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Stories / Poems

Stories by luce d’eramo

idilli

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lui
Lavoravamo insieme come garzoni dai contadini. Era Natale, un freddo cane, la stanza nostra gelata. In mancanza di meglio andammo a passare la notte della vigilia nella stalla.
Ci prendemmo le coperte, il pane bianco e prosciutto rubati in dispensa, la birra comperata, i biscotti che ci aveva dato la padrona di casa. Mungemmo tutte le mucche verso le undici di sera, tanto che la mattina, con grande stupore di tutti, esse diedero ben poco latte.
E cantammo e ridemmo, salimmo a cavallo delle mucche – ognuno aveva la sua favorita –, solleticammo i vitelli, li nutrimmo con fieno puro e quelli muggivano con slancio e noi non sapevamo che fare. Poi per disperazione cantammo ancora col loro accompagnamento.
Fumammo coste secche di tabacco tagliate a pezzettini, in carte di giornale: avevamo dimenticato di comperare le cartine.
In più pregammo Gesù Bambino in ginocchio tutti e due sul fieno, predicammo al bestiame e cucimmo con grande ardore un paltò che era destinato a lei.
Io tagliavo, misuravo, correggevo e imbastivo; lei cuciva e rifiniva. Poi perdemmo un ago nel fieno che ci mettemmo a scuotere finché non lo ritrovammo, altrimenti, se moriva una mucca, guai: la contadina avrebbe saputo del nostro viaggio natalizio nel regno dei ruminanti e ci avrebbe cacciati.
Ebbene, fu bello, e non appena giunse l’alba uscimmo intirizziti ma soddisfatti: lei a curare i suoi maiali, e l’aiutai, io a fare la mia stalla.
Poi ci lavammo e andammo a letto con un senso di merito.
* * *
Andiamo a passeggio.
“Ecco si arrampica su un albero, passa sui rami più alti, si posa, mi contempla. Speriamo che non cada”.
Questo dice lo sguardo di lei che è rimasta giù e io me lo sento dietro mentre salgo. La guardo, sono caldo e mi metto a fischiare come un uccello. Lei mi ascolta, mi guarda di sotto. Poi mi chiama, mi richiama e io fischio e fingo di non sentire.
Passa un giovane, la guarda, le parla.
Io fischio come un uccelletto. Quello le dirà sicuramente che il canto degli uccelli è lì per benedire il loro incontro.
Lei guarda in su e ride.
Allora scivolo giù.
Ci mancherebbe altro!
* * *
Ho piantato una patata profonda un metro per farla fruttare di più.
«Se va bene, lo suggerirò ai contadini» le ho spiegato oggi mentre raccoglievamo le patatine. «Bisogna stare attenti a coltivarle: fai la buca profonda un metro e ci metti le patate che riempi con poca terra. Man mano che cresce lo stelo, copri un po’ di più e innaffi fino a che non si è colmata tutta la buca. Così produrrai molte più patate. È una novità che ho trovato io…».
E lei prende le patatine con amore, le stropiccia con le mani e le raccoglie nel grembiule a una a una: «Guarda quante!».
«Saranno due chili sicuri!» dico io. «Andiamo a cuocerle».
Ci affrettiamo in casa per cucinare.
Mentre friggo coscienziosamente, lei mi ruba due pezzetti e li inghiotte; ma fa una smorfia: «Sanno solo di acqua e terra!».
Ne assaggio anch’io. Non va. Prendo in fretta una patata lessa già pronta, e la sbuccio.
«Me ne fai assaggiare un po’?» chiede lei.
«Macché» dico io, guardandola fisso.
«Non t’inquietare, potremo sfruttare questa tua invenzione per le patate dei maiali: è sempre molto utile».
«Intanto portiamoci queste, ai maiali».
* * *
Un pomeriggio, lei e io eravamo andati a passeggio sul fiume.
Avevamo noleggiato una barca e ci davamo alla pazza gioia in mezzo alle onde, remando a turno. Venuta la sera, volevamo pernottare in barca, ma l’acqua diventò troppo capricciosa, il cielo troppo opaco, e decidemmo di andare a dormire nel parco che costeggiava il fiume. Erano viottoli, salici piangenti, ponticelli dallo sguardo pensile, cipressi.
Tanto ci entusiasmavamo che ci aggiravamo sempre più. Finché consentimmo ad accamparci. Avevamo due coperte e niente altro.
Ci sdraiammo.
Si fece subito scuro e cominciò a piovere qualche goccia larga e piatta.
La notte scese in pieno e sopravvenne un temporale.
Ci trapiantammo nelle vicinanze di una grossa quercia, ci ravvoltolammo e nascondemmo bene sotto le coperte.
Quando ci accorgemmo che si trattava di un diluvio vero e proprio, ci alzammo e, ognuno protetto da una coperta, c’incamminammo verso un rifugio.
Ma avevamo smarrito la strada.
Il buio era tanto fitto: camminavamo diritto finché un lampo, illuminando tutto, ci faceva vedere che – ancora due passi – e sbattevamo il naso contro un tronco d’albero o scivolavamo in un canale.
E tutte le volte che i lampi ci schiarivano, vedevamo sorgere a ogni angolo alberi, alberi e quasi sempre cipressi.
Se le camminavo avanti, aveva paura della mia forma con la coperta sulla testa e sulle spalle. E se le andavo dietro, prima di tutto inciampava a ogni sassolino e ogni volta che si voltava verso di me gridava dal terrore a vedere quel fantasma che la seguiva.
Insomma giungemmo a casa bagnati fradici. E solo allora il temporale cessò. Tutto tornò placato.
Non potevamo bussare alla porta perché tornati troppo tardi e i contadini ci avrebbero sgridati.
Dovevamo arrampicarci sul muro – le finestre erano al piano terreno, ma molto alte –, infilarci attraverso una finestra dal vetro rotto e raggiungere la nostra camera.
«Sei andato per primo a ispezionare la situazione all’interno e m’hai lasciata fuori cinque minuti a battere i denti e a spaventarmi. Ti sei arrampicato e, sempre con la coperta in testa, ti sei messo in piedi sul parapetto della finestra con tanta dignità, scuotendoti un po’ e gocciolando, che mi sono messa a ridere di nascosto».
Lo sentii.
«Poi ti sei infilato sempre diritto e serio attraverso la finestra. Allora la tua coperta ha strascicato con falde tanto regali che sono scoppiata a ridere senza finirla più. Era così comica quella maestà di re antico dallo strascico di rozza lana grigia che s’introduce attraverso una fessura, sotto la protezione di un diretto e preciso raggio di luna…».
La sgridai.
* * *
Un giorno, quando eravamo fidanzati, grandinava come una guerra e noi pensavamo alla frutta. Io le dissi: «Dalle mie parti, solo le fanciulle possono salvare l’uva e i fichi. Si lasciano scivolare un chicco di grandine in seno».
Parlavo ancora e lei prese al balzo un dente di grandine ancora sospeso e se lo infilò sotto la camicetta, ridendo e tremando.
Di colpo la grandine cessò.
Fui felice.
Quello è stato, sono sicuro, il momento più felice della mia vita. L’abbracciai. Dominava la natura, era pura lei.
I fidanzati da noi temono e desiderano la grandine, ma non hanno spesso questa soddisfazione.
Parlano poi di superstizioni. Io ci credo invece: è così bello! Poi gli anni passano. Ieri l’ho voluta far ritentare, ma non ha più potere sulla grandine.
Rideva come allora, ma ha continuato a grandinare lo stesso.
Ero contento per la conferma, eppure ho sofferto per lei.
* * *
Esco dal lavoro. Il mio lavoro è pesante in fabbrica. Guardo attorno.
Lei esce in genere un’ora prima di me e va a fare le spese.
La vedo venire trotterellante con le braccia cariche di mercanzia. La scarico e lei racconta: «Sai, ho comperato della mortadella speciale».
«Ma come, sai che non abbiamo soldi e io volevo ventresca!».
«Ma danno più mortadella con lo stesso denaro».
«Non fa niente».
Trovo la cosa gravissima.
Intanto siamo arrivati al parco e lei sfodera le sue compere.
Io guardo. Arriviamo alla mortadella.
Non mi freno dalla collera nel vederla svolgere così amorosamente dalla carta quella mortadella. Eppure lo sapeva che volevo la ventresca, che mi piace tanto. E invece, no.
No, così non può andare. Guarda che mortadella scema.
Pochissimo grasso.
Ecco, quando vedo queste cose, io…
Insomma, piglio e butto la mortadella.
Lei rimane così male di fronte alla mia ingratitudine, a bocca spalancata, con gli occhi così sgranati che m’accendo e grido ancora di più.
Lei butta tutto e dice di andarsene.
Allora me ne vado io.
Si abbassa, raccoglie ogni cosa, e io sosto per osservarla da lontano.
Piange, si lamenta, riordina tutto, spolvera la mortadella, si siede e si mette a mangiarla. E il bello è che piange per giunta. E rimprovera: «Pensavo che saresti stato contento» e morsica. «Che interesse avevo a farti dispiacere?» e piange. «E tu mi fai una scenata simile» e morsica. «No, basta, basta per sempre».
E io: «Ma scusami, io lavoro tanto, tu non fai niente, sei colpevole tu». Stavo lì appoggiato a un albero, a dieci metri da lei, indignato, scuro. Ma quando la vidi inghiottire l’ultimo boccone di mortadella, così, senza pane
– sarà stato sicuramente un mezzo chilo –, e aveva avuto il coraggio di piangere per giunta, con certi lacrimoni così cari e sinceri, non resistetti più e me ne andai.
Lei mi rincorse e con singhiozzi: «Ma che fai?».
«Basta, è finita».
«Ah sì!» disse lei. «È così?». Si asciugò gli occhi e mi fissò ostile: «Va bene».
Allora ci accorgemmo di non essere mai andati d’accordo, di avere soltanto sofferto insieme, sempre. Di essere soli, soli lo stesso, di esserci guastata la vita a vicenda.
Citammo mille episodi e giurammo su noi stessi, sui genitori, sui figli eventualmente nascituri e su tutto, di avere il coraggio infine di separarci.
Era meglio così e, a ogni constatazione, una stretta di mano definitiva.
Mi allontanai camminando presto. Andai al caffè. Non avevo pace. Poi pensai di tornare a casa. Era la fame.
Passo per il parco, fissando il suolo: lì stava lei qualche ora fa. E lì difatti trovo avvoltolato in carta da giornale un pezzo di pane con un po’ di marmellata. Divento rosso. Come? Si è portata via burro, torta, zucchero, tutto. E lascia, cosa? Certamente per me, certamente per pungermi e magari con un sorriso di pietà e di affetto.
Ritorno indietro. No, no, non vado a casa. Ma scherziamo?
Dopo un’ora mi dirigo di nuovo verso casa. Infine è casa mia.
E così mi trovo a chiamarla.
Lei viene fuori seria e mi dà una lettera.
«Valla a leggere. Te l’ho scritta per dirti che…».
«Non voglio sapere. Sono venuto a dirti che tutto è finito per sempre. Però per la gente sarà bene che seguitiamo a uscire insieme, se usciamo. Non per noi, sai, per la gente che ci ha visto sempre insieme, e cosa penserebbe?».
«Ti avevo scritto appunto questo».
* * *
Non avevamo soldi e decidemmo di dare lezioni di lingue al fiduciario della fabbrica vicina.
Ma come lei era la sola dei due a sapere una lingua straniera, si mise d’accordo con lui per fargli ogni giorno un’ora di conversazione al caffè d’angolo, verso sera.
E io guardavo da dietro alla finestra, stando fuori in piedi al freddo, e mi maledicevo per le mie ispirazioni e la odiavo per la sua raffinatezza.
Finita la lezione, lei si alzava, intascava il denaro, salutava e si sedeva a un altro tavolino su cui erano posate le nostre compere, e mi aspettava. Ed egli usciva.
Io allora passavo sempre distratto e – quando potevo – gli davo uno spintone, fissandolo. E il bello è che non mi conosceva nemmeno.
Però tutto questo non l’ho sopportato mica a lungo.
* * *
Eravamo infelici perché non potevamo stare insieme come volevamo noi.
Riflettemmo molto e ci accorgemmo che l’impedimento era causato dal bisogno di soldi che ci costringeva a lavorare tutto il giorno lontani l’uno dall’altra.
Pensammo di trovare un mezzo qualsiasi che ci permettesse di vivere senza lavorare.
Allora saremmo potuti stare sempre insieme. Fu così che elaborammo il nostro progetto.
Una mattina ci caricammo dei nostri bagagli, prendemmo il treno e andammo in città. Dal dottore.
Dunque, io dovevo fare lo scemo e lei avrebbe spiegato al dottore che ero diven - tato scemo in seguito a un bombardamento terribile e che non mi ero più rimesso. Ci avevano cacciati dal lavoro e ora eravamo venuti in città in balia di noi stessi.
Lei avrebbe chiesto un certificato che, testimoniando della mia inabilità al lavoro, mi facesse ottenere una pensione che ci avrebbe liberati dalle preoccupazioni finanziarie.
Allora non ci saremmo lasciati mai più.
Cominciammo col fare le prove durante il viaggio.
Mi lasciai urtare, scansare da tutti. Insomma mi comportai bene e lei mi seguiva con amorosa premura.
Era commovente.
Arrivammo dal dottore. Lei mi sgridò, mi rassettò la sciarpa intorno al collo, sotto l’occhio impietosito dei presenti, nella sala d’aspetto del medico. Un medico importante.
Venne il nostro turno.
Entrammo. Lei mi guardò e si autosuggestionò tanto bene che pianse.
Fui visitato minutissimamente e mi mostrai all’altezza della situazione con tanta abilità che lei osò ridere, sfacciata. Il dottore la guardò e lei gemette, prendendogli le mani: «Dottore, impazzisco anch’io nel vederlo così ridotto, non so più se piangere o ridere. Che lui possa essere diventato così, non posso crederlo. Dottore, è la miseria, debbo lasciarlo solo, mentre vorrei dedicarmi tutta a lui e forse farlo guarire».
«Vorresti dedicarti a lui?».
«Sì, dottore».
«Gli vuoi bene anche così ridotto?».
Lei mi guardò a lungo e il mio sguardo non fremette.
«Sì, dottore».
Egli allora le dette una lettera di raccomandazione per il dottore di controllo dell’Assicurazione Incendi e Malattie e pregò lei di venirlo a trovare sempre in caso di necessità.
La pregò.
Uscimmo.
Arrivati sulla strada, sotto la finestra dello studio del dottore, ebbi la sensazione del suo sguardo su di noi e mi vendicai.
Mi sbottonai i pantaloni e urinai sul marciapiede.
Avevamo fatto pochi passi quando l’assistente – in persona – ci rincorse e ci ricondusse su.
Le spiegò che il dottore ci aveva visto dall’alto e aveva perciò modificato il suo giudizio su di me.
Ci accomodammo di nuovo, dovemmo riconsegnare la prima lettera e prenderne un’altra.
Ce ne andammo.
Arrivati lontano, scollammo la busta e leggemmo.
Eravamo indirizzati al direttore di una clinica; io ero mandato al manicomio e lei doveva essere assunta nel mio stesso ospedale come “donna a tutto fare”…
Allora rientrai in me e raddrizzai la bocca.
Non era andata bene. Ci toccava abbandonare i sogni di felicità e di ricchezza e ritornare a casa.
Però in questo “esperimento da poveri” – quella visita medica ci costò un occhio del capo – si erano dileguate le nostre sostanze e non avevamo più soldi per il ritorno.
Potemmo comperare un solo biglietto.
Mi toccò stare così durante tutto il viaggio vicino ai gabinetti per potermici infilare quando lei – che verificava le posizioni – mi avesse sussurrato “scimmia”, il che significava che passava il controllore.
* * *
Io lavoro di gran lena, a cottimo, faccio ore straordinarie e le consegno tutto il denaro che guadagno fino agli ultimi centesimi, perché lei è economa e custodisce come una banca.
Spesso non va a lavorare perché si sente poco bene, povera cara, e il lavoro è pesante per lei.
Un giorno in cui la pensavo con tanto affetto, non resistetti più e chiesi al padrone un permesso di due ore dal lavoro.
Volai a casa. Lei non c’era. Era uscita.
Tornai deluso verso la fabbrica e, guardando nella pasticceria, la vidi seduta pacifica a mangiare gelato e pastarelle.
Entrai.
«Pensavo proprio a te in questo istante» gridò lei alzandosi e mi abbracciò e mi fece sedere. «Sono tanto buoni, sai, mangia anche tu».
Mi voleva bene.
Non osai dire niente.
* * *
Abbiamo litigato. E così siamo andati al ristorante insieme. Chiacchieriamo del più e del meno.
La sua aria distante mi offende.
Ad un certo punto le dico: «Fai la pace con me?».
«No».
Un’idea. La potrei spaventare per una volta. Dico: «Se non fai la pace strappo il mio contratto di lavoro».
«Ma che c’entra?».
«Guarda che lo faccio».
Tiro fuori il contratto, e lei: «Ma perché? Non capisco».
«Non c’è niente da capire. Oramai l’ho detto» e lo strappo e dalla rabbia di averlo strappato butto i pezzi per terra.
Lei si mette a piangere, si alza, comincia a raccogliere. Mi abbasso anch’io severamente e raccolgo. Poi lei si fa dare tutti i pezzi, li intasca ed esce.
Le afferro il braccio.
«Vado a comperare la carta gommata» dice.
Quando torna ci sediamo stretti stretti uno vicino all’altra e incolliamo i pezzi, badando che combacino bene.
* * *
Abbiamo trovato una soluzione per stare insieme sempre. Lavoriamo tutti e due in un albergo. Così avremo tutti e due lo stesso orario, lo stesso lavoro, tutto.
E perciò lei è cameriera e io sono uomo di fatica. Di essere cameriere non mi va. È cosa troppo poco virile.
Anche lei è contenta del mio orgoglio.
E così lei sta tutto il giorno a spolverare il terzo piano, attillata e pulita, e io sto giù al riscaldamento centrale perché funzioni.
Ogni tanto vado su a trovarla e la sorprendo sempre a rimettere a posto qualche soldato arzillo.
Vorrei intervenire, ma come sono nero del carbone che maneggio tutto il giorno, rimango indietro a contemplarla.
Ogni tanto viene lei giù, mi mette in bocca qualche caramella, o sigaretta, o pastarella rubate ai suoi clienti. Non la sfioro per non sporcarla.
Una volta mi portò felice un paio di guanti: il cliente era partito e li aveva dimenticati.
E io che posso darle?
Per fortuna vengono i bombardamenti, e il quarto e il quinto piano rimangono colpiti. Bisogna pulire tutto. Chiamano me, meno male.
Mentre lavoro – ormai lavoro su – sopraggiunge lei indignata perché un tenente si è permesso di farle notare che ogni giorno gli manca qualche cosa, dopo che lei ha fatto le pulizie.
«Sono andata dal padrone, gli ho detto di non poter sopportare offese simili e gli ho chiesto di lasciarmi lavorare alla muratura qui con te. Il padrone ha acconsentito, perché può impiegare la cameriera del quarto al piano mio e io non resto senza occupazione».
È stanca di essere umiliata e lavora con me; io lavoro e lei scopa.
Noto che scopa sempre verso lo stesso angolo del balcone e poi giù con grande violenza.
Guardo. Manda tutto nella camera del tenente, la cui finestra sembra stare lì a bella posta.
Il tenente si affaccia e lei seguita imperterrita a scopargli in viso. Certo che tutto ciò non andava.
* * *
Ogni venerdì mattina bisogna pulire in grande stile il salone del ristorante, giù.
Tutto il personale è riunito. Una diecina. Lei, cui duole qualcosa, spolvera soltanto. Io e gli altri dobbiamo lavare per terra.
La capo personale mi perseguita: «Non si fa così… prendete lo straccio con le mani!… non così gli angoli…».
Fingo di non sentire e seguito a lavare. Ma quella: «Non da destra a sinistra il movimento rotatorio, ma da sinistra a destra. Ma no, che si sciupa lo straccio… i cantucci rimangono bagnati se fate così…».
Insomma getto lo straccio: «Ma aprite un’università, che io possa andare a imparare…».
Poi guardo lei. Mi dice con gli occhi: Bada che perdiamo il posto. Riprendo lo straccio, poi, proprio no, non ce la faccio: «Vado a mettere il carbone» mi allontano «nella stufa».
* * *
Oggi è domenica. Non abbiamo libera uscita.
Siamo incaricati di costruire un muricciolo all’orlo del marciapiede che sta davanti alla facciata del ristorante, per proteggerla, qualora vi venisse il fronte.
Dobbiamo costruire quel muro col materiale che ricaviamo dal quarto e dal quinto piano, distrutti dal bombardamento.
Abbiamo posto sul marciapiede, ad ogni lato del muricciolo, una panchina con sopra un cartello “Passaggio vietato”.
Lei si è voluta vestire a festa lo stesso. Io costruisco il muricciolo; lei mi tende ogni tanto una pietra, poi si spolvera il vestito con una spazzolata e tutta la gente si volta a guardarla.
Brontoliamo per quelli che non leggono “Passaggio vietato” e passano ugualmente.
Perciò saliamo al quarto piano, riempiamo secchi di terra e sabbia e li posiamo sulla finestra.
Aspettiamo.
Quando qualcuno passa senza tener conto del nostro avviso, gli vuotiamo sulla testa uno dei secchi preparati e poi facciamo un “giro giro tondo” dalla gioia.
E così scorre la nostra domenica di lavoro.
* * *
Soltanto lei viene lasciata sola in cantina, dove c’è moltissimo vino e sciampagna, per fare le pulizie, che il padrone non si fida di nessun altro.
E chissà perché, non riesce a rubare nemmeno una bottiglia, mai. Il che è imperdonabile se si pensa al broncio che mi tiene quando non le posso consegnare quotidianamente almeno un litro di Bacco.
Allora m’ingegno.
Ogni volta che andiamo giù – il padrone, un altro e io – a prendere il vino per il ristorante, ci carichiamo di due ceste portabottiglie.
Mentre il padrone si riordina le idee, l’altro si allunga, con passi invisibili, fino alle bottiglie, ne carpisce una, se l’infila nella cintura.
E non si sente niente.
E se il padrone si volta di scatto, lui si sta sempre innocentemente riallacciando una scarpa, o grattando un ginocchio, magari nelle posizioni più impensate, ma con una fissità e una onestà insospettabili.
Però il padrone, pur non avendolo mai potuto cogliere in flagrante, non ha fiducia in lui.
Io invece ho un altro sistema.
Sto sempre sotto l’occhio del capo, non gli vado mai dietro e attorno come l’altro, sono sempre fedele e disposto a farmi controllare.
Mi siedo sui polpacci proprio davanti a lui, vicino alla cesta mia, e attendo.
Il padrone, che sta davanti a una casella di bottiglie, le prende e me le tende, una alla volta per contarle anche lui. Me ne deve tendere dodici. Incomincia.
Mi tende una bottiglia, la prendo e la depongo e, mentre mi tende la seconda, dico sicuro: uno.
Poi: due, tre… dodici.
Così ne ho sempre una in più. Ma sempre. Il colpo non mi è ancora mai fallito.
Dopo portiamo le bottiglie su, in ghiacciaia.
Anche lì bisogna saper estrarre quella in più e nasconderla.
A questo pensa lei.
Verso quell’ora ramazza sempre vicino o sotto la ghiacciaia.
Non era mica per bere. Era per fare il mercato nero.
* * *
Ogni sera, finito il lavoro, andiamo a sedere in cantina, nella stanzetta dove sono le caldaie del riscaldamento centrale. Soltanto lì fa caldo.
Lei raccomoda le sue calze e, se fa in tempo, anche i miei calzini, qualche volta.
Poi tutte le sere lava gli stessi panni ed è certo che, lasciandoli ad asciugare qui, non li troverà mai puliti, con tanta polvere di carbone.
E lava, sciacqua, torce, stende, accomoda, brontola, canticchia, vuole fumare – con la bocca soltanto, adoprerò le tue mani – e finisce col volersi fare il bagno.
«Almeno i piedi» dice.
Tutte le sere.
Ed è una storia, perché se viene il padrone, strillerà a me, come sempre. Sono io il responsabile.
Ma lei fa di testa sua, prende acqua dal serbatoio della caldaia e me lo vuota. Allora per ristabilire il livello, apre la conduttura dell’acqua, dimentica di chiuderla, il serbatoio si riempie troppo e si raffredda tutto.
Dopo mi viene a cercare: «Volevo lavare una camicia tua e invece guarda cosa mi è successo!».
«Curioso, questo succede sempre quando vuoi lavare una camicia mia».
Sono nervoso e rimetto la caldaia a posto. Le permetto lo stesso di conservarsi due vasche d’acqua calda, purché non mi dia fastidio.
E si mette a lavare con tanto affanno, bagnandosi tutta e sciupando tanto di quel sapone, che mi avvicino, la respingo e mi accingo al lavoro, spiegandole come si fa.
«Che modo di lavare, piegata in due. All’età tua non sai nemmeno fare il bucato. È una vergogna». E strofino d’impegno.
E la sento in piedi accanto a me, con le maniche ravvoltolate fin su, il visino rosso ed eccitato, che si raddrizza la schiena un po’ intorpidita dalla posizione precedente e che – le braccia tese – apre e chiude le mani. Guardo di sfuggita e vedo il suo piccolo pugno aprirsi. Poi si siede e pone i piedini a mollo in una bacinella.
Metto in fretta i panni a sciacquare, mi tolgo le scarpe, mi siedo di fronte a lei e bagno anch’io le mie estremità accanto alle sue.
Prendo il sapone e le lavo i piedi, posandoli sulle mie ginocchia, l’uno dopo l’altro.
* * *
Il primo incontro.
L’avevo vista e notata già da parecchio.
Abitava poco lontano da dove abitavo io e lavoravamo nella stessa fabbrica.
A forza d’incontrarla, cominciai a salutarla senza poter andare oltre.
A casa andava a piedi come me.
Un giorno la vedo prendere l’autobus, corro, salgo anch’io e mi metto vicino a lei, in piedi. Chiede dov’è la farmacia.
È mercoledì e so benissimo che tutte le farmacie in quel quartiere e a quell’ora sono chiuse, ma le dico che sono disposto ad indicargliene una, dato che devo anda - re anch’io per di lì. Scendiamo, siamo in pieno centro. Tutti si voltano a guardarla.
Ogni operaio, uscendo dalla fabbrica, si cambia e si rimette gli abiti civili e ordinati.
Lei invece tiene su quelli della fabbrica, una giacca di tela blu scura, rozzi calzoni grigi e scarponi dalla suola di legno. Non ci pensa.
Ed è così carina, così disinvolta e così fine in questi abiti! Semplice, e quei pantaloni troppo grossi la fanno così ingenuamente tonda. E non si accorge di essere guardata da tutti con gioioso stupore. Cammina vicino al muro.
Le farmacie sono tutte chiuse e lei ne è addolorata. Torniamo a casa a piedi, si fa scuro e le voglio prendere il braccio.
Lei mi allontana, si svolge la sciarpa dal collo, me ne mette un’estremità in mano e si tiene l’altra: «Questa sarà sempre la distanza fra noi, signore».
* * *
Siamo all’ospedale.
Sono morto dal dolore perché lei è in fin di vita. C’è stato un incidente, ieri. Ferita; non respira già quasi più, vaneggia.
Le sto accanto e non so come assisterla. Ha già ricevuto l’olio santo. È in fin di vita. Non so come esserle più vicino. «Dimmi cosa vuoi, dimmi un tuo desiderio, vedrai, ti darò tutto».
E lei con voce fioca e tono serio e grave, agitando la testa, riprendendo respiro e guardandomi con quei suoi occhi grandi grandi, quei suoi occhi miei così cari: «Sai, lì, nell’orto della casa dei nostri contadini, c’è un chioschetto e in quel chioschetto c’è la vestaglia da sole, verde, a fiori, della padrona. Voglio quella. Valla a prendere. L’ho misurata: mi va a pennello. Portamela».
Vaneggia: «Portamela» e le manca il fiato. «Portamela» e mi guarda con gli occhioni seri.
Io che mi aspettavo una confessione, espressione di un sogno profondo, rido dalla gioia, mi alzo, l’abbraccio.
Ma chi dice che lei morrà, lei mi vivrà!
Infatti dieci giorni sono passati, e già respira meglio e mi dice: «Quando mi alzerò, andremo a rubare in tutte le oreficerie, ne ho studiato le posizioni prima di ammalarmi. Ho preparato i piani anche questa notte».
Come non avesse fatto altro tutta la vita.
Così sono andato a rubarle la sua vestaglia con tutti i pericoli possibili e con un cuore leggero perché lei nella sua grandezza non pensa un attimo alla morte, e con un cuore gonfio di fretta per non portarle troppo tardi la vestaglia e perdere il suo ultimo bacio.
Ed è col cuore gonfio e leggero che le ho dato la vestaglia all’alba.
Ma lei, trovando ciò ben naturale, non mi ha nemmeno ringraziato.
* * *
Sta meglio.
Non sapevo cosa regalarle oggi e le ho portato un cagnolino di pezza.
Lei lo ha preso, lo ha baciato e lo ha messo a dormire sotto le coperte accanto a sé. «Si chiamerà Tobic» dice.
lei
I nostri contadini hanno un mulino.
«Dato che sei così delicata» mi dice la padrona, «farai soltanto questi lavori: la mattina, pulita la stalla, andrai in paese a fare la spesa; poi sbrigherai qualche coserella in casa, quindi ti coprirai bene e andrai via tutto il giorno col fattorino del mulino a distribuire la farina macinata. Dovrai solo stare seduta sul carretto a sorvegliare che nessuno venga a rubare nulla, mentre il mugnaio porterà i sacchi in casa dei clienti. Corri a vestirti».
Salii in camera, m’infilai il bel maglione grigio dal collo alto, i pantaloni grigi da sci attillati alla vita e sbuffanti in fondo che avevamo ricavato dal mio vecchio paltò, il paltò nuovo pure grigio dalla forma russa classica che avevamo fatto da una coperta, e mi avvolsi la testa con la bella sciarpa di lana rossa e nera. Finalmente trovai la mia croce di rame molto bella, con la catenina, e me la misi al collo.
Così andai alla stalla di lui.
«Dove vai?».
«Devo andare a fare la spesa in paese e, come non ci sono mai stata, per la prima volta non mi piaceva farti fare brutta figura. Non volevo che dicessero: È brutta la moglie di…».
«Nemmeno quando devi uscire con me ti vesti così! Non ti sei mica messa il rossetto per caso?».
Si strappa un pezzetto di fodera dalla giacca e me lo strofina sulle labbra.
«Non me lo sono messo, credimi».
Guarda se la stoffa si arrossa.
Con un bacio sulla fronte mi concede di andare.
Faccio le spese e torno a casa.
Eccolo venirmi incontro. Mi prende la borsa della spesa: «È matta la padrona di farti portare un peso simile. E poi pensa, il fattorino ti aspetta col carretto per andare chissà dove, allora ho fatto una gran scenata e ho detto che siamo venuti qui alla sola condizione di lavorare insieme. Col freddo che fa, ti saresti congelata a stare lì seduta. Ma ora tutto è a posto. Non ci vai. Né andrai più in paese a caricarti in questo modo. Ho parlato chiaro».
«Ma come? Prima di tutto la borsa non pesa nemmeno tre chili, e poi era così bello farsi portare dal trotto del cavallo, canticchiando tutto il giorno!».
«Allora lo sapevi, eri d’accordo?».
Ci accoglie la padrona gridando: «Ma che fate? Perché non sei nella stalla tu? E tu perché ci hai messo tanto? A zappare la terra tutti e due, svelti!».
E così ho avuto un’altra distribuzione di lavoro:
mungere le mucche,
aspettare che il lattaio passi a prendere il latte,
accendere la stufa,
fare le stalle,
cavare le patate nei campi,
tagliare il fieno,
prendere la paglia nel fienile,
lavare i piatti, lavare la cucina,
andare a stendere il letame,
far rientrare le oche,
nutrire maiali e galline,
dar da bere alle mucche,
lucidare le scarpe di tutti i padroni,
e cercare la legna in soffitta,
e prendere il granoturco in granaio,
e mettere da parte l’acqua grassa dei piatti,
e stirare, e così via.
E lui mi spiega che è meglio.
* * *
Questa mattina, mentre facevo le pulizie, è venuto impettito e spavaldo nel porcile fingendo di essere il padrone in un giro d’ispezione.
«Mi hanno detto che il mio porcile è diventato il più bello del paese».
«Si accomodi, padrone».
«Brava, brava, fatemi un piccolo resoconto».
«Senti però, non mi chiamare donna, perché…».
«Avanti, donna, parlate».
«Ecco, sedetevi vicino alla caldaia».
«Dammi del lei».
«Scusa, lo vedi da solo che tutto è pulito, se no che padrone sei?».
«Non ti pagano i garzoni che vengono per l’accoppiamento?».
«Prima per vergogna non prendevo niente, poi siccome mi canzonavano un po’, ho preso l’abitudine di accettare la mancia, non meno di dieci lire però».
«Come sta il verro?».
«Lo sa che conosco personalmente i maiali? Anche se lei li mette tutti e dodici insieme, distinguo subito il Caratteraccio dalla Blanda, mentre lei non li riconoscerebbe di certo!».
«Chi te lo dice? Non sai parlare tu».
«E mi diverto tanto ad ascoltare i colloqui della madre e del padre porci tra il silenzio generale. Confesso che metto sempre, di nascosto, un po’ di patate nella porzione di rape della madre». «Non si può». «E mi è tanto affezionata. E poi perché il padre non la tradisca troppo, gli dò meno orzo di quanto gli spetta. È così sporco, è più sporco di tutti. Quando viene qualche scrofa da fuori, faccio uscire il verro. Esso annusa e fa spesso lo schizzinoso. Passeggia il muso nel fango ed esprime solo disinvolta dignità.
«La scrofa prima lo annusa, poi si rotola nel fango, vezzeggia, e lui per tutta risposta si strofina contro il muro, fino a che non si lascia tentare. Rientra abbastanza indifferente.
«Quando invece viene qualche maialetta rosa, è lui che si rotola nel fango e grugnisce. Lei si scansa per non ricevere gli schizzi, e fugge, grassoccia e graziosa.
«Infangata poi da lui, si rifugia presso il garzone che l’ha accompagnata. Ma io non riesco a ricondurre l’esuberanza del verro nella sua cella. Gli dò meno orzo, anche per punirlo dei sogni infranti della maialetta rosa.
«Comunque credo che sia affezionato alla scrofa nostra perché, quando è toccato a lei di uscire con lui, è stato molto premuroso e pieno di confidenza. Passeggiata di famiglia».
«Basta col gioco. Saresti capace di far questi discorsi col padrone?».
«Sì, per dispetto».
Mi ha guardato brutto ed è andato via.
* * *
Mentre mangiamo tutti riuniti, la padrona sopraggiunge e dice: «C’è da andare dai padroni dell’osteria di R. in montagna. Bisogna portare lassù un maiale, un sacco di farina e riportare giù questa lista di vini e una misura d’olio. È a una ventina di chilometri da qui. Si deve partire subito per tornare domattina. Il carretto è pronto, chi dei garzoni vuole andare?».
«Vado io» grida lui, «non esco mai! E poi conosco il posto».
«Va bene» dice la padrona.
Lo aiuto a prepararsi e vado ad aspettarlo davanti al carretto. «Mi raccomando, non uscire, non chiacchierare con nessuno e va’ a letto presto».
Verso una lacrima e rientro in casa.
Sono andata a letto presto quella sera e vado a letto presto anche questa sera, dato che lui non è ancora tornato.
Ho i piedi freddi, ho dimenticato di mettere l’acqua calda nella bottiglia. Potrei prendere i suoi calzini di lana nel comodino, ma entra lui cantando.
«Chiudi gli occhi» dice «e voltati quando ti chiamo io». Chiudo gli occhi. «Cucù? Guarda».
Apro gli occhi e vedo un bellissimo coniglio arrosto contornato di tondelle di patate fritte dorate alternate con uova all’occhio di bue. Il tutto odorava di rosmarino, di carne tenera e di olio fresco. «Non dici niente?».
«Sei partito così allegro e sei tornato con tanto ritardo!». «Ma guarda cosa t’ho portato! Ti vedevo sempre così zitta in questi ultimi giorni e ho pensato di farti una sorpresa. Volevo… e poi basta, non ti starò mica a pregare! Avanti, mangiamo».
Piango. «No, giuro che non toccherò nemmeno un pelo di quel vecchio coniglio. Mi vuoi comperare dopo che hai passato la notte all’osteria».
«Va bene, non lo tocco nemmeno io. Lo metto nel cassettone in un angolo e quando sentirai un odore nauseante, sai dove sta e potrai gettarlo dalla finestra». Si spoglia e va a letto. Io gli rubo i pedalini e me li infilo senza far rumore.
Ogni giorno ognuno di noi si accorge che il coniglio con contorno diminuisce. Non solo, ma ogni giorno con più fretta, finché alla terza sera non ne rimase più niente e nessuno ne parlò.
* * *
Abbiamo dato gli otto giorni ai contadini e siamo venuti a cercare lavoro in città.
Siamo stati assunti in una fabbrica.
Ma per l’alloggio ci è stato impossibile trovare una stanzetta, sia pure in soffitta. E questo soprattutto per i bombardamenti, perciò ci eravamo dovuti rassegnare a stare divisi.
Ognuno di noi abitava in cosiddetti alberghi per operai e il mio era severissimo: bisognava essere tutte rincasate alle nove di sera puntualmente, senza eccezioni. I controlli di notte nelle nostre camerate erano frequentissimi.
Lui aveva scelto questo albergo, per quanto ce ne fossero altri dove l’entrata e l’uscita erano libere in ogni ora. «In quegli alberghi sembra che le ragazze di notte facciano entrare gli uomini. Quello non è un ambiente per te» disse lui.
Di modo che, quando avevamo turno di lavoro normale, potevamo stare insieme dalle diciotto e trenta (mezz’ora veniva sacrificata per la toletta) fino alle ventuno, e basta. Senza contare i minuti che si perdevano a controllare le spese, a mangiare, ad arrotolarci le sigarette, come diceva lui.
E perciò non potevo andare a casa prima delle nove.
Alle otto uscivamo dalla trattoria per avviarci piano piano verso casa. La neve era alta e il vento pungeva. Lui m’accompagnava.
Tentavo di affrettare il passo.
Alle otto e mezzo giungevamo davanti a casa mia e ci fermavamo davanti al portone.
«Ho sonno, sai. Vado a letto prima questa sera. Sono tanto stanca».
«Che moglie ho io: preferisce russare in compagnia di ragazze più o meno conosciute piuttosto che rimanere a parlare con me».
«Ma non senti il freddo?».
«Ma che freddo!».
E mi sedevo accanto a lui su un pezzo del suo pastrano allargato apposta sugli scalini del portone d’ingresso, dai quali aveva spazzato via la neve.
Mi soffiavo le dita, mi scaldavo il naso, sbadigliavo di nascosto. Lui stava zitto e cupo e mi osservava offeso.
Quando le nove scoccavano, ci alzavamo e lui si allontanava dicendo: «Mi deludi ogni giorno di più».
* * *
Quando lavoravo in fabbrica da ragazza, ogni tanto veniva qualche dottore o ingegnere a chiedermi se potevo riordinare la sua biancheria, o il suo appartamento, essendo la sua famiglia sfollata e la cameriera ammalata.
Io rispondevo che non ero povera fino a quel punto.
Allora mi chiedevano se sapevo scrivere a macchina.
Dicevo che un po’ sì. Mi proponevano di andare a casa loro per riordinare le loro carte.
«Posso farlo in ufficio?».
«No, dopo una certa ora gli uffici devono esser chiusi».
«No, non mi piace».
Insomma quando un capo operaio o un capo fabbrica mi chiedeva se pativo la fame, cominciavo a capire che mi girava attorno. Quando arrivava alla proposta della donna di servizio, sapevo che era innamorato.
E questo è successo anche quando abbiamo lavorato dai contadini.
C’era in alto sul paese un castello e in quel castello c’erano i giovani volontari. E c’erano gli ufficiali.
Capitava che passavano davanti a casa nostra per le esercitazioni proprio quando andavo alla stalla dei maiali con i secchi d’acqua grassa, appena alzata, spettinata, a volte neppure lavata.
Li incontravo sempre. Mi chiamavano e mi nascondevo.
Allora per ripicca, la sera, quando sapevo che tornavano dalle esercitazioni, facevo toletta per bene, mi ripulivo e trovavo sempre una scusa per andare alla stalla: avevo lasciato la luce accesa, avevo dimenticato di chiudere a chiave, non avevo messo l’acqua alle patate, i maiali mi erano sembrati turbolenti…
Passavo vicino a loro, guardando dall’altra parte. Una volta successe che
rientrarono prima del solito, mentre spingevo le oche verso il pollaio. Le mie oche si dispersero nelle loro file.
Ne venne fuori un gran disordine. I ragazzi ridevano e intanto mi aiutavano a spingerle con battute di mano e vari: “sciò, sciò”. Il tenente ne afferrò una e me la mise tra le braccia. Scappai via seguita dalle mie oche.
L’indomani sera venne il tenente dalla padrona e le chiese a nome del Comando Militare di cedere la contadinella agli ufficiali del castello.
Erano rimasti senza donna di servizio.
La padrona mi chiamò ma io non accettai.
Questo fatto mi è tornato in mente proprio oggi e l’ho raccontato subito a lui.
«Fra dieci anni saprò i tuoi fatterelli di oggi, questo mi consola».
È stata tutta la sua risposta.
* * *
Ho uno strano turno di lavoro, dalle tre del pomeriggio alle dodici di notte, proprio nella settimana in cui lui fa il turno di notte dalle sei di sera alle sei del mattino.
Per quelli del turno di notte c’è una pausa dalle undici e un quarto a mezzanotte per andare a cenare in refettorio.
Una sera voglio fargli un’improvvisata, alle undici e mezzo chiedo al capo di ritirarmi un attimo dal lavoro. Quello crede qualcos’altro e me lo concede.
Devo attraversare parecchi reparti senza farmi osservare. Le sale sono buie – solo ad ogni macchina di fatica è attaccata una lampada –, i corridoi bui, le scale buie, il cortile buio e freddo.
Arrivo alla mensa, apro la porta quasi buttandomici sopra. Tutto è illuminato. Tutti siedono. Tutti mangiano al caldo.
Faccio qualche passo avanti.
Lì siede lui in compagnia. Mi fermo.
Sembra in borghese, non ha la sua giacca di lavoro, né addosso, né accanto a sé. Ma ce l’ha la sua vicina sulle spalle. Avrà avuto freddo attraversando il cortile e lui se la sarà tolta e ne avrà avvolto lei che tremava come tremavo io.
Ha bei riccioli sulla testa e gli altri capelli lunghi sciolti sulle spalle. Un grembiule nero. Ride con i denti bianchi. Lui la guarda.
Tutta quella luce, quel luccichio del grembiule nero di lei, quell’odore di cucina, di vino, di fumo.
Lui mi vede, scatta su e corre da me con le braccia aperte.
Sento che tutti si voltano. Mi riprendo. Esco.
Mi raggiunge in cortile.
«Vieni al caldo, su…, ma che hai? Parla… non restare così. Su…».
Gli pesto un piede con tutta la mia forza e tutto il mio dolore e scappo di nuovo in reparto.
Il capo reparto mi rimprovera.
* * *
Il lavoro finisce alle diciassette. Vado a pulirmi e a farmi bella e, siccome sto al montaggio al terzo reparto, cioè al terzo piano, e lui alle fresatrici al secondo, scendendo passo sempre da lui a prendere ordini per la spesa, e lo trovo immancabilmente a chiacchierare con gualche bella ragazza o a scambiare motti di spirito con qualche altra che circola spingendo un carrello di materiale.
Quando mi avvicino, nessuna mi saluta, ma seguitano tutte a chiacchierare con lui come se non sapessero “chi sono”.
«Basta» dico «d’ora in poi nessuna ragazza ti deve rivolgere la parola quando ci sono io. Signorina, consolatevi, perché vengo solo una volta al giorno alle diciassette».
Lui mi prende per il braccio e mi accompagna nel corridoio: «Non ti vergogni di fare uno scandalo simile, che penseranno di me?, che mi comandi tu! Non ho detto niente per non umiliarti davanti agli altri, tu invece…».
«Hai anche ragione tu?».
«Cos’hai potuto credere?».
«Credo quello che ho visto».
Mi tolgo dalla stretta e scendo le scale, ripetendomi la scena.
Sì, ho parlato abbastanza forte e scommetto che adesso sarò salutata anche da lontano e che nessuna ragazza oserà più nemmeno guardarlo.
E infatti fu così.
* * *
Esco dalla fabbrica.
Una compagna mi ferma:
«Vieni con me».
«A che fare?».
«A fare i conti».
«Io non ho conti con te».
«Tuo marito ha litigato col mio amico per colpa tua».
«E che c’entro io?».
«Che c’entri tu, faccia fresca? Prendi intanto». Mi dà uno schiaffone sulla guancia.
Rimango inebetita. Ridacchia. Salto su. Quella scappa. La rincorro. Si volta e mi fa le smorfie e dice brutte parole.
Piango dalla rabbia.
Correndo alla cieca, entro a precipizio in una chiesa e mi butto in un cantuccio a singhiozzare.
C’è un sacco di gente, e si sta celebrando una funzione.
Tutti mi guardano e io singhiozzo più forte e sento il peso del mio destino. Il sacerdote, che fa la predica, raccomanda alle giovani peccatrici deluse di pentirsi e di rivolgersi fiduciose al Signore che le accoglierà nella Sua misericordia.
Alzo gli occhi: il sacerdote mi fissa.
«La disperazione è la rovina delle creature deboli, Iddio è buono».
Mi ricompongo.
In quel momento entra lui a precipizio nella chiesa con un occhio gonfio e nero.
Riprendo a singhiozzare senza pace.
Lui mi vede, viene da me, tutti guardano, mi prende per il braccio.
«Anche se la tentazione vuol corrompere e far tacere l’impeto buono che si sveglia nel cuore delle peccatrici, costoro devono resistere».
«Andiamo a casa. Mi farai gli impacchi all’occhio, non piangere, ti ho vendicata di quell’insolente».
Mi tiro fuori dal mio cantuccio, ci inginocchiamo e andiamo via.
* * *
Ci siamo sciolti dal contratto di lavoro con la fabbrica e ora lavoriamo in un albergo.
Ho tredici stanze da pulire al terzo piano e lavoro il più presto e il meglio possibile, tanto che alle due del pomeriggio il mio piano è quasi sempre luccicante, a meno che non succeda che troppi clienti si alzino alle dieci.
E i letti li faccio così belli!
Ma lui che ogni tanto mi viene a trovare dice che non so rifare i letti.
«Ma guarda come metti le lenzuola! Guarda come sono arruffate sotto! Non è così che si fa, adesso ti mostro…».
«Lascia stare, mi disfi il letto».
«Te lo accomodo invece» e tira via tutte le coperte, ristende il lenzuolo e ricomincia da capo. «Vedi, si rimbocca tanto lenzuolo così, uguale dalle due parti, liscio sotto. Farai così anche per il nostro letto, il tutto ben tirato, altrimenti non si può dormire!».
Ma che gliene importa, se alla padrona stessa non importa.
D’ora in poi lascerò sempre due o tre letti disfatti e andrò a chiamarlo giù perché voglio imparare proprio bene.
* * *
Il portiere bussa alla porta. È il segnale. Sono le sei e mezzo, dobbiamo alzarci. Lo scuoto.
«Oggi sono malato» brontola lui e si tira le coperte più su. Mi stupisco, non è mai stato malato, cioè non ha mai voluto riconoscersi malato anche quando lo era. Mi avvicino e lo scopro un po’. Il naso è schiacciato sul guanciale. Apre un occhio.
«Ma che hai?».
«È inutile, mamma mia non mi chiedeva: “Ma che hai?”, lo sapeva già».
«Sì, ma io non me ne intendo».
«Mamma mia non mi guardava così, mi turava tutti i buchi d’aria nelle coperte e mi aggiustava i guanciali e mi bagnava la fronte e mi scansava i capelli dagli occhi e trovava sempre qualcosa di delicato da fare per me. Ah! Non c’è che la mamma. E dire che ho potuto volerti tanto bene da non pensarla quasi più…».
«Anch’io avrei fatto tutto ciò se me ne avessi dato il tempo».
«Tu? Ah! Va’ piuttosto giù che sta suonando la campana del lavoro e domanda al padrone un termometro per me, che oggi sono molto malato».
«Dove hai male? Dimmelo, che possa regolarmi. Sono preoccupata».
«Ho male al cuore, dammi la mano, senti come batte, sregolato. Ho una febbre altissima. Toccami la fronte».
Gli poso le labbra sulla fronte. Brucia.
«Corri a prendermi il termometro, sbrigati».
Mi precipito giù. Spiego in fretta. Rifaccio le scale a quattro a quattro (abitiamo al quinto piano). Sosto un po’ davanti alla porta per non entrare troppo stravolta e per non impressionarlo di più.
«Ecco il termometro».
Aspettiamo.
«Se la mia mamma fosse qui e mi vedesse così, si sederebbe sul mio letto e non sullo sgabello, mi abbraccerebbe e mi parlerebbe a lungo sotto voce».
«Certo, la Mamma…».
Si toglie il termometro.
Guardiamo: trentasei e otto.
Lo guardo e lui d’un tratto si stende supino ed alza le gambe movendole come se andasse in bicicletta, rovescia le coperte ai piedi del letto, rotea le braccia e si ritrova seduto.
Si stira e sbadiglia.
«Dammi il termometro».
Glielo dò e lo ricopro almeno fino alla vita, se no si prende un malanno.
«Lascia le coperte. Porta il termometro e mostraglielo. Ho trentanove. Poi portami il caffè».
«Sì, poi debbo lavorare, ha detto la capo personale».
«Intanto portami il caffè». Scendo e torno col caffè e col pane. Lo ritrovo di nuovo rannicchiato. Piange.
«Tu, tu piangi?».
«Io… piango… per tante cose, ma vengo a lavorare lo stesso, mostra però il termometro al padrone».
Mi avvio verso la porta.
«Vieni, hai il vestito sporco» mi chiama.
Torno indietro, si alza, con la mano mi assesta bene il vestito, il grembiulino, mi toglie un filo sul vestito, mi aggiusta un po’ i capelli e mi liscia le sopracciglia.
Poi mi lasciò scendere.
«Ti raggiungo subito» gridò.
Ma non venne per tutta la giornata.
* * *
Qualche volta canto anch’io e allora mi dò tutta al mio canto.
«Come sai tante canzoni? Chi te le ha insegnate?».
Mi interrompo: «Tante me le hai insegnate tu!».
«Ma le altre? Questa che canti adesso, per esempio, con tanto abbandono?».
«Sono canzoni che sai anche tu».
«No, questa non la so e ti proibisco di cantare canzoni che io non conosco…».
«La cantava la mamma».
«…e di cui non so l’origine».
«Ma se te la dico io? E poi canti pure tu canzoni che io non so».
«Appunto, son cose che ho imparato con cattivi ragazzi, canzoncine che mi insegnavano le compagne, e non vorrei che lo stesso fosse per te».
Si siede su uno sgabello di fronte a me. E io ricomincio a cantare.
* * *
È giovedì sera.
Domani abbiamo la nostra giornata libera. Ci alzeremo alle dieci, lui porterà su i secchi d’acqua calda, io rifarò i letti, ci laveremo. Subito dopo mangiato riordineremo la stanza, puliremo i vestiti e faremo progetti per il tardo pomeriggio e per la serata.
Per non guastare la gioia di domani ci proibiamo a vicenda di fare progetti adesso.
È venerdì sera. La giornata è trascorsa così. Non c’era nessuno per accendere la caldaia e se n’è dovuto occupare lui per tutta la mattinata dalle sette a mezzogiorno. Il padrone gli ha promesso in cambio un’altra mattinata libera.
Così ci siamo alzati alle sei e mezzo tutti e due. Io ho ordinato la stanza e pulito i vestiti.
Quando lui è tornato su stanco e contrariato, si è buttato sul letto e non ha voluto sentire niente.
Ho parlato di sapone, di acqua dolcemente calda, gli ho steso sotto il naso la sua biancheria, gli ho mostrato tutti i miei bellissimi rattoppi, ho provato a fargli gola posando sul suo guanciale un paio di pedalini su cui avevo lavorato per ben
tre sere, in ultimo ho tirato fuori da un ripostiglio nascosto una cravatta nuova elegantissima che un cliente aveva dimenticato tempo fa sul letto, giù al terzo piano. Ne aveva tante quel cliente!
«Oggi non abbiamo avuto fortuna, ma guarda cosa ho per te». Non mi risponde. «Sei inquieto con me? Non ti ho fatto nulla».
«No, ma dormo».
Depongo la cravatta sulla sua camicia.
Andrò a lavarmi giù.
Prendo i miei vestiti buoni, esco piano e scendo. Mi lavo e mi vesto davanti allo specchio e rievoco.
Un giorno, dopo un bombardamento che ha preso un’ala dell’albergo, abbiamo salvato molte cose dalle fiamme, tra cui una tenda di stoffa nera che serviva per l’oscuramento. Abbiamo portato tutto al padrone che ci ha ringraziato vivamente per avergli reso quegli oggetti che egli considerava ormai perduti, e ci ha elogiati per la nostra onestà.
E ci ha lasciato la tenda che era di lana autarchica. L’abbiamo tagliata in due. Lui ha voluto dare la sua parte al sarto.
«Del vestito tuo non mi occupo. Perché non ti cuci una gonna? Perché vuoi sempre portare pantaloni?».
«Ma scusa, non abbiamo soldi per comperare calze di seta e di festa non sta bene andare con le calze rozze; eppoi dobbiamo trascorrere nottate intere nei ricoveri, a volte sdraiati a casaccio e trovo che si è più composti coi pantaloni. Ed è più vantaggioso anche per il freddo. Non li faremo mica uguali agli altri, ai grigi. Quelli sono da montagna, faremo questi da città».
«Li farai da sola dato che ti ostini. Io non voglio occuparmi di niente».
E così la sera, e sempre durante l’allarme, ho vegliato e cucito il mio capolavoro, e oggi lo indosso per la prima volta.
Pantaloni neri con una bella piega e larghi in fondo; un giubbettino nero a forma di cuore, quadrato alla scollatura, stretto alla vita, senza maniche e che si chiude da un lato con automatici.
Una blusetta rossa dalle maniche corte; un turbante nero cucito da me, sui capelli.
La mia croce di rame sul petto e la mia sciarpa rossa e nera negligentemente sulle spalle.
Sono le quattro passate. È ora di tornare su.
Si sveglia sentendomi entrare.
«Preparati, eri stanco, hai dormito. Usciremo dopo cena».
«Sì, tu tutta vestita bene e io come un pezzente!».
«Ti piace l’insieme che ho cucito? Andremo dal tuo sarto e riprenderemo la stoffa…».
«Ma no, per me il nero è ridicolo. Non ho nessun vestito decente e l’unico che avrei, sarebbe nero? Poi la stoffa non basta».
«Ne ho ancora quanto occorre per le maniche».
«Macché! E perché dobbiamo uscire? Stiamo insieme, cosa vogliamo di più?».
«Hai ragione, credevo che tu…».
«Restiamo a casa».
«Ma certo».
Mi svesto e ripongo tutto con la massima cura compresi gli indumenti suoi. Rimetto la cravatta nella sua carta velina; scuoto il letto. Lui si siede su una sedia.
Alle sette il cameriere di giornata ci porta la cena, patate lesse e giuncata. Ma noi abbiamo le nostre riserve. Fumiamo.
Quasi quasi mi lavo i capelli questa sera.
«Senti, vado a ripulirmi in fretta e furia e poi usciamo. Preparati intanto».
«Ormai non mi rivesto più».
«No?».
«No».
Trova il biglietto da cento che avevo messo sul comodino.
«No?».
«No».
Lo strappa in cento pezzettini.
«Ebbene, io andrò, e dammi i soldi dato che hai tu tutta la cassa».
«No».
«Hai un sacco di vestiti e io niente, dammi i miei soldi. Rispondi». Si avvicina: «Vado al cinema, mi vuoi dare i soldi che mi spettano?».
«Ti bastano cento lire?».
«Sì».
«Raccogli quelle che sono per terra».
«Ci sarà bene chi mi presterà quanto mi occorre, sai!».
S’infila il cappotto ed esce.
Rientra, mi viene a baciare la fronte e riesce sbattendo la porta.
Mi sdraio un po’ sul letto, poi mi alzo, mi rivesto come al pomeriggio, prendo i suoi indumenti e la sua cravatta, scendo giù nella stanzetta della caldaia, ripongo tutto nella nostra valigia e tiro fuori il bellissimo impermeabile col cappuccio che non ho più messo dal giorno del matrimonio.
È grigio argento, foderato di stoffa scozzese a quadrucci blu e bianchi.
Lo poso su una sedia, chiudo la valigia e la porto al ricovero, come faccio quando devo uscire.
Torno all’impermeabile. Me lo ha regalato lui per il nostro matrimonio.
Mi disse: «Preferisci la fede d’oro o una fede di metallo e un oggetto utile?».
«Decidi tu». «Senti: ho comperato due fedi inossidabili, un regalo per te e uno per me».
Aprimmo ognuno il nostro pacco: avevamo un impermeabile per uno.
«Sai, non abbiamo vestiti nuovi per la cerimonia. Almeno il soprabito…».
E il giorno delle nozze indossammo il nostro impermeabile e non ce lo togliemmo che a sera, rincasando.
«È meglio che gli altri non vedano che non abbiamo vestiti nuovi» ripeteva lui.
E perciò pranzammo e cenammo al ristorante senza toglierci l’impermeabile e sedemmo per ben tre ore in un cinema afoso con l’impermeabile indosso.
È inutile dire che per tutta la giornata ci fu un sole splendente e che il mio impermeabile grigio argento fiammeggiava, attirando gli sguardi di tutti.
In fondo non avevamo mica scritto in fronte che eravamo sposi in quel giorno. Già, ma avevamo anche voluto andare nei migliori ristoranti.
Dopo cena tornammo a casa. Voleva spogliarsi.
«Aspetta, sta’ fermo così, diritto, metti le mani in tasca».
Mi allontano di alcuni passi: «Però ti sta bene, ti sta bene».
E lui: «Se sapessi come sei bella tu».
Ci aiutiamo a toglierci l’impermeabile che mettiamo ognuno su una stampella comperata apposta.
«Sarebbe poi stato tanto brutto il mio vestitino? Non è fatto bene?».
«Guarda quel rammendo lì: è troppo in vista!».
«Hai ragione».
Ci sedemmo davanti alla finestra aperta e cominciammo a chiacchierare aspirando l’aria fresca.
Verso le dieci lo scrosciare della pioggia ci richiamò alla realtà. Pioveva!!
C’infilammo l’impermeabile ed uscimmo in gran fretta. Andammo correndo sotto la pioggia fino alla via più elegante della città e ci mettemmo a camminare piano.
Ma c’era l’oscuramento. Entrammo in un bar e gustammo in piedi due gelati.
Tutti erano vestiti molto bene, ma nessuno aveva l’impermeabile bello come il nostro.
Così ci sedemmo a un tavolino, ordinammo altri due gelati e aspettammo che l’acquazzone finisse. Dopo di che si tornò a casa e si osò finalmente andare a letto.
Mi commuovo. Bacio l’impermeabile e lo indosso. Esco. Piove: alzo il cappuccio.
Prima di tutto faccio una capatina dal sarto a vedere che fine ha fatto la stoffa nera di lui.
«È andata distrutta in un bombardamento» mi dice il sarto, e vuole dimostrarmelo con spiegazioni lunghissime. Io pretendo un’indennità.
«Pure l’indennità!» sbotta il sarto. «Vedi questa, mi si presenta a quest’ora di sera e…».
Dopo mezz’ora di trattative ottengo una dichiarazione secondo la quale risulta che il signor Z, sarto, ha avuto da me tanti metri di lana autarchica nera e via dicendo.
Forse con questo foglio otterrò dalla cooperativa un buono per un vestito da uomo per lui.
Ma lui non ha fortuna. Anche il suo impermeabile è finito così, quando lavoravamo in fabbrica e abitavamo separati. Una bomba è caduta sul suo albergo.
Glielo dissi però: «È colpa tua, dovevi portartelo al ricovero come faccio io sempre con tutta la roba che ho in custodia io».
Non ci pensiamo.
Vedo un cinema sotto un porticato. Vado a prendere il biglietto.
«È tardi, signorina, è l’ultimo tempo».
«Datemi il biglietto lo stesso».
La bigliettaia chiama la maschera: «Accompagna la signorina, senza biglietto. Per l’ultimo tempo non è il caso!».
Sono proprio soddisfatta.
Quando esco, noto che lui, coi capelli bagnati e le mani in tasca, sta guardando i manifesti di presentazione del film.
Chiedo alla maschera: «Scusate, vi ricordate se quel signore è entrato al cinema o no?».
«Quell’uomo lì? È venuto a ripararsi dalla pioggia un quarto d’ora fa».
«Grazie tante. È mio marito che esce dal lavoro. Arrivederci».
Gli vado vicino, e metto la mia mano nella sua tasca accanto alla sua mano. Mentre lui rinchiude la mia nella sua, c’incamminiamo e io gli dico: «Meno male che sei venuto a questo cinema anche tu. Carino il film, vero? Mi sembrava infatti di scorgerti nella penombra».
«Dove?».
«Qualche fila davanti a destra. E dire che potevamo venirci così tranquillamente insieme… Ma non fa niente. L’importante è che ci siamo divertiti tutti e due e soprattutto che ci siamo incontrati».
Lui mi guarda fisso come se volesse dire qualcosa, ma poi sembra che trovi meglio non parlare.
* * *
Sa disegnare molto bene. Mi ha raccontato che, quand’era bambino, usciva solo e andava in campagna e su per i monti, a prendere funghi o legna secca o fragole o more o tartufi o erbe odorose.
La mamma gli dava una cesta con la merenda e lui andava. Nessuno conosceva le piante meglio di lui. Quando incontrava delle rose, si fermava un’ora a guardare. E disegnava le erbe e le piante che lo colpivano.
Il maestro a scuola gli disse perfino che sarebbe diventato un artista o uno scienziato della botanica. Dicevano che doveva seguitare a studiare…
Oggi gli ho chiesto di dare il bianco alla nostra stanza. Scopiamo via la polvere dalle pareti, poi lui le lava con la spugna e racconta: «Da bambino, sai che
feci? Ogni sabato la mamma e mia sorella pulivano la casa a fondo. Una volta avevamo cambiato casa. Mamma e mia sorella erano stanchissime per il trasporto dei mobili. E l’indomani era sabato!
«Quando tutti furono andati a letto, io mi alzai, scesi a pianterreno, e, sai che feci?
«Spazzolai le pareti e il soffitto, lavai il piancito, feci brillare tutti i vetri, strofinai mobili e pavimenti con la cera e poi li lucidai. Andai a cogliere fiori e li misi in tutti i vasi. Alle cinque del mattino avevo finito e andai a letto.
«La mamma si alzò credendo di aver tutto da fare in casa, ma trovò tutto così perfetto. Pensarono agli spiriti.
«Poi mi videro nel mio lettino col viso raggricciato dalla fatica. Avrò perfino russato.
«Quando mi svegliai, il mio viso era umido e gli occhi di mamma rossi…
«Lo sai che avevo una tale passione per il giardino che papà me ne aveva ceduto un pezzetto per coltivarlo a mio piacere?
«Ci piantai di tutto, divenne l’aiuola più fertile, più fiorita e più ordinata dell’orto-giardino. Se tu l’avessi vista!».
Sto seduta sulla scaletta ai suoi piedi e lo guardo lassù che imbianca il muro e racconta mentre gli reggo il barattolo della tinta. Non mi muovo perché non cada, e mi sembra di essere l’alunna di un grande pittore.
* * *
Lui sa che scrivo.
Ho il mio quaderno e, quando sono triste di sera, scrivo per sfogarmi oppure scrivo semplicemente i ricordi.
Siccome ha insistito tanto per leggere i miei appunti, gli ho letto io stessa ad alta voce qualche passo preso a caso dal mio quaderno.
In quell’occasione l’ho fatto andare a letto e mi sono seduta sulla spalliera ai suoi piedi, a leggere.
Ha detto che non avevo raccontato i fatti con esattezza, ha trovato molto da ridire, ha detto che il ritratto di lui era falso e ingiusto e così mi ha calunniata. Ho giurato di non leggergli più niente.
Un’altra volta è riuscito lo stesso a farmi cedere e gli ho letto un altro brano.
Ha detto allora che scriverebbe anche lui i suoi ricordi.
Poi quando è successo il fatto della sua prepotenza nell’impedirmi di cantare, subito l’ho trascritto sul mio quaderno e sono andata a leggerglielo spontaneamente.
Da allora, qualsiasi cosa buona faccia, qualsiasi gentilezza abbia verso di me, qualsiasi attenzione abbia per me, punta sempre il dito contro il mio tavolino da notte e dice: «Aggiungi, scrivi sul tuo quaderno anche questo. Aggiungi».
Da qualche tempo scrive anche lui e nasconde il quaderno nel suo tavolino da notte, non vuole mai farmi leggere niente, e afferma che lui scrive di ben altre cose.
D’altronde ha letto solo quattro brani dei miei scritti.
* * *
Viene in camera e si butta sul letto. Mi avvicino, mi siedo sulla spalliera. Vorrei togliergli le scarpe. Si volta di scatto verso di me: «Perché mi togli le scarpe? Per non sporcare la coperta?».
«No, per liberarti i piedi».
Se le sfila da sé coi piedi stessi. Cadono con chiasso. Si gira dall’altra parte. Mi chino su di lui: «Ho strani presentimenti, come se dovesse succedere qualcosa…».
Si rigira e mi prende il braccio:
«A chi?». «A te o a me, non so di preciso. Ho proprio paura».
Mi abbraccia e mi spinge la testa verso il guanciale: «Dormiamo».
Mi sfila le scarpe con i suoi piedi. Cadono con chiasso.
Io mormoro: «Purché ci vogliamo sempre bene».
Lui mormora: «Tu pensi troppo, ti stanchi. Dormiamo». E intanto si piega col busto fuori dal letto e allinea le scarpe a coppie così disposte: una delle sue, una delle mie.
* * *
Il presentimento si è avverato.
Sono stata investita da una macchina. Sto all’ospedale.
Sonnecchio.
Sento qualcosa entrarmi in bocca. Mi tocca inghiottire più volte mentre lui dice: «Non mangi niente, non riesco a farti prendere niente, ti ho comperato la bottiglia col ciuccetto. In questo fiasco c’è il latte. Se non ci sono e la tua bottiglia è vuota, mostra che il latte è qui».
Mi toglie il ciuccetto dalla bocca, posa la testa sul guanciale. Credo che pianga.
«Sii ragionevole. Devi bere tutto questo latte fino a domani. Ti supplico. Sii ragionevole».
Ha i baffi? Glieli mordicchio.
Ma no, sono le sopracciglia. Gliele mordicchio lo stesso. Credo che sorrida.
Mi bacia sulla fronte e mi rimette il ciuccetto in bocca. Inghiotto e sonnecchio. Sento che lui mi sorveglia.
Mi scuote.
«Ho sognato che eri gobba e avevi le gambe storte. Mi hanno assicurato che è buon segno. Dimmi, non ti senti meglio? Non desideri qualcosa, un pollo, una torta di fragole, prosciutto? Se mangi qualcosa ho una sorpresa per te».
«Un gelato».
Sospira:
«Te lo vado a prendere, ma sei… cattiva».
Un altro giorno mi scuote: «Ho sognato che venivo da te e tu stavi in piedi vicino alla finestra. Io non me ne accorgevo e ti trattavo come se ti avessi trovata a letto. Tu ti mettevi a piangere e gemevi che non ti volevo bene, se neppure vedevo che eri guarita.
«Dimmi, puoi alzarti, puoi sederti almeno? C’è qualcosa di nuovo?».
«Zitto, ho sonno».
«Sii buona, rispondi».
«Zitto, sto dormendo».
Per la terza volta mi scuote.
«Dormi ancora? Per carità, dormi troppo. Ho sognato che avevi la malattia del sonno. Giravi come una sonnambula: che spavento! M’hanno detto che è brutto segno, che la malattia del sonno dura sette anni. Svegliati, su, svegliati».
L’infermiera interviene: «Ma che fate? Non sapete quanto è grave la sua ferita alla testa? E che dopo l’operazione subita, dovrebbe stare immobile; ed è un bene che dorma e sia così calma! Anzi state attento anche voi che non si muova».
E se ne va.
Lui posa sul letto i giocattoli: il fischietto, il rospo, l’armonica, la palla. Mi mette tra le braccia il cagnolino Tobic, mi accomoda le coperte, apre la finestra, riordina il tavolino da notte, mi prepara l’aranciata da mettere nella bottiglia col ciuccetto.
Ha molto da fare.
Ogni tanto viene a tirarmi per bene il lenzuolo e, come socchiudo un occhio, mi sussurra: «Non ti muovere, dormi».
Credo che sia notte. Lui mi veglia, seduto su una sedia. Fa caldo. Mi sbuccia un’arancia, me ne mette uno spicchio in bocca. Sputo i semi.
«Non sputare i semi che ti costa sforzo; lasciali venire sulle tue labbra». Mi dà gli altri spicchi e prende i semi sulle mie labbra.
«Chiudi gli occhi, ascolta. Ricordi il nostro fidanzamento?
«Andammo in chiesa: era un pomeriggio di maggio. Ci inginocchiammo davanti all’altare. Non c’era nessuno.
«Dicesti: “Mi amerai sempre e mi sarai fedele?”.
«“Lo giuro davanti a Dio, fino al giorno della mia morte. E tu mi amerai sempre e mi sarai fedele?”
«“Lo giuro di fronte a Dio, sino al giorno della mia morte”».
Mi sfiora la fronte, le guance: «Ricordi? Io lo rivivo.
«Dio non può andare contro di noi, non può.
«Ti farà guarire, ma tu devi obbedire, devi mangiare. Ti sbuccio un’altra arancia. Tu non dire nulla. Dammi solo i semi indietro, perché quelli ti fanno male. L’arancia fa bene per la febbre e tu ne hai tanta. Hai quaranta e uno, sai. È meglio che tu lo sappia. Starai più attenta».
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