il convoglio dei lituani
italian
Il giovane mi prende il braccio e mi spinge in avanti sulla strada, tra le macchine, verso la colonna di stranieri.
«Presto» dice in tedesco come tra sé, «non voglio traffici di notte».
Mi mette nella colonna, in mezzo a una coppia anziana: un signore corpulento molto patriarcale coi baffoni e con gli stivali, e una donna anche lei corpulenta, le carni insaccate, che si stringe una grossa borsa sul ventre.
Ma dove stanno gli italiani? Non possono essere scomparsi quel poco tempo che sono stata al cesso! Non li vedo. Ma sì, saranno in testa alla colonna, maledetta colite, ci stavamo allineando davanti all’edificio, oh Dio che corsa, «Die Toiletten? Wo sind die Toiletten?», finalmente in fondo al terzo corridoio, da torcermi, non finiva mai… Meno male che a poco a poco m’è passata, mi son potuta lavare, per fortuna che avevo le mutandine di ricambio nello zaino, aah, calmati quei dolori.
Mi riaggiusto lo zaino sulle spalle e, girandomi, noto come i miei vicini di colonna mi sbirciano. Un momento. Questi grossi nordici impellicciati stavano molto indietro, ancora nel cortile dell’Arbeitsamt, che mucchio, almeno quattro volte più numerosi dei nostri, tanto che il capogruppo ci ha detto: «A voglia ad aspettare quei poveracci, gli devono fare la chiamata nominale!», quando noi eravamo già fuori a tre per tre sul marciapiede. Oh cielo, quanto tempo sono rimasta al cesso?
Guardo l’ora: le diciotto meno cinque, santo cielo, non erano le diciassette, noi eravamo già pronti a muoverci.
Dov’è quel giovane? Dov’è l’accompagnatore?
Stiamo attraversando la città. A un incrocio un lungo fischio e due vigili s’avvicinano. L’accompagnatore accorre: «Lituani, brava gente» dice in tedesco e fa con le dita della mano il gesto che sono pieni di soldi. «Ach so!», i vigili si scansano.
Giungiamo alla stazione, distrutta dai bombardamenti. I ferrovieri tedeschi ci guardano – i lituani avanzano a passi prudenti –, i tedeschi indicano il treno che sosta sul primo binario, fanno segni di salire, «Los! Los!» (“Via! Avanti!”). I lituani sorridono loro, alzano il colbak scoprendosi il capo e si pigiano con improvvisa fretta davanti ai vagoni, sospingono i figli, salgono quasi uno addosso all’altro. Io non riesco a vedere l’accompagnatore. Aspetto sul binario. Sono rimasta sola. Mi decido a rivolgermi a un ferroviere tedesco: «Wo sind die Italiener?».
«Was für Italiener?».
Comincio a spiegargli in tedesco che io non sto con quei lituani, c’è stato un contrattempo, sono italiana, venuta in Germania con un gruppo d’operai italiani di Mestre, vicino a Venezia, in qualità di loro interprete.
Il ferroviere m’osserva perplesso. Allora, per convincerlo che si tratta d’una cosa seria, gli specifico che sto con operai specializzati in ricetrasmissione radiofonica, operai d’alta qualità, comandati in Germania per un soggiorno trimestrale in una fabbrica di…
L’accompagnatore mi tira per il braccio: «Eccoli, eccoli» grida spingendomi verso il treno che sta partendo.
«Ein Moment!» grida il ferroviere correndoci appresso: «Alt! Alt! Es klappt mir nicht», agita qualcosa in aria.
Qualcuno mi preme brutalmente le natiche mentre salgo sul predellino. Mi giro di scatto: è l’accompagnatore che nel saltarmi dietro grida al ferroviere: «Alles in Ordnung», mi dà un’altra spinta e «Alles in Ordnung!» continua a gridare finché si richiude alle spalle lo sportello del vagone in moto. Ci si appoggia contro trafelato: «Sei italiana» mi sibila con risentimento, «e perché stavi là dietro? Sei pazza? Un po’ più facevi fermare il treno…».
«Ma che dici!» lo guardo innervosita. A un tratto mi rendo conto che m’ha parlato in italiano.
«Che dico?» mi guarda stizzito. «Operai stranieri nientedimeno che specializzati in ricetrasmissione senza filo, tu un’italiana che se ne sta in mezzo ai lituani, non capisci che quel disgraziato era costretto a chiamare la Gestapo?».
«Scusami» mi cadono le braccia, «rifletti: se avevo qualcosa da nascondere, mi rivolgevo a lui?».
«Ma in che mondo vivi? Tutti i tedeschi sono stati avvertiti che nessuno ha modi più innocenti d’un nemico! Anzi, adesso che ci penso, pure peggio avrà creduto quel ferroviere: che avevi addosso un apparecchio ricetrasmittente in miniatura, per coglierlo in fallo di omessa vigilanza sui convogli, sui treni». Ridacchia: «Magari sei una spia dei nazisti per inchiodare i disfattisti…», un altro ghignetto: «E adesso stai registrando quello che ti dico io».
Trovo che ha un umorismo macabro, ma sono troppo colpita dal suo modo impeccabile di parlare italiano per rispondergli per le rime. Però ha occhi azzurri e capelli castani di tipo tedesco. «Sei italiano?» gli chiedo incerta.
«Sono cecoslovacco di Praga e, come vedi, accompagno convogli». Si accende una sigaretta con l’aria di uno che vuole moderarsi e: «Per tornare al caso tuo» dice lentamente, «vuoi sapere dove sono quei tuoi italiani di Mestre, di cui ti facevi così grande col ferroviere tedesco? Sono saliti su un camion lì, all’Arbeitsamt di Monaco» fa un gesto di saluto con la mano, «che io ancora non avevo cominciato a incolonnare i lituani. Tu piuttosto dov’eri? Dove t’eri cacciata?».
«Ero dovuta andare al bagno» rispondo dignitosa.
Ride col naso: «T’è costata cara quella cacata». Non può frenare il riso: «Hai perso il tuo gruppo, ti ritrovi con altra gente in un altro posto, senza scadenza, tutto per…».
«Ma ho il mio passaporto italiano» lo interrompo, «basta telegrafare al nostro capogruppo segnalandogli il disguido che…».
«Hai un documento tedesco?». «Il capogruppo ha un elenco con…».
«Tu hai un documento tedesco?» ripete.
«No». Non riesco a sentirmi allarmata, aspetto che si calmi.
Ma lui riprende a ridacchiare: «E se non ti strappavo via io dalle braccia del tuo ferroviere, adesso stavi pure sotto interrogatorio nell’ufficio della Polizia della stazione».
«Ho il mio passaporto italiano in regola» ripeto io con voce paziente.
Scuote la testa: «Nessuno straniero ha i documenti più in regola dei partigiani della resistenza antinazista» mi risponde con lo stesso tono paziente e, accennando con la mano: «Entra in quello scompartimento, ti prego».
Vorrei dirgli che ha le idee confuse, prima mi tratta da spia nazista, poi da partigiana antinazista, ma è meglio che sto zitta, va’. Entro nello scompartimento, mi sfilo lo zaino – lì il mio passaporto sta al sicuro – e me lo poggio vicino ai piedi.
I lituani si stanno aggiustando sui sedili. Alcuni di loro levano dai lunghi sacchi, che tengono posati sul piancito tra le ginocchia, pagnotte larghe e piatte, involti di salsicce, scartocciano, depongono le borracce accanto al pane. I padri distribuiscono, come strateghi, le razioni ai figli stretti insieme e alle madri.
Si offrono a vicenda i cibi e se li rifiutano con molte cerimonie e molti inchini, sorridendosi con la bocca mentre gli occhi slavati restano severi.
Dopo più di mezz’ora entra l’accompagnatore, chiude la porta dello scompartimento e si siede tra me e una ragazza lituana dal viso rotondo, i riccioli biondi quasi timorosi sulle spalle, gli occhi acquosi e meravigliati.
«Come ti chiami?» mi chiede cortese, con un che di secco.
«Laura Rovi».
«Va bene, Laura» si rialza, «mentre vado a controllare gli ultimi due vagoni, prepara i panini, per piacere: stanno qui dentro», mi posa sulle ginocchia una borsa di pelle: «Ecco il coltello» dice ed esce.
Apro la borsa. Contiene panini bianchi e distinti, un cilindro di burro, una scatola con pasticcio di fegato. Comincio a spalmare, spianando la mollica che si risolleva volubile.
Ritorna l’accompagnatore. Prende la borsa, la chiude e la lancia leggermente sul portabagagli. Si siede di nuovo, tirando su la piega dei pantaloni.
«Mangiamo» dice.
Ho ancora due rosette rifatte nello zaino, ma non lo dico e accetto.
«Da dove vieni?».
«Da Mestre».
«Ah sì, l’hai già detto».
«Ti prego, dove andiamo?».
L’accompagnatore ride: «Alla fucilazione» mi sussurra all’orecchio.
«Non sei spiritoso». Mi sento scoraggiata. «D’accordo» dice lui, «andiamo a ovest». Si volta a guardarmi: «Veramente vuoi sapere dove andiamo?». Posa il panino smozzicato sul tavolino davanti al finestrino. «Sì».
«A essere sincero, non lo so nemmeno io». Respira a fondo. Si accende di nuovo una sigaretta. Fissa il fumo. «In poche parole» dice piano, «gli stranieri sono tanti e tanti ormai che i tedeschi non sanno più dove metterli. Seguitano a deportarli, ad accogliere volontari; ah, la Todt lavora nei paesi d’occupazione, e anche la Gestapo, e gli SS, non c’è che dire! Mandano, mandano stranieri come i primi anni di guerra, anzi di più. Ogni giorno qualche frontiera segnala l’arrivo d’un convoglio, fanno a gara. Gli Enti del Lavoro in Germania poi hanno il loro bel da fare per sistemare tutta questa gente. Dove? È inutile, più si spediscono avvisi di rallentare l’opera d’immigrazione, meno i signori della Todt e della Gestapo, e soprattutto gli SS, ci sentono da quell’orecchio. I lager sono zeppi, mancano i sorveglianti: se gli stranieri se ne rendessero conto…». Arriccia il naso: «Non resta che lo sterminio…». Si riscuote come per un brivido e mi guarda scrutandomi: «Basta. Per salvarvi, devo mettervi a posto io».
«Come mai parli così bene l’italiano?» finalmente riesco a chiedergli.
Ricomincia a mangiare e, tra un boccone e l’altro: «Mio padre era impiegato all’ambasciata italiana di Praga da quando ero bambino. Non solo giocavo sempre coi figli degli impiegati, ma l’ambasciatore mi mandava tutti gli anni alle colonie estive in Italia. Alla licenza liceale, mi sono iscritto a lingue e sono andato due anni all’Università di Pisa. Poi ho studiato il russo. Il tedesco lo parlavo in casa perché la mia nonna materna era tedesca. Nel ’38, avevo ventitré anni quando i nazisti hanno invaso e occupato la Cecoslovacchia e ho cominciato a lavorare da interprete, italiano, russo, tedesco, oltre al cecoslovacco s’intende. Sono finito accompagnatore di convogli stranieri. Guadagno bene perché lavoro molto, con tutte queste lingue. Me la cavo anche in francese. Però, se non fossero gli straordinari, credimi, avrei piantato tutto da…» s’interrompe.
Sto per domandargli: “Quali straordinari?” ma lascio perdere. Dico: «Io parlo soltanto tedesco che ho studiato a scuola e italiano», e intanto faccio i conti: se nel ’38 aveva ventitré anni, adesso nell’autunno del ’44 ne ha ventinove.
«E tu quanti anni hai?» mi chiede.
«Ventuno».
«Curioso, te ne davo meno di venti. E adesso, guardami in faccia, dimmi la verità: come mai ti hanno presa?».
«Sembra che la fabbrica, dov’ero impiegata io, consegnasse materiale ai partigiani. Io non so niente, dicono che hanno sorvegliato un trasporto e ci hanno arrestati tutti. Ma noi impiegate che c’entravamo?».
«Ohi, non parli mica con un tedesco, sai! E quella storia degli operai specializzati?».
«Il direttore della fabbrica ha offerto una squadra d’operai specializzati d’alta qualità, in cambio di tutta la manovalanza, ma con reciproche garanzie e per un periodo prestabilito. Siamo una fabbrica all’avanguardia sul piano degli esperimenti radio e i nazisti hanno accettato. Per la mia maledetta conoscenza del tedesco, sono entrata negli eletti…».
«Mi chiamano all’Ente: quarantadue italiani di Mestre, mi consegnano una lista, vi conto, trasmetto la lista al vostro capogruppo che vi fa l’appello, e via sul camion. Sai per dove? I tuoi compagni sono partiti su una tradotta militare, cara mia, destinazione un’officina radio-sonar-radar supereccetera nella zona di Stuttgart. Hai detto che ti chiami?».
«Laura Rovi».
«E chi ha risposto per te all’appello?».
«Che ne so».
«Non so se ti rendi conto: se ne perdo uno e non riporto ogni incartamento timbrato a dovere…», mi fa ancora ciao con la mano.
«Perdi il posto?».
«Magari! O dentro» si mette una mano sull’altra nel gesto dell’ammanettato, «o con gli SS» ride, «devi stare all’erta come un cane da caccia, non puoi sfogarti sugli stranieri come te, che m’hai fatto lo scherzo schifoso d’accodarti ai lituani e poi di pretendere da un ferroviere spaventato che ti facesse ricongiungere con chissà chi. Anzi, mi tocca pure rassicurarti, tenerti allegra», contrae le mascelle. «E i lituani? Duecentotredici, capisci? Due-cen-to-tre-di-ci» sillaba ed esce dallo scompartimento.
I lituani, che non hanno aperto bocca finché l’accompagnatore è stato in mezzo a loro – lo guardavano masticando coscienziosamente –, si chinano l’uno sull’altro a bisbigliare in fretta, con rapide e rispettose occhiate alla porta dello scompartimento socchiusa.
Vado in corridoio, abbasso il vetro del finestrino e sporgo la testa. Come faccio, con quest’accompagnatore che svia sempre, a riportare il discorso sulla mia situazione? Comincio veramente a sentirmi preoccupata, una cosa semplice come questa pare d’una complicazione… M’affido all’aria fredda che mi sta arruffando i capelli come una grande mano scontrosamente affettuosa.
Scroscia la pioggia improvvisa, mi colpisce in piena faccia, avida, fresca, mi lacrima negli occhi, mi scivola sui denti e scorre sulla mia mano che tengo tesa fuori. Piroettando su me stessa rientro nello scompartimento. Vedo l’accompagnatore nel corridoio attraverso la porta, sta con la schiena appoggiata alla sbarra della finestra, mi osserva e, fumando la bocca arrotondata, soffia il fumo verso di me. Infine getta la cicca fuori, entra, chiude e si risiede vicino a me.
Un lituano si alza in piedi, togliendosi il colbak dalla testa, e si rivolge all’accom - pagnatore. Questi gli fa cenno di sedergli di fronte. Cominciano a parlare in russo.
L’accompagnatore mi traduce ogni tanto i loro discorsi: «Quella famiglia è venuta volontaria in Germania, per sfuggire all’invasione sovietica. Intende prendere a mezzadria una campagna tedesca, capisci? E mi tocca rispondere di sì, ma certo, una campagna per ognuno! Vogliono studiare i sistemi di coltivazione in uso nella progredita Germania, dove tutto è stato motorizzato».
«Senti, senti, ha detto che poi tornerà nella propria terra, una volta cacciati i russi e finita la guerra, senza aver perduto nulla, e avendo assimilato molta tecnica agricola occidentale».
«Parla dei suoi poderi. Ed è vero! Sono ricchi possidenti, dovevi vedere con che enormi bauli sono arrivati alla frontiera, dietro le lusinghe della Todt. Hanno avuto paura dell’espropriazione bolscevica. La storia di tutti è uguale. Accidenti, ho un esaurimento nervoso, non mi so più dominare. Sei sicura di non essere una spia nazista?» mi ammicca. Alla mia faccia costernata, «Dai! Mettiti al mio posto, mi prende al fegato. Tutti così creduloni! Ma vaglielo a dire adesso. Dove li accaserò? Traverseremo la Germania. Ogni viaggio è sempre più lungo e sempre peggio».
«Adesso mi sta spiegando quanto hanno esitato prima di prendere questa decisione. Gente attaccata alla terra, capisci? I capifamiglia si sono riuniti nell’osteria intorno al camino, hanno discusso gravemente il progetto dell’emigrazione, un intero villaggio, non so se ti rendi conto, hanno stabilito tutto, così come avevano sempre organizzato il lavoro nelle loro masserie, provvedendo contro le intemperie, misurando il pro e il contro di tutto. E sono partiti».
«E dove sono?».
«Chi?».
«I loro bauli».
«Ah» dice allargando le mani, «viaggiano per conto loro. Forse questa brava gente li ricupererà, forse non ne saranno mai raggiunti. Al solito i bagagli vanno dispersi. La formula è: inghiottiti dai bombardamenti».
«E non è vero?».
«Oh Dio» geme l’accompagnatore, «dove sei vissuta finora?».
«Ti chiedo solo: questi, che stanno qui con noi, li riavranno?».
«Questi proprio no». Quei lituani, che rincorrono i loro bauli perduti, siedono saldamente, tranquilli e assonnati.
«Erano molti?» domando.
«Quando mi sono stati affidati alla frontiera polacca, pensa che ogni famiglia aveva con sé da cinque a dieci bauli. Li hanno aperti per il controllo, c’erano stracci vecchi vicino a conche di rame e brocche d’argento massiccio. Insieme con pelli di volpe argentata e d’ermellino c’erano coperte rattoppate. Avevano preso via con un criterio curioso, senza discriminazione, tutto insieme». C’è beffa e compassione nel suo sorriso.
«Non se ne salverà nemmeno uno?».
«Di chi?».
«Dei bauli».
«Ah ma ti sei fissata! Dormiamo, su» spegne la luce bianca. Resta quella bassa della notte.
«Sono tornato spesso in Italia» racconta sottovoce, nomina le città italiane in cui è stato. Mi assopisco.
Mi sveglio come per una scossa.
La finestra ritaglia un quadrato grigio intersecato a momenti da un filo telegrafico, quando il vento lo piega e lo sospinge entro la cornice. È l’alba. I lituani dormono ancora. Qualcuno russa. Una donna è sveglia, ha un fazzoletto in testa e guarda fuori dal finestrino con una fissità desolata. Sento al mio fianco l’accompagnatore che si sgranchisce.
«Come ti chiami?» gli mormoro.
«Sergej Radek. Chiamami Sergio».
«Sergio, aiutami».
«Sì».
«A riunirmi ai miei compagni».
«Noi stiamo viaggiando in Schwaben, verso Donauwörth, su un treno normale. Ti ripeto che i tuoi amici sono stati caricati su una tradotta militare per Stuttgart, un’altra direzione, un altro criterio, come te lo devo dire?».
È colpa sua, penso, mi doveva lasciare a Monaco, me la sarei cavata io… M’ha buttata su questo treno… senza scrupoli… solo per non aver grane… per non aver controllato a dovere se gli italiani del mio gruppo erano al completo…
Ma sto zitta.
Mi sta sorridendo paternamente: «Non stai bene qui?».
«Sì, ma…».
«Gli italiani hanno poco da mangiare, i lituani hanno le loro provviste, da’ retta a me» sempre sottovoce.
Mi raddrizzo a sedere bene: «Gli italiani non mangeranno?».
«Le razioni, scarse».
Mi vuole ancora sviare, penso, e: «Non m’importa il mangiare» dico, «ti prego, fammi raggiungere il mio gruppo».
Si alza in piedi: «Senti, basta. Alla prima stazione scendi, ti consegno al capostazione e gli dirai quello che ti pare».
«Ti lavi le mani? Non garantirai per me?».
«Io rispondo di convogli, non di stranieri alla spicciolata».
Mi alzo in piedi anch’io: «E come gli spiegherai che m’hai accolta coi lituani?» sbotto. «Se sono così sospettosi, ti diranno: “E perché non l’ha respinta?”. Ooh». M’accorgo che ho parlato forte, qualcuno apre gli occhi spaventato.
Lui mi guarda sbalordito e torna a sedere. «Infatti ho fatto male a non lasciarti alla tua merda» dice stanco. «Io non ero l’accompagnatore di voi altri italiani, dovevo soltanto dare la vostra lista al vostro capogruppo, era lui il responsabile, lui ha fatto l’appello. Hai ragione, ho fatto male a non lasciarti sbrigartela col ferroviere. Io ero pulito. Che ne sapevo? Mi s’è accodata, avrei detto alla Polizia, e appena l’ho vista, ve l’ho subito portata. Anni di lavoro senza un’irregolarità, non ho di che temere io».
«Tu hai detto che, se ne perdi uno e non riporti ogni incartamento timbrato a dovere, ci vai di mezzo tu».
«Io non ho perduto nessuno. Tu non sei nella mia lista. È il vostro capogruppo che passerà i suoi guai se non avrà avuto la presenza di spirito di cancellarti dalla sua lista. E nemmeno gli sarà facile, con gli SS che aveva attorno…». Chiude gli occhi.
Capisco che ho sbagliato a parlare degli operai di Mestre, squadra di scambio eccetera, bene o male eravamo deportati. E se il ferroviere mi portava davvero alla Polizia? Quelli avrebbero potuto pensare che in realtà avevo tentato la fuga ma, siccome non m’era riuscita, m’ero poi inventata la storia di quell’attacco di colite. Forse lo pensa anche lui.
Gli tocco il braccio, mi dà un’occhiata e gli faccio cenno di venire in corridoio con me. Infatti ho trovato una soluzione.
Fuori. «Ho trovato» gli sorrido, «non sto con nessun gruppo di Mestre, sono una volontaria per conto mio, ho il mio passaporto…».
Ride di gusto. Fa voltare un controllore. «Scherzi?» risponde infine. «Tre anni fa ancora conveniva, per trovare un buon lavoro, o per andare nei lager per liberi lavoratori. Ma oggi, dopo cinque anni di guerra e di stenti, un tedesco ti sbatte la porta in faccia se gli racconti che sei volontaria».
«Ma no!».
«Ma sì, hanno fame e odiano gli stranieri. Lo sai quanti siamo a tutt’oggi in Germania? Venti milioni, venti milioni di stranieri. Coi tempi che corrono, ogni bocca in più è male accolta dai civili tedeschi. Se fanno buon viso al deportato che è venuto per forza, mi riferisco ai borghesi – i nazisti sono un discorso a parte –, vedono nel volontario isolato soltanto un avventuriero sfaticato, ladro e spia». Sbuffa: «Ma è inutile ragionare, troppo complicato, tu non sai proprio niente».
«Come potrei sapere?». Sono stufa d’essere schernita: «Te l’ho detto, mi hanno arrestata in ufficio, trasferita in una caserma, chiusa in una tradotta per due giorni. A Monaco siamo scesi, ci hanno chiusi in una sala d’aspetto per ventiquattro ore, poi la mattina ci hanno condotti in un ufficio, appunto l’Arbeitsamt, dove hanno interrogato, scritto, fatto, e ci hanno mandati fuori uno per uno, dicendoci d’incolonnarci per strada. M’è preso un attacco di mal di pancia, insomma me la facevo addosso e sono corsa al cesso. Tutto qui. Che posso sapere io».
«Va bene, va bene, sei assolta». Mi guarda con gli occhi azzurri appena socchiusi e le mascelle che martellano le guance. «Arrivederci» dice e s’allontana verso un altro vagone.
Resto avvilita e mortificata. Mi giro verso il finestrino. È giorno.
Guardo il paesaggio nuovo: montagne coperte d’abeti, vallate, villaggi, strade, automobili e uomini. È come se non ci fosse più tempo, perché tutto è già stato tracciato.
Rientro nello scompartimento.
Il treno si arresta a una stazioncina. L’accompagnatore si affaccia: «Se vuoi scendere con Wilma» mi indica la ragazza dai riccioli biondi, «puoi farlo. Ma non ti allontanare. Io non posso, più sono brava gente e più si fanno venire il panico per un niente».
Dopo due ore ricompare, e si lascia cadere sulla panchina sulla quale Wilma e io ci siamo sedute senza muoverci.
«Come t’ho appena detto?» mi si rivolge. «Die wollen keine einzelnen Jungen». Poi prosegue in italiano: «I giovani oggigiorno sono sbandati, così m’hanno risposto sia un albergatore al quale ti offrivo come cameriera, sia una contadina cui ti proponevo per i lavori domestici. I contadini sono testardi, e qui in Svevia! Vogliono le famiglie posate, patriarcali. Sapevo che m’era più facile sistemare i lituani».
«Scusami, ma non sono stranieri volontari?».
«Sì, ma hanno il portafoglio gonfio, sono vestiti, riparati dal freddo. Sui loro incartamenti sono enumerati i loro bauli. I tedeschi si fanno i conti in tasca, mica sanno che quei bauli sono solo un miraggio ormai», mi strizza l’occhio. «Tu comunque con quel cappottino striminzito, lo zainetto, le scarpette con le suole di sughero, dimmi un po’ tu! A loro tocca provvederti di tutto».
«Scusami, quando m’hanno vista?».
«T’ho indicata io, sono venuti a guardarti». Si rialza e si riallontana in fretta. Lo seguo con gli occhi. Sale sul treno con uomini tedeschi, scende, risale, scrupoloso e come suo malgrado partecipe.
Famiglie di lituani se ne vanno coi tedeschi, riesco a contare fino a cinquantatré persone tra adulti e ragazzi. Intanto lui stringe mani, annuisce, «Kharasciò!» lo sento gridare a quelli più lontani, e altre parole russe.
Infine verso mezzogiorno il nostro treno riparte. Nessun lituano del mio scompartimento è stato preso. Svoltolano i loro fagotti e mi danno da mangiare a sazietà. Uno mi fa capire a cenni che è padre di Wilma, poi, in russo, mi spiega faticosamente qualcosa che non capisco, e si asciuga la fronte con un grosso fazzoletto bruno con cui si strofina i folti e lunghi baffi prima di rimetterselo in tasca.
L’accompagnatore non si fa vedere per tutto il pomeriggio. La sera, a una nuova frenata del treno, si affaccia e dà ordini: «Scendere tutti in colonna sul marciapiede, giù».
Siamo in fondo a una valle. Io sto accanto a Wilma. Subito fuori dalla stazione siamo condotti davanti a un basso edificio grigio. Un gruppo viene introdotto dentro, mentre gli altri aspettano fuori. È il mio turno, corridoi oscuri fino all’anticamera d’un ufficio povero. Uno alla volta nell’ufficio. Fa caldo. In un’atmosfera abitudinaria, fra larghi tavoli d’abete coperti di carte, alcuni impiegati dalle maniche rimboccate fanno domande, è la volta buona o mai più, avrò finalmente i famosi documenti tedeschi che comprovano la mia identità, non mi pare vero: ripeto i miei dati a un pennino scricchiolante sulla carta, come una cicala.
Veniamo condotti in lunghe e magre stanze dove sono i letti a due piani con pagliericci, di cui ho tanto sentito parlare.
Mi sdraio. L’accompagnatore viene con alcuni tedeschi che in scodelle di cartone ci versano una minestra densa e ci danno mezza pagnotta a testa con formaggio. A Monaco le razioni sono state molto più scarse. Dicono che le grandi città soffrano molto di più le carestie, come in Italia del resto.
Dopo mangiato, mi tiro la coperta fino agli occhi. Nel silenzio sovrastano i rumori di fuori. Il vento spadroneggia sollevando ondate di fruscio e sbattendo persiane. Il tuono cova la sua minaccia in un rotolamento di echi. Mi giro sul fianco, ma rabbrividisco: zampe d’insetto lunghe e lanose, come di un millepiedi gigantesco e molle, sporgono dalla penombra e tendono al mio gomito. Salto su: sono le frange brune della coperta di lana un po’ ripiegata. Mi ridistendo, con uno sfinimento languido.
L’accompagnatore passa vicino alla mia cuccia: «Occorre niente?».
Vorrei dirgli che ho dato nome e cittadinanza a quell’ufficio, ma: «No, grazie». Eppure se si fermasse a chiacchierare…
«Buona notte».
«Buona notte».
L’oscurità viene trafitta dal guizzo d’un lampo e la pioggia scoppia intera, senza pentimenti. Ho sonno; i miei pensieri si sono calmati, come sospesi in un’amaca.
* * *
Il primo mattino si diffonde fresco e allegro, tutto riflessi mutevoli. Usciamo in colonna sulla strada piana, tra le case composte. La città di Donauwörth mi appare in tutta la sua intatta struttura medievale, come se il tempo si fosse fermato. Ci inoltriamo sul selciato azzurro per l’ombra delle case alte, dalle finestre di legno dietro le pance dei curvi balconi d’ardesia, sotto i tetti inclinatissimi e sporgenti sorretti da travi oblique. Intravedo di scorcio la guglia attorcigliata d’una chiesa.
Veniamo caricati sugli autocarri che si avviano fuori città per una strada sprofondata tra le montagne. Nell’assillo dei monti tarchiati, avanziamo sull’asfalto, costeggiando il serpeggiare d’un fiume rapido.
La meraviglia dei lituani non cessa mai, per ogni nonnulla si fanno cenni d’intesa, indicandosi ora una casa, ora un albero.
Dopo tre quattro chilometri, attraverso un grosso cancello nero gli autocarri penetrano in un grande giardino con la ghiaia sui viali e le aiuole verdi. C’è perfino un giardiniere che sforbicia un arbusto. In fondo al giardino un grande edificio moderno con grandi finestre. L’autocarro aggira l’edificio e va a fermarsi dietro. Qui sembra di stare in un altro mondo: file di baracche raso terra, senza un filo d’erba, si susseguono ai piedi d’un grosso e alto colle a destra. A sinistra stabilimenti, cantieri, formicolio di uomini, forni, binari, automezzi.
Scendiamo davanti a una baracca dove c’è l’ufficio Assunzione Stranieri di quella fabbrica. Lo spazio intorno è solcato da binari su cui scorrono carrelli vuoti che scompaiono in un tunnel scavato nell’alto colle a destra o che sboccano carichi di carbone traballando come giocattoli. Vorrei essere un carrello e scorrere anch’io su binari immutabili.
Aspettiamo al freddo. A mezzogiorno Sergio ci raggiunge. Parla coi lituani, poi mi affianca mentre ci muoviamo: «Poca roba, non m’hanno preso nemmeno venti capi. D’altra parte… I lituani hanno l’idea fissa della mezzadria, non s’adatterebbero all’officina. Non danno retta, “Noi abbiamo pazienza” dicono. Mi promettono soldi se trovo una sistemazione conforme ai loro progetti. Siccome è gente che paga per davvero, ho tutto l’interesse ad accontentarli. Ma come?».
Un tedesco, seguito da tre coppie di stranieri che reggono, a due a due, ceste colme di sacchetti di carte, consegna un sacchetto a ognuno di noi. Contiene pane, formaggio e una mela.
Dopo il pasto ricomincia l’attesa. Il freddo s’intensifica; dalle baracche sbucano bambini che giocano. Le nuvole sparse nel cielo viaggiano silenziosamente come matasse di lana da agguantarsi e con cui avvolgere i bambini infreddoliti.
«Laura!».
È Sergio che mi chiama. Mi fa cenno di seguirlo. Vado. Entriamo nell’edificio principale, in una stanza confortevole, con grandi posacenere, come un salotto. La scrivania si può quasi toccare con la mano mentre la voce dell’uomo che le siede dietro sembra venire dall’alto. Mi fa fermare vicino alla porta. Mi scruta. Si liscia i capelli.
Sergio mi riconduce fuori: «È andata male. Per oggi non c’è più niente da fare. Possiamo provare a ripresentarci fra due giorni».
«Che facciamo?».
«Facciamo che corriamo alla stazione. Ho fatto convocare i possidenti della zona. Verranno prima di sera. È una lotta tutte le notti coi custodi dei dormitori. Hanno paura degli stranieri, in provincia. Eh, con un po’ più d’iniziativa e di collegamento tra noi, più informazione insomma, potremmo diventare…» alza testa e mano come a dire: potenti, temibili. Poi abbassa le labbra: «A me converrebbe fino a un certo punto. Dai, sbrighiamoci».
Raduna quelli che non sono stati assunti fino adesso, un centoventi centotrenta persone; veniamo caricati su tre automezzi e ripartiamo alla volta della città di Donauwörth. Un ultimo sguardo allo stabilimento, a quell’ostinazione metodica, accalcati, preoccupati, perché sembra di caracollare per la Germania come un bagaglio smarrito che nessuno ricerca più.
Davanti alla stazione, veniamo allineati in circolo nella piazza del mercato dove si aggirano agricoltori tedeschi, coi grossi baffi grigi, la pipa in bocca, il cappello dalle piccole falde e i giacconi foderati di pelliccia.
Sergio mi domanda se voglio stare con la famiglia di Wilma. Certo che sono contenta di non restare sola! Il padre di Wilma, informato da Sergio, si mostra onoratissimo, è troppo onore, non sa come ringraziare, mi bacia la mano, ma dietro la sua approvazione c’è perplessità nel suo sguardo nascosto, è un cambiamento nella disposizione, un supplemento di pensiero; si capisce che non vuole.
Un tedesco grosso con un vocione rimbombante adocchia la famiglia di Wilma. Sergio ci fa venire fuori dalla fila, siamo in sette: i due genitori, tre figli maschi, Wilma e io. O tutti o nessuno.
Sergio traduce man mano gli apprezzamenti dell’agricoltore ai lituani e a me: i due genitori con due figli li può prendere lui, l’altro figlio lo può affidare a un suo amico cui occorre un garzone, la biondina va bene come ragazzetta di servizio presso la figlia sposata che abita in paese. Ma per me, non vede dove mettermi, tanto più che ai campi non gli pare il caso.
«O tutti o nessuno» dice Sergio nettamente, per quanto tra i denti.
Il tedesco sospira accennando di no con la testa. I genitori di Wilma mi guardano male. Il tedesco apre il panciotto a quadri, estrae un grosso e vecchio portafoglio di cuoio solido, lo apre, prende due banconote e le porge a Sergio, indicandogli i sei lituani, me esclusa.
«O tutti o nessuno» ribatte Sergio.
Le facce dei lituani si fanno angosciate.
«Ormai hanno paura e vogliono essere assunti il più presto possibile» commenta Sergio.
«Accetta la proposta del tedesco» gli dico infine.
«Non credo che rinunci. Se ne intende e sa bene che fa un affare con quelli là. È gente che lavora sodo».
Ma il tedesco ha deciso: «Nessuno».
«Va bene» dice Sergio calmo e si tocca il cappello. Il tedesco sosta ancora. Sergio già tratta con un altro. Anche con questo non conclude. Il padre di Wilma mi bacia le mani con i suoi baffoni ispidi e umidi.
«Non fa niente, io cercherò altrove» dico a Sergio.
Sergio si rivolge al primo offerente: «Prendete quei sei».
L’accordo è raggiunto. Le due banconote scivolano nella mano di Sergio.
Mi unisce alla coppia anziana in mezzo alla quale mi ha messa alla partenza.
Un possidente magro frettoloso sta per prenderci tutti e tre, ma dopo essersi fatto mostrare le nostre mani, mi scarta: «Meglio non mischiare le razze» dichiara.
Uno per uno i possidenti s’allontanano coi loro acquisti.
Io sola resto in piedi vicino all’accompagnatore. È ormai notte fonda.
Mi afferra il braccio e col cappello sugli occhi mi conduce via: «Al dormi - torio».
«Ma che ho io?» balbetto incespicando sui ciottoli. «Perché nessuno mi vuole? Non è faccenda di documenti, tu non hai mostrato documenti…», non riesco a trattenermi: «Non ho due braccia per lavorare? Perché non trovo come gli altri?», mi sgorgano le lacrime.
Mi guarda con compassione: «Perché la guerra va sempre peggio, le fabbriche sono distrutte, c’è sovrabbondanza di manodopera e loro scelgono quelli che hanno una faccia di veri lavoratori, che tu non hai; perché diffidano e qui in Svevia sono particolarmente restii alle novità; perché tu ragazza carina non hai una famiglia con te, loro hanno figli maschi e non vogliono complicazioni; infine perché hai paura che non ti prendano e te lo si legge negli occhi…». Camminiamo nel buio.
«Forse mi daranno un posto in quella fabbrica» azzardo io.
«Senti, adesso ho sonno. Se non vuoi andare al dormitorio, eccolo, ce l’hai davanti, puoi venire con me all’albergo».
«Grazie, vai pure, non ti disturbare, me la sbrigo da me».
Con mio stupore, «Va bene» mi risponde, si solleva un attimo il cappello, «buona notte, passo a prenderti domattina» e se ne va. Svolta subito.
Resto ferma ad aspettare. Non può essere. Facevo i complimenti d’uso e lui mi prende in parola. Ma come, dice che i custodi dei dormitori sono malfidati e fanno difficoltà e poi mi pianta in asso. Non è uno normale. Con una vampata d’indignazione prendo a camminare nelle tenebre nelle strette vie, con le forme asmatiche delle case che sporgono qua e là. Andrò alle baracche. Ho visto facce gentili di stranieri questa mattina, mi daranno asilo, mi consiglieranno. Certo, mi spaventa l’idea di rifare tutta la strada di notte a piedi per tornare alla fabbrica laggiù, ma è l’unica soluzione. Che aiuto m’ha dato lui infine?
Le montagne incalzano tanto nella notte che a un certo punto tendo le braccia per convincermi che sono lontane. Almeno, camminando in fretta mi riscaldo. Posso farcela in un’ora.
Si leva la luna.
Nella lontananza si profilano i contorni della fabbrica con le ciminiere. Costeggio il muro di cinta, finché giungo al reticolato delle baracche. Tutto è buio. Continuo a costeggiare il muro, mi sembra che caseggiati mi si drizzino attorno, mi sembra d’oltrepassare un cortile da cui si diramano lunghi vuoti come corridoi nell’ombra. Entro in uno di questi vuoti quando sento un rumore di ferraglia alla mia destra e vedo una specie di varco a ogiva in un muro che sembra curvo. M’affaccio nel varco: dà su una piccola galleria nella quale corre uno stretto binario. Mi siedo in una rientranza del muro a volta e comincio a piangere. Il freddo che ho combattuto camminando svelta mi si fa addosso e dentro. A intervalli, in un cigolio stridente sbucano dal nulla, in realtà da una svolta, due lanterne come due occhi rossi e sbalestrati che mi vengono addosso, un carrello starnazza davanti a me e si dissolve. Il cerchio di luce d’una lampadina tascabile d’un tratto m’investe: un uomo sta in piedi dietro un carrello. Salta giù.
Mi parla con voce rauca. Mi sembra di capire che dica d’essere ucraino. Rispondo che sono italiana e scoppio a singhiozzare. L’uomo rimane impacciato, dice ripetutamente «Ivan», attende il carrello successivo, vi salta sopra e scompare.
Mi raggomitolo nel mio angolo e mi sembra che figure umane sorgano dalle tenebre per circondarmi. Cerco d’appisolarmi, andrò in fabbrica direttamente da qui, mi presenterò alla direzione. Non so quanto tempo passa, zaffate di polvere di carbone mi penetrano nei polmoni, e mi manca il respiro, mi alzo in piedi, annaspo in uno stordimento soffocato, i carrelli si fanno più frequenti, raschiandomi il cervello col loro stridio sulle rotaie, e cominciano a cambiare rotta girandomi attorno con un percorso sempre più stretto, sempre più vertiginoso, finché uno più lento e gracchiante dardeggia i suoi occhi di drago su me. Mi copro gli occhi con la mano, una spinta mi sbatte contro il muro, m’accorgo che m’ero sporta sull’orlo della rotaia. Cado contro il muro. Mi rialzo a stento e mi siedo di nuovo per terra nella rientranza del muro, nascondendo il viso tra le braccia.
Qualcuno mi batte sulla spalla, una mano dalla pelle secca mi sfiora la fronte, alzo la testa, è lo stesso uomo di prima, Ivan, dice. E mi spiega a gesti che ha finito il suo turno di lavoro e va a dormire. A gesti gli spiego che anch’io voglio dormire. Accenna di sì col capo. Non distinguo il suo viso. Giungiamo allo sbocco della galleria dove m’investe l’aria gelida di luna, mi prende un capogiro.
Poi strisciamo sotto i reticolati.
Ora sto in una baracca, seduta su una sedia di paglia, circondata da facce o barbute o avvolte in uno scialle che m’osservano, i miei piedi su uno sgabello, un braciere davanti ai miei piedi. Un uomo sbarbato a torso nudo soffia sul braciere. Una donna giovane senza scialle in testa e coi capelli chiari raccolti sulla nuca mi versa tra le labbra da una tazza di metallo un liquido aspro che mi brucia la gola e lo stomaco e mi avvampa nel cranio. Un’altra donna sbuccia una patata cotta nella cenere, la spacca con le mani, me ne infila i pezzetti nella bocca e mi stringe le mascelle per farmi masticare. Altri guardano con lunghe facce costernate, i capelli irti sul capo. Si sente solo il crepitio del braciere.
L’uomo dal torso nudo mi palpa le mani e i piedi, mi strofina le spalle e le braccia. Lo riconosco sotto la luce: è Ivan, un giovane atticciato dal collo vigoroso, i denti piccoli e bianchi nelle larghe mascelle. Si raddrizza stropicciandosi le dita con un sorriso sulla faccia, poi batte le mani e, presa una chitarra, comincia a pizzicarla, picchiando il pavimento col tacco delle scarpe. Scostano il tavolo, mi spostano con la sedia, lo sgabello e il braciere, Ivan si siede per terra ai miei piedi e, sullo spazio libero davanti a me, due giovani robusti, anch’essi a torso nudo, i muscoli scattanti, si mettono a ballare sui polpacci. Gli altri si dispongono in semicerchio, uomini e donne, e accompagnano la danza cosacca con le loro voci baritonali e di soprano in tono smorzato. Alla fine batto le mani per applaudire, rasserenata e commossa. M’accorgo che testoline di bambini si sono affacciate dai pagliericci in alto, sbattono gli occhietti felici.
E cominciamo a parlare. I più giovani parlano familiarmente un tedesco che quasi non capisco, deve essere il dialetto svevo. Gli faccio cenno di parlare più lentamente. Capisco di più.
Riassumo. Spiego che sono italiana, venuta con un gruppo d’italiani. E dove sono questi italiani? Racconto la storia della colite – mi piego in due premendomi la pancia – «Scheiße?» 18. Sì, e faccio capire che, al ritorno dal cesso, gli italiani, via. «Weg? Und wo?» 19. Non mi ci vuole molto per rendermi conto che si trasmettono la notizia, uno si tiene la mano sull’ano, un altro fa una pernacchia, e ridono, ma senza beffa, proprio per allegria.
«Und jetzt was tue ich?» 20.
«Du was machen?» 21.
Storcono la bocca. «Du Ausweis?» 22. Mi fanno vedere i loro tesserini te - deschi.
«Nein, ich habe keinen» 23.
Mi fanno capire che sto messa male: «Ausländerbüro» 24 ripetono, «Ausländerbüro». Aprono le mani per dirmi che non possono aiutarmi. Se la prossima notte non so dove dormire, mi fanno segno di tornare da loro, ma «morgen früh, los!» 25, altrimenti, s’indicano l’un l’altro e fanno il gesto delle mani ammanettate. Poi mi dicono: «Schlafen» 26 e capisco che Ivan mi sveglierà quando dovrò andarmene.
Ivan m’indica un pagliericcio. Mi sdraio, mi giro bocconi, avvolta nella coperta, e m’addormento subito. Mi sveglio nella notte e intravedo Ivan sdraiato per terra, accanto alla mia cuccia, la testa arrovesciata indietro, la bocca socchiusa, un braccio piegato intorno alla testa; il torace si disegna sotto la coperta sollevata dal respiro profondo. M’addormento di nuovo.
Sono scossa, è Ivan che mi fa cenno d’andare via presto presto. Infila una camicia e mi indica di precederlo fuori. Mi alzo e, come una sonnambula, attraverso la baracca, tra il respiro dei dormienti da un lato e dall’altro, ed esco fuori. È l’alba, con un freddo umido.
Ivan mi raggiunge, m’accompagna fino al reticolato guidandomi tra le file di baracche, cava dalla sua camicia unta una grossa fetta di pane nero che tiene contro la pelle e me la porge, si gratta nei capelli come riflettendo e fa un cenno che significa: È inutile parlare, infine «Alles gut!» 27, strappa un lungo ramo che pende da un alberello sul reticolato, tronca i miei ringraziamenti con una spallucciata, e con sgraziata ruvidità mi volta la schiena e s’allontana, a grandi passi, roteando il ramo spezzato che sembra attorcigliarsi nell’aria, col freddo dell’alba che gli gonfia la camicia.
M’imbevo di freddo. Devo fare la pipì. Non c’è nessuno, mi accovaccio vicino al reticolato, tiro su la gonna e abbasso le mutande in tempo in tempo, aah…
Penso ai miei abiti, le scarpe col tacco corroso, il cappotto troppo leggero, come potranno bastarmi.
Mi viene un’altra paura, dovrebbero arrivarmi le mestruazioni da un giorno all’altro. Inavvertitamente rido piano piano: vedo anch’io il lato comico di quella mia cacata fatale…
* * *
A Donauwörth vedo Sergio che, sul marciapiede davanti al dormitorio, le mani nelle tasche del cappotto e la falda del cappello sugli occhi, sta discorrendo con un signore. Mi guarda distratto, facendosi in là per lasciarmi passare, e riprende a parlare col suo interlocutore. Rimango ferma ad aspettare un suo saluto, ma lui mi volta le spalle. Mi riprendo e cammino di nuovo, mi giro, mi sta seguendo con lo sguardo indispettito e pensoso. È più forte di me, non posso fare a meno di pensare che non ha fatto il possibile per aiutarmi. Farò per conto mio.
Continuo ad andare. La cittadina mi sembra vecchia e ingombra, e nelle brevi strisce di cielo tra le vie anguste, le nuvole si distendono come tende sfrangiate, anch’esse lì da generazioni, consunte.
Mi raggiunge: «Dove sei stata?».
Gli racconto degli ucraini che m’hanno ospitata.
«E adesso, dove vai?».
«Cercherò lavoro per conto mio».
«Una raccomandazione che volevo farti già ieri: non parlare bene il tedesco coi tedeschi, non coniugare i verbi, io pregare io domandare, sempre all’infinito, sbaglia i vocaboli, niente grammatica. Capisci? Sei una che ha studiato? E come mai vaghi sola senza documenti? La sola cosa che funziona da parte d’una che cerca lavoro è mostrarsi persa, ignorante, insomma ti metti fra le loro mani. A volte ci cascano».
«Nel caso, dove posso trovarti?».
«Stasera, facciamo alle diciannove davanti ai giardini pubblici dietro la stazione. Un’altra raccomandazione: a chi chiedi lavoro ti mostri persa eccetera; invece per strada, cammina col passo di una che sa il fatto suo, una che ha tanto di Ausweis in tasca, gli occhi negli occhi».
«Grazie».
Entro in una Bäckerei, da un fornaio, un uomo placido di mezz’età. Mi sembra strano che il conoscere la loro lingua sia a mio svantaggio. Mi presento, gli parlo tedesco correttamente. Chiama la moglie che s’affaccia energica dal retrobottega, mi squadra, m’interrogano. Aveva ragione Sergio, mi chiedono più volte dove ho imparato il tedesco, cento domande. Quando tiro fuori il mio passaporto italiano, mi fanno no col dito, «lo vedi da sola, il negozio è piccolo», non hanno bisogno d’aiuto.
Entro in altre botteghe, busso a porte di case, «Arbeit, ich suchen Arbeit, ich Putzmädchen», strofino i pugni l’uno contro l’altro nel gesto di lavare i panni, spazzo con una scopa immaginaria. M’ascoltano, mi chiedono da dove vengo, anche loro mi parlano all’infinito: «Du kommen woher? Franzosin? Russka?». Chiamano i vicini. Poi uno dice: «Du geben mir Ausweis», mi disegna un rettangolo con le mani e mi fa segno di darlo a lui. Non ho un documento tedesco? Si disperdono in fretta, chi rientra in casa chiudendosi la porta dietro, chi mi fa cenno d’uscire dal negozio e viene sull’uscio a controllare se sono andata via.
Finché si fa scuro.
M’avvio lentamente verso i giardini pubblici. Mi siedo su una panchina di legno, intorno a me il prato raso si slarga come la gonna d’una fanciulla seduta per terra, l’aria trasporta il fischio d’un treno che s’allontana.
La notte scende e la luna sale; un raggio che filtra tra i rami mi lambisce il viso.
Finalmente sento il passo rapido e sicuro di Sergio, poi lo vedo avanzare asciutto, alto, ben vestito.
«Buona sera» dice sedendomisi accanto, «com’è andata?».
«Niente. E tu?».
«Ho sistemato gli ultimi quattordici lituani che m’erano rimasti in un dormitorio, tre famiglie, sempre in campagna, presso contadini. Tra un paio di giorni avrò ritirato tutti gli incartamenti, consegnerò a ognuno il suo Ausweis e potrò ripartire. Questo viaggio è stato massacrante».
«Hai chiesto l’Ausweis anche per me?».
«Non hai dato le tue coordinate all’ufficio qui a Donauwörth?».
«Sì. Allora domani lo darai anche a me».
«Che cosa?».
«L’Ausweis», che domanda, mi sembra tanto evidente!
«Viene dato solo agli stranieri che hanno un lavoro: per gli operai è emesso dalla fabbrica che li ha assunti, invece per la gente collocata presso privati è emesso dal Comune».
Riconosco il suo tono sfinito. «Mi troverai un posto?».
«L’ultima chance è domani. Dopo devo partire…».
«E se non trovi, mi lasci in mezzo a una strada? Non ha senso». Comincio a piangere sommessamente.
«Hai mai visto che qualcosa abbia senso così da solo, come un oggetto preso tra due dita?».
«Ah sì?» mi rivolto: «Allora andrò a reclamare».
«Dalla Polizia?» sorride.
Sono irretita dalla sua flemma cattiva: «Sì, andrò alla Polizia. Ti farò vedere io! Ero con un gruppo di volontari italiani e tu m’hai trascinato per forza coi lituani, tu».
«E ti chiuderanno in un campo di concentramento, e se ti ribelli troppo e offendi la perfettissima organizzazione tedesca, nonché le autorità, può darsi perfino che ti chiudano in una casa di prostituzione».
«Me la pagherai».
«Chi io?». Sergio ride con una risata forzata e amara: «Che c’entro io? Se domani non sarai assunta dalla fabbrica, come difatti avverrà, ti riconsegno all’Ente che ha registrato i tuoi dati e il mio compito finisce qui».
Per dimostrargli la sua ingiusta crudeltà, gli levo il cappello dalla testa e glielo getto lontano.
Mi guarda annoiato e va a raccoglierlo. Poi in piedi davanti a me: «Ascoltami bene. I tuoi compagni di Mestre sono partiti su una tradotta, ma forse una cosa non t’ho detto chiaro: erano scortati da SS che soli sapevano la località dell’officina dove andavano. Capisci? Destinazione segreto militare. Il guaio è che dentro di te continui a sperare di raggiungerli, e questo m’impedisce d’aiutarti veramente. Se chiedi di loro, non solo quelli dell’Arbeitsamt o della Polizei non possono dirti dove si trovano né possono sprecare un SS per accompagnarti fin là (perché li hai persi?, a che scopo?), ma anche la mia posizione diventa sospetta: a che scopo t’ho accolta?».
«Ma io non parlo più dei miei amici».
«Fino a quando?».
Sopraffatta dall’angoscia, m’inginocchio davanti a lui sulla ghiaia, scossa dal pianto, lo prego d’aiutarmi.
«Non così» brontola, «non così». Mi prende la mano e mi tira su, infila il suo braccio nel mio: «Andiamo e non preoccuparti».
Senza più scambiarci una parola, giungiamo in un albergo. Ci fermiamo in un salone a bere una bibita.
«Senti» mi dice accendendosi un’ennesima sigaretta, «prendiamo una camera sola perché così basta il mio documento per tutt’e due. Però mi devi scusare se non ti faccio le avances d’obbligo: sono a pezzi e non vedo l’ora di dormire».
«Figùrati!». Per ringraziarlo, gli giuro che cancellerò dalla mia testa la speranza di ritrovare i miei italiani di Mestre, aspetterò la fine della guerra dove sia… Prometto che…
Ma non m’ascolta.
Ci alziamo, saliamo le scale di legno che scricchiolano e arriviamo in una stanza bonaria, dai grossi credenzoni marrone, due lettini di metallo vicini e, su ogni letto, al posto delle lenzuola e coperte, un grosso piumino in una federa candida. Al soffitto grossi travi scuri. In un angolo su un treppiedi di metallo verniciato una grossa brocca su una bacinella di ceramica bianca, entrambe scrostate. Soprammobili di gesso.
Uno dopo l’altro ci andiamo a lavare e spogliare a un bagno comune, in fondo al corridoio di quel piano d’albergo.
«Buona notte», indossa un pigiama di tela celeste, s’infila nel lettino accanto al mio e mi gira la schiena.
«Buona notte», con caldo sollievo e con un senso irragionevole d’inutilità e di tristezza chiudo gli occhi.
Quando mi sveglio, Sergio è vestito, seduto ai piedi del mio letto: «Ammazza che dormita!» esclama cordiale.
Appena mi sveglio mi sento sempre affettuosa e a casa rimanevo a poltrire qualche momento nel letto: «Buon giorno!» rido.
«Sì, però sbrigati, t’aspetto giù».
Lo raggiungo nell’atrio. Facciamo rapidamente colazione e andiamo fuori. Sono felice. Vado soggetta a queste felicità improvvise straripanti. M’è persino capitato, sin da quando ero bambina, di svegliarmi di notte e di stare col respiro trattenuto a fare largo all’ondata di felicità che sgorgava dal mio cuore senza ragione.
Ci avviamo verso la fabbrica. Sergio e io ci lanciamo occhiate allegre senza parlare. Lui mi tiene per il braccio. Giungiamo alla fabbrica in un baleno mi pare, ricordando la lunghezza del tragitto quando l’ho percorso sola.
Ci dirigiamo verso la baracca isolata dell’ufficio Assunzione Stranieri della fabbrica. Entriamo in una stanza circondata di sportelli. Sergio discute sottovoce. Vedo che s’inalbera. Infine gira le spalle all’impiegato e mi conduce fuori.
«Vuoi sapere l’ultima?», mi tira camminando così svelto che stento a seguirlo.
«Perché? Che è successo?».
«È successo che l’altra sera a Donauwörth, ti ricordi?, sei entrata nell’Arbeitsamt, in quella casa a ridosso della stazione, insieme coi lituani, ti ricordi?».
«Sì».
«Hai detto chiaramente che sei italiana?».
«Certo, non sapevo come riferirtelo, temevo che t’arrabbiassi…».
«Arrabbiarmi? Era l’ultima speranza, però non potevo presentarti io». Stringe le labbra: «Ebbene l’impiegato ti ha segnata come lituana, e ora i tuoi documenti sono stati trascritti e registrati con quella nazionalità. Hai capito?».
«Sì» dico, senz’aver afferrato bene.
«Ciò significa che per loro sei lituana, e siccome non hai né la faccia né i vestiti d’una lituana né parli lituano, finiranno con lo scoprirti. Se t’avevano segnata italiana, eravamo a cavallo: col documento tedesco, nessuno poteva più chiederti da dove vieni e con chi eccetera. Oh Dio che disgrazia!».
È vero che la situazione è complicata, ma infine un documento tedesco me l’hanno pur preparato senza tanti cavilli! Che ci vuole adesso a rettificarlo? Cerco di dirlo con tatto a Sergio che mi pare troppo pronto a vedere il peggio: «Con tutta questa gente da mettere a posto e le difficoltà che incontri da anni, forse tu…».
«Ret-ti-fi-ca-re? È quello che ho cercato di fare all’istante per cogliere quell’impiegato di sorpresa, non m’hai visto? Gli ho detto che sei italiana, prima che avesse il tempo di farci un dramma. Macché, s’è subito trincerato dietro il suo superiore: dovrà sottoporgli il caso. Vedrai che ti segnaleranno alla Polizia. E poiché non ammetteranno d’essersi sbagliati, penseranno a un tentativo d’imbroglio, a un tentativo di falsificazione da parte tua. L’anno scorso hanno fucilato per spionaggio un caso simile al tuo».
«Ma che vai dicendo?».
«T’ho ripetuto cento volte che un documento tedesco è vangelo per loro, non hai il diritto di non essere lituana per una banale svista». Si copre gli occhi con la mano: «Quando mai non t’ho guardata bene in faccia, lì, in coda ai lituani… Quando mai sei arrivata per ultima!».
«Forse il direttore è più elastico…».
Mi guarda scotendo impercettibilmente il capo:
«Volesse il cielo. Andiamo da lui». Strada facendo mi mormora con sguardi che mi sembrano un po’ allucinati: «Der Feind hòrt mit, il nemico ti ascolta, è la loro droga, se ne ubriacano. Ormai li conosco. E in che modo poi. Non ti dico a quanti evasi ho procurato documenti falsi includendoli in qualche lista di loro connazionali volontari che mi veniva consegnata alla frontiera. E loro hanno sempre trascritto e registrato senza battere ciglio, nome falso, dati falsi, tutto falso, perché non c’era nessun documento tedesco a fare testo, a provare il contrario. Io ero l’accompagnatore d’ufficio, valeva la mia lista. Poi s’impuntano su questi errori di trascrizione. Perché qui è segnata come lituana? dicono. È italiana? Perché voleva passare per lituana? Quinta colonna».
Entriamo nell’ufficio dove sono rimasta in piedi vicino alla porta il primo giorno.
Il capufficio, o direttore che sia, ci guarda ostilmente. Chiede subito a Sergio i suoi documenti. Li esamina con attenzione. Poi si rivolge a me in italiano.
«Siete italiana?».
Resto stupita che sia già stato informato: «Sì» dico, «c’è stato un errore».
«E perché non l’avete detto subito?».
«Ma non lo sapevo! Come potevo immaginare che…».
«E perché proprio lituana, scusate?».
«Perché ce l’avevo messa io» interviene Sergio sempre in italiano.
«Ce l’avete messa voi!» ripete lentamente il tedesco in italiano. «E perché l’avevate messa proprio coi lituani?» soggiunge con ironia.
«Perché sono l’accompagnatore del loro convoglio». Sergio risponde in tedesco estraendo dal portafoglio e dispiegando due fogli pluritimbrati, uno con foto: «Quest’italiana era arrivata per ultima e, nella fretta, l’ho inclusa nel convoglio che guidavo».
«E perché era arrivata per ultima?».
Guardo il viso del direttore e, nell’espressione indagatrice e vittoriosa dei suoi occhi, avverto non so quale penosa allucinazione. Mi protendo verso di lui: «Possibile che non vi rendiate conto di quanto tutto questo sia inverosimile?» dico anch’io in tedesco: «Ma si possono seriamente domandare a una persona cose di questo genere?».
Il direttore sembra riaversi e mi guarda perplesso: «Sapete voi che una fabbrica perfettamente mimetizzata, non lontana da qui, una fabbrica sotterranea di cui la stessa esistenza era un segreto militare, proprio questa fabbrica è stata rasa al suolo in un bombardamento che l’ha centrata in pieno? E sapete voi chi aveva dato le informazioni? Quattro stranieri dall’aspetto onesto e innocuo, abbiamo intercettato un messaggio, abbiamo le prove». Mentre parla nella sua lingua, il suo volto riacquista l’espressione ansiosa e maligna che m’ha colpita prima, si alza in piedi: «Ebbene questi signori avevano i documenti in regola, tutto preciso, c’era soltanto scritto che erano ungheresi anziché francesi!». Il suo viso si fa trionfante: «Non parlavano neppure una parola d’ungherese, e noi, fiduciosi, leali, ingenui, li avevamo messi in grado di nuocerci, di distruggerci».
Il direttore si risiede nella sua poltrona di cuoio e, insieme col suo corpo, sembra che si pieghi e si abbandoni anche la sua eccitazione. Tace. Ci guarda, imbarazzato, irritato d’aver mostrato a due sconosciuti, e proprio a due stranieri, il suo punto vulnerabile, la sua ferita.
«Io mi metto nelle Sue mani» dichiara Sergio in tedesco, «controlli le informazioni sul mio conto. Se risulta qualcosa a carico mio, desidero pagare di persona per quest’equivoco. Intanto Le posso mostrare il passaporto italiano di questa ragazza».
«Nessuno ha documenti originali così perfetti come le spie, sono mandate dal loro governo».
«Ma nel Nord-Italia c’è la Repubblica Sociale Italiana di Mussolini».
«E con ciò? Son tornato proprio da poco dall’Italia».
Comincio a piangere.
«Sentite» dice più serenamente il direttore, «io sono il direttore d’una fabbrica e da alcuni anni devo fare soprattutto il poliziotto, tutto ciò è estenuante, io non posso assumere la ragazza». Si guarda attorno e abbassando la voce: «Vi consiglio d’andarvene».
Sergio si alza in piedi: «Noi ce ne andremmo, se avessimo da temere qualcosa ma, siccome il mio servizio è sempre stato impeccabile e io m’assumo la piena responsabilità di…».
«Va bene, va bene» il direttore lo ferma con la mano. Si è fatto frettoloso: «Ripresentatevi domattina, ma oggi non fate parola della cosa con nessuno; ve lo dico per il vostro bene».
«Grazie» risponde Sergio pallido, «e a domattina».
«Sì».
«Alla stessa ora».
Usciamo dall’ufficio. Attraversiamo il giardino verso il cancello.
«Siamo stati fortunati!» mi bisbiglia Sergio. «Non ci tradirà. Ci ha dato il tempo di rimediare».
Percorriamo ancora a piedi i quattro chilometri dalla fabbrica a Donauwörth. Sergio cammina con le mani nelle tasche del cappotto.
Siamo giunti all’albergo. Guarda l’orologio: «Mangiamo qualcosa».
Guarda di nuovo l’orologio: «È ora». Dice che deve andare e mi lascia sola nella stanza tutto il pomeriggio.
La sera viene a prendermi e mi porta a cena, in un locale casalingo, con pochi avventori, affondati dietro i giornali, o che mangiano masticando pensosamente, un’atmosfera rassettata e silenziosa di focolare borghese, odore di vivande.
«E se siamo sorvegliati?» gli dico a mezza bocca. «Non dobbiamo mostrare d’avere paura». Guarda subito l’orologio. Paga il conto.
La notte trascorre nel sonno, ognuno nel suo lettino.
Alle sei del mattino riprendiamo il cammino verso la fabbrica.
Lì giunti, mi fa restare di lato nell’ufficio Assunzione Stranieri. Lui aspetta vicino a uno sportello occupato. Quando questo si libera: «Mi scusi» lo sento spiegare all’impiegato, «sono venuto a dirle che ieri aveva ragione lei: c’era stato uno scambio tra un’italiana e questa lituana», m’indica all’impiegato, «una svista grossolana, i nomi, le foto, tutto era diverso, ma io, con tante facce nuove che mi passano davanti, avevo preso una per l’altra. Ora che l’equivoco s’è chiarito, ognuna delle due ragazze, l’italiana e questa lituana», m’indica di nuovo e io annuisco, «sono già state assunte da due agricoltori e tutto è a posto. Perciò la prego di scusarmi d’averla contraddetta ieri, es tut mir Leid, entschuldigen Sie mir bitte» continua a ripetere.
Dalla faccia, capisco che all’impiegato tedesco non pare vero di credere a Sergio sulla parola. Con un sorriso di soddisfazione telefona subito a qualcuno annullando la denuncia inoltrata il giorno prima: «Tutto è in regola, era un malinteso puramente orale che s’è risolto» comunica in tono marcatamente autorevole (non da subalterno) e riabbassa il ricevitore con un secco sì del capo.
«Chissà che lavata di testa si sarà preso ieri!» mi strizza l’occhio Sergio mentre percorriamo il viale verso il cancello.
La conclusione è che resto lituana per evitare d’attirare l’attenzione tedesca sul mio caso, e mi devo sbrigare a scomparire da qui e non farmi più vedere nei dintorni. Comunque, il pomeriggio della vigilia, Sergio non aveva trovato nessun lavoro per me a Donauwörth.
Usciamo furtivamente dalla fabbrica e torniamo ancora a piedi in città.
«Aspettami in camera» si congeda Sergio.
Torna a prelevarmi nel primo pomeriggio e mi conduce svelto verso la stazione, parlando nervosamente: «Dunque, ti ho imposta a un agricoltore. Non ha il numero di lavoratori prescritto dalla legge. Tutto precipita, prima reclamavano sempre stranieri dall’Ente del Lavoro dimostrando la loro necessità di braccia, esageravano, non gli pareva vero d’avere manodopera a volontà per niente o quasi. Ma oggi si vorrebbero fare indietro. Ho sfogliato gli scartafacci dell’Ente. Ho pescato un possidente tagliato proprio su misura, l’ho fatto chiamare: “Come mai non avete nessun lavoratore straniero per i lavori domestici?”» e Sergio ammicca per la soddisfazione della propria astuzia: «Pensa che quello ha una dozzina di stranieri per i lavori dei campi e per il bestiame, è un latifondista, ma per combinazione nessuno era segnato per i lavori di casa. S’è messo a fare delle difficoltà, dovevi sentire come strillava con la sua voce fessa, un vecchietto caratteristico, lo vedrai. Adesso t’aggiusto io, ho pensato. Ho fatto la faccia assente e insinuatrice del caso: “Dentro casa” gli ho chiesto a bruciapelo “non volete occhi estranei?”. Ti figuri quanta roba sottraggono all’ammasso obbligatorio! Ha firmato, ha pagato, gli ho preso il doppio del prescritto. Non ha mica fiatato». Rallenta il passo: «En passant, non dimenticarti che ho aggiunto un kappa finale al tuo cognome, sei lituana al cento per cento, capito?». Si ferma, le sopracciglia corrugate come uno che cerchi di ricordare un pensiero urgente, stringe le mascelle che martellano le guance. Infine sembra ricordarsi, mi guarda, mi prende per il braccio e me lo stringe sino a farmi male: «Laura, adesso stammi bene attenta. Eccoti il mio numero di telefono a München dove abito» m’infila un pezzetto di carta in mano, «imparalo a memoria e fa’ scomparire questa carta. Se sei in pericolo, mi chiami e dici in tedesco a chiunque ti risponde che sei la lituana bruna che lavora in Svevia. A te sola ho dato il mio telefono, perciò saprò chi sei. Se ti dicono: “Il dottor Radek torna tra due giorni”, tu rispondi: “Aspetto” se puoi aspettare, magari anche fuggita e nascosta nella baracca di quegli ucraini della fabbrica. E due giorni dopo, tu e io appuntamento nel solito parco dietro la stazione di Donauwörth all’alba. Mi segui?».
«Sì».
«Se ti rispondono: “Il dottor Radek torna tra un mese”, significa che sono impegnato in un altro convoglio. Allora tu dici: “Ritelefonerò, ich wiederrufen”, e cerchi di venire a Monaco con le forze tue, salendo in un vagone all’ultimo istante, nascondendoti nei cessi dei treni quando avvisti un controllore, sono metodi collaudati. Una volta a Monaco, mi ritelefoni e sarai contattata». M’infila due banconote nella mano: «Sono venti marchi, equivalgono a due mesi di stipendio dai contadini che t’hanno assunta. Ti basteranno per le telefonate e per qualche pezzo di pane. A Monaco, cerca di dormire nei ricoveri antiaerei, nelle case bombardate. Nelle metropoli è più facile, è un tale casino… Hai capito?».
«Sì».
«Buona fortuna».
Giunti alla stazione, mi presenta a un vecchietto, gli affida le mie carte dell’Ente, a me consegna l’Ausweis intestato a Laura Rovik, sorride improvvisamente a un brontolio del vecchio che scuote negativamente la testa squadrandomi. Guarda l’orologio: «È tardi, arrivederci». Mi guarda con una leggera contrazione dei lineamenti e s’allontana.
Il cuore mi si schiaccia contro la gola, non gli ho detto grazie, forse sarà bello ritrovare un giorno in noi ciò che non è stato.
Il vecchio mi fa un cenno col braccio e s’incammina, nella direzione opposta a quella della fabbrica.
Usciamo dalla città sotto un arco medievale. Con la pipa in bocca il vecchio, tutto un cespuglio di peli grigi sulla faccia tra sopracciglia e baffi, mi cammina a fianco sulla strada e mi squadra ogni tanto scotendo la testa e bofonchiando qualcosa tra i denti.
* * *
Sotto la mia stanzetta scorre un torrente e la ruota del mulino gira tutta la notte, spinta dall’acqua che la batte senza posa. Le pareti della mia stanza sono corrose dall’umidità e, per quanto io mi rintani sotto il piumino, il freddo s’infiltra fin nelle ossa, e io non riesco a dormire per i brividi, mentre fuori soffia il vento che fa vibrare i vetri della finestra e risuona nella stanza.
La mattina mi sveglio con un sudore malsano addosso, e il freddo non scompare neppure dopo che mi sono strofinata forte nel lavarmi con l’acqua gelata. Indosso gli abiti, anch’essi intrisi d’umidità, che mi ha dato la padrona, un vestito marrone di lana e un grembiulone a grossi quadri rossi e verdi per non sciupare il vestito, come mi ha raccomandato la padrona.
A volte, per riscaldarmi, la sera vado a trovare gli altri stranieri che non sono servitori domestici come me ma braccianti agricoli e garzoni. Abitano dall’altra parte del cortile in un granaio suddiviso in piccoli vani da coperte stese a mo’ di tenda dove fa caldo perché ardono i bracieri e perché sono in parecchi. Fa caldo solo a vedere quelle brande tavole e sedie senza un po’ di spazio vuoto. Russi e ucraini mi accolgono con larghi sorrisi e inchini e m’offrono con mille mosse di scusa un piatto di cetrioli sottaceto, una fetta di pane campagnolo e una tazza di birra. Mi siedo con loro che giocano a carte, oppure mi butto su un sacco in un angolo e gioco coi loro bambini. Ma quando torno nella mia stanza, il freddo m’invade di nuovo e batto i denti peggio di quando me ne resto le sere a casa.
Anche i giorni di festa non riesco a essere chiassosa e accaldata come le altre ragazze. Forse questo significa anche qualcosa di psicologico, vado con loro, sto con loro e a un tratto mi prende una pena, uno struggimento accorato affannoso e comincio a tremare.
La gioventù si raduna per ballare in una stanzetta affumicata vicino alla stalla, al suono di qualche armonica a bocca. Sono puliti, le ragazze ridono coprendosi la bocca con la mano, i giovanotti fumano e le guardano di sottecchi, parlando poco.
Vorrei ridere anch’io, ma le ragazze tacciono ogni volta esaminandomi con curiosità, e i giovanotti non m’invitano a ballare. Dopo un po’ diventano tutti annoiati, mi chiamano “Fräulein”.
C’è anche un polacco addetto alle stalle e ai trasporti che bazzica per casa, un giovane dolce dai bei lineamenti che lavora ma non troppo ed è come stanco e assente. La sera va spesso al paese a bere un boccale di birra, la notte a volte torna così ubriaco che si ferma a imprecare forte sotto le finestre delle padrone; e in genere mi tiene a distanza.
Per non disturbare il ballo, me ne vado a malincuore e torno in casa dove trascorro il più delle feste a dormire.
Anche oggi ho dovuto lasciarli, lì dietro la stalla, e sono andata a cercare due loro bambini amici miei. Li ho trovati dietro un fienile indaffarati l’uno a urinare in un lungo tubo di gomma e l’altro chino a guardare l’urina che sboccava dall’altra parte. Questi batteva le mani: «Io ne ho fatta di più, ne ho fatta di più» (capisco quel po’ di russo anche dalle facce).
Mi sono avvicinata a loro, ma non mi hanno fatto festa come al solito: erano attentissimi al loro tubo e non avevano bisogno dei miei giochi.
Non mi rassegnavo a finire il pomeriggio nella mia camera vuota, come al solito, e mi sono avviata verso la campagna nell’aria tersa, sperando di riscaldarmi camminando. Nel percorrere i sentieri sconnessi, la natura m’è sembrata una covata d’uccellini implumi caduti sul dorso, gli alberi spogli sono le zampette troppo lunghe, rugose, tese verso l’aria, troppo deboli per sorreggere. Ho visto da lontano una squadra di prigionieri francesi, sono risalita sulla strada e mi sono fermata a chiacchierare a cenni con loro; prima di separarci, abbiamo incendiato tutti gli sterpi secchi e nudi lungo la strada, la fiamma nutrita dal vento intaccava altri sterpi con un crepitio intenso, lasciandoli inceneriti per devastare oltre.
Sono tornata nella mia stanza dove il freddo è solido come a comprimere ogni atto di vita. Mangio la mia cena domenicale, una scodella di latte con una grossa fetta di pane bianco e un pezzetto di formaggio fresco.
Mi avvolgo nel piumino, sopra lo scroscio cristallino del torrente. Il mio alito si tramuta in vapori bianchi.
Veramente potevo andare nel porcile e accendere il fuoco sotto il calderone del cibo per maiali e sedermi lì vicino, a scaldarmi. L’ho già fatto e ho mangiato, belle bollenti, le patate e le rape lesse dei porci.
Quando la padrona, la signora Schrüpfel, ha fatto la provvista di legna, sono stati mandati da noi tre prigionieri italiani a scaricarla. All’ora di colazione si sono seduti per terra e hanno mangiato le patate lesse con tutta la buccia. La mia padrona s’è avvicinata a loro e ha cominciato a sbucciare una patata.
«Le patate si mangiano senza la buccia» seguitava a ripetere, «da voi in Italia non si usa?».
Gli italiani rapati, grigi e taciturni, hanno seguitato a ingoiarle con tutta la buccia, senza neppure alzare gli occhi sulla donna.
Adesso tutta quella legna asciutta, che ho portato sulle mie braccia per le scale sino in soffitta e che ho accatastato con ordine per tutta una giornata, sta lassù e io qui giù ho freddo. C’è un grosso pezzo di tubo per stufa che pende nella mia stanza ed esce fuori nel pavimento della camera da letto delle padrone, al piano di sopra. A volte sono sicura che qualcuno mi stia spiando dal buco di quel tubo: lo intuisco dai bisbigli del soffitto.
La mattina alle cinque, mentre io, in balìa del dormiveglia come una zattera sul mare, assorbo in una desolata apprensione l’odore dell’alba umida e disfatta, la voce acida e irosa di Frau Schrüpfel mi giunge ampliata dall’altoparlante del tubo: «Sveglia, presto, su, su!» e, pur rigettandomi nella giornata logorante e stentata, mi riscuote da un freddo che impregna tutte le cose.
Oltre al vecchio che è lo zio, ho tre padrone: un donnone sulla cinquantina, la signora Schrüpfel – ha proprio un nome che sembra uno starnuto – e le sue due figlie: una piccola, la più vecchia, coi riccioli biondi appiccicati e lo sguardo critico; l’altra, una sedicenne grande e robusta con le trecce grosse e dure, le guance rosse e gli occhi divertiti.
Quando sono arrivata, si sono sforzate, per un momento di pronunciare il mio nome: Laura, poi si sono spazientite e indicandomi col dito: «Nelly, Nelly» si sono messe a ripetere. Così ho cambiato nome.
Il mio lavoro consiste nell’alzare i letti, spazzare le stanze con le finestre spalancate, battere coperte e tappeti, rifare i letti; seguire al paese la piccoletta che è la mia padrona diretta, camminandole due passi dietro con la sporta della spesa; sbucciare e tagliuzzare in cucina, sempre agli ordini della piccoletta, pulire la cucina, rammendare, preparare da sola la cena e tenere sempre tutto in ordine. Tranne i giorni festivi, dall’alba alle diciotto (all’ora della cena) non sopportano di vedermi senza far niente.
Poi devo accudire la ragazza dalle grosse trecce. Accompagnarla sino alla corriera i giorni di scuola, sempre camminando due passi dietro di lei e reggendole la cartella dei libri. Spesso viene raggiunta dai suoi compagni di scuola e mi mostra loro. Sono adolescenti un po’ goffi, qualcuno mi strizza l’occhio e mi dice qualche parolina che non capisco. A volte per la strada la ragazza mi chiama, porge un suo piedone piatto e gonfio di campagnola e mi mostra che ha la scarpa slacciata. Mi chino e gliel’allaccio. Lei arrossisce dal piacere.
Quando ci sono visite in casa, mi mettono il grembiule bianco, ne hanno cucito uno apposta per me, e io devo servire restando poi tutto il tempo in piedi dietro la sedia della padrona. Al solito invece sono loro che si alzano da tavola e servono il francese, il polacco e me, che sediamo a un altro tavolo per noi.
Una volta al mese si fa il bucato e a questo scopo si radunano molte donne. La figlia maggiore mi chiama ogni momento, mi rimprovera, parla continuamente e mi aiuta molto nel mio lavoro.
Nella camera della padrona, fra le altre, ci sono fotografie dello stesso giovane, ora in abito civile, ora in divisa militare. La figlia maggiore mi fa sapere che è Willi, suo fratello, militare in Francia. A volte, nello spolverare le sue foto, spero che torni a casa e porti un cambiamento. A volte la ragazza che va a scuola, mi pare alle magistrali, mi chiama dalla sua stanza per dirmi una sciocchezza o perché le raccolga una matita cadutale in terra. Quando arriva una lettera di Willi, corre a mostrarmela e mi pizzica la guancia.
Tra i soli lavoranti stranieri che entrano liberamente in casa, oltre al polacco e me, c’è appunto un prigioniero francese che viene sempre, un bell’uomo alto, forte, che sta in questa fattoria già da anni – dall’inverno del ’40 –, e, parlando benissimo il dialetto svevo, non capisce una parola di tedesco. È il braccio destro delle padrone e, solo tra gli stranieri, siede con loro nella stanza di soggiorno, dopo la cena, prima di tornarsene al suo campo. Con me è sempre gentile, mi aiuta nel lavoro, a portare qualche secchio d’acqua o la legna per la stufa. Ha moglie e un figlio in Francia, in un villaggio della Bretagna. Mi parla sempre male delle padrone con gesti e smorfie e dice che alla fine della guerra farà man bassa.
Certe volte, quando mi mandano ad aiutarlo nella stalla, interrompiamo il lavoro per fare progetti: ammazzeremo tutti i maiali e offriremo un banchetto a tutti i lavoranti della zona, pensando a Ivan io insisto perché tra questi siano inclusi anche quelli della fabbrica, ma il francese sembra restio, poi ci prenderemo un cavallo per uno e partiremo alla volta della nostra patria.
Sbadatamente mi lascio sfuggire il nome di Italia. Il francese si ferma di colpo, si guarda attorno, va a chiudere la porta e cautamente mi chiede se sono italiana. Provo un istante la tentazione di aprirmi con lui. Poi: «No» nego meravigliata, «sono lituana».
«Italia?» domanda.
«Tala» ripeto io mostrando un cavallo, cercando di fargli credere che cavallo si dice tala in Lituania. Annuisce senza convinzione.
Da quel giorno mi sembra che mi osservi di più, parliamo ancora dei nostri progetti, ma con una certa reticenza. Del resto è un vero contadino che ama la terra e, per quanto ripeta ogni momento d’essere contento quando il gelo o la grandine danneggiano qualcosa, gli si legge negli occhi che ne soffre per la terra e non si dà pace, escogita mille accorgimenti per proteggere i campi. Inoltre è assolutamente fidato. Si prodiga a spiegarmi quanto odia i tedeschi e io rincaro più che mai la dose per accattivarlo. Ci temiamo a vicenda e in realtà non proviamo nessun odio, l’odio è un oggetto di lusso, ci sono cose più concrete dell’odio, per lui per esempio la fecondità della terra.
Dicono che sia l’amante della figlia maggiore. Dicono anche che lei abbia abortito. In apparenza la figlia maggiore s’illumina un poco quando lo vede, e subito lo tempesta di domande e recriminazioni riguardanti l’andamento dell’azienda, lo sollecita ad alzarsi e andare a lavorare quando gli capita d’attardarsi in cucina dopo mangiato. Ma sgobbano entrambi, con lo stesso assillo.
Dicono anche che la figlia maggiore sia fidanzata con un ufficiale dal quale ha avuto un figlio, morto dopo due mesi dalla nascita.
La guerra s’avverte solamente quando, nel cuore della notte, bombardano Norimberga a ondate, e noi usciamo in campagna e vediamo tutto l’angolo occidentale del cielo incendiarsi.
Il prigioniero francese, che ci raggiunge dal suo campo, cerca d’indovinare ad alta voce, con una calma imperiosa, che motori abbiano i bombardieri e quale parte della città stiano bombardando, e di distinguere dall’entità delle esplosioni il tipo d’edifici colpiti.
Ultimamente l’ho sorpreso a confabulare con la figlia maggiore pronunciando il mio nome, facendo coro alle sue lamentele e sortendo la testa dubbioso con le labbra strette tra i denti.
Mi mandano anche a tempo perso a scavare le patate nei campi insieme al polacco. La sera accaldati, i badili sulle spalle, torniamo a casa camminando a passo nell’aria gelata, scendendo verso il sole col viso colorito dal tramonto, robusti come gli abeti dei boschi che fiancheggiano il sentiero. Una volta mi si rompe uno degli zoccoli datimi dalla signora Schrüpfel perché le mie scarpette si sono sfasciate da tempo e torno a casa arrampicata sopra un carro tirato da due buoi bianchi.
Qualche volta, quando vado in paese per una commissione, per portare un omaggio di uova e burro alla moglie del sindaco da parte della padrona, vado a fare una breve visita a una famiglia di artigiani tedeschi che ho conosciuto al mercato; mi fanno sedere in camera da pranzo, molti cuscini e molti fiori finti, e stiamo a chiacchierare alla meno peggio, loro nel dialetto svevo, di piccole cose, della carestia, della salute, ascoltando qualche canzonetta alla radio. Non si parla né di guerra né di politica. Dopo aver bevuto un bicchierino di liquore zuccheroso, me ne torno a casa.
Una notte mi svegliano alle tre perché devo accompagnare la figlia maggiore e il vecchio zio a una fattoria vicina dove si ammazza un maiale. Noi siamo invitati per andare a tritare la carne e insaccarla nei budelli e per partecipare alla festa.
Mi sembra subito che quella fattoria sia più bonaria e cordiale della nostra, molti stranieri circolano nella casa, anche se per via del maiale, entrano ed escono con naturalezza senza impaccio, non come farebbero da noi dove non osano mai entrare e restano impalati sulla porta con circospezione e disagio.
Qualcuno picchia la mia schiena con le nocche, un uomo grosso col colbak in testa, il padre di Wilma, mi sloga quasi il braccio, per la contentezza.
Dopo aver bevuto una grossa tazza di caffè d’orzo, andiamo tutti alla stalla. Cammino facendo, il padre di Wilma mi tira per il braccio e si ferma in disparte. Capisco che è avvilito e non sa a chi dirlo, i padroni non ascoltano i suoi consigli, lo fanno lavorare da manovale, a spostare le pietre e accatastare la legna, agli ordini d’incompetenti. Non ha più nessuna autorità sui figli, neppure si può cambiare perché i bauli, sette bauli grossi così e pieni di roba, non sono ancora arrivati.
Parla guardandosi continuamente attorno con una catena di parole mozze e stridenti come il suo affanno, accompagnando il suo linguaggio che non intendo con gesti grandi e lenti che ripete tre quattro cinque volte finché non ho capito. Ogni tanto gli strappo una parola russa che rimastichiamo insieme. Gli occhi spremono d’un tratto una lacrima trasparente che si fa strada nelle fitte e corte rughe delle guance tra i peli duri e irti sparsi qua e là.
I suoi padroni lo credono un pezzente, scuote il suo giaccone con tremante gravità, e sette bauli, sette, mi mostra sette dita grosse e spatolate, con lunghi peli grigi fino alle unghie, e le tiene alzate davanti ai miei occhi. E la moglie, accenna alla donna che sta davanti al porcile a pulire lo spiazzo con le padrone tedesche, la moglie gli rinfaccia la notte, invece di dormire, d’aver lasciato il suo podere in Lituania e d’essere partito per la Germania come uno sbarbato senza un soldo, lei lo aveva sempre detto. E invece laggiù, in Lituania, proprio lei aveva la smania di partire. E adesso la notte piagnucola invece di dormire; il grosso uomo contrae la faccia e alza gli occhi al cielo per imitare la moglie che seguita a indicarmi col dito in un rancore senza sfogo, tirandomi per il braccio. E lui dice di stare calma, tutto andrà benissimo. Solo i bauli, ecco, i bauli. Allora la moglie dovrà sottostare, e i figli; e lui alzerà la testa anche coi padroni.
Durante il suo monologo lituano intramezzato di parole russe gesticola rinnovando ripetutamente tutti i gesti, quelli che mostrano il volume d’un baule dopo l’altro, che palpano giacca e pantaloni con le labbra abbassate in segno d’ammirazione, e li contano sulle dita, i gesti di comando sprezzante dei padroni tedeschi indicati con gli occhi, le facce maligne o lamentose della moglie, e così via, finché non è ben sicuro che ho compreso tutto. Infine sospirando dal profondo del torace come da una caverna: «Io niente parlare tedesco, niente capire tedesco» dice faticosamente in un tedesco tutto fatto di kappa.
«E Wilma?».
Indica lontano completamente schiantato, stringe i pugni lungo i fianchi, immobile, gli occhi chiusi.
Poi apre gli occhi bianchi nell’oscurità, si guarda precipitosamente attorno come un animale inseguito e corre pesantemente, facendo i passi piccoli il più possibile, verso il porcile.
Lo raggiungo, mi ignora e pende dalle labbra della padrona con cenni d’assenso profondi e lenti, con una premura zelante e inebetita.
«Nelly, Nelly!» chiama con stridula impazienza la voce della figlia maggiore dall’interno del porcile.
Subito prorompe un ululo continuo terrorizzato e un muso lungo e grosso aggrappato al suolo appare sulla porta. Con grida sferzanti a uncino, nell’interno del porcile gli uomini caricano la bestia di fitti calci secchi e di colpi di bastone che si spiaccicano sulla groppa come uno schiaffo sull’acqua. L’animale recalcitrante, grasso da non potersi muovere, è spinto in avanti, alza lentamente il muso le cui narici annusano convulsamente l’aria, gira rapidamente i piccoli occhi penetranti nel cerchio di persone che aspettano fuori, chi col bastone chi col coltello in mano, e con un nuovo ululo altissimo raccapricciante si getta indietro sulle zampe posteriori con tutto il peso del suo grande corpo insaccato.
Gli incitamenti gutturali e le percosse incalzano da dietro finché la bestia scatenata e tramortita balza sullo spiazzo e vi s’appiattisce, bianca e enorme nell’aria che tinge ancora d’indaco diluito il muro e i volti delle persone in muta attesa, con un grido selvaggiamente disperato nell’immobilità della notte.
In uno scatto fulmineo dallo spiazzo un uomo gli conficca il coltello profondamente nella gola estraendolo subito; il grido muore in un gorgoglio pieno di bolle e, dopo essersi guardato un’ultima volta intorno, il bestione si accascia nel sangue.
Un uomo gli s’avvicina con un secchio. Il grande corpo sussulta a tratti e a ogni scossa il gorgoglio s’articola in un lamento limpido, lungo e solitario, di nuovo mozzato da un fiotto di sangue che sgorga d’impeto dalla ferita e che l’uomo attentamente chino raccoglie nel secchio inclinato.
Tutti si stringono intorno alla bestia, si congratulano, palpeggiando il corpo abbandonato, valutano il peso, paragonano la sua mole eccezionale a quella d’altri porci celebri.
Noi donne torniamo a casa col primo secchio colmo, a cuocere il sanguinaccio. Poco dopo ci raggiungono gli uomini con l’animale già squartato. Viene subito allestita e servita la prima colazione di braciole di maiale con crauti, innaffiati di birra.
Appena mangiato, le donne si mettono alacremente al lavoro, chi vuota e lava le budella, chi trita la carne per le salsicce e i salami, chi cuoce, chi taglia e chi sparge il sale, nel tubare dell’acqua che bolle sulla stufa, nello sfrigolio dello strutto che si scioglie nella padella, tutte accaldate e sudate, senza fiato per l’odore denso e soffocante di carne grassa, di frittura e di sangue fresco che ristagna nella stanza.
Verso le due del pomeriggio sediamo tutte e il nostro lavoro febbrile è a buon punto. Sgombriamo un tavolo e serviamo agli uomini che si presentano a turno uno spuntino a base di maiale.
Nel pomeriggio fino a notte insacchiamo la carne dentro le budella. Poi puliamo tutto ridendo e chiacchierando, e contempliamo il frutto della nostra fatica appeso ordinatamente al soffitto nell’attigua dispensa e disposto su mensole di legno.
Ci dedichiamo ai preparativi della cena, apparecchiamo due lunghe mense in cucina e nell’ingresso, e inizia il vero banchetto: minestra con palline di carne, fagioli con le cotiche, braciole e patate fritte, salsicce con purea di spinaci, ventresca lessa con contorno di rape condite, spalla di maiale arrosto con crauti, sanguinaccio dolce con asparagi sott’olio, pizza al forno infarcita di fegatini e coratella. Su tutto birra a volontà.
Io mi affliggo perché non ho fame e chissà quanto rimpiangerò quest’occasione, per cui mi sforzo di mandar giù più roba che posso.
Alla fine i tedeschi intonano un loro canto popolare malinconico, poi cantano i lituani maestosi, poi i francesi appassionati.
Intorpiditi e pacati salutiamo gli ospiti; il padre, la madre e il fratello di Wilma mi stringono le mani e scuotono le teste improvvisamente tristi, il padre di Wilma dietro gli altri mi fa segni misteriosi indicando i suoi familiari.
Il vecchio zio mio padrone ci osserva con acuta attenzione.
Andiamo via.
Strada facendo cerco di ricordare le facce delle persone con le quali ho trascorso una giornata che mi sembra inimmaginabile, e non riesco a distinguere nessuna fisionomia.
A casa siamo accolti da Frau Schrüpfel appisolata su una sedia che subito scatta su e investe di parole il vecchio e la figlia con gesti minacciosi all’indirizzo della finestra. Mi sembra di capire che non s’è visto per tutta la giornata il polacco col quale sono andata a scavare le patate. Vengo mandata rudemente a letto e la signora Schrüpfel mi rifà il verso della faccia imbambolata con la quale sono stata a guardare e a sentire cose che non mi riguardano. Nel chiudere la porta dietro di me mi sembra di sentir nominare l’Italia.
L’indomani approfitto d’un momento di disattenzione e corro nel fienile dove m’arrampico sulle balle di fieno, divertendomi a saltare e a rotolare dalle più alte alle più basse, gioco che ho già fatto altre volte senza che nessuno se ne sia accorto.
Si spalanca la porta del fienile e appare la testa del francese sul collo teso per vedere meglio. Mi scova e, con un saluto che mi vuole rassicurare, se ne va. Ma io abbandono i tuffi nel fieno e corro verso casa.
M’imbatto in un crocchio di persone davanti al portone: il polacco sta ammanettato in mezzo a due poliziotti, con tutta la gente che lo circonda bisbigliando sottovoce. Il giovane guarda in giro abulicamente, è imbrattato di fango coi vestiti strappati e graffi sul viso. Riesco ad afferrare che è stato trovato ubriaco pesto in un fossato, è stato denunciato alla Polizia dai padroni e viene deportato in un campo di concentramento. Gli faccio cenno per richiamare la sua attenzione e per salutarlo, mi guarda come se si sforzasse di riconoscermi, di ricordare chi sono.
Il vecchio zio, che ha visto il mio saluto, s’avvicina a me e mi guarda a lungo negli occhi agitando i grossi baffi.
Qualsiasi cosa io faccia, mi sento spiata come se mi covassero. Sono mandata più spesso fuori, a fare i lavori pesanti, e siamo a parecchi gradi sotto zero. Un giorno, perfino il francese mi evita. Fa freddo. Come fa l’uomo a entrare in contatto col freddo? Perché il freddo arriva dentro e occupa tutto? Io lo sento esattamente, dunque il mio pensiero è al di fuori del freddo poiché lo denuncia, eppure ne soffre proprio lui. Anche se dico al mio pensiero: “Vuoi andare in Italia dove fa caldo sotto il sole?”, il pensiero resta qui. È tutto così, tutto è legato. Lo sapevo eccome che esistono i campi di concentramento. Io sono lituana al cento per cento.
Uscendo dalla dispensa dove ho mangiato di nascosto una mela, mi sono scontrata su Frau Schrüpfel china sulla serratura. Ho anche sorpreso la figlia maggiore a frugare nel mio pagliericcio.
Sbucano all’improvviso, è evidente che mi controllano, infine ho sentito, ne sono quasi sicura, la parola “spia” e subito si sono azzittiti appena sono entrata.
Ho i brividi addosso per tutto il corpo, che diavolo posso spiare in questo villaggio, è paranoia, non ci mancava che questo. Mi rigiro sotto il piumino tremando tanto che il letto si scuote come quando passano i camion per la strada e tutta la stanza sobbalza e rintrona.
Non resisto, mi alzo, non c’è nessuno nel corridoio, ascolto le voci chiuse nella sala di soggiorno, allora, camminando quatta senza far rumore, salgo sino alla soffitta dove ho visto a suo tempo una vecchia stufa coperta di polvere, dietro un mucchio di patate, sotto le tele di ragno. Con infinite precauzioni e grandi sforzi la trasporto nella mia stanza, la dispongo dove pende il tubo, infilo il mozzicone di tubo nel foro della stufa. Poi torno in soffitta a rubare legna. Faccio parecchi viaggi e nascondo tutto il mio carico sotto il letto. Poi mi corico e m’addormento. A mezzanotte mi sveglio col naso e coi piedi congelati. Subito mi viene in mente la stufa, mi alzo, infilo il grembiulone a quadri, dispongo la legna nella stufa e l’accendo con la carta.
Tira a meraviglia, le fiamme balzano e si rannicchiano, si stendono e piegano diffondendo un calore che penetra fin nel mio cuore contratto e carezza il mio corpo rilasciato. Seduta per terra davanti alla stufa, attizzo il fuoco, lasciando gli sportelli aperti perché il calore dei ceppi che ardono si sparga nella stanza animata e viva per i riflessi rossi del fuoco.
Mi sembra d’essere beccata da una cornacchia, sussulto, starnuti e grida picchiano sul mio soffitto. La voce di Frau Schrüpfel soffocata e minacciosa mi sta chiamando.
Getto acqua sul fuoco, un intero secchio, chiudo gli sportelli, sgancio la stufa e la rotolo sotto il letto. Trattenendo il respiro mi distendo sul pagliericcio sotto il piumino e aspetto.
Sento madre e figlia maggiore discutere a gran voce, è stato il rumore della legna, penso; mi chiamano ancora.
Vado su decisa a negare, a negare fino in fondo – io dormivo, non so niente – ripeto tra me salendo le scale, ma, sul primo pianerottolo, sono strozzata da un’ondata di fumo così denso che non m’oriento e allungo le braccia. Infine con gli occhi che bruciano e lacrimano, giunta nella camera delle padrone, individuo, oh Dio me n’ero scordata!, il mio tubo che sbuca dal pavimento. Emette fiotti di fumo che continua a spandersi per la camera come se fosse inesauribile. La padrona urla fuori di sé. Io spalanco le finestre, sforzandomi di restare indifferente, e agito le braccia per cacciare il fumo fuori come si fa l’estate con le mosche. Quando l’aria si schiarisce sotto la luce accesa, la signora Schrüpfel mi manda fuori con la mano, movendo la bocca senza parlare poiché l’indignazione è tale che le ha otturato la gola.
Scendo nella mia cameretta. Non posso dormire. M’apposto in corridoio. Quando non sento più un rumore ma distinguo il respiro pesante addormentato delle padrone, riporto la stufa in soffitta e getto la mia scorta di legna fuori dalla finestra nel sottostante torrente che si trascina via i ceppi, a uno a uno.
Questa mattina il vecchio zio m’ha sorpresa a bere il latte dentro al mestolo col quale l’ho attinto dalla pentola delle padrone.
M’ha chiesto che cosa stessi facendo. Voleva assolutamente una risposta. Non c’era niente da inventare.
«E tu non sei lituana» m’ha detto come conclusione.
«Devi fuggire» m’ha detto proprio adesso un prigioniero italiano attempato che passava per la strada sopra un automezzo; gli ero corsa dietro, e m’ero arrampicata trafelata accanto a lui. «Domani saranno qui. Domani sarà troppo tardi. La fine comincia sempre così. Oramai non ti sai più controllare, loro sanno tutto di te, attendono che tu li costringa ad agire».
Oggi ho mezza giornata libera. Andrò dal padre di Wilma.
Torno a casa di corsa, incurante degli sguardi sorpresi delle padrone, scendo nella mia stanzetta, la rassetto in fretta, tolgo il vestito e il grembiule della padrona, infilo il mio abitino, il cappotto, avvolgo le mie vecchie scarpe in carta da imballaggio. Quando esco, m’imbatto nel vecchio zio: «E tu parli il tedesco e capisci tutto» dice lentamente con l’indice puntato verso di me.
Cerco di passargli di fianco per uscire.
«Dove vai?» domanda, trattenendomi per la manica.
Sì, me ne vado, vorrei rispondergli.
«Che cos’hai?».
Sono sola, non voglio bene a nessuno e nessuno vuole bene a me.
«Rispondi insomma, dove vai?».
Il vecchio, come turbato per il mio silenzio e i miei occhi fissi su lui, mi tira in cucina dove la figlia maggiore sta stirando. Le parla svelto in dialetto. Lei posa il ferro e si gira a me: «Resta con noi, non ti faremo niente di male» mi dice con una segreta espressione di vittoria, come chi porta dentro un proposito e sente giungere la conclusione desiderata. «Ma perché vuoi andartene via così? Aspetta!», il suo sguardo ha un nuovo bagliore di malizia.
«Perché fuggi?» mi fa sobbalzare la voce di Frau Schrüpfel. Chissà da quanto mi spia dietro la porta, vogliono sbarrarmi la porta, circondarmi, ma io fuggirò lo stesso. Mi accosto alla porta. Lo zio s’avvicina allo stipite della porta.
«Noi siamo contente di te» dice Frau Schrüpfel «e tu non te ne andrai».
«Ma che ve ne fate di questa signorina!» esclama il vecchio zio, torcendosi i baffi con due dita; si toglie la pipa dalla bocca: «Le donne si spiegano male, liebling, te ne andrai da qui, ma non sola, ecco quello che vogliono dirti».
Entra il prigioniero francese che si toglie il basco varcando la soglia.
«Che succede?» domanda, vedendo le nostre facce anormali.
«Mah!» sospira la figlia maggiore: «Si vede che l’abbiamo offesa e se ne va».
«Che succede?» chiede ancora il prigioniero rivolgendosi a me.
«Tu ci odi» si fa avanti Frau Schrüpfel con le mani sui fianchi.
«Sì» dico io «sì sì sì».
Il francese si slancia su me e mi copre la bocca con la mano, parla in fretta in francese e in dialetto svevo tedesco.
Costretta a tacere, la mia furia si placa.
In realtà non ho nessuna indignazione, non sono offesa, non sono triste, in fondo le mie parole e i miei silenzi sono finzioni.
Sono sola, ma in modo diverso.
Il francese, sentendomi più docile, toglie la mano dalla mia bocca. Intanto madre e figlia gli parlano tutt’e due insieme.
Il francese mi guarda e mi sembra di scorgere paura nel suo viso. Se tardo ancora, giungeranno i soldati delle SS.
In un lampo ricordo che ho il numero di telefono di Sergio. Me n’ero completamente scordata. Con un balzo improvviso dò una spallata alla signora Schrüpfel.
«Non t’affannare, non andrai lontano!» mi si para davanti il vecchio.
«Ich muß München anrufen, ich werde mit dem Doktor Radek sprechen, ya, bei der Polizei» articolo in perfetto tedesco con faccia inesorabile.
L’effetto è raggiunto. Si guardano di striscio.
Ma con sorprendente rapidità la figlia maggiore raddrizza la testa e: «Telefona da qui» dice mostrandomi l’apparecchio al muro dell’ingresso.
Ci affrontiamo con gli occhi e m’avvio verso il telefono, alzo il ricevitore, faccio il numero, mi tremano le dita. Penso che davanti a loro non posso limitarmi a dire che sono una lituana bruna in Svevia. Mi batte il cuore, ecco, una voce di donna: «Alloh?».
«Buon giorno» dico in tedesco, «sono Laura Rovik, la lituana bruna che lavora presso la famiglia Schrüpfel in Svevia, e vorrei parlare col dottor Radek, per favore».
«Un momento, prego» mi risponde una voce di ragazza. Mi sembra poi di sentirla parlare in italiano con qualcuno che deve stare in un’altra stanza: «È quella Laura di Donauwörth» dice attutita come se tenesse la mano sul ricevitore, «Arrivo» le risponde una donna in italiano. «Alloh? Guten Tag» mi saluta la seconda voce che continua: «der Doktor Radek ist noch nicht da?».
«Wo, bei mir?», mi ascolto con le orecchie degli Schrüpfel e aggiungo a loro beneficio: «Der Doktor Radek sollte schon hier sein?», rincaro: «Seit wann ist er unterwegs um hier zu kommen?».
«Deine Arbeitgeber sind bei Dir?» mi chiede la donna.
«Ya», quant’è intelligente penso. Qualcuno mi strappa il ricevitore di mano.
«Chi parla?» chiede la figlia maggiore ovviamente in tedesco.
La voce deve aver chiesto di rimando: lei piuttosto chi è?, perché la figlia maggiore dice il suo nome, poi ascolta, poi sembra ripetere spaurita: «Un’impiegata della Polizia…» e mi ripassa il ricevitore.
«Danke sehr, danke sehr» mormoro alla mia geniale interlocutrice.
«Kannst Du warten?» mi domanda lei.
«Ya, ich warte». Ci salutiamo: «Aufwiedersehen».
Indosso il mio zaino vuoto: «Ich komme gleich» dico alla padrona e esco fuori.
Traverso il cortile a passo spedito ma non come chi fugge, sbuco nella strada dove m’imbatto nei prigionieri francesi che avanzano in fila accompagnati dalla guardia tedesca, mi chiamano e salutano festosamente, nulla in loro è mutato, la guerra passerà loro a fianco senza stroncarli, però anch’io ho guadagnato un paio d’ore di tempo per mettermi in salvo prima che gli Schrüpfel informino la Polizia locale che mi sono allontanata senza dire dove andavo, saranno ancora sotto choc per un po’, benedetta quell’italiana al telefono di Sergio, ha capito subito tutto, non mi resta che orientarmi per andare a chiedere asilo a Ivan nella sua baracca vicino alla fabbrica e poi domani un’ora prima dell’alba ripartire verso Donauwörth per trovarmi al parco dietro la stazione come convenuto con Sergio, è semplicissimo, tutto sta a trovare da qui il cammino per la fabbrica, a meno d’andare direttamente a Donauwörth, saranno una dozzina di chilometri da qui, basta che seguo le insegne stradali, forse ho sbagliato a prendere lo zaino, mi rende subito riconoscibile, appena svolto lo butto in un cespuglio, tanto non c’è niente dentro, il passaporto italiano me lo ripongo nelle mutande, meno male che mi sono finite ieri le mestruazioni, pensa se avevo anche il dramma dei pannolini da cambiare e lavare, sto tranquilla per ventotto giorni, quell’italiana in casa di Sergio ha capito tutto, se non era lei…, non credo che fosse veramente un’impiegata della Polizia… Come ho potuto dimenticare che avevo quell’ancora di salvezza del numero di telefono di Sergio… È la stessa storia della stufa, non sapevo forse che il tubo dava nella camera delle padrone? Eppure… Dimentico l’essenziale. Non mi funziona più il cervello…
* * *
«Dove corri come una matta?».
«Sergio!» mi getto tra le sue braccia singhiozzando disperatamente.
«Che hai?».
Gli racconto che m’hanno scoperta, che m’uccideranno, perché sanno tutto, sono perduta.
«Calmati, Laura, non riesco a capire niente. Sanno tutto che cosa?».
«Che non sono lituana» gli bisbiglio sottovoce.
«Ma come ti sei ridotta così? Calmati, ti prego, calmati, che t’hanno fatto? Non si riesce a ragionare. Procediamo in ordine. Arrivo adesso e mi piombi addosso come una valanga!».
Gli racconto dei progetti col francese, dell’Italia che mi sono lasciata sfuggire – Sergio fa una spallucciata, non ci crede –, anch’io credo che adesso il francese mi difenda, che stia trattenendo le padrone dal denunciarmi, però la madre e la figlia non hanno fatto che origliare.
«Un momento: stavi parlando italiano?».
«No, ma mangiavo la mela e m’hanno vista».
«Per una mela!».
Mi sembra che non si renda conto della gravità della situazione. Gli dico del polacco.
«Lo so» risponde, «sono venuto apposta. M’hanno chiamato per questo, è un polacco che ho sistemato io qui, pare che avesse l’amante tedesca, devono impiccarlo per questo, per via del razzismo, ma io ho preteso, per contratto, di rispondere in qualunque momento della gente che ho messo a posto, perciò m’hanno dovuto chiamare».
«Chi è che impiccheranno?» ho sentito le parole ma non ho capito.
«È quello che vedremo. Io ho le prove che quella è una prostituta con tutte le regole. Mi sono informato bene. Bastava che quella puttana riconoscesse d’essere stata consenziente. Invece, per non essere messa in campo di concentramento per aver coitato con un Untermensch, ha detto che lui l’ha violentata. Sono stati presi sul fatto, non potevano negare. Ma andrò fino in fondo a questa storia». Contrae le mascelle: «La legge parla chiaro: se la tedesca è consenziente, lo slavo non può venire condannato a morte. Sul momento lei avrà avuto paura, ma non credo che si presti a un assassinio». Mi guarda: «Lasciamo perdere adesso, dimmi tu invece che diavolo è successo».
La storia del polacco m’ha completamente sconvolta e atterrita: «Sanno tutto, ti dico, tutto, che non sono lituana, che sono una spia, e tu parli il tedesco e capisci tutto, ha detto il vecchio poco fa. Il latte m’aveva fatto gola. Se non era quell’italiana che m’ha risposto al tuo numero di telefono, m’avevano già arrestata, m’ha salvata lei, ha detto alla figlia Schrüpfel che era della Polizia…».
Sergio s’acciglia: «Fermiamoci». Si siede sul ciglio della strada di campagna e mi fa sedere accanto a lui: «Racconta per filo e per segno questa telefonata».
Gli dico tutto, le minime parole, che ho sentito parlare italiano, che ho dato il nome Laura Rovik per schiacciare le padrone, in tedesco corretto, che la donna all’apparecchio ha captato a volo la situazione e m’ha chiesto se i miei datori di lavoro stavano vicino e sentivano quello che dicevo, allora la figlia Schrüpfel m’ha strappato il ricevitore…
Sergio sembra mettersi sul chi va là.
«Chi era?» gli chiedo impensierita.
«Mia moglie» dice lui.
«Sei sposato?». Oh Dio che domanda pleonastica.
«E abbiamo un figlio di due anni». Mi guarda fisso negli occhi come a dire: dai, fai altre domande, dai.
«Sono contenta» mi limito a rispondere.
Di colpo mi scivola via ogni agitazione. Quante cose non m’ha detto. Non m’ha nemmeno chiesto niente della mia famiglia. Inconsultamente gli racconto che io sono di Padova dove i miei genitori hanno un negozio di cristalleria, ma sono andata a vivere con una sorella sposata a Mestre… Non m’ascolta.
Forse ne sente tante di storie che, se non ha un motivo particolare per ricordarle, non le registra.
Improvvisamente penso che non vuol sapere i fatti degli altri per non correre il rischio di tradirli se interrogato sotto tortura. Mi s’apre la mente: è uno della resistenza antinazista. Perciò non si fidava d’una stronza come me pronta a paladinare le patate… È abituato a cogliere a volo il pericolo e io, piena di nobili principii…
«Ringrazia tua moglie» gli dico, «spero un giorno di conoscerla, una donna generosa…» mi scendono di nuovo le lacrime.
«L’altra era mia cognata» m’informa gentilmente Sergio. Mi carezza i capelli: «Torniamo dai tuoi Schrüpfel» decide sicuro e tranquillo, «e, ti prego, bada a quello che dici, anzi non dire una sola parola, stai soltanto a sentire quello che dico io».
Nel rincamminarci verso la fattoria dei miei padroni, mi risale l’ansia: «Non è colpa mia» gli ripeto, «non resistevo per il freddo, m’ero completamente scordata che il tubo dà nella camera delle padrone, t’assicuro, non capivo più niente per i brividi».
«Aggiusto tutto io» risponde Sergio, «sta’ tranquilla».
«Anche il fatto della stufa?».
«Sì, anche il fatto della stufa».
«La legna non l’hanno vista».
«No, non l’hanno vista. Ma dimmi piuttosto, sai niente dei bauli dei lituani? Non sono arrivati, naturalmente, vero?» domanda fermandosi un attimo.
«No, non sono arrivati, ho visto il padre di Wilma, era disperato, lui li aspetta sempre, è stato quando hanno ucciso il maiale, noi eravamo invitati».
Sergio ha ripreso a camminare e io lo seguo nel cortile.
«Hai parlato coi lituani?» mi chiede.
«Sì».
«Dovevi stare attenta a evitarli».
«Non pensavo mai di trovarli là».
«Dopo che usciamo da qui, ci andiamo insieme subito».
«Sì subito».
«Evita anche di progettare saccheggi di tedeschi nei tuoi discorsi con estranei».
«Ma era lui che cominciava sempre».
«Sì, ma tu evita, cambia discorso».
«Va bene» provo una fiducia totale in lui, «la Madonna ti ha mandato».
Sergio sorride: «Puoi dirlo, proprio la Madonna!».
Entriamo in cucina dove i quattro Schrüpfel stanno seduti, come in consesso.
Appena vede Sergio, il vecchio si alza spaventato e complimentoso e gli offre una sedia.
Sergio si guarda intorno. Le tre donne si alzano, tra i cenni del vecchio.
Sergio mi offre la sedia.
La signora Schrüpfel gliene presenta un’altra.
Sergio siede con importanza. Apre la giacca, estrae un portasigarette d’oro in cui è incastonato un rubino, lo fa scattare, si sceglie una sigaretta, poi esita, si scusa e offre da fumare alle tre donne; la figlia maggiore si fa rossa e accetta. Sergio chiude l’astuccio d’oro che non gli conoscevo, lo ripone nella tasca della giacca, ammorbidisce la sigaretta con due dita, se la pone tra le labbra, estrae da una tasca dei pantaloni un accendisigari, lo fa scattare, porge il fuoco alla figlia maggiore che aspira e starnuta, accende la propria sigaretta, chiude l’accendisigari, lo ripone in tasca, s’appoggia col dorso allo schienale della sedia allungando le gambe, aspira una boccata di fumo, nel silenzio generale, guarda un momento il vecchio che è rimasto in piedi, mi sorride affettuosamente, protettivo, infine si rivolge con cortesia alla figlia maggiore.
La figlia maggiore si confonde e risponde qualcosa. Incominciano a parlare con la massima armonia. Frau Schrüpfel scompare e torna con biscotti e liquori su un vassoio.
Sergio domanda con complicità chi di loro è iscritto al partito nazista. Bofonchiamento generale. Infine solo la figlia minore, a scuola, fa parte della gioventù nazista, loro ne sono tanto fieri…
«Solo lei?» sottolinea Sergio appena lievemente contrariato. Poi dice al vecchio che vorrebbe appartarsi un momento con lui, se per cortesia prende un foglio di carta, una penna e l’inchiostro.
Siedono al tavolo davanti al camino e noi ci spostiamo verso la porta dell’ingresso, la figlia maggiore parla forte come per far capire che non intende ascoltare cose riservate.
Sbircio il vecchio che scrive sotto la dettatura di Sergio, poi firma. Sergio prende la carta, la rilegge, la piega con cura e la ripone nel portafoglio.
«Molto bene» dice ripetutamente in tedesco con gravità, «molto bene». Sergio si gira verso di me, si fa dare il mio zaino, lo apre, prende un fagottello che c’è dentro, lo svolge e appaiono le mie scarpette logore col sughero dei tacchi scoperto e la pelle che lo ricopriva ritorta come una buccia appassita. Un mezzo sorriso si fa strada su tutti i volti. Quelle scarpe esposte osservate mi fanno compassione come creature. Frau Schrüpfel annuisce pietosamente col capo. D’impeto la figlia maggiore si alza e va nello sgabuzzino da dove rientra con un paio di scarponcini in buono stato che mi tende.
Sergio approva col capo con un sorriso di simpatia alla figlia maggiore che mi fa cenno di metterli.
Mi ritiro in un angolo. Quante volte, mentre le pulivo la camera, ho calzato di nascosto le sue scarpe che mi vanno bene perché, anche se lei è più piccola di me, ha i piedi più grossi.
«Grazie» pronuncio smovendo con voluttà le dita dei piedi negli scarponcini appena un po’ corti, però larghi.
«Lo sapevo» dice Sergio, quindi richiude il pacchetto delle mie vecchie scarpe e lo getta in un angolo, poi li invita a perquisirmi. Si rifiutano ma lui insiste, allora la figlia maggiore mi conduce nella dispensa dove pendono tutti i bei salami e i prosciutti rossi, mi fruga nelle tasche, mi tasta controvoglia.
Nel rientrare in cucina, vedo la figlia minore che ha preso in mano e esamina incantata il portasigarette d’oro di Sergio, col rubino che risplende sbagliato ma felice in quella stanza piatta tra le sue mani rosse.
«Via, via!» le ordina accigliato il vecchio che la incenerisce con lo sguardo. È giunto il momento del saluto: la figlia minore mi stringe la mano con le lacrime agli occhi e il naso lucido rosso, con un misto di pentimento e d’invidia; la figlia maggiore più composta mi saluta con un cenno del capo, dopo aver dato la mano a Sergio; il vecchio brontola qualcosa, la signora Schrüpfel ripete: «Arrivederci a presto».
Saluto i miei zoccoli che ho lasciato contro il battiscopa, in angolo.
Esco da quella casa con un assurdo rimpianto di quella vita assidua, di quelle persone legate alle cose.
Mi raggiunge una frase del vecchio: «Eppure non è lituana» sta dicendo.
Sulla strada Sergio mi prende per il braccio e io mi sento felice.
«Intanto, cara Laura, non t’hanno dato un soldo, hanno detto che vale per la legna che hai consumato questa notte con una stufa. Ma dimmi un po’, che è la storia di quella stufa? Il vecchio ha tentato di dirmi che questa notte hai appiccato fuoco alla casa».
Gli racconto ridendo la mia impresa notturna con la stufa accesa che tirava benissimo ma ahimè sbuffava tutte le sue nuvole di fumo nella camera delle padrone… Ma ho fretta di sentire da lui che cos’ha detto al vecchio zio Schrüpfel a quattr’occhi: «Come hai fatto, che c’è scritto su quel foglio che t’ha firmato?».
«Ho chiesto al vecchio come ti porti, facendo capire che hai alte protezioni. Loro mi credono chissà che personaggio, se sapessero che sono soltanto un cecoslovacco, un commesso viaggiatore di merce umana, l’ultimo gradino della scala, sai che rabbia!» ride con sarcasmo.
«Ma tu sei potente, tu puoi salvare la gente».
«Io?» ridacchia. «Ogni tanto lascio pensare a qualche tedesco che sono nazista, capisci? Mi temono. Del resto, sul mio passaporto, risulto Volksdeutsch».
«Come?».
«Non conosci le categorie di Reichsdeutsch e Volksdeutsch?».
«No».
Noto che non si spazientisce nello spiegare anche se prende una voce monotona: «Reichsdeutsche – tedeschi imperiali – sono quelli puri, diciamo di primo grado, mentre Volksdeutsche – tedeschi popolari – sono quelli di secondo grado, che non hanno tutto il sangue germanico, ma vivono in zone con una discreta percentuale di popolazione tedesca. Non tutti in provincia conoscono la differenza». Cambia voce e bruscamente seccato: «Soprattutto, Laura, ti prego, non passare da un estremo all’altro: prima ero uno che ti voleva fregare, adesso sono un benefattore che fa miracoli come respira!».
Incasso. «Hai ragione» dico.
Lo vedo avviarsi verso una Volkswagen parcheggiata in una specie d’aia laterale, lungo la fiancata d’un vecchio casamento basso, come un granaio o un magazzino. Mi sembra di riconoscere la strada di campagna dove lui m’ha chiamata qualche ora fa e io mi gli sono buttata al collo singhiozzando.
«Andiamo in macchina dal padre di Wilma» mi dice.
Mi fa salire e partiamo. Mentre guida, mi riferisce: «Ho detto al vecchio Schrüpfel che tu m’hai parlato molto bene di loro, che sono gentili eccetera, ma tu non stai bene di salute, soffri di coliti (m’ha ispirato la tua cacata di Monaco), perciò non ti puoi fermare da loro. E così gli ho suggerito di scriverti una specie di certificato in cui si dichiara soddisfatto delle tue prestazioni di lavoro domestico ma in cui dichiara anche che, per tuoi motivi di salute, si trova costretto a interrompere il vostro rapporto di lavoro, col tuo pieno consenso. D’altro canto, poiché i tuoi bauli non sono ancora arrivati – attenta, sei piena di bauli –, lui ti dà il suo benestare perché tu possa andare alla ricerca dei tuoi bauli. In fede, per gli usi consentiti dalla legge. Gliel’ho dettato, lui l’ha sottoscritto e siamo a posto. In cambio, gli ho promesso che garantirò all’Arbeitsamt locale che lui è al completo di personale straniero, così non rischierà più che gli mandino nessun altro. E quest’è uno. Farò timbrare questo certificato dalla Polizia di Donauwörth, insieme alle carte che adesso ci procuriamo».
Guarda l’orologio e accelera: «Seconda fase: andiamo da tutte le famiglie di lituani che potremo rintracciare in giornata, a cominciare dal padre di Wilma, facciamo loro un bel discorso e ti facciamo affidare una delega da ogni capofamiglia lituano, perché tu, assieme ai tuoi, ricuperi anche i loro bauli, cominciando col cercarli alle Ferrovie centrali di Monaco. Il tutto sottoscritto, controfirmato dai vari padroni. Cara mia, più coperta di così! Con la garanzia dei datori di lavoro tedeschi, il lavoratore straniero sta a cavallo».
Guardo il paesaggio senza vederlo. Poiché lui tace, pesando le parole, «Mi spiegherai poi bene» dico, «quello che devo fare per ritrovare i bagagli dei lituani. Sarò all’altezza. Ormai conosco un po’ la situazione in Germania».
Frena e s’apposta sul ciglio della strada. Stiamo per entrare in un villaggio.
«Allora non hai capito» (quel suo tono stremato!) «non avrai niente da fare per i bauli, solo Iddio e le poste tedesche sanno in casa di quali gerarchi sono andati a finire. Col malloppo delle deleghe andremo alla Polizia di Donauwörth dove ci faremo timbrare tutto».
«Non faranno difficoltà?» mi pento subito della domanda.
«No: i lituani possiedono incartamenti dove sono enumerati i loro bagagli», (non s’è irritato) «perciò la cosa non puzza, sta’ tranquilla, tutto quadra. Sarà facile farci rilasciare un foglio di viaggio per te per l’Arbeitsamt di Monaco. Arriverai in quella città protetta dalla legge. Del seguito parleremo dopo».
«Grazie» ho un nodo alla gola.
«Calmati, cara, dobbiamo ancora andarci, dai nostri lituani. Ci penserò io a convincerli. Dopo parleranno di te come della più lituana delle donne». Chiude lo sportello della macchina a chiave. «Ah, ancora una cosa: sta’ zitta più che puoi. Ma se un possidente t’interroga, non essere puntigliosamente grammaticale nel rispondergli. È un vezzo fuori posto».
Non m’ha perdonata d’aver parlato un buon tedesco con la moglie al telefono, per di più davanti agli Schrüpfel, mentre lui m’aveva raccomandato di dire: «Ich warten, ich wiederanrufen» all’infinito.
Il padre di Wilma ci accoglie inchinandosi, scappellandosi; Sergio gli parla in russo e lui sembra tremare dalla speranza. Riferisce alla moglie che guarda Sergio con gli occhi sgranati lucidi. Vogliono pagare centinaia di marchi per i bauli, per il disturbo, per la speranza; Sergio accetta sdegnosamente cento marchi che mi mette in mano.
Quando usciamo da lì, voglio restituirgli quei soldi: «Sono rubati, non li voglio».
«Sciocchina, quei soldi nelle loro mani sono carta straccia: non hanno buoni né tessere alimentari, che possono comprare? E alla fine della guerra ci sarà una tale inflazione che si ritroveranno con un mucchietto di centesimi. A noi invece fanno comodo. Alla fine della guerra io dovrò accorrere immediatamente qui per portarli via in qualche campo di smistamento occidentale, prima che i sovietici mettano gli occhi su loro: sono venuti volontari nella Germania nazista e i sovietici possono farli arrestare come collaborazionisti. Ti rendi conto? Cornuti e bastonati: arrivati qui illusi da promesse irreali, non potranno nemmeno più tornare nelle loro terre… Perciò ci sarà da aiutarli a sistemarsi, ma dove?». Alza le spalle e secco: «Comunque, gli altri soldi li amministro io, non ti preoccupare».
Risaliamo in macchina e ci rechiamo dalle varie famiglie lituane, Sergio consulta un suo taccuino scritto piccolo e preciso per trovare i vari indirizzi.
I tedeschi ci accolgono cerimoniosi e pronti a firmare: hanno interesse anche loro a che i bauli vengano ritrovati (e poi che gli costa una firma?). Dai lituani sempre lo stesso palpito di speranza, la stessa fiducia senza risorse, la stessa gratitudine, le stesse offerte di denaro.
Sergio prende come a malincuore solo una parte dei soldi di carta che gli vengono sparsi davanti. Una volta intasca lui il biglietto, una volta lo dà a me (però fuori se lo fa restituire). Chiede pure noncurantemente, a quelli che avevano con sé qualche sacco o valigia come bagaglio presso, di mostrargli alcuni capi di vestiario per me.
Gli mostrano tutto quello che hanno. Sceglie con discrezione. I lituani ridono nervosamente, si fanno il segno della Croce invocando Gesù.
Finito il giro, indosso un pellicciotto rustico di coniglio, un berretto e un paio di calzoni di lana. Con gli scarponcini della figlia Schrüpfel sto a posto.
Sergio mi guarda e ride divertito, il mio cuore scivola sulla felicità come una slitta sul ghiaccio.
Le fattorie sono piuttosto vicine le une alle altre, come borghi, e più ne visitiamo, più si fa presto, perché basta a Sergio mostrare la pila di deleghe già ottenute perché i nuovi ospiti che ci accolgono ce ne sottoscrivano una, senza più bisogno di convincerli con abili ragionamenti. Ma è ugualmente notte fonda e inoltrata quando rientriamo a Donauwörth, dopo aver accumulato una ventina di deleghe.
«Gli ultimi sono stati i più generosi. Ci hanno visto piombare di notte, hai visto la faccia colpevole e allarmata dei tedeschi? Tutti questi agricoltori, anche se per motivi diversi dai miei, sono nazisti quanto me».
Prima di scendere dalla macchina, raccoglie i biglietti sparsi nelle sue tasche, li conta, li piega e li ripone nel taschino interno della giacca, perché non entrano nel portafoglio.
Andiamo all’albergo che ci ha ospitati quasi tre mesi prima. Sergio si corica e s’addormenta subito.
Io vado riflettendo sulla giornata.
Cose, per me pochi mesi fa inconcepibili, oggi mi sono sembrate comuni. E la mia precedente idea che fosse elementare chiarire la mia posizione mi sembra, più che pazzesca, stupida.
Ha ragione lui: col mio voler dichiarare di trovarmi per sbaglio nel convoglio dei lituani, creavo il dubbio che il loro accompagnatore fosse solito accogliere intrusi. Per che motivo?, per sbadataggine o per connivenze da decifrare? E così lui, che riesce a infilare evasi nei convogli che accompagna, si trovava d’un tratto sotto controllo, e non poteva più aiutare nessuno, ormai soggetto a ispezioni.
E quest’è uno. Però, perché non m’ha detto d’essere sposato con un’italiana quando gli ho chiesto come mai parlasse così bene la mia lingua? Già, m’ha raccontato minutamente del suo passato quello che, se mi scappava di dirlo a qualcuno, era ineccepibile, trasparente. Ma allora? Forse la moglie era un’evasa che lui aveva salvato? Però, se hanno un figlio di due anni, significa che si conoscono almeno da tre, cioè dal ’41, e nel ’41 che italiano veniva deportato in Germania? Non credo nemmeno un ebreo italiano fino al ’43.
Non è questo.
Forse, con vanità maschile, pensava che avrei dato più retta a uno scapolo…
Finalmente mi sembra di capire che, avendo lui l’intenzione di darmi il suo numero di telefono, temeva che, se lo chiamavo in una condizione di panico, potessi parlare italiano a sua moglie davanti a testimoni e così tradire definitivamente la falsità del mio Ausweis di lituana, ottenuto col suo avallo d’accompagnatore. Cioè lo compromettevo senza scampo. Data la mia ostinata ottusità! Sì, non può essere altro.
E quest’è due.
Terzo: i soldi. Avrà messo insieme almeno un duemila marchi coi versamenti dei lituani. Sono questi gli straordinari di cui m’ha accennato una volta? Li incamera lui – fa affari sulla pelle degli stranieri – o gli servono in qualche consociazione di resistenza antinazista?, che so, per ungere tramiti disponibili, per finanziare azioni…
È meglio che io non lo sappia. Non voglio sapere niente.
Non rischio di tradire nessuno.
Penso alla mia famiglia come a un’altra realtà. I miei genitori, nel negozio padovano tra i lampadari e i vasi di cristallo, indovinavano subito qual era l’avventore entrato per curiosità e quello invece con animo da cliente e avevano istantaneamente due registri di comportamento: distratto e affaccendato altrove con chi secondo loro non avrebbe comprato niente – il che, bizzarramente ai miei occhi, funzionava e sollecitava questi visitatori svogliati a mostrarsi invece acquirenti desiderosi – e un altro comportamento premuroso e adulatorio con chi aveva l’intenzione di comprare qualcosa: sbalordivano della competenza delle sue scelte, lo ascoltavano edificati…
Forse perché i miei genitori m’avevano messa a studiare dalle suore e avevo frequentato le elementari e le magistrali imparando a separare con nettezza ciò che è bianco e ciò che è nero e a distinguerne le vie…
Curioso come mi s’è trasformato il modo di guardare: come se il mondo fosse meno scontato, più instabile, e il suo significato molto più irraggiungibile… E insieme, anche se sembra una contraddizione, come se i miei rapporti con gli altri – con Sergio per esempio – fossero meno personali, meno dipendenti. Ecco, è strano, sto nelle peste e mi sento più libera, sganciata.
Al risveglio, trovo sul comodino un biglietto di Sergio, controllo se è scritto in tedesco (adesso ho il riflesso lituano), dove mi dice di non muovermi fino al suo ritorno.
Rientra la sera. È contento: la prostituta tedesca ha ammesso d’essere stata consenziente nei rapporti sessuali col polacco. Saranno deportati a Dachau.
L’indomani andiamo alla Polizia, di fronte alla stazione, reparto Assistenza Stranieri. Dietro un alto banco tre poliziotti annoiati e tristi ascoltano gli stranieri che fanno la fila.
Tutti hanno un reclamo da inoltrare, un gravame da districare, una storia dolorosa da esporre. Si vede che passerebbero la vita lì dentro, perché le ore trascorse alla Polizia sono assenze dal lavoro giustificate, ma soprattutto perché temono un’obiezione, un diniego, e vogliono poter sperare il più a lungo possibile.
Sergio va avanti, depone le nostre carte sul banco e espone sbrigativo quanto ci occorre. Gli rilasciano subito, quasi sotto dettatura, un foglio di viaggio – a me intestato – per Monaco di Baviera.
Appena fuori dalla Polizia, Sergio m’informa: «Non posso portarti a Monaco in macchina con me», si strofina i due indici nel gesto di: farebbe troppo comunella, «lo capisci?».
Faccio sì con la testa.
Mi dà le sue ultime raccomandazioni nel condurmi al treno che mi porterà a Monaco. Mi consegna altri trecento marchi: «Hai di che vivere per mesi. Nelle birrerie puoi comprare per mezzo marco, senza Ticket alimentare, un bel piatto di patate condite che si chiama Stammgericht, ricordatelo. All’inizio, dormi al lager di smistamento dell’Ente del Lavoro. Poi cerca asilo presso stranieri, oppure proponi il tuo aiuto a gente bombardata, per frugare nelle macerie, per creare muri di riparo provvisori. Hai il mio numero di telefono. Chiama solo in caso d’estrema difficoltà e non davanti a testimoni. Evita di parlare di Polizia al telefono. Non parlare italiano. Ah sì, telefona nelle ore d’ufficio».
Il capostazione fischia, il treno si scuote.
«Salutami tua moglie, tuo figlio e tua cognata».
«Grazie. Buona fortuna» alza la mano e se ne va.
All’ultimo minuto ho dimenticato di chiedergli il suo indirizzo. Potrò cercarlo su un elenco telefonico, ci saranno numeri intestati a Radek…
Forse non gliel’ho chiesto di proposito. Perché chiamarlo nelle ore d’ufficio? Sarà l’ufficio dove lavora la moglie? L’avrà conosciuta all’ambasciata italiana di Praga, laureata in lingue come lui? Mah.
Improvvisamente sono sicura che non lo rintraccerò più. Non lo cercherò proprio.
M’assumerò da sola.
In fondo me n’ha dato il coraggio lui col suo ribattere instancabilmente sul caos tedesco, e se gli stranieri sapessero, e si rendessero conto, e così via.
Ce la farò.
Ho imparato: ogni tappa una piccola metamorfosi. Può darsi perfino che riesca un giorno a spacciarmi per italiana venuta fuori con le unghie e coi denti dalle macerie d’una casa bombardata, sì, salva per miracolo, bruciati solo i documenti…
Guardo un’ultima volta il paesaggio che s’allontana. I braccianti lavorano sparsi nei campi e, così piegati, sembrano rane nello stagno. Il cielo giace sulla campagna come un immenso elmo abbandonato sul terreno di battaglia.
Continuerò a inseguire quello che non esiste.