non c’è nemmeno più l’acqua giù e tocca andarla a prendere fuori. L’acqua per lavare sta più vicino, quella per bere e cucinare più lontano. Questo è un guaio soprattutto per l’igiene dei cessi e per quando qualche cliente desidera farsi il bagno. Ma è anche divertente perché si può dare l’acqua a chi è più buono e negarla o fare difficoltà con chi è più avaro o ti tratta dall’alto.
Questa mattina tirando il mio carretto con le vasche per l’acqua, mi sono avviata canticchiando verso la fontana.
Lui m’ha raggiunta subito: stava con due soldati su un carro tirato da un cavallo. S’è fermato accanto a me e m’ha detto di salire vicino a lui, e di trasferire le mie vasche sul suo carro sul quale erano caricati grossi recipienti.
Ma io mi sono messa a ridere e ho detto: «Mi diverto di più così».
Ha insistito inutilmente. Non so che avrei fatto per la gioia. Allora ha frustato i cavalli ed è ripartito.
L’ho ritrovato alla fontana. Lì ha ordinato all’attendente di riempirmi le vasche, e siccome protestavo: «Smettila, ti prego» ha detto. Era accigliato, ma io ero allegra lo stesso e ho tirato schizzi d’acqua all’attendente. Ha sorriso e m’ha salutata con dolcezza. Ha fatto schioccare la frusta guardandomi. Poi quando s’è allontanato sul suo cocchio, sono diventata stanca e non ho più avuto voglia di fare niente.
* * *
Questa sera sono stata di turno allo sportello della cucina: ho dovuto passare i piatti preparati dalla cuoca e trasmettere le ordinazioni della ragazza della sala. C’era parecchia gente.
Lui stava proprio di fronte a me in sala, ma non m’ha vista per tutta la serata. Stava con un’altra donna, una signora bionda che s’è messa il suo berretto militare in testa, con la tesa sulla fronte, e ha fatto la spiritosa tutto il tempo e lui la guardava a volte tutto eccitato a volte pensoso. Hanno mangiato e bevuto molto.
Poi lei s’è messa uno scialle di seta sul viso lasciando liberi solo gli occhi e s’è messa a battere i piedini e a dondolare le spalle, come se canticchiasse qualcosa. Lei era vivace, varia e sempre nuova nel modo di fare, lui l’ascoltava, se la gustava insomma.
Ho rimpianto la signora che ha la macelleria.
Ho guardato tutta la sera attraverso lo sportello per le vivande.
Poi c’è stato l’allarme. Sono scesa nel ricovero. Anche lui è venuto ma non m’ha vista, eppure stavo in evidenza.
* * *
Questa mattina ho trovato in sala lo scialle di seta di quella signora bionda. Ma siccome la signora non sta nel nostro albergo, era venuta solo a cenare qui, ho portato lo scialle a lui. Ho bussato alla sua porta e nessuno m’ha risposto. Sono entrata, la camera era vuota e il letto intatto.
Invece ho incontrato l’attendente che m’ha detto che lui ha dormito fuori. Gli ho consegnato lo scialle.
* * *
Sono andata a prendere l’acqua potabile. Ho preso un carrettino piccolo piccolo, con quattro rotelline di metallo, ho posato due grossi pentoloni sopra, ho infilato uno spago nel carrettino e sono uscita tirandolo per lo spago, come se fosse un cagnolino.
Lui stava fermo sul marciapiede come se aspettasse qualcuno. Quando m’ha vista col mio aggeggio, m’ha sorriso. Ho proseguito la mia strada. Alla svolta mi sono girata e ho visto che mi guardava. Allora gli ho fatto un salutino con la mano. E non so come, m’è venuta in mente La donzelletta vien dalla campagna / col suo cesto di, se capita, gliela reciterò. No, questa s’impara alle elementari, non fa figura. Invece come fa Passero solitario? cantando vai finché non muore il giorno, ed erra l’armonia per questa valle. Se ci rifletto me ne ricordo un altro po’ ma, pensando al passero e a me, m’è venuto da piangere senza ragione.
Questa sera poi, dopo il bombardamento, sono andata a lavorare tra le fiamme, in una casa vicina: lui m’ha vista ma non è venuto. Ho lavorato fino a notte alta. Ho incontrato l’attendente che m’ha dato due pacchetti di sigarette da parte sua; gliene ho lasciato uno.
Mi sono svegliata di soprassalto, come se qualcuno fosse entrato in camera mia. Ho acceso la luce, non c’era nessuno, i rumori venivano da fuori, passi per le scale, richiami dalla strada, sportelli d’automobili sbattuti. Mi sono alzata in fretta, ho sentito i suoi passi per le scale, e mentre mi vestivo dalla finestra aperta m’è giunta la sua voce fredda che dava gli ordini della partenza. Sono scesa di corsa e sono arrivata sulla strada proprio mentre saliva in vettura. C’era già tutto il personale, intorno ai padroni. Le macchine sono partite, lui s’è girato verso l’albergo e ha fatto a tutti un cenno d’addio con la mano. Le macchine erano molte, il crescendo dei motori, il singulto dei cambi di marcia non finivano mai. Poi i rumori si sono perduti nella notte, è tornato il silenzio.
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