Korimba

Stories / Poems

Stories by luce d’eramo

dormiveglia

italian

Save as PDF
Allora ha ragione tuo padre: tu strilli perché vuoi essere preso in braccio e, se fai così, sei tu che mi costringi a non correre da te. Figùrati se non ti conosco, ti carichi ben bene i polmoni e poi via, con tutto il fiato che hai. Tant’è vero che adesso hai smesso e aspetti l’effetto della tua strillata. Meno male, si starà riaddormentando, macché, eccolo che ricomincia. Se gliela dò vinta anche questa volta, gli si scombinano gli orari. Ma non capisci che sono le quattro di notte e per altre due ore sei tenuto a non aver bisogno di nulla? Devi dormire di seguito da mezzanotte alle sei, se non vuoi crescere irrequieto, sregolato. È molto importante che tu dorma, ti prego.
Oh, sia lodato, avrà sentito il mio pensiero, ma sì dormi tesoro, lo so come sei fatto: emetti qualche suono per ozio, poi t’immedesimi nella tua voce e ti prendi sul serio. Ah no, tu ci metti malizia. Se veramente ti serviva qualcosa, non tacevi per questi lunghissimi secondi. È chiaro che te n’eri scordato e adesso vuoi darmi a intendere che soffrivi in silenzio. Ma renditi conto, figlio mio, che più passa il tempo e meno posso darti retta, ci sono i riflessi condizionati, se insistendo nel capriccio alla fine la spunti, dopo chi ti ferma più? Tu credi che sia facile: quattro strillacci e il mondo a disposizione. È brutto sai prevedere le conseguenze. Non pensi che mi piacerebbe di più prenderti in braccio e cullarti, invece di starmene qui a rigirarmi nel letto?
Bravo, sì, zitto, così va bene. Comunque secondo me tu dovresti dormire in camera con noi, e non là, dietro la parete, solo con l’universo. Come potrai un domani convivere con tua moglie, quando al prezzo di tante solitudini infantili avrai imparato a non dividere il sonno con nessuno. Se tu sapessi che nervi certe volte, quando sento tutto quel legiferare grave: si educa così e colà. Sono tentativi, figlio mio, tu strilli di là e io sto qui dibattuta.
Tuo padre se n’esce che sono discontinua, che adesso dico bianco e fra tre minuti nero, adesso sono d’una dolcezza persino appiccicosa e imprevedibilmente (dice lui, perché è distratto) divento una strega, così non si sa mai qual è la verità. Comodo no? Certo, la verità sul mio conto gliela lavo e gliela stiro subito!
Sì, lo so, tutto questo adesso non t’importa. A te serve una madre attenta, senza sbalzi d’umore, ferma. Ma capisci che rivoluzione sei per me? Tu sei il mio dovere di vivere come se il bianco fosse bianco e il nero fosse veramente nero per sempre. Eppure non posso diventare esclusivamente questo dovere, ma a te devo mostrare la faccia chiara, illuminata senza interruzione, come la luna, e l’altra faccia, quella buia, t’accorgerai che c’è solo più tardi, quando sarai grande e di me non saprai più che fartene.
Eh no, se piangi di nuovo, è segno che hai qualcosa. Non può essere che tu lo faccia per puro puntiglio. Evidentemente hai dormito. Se torni a strillare, una ragione c’è. Io m’alzo. Se il padre si sveglia e mi rimprovera di viziare e rovinare nostro figlio, gli dico che tutto è a doppio taglio: che ne sa lui se l’aver chiamato invano non può danneggiare una creatura così piccola, più del sentirsi sempre corrisposta? Può persino dubitare del mondo. Lallalà quanto chiasso, ecco mamma che arriva. Lo vedi, basta che io pensi di correre da te e già urli convulsamente. Ma guarda che, se ti trovo senza una lacrima, è l’ultima volta, siamo intesi? Non mi hai mica tanto convinta sai, io riconosco ogni modulazione della tua voce. È impressionante però come mi legge nel pensiero, s’è zittito, tende l’orecchio. Ieri notte vociava a perdifiato, io mi precipito e me lo trovo sì paonazzo, ma intanto sgambettava piacevolmente, ora dimmi, come faresti a tirare tutti quei calcetti beati nell’aria se veramente… Io vado. Mi conveniva andare subito. Ho sbagliato ancora una volta. Sai che facciamo? A tuo padre non diciamo niente. Se al risveglio ci domanda qualcosa, noi abbiamo dormito saporitamente, capito?
Però. Arrivo che magari s’è riassopito e lo disturbo io con la mia presenza, com’è successo l’altra notte. Sto pronta, ecco, mi siedo sull’orlo del letto; se fa ancora uno strillo, scappo da lui, per quanto sarebbe forse più educativo che ci andassi quando non fiata, pianissimo, come fossi capitata là per fatti miei, ma nemmeno va bene che lo colga di sorpresa. Uffa con questi dubbi e problemi, viva la faccia delle madri antiche che agivano a istinto. D’altra parte i problemi ci sono, s’è ben visto con le guerre e tutto il resto. Adesso secondo lui dovrei spaventarmi perché tace. Figùrati se ci casco, t’ho fatto io! Si fa per dire, ma tu fa’ finta di niente. Guarda, non ho pretese, come avrei potuto fare te che stai nell’altra stanza, coi tuoi occhi, persino con le tue unghie dei piedi, senza contare quello che hai dentro che nessuno capisce in che modo funzioni. Ma non ce ne facciamo accorgere che tu e io non abbiamo niente a che spartire, nemmeno la morte, pensa un po’. Altri affetti, altri avvenimenti. Sappiamo solo che t’ho portato in grembo, per me un ricordo, per te una nozione.
Tante volte fai male a piangere perché non è mica brutta la tua situazione. Sì, se si pensa che devi crescere in questa realtà precostituita, tra tutti fatti definiti che ti comprimono, persone che ti vogliono integrare nelle loro formule d’esistenza, che non ti lasciano un margine, non nego che devi fare una gran fatica. Ma non t’impietosire troppo su te stesso adesso, è il destino di tutti. Sono d’accordo che t’attendono ore serie, però intanto guarda come stai bene. Almeno a me pare così. Sarà che non posso vedere la gente in ozio, mi viene un’inappetenza, mi pare che tutto resti indietro, che tutto l’arretrato dell’universo debba poi ricadere sulle mie spalle. Quando gli altri oziano, a parte il fatto che m’innervosisco di quest’esistenza al rallentatore, io mi sento in colpa. Invece quando tutti si danno da fare, attivi svelti precisi, allora ho la coscienza a posto, e finalmente mi posso sdraiare in santa pace.
Apposta mi piace sedere davanti a un cantiere, solo lì mi rilascio un po’ come dico io. Il porto di Genova per questo è impareggiabile. Te ne vai in collina da dove domini il golfo e contempli i bastimenti vivaci sul mare splendente al sole, e sul molo i piccolissimi uomini che corrono, piegati in due, con le casse sulla schiena, un traghetto fischia, la nave laggiù che fuma… puoi riposare bene solo quando tutto procede in maniera impeccabile, quando gli altri sgobbano. Ti rendi conto però che non ci riposeremo veramente mai?
Ora tu, di questa benefica operosità universale, hai qualche barlume nello zelo di tua madre attorno a te, e anche di tuo padre, sai, lui lavora fuori e noi non dobbiamo fare comunella alle sue spalle, non sarebbe leale, anche se gli diremo che stanotte hai dormito sei ore di fila.
Oh santo cielo, le sei sono passate da un pezzo! Mi sono addormentata sul più bello, e invece tu devi mangiare, se no non cresci; proprio adesso che dormi, amore, ti devo svegliare, guardami, figlio, buongiorno, ti ricordi quando avevi una patina azzurra nello sguardo che vagava senza posarsi mai? Mi mettevi soggezione, sai? Ti chiedevo: chi sei? Adesso sei più umano, misterioso sì, ma a momenti mi pare di poterti raggiungere. Però la prima volta che m’hai guardato, non ti so dire che è stato per me, quella mattina, avevi appena qualche settimana di vita, minuscolo, t’allattavo in terrazza e sentivo una quiete che mi sembrava il mio cuore fosse un lenzuolo steso accanto agli altri panni ad asciugare al sole, sai quando l’aria pare una lente d’ingrandimento e i tetti, le foglie, tutto è ravvicinato in rilievo, io posavo lo sguardo qua e là ed ecco che lo curvo su te attaccato al mio seno.
Mi stavi scrutando senza più velo all’improvviso, con un’interezza così netta che mi sono sentita messa a nudo fino in fondo all’anima, e sono arrossita come mi volessi nascondere alla tua vista, perché tu non scorgessi le mie ombre, le mie miserie, e d’un tratto ho avuto vergogna, mentre tu seguitavi a immergere il tuo sguardo nei miei occhi, sereno.
Save as PDF