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Stories / Poems

Stories by luce d’eramo

arrivederci a cracovia

italian

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Katarzyna è la giovane signora, alta bionda dal passo solido, sposata con tre figli, che mi sta accanto dal gennaio 1989, da quando, dopo un brutto incidente all’aeroporto di Francoforte, ho avuto bisogno d’una persona vicina, d’una assistente. Siccome è molto intelligente, Katarzyna ha anche imparato così bene l’italiano che ora mi fa pure da segretaria, non solo mi smista gli incontri, mette ordine nelle mie carte organizzando il mio archivio.
Da anni siamo amiche, viaggiamo spesso insieme, ormai ogni estate vado un paio di mesi a casa sua a N.T. a est di Cracovia, in una cittadina circondata di foreste e di cascine, da cui si vedono nello sfondo salire in alto i monti Tatri; ci vado anche in primavera, quando non sono i suoi due figli maschi a venire a Roma col padre nelle vacanze invernali ed estive (la bambina piccola vive a Roma con la mamma). Già questa sarebbe una bella rara storia d’amicizia su cui tornerò più in là. Adesso però ne voglio raccontare un’altra, che parte dall’infanzia di Katarzyna.
È nata a Cracovia nel giugno 1960; i genitori – il padre, Tadeusz, del ’23, e la madre, Halina, del ’30 – s’erano conosciuti e innamorati da studenti, lei frequentava un corso per diventare levatrice e lui si stava laureando in medicina, per poi specializzarsi ginecologo. Provenivano da condizioni socioeconomiche diverse; Tadeusz, figlio unico, era di famiglia povera (il nonno paterno di Katarzyna era l’autista d’un conte a Cracovia), mentre Halina, terza di quattro figli, veniva da una famiglia aristocratica e benestante (il nonno materno era un ufficiale dell’esercito di Piłsudski e la moglie una proprietaria terriera con vaste campagne e molti cavalli).
Nell’inverno del ’44 il padre, imprigionato in un lager nazista, diede una porzione del suo pane a un ebreo. Un SS lo vide e lo rinchiuse assieme all’ebreo in un bunker allagato, per tre giorni e tre notti, l’acqua arrivava alle caviglie e loro giacevano su tavole di legno bagnate. Poi Tadeusz fu trasferito in un campo di lavoro dove trasportava sacchi di sabbia per il cemento, finché, poiché conosceva bene il tedesco, fu assunto come interprete; aveva più libertà di movimento e, con una ventina d’internati, tramarono l’evasione. Scapparono nell’attiguo bosco di altissimi pini, corsero fino a Czestochowa. Nel fuggire, Tadeusz fu ferito da una palla di fucile che gli traforò la gamba da dietro, fuoruscendogli davanti sotto la rotula. La ferita gli dolse tutta la vita.
Che altro ricorda Katarzyna di quegli anni? Che il padre era diventato primario del reparto ginecologico nell’ospedale di Cracovia; che nelle ore libere amava dipingere. Che la nonna materna viveva con loro e cucinava molto bene. Che la madre dirigeva la casa e assisteva il marito nello studio che lui aveva a domicilio. Ricorda il fratello, di due anni più piccolo di lei, che si chiama Tadeusz come il padre, verso il quale aveva da bambina un affetto protettivo, lui era buono, espansivo.
Nella prima classe elementare, all’età di sette anni, Katarzyna s’è trovata compagna di banco della piccola Dorotea, nata nel marzo 1960, di ben tre mesi più anziana di lei, eppure più timida, meno decisa. Sono poi state sempre insieme fino a che l’età adulta le ha separate di fatto, a migliaia di chilometri di distanza, in diversi continenti, senza che, misteriosamente, questa divaricazione vissuta nello spazio abbia loro smussato l’intesa affettiva, tanto essa s’era radicata in loro nell’infanzia. Chi era Dorotea?
Viveva anche lei a Cracovia con la madre operaia, che lavorava in una fabbrica di penne e matite, e con la nonna materna impiegata delle Poste. Il nonno materno di Dorotea, Katarzyna, che l’ha incontrato solo due volte da piccola, lo ricorda simpatico, presto morto di cancro. Quando Dorotea aveva otto mesi, il padre è scomparso, andato via non si sa dove. Katarzyna l’ha visto una volta soltanto, mentre lei e Dorotea ormai al liceo tornavano dalla scuola e giravano un po’ per la città. Dorotea si gira: «È mio padre!» dice. Katarzyna la incita: «Vai, salutalo» e la manda indietro. Era un uomo magro, con gli occhiali, per come gli vagava lo sguardo dava l’impressione d’una vista rovinata, portava un vestito dimesso. Padre e figlia si sono salutati cortesemente, poi ognuno ha ripreso la sua via. Dorotea aveva anche un fratello che la madre aveva avuto da un altro uomo, scomparso pure lui. In un appartamentino modesto, in un vecchio palazzo ottocentesco dove il riscaldamento veniva fatto con le stufe a carbone, Dorotea viveva con la madre, la sorella della madre, la nonna materna e il fratello minore.
Di solito, il pomeriggio, Dorotea andava a casa di Katarzyna – un edificio anni Cinquanta, col termosifone – dove, nel salotto, al suono dei dischi nel giradischi, la padroncina di casa le insegnava a ballare. Poi la sera, veniva a riprenderla la mamma, quando usciva dal lavoro (sia lei che la nonna di Dorotea lavoravano fino a tardi).
Katarzyna ricorda con emozione tanti episodi. Ne cito qualcuno. In terza classe elementare le due bambine tornano da scuola e vanno insieme a casa di Katarzyna, che sta all’ultimo piano d’un edificio a tre piani. Poiché nel giardino stanno cominciando a costruire un nuovo palazzo, le piccine cercano d’aggirare la zona dei lavori, invece si trovano improvvisamente in un posto in cui c’è fango; tranquille vanno dentro e cominciano a sprofondare. Prima ridono, poi cercano di tornare indietro e abbandonano le scarpe incastrate nel fango. Corrono su per le scale imbrattandole coi piedi infangati. Poco dopo rientra il dottor Tadeusz Dudka esclamando: «Chi è l’idiota che sale le scale senza scarpe?». «Tua figlia!» gli risponde la moglie. Katarzyna, che ha ora trentasette anni, racconta la scena con gli occhi lucidi dal divertimento, come fosse tornata la bambina d’allora.
Ricorda i primi sguardi che, a dodici anni, lei e Dorotea scambiavano coi ragazzi che si offrivano a portare loro gli zainetti scolastici nel tragitto fino a casa. Fu il periodo in cui non andavano troppo bene a scuola. La nonna di Katarzyna vedeva dal balcone in alto la nipotina che s’intratteneva a chiacchierare coi giovincelli davanti al portone. Lo riferì al genero. Katarzyna fu inviata per due anni in un’altra scuola, assieme al fratello. Lei e Dorotea ch’erano sempre state insieme s’incontrarono fuori. Dorotea aveva molti più flirt di Katarzyna che non ne aveva. Erano separate anche nelle vacanze, perché il ginecologo stava facendo costruire una dacia nei pressi di Zakopane dove trascorrere l’estate, mentre Dorotea andava alle colonie estive, in vacanze organizzate dalla fabbrica dove lavorava sua madre.
Si ritrovarono al liceo, in classi divise in due perché i laboratori di chimica e di biologia erano piccoli. Nell’estate del ’78, in luglio, quando Katarzyna diciottenne frequentava la penultima classe di liceo, il padre morì. Aveva cinquantacinque anni. A mezzanotte ebbe un ictus (aveva la pressione altissima), rimase immediatamente paralizzato in metà corpo. Il fratello di Katarzyna, quindicenne, andò da un vicino a chiamare il pronto soccorso. Il dottor Dudka restò in ospedale per una settimana, poi la domenica un ictus più forte lo portò via. Quando Katarzyna rievoca quelle giornate e la sofferenza della faccia contorta del padre, ogni volta la voce le si fa sorda (lei che ce l’ha fresca e cristallina) e le si fissano gli occhi verdazzurri su qualcosa d’indicibile.
È come se la morte del padre avesse preparato l’allontanamento delle due amiche. Il dottor Dudka, che aveva lavorato senza riposo, non facendo pagare le pazienti povere, lasciava soltanto una mezza dacia costruita. Perciò la figlia non ha potuto andare all’università (voleva fare il medico) e, finito il liceo, è andata a lavorare per un anno in tribunale. Dal canto suo, Dorotea è andata a studiare due anni per diventare insegnante d’asilo.
Ora Katarzyna pensava d’andare a vivere in America.
«Perché?» le ho chiesto.
«Per fare soldi».
Poi s’è trasferita nella dacia non ultimata del padre. A pianterreno, la mamma aveva impiantato un laboratorio per la coltivazione dei funghi, ma era scoraggiata e voleva chiuderlo quando è subentrata Katarzyna ventenne, decisa a far prosperare l’impresa.
Ci ha lavorato due anni che ricorda come un periodo avventuroso della sua vita. Abitava sola nel basso edificio a ridosso della dacia dai piani superiori rimasti senza porte e finestre, in cima a una collina da cui dominava un vasto bosco di grandi abeti in pendio. Sull’altro versante s’allargava una corona di campi e prati cosparsi di cascinali. Viveva sola, con tredici gatti, un cane e sei galline. Tutto il laboratorio per la coltivazione dei funghi copriva una superficie di quattrocento metri quadri, suddivisa in quattro vani di cento metri quadri l’uno, dove s’allineavano file di ripiani sovrapposti, cinque per l’esattezza, come catafalchi di tavolate, separati da piccoli corridoi in modo che si potesse accudire ogni ripiano da ambo i lati. Era un lavoro che richiedeva continua attenzione. Katarzyna doveva prima provvedere a pastorizzare lo sterco di cavallo adagiato su ognuno dei ripiani, badando con l’aiuto di macchine speciali a dosare temperatura e grado d’umidità, finché gli strati erano pronti per piantarvi i semi di funghi, che venivano coperti con quattro centimetri di terra di torba. Si aspettava circa due settimane per vedere spuntare i piccoli funghi – un’emozione ogni volta! –, poi l’intero ciclo durava tre mesi: tutti i giorni Katarzyna coglieva i funghi man mano che maturavano, li puliva, raschiava i gambi alla radice e li disponeva in cassette per venderli ai negozi.
Fu così che nell’aprile dell’82 conobbe Wladek, i cui genitori avevano un negozio di verdure a N.T.; si fidanzarono a settembre e a ottobre dello stesso anno si sposarono. Un incontro sbocciato per virtù dei funghi…
Le foto delle loro nozze sono liete e solenni: Katarzyna, il bel viso aperto con le ciocche bionde in fuga dal velo da sposa, il lungo abito bianco stretto alla vita allora sottile (poi la vita le s’è un po’ arrotondata con una sana floridità che invece la cruccia), uno strascico lungo quattro metri tenuto sollevato dagli amici che ridono spavaldamente all’obiettivo; Wladek, un bel giovane alto, asciutto, portamento sportivo, i capelli castani e lo sguardo riservato, quasi timido. In seguito, ho perfino pensato che c’era qualcosa di comune tra lui e l’amica più cara della moglie: una certa calma di modi e di silenzi quasi flemmatici. Appunto, quel giorno Dorotea è accorsa da Cracovia per partecipare al matrimonio di Katarzyna, starle vicina nella cerimonia in chiesa, condividere i festeggiamenti. Già, ma intanto che cosa aveva fatto lei, mentre Katarzyna scopriva assieme al lavoro manuale il proprio appassionato amore per la natura?
Dorotea era rimasta in casa, amava leggere, aveva piuttosto una tendenza contemplativa. Quand’era studentessa, tramite un ingegnere arabo col quale s’era sposata la sua zia materna (che viveva con loro e aveva solo pochi anni più di lei), s’era trovata a ricevere qualche connazionale di questo gentile zio d’acquisto, venuto in casa a fargli visita. Dorotea aveva ventuno anni quando le fu presentato Salim che ne aveva ventinove, un iracheno, laureato anche lui in ingegneria. S’innamorarono subito. A quei tempi Dorotea aveva più soldi di Katarzyna. Con Salim andava spesso nel fine settimana a N.T. ospite di Katarzyna sul retro della “fabbrica di funghi”. Oppure, quando Katarzyna andava a Cracovia, passavano qualche ora insieme al ristorante. Parlavano con l’antica confidenza, ma non facevano più progetti.
Nell’84 Dorotea e Salim si sono sposati al municipio, dato che Salim era musulmano. Ho visto la loro foto: lei, una brunetta dai lineamenti delicati, lo sguardo castano intelligentemente fiducioso e placido; lui, magro, distinto, gli occhi neri profondi d’un osservatore nascosto. Si sono comprati un appartamento a Cracovia. Ma Salim non guadagnava tanto. Poiché le nacquero di seguito due figli ovviamente non battezzati, il maschio Latif e la femmina Adelina, la coppia si trovò in difficoltà quando, allo scoppio della guerra tra l’Iraq e l’Iran, non arrivarono più i soldi dei genitori di Salim. Lui partì in Libia dove insegnò all’università, in un centro vicino a Cirta, non lontano dal mare. Dorotea lo raggiunse coi due figli nell’87. Da allora vivono in quello che Dorotea chiama “una sorta di camping”, un insieme di case di plastica da cui, dice Dorotea, vede solo sabbia, chilometri di sabbia. Una volta alla settimana va in macchina col marito e i figli a fare le spese in città. Salim insegna e Dorotea passa le giornate a leggere appena può, cioè appena smette d’occuparsi dei figli.
Nel frattempo Halina Dudka aveva venduto la dacia lasciatale dal marito, assieme all’edificio per la coltivazione dei funghi col terreno circostante, per saldare un prestito in banca.
Allora Wladek lavorava come elettricista in una ditta statale di N.T. Un suo zio, che non aveva figli, lasciò al padre una casetta d’una stanza, ingresso e cucina, aperta su un giardino all’imbocco di N.T. Il padre di Wladek la diede al figlio che a poco a poco sistemò quella piccola costruzione in modo da renderla più confortevole. Nel tempo di quei lavori, Katarzyna che non aveva casa stava a Cracovia da sua madre, nell’appartamento della sua prima giovinezza, dove trascorse le prime gravidanze. Quando le nacque il primogenito Kuba (Jakob) nell’84, Dorotea che era appena incinta le fu molto vicina. Due anni dopo nacque Maciek.
La situazione in Polonia era dura in quegli anni. Tutto ristagnava, c’era molta disoccupazione, mancavano i generi di prima necessità. E d’un tratto il fratello di Katarzyna partì per cercare lavoro in Italia, nell’aprile dell’88, la madre Halina lo seguì due mesi dopo, in giugno, e infine li raggiunse a Roma Katarzyna nel mese di settembre, lasciando i suoi due maschi al marito e alla nonna paterna. I primi mesi sono stati duri. In un posto di lavoro come domestica, Katarzyna mangiava in cucina dopo che i padroni s’erano serviti (le davano loro la porzione di pietanza e di pane). Ma lei non è temperamento da arrendersi. Ricordo che, come ho già detto, l’ho assunta nel gennaio dell’89 (per mezzo d’un annuncio). Dovevo rientrare a casa mia dopo mesi d’ospedale e di soggiorno da mio figlio e le ho dato appuntamento giù, al portone del palazzo in cui abito. Katarzyna ha subito strappato le mie due grosse valige dalle mani del taxista ed è corsa per le scale. «Prenda l’ascensore» le gridavo. Al terzo piano l’ho trovata sul pianerottolo, che m’aspettava col fiatone e con uno sguardo così pieno d’invito che non l’ho mai dimenticato.
Sono passati gli anni. La mamma di Katarzyna assisteva donne anziane scherzando con umorismo sugli alti e bassi della sua esistenza; il fratello Tadeusz, prima cameriere in ristoranti di lusso per i modi cortesi da gentiluomo, è poi diventato autista in una società di materiali edilizi. Entrambi sono tornati definitivamente a Cracovia un paio d’anni fa. Tadeusz, sposato con due bambine, ha aperto con la moglie un negozio d’articoli sportivi per rifornire il quale torna ogni tanto in Italia di cui, alla mia domanda, m’ha risposto che sì, gli capita di sentire nostalgia.
Anche Wladek è venuto a intervalli a lavorare a Roma, come elettricista, idraulico, imbianchino, con pacato spirito d’adattamento, mentre i figli restavano dapprima con la nonna paterna e ora con Halina, la nonna materna rimpatriata di recente. È cominciato il viavai della famiglia tra Roma e N.T.
Il risultato di queste spedizioni d’emigranti? Katarzyna e Wladek si sono costruiti un’accogliente casa di pietra, con le tettoie di legno sui balconi superiori, la scalinata di legno nell’interno, i parquet lucenti che trapelano sotto i tappeti, le arcate agli ingressi; Kuba e Maciek hanno ognuno la sua camera con scrivania e libreria, vanno in piscina e a giocare a tennis, sciano, frequentano un corso d’inglese, s’esercitano in italiano. Insomma, hanno una buona indole e ringraziano i genitori. Forse Kuba, che ha ora tredici anni, farà da grande il veterinario (passa le ore con gli animali): gli scorrazzano nel parco un cane lupo e uno spaniel, gli passeggiano in casa due tartarughine e due coniglietti; Maciek undicenne ama studiare, legge, dipinge, va bene in polacco a scuola, «Non so che cosa sceglierò, ma conto d’andare all’università» m’ha detto.
Due anni fa, nel ’95, sono stata invitata a N.T. al battesimo di Anna, la terzogenita di Katarzyna e Wladek. Ho conosciuto di persona Dorotea e la sua famiglia di cui fino allora avevo soltanto visto le foto e sentito parlare. Erano appena tornati dalla Libia per le vacanze estive. Ho visto una donna dall’andatura diritta e insieme dallo sguardo e dal passo indolente. Visitava la casa che Katarzyna le mostrava con orgogliosa discrezione. Sorrideva, annuiva. Ha detto a Katarzyna che sperava un giorno di tornare a vivere in Polonia e, allora, avrebbe voluto affittare, se non poteva comprarlo, un angoletto in quei paraggi dove trascorrere le vacanze estive e invernali, per stare di nuovo vicine come quand’erano piccole. In Libia, lei aveva cominciato a insegnare polacco in una scuola per i bambini polacchi, nei pressi dell’università dove insegnava il marito, perché lì c’era una colonia di polacchi, soprattutto emigrati da Varsavia. Nella chiesa, Dorotea pareva commossa, mentre i due figli bruni, Latif e Adelina, tutti e due molto composti seguivano il rito battesimale un po’ a bocca aperta. Vicino a loro, Kuba, alto, biondo con gli occhi azzurri e i lineamenti sottili, s’inginocchiava e si faceva il segno della croce con la concentrazione d’un convinto credente; alle sue spalle, Maciek più in carne, coi capelli castani arruffati e gli occhi scuri nel viso pieno, pareva scrutare i presenti con distaccato interesse.
Al pranzo al ristorante, attorno al tavolo a ferro di cavallo a cui sedevano una cinquantina d’invitati, mi sono ritrovata accanto a Salim, di carnagione mora, un po’ stempiato, che, con gli occhi neri scintillanti, m’ha parlato del suo sogno di venire a insegnare in un’università in Polonia, e degli ulteriori esami che deve affrontare allo scopo. Chissà quando avrebbe potuto portare una volta in viaggio la moglie e i figli in Iraq?, ha scosso la testa. Non intendeva però ristabilircisi. S’è affezionato all’Europa.
Wladek filmava la scena. Anna, di sette mesi, rideva felice a chi le faceva le feste. Ora ha due anni e mezzo. È bilingue. A Roma cammina per strada col passo deciso della madre; spingendo la carrozzina della sua bambola dice «Permesso!». Tutti la guardano inteneriti per come è carina coi riccioli d’oro e gli occhi maliziosi che cambiano colore. Non c’è nessuno nel quartiere che non la conosca. Il fioraio le regala un mazzettino di viole o due lunghe margherite o un garofano; il fornaio le porge un biscotto, il barista un leccalecca, la fruttivendola un pugno di ciliege, le chiedono «Come stai?» e lei «Bene, grazie».
Quando uscirà questo racconto, saremo in Polonia dove Kuba e Maciek staranno galoppando a turno come cavalli con Anna in groppa, nella frescura estiva all’ombra dei monti Tatri e penserò alle stranezze della vita che m’ha condotta a conoscere questo mondo in cui da bambina non avrei mai immaginato d’aver amici, così come Katarzyna bambina non poteva immaginare di diventare un giorno mezzo italiana e Dorotea non avrebbe creduto a chi le avesse predetto d’avere figli musulmani.
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