Korimba

Stories / Poems

Stories by luce d’eramo

dietro il colle della b.m.w.

italian

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1
Questa notte il cielo è distante e pulito come se fosse congelato. I potenti riflettori proiettano nello spazio i loro accecanti tubi di luce, a scoprire gli aerei americani che tutte le notti puntualmente sorvolano la terra tedesca, preceduti, accompagnati e seguiti dall’urlo delle sirene.
Quanto sono metodici questi nemici nel farsi guerra! C’è una precisione quasi burocratica in ogni loro atto di offesa e di difesa, per cui sembra che la guerra non sia regolata dall’arbitrio e dalle passioni degli uomini, ma dall’efficienza delle macchine che, indifferenti, coscienziose e serene, adempiono la loro funzione invariabilmente.
Certo le sirene hanno molto lavoro e io mi sono affezionata a loro come alle sole voci amiche che abbiano a cuore la mia personale salvezza.
Al campo ogni momento della mia giornata ha la sua destinazione prestabilita dagli altoparlanti del Lagerführer, alla B.M.W., dove io sono Fräserin, come sta scritto sulla mia tessera di fabbrica, cioè addetta alla fresatrice nel padiglione della fonderia, ogni mio gesto è governato dal tempo della macchina. Sia al lager che all’officina mi sembra di essere, assieme con gli altri stranieri, un meccanismo che scatta a orario. Il cielo non si cura di me, poiché m’abbandona alla casualità delle bombe. E il mio mondo finisce qui. Le novità della vita di fuori arrivano nel lager come nelle profondità gelide cupe e senza suono del mare può pervenire il gorgoglio delle piccole onde che spumeggiano alla superficie dell’acqua. Soltanto le sirene si rivolgono direttamente a me.
La sirena del pre-allarme, il Voralarm, che fischia tre volte salendo dal tono basso al tono alto e annuncia la presenza di aerei nemici nella regione, mi mette in guardia e m’invita a prepararmi all’eventualità del peggio; la sirena dell’allarme, l’Alarm, che fischia sette volte, mi avverte che il pericolo è più imminente e con calma mi consiglia di ripararmi: questi due segnali, larghi e dignitosi malgrado i loro finali acuti, danno un senso d’apprensione ma anche di vigilanza, danno la sensazione che ognuno possa prendere le proprie misure; la sirena dell’allarme pieno, il Vollalarm, che fischia ininterrottamente salendo e scendendo senza tregua e a ondate, è una sollecitazione affannosa, assillante e supplichevole, non c’è più tempo da perdere, il cielo si spalanca lasciando franare tonnellate d’esplosivi. Quando fischia il cessato allarme, l’Entwahnung, sette volte come l’allarme, le sue ascese ampie e uguali come profondi sospiri di sollievo distendono l’organismo e mi rassicurano; infine il cessato pericolo, la Vollentwahnung, col suo fischio continuato sulla stessa tonalità, mi garantisce lo stabile ritorno alla normalità delle cose.
Questa notte le sirene hanno lanciato i loro appelli concitati e io sto rannicchiata dietro la baracca, avvolta in una coperta, sola, perché le mie compagne, spinte dal freddo, sono andate tutte al ricovero. Il ricovero del lager è una trincea larga e poco profonda, coperta da una volta di cemento, che taglia in due il campo per tutta la sua lunghezza. Io non ci sono andata per il sonno, qui dietro faccio prima a tornarmene a dormire se non succede niente, e anche perché sono stata trattenuta dalla straordinaria trasparenza di questa notte autunnale. Mentre aspetto di sentire il rombo minaccioso delle fortezze volanti, guardo gli arabeschi di luce tracciati nel cielo dai proiettori della F.L.A.K. A poco a poco dimentico il pericolo che m’ha tirata fuori dal pagliericcio e mi tiene sveglia, e, sconcertata che l’accanimento a distruggersi possa acquistare forme di così pura bellezza, contemplo le colonne di luce che, spostandosi lentamente, s’incrociano nella notte a comporre impensate architetture.
I riflettori si spengono a uno a uno, vorrei alzarmi, ma sono così intirizzita e sonnolenta che non mi decido a muovermi. Intanto appare la luna piena che scorre bassa sulla liscia superficie del cielo e illumina la città con i suoi lucidi riflessi bianchi, come un faro al servizio degli americani.
Di fronte a me, sul colle che guarda Monaco, i fumaioli e gli altiforni della B.M.W. (che, se non sbaglio, significa società metallurgica, Betrieb Metall Werk) sembrano le strutture d’un antico bastimento corsaro su un mare di casupole.
È inutile che speri, questa è una vera notte da bombardamento. Sono scossa da un brivido di freddo e di paura e mi dirigo verso il ricovero. Non che lì si stia molto più sicuri che in baracca, tranne per il fatto che la superficie esposta alle bombe è più ridotta e il cemento è più resistente del legno, ma si sta in compagnia e si può chiacchierare un po’ in pace con gli uomini.
Il mio lager, anche se è un Arbeitslager, è più fortunato di quelli dei liberi lavoratori che si distendono intorno alla B.M.W. perché è il più lontano dalla fabbrica. È situato in basso, proprio dietro il colle, le baracche sono strette le une alle altre, appiattite al suolo come un gregge spaventato, chiuse da una triplice cinta di reticolato, come a impedirne la fuga.
M’infilo nella trincea. «Adesso sì che i tedeschi hanno trovato il pane per i loro denti!» sta dicendo un internato.
«Quelli non sono mica come noi! Non si lasceranno sopraffare di certo!». Pare che siano arrivati trenta prigionieri americani catturati in Francia. Qualcuno li ha visti: andavano incolonnati ma liberamente, non al passo come noi altri, e con un’aria sicura, assolutamente superiore, tutti alti, ben messi, diretti verso la parte opposta a quella della B.M.W., dopo i lager. Su una collinetta vicino al fiume si affaccia tra il verde un unico edificio lungo e basso col solo pianterreno, che da lontano sembra una grossa baracca di legno, ma c’è chi sostiene che sia una costruzione in pietra. Sembra che li abbiano sistemati là, per conto loro.
«Sicuramente la guerra sta per finire».
«Questa volta è chiaro».
Una mia vicina mi porge una sigaretta americana, possiamo fare una tirata a giro, si tratta di sigarette aromatiche, un po’ dolciastre, ma molto raffinate.
Sono presa da una forte eccitazione: questi sono i primi americani che ci capitano a tiro.
Stanno fischiando le sirene del cessato allarme, allegre, forti, quasi vittoriose, come una promessa di sopravvivenza.
2
Giorno per giorno aspettiamo di vedere comparire le divise kaki degli americani nei cortili della B.M.W. Alcune mie compagne discutono sul come tentare d’entrare in rapporto con loro, col rischio di fare per lo meno la fine della fiamminga della quarta baracca.
Oggi è venuta la custode che m’ha frustata ieri sera perché m’ero addormentata in piedi durante l’appello, una donna anziana che trascina i piedi e va a giornate. Mi ha ordinato di passare subito dall’interprete. Questi è un uomo sulla trentina, ungherese vissuto in Francia, con grandi baffi scuri e grandi occhi oblunghi.
Sta nel suo ufficio, mi fa sedere e mi guarda a lungo in silenzio. Infine mi annuncia che sono stata scelta tra le altre, per la mia corretta condotta morale, come Putzfrau presso gli americani. Pronuncia quel Putzfrau con enfasi, come se mi conferisse un titolo onorifico.
Comunque mi sento lusingata d’essere stata eletta, anche se come donna delle pulizie, e mi sento un’agitazione, una curiosità addosso, al pensiero di cambiare vita e di poter finalmente conoscere gli americani.
Le mie compagne si rallegrano con me e mi raccomandano di riportare tutto quello che posso, di raccogliere le cicche e di non sprecare niente.
Con la scorta militare mi sento importante nell’avviarmi verso la collinetta, al lager americano che sta a un chilometro di distanza dal nostro.
Gli americani m’accolgono con moderata curiosità: sono ricchi e disinvolti. Gli stessi prigionieri francesi, che ai nostri occhi sono sempre stati dei signori, al confronto sono borghesucci economi e prudenti.
La loro baracca è una vera casa di pietra e di cemento. Dormono su brandine con materassi di crine, con vere lenzuola, non su sacchi di paglia come noi; da loro non c’è nessun reticolato, il terreno non è desolato come da noi dove ogni erba viene estirpata, ma ci crescono liberamente arboscelli e cespugli che circondano la casa come un parco inglese. Non lavorano né hanno l’obbligo di lavorare, come invece i prigionieri di tutti gli altri popoli qui dietro alla B.M.W.; stanno nel loro lager di pietra, spazioso, con larghi tavoli e banchi di legno, giocano a carte, bevono birra e leggono le riviste che giungono loro a casse.
Quando sono tornata al mio lager, gli internati che s’affollavano al lavatoio per sapere novità si sono rallegrati fregandosi le mani come se quel trattamento agli americani fosse una loro vendetta personale.
«La guerra sta per finire?» per un momento si sentono forti come se avessero mangiato a sazietà.
Soltanto il nostro sorvegliante, chiamato “Papà l’italiano” da tutti gli internati, resta indifferente. È un napoletano alto, magro, brizzolato, venuto dal campo di concentramento di Mosach. Dice sempre che uno dei grossi vantaggi dei campi di lavoro su quelli di concentramento sta nel fatto che i sorveglianti non sono scelti tra i delinquenti comuni. Dice che il nostro campo, oltre a essere piuttosto piccolo – siamo poche migliaia –, ha la fortuna di stare nella periferia d’una grande città e d’essere sorto, con gli altri lager dietro il colle, per la necessità di mano d’opera della B.M.W. durante la guerra.
La B.M.W. è un complesso industriale molto vasto, con numerosi padiglioni e officine, che occupa decine di migliaia di stranieri e dal quale dipendono tutti i lager della zona. Solo i primi lavoranti, i capioperai e i capimacchinisti, sono tedeschi, tutti gli altri lavoratori sono stranieri. “Papà l’italiano” dice che soltanto a Monaco e dintorni gli stranieri sono circa due milioni, tre stranieri per un tedesco, poiché molti tedeschi sono sfollati e tutti gli abili alle armi sono militari.
Circa il lavoro, dagli americani sto veramente bene: arrivo da loro alle sette del mattino e smonto la sera alle sei. Ma quando invitano le guardie a fare la partita a carte e vedo i tedeschi sedere pacificamente con loro, con una parità da soldati, e penso al trattamento dei nostri, mi sento rimestare il sangue dalla ribellione. Li guardo, seduti là che fumano con quelle facce ben nutrite, quelle risate piene, quella olimpica superiorità e condiscendenza verso tutto e verso tutti.
Mi lasciano vivere; ho un’ora di riposo a mezzogiorno e tante volte resto tre o quattro ore senza far niente. Quando non c’è il tedesco, mi dicono loro stessi di smettere di spazzare. Ma non lo dicono con l’aria di complicità come farebbero i nostri: mi fanno cenno con noncuranza.
Mai come in questi giorni ho provato tanta simpatia per i miei compagni stanchi, affamati, litigiosi.
Se la pace sarà come la vita qui dagli americani, garantita e inerte, io sarò una spostata.
Ma speriamo che questo stato d’animo mi passi e mi passi quest’ansia di sprofondare. Devo credere, devo assolutamente costringermi a credere che la pace sarà come ce la faremo noi.
Non mi posso distrarre un istante che i ricordi mi s’affollano nel cuore come una fila di deportati all’appello, e io mi dibatto nella disperazione.
Ma non voglio, non devo pensare all’aspetto spietato della nostra vita. Questo pomeriggio gli ucraini daranno uno spettacolo teatrale al quale si stanno preparando da due mesi. Anche gli americani sono stati invitati dal Lagerführer e così potrò assistervi pure io.
Lo spettacolo si apre con alcune danze ucraine.
Poi una ragazza bionda, che non ho mai notata al campo, coi calzoni e una larga cintura verde con le frange alla vita, lancia per aria coltelli che afferra a volo con le mani e coi denti, danzando, piegandosi, torcendosi e allungandosi, indiavolata fino alla spaccata finale.
Scoppiano applausi scroscianti, felici, e ci guardiamo l’un l’altro sorpresi noi stessi di questo nostro scoppio di buon umore, mentre gli attori preparano lo scenario per il palco.
Il dramma tratta d’un episodio di guerra tra ucraini e polacchi. La cordialità di prima scompare improvvisamente alle prime battute, c’è qualcosa di compresso nell’aria. Gli internati ucraini e polacchi sono già elettrizzati e si guardano in cagnesco.
Tutti gli interpreti sono ucraini. Si vede la piazza d’un loro villaggio con in fondo alcune case di cartone. Davanti alle case siedono i vecchi del villaggio in costume ucraino con la pipa in bocca, tristi, taciturni e dignitosi. Soldati polacchi passeggiano in su e in giù sulla piazza battendo i tacchi, gesticolando e gridando forte. A un certo punto il loro comandante, più agghindato e arrogante degli altri, si ferma davanti a un vecchio, gli strappa la pipa di bocca, la getta in terra, la pesta coi tacchi, e costringe il poveretto a rientrare in casa; allora anche gli altri vecchi si alzano e si ritirano dignitosamente curvi e cadenti dietro le case di cartone, mentre i polacchi con aria soddisfatta seguitano a passeggiare rovesciando sedie e calpestando pipe.
Mentre sto scoraggiata di fronte all’insensatezza d’un rancore che trova modo di sopravvivere nella tragedia della nostra condizione – ma non si rendono conto che sono fomentati dai nazisti?, se lo sanno tutti che quelli ci godono a eccitarci gli uni contro gli altri, noi altri schiavi! –, nella sala s’è fatto un gran trambusto, non si capisce subito quello che sta succedendo: i polacchi sono saliti gridando sul palcoscenico e si stanno scagliando sugli interpreti del dramma.
«Fate il loro gioco!» cercano di trattenerli i prigionieri francesi. «È quello che vogliono da voi!».
Gli SS stanno già facendo sgombrare la cantina con le rivoltelle spianate. Veniamo radunati sull’attenti nella piazza dell’appello.
Penso alla morte.
I fischi degli SS mi rintronano nel petto, sudo freddo, guardo attorno nell’indistinto grigiore del crepuscolo, tutti gli internati hanno gli occhi scintillanti nelle ermetiche facce affossate e opache, rivolti verso gli uffici.
Finalmente la porta del Lagerführer si spalanca e sbucano uno dopo l’altro dieci uomini, quattro soldati tedeschi e sei internati, sono i polacchi, tutti giovani, i più simpatici del lager, turbolenti ma sempre pronti a dare un aiuto. Avanzano con la testa alta, incurantemente, tra i quattro SS che li scortano come ceri intorno a una bara.
Nessuno parla.
Un camion si ferma al centro dello spiazzo. Il Lagerführer appare sulla porta degli uffici e comunica, attraverso un imbuto amplificatore, che questi sei polacchi saranno convogliati alle mine.
Un brivido corre come un contatto elettrico tra tutti gli stranieri, perché essere mandati a lavorare alle mine significa novantanove probabilità su cento di saltare per aria.
Il Lagerführer si ritira seguito dai suoi uomini, i polacchi ammanettati salgono sul camion, il motore romba, la marcia è ingranata, stride, il camion s’allontana rapidamente, finché l’ultima testa bionda scompare alla vista dietro la guardiola dell’uscita.
3
Gli americani non sono più di moda e l’euforia dei primi giorni è passata. Ci offendiamo a vicenda, indispettiti d’esserci montati la testa e sfiniti di ritrovarci in piedi sull’attenti per ore nella piazza d’appello, per l’episodio degli ucraini e dei polacchi.
Ovviamente i tedeschi hanno avuto il loro scopo nel dare il beneplacito a quella recita, quello d’alimentare l’irredentismo ucraino, di deviare i rancori e di mettere in cattiva luce la Polonia come nazione usurpatrice.
Una mia compagna ha riportato in baracca un manifestino americano che ha trovato nel cortile del suo padiglione alla B.M.W., dietro un barile. Il manifestino, scritto in tedesco, preannuncia la completa distruzione della città di Monaco adesso che, grazie alla complicità badogliana, dispongono delle vicine basi italiane. Quindi vengono elencati i crimini di Hitler, tra i quali figura quello d’aver legato la leale Germania a un popolo banderuola. Il manifestino conclude consigliando la cittadinanza tedesca d’affrettarsi ad abbandonare la città e mettersi in salvo.
In un manifestino gettato in Italia gli americani dicevano che ci bombardavano per colpa dei tedeschi.
Vado a lavorare, decisa a non scattare con gli americani per nessuna ragione, e intanto mi ripeto nella mente, in tedesco, frasi sarcastiche e velenose che avrei avuto piacere di pronunciare.
Mentre sto sciacquando in un secchio lo straccio da lavare per terra, un americano che è stato in Italia m’interpella: «Hello! Bela mora, core bono?!». Tutti ridono. Mi raddrizzo e con una collera che mi soffoca vado a posare sul tavolo il manifestino che avevo messo in tasca. Poi torno a strizzare e torcere lo straccio con tutte le mie forze.
Gli americani s’azzittano di colpo, mi guardano sorpresi con disagio. Uno di lo191
ro di nome George, che conosce il tedesco, si alza dalla sua branda e va a leggere il manifestino. Io l’osservo sul chi vive. È un giovane alto e magro, che cammina un po’ con il collo nelle spalle e le braccia penzoloni, ha la pelle bianca, la fronte molto alta, gli occhi acuti sotto folte e irascibili sopracciglia, la bocca grossa di ragazzo sensibile in contrasto con l’intellettualità fredda dei lineamenti e dell’espressione.
Legge lentamente ad alta voce in inglese, traducendo il testo ai compagni, poi col manifestino in mano si gira verso di me.
«Sono desolato» dice compunto, «mais c’est la guerre!» termina in francese allargando le braccia.
«E l’italiano è un popolo banderuola, vero?» ribatto io fissandolo negli occhi. L’americano, accorgendosi che non sono agitata dalla paura ma dall’ira, assume un’espressione pungente e, sgualcendo il manifestino con nervosismo, mi dice dopo una pausa, con tono dimesso e amichevole, che veramente a lui sembra di sì.
Gli americani non s’arrabbiano come noi altri, sono moderati e puliti. D’altra parte anche nella guerra sono puliti: uccidono dall’alto, al di fuori, senza sporcarsi le mani, e intere città crollano distrutte ai loro piedi. A ognuno il suo Massenarbeit e Dio per tutti: i tedeschi lavorano le masse a Birkenau e gli americani le lavorano dal cielo.
Mi devo dominare. Afferro il mio secchio e esco fuori a gettare l’acqua sporca. Tardo a rientrare, infine mi faccio forza e vado a lavare i vetri. Un giovane biondo, grande e grosso, di nome John, con gli occhiali e con la pipa in bocca, si offre d’aiutarmi e strofina diligentemente il panno asciutto sul vetro che ho appena lavato. Mi sento portata a essere cordiale con lui, quasi per ripicca verso George che fingo di non vedere quando l’incontro nella stanza.
Infine George s’avvicina a me: «Io non sarei capace di fare del male a nessuno, ma i criminali di guerra, se ne avessi il potere, li ucciderei tutti dal primo all’ultimo». S’allontana: «E vorrei farti notare che non penso agli italiani» aggiunge tornando sui suoi passi, «ma non lascerei un solo nazista tedesco in vita, perché sono tutti criminali di guerra».
Ha parlato in tedesco e lì, seduto al tavolo, c’è il sottufficiale tedesco che è entrato quando ho cominciato a lavare i vetri, mi volto, ha sentito tutto, comincio a tremare, ma il tedesco resta impassibile, ascolta e tossisce imbarazzato, per invitare a interrompere la conversazione, per non essere costretto a intervenire.
Resto sbalordita, dunque qui non succede niente, uno può dire quello che vuole, non viene insultato, frustato, convogliato alle mine o spedito in un campo della morte, in Polonia.
Qui si tossisce.
Il mio sdegno verso gli americani si smonta di colpo e si trasferisce violento e duro sul tedesco che mi guarda incerto. È un uomo di mezz’età, miope, che sembra un impiegato.
George guarda il tedesco e me, e sembra non capire. Un’altra volta ho assistito a una conversazione politica tra George e il tedesco.
George diceva che a noi europei manca il rispetto della libertà individuale e concludeva che lui odia la guerra. Il tedesco ha detto che anche lui la odia.
«Allora perché combattete?» s’è infervorato George: «Perché non vi arrendete?» ha chiesto ingenuamente.
Il tedesco s’è improvvisamente fatto rosso con gli occhi brillanti di sofferenza. «Combatteremo fino all’ultimo» ha affermato, «più male di così i liberatori non possono farci» la voce gli s’è contratta. Sapevo già che la moglie e due figli gli erano morti in un bombardamento.
Lavoro bene, con calma. Spesso cade una pioggia continua, da tardo autunno, che lava il paesaggio, distende i tetti delle case sotto la collina come panni stesi ad asciugare, strimpella sui vetri, una pioggia antica che si perde nell’acqua del fiume senza lasciare traccia di sé; e io lavoro, carponi per terra sul pavimento o in piedi a stirare, coi pensieri liquidi e svagati dentro di me che scorrono come la pioggia.
Oppure quand’è bel tempo come in questi giorni, vado in giardino a tagliare i rami disordinati degli arbusti, passo il rastrello sul sentiero, tento di piantare qualche bulbo di fiori, e nel frattempo George siede all’aperto, con un libro in mano, legge e prende appunti e ogni tanto alza la testa per guardarmi.
Perfino il fischio delle sirene qui sembra giungere attutito dalla distanza, irrazionale e patetico come un lamento nell’altra stanza, l’eco d’una parola straniera che non si conosce.
La sera lavo i bicchieri, ripongo le stoviglie e accendo la stufa prima d’andare via, John mi spacca la legna e George mi procura le frasche.
Poi, davanti alla scorta, cammino sul sentiero in discesa che conduce verso la pianura e vado adagio per prolungare la sensazione di calma e di silenzio: all’altezza dei miei occhi il cielo all’orizzonte si distende dorato come un interminabile lido di sabbia lambito dalle nubi, come onde, e sotto di me i tetti dei villini traboccano dal verde dei giardini come castagne selvatiche dai gusci spaccati.
Alla curva lo scenario cambia brutalmente: davanti a me, sulla grigia pianura priva di vegetazione, fumano i comignoli di vecchie baracche addossate l’una all’altra, divise a gruppi da reticolati, più accalcate le prime, più rade le ultime che in fondo s’arrampicano sul colle della B.M.W. A tratti in mezzo a esse s’apre uno spazio vuoto nel quale sta isolato un agglomerato più o meno alto e complesso di case di pietra dai tetti d’ardesia. In cima al colle laggiù, le ciminiere della B.M.W., che in questi ultimi giorni è stata colpita più volte dalle bombe, sbuffano fiotti di vapore rossastro e nero che salgono e s’allargano nel cielo assorbendo i sottili fili di fumo grigio esalati timidamente dalle baracche.
Mi stringo nelle spalle e corro, improvvisamente preoccupata e frettolosa, per arrivare al più presto, e distribuire ai compagni le mie piccole racimolate ricchezze.
4
Al lager americano trovo una novità: mi è stata assegnata una sotto-Putzfrau. Si tratta d’una biondina che conosco bene, un’ucraina, un po’ grassotta e insalsicciata, coi foruncoli sul viso.
Di colpo riconosco la biondina dei coltelli. La vedevo sempre al campo e non l’avevo mai identificata con la ballerina piena di temperamento. Facciamo amicizia e lavorando chiacchieriamo tutto il tempo in una lingua mista, in un tedesco intercalato da parole italiane che lei mi offre ammiccando, come faccio io con lei ogni volta che le pronuncio una parola russa a bocca piena. Ci raccontiamo le nostre storie.
Lei è arrivata a Monaco con un convoglio di compaesani e parenti; non ho capito se deportati o “arruolati” da un qualche ente di lavoro per stranieri – come l’Ausländerarbeitsdienst oppure la T.O.D.T., sigla di cui non conosco i termini ma che noi traduciamo “morte” (Tod), «Ci siamo lasciati arruolare dalla morte», dicono quegli stranieri –, però credo che gli ucraini del nostro Arbeitslager siano stati piuttosto “arruolati” perché qui sono trattati quasi come gli occidentali, molto meglio dei polacchi col P all’occhiello e dei russi con l’Osten attaccato al bavero.
Io sono stata presa a Milano a settembre dell’anno scorso, all’indomani dell’armistizio: uscivo dal liceo, dove ero andata proprio quel giorno a ritirare il mio certificato di maturità classica da allegare a una domanda d’impiego, cerco di spiegare a Marinka mordendomi le dita, e mi sono trovata in mezzo a un’operazione di rastrellamento. Poi non ho mai potuto sapere perché m’avevano arrestata assieme ad altri passanti, spinta e caricata con loro su un camion, fino a una tradotta militare che m’ha portata qui.
Ma il campo americano è in decadenza lo stesso: non c’è più raccoglimento né benessere; non c’è più collegamento con la Croce Rossa Internazionale perché i mezzi di comunicazione sono interrotti, e gli americani vivono ormai soltanto con le razioni di viveri tedesche, uguali a quelle dei prigionieri di guerra francesi che sono comunque nutriti meglio di noi lavoratori civili (e dei prigionieri di guerra italiani detti badogliani che hanno razioni dimezzate simili alle nostre); non sono più sorvegliati dalla Wehrmacht, ma anche loro adesso stanno sotto gli SS, come noi; vengono mandati in città a sgombrare le macerie, insieme coi prigionieri polacchi dell’insurrezione di Varsavia che hanno un piccolo W vicino al
KG dietro la schiena.
Anche le sirene sono impazzite. Non ci si può più regolare con loro, non sono più d’affidamento. Come se una molla si fosse spezzata, abbandonando a se stesso il congegno delle sirene, esse sembrano girare a vuoto e cercare coi loro lamenti disordinati il momento buono per sincronizzarsi e ingranarsi di nuovo nel ritmo della guerra: si accavallano, si sopraffanno, s’intrecciano, si contraddicono, non hanno ancora fischiato il Vollalarm che già le bombe cadono, oppure mentre s’innalza il cessato allarme, una nuova ondata d’aerei sgancia esplosivi sulla popolazione appena uscita dalle cantine. Capita pure che un preallarme o un cessato pericolo si trasformi senza interruzione di suono nell’allarme pieno. Ma soprattutto il risultato è che le sirene fischiano continuamente, come creature perseguitate e inasprite.
Non hanno più autorità né prestigio. La vita è affidata all’istinto, sotto i bombardieri americani che si succedono a migliaia anche quando il sole splende. E proprio quest’autunno è mite, come non s’era verificato da anni, dicono. L’anno scorso di questi tempi, c’era già la neve. Quando gli aerei avanzano a ondate senza fine, il cielo si fa lucente come se miriadi di specchi oscillando riflettessero i raggi del sole, come se un mare di scintille straripasse allagando l’intera cupola celeste, poi belli a vedersi e invulnerabili, gli aerei s’allontanano dalla compiuta devastazione, mentre le sirene ripetono ostinate e intempestive i loro non più ascoltati ammonimenti.
Alle sei del mattino la biondina dei coltelli picchia alla mia finestra. Uscendo nell’aria tersa e oscura intravedo il luccichio azzurro della canna del fucile di un SS al riflesso della luce elettrica della baracca.
Attraversiamo lo spiazzo vuoto del lager nel lamento del vento.
Mentre percorriamo la via che conduce dagli americani, una ventata gelida e gonfia ci trasporta addosso il rombo dei bombardieri. Prima che ci rendiamo conto della distanza degli aerei, si scatena la furia degli scoppi. Le bombe sembrano cadere oltre la B.M.W., sulla città.
Con la scorta ci rifugiamo nella cantina d’una fabbrica di birra che s’affaccia tra gli alberi al lato della strada.
Grossi recipienti cilindrici comunicanti tra loro, pieni di birra, sono allineati lungo le pareti. Mi rannicchio in un angolo, tesa a percepire, dall’intensità dello scoppio, la prossimità delle esplosioni. Dopo ogni deflagrazione resto un momento prostrata, a subire il tonfo più lento del mio cuore, finché il sibilo d’una nuova bomba che precipita nell’aria me lo contrae e i battiti mi bussano dentro impazziti. Sono ormai risucchiata dalla paura, l’assorbo come l’alcolizzato assorbe il vino, ubriacato da un solo sorso. M’accorgo chiaramente, mentre la cantina di birra è scossa dalle bombe, che finora la paura è il sentimento che mi ha dato le emozioni più intense, più forti e intime della mia vita.
D’un tratto uno spezzone incendiario schizzato nella cantina colpisce l’ultimo recipiente, la birra sgorga dallo spacco sprigionando il suo odore fermentato e si sparge al suolo in rivoli coperti di schiuma. Ci alziamo in piedi, le madri gridano aiuto, gli uomini si caricano i bambini sulle spalle, mentre il liquido biondo sale, ondeggiando a ogni scoppio. La luce si spegne, e io sussulto in preda a un riso nervoso irrefrenabile che m’è venuto al buio tra le voci alterate, gli strilli acuti, lo sciacquio e le vertigini per l’aspro odore, mentre il livello della birra sale, e dal muro apertosi lingue di fuoco guizzano dentro, fino a spegnersi, crepitando, nella birra che defluisce a fiotti con un gorgoglio sempre più forte.
Appena cessato il bombardamento, ci insinuiamo attraverso la fessura del muro e strisciamo sul terreno fuori, all’aria libera. Poi, coi vestiti zuppi gocciolanti, proseguiamo il cammino verso il lager degli americani.
La sera aspettiamo a lungo la nostra scorta che arriva in ritardo. Così torniamo a casa che sono le otto. Il vento è caduto.
Mentre camminiamo nel buio, così sereno che trasmette i suoni più lontani come se fossero a pochi metri da noi, dalla pianura sale un coro russo di voci baritonali, che si dilata insieme con le tenebre a occupare lo spazio con la sua vasta e solenne cantilena. Ed ecco che a passo di marcia, aggressivo e scattante, c’investe un altro coro, quello dei prigionieri francesi. Da un altro punto della pianura si leva nella notte la limpida melodia d’una canzone alpina. Sorge il coro amaro e violento dei polacchi, quello lento e nostalgico degli ucraini. Ronza in lontananza la nenia insidiosa dei croati, si fa strada in sordina un esile coro greco. Dalle porte spalancate delle baracche, nei lager dei prigionieri di guerra che sorpassiamo, i canti si versano nell’aria e si trasformano in una tempesta che ribolle e batte contro il mio torace.
Le novità si susseguono: la biondina dei coltelli e io riceviamo l’ordine di trasferirci nel campo degli americani, perché l’SS che ci scortava all’andata e al ritorno è stato destinato altrove, né possono assegnarcene un altro. A dire la verità non ci sembrava nemmeno più d’essere scortate, l’SS camminava sempre indietro come per conto suo.
Per tutta la serata sento un affanno, un attaccamento misto d’incredulità, per la baracca dove s’è arenato un anno della mia vita. Annuncio alle mie compagne che le lascio. Guardo le loro facce e loro guardano me. Parlo ininterrottamente, ricordando, considerando e soprattutto facendo promesse su promesse, e quasi ci credo e mi commuovo. Loro m’aiutano a lavare, stirare, rammendare la mia tuta, i miei pedalini, e intanto annuiscono per farmi contenta. Mémé, la mia vicina di pagliericcio, mi riempie la testa di bigodini di carta, è una prostituta francese dai modi bruschi, i capelli sulla faccia magra, lo sguardo canzonatorio.
Una ragazza mi chiama in disparte. È una diciottenne francese rastrellata, timida, fresca, riservata, ancora infantile per me che di anni ne ho già venti, poi è qui solo da pochi mesi. Dopo qualche esitazione mi confida che aspetta un figlio dall’interprete ungherese. La sua voce cinguettante trema e gli occhi dorati le si riempiono di lacrime. Nascondo come posso la sorpresa e il disappunto, perché non mi fido di quell’uomo. La ragazza m’interroga angosciata, le sue ciglia bagnate dal pianto sembrano petali sottili intorno agli occhi.
Quando la luce viene spenta, me ne vado a dormire e mi sento così accorata e stanca che mi sdraio con enorme fatica. Appena distesa, sento il mio corpo inabissarsi, cerco di tirarmi su, non risponde ai miei comandi, concentro tutta la mia volontà per alzare almeno un braccio e invece sollevo a stento qualcosa di pesante lungo e lontanissimo che ricade subito. Vorrei chiamare aiuto ma non riesco a muovere le labbra né a gridare. Decido d’attaccarmi alla trave accanto, sempre per tirarmi su, annaspo lanciando debolmente a tratti quel qualcosa di lungo e lontano. Allora mi lascio andare e chiudo gli occhi. Lentamente il mio corpo risale, si rimpicciolisce, si fonde di nuovo con me. Mémé, allungata al mio fianco, mi sta stringendo la mano: «Ma che te ne frega?» mi giunge la sua voce rauca: «Di gente come noi ne trovi dappertutto, sotto tutti i lampioni del mondo. Che te ne frega, dico io!».
Le bombe incendiarie nella notte hanno distrutto l’Arbeitslager.
Uno spezzone è caduto subito nel ricovero, vicino a me. Ha colpito in pieno petto “Papà l’italiano” che è stato squarciato.
Per il resto del bombardamento ho visto rantolare, con gli intestini dilaniati, la diciottenne con gli occhi circondati di ciglia che m’ha confidato due ore prima il suo segreto.
Una signora belga, anziana, bella e fiera, in fin di vita, non ha fatto che gridare: «Le mie scarpe! Le mie scarpe!» con voce straziante. Aveva paura che gliele portassero via. Infine le ho sfilato le scarpe dai piedi e gliele ho consegnate tra le mani, se le è strette al petto con un sorriso smarrito ed è morta.
Nella bruma dell’alba, in gruppi ammassati e intirizziti, tra nuvole di cenere che turbinano nell’aria, guardiamo lo spiazzo devastato che ancora ieri era il nostro lager, pieno di fumo, cosparso di grosse travi carbonizzate leccate da persistenti fiamme arzille, e di stufe di ghisa sventrate come carcasse d’enormi scarafaggi. In fondo, soldati tedeschi frugano nella penombra tra le macerie degli edifici di pietra, reggendo fievoli lanterne avvolte in carta colorata.
Anche l’archivio è stato distrutto e tutti gli incartamenti sono bruciati.
Dovrei trasferirmi dagli americani, ma col cuore che mi scava dentro come un piccone, mi sento spinta a cercare fortuna come dicono da noi: cioè a tentare la fuga.
Ci avviamo verso la città in gruppi distaccati e guardinghi. Io sto con la biondina dei coltelli.
Aggiriamo gli stabilimenti della B.M.W. Finalmente posso vederla nella sua interezza. Mi sembra immensa e, pure così demolita, imponente e a tratti dominatrice, come un grande corpo mutilato duro a morire.
Arrivati alle prime case di Monaco, ci accorgiamo che tutto il quartiere periferico è inaspettatamente intatto. Come se un alleato ci fosse venuto a mancare, ci fermiamo per la paura che dalle case diritte in piedi ai lati della strada sbuchino gli SS ad arrestarci.
Avanziamo alla spicciolata, nel disnebbiarsi del primo mattino, camminando cauti, ma nessuno s’occupa di noi: schiere di stranieri trasandati vanno tranquillamente, parlando ad alta voce chiassosi e franchi, occupano tutto il marciapiede, mentre qualche tedesco scompagnato cammina in fretta lungo i muri stringendosi di fianco per lasciarli passare. Gli stranieri per lo più non notano il passante tedesco, ma a volte qualcuno furtivamente gli mostra dietro il pugno masticando un insulto.
Ci riuniamo ammutoliti dalla sorpresa. Com’è possibile che i tedeschi del campo fossero così sicuri e dispotici, mentre i loro concittadini a pochi passi di distanza sembrano quasi volersi nascondere?
Non parrebbe certo di girare in una città tedesca!
Non capiamo nulla di quello che succede intorno a noi. I miei compagni mi sembrano intimiditi, con una strana costernazione: è come se ci accorgessimo d’aver tremato per anni davanti a un uomo armato di pistola scarica.
Gli stranieri che interroghiamo trasecolano del tono timoroso e circospetto delle nostre domande: «Forza compagni» ci rincuorano commossi, «è giunta la nostra ora: la maledetta macchina nazista cede e si distrugge da sola. Forza, compagni».
E prima che ci possiamo riavere dallo stordimento per quest’impensato capovolgimento d’atmosfera, d’abitudini, di prospettive, ci prendono a braccetto, parlano vivacemente di camere a gas, di forni, di sevizie, ci conducono in una locanda risparmiata dalle bombe e affollata di stranieri e ordinano birra per tutti, ci offrono pane e tabacco.
Siamo riconoscenti e imbarazzati.
Adesso parlano improvvisamente sottovoce: ci indicano gli uffici nei quali possiamo richiedere i documenti civili, cioè di liberi lavoratori, «Mi raccomando, non dite internati, rastrellati, evasi, no, guai!: operai volontari», ci spiegano con cura quello che dobbiamo dire e quello che dobbiamo tacere, dall’Ente di Pronto Soccorso all’Ente d’Assistenza, dall’Ente di Identificazione all’Ente Danni di Guerra. Ci scrivono i nomi delle strade, aprire gli occhi, chiederle solo agli stranieri.
«Anche se qualcuno dei loro impiegati non ci crede» strizza l’occhio un francese nel suo raffazzonato tedesco; accanto a lui un italiano ci traduce e infiora: «Per loro è meglio fingere di stare alla nostra parola: almeno così ci rifilano un documento che ci riporta sotto il loro controllo. Altrimenti, che fanno? Chiedono l’Ausweis a tutti i passanti? Monaco è insaccata di stranieri. Siamo milioni d’evasi in Germania grazie ai bombardamenti americani. Gli ci vorrebbe un esercito per racimolarci, e poi? Ci pizzicano a uno a uno per convogliarci in un campo di sterminio, già stracolmo d’ammazzandi in lista d’attesa? Troppo lavoro, uno spreco di Gestapo e SS che non si possono più permettere, dateci retta, noi siamo evasi nientedimeno che da…», un’alzata di spalle come per dire: basta così.
Nei corridoi scarsamente illuminati degli uffici stanno assiepati molti lavoratori, quasi tutti stranieri.
«Sono totalfliegerbeschädigt» dichiaro. Totalfliegerbeschädigt è un’espressione regolamentare per dire che uno ha perso tutti i suoi beni in un bombardamento.
«Ausgebombt?» s’informa l’impiegato chino sulle carte senza alzare la testa. Ausgebombt significa che la casa di proprietà privata è stata totalmente distrutta dalle bombe.
«Io non avevo casa» rispondo.
L’impiegato alza la testa e mi squadra: «E che cosa hai perduto?».
«L’alloggio».
«In tal caso sei partialfliegerbeschädigt».
«Parzialmente no» dico, «io non avevo altro». Mi si stringe il cuore al pensiero che possedevo soltanto un pagliericcio d’Arbeitslager.
«Comunque non puoi dire d’essere totalfliegerbeschädigt se non sei ausgebombt, puoi dire al massimo fliegerbeschädigt, senza ulteriore specificazione».
È tutto quello che ottengo. Ripenso a “Papà l’italiano” quando, scotendo perplesso il capo, ci elencava la classificazione degli ebrei fatta dai nazisti: «Il Volljude, cioè l’ebreo puro sangue, è internato nei campi della Lösung, della soluzione finale. L’Halbjude, il mezzo sangue ebraico (chi ha un genitore ariano e uno ebraico) nei campi di concentramento “normali”, con eliminazioni dosate; il Vierteljude, il quarto di sangue ebraico (chi ha un nonno ebreo), e l’Achteljude, l’ottavo di sangue ebraico (niente di meno chi ha uno degli otto bisnonni ebreo) sono spediti nei campi di lavoro, e ogni categoria ha un trattamento diverso». Socchiudeva la mano come a voler proseguire: «Mah…» concludeva con un sospiro e lasciava ricadere il braccio.
Alla mia amica hanno detto di presentarsi all’Ente di Polizia. «Andiamo?» una gomitatina. «Andiamo!» una spallucciata e, la mano nella mano, si va. Nelle vicinanze della sede della Polizia si circola a fatica, a decine i poliziotti cercano di trattenere la gente. Sul portone d’ingresso una commissione speciale controlla i documenti dei postulanti. Le prigioni sono messe a disposizione dei sinistrati: la precedenza assoluta nelle carceri è per i cittadini tedeschi.
Due francesi, che osservano la scena in disparte come noi, ci propongono d’installarci provvisoriamente in un ricovero per liberi lavoratori. Io mi ricordo che “Papà l’italiano” era contrario ai ricoveri: quando qualche volta si parlava di fuggire e lo s’interrogava per sottoporgli un progetto, scartava sempre l’idea dei ricoveri. Diceva che quelli che vi s’erano adattati non erano più riusciti a venirne fuori per sistemarsi diversamente, tanto che sembravano pipistrelli quando risalivano sulla strada, e tornavano subito a sotterrarsi; e presto o tardi venivano ripescati e chiusi dentro.
«Il ricovero è la loro trappola». Uno dei due francesi mi fa osservare che dopotutto non abbiamo troppa scelta, e in fin dei conti la guerra sta per finire.
Ancora rivedo la faccia di “Papà l’italiano” quando gli dimostravamo che la guerra stava per finire e lui zitto, non rispondeva. Lo accusavamo d’essere martin contrario, disfattista. Il bello è che nessuno di noi aveva pace se le sue speranze non venivano confermate proprio da lui. Ieri sera, prima di saltare in aria, «Eh, come corri!» mi ha detto: «Adesso no, viene l’inverno» con la sua filosofica cadenza napoletana.
L’ucraina e io salutiamo i francesi e proseguiamo da sole. Siamo arrivate al centro. Non c’è una via che non sia ingombra di detriti e di macerie. Alcuni tratti sono sbarrati. Un lezzo dolciastro di putrefazione c’investe a fiati intermittenti, siamo entrate senza saperlo, passando attraverso uno steccato, in una vietata “zona morta”; ai lati della strada sono allineati cadaveri coperti, fiamme al fosforo lambiscono come lingue ingorde i contorni dei muri ancora in piedi, passanti isolati camminano tortuosamente al largo dei muri in bilico, schivando i corpi distesi; bambini sgusciano all’improvviso allungando sguardi indiscreti e spiritati sui corpi dei morti, ondate d’aria fredda spazzano a tratti il ristagno nauseante dei gas.
Un SS sbucato da una via traversa ci grida l’alto là. Fuggiamo verso gli sbarramenti che riconducono nella parte viva della città. Sentiamo tre spari.
Ma per correre all’impazzata, ci siamo smarrite. Ogni tanto trasaliamo davanti a un orecchio gigantesco che ci si para di fronte, dipinto su un pezzo di muro in un cortile in cui siamo entrate per sbaglio o in fondo a una strada per cui non si può andare avanti. È il famoso monito affisso ovunque: ACHTUNG! DER FEIND HÖRT MIT (“Attenzione, il nemico ti ascolta”), l’unica cosa che avevamo visto della Germania durante il viaggio, quando ci socchiudevano la porta del carro bestiame, nelle stazioni. Ma lì, nella zona morta, quelle enormi orecchie d’uomo color rosso vivo su tutto il calcinaccio bianco ammucchiato a perdita d’occhio, interrotto solo dalle forme dei corpi sotto le coperte grigie, fa un effetto pauroso, specialmente quando sono spezzate e sembrano sanguinare.
Il nostro vagabondare si fa più cieco, disordinato e superstizioso, evitiamo due pattuglie di ronda e una coppia d’avvinazzati, nascondendoci con lunghe soste; tratteniamo il respiro e lanciamo occhiate imploranti al sole che già tramonta. Finalmente imbrocchiamo una strada libera, ci chiniamo sotto le travi che chiudono l’accesso della zona morta e ci mischiamo alla folla che cammina. È come se fossi mancata dal mondo per un lungo atroce sogno, la sera sta scendendo veloce, le strade rigurgitano di gente. Tutti commentano ad alta voce, in un modo che sembra un sottovoce collettivo, il fatto che per tutta la giornata non c’è stato un allarme.
Questo mutismo delle sirene inquieta la popolazione che si riversa nelle vie. Come un lutto. Sembra che manchi qualcosa, come se ci fosse un vuoto, quell’immobilità arida dell’aria che precede il ciclone.
L’aria satura d’attesa s’è fatta elettrica, tutti ci aggiriamo nei pressi dei ricoveri, imbizzarriti come le zanzare all’avvicinarsi del temporale.
Ho perduto nella folla la mia amica, Marinka, la biondina dei coltelli. Il cielo tedesco dirupa trascinando ogni cosa nella sua rovina.
6
Il ricovero è crollato. Non posso muovermi. Non so quante ore siano passate, finché gli uomini dell’assistenza volontaria penetrano tra le macerie per sgombrarle e liberare le persone rimaste sotto.
Sono contusa ma incolume. Esco all’aperto, il fumo è così denso e nero che non distinguo dove cammino. Nel buio fluttuante emergono fiamme morenti e stanche in un calore insopportabile, con un pulviscolo che acceca e fa tossire. Vado a tentoni, mi si para davanti una sarabanda spiegata e febbrile d’alte fiamme fosforee. Indietreggio atterrita. Devono essere passate parecchie ore dal bombardamento perché le bombe al fosforo corrodono invisibili dall’interno i muri che restano a lungo in piedi e che crollano molto più tardi, al solito quando la popolazione rassicurata è già tornata nelle case; e nel crollare sprigionano zampilli di fiamme che è impossibile spegnere.
Voci s’incrociano nella fosca oscurità arroventata dal fuoco, a chiedere se è giorno o notte, invocando ciecamente aiuto.
«È mezzogiorno».
Proprio sopra di me, basso nello spazio, un largo disco rosso, librato nelle tenebre affumicate che rendono ancora più raccapricciante il suo colore sanguigno, sta nel cielo, un astro morente che non illumina più nulla, in mezzo al fumo che lo copre e lo rivela a tratti, sbadatamente.
Nell’afa di pece si sparge la voce che il sole è spento.
«È la fine del mondo!». La popolazione stremata è paralizzata dal panico: «La fine del mondo».
Mi sento bagnare d’un sudore freddo, il disco rosso cresce sempre e scende nel fumo.
La gente si getta in terra, tedeschi e stranieri abbracciati si tengono stretti proteggendosi gli uni coi corpi degli altri.
Nei crocchi avvinti come grappoli irrompono squadre di tedeschi con la croce uncinata al braccio: «Non vedete» spiegano «che è l’effetto del fumo? La città è stata rasa al suolo. Tra qualche ora il fumo si diraderà e il sole riprenderà il suo colore naturale nel cielo tornato chiaro. Non vedete che i raggi non possono passare per la densità del fumo?».
Mentre parlano con professionale pazienza, distribuiscono cognac, fanno aspirare sali agli svenuti, accompagnano la gente verso gli improvvisati posti di ristoro. Possibile? Non separano gli stranieri dai tedeschi, io indosso la tuta a righe dell’Arbeitslager…
«Questa notte le fortezze volanti sono state ventimila, in due tempi. Stando alle informazioni giunte finora, si tratta del più duro bombardamento che si sia mai registrato, supera l’ultimo di Norimberga in cui settantamila persone sono perite in una notte sola».
«Cittadini, oggi è il 18 dicembre 1944. Nessuno di voi dimenticherà mai più questa data».
I nazisti, dopo avermi condotta con gli altri sotto una tettoia montata lì per lì, da cui pendono manifesti con su scritto a caratteri cubitali: FÜR DEN TAUSENDJÅRIGEN FRIEDEN, ritornano fuori. Mentre restiamo docilmente fermi, ancora allucinati e prostrati, le sirene a spirale dell’allarme pieno, con la loro contagiosa disperazione, fischiano rovesciandosi da tutte le parti, e subito discende il rombo uguale e possente degli aerei che avanzano sulla città.
Non ci sono più case né ricoveri, ma soltanto muri di fiamme ai lati delle vie.
La popolazione impietrita si pigia al centro delle strade il più lontano possibile dalle fiamme. Gli aerei si dividono sui vari quartieri e s’abbassano in picchiata a falciare l’umanità attanagliata senza rifugio in mezzo alla strada come un serpente mostruoso strisciante tra le rovine.
Non si ode una voce, soltanto i motori e i mitragliamenti, a ogni picchiata degli aerei un’oscillazione della massa umana tra i profili laceri delle macerie con guizzi di fiamme.
Dopo due ore di martellamento gli aerei alleggeriti risalgono verso le alte sfere del cielo e s’allontanano.
La popolazione, come un’immobile processione, resta abbarbicata al centro delle strade, qualche sparo ritardatario dell’inutile F.L.A.K. rimbomba nell’aria. Destato dalle implorazioni sempre più doloranti dei feriti, l’ammasso umano comincia a sciogliersi.
Aiuto a portare via i morti e i feriti che urlano.
Un uomo viene arrestato perché sorpreso tra le macerie a derubare un morto durante il mitragliamento aereo, i picconi scavano subito una buca, l’uomo, un tedesco, si lascia scivolare dentro ripetendo meccanicamente: «Ho fame», una scarica di pallottole trapassa il busto che sporge.
È scesa la notte. Le fiamme illuminano le tenebre con sfarzosa magnificenza. Seguo con lo sguardo ipnotizzato le contorsioni delle fiamme, intercetto passivamente le conversazioni della gente.
Camminano piano, tra piccole risate istupidite, si raccontano l’esito delle brevi ispezioni compiute nella zona.
Le madri con bimbi piccoli tra le braccia passano come fantasmi.
Autocarri con grossi barili procedono lentamente, e uomini e donne con la croce uncinata al braccio versano mestoli di zuppa in tazze di cartone che porgono ai passanti. Un’ausiliaria mi scuote e mi pone una tazza tra le mani. Non riesco a mangiare, abbagliata dallo splendore del fuoco, soffocata da un’angoscia senza fondo quando a tratti nelle tenebre si leva una voce di bambino che singhiozzando chiama la mamma.
All’improvviso tra urla agghiaccianti tre uomini bruciati dalle fiamme fosforee corrono come torce nella notte.
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