il 25 luglio
italian
Quando mia nonna e mia sorella si furono addormentate, mi alzai piano, erano circa le undici di sera, e mi affacciai alla finestra della camera, dove dormivamo tutte e tre in tre lettini ognuno contro una parete; spalancai cautamente le persiane e guardai il cielo. Era chiaro ma in modo opaco, polveroso, senza stelle. C’era la luna molto alta che sembrava piccola e piatta, dura. La guardai a lungo. Mi pareva che non avesse nessuna comprensione. Amavo molto Leopardi e tutte le mattine mettevo la sveglia un’ora prima per leggere una sua poesia e meditarla. Trovai che quella sera la luna non invitava a confidenze e mi si strinse il cuore sotto il cielo inaridito dal suo bianco disco desolato.
Abbassando lo sguardo sulla terra dopo aver fissato la luna, mi parve che la natura intorno fosse più palpitantemente nera del solito. In lontananza correvano i fari delle automobili in su e in giù, sempre sulla medesima linea e, nelle tenebre, sembrava che non si spostassero più in qua o in là per un itinerario necessario, ma per una volontaria prova d’equilibrio, come se, volendo, avessero potuto deviare e aggirarsi a capriccio ma non lo facessero per una misteriosa ostinazione e un’inconsapevole schiavitù. Non potevo prendere sonno.
Richiusi lentamente le persiane, uscii dalla stanza e me ne andai in giardino. Nella notte dilagava un intenso aroma d’oleandro, d’alloro e di timo. Le cicale frinivano. C’erano ancora lucciole i cui lumini fosforescenti oscillavano a mezz’aria tra il fogliame carico d’ombra. La campagna s’affollava nel buio con intrigante sollievo, dopo la calpestata stanchezza del giorno. Io mi sentivo addosso un’eccitazione che provavo molto spesso in quel periodo e che del resto ho sempre provato nei momenti contemplativi, la sensazione di una realtà straordinaria, un sentimento d’intimità, un potenziamento della coscienza che generava una strana coesistenza di felicità e di angoscia.
Rientrai in camera da pranzo e mi sedetti al tavolo, lasciando aperta la porta a vetri sul giardino. Cominciai a scrivere una poesia, aspirando a tratti gli effluvi che giungevano da fuori. Ricordo i primi versi:
Io sono un faro d’auto nella notte
che insegue il breve spazio del suo raggio
attraverso chilometri di tempo.
Una scarica di colpi battuti alla porta mi sbalzò bruscamente fuori dai miei rovelli letterari, sussultai, erano le 23.30.
«Lucia, aprimi!» un’emozionata voce femminile. «Ho visto la luce accesa, aprimi, sono Graziella».
Corsi alla porta, alzai la sbarra di ferro, girai la grossa chiave nella vecchia serratura, mentre la mia amica seguitava a picchiare il battente di bronzo con frenetica esultanza.
«Ma che, sei matta?» recriminai quando mi fu davanti: «Lo sai che ore sono?».
«È caduto il fascismo!» gridò Graziella abbracciandomi e facendomi fare una giravolta. «Evviva la libertà!».
Io non capii niente. Mi parve solo che la mia amica fosse improvvisamente impazzita e m’irritai: «Smettila, che svegli tutti!» bisbigliai.
«Ma non capisci?» rideva: «Il fascismo è caduto, hanno arrestato Mussolini, è finito tutto. Altro che dormire!».
«Sei impazzita» dissi, meccanicamente.
«Oh Santo Cielo!» sospirò Graziella. Parlava forte, la sua voce mi squillava nel cervello, stritolatrice. «È ca-du-to!» sillabò. «Una scena grandiosa, gli stessi gerarchi gli hanno tolto il potere».
«Non sai quello che dici!» mormorai.
Mi volle abbracciare ancora. Mi svincolai. Cominciavo a credere.
«Non ci credo» dichiarai. «Chi l’ha detto?».
Stavamo ancora sulla soglia di casa.
Sentii un movimento al piano di sopra, un tramestio, un parlottare, vi abitavano le mie due zie materne, la loro camera da letto si affacciava sul giardino proprio sopra il nostro portone, di lato, le persiane della loro finestra si socchiusero sornione: «Che dici, Graziè?» chiese la testa d’una zia sporgendosi.
Non amavo affatto le mie zie, specialmente la più grande e massiccia, vedova della Prima guerra mondiale, quella che stava chiamando la mia amica. La minore, zitella, era una bonacciona confusionaria, ma la vedova era infida e spesso la odiavo di nascosto, sebbene, all’apparenza, soprattutto con lei, fossi sempre arrendevole.
«Eh, Graziè? Finalmente l’hanno ammazzato quel tiranno farabutto?» seguitò la zia vedova con la voce melensa che adottava quando voleva sapere qualcosa.
Ti sei tolta la maschera, pensai tra me.
Sentii, dalla camera da letto, la voce di mia sorella che parlava piano carezzevolmente. Nonna gemeva, poi disse qualcosa, e prese a biascicare preghiere con un tono concitato e affannoso interrotto a tratti da lamenti.
Intanto Graziella era entrata in casa, nella stanza da pranzo, e, sedutasi al tavolo, mi raccontava che la sera prima, anzi a tarda notte, Mussolini era andato dal re a fargli il resoconto dell’ultima seduta del Gran Consiglio, il re lo aveva ascoltato attentamente, come se fingesse di consultarsi con lui, poi erano venuti i carabinieri e lo avevano arrestato. Tutto era predisposto e lui non ne sapeva niente.
«L’ingenuità in politica è un delitto» disse.
Mi sembrò, ma non ne sono sicura, di avvertire una specie di commozione nella sua voce, la sua ironia poteva essere dispetto per la brusca delusione, anche il suo modo di fumare era rabbioso e contrastava con le sue parole.
Mi sentii più conciliante: «E adesso dov’è?».
«In prigione, non si sa dove».
«Perché?».
«Per impedirgli di nuocere ancora. Sai, non era più lui in questi ultimi tempi. La sifilide lo aveva reso pazzo. Era maniaco per le donne, un satiro» rise. Gli occhi le scintillarono su tutti i denti.
Deve essere sensuale, pensai.
Ornella apparve. Aveva un visetto spaurito. Era magrolina, con la testa ricciuta nera, la carnagione trasparente, i grandi occhi cangianti apprensivi, la bocca quasi senza labbra.
«Parlate piano» disse «s’è sentito tutto e nonna non sta bene, ha i crampi».
Spesso a nonna venivano i crampi alle gambe la notte, e mia sorella si alzava subito, sveglia al primo gemito, e si precipitava a massaggiarle i piedi e i polpacci, mentre io restavo a letto fingendo di dormire.
«Non ho capito niente» prese a ripetere lasciandosi cadere su una sedia, «non ho capito niente, Graziella, racconta tutto da capo piano piano in ordine».
E mentre Graziella ricominciava sforzandosi di riferire parola per parola la notizia udita dal giornale radio, mia sorella seguitava a dire con le lacrime che le colavano sul viso: «Non ho capito niente, ti prego, ricomincia da capo».
«E Scorza e Ciano?» interruppi come brandissi un’arma. «Tutti contro di lui. Erano tutti d’accordo col re» mi rispose Graziella allargando le mani.
Mia sorella cominciò a discutere con lei in modo a parer mio dispersivo, voleva smentirla, metterla in contraddizione con se stessa: «A che ora si è riunito il Gran Consiglio? E perché a quell’ora? E perché il re non l’avrebbe arrestato subito appena gli s’è presentato? Perché doveva starlo prima a sentire se lui e il Gran Consiglio erano già d’accordo? E perché…».
Ma Graziella non l’ascoltava, continuava a raccontare. Sentii che diceva: «A Roma la gente s’è rovesciata per le strade appena si è saputo dell’arresto di Mussolini, la folla era come ubriaca di gioia oggi…».
«La gente lo sapeva oggi e tu perché solo adesso?» chiese Ornella, ma sentimmo la voce di nonna: «Ornè!» e lei scappò. «Adesso comanderà Badoglio» stava dicendo Graziella, «un uomo serio».
«Non trovi che Badoglio ha sempre ragione?» sbuffai io.
Mia sorella ricomparve con l’espressione spaurita: «Nonna ha detto che faceva subito il responsorio».
«Che sarebbe?» chiese Graziella.
«Non so, è una preghiera speciale molto lunga, una novena».
«E che è una novena?».
«Si recitano nove rosari di seguito rivolgendo alla Madonna una domanda che si deve pensare ininterrottamente durante la preghiera. A seconda di come scorrono i grani dei rosari, lisci o con intoppi, vien fuori la risposta della Madonna. Non ne so di più, così m’ha spiegato nonna». Di colpo scoppiò a piangere: «Ho tanta paura, per tutti noi» mi fissò con gli occhi dilatati, «mamma e papà!» gridò alzando le mani.
Un brivido mi corse per la schiena, non avevo pensato a loro.
«Forse vengono con l’ultimo treno» disse Graziella, «mancano dieci all’una, tra poco arriva. Andiamo alla stazione a vedere se ci sono, così sentiremo anche le ultime novità».
I miei genitori stavano a Roma.
Mio padre era maggiore pilota dell’aeronautica. Per due anni aveva comandato il 35° stormo bombardieri a Valona, in Albania, poi era stato in missione a Rodi, in Sardegna, a Malta e in Sicilia, e solo recentemente era stato trasferito al Ministero dell’Aeronautica a Roma, Ufficio Stampa.
Ai primi di luglio mia madre, mia sorella e io avevamo lasciato Roma ed eravamo venute a villeggiare ad Alatri, nella casa della nonna materna.
Nel pomeriggio del 19 luglio, dopo il terribile bombardamento americano su San Lorenzo nella mattinata, mamma e io eravamo partite per Roma, ansiose sulla sorte di papà, poiché il Ministero dell’Aeronautica sta vicino a San Lorenzo, proprio dietro l’Università, e mia sorella era rimasta ad Alatri con la nonna.
Papà stava bene.
Io mi ero subito presentata a Palazzo Braschi, la sede del G.U.F., a mettermi a disposizione del Partito.
Il segretario del G.U.F., di cognome G., aveva già organizzato molto bene un servizio di soccorso ai danneggiati. Gli studenti fascisti lavoravano giorno e notte nelle macerie per estrarre i feriti e i morti, mentre le studentesse prendevano in consegna le famiglie rimaste senza tetto, le conducevano nelle scuole adibite ad asili e lì le sistemavano. Mi fu affidata la sistemazione di una cinquantina di sfollati nel terzo piano di una scuola elementare di Testaccio, e mi fu data in dotazione una bicicletta.
I miei genitori mi rimproverarono perché avevo agito di mia iniziativa senza chiedere loro il permesso, ma mi lasciarono compiere il mio dovere.
Presi servizio il 20 mattina, ma purtroppo il 24 i miei mi rimandarono ad Alatri col primo treno all’alba. La mia felicità durò solo quattro giorni.
Indossavo continuamente la divisa fascista, a dire la verità ero la sola tra gli studenti che si giustificavano col caldo (infatti io cuocevo letteralmente nella mia sahariana di lana nera), e correvo in bicicletta attraverso Roma a tutta velocità, di ufficio in ufficio, a chiedere viveri, indumenti, stoviglie per i rifugiati. Poi
distribuivo loro il vitto nelle gavette, facevo le parti, ragionavo, poi la sera fino alle undici mezzanotte scopavo, stendevo coperte, pacificavo i litigiosi, cullavo i bambini.
I miei genitori mi telefonavano ripetutamente a scuola la sera, per intimarmi di tornare a casa. Io avrei volentieri dormito là. Infine nella notte pedalavo verso casa, all’Aventino, col cuore pieno leggero immenso, a casa raccontavo con sobrietà la mia opera a sommi capi e mi sdraiavo vestita per non perdere tempo la mattina.
Avevo però una spina nel cuore. I miei sfollati non avevano materassi e dormivano tutti per terra. Anche la maggior parte degli sfollati ospitati negli altri piani non aveva materassi.
La mattina del 23, il quarto giorno, uscii di casa alle cinque per arrivare alla mia scuola prima che gli sfollati si fossero alzati.
Salii al terzo piano affidatomi, percorsi aula per aula, corridoio per corridoio, e contai venti donne in stato di avanzata gravidanza che dormivano per terra. Avevano i dolori, avevano paura, parlavano a mezze parole.
Andai al G.U.F. e ne parlai al segretario G. Mi firmò un foglio di richiesta per i venti materassi e mi diede vari indirizzi.
Girai tutta la mattinata, di ufficio in ufficio, inutilmente. Non volevo arrendermi.
Nel pomeriggio andai all’Accademia di Romania in Valle Giulia dove sapevo che si erano ritirati i rumeni della mia sezione che abitavano alla Casa dello Studente, colpita dalle bombe.
Mi accolsero tutti calorosamente. Esposi il caso delle donne incinte sinistrate e, sdraiati sul prato dietro l’Accademia, sotto le vaste querce secolari di Villa Borghese, affiatati, ci mettemmo a riflettere sul problema dei materassi.
Infine a uno di loro, un poeta che si chiamava Tanasescu, venne un’idea: «La Casa dello Studente è mezza sventrata ed è disabitata. Ci saranno ancora materassi? Io ci devo andare a ritirare gli ultimi miei libri. Da tre giorni faccio su e giù con un carrettino. Vuoi venire con me? Attacchiamo il carrettino alla tua bicicletta, tu sali in vettura e io pedalo».
«Urrà».
Detto fatto. Mi rannicchiai nel minuscolo e traballante carrettino, Tanasescu inforcò la bicicletta e partimmo alla volta della Casa dello Studente. Percorremmo tutta Valle Giulia, seguendo la Circolare Rossa alla quale il mio vetturino ogni tanto s’attaccava in salita. Ridevamo per niente, facemmo un’improvvisa deviazione e andammo a finire con infinite giravolte a piazza di Spagna dove tutti ci guardavano, ma ricordo che non ce ne importava niente. Ci fermammo a un bar dove mangiammo un paio di coppe di ciliege sciroppate con panna, accaldati, scherzosi. C’era una pace intorno, un’armonia sicura, la scalinata si precipitava a rompicollo per fondersi con la piazza come un torrente, un ramo d’edera spiccava contro il cielo gioiosamente azzurro, aleggiava una calda impossibilità di tragedia.
Mentre il cielo si striava di rosa, giungemmo a San Lorenzo e fummo accolti dai contorni discordi e sofferenti dei muri fratturati. Una puzza di bruciato, dovunque in terra schegge di mobili, lembi sfrangiati di stoffe e mucchi di cenere.
Nell’aria crepuscolare volteggiavano in mezzo alla strada biocchi di lana, piume, fili di crine come vecchi fiocchi di neve ingiallita.
Scesi dal mio carrettino felice. Passando davanti al Verano fummo investiti da miasmi nauseanti. Anche le tombe erano state colpite.
La meravigliosa chiesa di San Lorenzo era distrutta, disossata, giaceva. Fu il mio primo contatto corporeo con la guerra. Alla Casa dello Studente trovammo un custode diffidente che però riconobbe subito anche me e ci lasciò passare.
Girammo tutte le stanze, erano deserte, con un odore di vernice e di laboratorio; dalle finestre, attraverso i vetri rotti, entrava una luce bianchiccia sulle pareti nude, incrinate, calce in terra. Non c’era un materasso.
Chiedemmo di entrare nel ristorante, con un pretesto; il custode ci aprì la porta chiusa a chiave: era piena di materassi, ne calcolai una sessantina. Andammo via subito.
Corsi in bicicletta a Palazzo Braschi. I rumeni dovevano raggiungermi dopo un’ora. Dissi a G. che avevo trovato, mi occorreva solo un buono per ritirare i materassi, e un camion.
Si radunò una specie di consiglio, esposi il mio piano, fu bocciato. Però mi misero a disposizione un camion con una camicia nera per autista, rifiutandomi il buono. Ma io avevo in tasca il foglio di richiesta rilasciatomi da G. al mattino e mi sentivo tranquilla. Presi un foglio intestato e un timbro del G.U.F. Giù nel cortile caricai sul camion otto rumeni e partimmo. Eravamo uniti, i rumeni e io, mi chiamavano la loro mascotte, non solo perché ero la più giovane universitaria a cui fosse stata affidata una colonia di studenti stranieri da dirigere (m’ero iscritta alla Facoltà di Lettere a diciassette anni), ma perché la nostra sezione era stata per tutto l’anno la più attiva: avevamo organizzato visite a musei, conferenze culturali, concerti anche di musica dodecafonica, riunioni, sedute cinematografiche. Ed eravamo molto solidali, sia i fuorusciti di Codreanu, sia quelli che avevano vinto borse di studio sotto il regime di Antonescu, sia gli idealmente apolidi e antifascisti come Tanasescu. Eravamo particolarmente invidiati dalla colonia degli universitari tedeschi, molto più numerosa ma meno intraprendente, e dalla colonia degli ungheresi, che erano entrambe dirette da italiani del G.U.F., fascisti conformisti.
Giungemmo alla Casa dello Studente che era ormai notte nera, con l’oscuramento e le rovine. Suonammo ripetutamente il clacson. Infine il custode apparve più sospettoso che mai.
Gli diedi il foglio di richiesta, gli scrissi una dichiarazione di consegna; lui non fece difficoltà: «La Casa dello Studente non è privata» disse «ma amministrata dal Comune» (cosa che già sapevamo), e si strofinò le mani.
Caricammo i nostri venti materassi e, per la gioia della facilità dell’impresa, Tanasescu si sedette al pianoforte, nel ristorante, e suonò qualche brano di musica da camera.
Noi stavamo intorno al buio, si contavano solo i punti luminosi rossi delle nostre sigarette accese in semicerchio, poi si distinsero i tasti chiari del pianoforte e l’ombra lunga delle dita; una cascata di note, tra cui parecchie stonate, traboccava nel silenzio. Poi tacemmo. Infine: «I bei tempi sono finiti» disse il custode.
«Ora tocca a noi» disse la camicia nera brizzolata, autista del camion.
Comunicammo al G.U.F. per telefono l’esito della spedizione. Ripartimmo sul camion alle undici e venti di notte e, passata la zona morta, cantammo a squarciagola un coro alpino.
Alla scuola di Testaccio, trovai il segretario del G.U.F. con un paio di dirigenti universitari giunti sul posto a presiedere alla distribuzione dei miei materassi. Non nascondo che mi vergognai per loro. Mi sembrava una solennità inopportuna. Bisticciai pure perché volevano dare qualche materasso a persone diverse da quelle alle quali li avevo destinati (mi ero segnata i nomi cognomi e numeri d’aula), infine la spuntai e feci chiamare le mie donne incinte.
Immediatamente si accalcarono davanti a me un’altra ventina di donne che dicevano di essere incinte e sporgevano il ventre e volevano che glielo toccassi. Non tutto fu bello e liscio come avevo previsto, ma, prima d’andare via, volli fare un giro da sola nella scuola per segnarmi i giacigli in terra con vecchi e bambini ai quali avrei portato l’indomani i materassi rimasti nella Casa dello Studente. Ebbi il piacere di vedere le donne dal ventre gonfio e teso e dal respiro rapido e faticoso distese supine sui materassi. Alcune dormivano, altre mi scorsero e mi sorrisero ammiccando.
In portineria trovai mio padre fuori di sé: erano le tre del mattino. «Non hai misura» disse con un certo disgusto, «peggio per te». E un paio d’ore dopo, all’alba, mi condusse alla stazione delle Vicinali, e stette ad aspettare finché il trenino per Alatri con me sopra si mosse. Lo vidi che mi sorrideva scuotendo la testa e mi parve che mi facesse l’occhiolino.
«Sei caduta in trance?» mi chiese Graziella battendomi sulla spalla.
Ricordai subito come un tonfo che il fascismo era caduto, lo compresi di colpo definitivamente.
«Anche tu eri fascista» stava dicendo mia sorella; «anzi tu eri una gerarca del G.U.F. e noi no, te lo dirò finché vivrò, ormai ti ho provato come due più due fanno quattro che sei una voltabandiera», dardeggiava sguardi di fuoco e la sua testolina si ergeva aggressiva.
Assimilai che mia sorella aveva parlato tutto il tempo mitragliando la nostra amica di comuni ricordi e dimostrandole che la notizia della caduta del Regime era una mossa politica astutissima per scoprire i falsi fascisti e metterli al muro.
«Lascia perdere» borbottava Graziella, quando udimmo un noto fischio prolungato con sbuffi.
«Il trenino!» saltò su Graziella, e tutte e tre (Ornella entrò un attimo in camera ad avvisare la nonna perché non stesse in pensiero) uscimmo di casa per correre alla stazione. Fuori la madre di Graziella, dal cancello della sua casa di fronte alla nostra, non smetteva di chiamare la figlia.
«Andiamo al trenino!» gridò questa passandole di corsa davanti, e noi dietro, inseguite dai rimproveri e dalle minacce («Poi facciamo i conti!») della madre, una maestra elementare che aveva i riccioli neri come appiccicati alla testa intorno alla larga faccia.
Noi abitavamo sulla via dei Cappuccini e la stazione era proprio in fondo alla discesa piena di sassi che noi eravamo solite percorrere quasi con la testa all’ingiù per la velocità, con i cuori che battevano precipitosamente e accrescevano l’orgasmo.
Trovammo subito Franco C., amico di famiglia che era stato anche compagno di scuola di mia sorella. Tornava da Roma. Portava notizie dei nostri genitori, stavano bene. Ci raccomandavano di non muoverci, di stare calme, di non aprire a nessuno, sarebbero venuti subito appena papà avesse potuto assentarsi un giorno dal ministero, con i disordini in giro non era prudente che mamma viaggiasse sola.
Mia sorella riprese a piangere.
«Ecco la Didone abbandonata!» disse Franco porgendole una caramella. Era un ragazzo ormai quasi sui venti, viso aperto e intelligente, scriveva poesie come me, ce le scambiavamo facendoci reciprocamente pedanti critiche scritte. Ponevamo tutto il nostro prestigio nella severità di giudizio.
Ci riaccompagnò a casa, trascinando Graziella che fermava ogni passeggero chiedendo notizie. Diceva qualche parola benevola a mia sorella.
Franco C. non aveva mai nascosto i suoi sentimenti antifascisti, secondo me se n’era sempre vantato per puro spirito di contraddizione, per scandalizzare il prossimo, senza intendersi affatto di politica.
Mentre io leggevo Leopardi, lui leggeva tutte le mattine una poesia di Ungaretti che, per amore di negazione, davanti a lui disprezzavo.
Giunti a casa, disse di voler salutare nonna che cominciò a chiamare appena sen - tì aprire il portone: «Orneè! Luciì! Che c’è di vero? E Maria? Che fa la figlia mia?».
Entrammo tutti in camera accendendo la luce, attorno a nonna seduta sul letto, gli stinti occhi che sbattevano come bianche farfalline vicino a una lampada.
Nonna ci annunciò esitando con la voce tremante che il responsorio era andato molto male: «Prima che finisce l’anno ci saranno terribili cose, i fratelli ammazzeranno i fratelli, e correrà il sangue civile della gente nostra. Ognuno pensi all’anima», così dicendo giunse le man e alzò gli occhi al cielo.
La sua testa sembrava essersi sollevata dal coperchio di un sarcofago etrusco, una lieve peluria bianca sul capo con un minuscolo chignon proprio in cima
e, in contrasto con quel tenero velo canuto, i lineamenti diritti, decisi e regolari del volto color bronzo nel quale le rughe lunghe taglienti e profonde scavavano ombre sapienti come comunicazioni.
Eravamo muti intorno a lei.
Franco guardò Graziella: «Volevo dargliela io per primo la notizia, sapevo come dirgliela, ma questa malalingua da vera capocenturia mi ha preceduto. Chissà quanto le hai tormentate».
La madre di Graziella picchiava e vociferava fuori dalla porta.
«Eccomi eccomi» gridò la figlia, «a domani!» e se ne andò.
«E tu non piangi?» chiese Franco scrutandomi: «Che vai tramando con quei foschi occhi asciutti? Un secondo colpo di Stato?».
«Sta’ zitto, Franco, non ho voglia di scherzare».
«Lalà, che amiche da melodramma mi sono andato a scegliere!» alzò gli occhi al cielo. Poi aggiunse: «Comunque sono ormai passate ventiquattro ore dall’ultima seduta del Gran Consiglio, è storia vecchia anche se l’avete saputa solo poco fa» alzò le spalle, «perciò datevi pace».
Andò via.
Mia sorella e io rimanemmo ancora a lungo, in stanza da pranzo, in silenzio, poi lei pianse e andò a letto.
Non riuscivo a piangere.
Mi sembrava che un pensiero mi urgesse nel cervello, chiudevo gli occhi e serravo i denti per richiamarlo a me, ma mi sfuggiva, eppure era un pensiero fondamentale che aspettava lì da tempo. Niente. Non riuscivo a pensare niente. Era un vuoto sprofondato. Finalmente quando, ormai scoraggiata, mi rilasciai, un guizzo, scattai in piedi e andai in salottino a cercare tra i miei libri la preziosa busta dei miei documenti. La presi febbrilmente, con la coscienza che non era quello il pensiero fondamentale, ma, che importa, era un inizio di pensiero.
In quella busta c’erano tutte le mie tessere fasciste da quando ero Piccola Italiana, il mio diploma di Croce al merito, i miei certificati dei Littoriali vinti, quello regionale a quattordici anni e quello nazionale a diciotto, fine giugno, meno d’un mese prima…, la nomina del G.U.F. di Roma a segretaria della sezione rumeni, vari attestati di opere da me svolte a favore di questo o quel nucleo fascista di orfani di guerra, di ragazze madri, eccetera, i due diplomi di educazione e di cultura coloniale, quello di Croce Rossa pronto soccorso; estrassi la mia tessera del G.U.F. e rilessi il giuramento: “Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del DUCE e di servire con tutte le mie forze e, se necessario, col mio sangue, la causa della Rivoluzione Fascista”.
Io non sapevo nemmeno di aver giurato una formula così impegnativa, eppure sin dai miei primi anni la mia firma infantile sanciva tali parole di consacrazione. Non le avevo mai lette bene, non le avevo capite, ed ora risonavano dentro di me a chiedermi il saldo. Si erano connaturate in me attraverso la mia spensieratezza e la consuetudine, ed era giunta l’ora di confermare il giuramento.
Sentii la potenza delle leggi sopra di me. Cercai il Dialogo di Platone sulle leggi e appresi a lungo dalla bocca di Socrate come le leggi siano sacre e signore e come esse giudichino e non debbano essere giudicate.
Sfogliai poi la Storia del Fascismo di Farinacci, la Posizione storica del Fascismo di Curcio, che era il mio professore di Storia e Dottrina del Fascismo all’università, anzi ebbi un moto di sarcasmo ricordando che mi aveva dato solo 28 su 30 all’esame quando io avevo una preparazione capillare: avevo studiato non solo i socialisti tedeschi del programma, ma le opere di Sorel, volumi e volumi sul sindacalismo, sul primo corporativismo, volevo scrivere una tesina sulle fonti teoriche del fascismo; avevo persino letto direttamente, alla biblioteca alessandrina, alcuni saggi degli avversari più ferrati, da Gobetti a Gramsci! E avevo scoperto gli scritti di Rosa Luxemburg che per me era un’antesignana indiscutibile del fascismo, ma secondo me proprio questo mio amore per la Luxemburg non era piaciuto al professor Curcio. Insomma m’ero aspettata un 30 e lode… Basta, respinsi questo disappunto con un senso di meschinità, allontanai quei libri e meditai sulla nostra legge. Trascorsi un tempo, di cui non saprei calcolare la durata, senza problemi pratici, in un mondo scientifico assennato e sereno.
Mi venne freddo e indossai la mia divisa fascista, affettuosamente.
Ricordai che mamma mi aveva letto un giorno un brano di Machiavelli, la mia memoria ne aveva conservato l’incisione letterale: “Venuta la sera mi ritorno in casa ed entro nella mia officina e in su l’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali, e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini”.
E subito dietro queste parole, incalzò un periodo di Plutarco. Cercai il libro, trovai il brano che parla di “quella legge che ordina sia tenuto infame chi, in occasione di una sedizione, non si dichiari né per l’una né per l’altra parte, volendo, per quello che appare, che in riguardo agli affari pubblici non se ne stesse alcuno estraneo per indolenza ed insensibilità…”.
Ora sapevo qual era il pensiero fondamentale: dovevo partire.
Mi sentii improvvisamente sfinita e insieme serena, in porto.
Mi alzai per non assopirmi, cominciava l’alba fitta e tenue, feci un passo verso la finestra per respirare meglio e mi girò la testa come se il mondo si fosse allargato e mi comprimesse con tutto il peso del suo antico risveglio addosso a me. Poi la realtà lasciò filtrare gli umidi odori del suo primo chiarore e, aspirando lentamente l’aria bagnata, mi ripresi. Il primo treno partiva alle cinque e mezzo. Erano le quattro. Avevo un’ora e mezza di tempo.
Avrei avvertito mia sorella dopo le cinque.
Presi la busta dei documenti e la vuotai sul tavolo. Mi cincischiavo con un senso d’ozio, di tempo da ingannare. Anche questa era una sensazione nuova. Fino allora avevo sempre goduto il tempo per se stesso, mai come intervallo da annullare senza che niente lo caratterizzi.
Contai le mie tessere di Piccola Italiana all’estero. Dal 1929 al 1938, dieci, dall’età di quattro anni.
Sono nata il 17 giugno 1925 a Reims, in Francia.
La zona della Marne era stata particolarmente devastata durante la Prima guerra mondiale e Reims era stata quasi rasa al suolo. Mio padre, ingegnere e architetto, vi era andato una prima volta subito dopo la guerra, a ventisei anni, poi, sposatosi con mia madre, vi era tornato con lei nel ’23.
In breve, egli fu a capo di una delle maggiori imprese di costruzione della città. Quasi tutta la sua maestranza era italiana. Pensai ai nostri italiani all’estero. Papà aveva raccontato qualche volta come, prima del fascismo, i nostri emigrati in Francia, per lo più povera gente ignorante, vivessero in condizioni disastrose, senza tutele, né assicurazioni di sorta, senza garanzie, potevano essere licenziati sui due piedi, erano pagati con salari da fame, anzi avevano gli stessi salari dei negri e delle razze di colore; di fronte a qualunque sopruso non potevano reclamare presso nessuno, sia perché incompetenti, sia perché i francesi erano legati tra loro “come i mattoni di un muro”. Non avevano neppure i soldi per rimpatriare. Molti finivano in galera per accattonaggio ed erano espulsi dalla Francia per mezzo della Polizia. Italiano era sinonimo di pezzente.
La maggior parte degli italiani finiva col chiedere la cittadinanza francese, e anche questa veniva concessa dall’alto con arricciamenti di naso. «Se in tal modo ottenevano una certa protezione materiale, ah, la legge in Francia vale qualcosa» diceva papà, «le vessazioni morali erano lungi da una conclusione».
I “naturalizzati” erano chiamati abitualmente dai “copains” francesi, cioè dai compagni di lavoro, “les bâtards”, i bastardi, ed erano sempre i primi a restare disoccupati.
«Possono dire quello che vogliono del fascismo in Italia» scoteva la testa papà, «ma il bene che il fascismo ha fatto agli italiani all’estero nessuno lo può negare. Il prestigio conferito dal fascismo all’Italia si ripercuoteva sugli stessi fuorusciti antifascisti. Te lo dico io, nessuno si vergognava più di essere italiano, e si ha bello dire che questo è di secondaria importanza, chiacchiere, figlia mia, altro se conta poter girare a testa alta per il mondo. Te lo garantisco io che ho vissuto circa venti anni in Francia. Basta prendere esempio da loro. Hai mai osservato con che bocca piena ti dicono: “Je suis français”. E fanno bene. Certo, sono un po’ troppo boriosi, ma solo con chi non ha dignità nazionale. Non li ho mai sentiti disprezzare uno spagnolo per esempio, eppure la Spagna non è una grande potenza, ma gli spagnoli hanno un’assurance altezzosa che impone rispetto. È inutile, solo noi siamo un popolo cornuto che fa il sofistico, sì ma però la libertà. Perché siamo provinciali nel profondo del cuore. Sarà per via della nostra storia, io non me ne intendo, ma so che ci estasiamo di fronte a tutto quello che è straniero, come tanti burini. Non conosciamo la nostra letteratura ma fremiamo per quella degli altri, smaniosi di mostrarci à la page. È bello essere spiriti larghi, aperti, ma, ripeto, non cornuti, per bacco. E guarda che io non sono fazioso, ho esitato di fronte al fascismo perché la storia delle randellate, tutto quel fare gradasso degli arditi all’inizio, sai, subito dopo la guerra, non mi andava a genio. Io non posso vedere i prepotenti, i muscolosi, eppure ero d’accordo che i combattenti fossero trattati con più riguardo; ma lo sai che ho visto io coi miei occhi un ufficiale, un capitano di cavalleria decorato, aggredito da una marmaglia che gli ha strappato i nastri e le mostrine? Roba incredibile. E effettivamente con certa gente non resta che pigliarli dal verso loro e fare a pugni. Comunque certe spavalderie da bravacci mi davano fastidio. Ma quando sono stato in Francia e ho seguito passo passo l’elevamento del tenore di vita dei nostri italiani, ho esitato ancora un po’ ma poi non ho più potuto e mi sono iscritto al Partito nel ’27. Tua madre che aveva bizzarre simpatie sinistroidi, non ti dico le discussioni politiche quando eravamo fidanzati, lei si professava comunista, approvava tutto, il libero amore, tutti vestiti uguali, dei ragionamenti da dormirci in piedi, insomma tua madre stessa fu così entusiasta che si iscrisse anche lei al Partito e adesso, ti dico la verità, è troppo fanatica per i miei gusti. Del resto che vuoi, è una donna intera che va sempre fino in fondo».
Provai una grande tenerezza per i miei genitori, anzi ero fiera del loro entusiasmo, della loro sincerità.
Nel 1928, mio padre fu nominato segretario del Fascio di Reims, una carica onorifica che ci costò molti soldi. I miei genitori passavano le serate a scrivere a macchina, le nottate a preparare pacchi di viveri per i disoccupati; il campanello di casa squillava ininterrottamente e l’anticamera era sempre affollata di italiani stanchi, malvestiti, con frotte di bambini che strillavano.
I miei genitori organizzarono una “Casa degli Italiani”. Era un palazzo a Rue des Capucines; il pianterreno fu adibito ad asilo infantile: i figli degli italiani vi erano trattenuti e assistiti durante le ore lavorative dei genitori. Il primo piano fu riservato alle adunate, e al secondo piano furono disposti gli uffici dove gli italiani venivano a iscriversi, a esporre i loro problemi, a ricevere sussidi.
I miei genitori tutelavano gli interessi degli italiani presso i datori di lavoro, coadiuvati dal console che era una persona retta e scrupolosa, si giunse perfino al punto che i datori di lavoro francesi colpevoli di un’infrazione verso i nostri connazionali venissero convocati alla “Casa degli Italiani”. D’altra parte, prima, gli italiani, malvisti dai francesi perché tanto numerosi, si guardavano reciprocamente in cagnesco (in realtà facevano comodo agli impresari che disponevano d’una manodopera di eccezionale basso costo), adesso invece erano così solidali tra loro che i francesi erano diventati più prudenti nei loro confronti.
La nostra colonia, molto numerosa (contava parecchie migliaia di italiani, più di novemila, in una cittadina di meno di centomila abitanti), era riuscita a prendere in affitto, dopo pochi anni, una delle più grandi sale di Reims, la sala del “Foyer civil”, nella quale si rappresentavano spettacoli cinematografici e teatrali, si facevano frequenti lotterie di beneficenza, e ogni anno veniva distribuita ai bambini italiani la Befana Fascista con una ricchezza di doni che era
l’orgoglio dei miei genitori. Ben presto gli italiani dei paesi, villaggi, piccole città circostanti offrirono a mio padre il segretariato del loro Fascio. Con mia madre che faceva il grosso del lavoro da quando mio padre era andato a lavorare a Parigi, i miei genitori finirono col dirigere non solo gli italiani della Marne, ma anche di altri tre départements.
Mio padre tornava ogni sabato e la domenica all’alba si partiva in tre macchine, il console e la sua famiglia, mio padre con noi e il direttore della Marelli a Vitry-les-Reims con la sua famiglia che erano nostri grandi amici ebrei italiani, diventati fascisti per il contagio dello zelo dei miei genitori e per gli incredibili risultati da loro ottenuti, ed erano ottimi collaboratori come mia madre ricordava spesso con continuo apprezzamento, i tetti delle macchine e i portabagagli carichi di pacchi, e si raggiungeva un paese a volte piccolo, allineato lungo la strada. Lì si radunavano gli italiani e fino a sera si lavorava per loro.
Noi bambini, mia sorella, la figlia minore del console e io si giocava con i più piccoli del luogo, oppure aiutavamo a far qualcosa, per esempio scrivevamo sotto dettatura le misure degli abiti da procurare.
Il Fascio di Reims mandò ogni anno a proprie spese decine e decine di bimbi in Italia, nelle colonie estive. Fu fondato un giornale. Furono organizzate gite e escursioni. Fu perfino piantata una pineta accanto al cimitero di Bligny dove sono sepolti i diecimila fanti italiani caduti sulla Marne nella Prima guerra mondiale.
Il console aveva composto un inno che cominciava con le parole:
Là su quel monte c’è un gran cimitero
fatto di croci bianche allineate.
Per l’attività svolta senza la minima retribuzione, i miei genitori ebbero i più alti riconoscimenti: fu loro consegnata la medaglia d’oro del lavoro ed essi furono citati al merito tre volte all’ordine del giorno del Gran Consiglio.
Perfino un settimanale parigino antifascista (vi collaborarono fuorusciti italiani), «Le canard enchaîné», segnalò all’attenzione dei suoi lettori la colonia italiana di Reims, lodandone lo spirito d’iniziativa e d’affiatamento.
Mi sentii legata ai miei genitori con uno stato d’animo d’attenzione, come se la vita vissuta insieme fosse una continua consegna, afferrai il concetto di eredità, ereditare un senso, un insegnamento, non l’assorbimento passivo d’un ambiente e d’un modo di sentire. Stavo prendendo coscienza, sentivo che era nella mia facoltà accettare la consegna o scansarla, il mio sentimento per i miei genitori si faceva concreto, cementato da ricordi di fatti, dialogato. Mi parve di capirli in ciò che avevano dato. Fino allora li avevo in un certo senso ignorati. Poche ore prima, alla notizia della caduta del fascismo, non avevo neppure pensato a loro, come se fossero fatti miei esclusivi, un mio rapporto personale con la realtà, come se me lo fossi conquistato da me, il fascismo, attraverso i miei studi,
il mio amor patrio, mia prerogativa di alti sentimenti che non dividevo con nessuno. Invece ora accettavo la consegna, con tutto il suo carico di responsabilità, anche di fronte a loro.
Forse assorta nelle mie meditazioni solitarie, garantita all’esterno, non avevo voluto bene a nessuno, nel senso che non m’ero guardata intorno. E se questa era la colpa di cui Graziella accusava il Duce, io non potevo scagliare la prima pietra.
Era stato veramente il pensiero fondamentale quello di cercare la busta dei documenti, delle testimonianze.
Ero stata come il baco che tesse la seta e si avvolge nella propria seta ed ora la mia seta non mi serviva più, avevo bisogno della luce e dei colori del mondo. In quell’alba, anzi in tutta quella complessa nottata, posso dire che quelli furono i primi momenti realmente passionali della mia vita. Mi riscaldai accanto alla dolcezza di mia sorella che avevo sempre ritenuto in fondo in fondo estranea a me. Allora ebbi un sentimento d’umiltà di fronte a nonna, che avevo trattata un po’ da bambina. Prima avevo sofferto per cose astratte: per la gloria per esempio, e m’era parso che nessuno mi capiva. Ero stata sempre conciliante con tutti per economia, per non distrarmi. Avevo amato la natura, i libri, lo studio, la solitudine, la mia attività, l’allegria, i miei pensieri.
Sentii tintinnare la campana del convento dei Cappuccini che chiamava i fedeli alla prima messa. Erano le cinque.
Riposi le tessere nella busta, mi alzai rinfrancata, con quella che si chiama la calma dei forti. Il mio piano era già bello tracciato nella mia mente: sarei andata a Roma e mi sarei presentata al segretario del G.U.F., il mio diretto superiore in grado. Purché non fosse troppo tardi e tutti i giovani fascisti non avessero già liberato il Duce e ristabilito l’ordine nella nazione. Ebbi una resipiscenza d’umiltà: sarei stata felice che così fosse, non mi sarebbe importato niente di giungere troppo tardi. Il mio contributo non aveva peso, ero una fascista e basta. Sperai vivamente per un attimo di trovare tutto come prima, d’aver avuto un incubo, percepii che dietro la mia calma dei forti avevo paura. Soltanto la coscienza di compiere il mio dovere m’infondeva quella formale sicurezza. Avevo perfino rievocato la mia esistenza passata. Toccai ferro di nascosto da me stessa. Sicuramente avremmo dovuto combattere contro i sovversivi e i reazionari, contro i borghesi attendisti che, sentendosi al sicuro, avrebbero fatto gli spaccamontagna. Ma eravamo in molti. Decisi pure di non andare dai miei genitori. Presentarmi da loro ed esporre il mio progetto sarebbe stato un gesto vile, sia perché li avrei indotti in tentazione di preoccuparsi della mia vita anziché del bene della Patria, sia perché io stessa non avrei più avuto il coraggio d’andare alla lotta.
Entrai in camera, da mia sorella, e la chiamai piano.
«Parto per Roma» dissi, «sicuramente il G.U.F. agirà».
«Sapevo che avresti deciso così». Pausa. «Che dirò alle zie?».
«Che sono andata da mamma e papà».
«Ma vacci per davvero. Appena arrivi a Roma, va’ da loro, ti consiglieranno meglio di chiunque».
«Sì».
«Non dire “sì” così. I nostri genitori non sono borghesi disfattisti: ti consiglieranno il meglio morale, non quello di comodo. Ti prego, chiedi consiglio a loro».
Si levò dal letto, mi preparò un panino, mi diede alcuni suoi risparmi, e pianse.
«Torna a letto» dissi.
«Non partirai mica in divisa».
«No» corsi in bagno, tolsi la giacca della sahariana, infilai in fretta sulla divisa un vestito a fiori sblusato, presi lo zaino, vi piegai dentro la giacca della sahariana, vi misi i soldi, il panino, e salutai mia sorella. Desiderai la benedizione di nonna.
Nell’ingresso sfilai il vestito a fiori che nascosi dietro un mobile, chiusi forte il portone in modo che Ornella sentisse, uscii di corsa fuori dal cancello prima che le zie potessero affacciarsi dal piano di sopra e, appiattita dietro il muretto, infilai la giacca, misi i soldi e il panino nelle tasche, scaraventai lo zaino in un cespuglio oltre il cancello, e nell’aria fresca profumata di tiglio, qualche grillo cominciava a cantare, corsi verso la stazione. Il fazzoletto azzurro di seta con lo stemma nizzardo si distese sulla mia guancia nella corsa, mi sentii sola con lui e versai la mia prima lacrima di quella notte.
Alla stazione salii sul trenino delle Vicinali senza fare il biglietto per evitare d’allarmare il capostazione che ci conosceva e, vedendomi in divisa, avrebbe potuto trattenermi con uno stratagemma. Il treno partì subito. Era affollatissimo. Nessuno fece caso a me. Cominciò un ondeggiamento di pensieri che mi durò per metà corsa. Alatri non dista da Roma più di novanta chilometri ma il trenino si fermava a tutte le minime frazioni, e il viaggio durava quattro ore abbondanti. Nessuno m’aveva guardata di traverso. Forse non era vero. Il fascismo non era caduto. C’era, sì, un baccano insolito, un vociare che faceva venir mal di testa. Ma forse per la paura dell’avvenire avevo un crampo allo stomaco che mi stringeva e non capivo le parole intorno a me. Dicevano che era caduto. Qualcuno con tono saputo osservò: «E chi si fida?». Infatti il fascismo non poteva volatilizzarsi come una nuvola. Eppure udivo parole orribili e sospette: «Quel puzzone è finalmente caduto in trappola», «Dopo averci buggerati tutti quanti per venti anni, a sozzone!», «…chi di vigliaccate ferisce, di vigliaccata perisce…». Forse non m’avevano notata con la mia divisa soltanto perché i loro occhi non erano ancora avvezzi a considerare la divisa fascista una cosa strana da mostrarsi a dito. Era tutta gente rumorosa, braccianti agricoli, piccoli commercianti, soprattutto borsari neri circondati di sacchi gonfi e ceste piene, giovanotti curiosi pigiati in piedi tra le doppie file di banchi. Io mi ero subito seduta in un angolo vicino a un finestrino e mi rannicchiai il più possibile. Già mi pentivo. La gente sembrava sfrenata. Mamma non s’era mossa da Roma perché non era prudente per una donna viaggiare da sola in quelle circostanze. E io con la mia divisa per giunta.
Ad ogni stazione saliva gente, spingevano, ridevano, gridavano, sembrava che non avessero mai fatto un viaggio e si sfogassero. Guardai fuori dal finestrino e non mi voltai più verso l’interno per evitare d’incontrare sguardi indagatori e soprattutto persone conosciute. Mi vergognavo e mi vergognavo di vergognarmi.
L’alba pallida appena tinta di rosa mi sembrava svenarsi dallo scoraggiamento. Poi d’un tratto, come se avesse tenuto tutti i suoi petali spiegazzati e rinchiusi l’uno sull’altro, sbocciò in uno splendido giorno di sole.
Più si procedeva e più crescevano i clamori con una festa e voluttà che mi torturava. Mi sembrava che la realtà si fosse spezzata in due. Di qua, nell’interno del vagone, scompostezza frenesia promiscua senza ariosità. Di là ordine, spazio, composizione, con tutti quei monti rotondi o puntuti del Lazio, sassosi e aridi, sulle cime dei quali stanno arrampicati i paesi come aquile in riposo. Volevo aprire il finestrino per aspirare l’aria pura, ma non osavo. C’era qualche scorcio alla Benozzo Gozzoli con strade ritorte sui fianchi scoscesi, ciuffi di verde arruffato, e somarelli in salita. M’accorsi che piangevo perché mi sorpresi del tremolio del paesaggio. Le lacrime mi scorrevano sulle guance per conto loro, come distinte dalla mia pena.
Nei paesini la notizia strabiliante era giunta in ritardo e, per la maggior parte dei passeggeri, era una primizia di quell’aurora del 27 luglio. Accorrevano a Roma per accertarsi, per partecipare al tripudio. Quale tripudio, quand’era nato tutto quel livore? Nominavano la guerra, esultavano: la guerra era finita.
Fu come se avessi aspirato un fiato d’ossigeno: era per la guerra, per le privazioni della guerra. Erano contenti per la pace. Non pensavano proprio al fascismo. Forse, visto tutto perduto, Mussolini aveva voluto pagare di persona da solo per salvare il suo popolo. In incognito, per non essere ringraziato. Si era consegnato al re apposta.
Ma a ogni stazioncina si sapevano nuovi particolari: Mussolini faceva l’amore con la sua amante, una certa Petacci, tenendosi gli stivali addosso, si sbottonava appena i pantaloni; avevano trovato alla Camilluccia cinquanta diamanti grossi come noci, che lui aveva regalati a quella…; Hitler si era fregato le mani quando aveva saputo il fatto perché andava più d’accordo col re. L’America aveva fatto i complimenti per radio al popolo italiano. Ciano s’era nascosto in Vaticano. Il Papa aveva fatto dire cento messe di ringraziamento.
Mi sembrava che parlassero tutti in fretta facendo a gara a chi la dice più grossa per una necessità di sbrigarsi prima della smentita, gridavano e si scalmanavano perché ancora non ci credevano veramente e, come chi gioca d’azzardo e punta forte, si piccavano tutti di dimostrare di possedere le carte migliori per impressionare gli altri.
La conversazione, se così si può chiamare quel gridare insieme, si spostò su
cose più sentite e conosciute, la miseria, la fame, la guerra, e tutti si rallegrarono della fine di tutto ciò, e lo facevano con inverosimiglianza, appunto come chi s’affretta a sognare tutto il sogno, prima del risveglio imminente: pace, libertà, ricchezza, abbondanza, divertimenti. Non tralasciavano nulla. Mi torturava anche quest’intuizione mista all’odore di sudore affumicato dei loro vestiti vecchi e goffi. Non capivo soprattutto i due signori che, saliti a una di quelle stazioncine, vennero a sedere sulla panchina di fronte alla mia, nei posti lasciati liberi da due contadine che, dopo avermi lanciato lunghe occhiate, s’erano alzate lestamente, le teste chine negli scialli. Questi due uomini benvestiti discutevano ponderatamente con una voce stizzita, elencavano i delitti e gli orrori del fascismo con un’acredine che mi lasciava di stucco. Ne sembravano vittime personali. Non erano pesantemente euforici come i contadini, non erano neppure contenti, lo ripetevano troppo con faccia preoccupata. Mi affaticai per tentare di capire che cosa m’irritava tanto in loro, non so, quel che di acidulo e falso, che non traspariva dalle parole squadrate come nel granito del ragionamento, con tutte le regole, solide, concettose, ma da certi scatti di voce: forse era la viltà. Non l’avevo mai vista, o per lo meno mai colta, sperimentata. Ne avevo un’idea movimentata, in un certo senso possente: Jago per esempio, con la sua coerente consapevole integra perfidia, credo in quel Dio crudel che m’ha creato simile a sé, come canta in Verdi. Ma non immaginavo che si nascondesse sotto un aspetto modesto e riflessivo. In fondo credevo che fosse un vizio eccezionale. Tutti grandi gli esseri umani per me, nel bene e nel male. Dunque c’erano davvero i borghesi pavidi dietro le persiane socchiuse che esponevano alla chetichella il dito bagnato di saliva all’aria per sentire da che parte tirava il vento. Com’era diverso averli definiti e bollati fieramente nei Littoriali senza conoscerli nei loro veri volti, e invece sentirli e rendersi conto che erano inafferrabili e indefinibili, perché la viltà non è qualcosa in sé, ma soltanto una mancanza che affiora di rado, mentre al solito ci si trova davanti tutto il resto della persona che c’è. Non si può neppure odiare. Le battaglie nei Littoriali erano state ingenue. Non piangevo più. Cercavo d’ascoltare.
Lo scotimento del trenino poco molleggiato intorpidì lentamente gli animi. Cominciarono a osservarsi tra loro, a girarsi attorno, qualcuno mi notò, mi s’indicarono l’un l’altro, fu tutto un toccarsi di gomiti, un parlare sottovoce come davanti a una cassa da morto, sporgendo le teste e adocchiando la mia divisa si bisbigliavano chi ero, da dove venivo. Udii nel silenzio sordo le parole: «È una spia, a Roma ci denuncerà», un altro soffio: «I tedeschi ci aspettano alle Vicinali per deportarci in Germania, è tutto pianificato…». Una voce di donna si levò con penosa euforia: «Asentitemi ahò, lo scherzo è bello quanno dura poco, grazie al Signore, la radio ha detto che Mussolini è salvo», «Ci voleva mettere alla prova» rincarò una voce d’uomo, «eh che birbone!», «E chi ci è caduto?» ridacchiò un’altra voce d’uomo che sembrava un gemito. Riudii nominare i tedeschi, era come se una corrente di terrore passasse tra i passeggeri, adesso mi sorridevano con cen ni d’intesa. Mi fece più male questo indifeso spavento della gente del dolore per la caduta del fascismo. Avevo freddo, pur nei miei panni di lana con quel sole.
In piena campagna il treno sussultò per fermarsi di botto.
«Adesso» disse qualcuno guardando dalla mia parte – vidi solo un occhio nero accigliato – «non cominceranno ad approfittarsene anche i ferrovieri che non c’è più disciplina!».
«Ah» sospirò uno dei due signori di fronte a me, un uomo ossuto senza peli, «gli italiani purtroppo non hanno educazione civile».
«Già» gli rispose l’altro, «tutti i popoli incolti hanno bisogno di un periodo di dittatura. La libertà si conquista con la civiltà, altrimenti degenera in disordine».
«E ricompare il manganello» non poté fare a meno d’aggiungere il primo.
Ne ammirai il coraggio di fronte a una spia che li avrebbe denunciati ai tedeschi. Il fatto che tutti i presenti, bonaccioni, avessero un’immagine così crudele del Regime fascista da poter credere all’istante che una ragazza educata nel suo clima fosse una delatrice senza scrupoli, questo fatto fu per me una batosta più forte dell’annuncio della caduta di Mussolini. Com’era potuto succedere che un regime durato più di venti anni avesse generato un tale terrore nella povera gente?
«Io sono la prova che il fascismo è caduto» scoppiai a singhiozzare. «Comunque io non vi avrei mai denunciati».
Qualcuno scosse la testa con compassione.
Intanto si cominciò a capire il motivo di quella fermata straordinaria. La strada ferrata davanti alla locomotiva era ingombra di gente che s’inoltrava sul prato sino a un muro. Il treno si mosse un poco e potei vedere dal mio vagone la ragione dell’interesse della gente per quel muro. Era un campo DUX.
In cima al muro erano arrampicati dei giovani fascisti dei Battaglioni M. Il campo era circondato da ben un centinaio tra poliziotti e carabinieri armatissimi.
I giovani fissavano con sfida gli agenti cantando a squarciagola con voci rauche dal troppo gridare:
Battaglioni del Duce, battaglioni
della morte creati per la vita… Vince sempre chi più crede,
chi più a lungo sa patir.
La gente era sconcertata. C’era chi si scagliava contro il Partito dei giovani e degli scervellati (la presenza dei poliziotti e carabinieri armati attorno al campo di quei ragazzi era finalmente la prova incontestabile che il “maledetto” Regime era caduto).
«Scellerati» corresse qualcuno con drammatica convinzione, «scel-le-ra-ti» come se questa precisazione avesse potuto cambiare il corso e il senso della storia. «SCELLERATI!» urlò infine verso i giovani con le mani attorno alla bocca.
Giù sul binario c’erano alcuni che, parlando tra loro proprio sotto il mio finestrino, ammonivano i giovani laggiù a non sfidare troppo la pazienza del prossimo, c’era infine chi temeva per loro e avrebbe voluto aiutarli. Donne sotto il muro porgevano loro sigarette.
Forse le donne hanno più cuore veramente, pensai. Mi alzai, abbassai il finestrino, slacciai il fazzoletto azzurro dal collo e lo sventolai. Allora quei giovani in cima al muro riconobbero subito la sahariana di lana nera della mia divisa fascista in vista nel finestrino abbassato sotto il sole ardente, e s’avvertirono in un lampo come avessero le antenne, altri s’arrampicarono sul muro a grappoli; indicandomisi a vicenda esplosero in così appassionate grida di giubilo e promesse di tenere duro, che gli agenti di guardia al loro campo si voltarono puntando istintivamente il fucile verso il treno e dalla folla si levarono, al mio indirizzo, molti pugni chiusi.
Un poliziotto, venuto sotto il mio finestrino, m’ingiunse di scendere dal treno.
I miei compagni di viaggio mi trassero via dal finestrino cui mi aggrappavo come una pazza e si posero anonimi davanti a me. In quel momento il trenino, sgombrata la via, si sganciava e mi portava via.
«Sei stata fortunata signurì» mi disse uno dall’aspetto di bracciante, «che quell’agente non era un soggetto insistente».
«Beh» disse la voce maschile lenta, «gli italiani comunque hanno questo di buono che abbaiano e non mordono».
«Tranne i fascisti» borbottò qualcuno.
«A vojia!» di nuovo il bracciante con una spallucciata, «ma i ragazzotti? Quei disperati dietro il muro che cantano com’adannati non vorressino squagliarsela se potessino farlo senza passa’ pe’ rinnegati?».
«Forse non tutti» disse l’occhio nero accigliato fissandomi un momento da dietro il bracciante.
Un po’ l’impressione lasciata dai giovani dei Battaglioni della Morte, un po’ l’avermi salvata dall’agente, un po’ l’osservazione del bracciante portarono un’altra trasformazione nell’umore dei passeggeri. Cominciarono a parlarmi, a dirmi che la vita non è come si legge sui libri, ci vuole molta prudenza.
«Riflettere, ponderare, fa parte della vita» mi disse il mio dirimpettaio ossuto senza peli, «ci vuole previdenza. I giovani disprezzano il calcolo, lo prendono per grettezza, invece è l’esaltazione che è gretta, il non guardare attorno a sé coi propri occhi, questo è gretto, perché porta al pericolo e alla morte».
Non capii a pieno il dramma delle sue parole, ma mi parvero ben collocate e cercai invano di riprovare quella sensazione di viltà. Ma allora la viltà altrui era una percezione soggettiva? Era un giudicare senza conoscere? Era un pregiudicare…
L’occhio nero che mostrò anche due baffetti mi disse che ero una “fanciulla smarrita” e che dovevo tornare a casa.
Scoppiai e, singhiozzando affannosamente, dissi, spiccicavo le parole con
difficoltà: in che cosa si poteva più credere? Che cosa era vero? Quello che dicevano prima o quello che dicono ora?
«Quello che dicono ora».
«E chi me lo garantisce se quello che dicevano prima era falso? E domani, quando diranno ancora un’altra cosa, sosterranno ancora che soltanto questa è la verità». Parlare mi faceva bene, i singhiozzi si moderavano.
«La miseria che la circonda non le dice niente? Le donne con le cioce ai piedi e le ceste in testa al tempo della radio e degli aerei intercontinentali, dopo vent’anni d’un presunto governo in difesa dei proletari, non le aprono gli occhi?», l’uomo ossuto sospirò sfiduciatamente.
Alatri, agosto 1943
P.S. Manca il seguito dove raccontavo la giornata a Roma. Non l’ho più trovato. La sostanza è che corsi a Palazzo Braschi circondato e occupato dai carabinieri, uno dei quali mi prese per il braccio e mi condusse via dicendo al suo superiore: «La porto al commissariato». Appena fuori, mi spiegò in fretta: «Dirò che mi sei scappata dalle mani, fila via e togliti di dosso quella pagliacciata. Ma te voi svejià?». Mi spinse in un bar e s’allontanò. Il barista mi guardò allarmato e mi nascose nel retrobottega. La moglie mi fece spogliare e infilare un camice da barista. Chiamai al telefono il segretario del G.U.F. Garrone, che prima si negò facendomi dire dalla madre che era uscito; poi, quando risposi che sarei venuta ad aspettarlo sotto casa sua, vociò nel ricevitore di non azzardarmi, lui non m’aveva mai vista né conosciuta. Tutti i giovani fascisti a cui telefonai se la facevano sotto. L’unico amico che accorse in quel bar fu l’antifascista rumeno Tanasescu, che mi procurò una gonna, mi fece piegare in una busta della spesa la sahariana, la cravatta nera e il fazzoletto azzurro nizzardo, considerando che la camicia bianca poteva andare. Camminammo per strada insieme. Mi accompagnò alla stazione delle Vicinali. Il trenino per Alatri partiva alle 17. La mia eroica odissea era finita.